SABADINI-SWICH

SABADINI BERNARDO
Venezia o Parma 1650-Parma 26 novembre 1718
Sacerdote. Studiò probabilmente a Venezia. ebbe relazioni coi maestri della scuola bolognese e in particolare con giacomo Antonio Perti (come risulta da una lettera dell’ottobre 1706, nella Biblioteca G.B. Martini di bologna). Compare nel 1673 in qualità di cantore del Duomo di Urbino. Il 1° luglio 1681 fu nominato organista alla corte dei Farnese e il 1° marzo 1689 subentrò a giuseppe Corso Celani nella direzione della cappella che tenne fino alla morte. Lo stesso anno divenne organista e vicemaestro di cappella (maestro dal 1692) alla chiesa della Steccata di Parma, di cui fu prebendario dal 1711. Valendosi della collaborazione dello scenografo Francesco Bibiena, fu l’anima degli spettacoli alla corte Farnese dal 1686 al 1700: particolare sfarzo ebbero le feste per le nozze di Odoardo Farnese nel 1690, per cui allestì l’opera Il favore degli dei e La gloria d’amore spettacolo festivo sopra l’acqua della Gran Peschiera. Dopo lo spettacolo acquatico La gloria d’amore, i festeggiamenti culminarono nella rappresentazione del dramma fantastico musicale, Il favore degli dei, paragonato per fasto e magnificenza al famoso Pomo d’oro, dato a Vienna per le nozze dell’imperatore Leopoldo nel 1666. Ma anche in questo caso la musica del Sabadini e il testo di Aureli servirono soprattutto di spunto alle grandiose invenzioni dei più celebri scenografi del tempo (i fratelli Mauro e Ferdinando Bibiena) e alle esibizioni di virtuosi di grido (come Siface e Pistocchi). Dopo Parma, presentò le sue opere a Torino, Roma, Genova e Pavia. Operista fecondo (fu autore almeno di trentaquattro opere), fu seguace di un costume teatrale che, ispirandosi alle descrizioni mitologiche, si limitava a seguire pedestremente i progressi della scenotecnica. In confronto comunque ad altri minori compositori dell’epoca, nelle sue pagine si nota un moto strumentale assai diffuso, specie nell’uso dei fiati, mostrandosi sensibile alla produzione dei maestri della scuola bolognese. Anche nel taglio formale seguì i criteri dei tempi: recitativi accompagnati dal basso continuo, arie, duetti, rari cori e molti balli. Il Sabadini fu autore delle seguenti composizioni: opere teatrali, Furio Camillo (libretto L. Lotti; Parma, 1686; altra versione in collaborazione con G. A. Perti, libretto M. Noris; Roma, 1696), Didio Giuliano (L. Lotti; parma, 1687), zenone il tiranno (L. Lotti; parma, 1687), hierone tiranno di Siracusa (A. Aureli; Piacenza, 1688), Il favore degli dei (A. Aureli; Parma, 1690), La gloria d’amore (A. aureli; Parma, 1690), Pompeo continente (A. Aureli; Piacenza, 1690), Diomede punito da Alcide (A. Aureli; Piacenza, 1691), Circe abbandonata da Ulisse (A. Aureli; Piacenza, 1692), Il Massimino (A. Aureli; Parma, 1692), Talestri innamorata di alessandro Magno (A. Aureli; Parma, 1693; secondo Manferrari e Sesini, Piacenza), Il riso nato fra il pianto (A. Aureli; Torino, 1694), Demetrio tiranno (A. Aureli; Piacenza, 1694), L’Eraclea o il ratto delle Sabine (G. C. Godi; Venezia, 1696; ripresa con musiche di A. Scarlatti, libretto A. Stampiglia; Parma, 1700), La virtù trionfante dell’inganno (Piacenza, 1697), L’Eusonia ovvero la Dama stravagante (M. N. P. C.; Roma, 1697), Il Domizio (G. Corradi; Venezia e Genova, 1698), Il Ruggiero (G. Tamagni; Parma, 1699), Gli amori di Apollo e Dafne (A. Passoni e P. Monti; Parma, 1699), Il Meleagro, in collaborazione con Martinenghi e Magni (Pavia, 1705). Incerta è l’attribuzione di La virtù coronata o sia Il Fernando (Parma, 1714). Rifacimento di opere di altri autori: Olimpia placata (A. Aureli; Parma, 1687, da Olimpia vendicata di D. Freschi), Teseo in Atene (A. Aureli; Parma, 1688, da Medea in Atene di A.G. Zanettini), Ercole trionfante (G.A. Moniglia; Piacenza, 1688, da Ercole in Tebe di A. Boretti), Amor spesso inganna (A. Aureli; Parma, 1689, secondo Sesini, Piacenza; col titolo Orfeo, Roma, 1689, da Orfeo di A. Sartorio), Il Vespasiano (G.C. Corradi e A. Aureli; Parma, 1689, dall’omonima di C. Pallavicino), Teodora clemente (Parma, 1689, dall’omonima di D. Gabrielli), La Pace fra Tolomeo e Seleuco (Piacenza, 1690, dall’omonima di C. Pollarolo). Inoltre le serenate: I sogni regolati d’amore (Parma, 1693), Non stupire, Po, Imeneo e Citerea, l’oratorio I disegni della divina Sapienza (1698), alcune cantate, cinque arie per soprano e Grave per organo.
FONTI E BIBL.: B. Ligi, La Cappella musicale del Duomo di Urbino, in Note d’Archivio 1925; N. pelicelli, Musicisti in Parma nel secolo XVII, in Note d’Archivio 1932-1934; A. Yorke-Long, Music at Court, Londra, 1954; L. Bianconi, L’Ercole in Rialto, in Venezia e il melodramma nel Seicento, Venezia, 1972; C. Sartori, Sabadini smascherato, in Nuova Rivista Musicale Italiana 1 1977, 44 e seg.; Archivio di Stato di Parma, Ruoli Farnesiani 1671-1682, fol. 478, 1683-1692, fol. 87, 309, 1693-1701, fol. 470, 1702-1712, fol. 87, 1713-1723, fol. 86; Archivio della Steccata di Parma, Mandati 1689-1690, 1691-1695, 1705-1713; G. Gaspari, I, 49 e 52, III, 197 e 235, IV, 28, 64 e 67; P.E. Ferrari, Spettacoli in Parma, 30; L. Balestrieri, Feste e spettacoli, 124 e 126; R. Eitner, VIII, 372; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 103; B. Bacherini, in Enciclopedia dello Spettacolo, VIII, 1961, 1355; Dizionario dei Musicisti UTET, 1988, VI, 517; Trionfo del barocco, 1989, 350.

SABADINI GASPARO
Parma 1696/1707
Fu organista del duca di Parma Francesco Maria Farnese dal 19 luglio 1696 fino al 15 gennaio 1707, giorno in cui fu licenziato.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 145.

SABADINI MARCO, vedi SABADINI BERNARDO

SABADINO o SABATINI o SABBADINI BERNARDO, vedi SABADINI BERNARDO

SABBADINI CARLO
Pama seconda metà del XVI secolo
Fabbricatore d’organi attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 267.

SABBIONI GIUSEPPE
Ranzano 1841-1899
Medico già al servizio nelle truppe del ducato di Parma, fu volontario nel 1867 a monterotondo e a Mentana con Garibaldi. Fu amico di Gian Lorenzo Basetti e di altri garibaldini. Esercitò saltuariamente la medicina, dedicando molto tempo all’insegnamento della storia naturale nel liceo di Parma e alla coltura dei bachi da seta.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Medici valli cavalieri, 1983, 53.

SACCA BARTOLOMEO
Parma 1424
Fusore di campane. Il Lopez, nel suo Battistero di Parma (1864, 118 e 119), ricorda che nell’archivio Capitolare del Duomo di Parma si trova una convenzione seguita il 19 ottobre 1424 tra gli operai della cattedrale e M.ro bartolomeo de Sacca per fondere due campane del Battistero, le quali si erano rotte: MCCCCXXIIII, die Jovis XVIIII Octubris. Cum verum sit quod ego Franciscus de Servideis Rector ac Massarius domus fabrice domine Sancte Marie de laborerio maioris ecclesie parmensis locaverim Bartolameo de Sacha Magistro Campanarum presenti et conducenti et in presentia domini dompni Macharii prepositi Baptismatis parmensis ad faciendum et reffetiendum duas campanas, una de quibus de pez. XXX et alia debet esse de pex. XII quando minus, pro quibus campanis stipulavi fiendis per ipsum ut supra sibi assignavi mense et die suprascripto pondera XVIIII et libras XI cupri pondrati in presentia dicti domini Macarii et aliorum et ultra supra scriptum cuprum sibi promisi dare pondera decem et libras XIIII cupri pro complemento prime campane, et pro alia campana sibi promixi dare cuprum necessarium et etiam ramum necessarium, quod potest esse ll XL vel circha, pro quibus duabus campanis fiendis per dictum Bartolameum modo et ordine suprascripto sibi promixi dare pro eius mercede et solutione pro quolibet pondere saldos viginti imper. ipso in faciendo dictas campanas bonas et sufficientes de pondere suprascripto omnibus suis expensis, sic pro bonis et sufficientibus possint colendari de bono sono.
Et in quantum dicte campane non essent bone et sufficientes ac laudabiles, tunc dictus Bartolameus teneatur ipsas reficere omnibus suis expensis. Et hoc in presentia dicti D. macharii propositi Baptismatis suprascripti, Domini Christophori de garumbertis et D. Bartolomei de gheriis Canonicorum dicti baptismatis testibus rogatis et vocatis et qui fuerunt presentes ad omnia suprascripta et etiam me Francisco de Servideis qui suprascripta scripsi in presentia suprascriptorum de voluntate suprascripti Bartolomei de Sacha conductore. in ecclesia suprascripti Baptisterii.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 67-68.

SACCA BERNARDINO
Parma 1424
Fonditore di campane. Lo Scarabelli Zunti scrive che nel 1424 fuse la campana del Battistero di Parma
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

SACCA GERARDINO, vedi SACCA GHERARDINO

SACCA GHERARDINO
Parma 1393/1412
Figlio di Giovanni e di Agnesina Gandolfi. Fusore di campane ricordato in alcuni documenti notarili: 5 gennaio 1402, Donna agnesina de Gandulfis de Ast figlia del fu Filippo abitante nella vicinanza di San Pietro nella città di Parma trovandosi inferma di corpo ma sana di mente detta il suo testamento nel quale providere volens accupiens ipsa domina Agnesina alla salute dell’anima sua instituisce e lascia Gerardinum de Sacha natum quondam Magistri Iohannis de Sacha parolarium et civem Parme viciniae suprascripte Sancti Petri tanquam pauperem Christi sibi heredem universalem in omnibus suis bonis mobilibus et immobilibus iuribus et actionibus quibuscumque, quemquidem gerardinum adhuc presens ex nunc sibi elegit in pauperem Iesu Christi, considerata presertim necessitate eiusdem et multitudine filiorum suorum inutili. Salvis tamen legatis infrascriptis e così: alla Chiesa di San Pietro della città di Parma lire 5 imperiali in subsidium reaptandi et reficiendi ecclesiam ipsam; altre lire 5 imperiali al Consorzio de’ Vivi e de’ Morti eretto in cattedrale nostra e quattro simili lire imp.i al Consorzio di Santa M. Maddalena nuper fundato et constituto in ecclesia eiusdem. Da ultimo nomina suoi esecutori testamentarii i Signori Pietro Bernieri, Luchino de Quartariis ed il sovranominato Gherardino de Sacha (rogito del notaio parmense Giuliano da Vigatto nell’Archivio Notarile di Parma). Il Sacca è quasi certamente quello stesso che nel 1393 fuse la campana detta del Sanctus, posta nella loggia della cupola in Cattedrale a Parma, e ricordato dal Pezzana nella sua Storia di Parma (I, 45 e 46 dell’Appendice). Il Sacca fece testamento il 21 febbraio 1412: Testam. Gherardino de Sacha f. q. d.ni Iohannis viciniae Sancti Petri (rogito di Giovanni da San Leonardo, archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 67.

SACCA GIAN ANTONIO
Parma 1478 c.-Ungheria post 1490
Fu lettore pubblico di giurisprudenza in Roma e in Padova, e quindi auditore del re Mattia Corvino in Ungheria.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 305.

SACCA GIAN FRANCESCO, vedi SACCA GIOVANNI FRANCESCO

SACCA GIAN LODOVICO, vedi SACCA GIOVANNI LODOVICO

SACCA GIOVANNI
-Parma ante 1402
Fusore di campane. È ricordato in un documento del 5 gennaio 1402 nel quale risulta già morto. Sposò Agnesina Gandolfi e abitò nella vicinia di San Pietro in Parma.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 67.

SACCA GIOVANNI FRANCESCO
Parma 1504c.-post 1540
Fu cancelliere del comune di Parma ed esercitò in patria il notariato. L’Affò, quando parla nelle sue Memorie degli scrittori e letterati parmigiani (IV, 305) di Lodovico Sacca esimio giureconsulto parmense, dice che il Sacca era nobile parmigiano e padre di Lodovico. Il Sacca fu anche nominato custode delle carte comunitative dell’Archivio del Comune di Parma. sposò Caterina o Virginia Rangoni. Morì in età piuttosto avanzata.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914, 8.

SACCA GIOVANNI LODOVICO
Parma 1468/1470
Calligrafo. Eseguì nel 1470 (die VII septembris) una elegante copia del famoso codice di terenzio, autografo, scritto da Francesco Petrarca nell’anno 1358.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Scrittori parmigiani, tomo 2°, XLIV e seg.; A. Pezzana, Storia di Parma, III, 1847, 275; C. Malaspina, Guida di Parma, 1869.

SACCA LODOVICO
Parma ante 1523-1614
Figlio di Donnino. Fu notaio e attuario del governatore di Parma nel 1583, come si evince dallo Statuto de’ Merciai, a carta 78. A Parma esercitò il notariato, rogando dal 1547 al 1605. Uomo di modesta cultura ma curioso e attento osservatore degli avvenimenti del suo tempo, il Sacca usò registrare nelle sue rubriche notarili notizie sui più svariati avvenimenti del tempo, corredandole spesso di personali annotazioni, veramente preziose per lo storico perché esprimono gli umori e i gusti di un uomo di media cultura, a contatto con ambienti e ceti diversi dei quali certamente riprese echi e atteggiamenti. Le notizie del Sacca stese in un latino semplice, povero se si vuole ma certo non per questo meno efficace, si riferiscono quasi sempre a cose e uomini che ebbero un qualche rilievo o significato nella vita cittadina di Parma: De anno supradicto 1584 et die jovis 13 settembre flumen Parmae inondavit totum pontem Capitis pontis, et ibant aquae desuper pontem Caprezuche a latere versus occidentem, et rupit partem pontis castri Parmae et nunquam fuit auditum tantam aquam in dicto flumine derivasse. Non mancano però notizie relative ad avvenimenti clamorosi del tempo: qui la testimonianza del Sacca acquista maggiore importanza, proprio per il sapore particolare che gli conferisce la sua stessa professione, con la relativa posizione culturale e sociale che sempre la caratterizza. È estremamente interessante così la ripercussione che hanno nelle rubriche del Sacca le vicende delle guerre di religione in Francia, aspramente e sanguinosamente combattute da cattolici e ugonotti, che è poi una sorprendente prova della rapidità con cui circolavano certe notizie e della particolare sensibilità che vi mostravano certi ambienti italiani ormai decisamente toccati dal dilagare dell’ondata controriformistica: De anno predicto 1562 Ugonoti existentes in partibus Francie aprehendiderunt civitatem Leoni et certa alia loca, et omnes christianos svalisari fecerunt, et officiales occiderunt non sine magno timore aliorum locorum; de dicto anno exercitus francorum christianorum rupit et indispersum missit exercitum ugonotorum vulgo luteranorum, non sine magna totius mundi letitia. Non meno interessante è l’annotazione relativa alla vittoria cristiana di Lepanto contro i Turchi, che costituisce un’altra prova dell’enorme ripercussione che ebbe tale vittoria in tutta l’Europa cristiana, fin nei borghi più sperduti: Die septimo mensis octobris anni predicti 1571, die dominico illustrissimus dominus Joannes Austriae frater regis Philippi hispaniarum et serenissimi veneti et generalis Sancti pontificis Pii quarti cum ducentis lignis armatis vel circa conflictum fecerunt vulgo giornatam cum armata Turchorum in loco dicto alla prensa et dictam armatam indisperso mandarunt, et ligna centum octuaginta vel circa prendiderunt et solummodo fuerunt salvata ligna viginti vel circa dictae armatae Turchorum et fuit facta leticia per totam christianitatem et terras ac civitatis illius.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 632; G. Passerini, Appunnti storici di notai parmigiani (Alessandro Malgari-lodovico Sacchi), in Archivio Storico per le Province parmensi I 1892, 47 e 58-74; Il Notariato, 1961, 505.

SACCA LODOVICO
Parma 12 maggio 1530-Parma 21 marzo 1614
Figlio di Gian Francesco e di Virginia (o caterina) Rangoni. Dopo gli studi di umanità e filosofia, si recò a Bologna nel 1546, dove frequentò le lezioni di Gabriele Paleotti e divenne chiaro giurista sotto l’egida dello zio giulio, professore di giurisprudenza a Bologna. Passò poi a Padova, ove ebbe a maestri Tiberio Daciano, Guido Panciroli e il Socino. Laureatosi e sposata Isicratea Malaspina, trattò cause di notevole rinomanza. La duchessa Margherita d’Austria lo nominò suo auditore in Abruzzo e lo incaricò di importanti affari alla corte di Napoli. Il duca Ottavio Farnese lo inviò a sua volta quale legato a Roma presso papa Gregorio XIII e nel 1579 gli affidò il governatorato di Piacenza. Anche il duca Alessandro Farnese, avendo avuto occasione di conoscerlo e di valutarlo in Fiandra, lo creò avvocato del fisco: come tale, ebbe a trattare l’annosa causa tra i Farnese e i Pallavicino. Ranuccio Farnese lo ebbe quale consigliere , segretario e auditore generale, con incarichi di ambasciatore presso papa Clemente VIII. Stimato da tre successivi duchi regnanti, oltreché da principi (a esempio, Francesco Maria dalla Rovere) e nobili, il Sacca conseguì la più alta reputazione e lasciò vari scritti, in prevalenza attinenti alla causa Pallavicino. Il Sacca ebbe solenni funerali nella chiesa di San Pietro in Parma. L’orazione funebre fu tenuta da cornelio Pico. In seguito furono pubblicate composizioni toscane e latine di molti ingegni in morte dell’Eccellentissimo Signor Consigliero Lodovico Sacca, raccolte et pubblicate per bartolomeo Guerresi, dedicate all’Illustrissimo et eccellentissimo Signor Don Ottavio Farnese (In Parma, appresso Anteo Viotti, 1614). Nella chiesa di San Pietro vi è il seguente epitaffio: Corpus Ludovici Saccae iuriconsulti peregregii qui populos samnites et Placentiae rexit ad summos pontifices et ad alios principes legatus fuit ius civile auxit consiliarius serenissimorum ducum Alexandri et Ranutii Farnesiorum usque ad obitum suum qui fuit LXXXIV aetat. suae anno die XXI mart.
MDCXIV.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, III, 305-307; Palazzi e casate di Parma, 1971, 399-400.

SACCA LODOVICO
Parma 1694/1723
Dal 1694 al 1723 fu lettore di medicina all’Università di Parma.
FONTI E BIBL.: F.Rizzi, Professori, 1953, 49.

SACCA LUDOVICO, vedi SACCA LODOVICO

SACCA TIBURIZIO, vedi SACCO TIBURZIO

SACCANI ANTONIO
Parma prima metà del XIX secolo
Calcografo, fu allievo del Toschi nella Scuola di Parma.
FONTI E BIBL.: P. Martini, L’Arte dell’Incisione in Parma, 1873; L. Servolini, Dizionario degli Incisori, 1955, 720.

SACCANI CARLO
Parma 26 maggio 1834-post 1883
Nacque da Antonio e Luigia Zamponini, il primo usciere alla Camera di Commercio, la seconda massaia. La famiglia abitò in borgo Bicchierai 12, successivamente in vicolo San Tiburzio 5, quindi in strada di Porta Nuova 33. Il Saccani iniziò a fare il fotografo poco prima del 1857. Nel 1860 operò, con la definizione di photographo, al n. 81 di strada San Michele. Il Saccani realizzò nel medesimo anno quello che è probabilmente il suo maggior risultato artistico, carico di valori documentari oltre che tecnici: una serie di immagini di Parma raccolte in un raro album. È il primo esempio di documentazione organica della città ottocentesca, ripreso in seguito solo da Marcello Pisseri. Sempre nel 1860, il saccani fotografò l’arco di trionfo allestito per la visita a Parma del re Vittorio Emanuele II. Le pose erano lunghissime e l’effetto trasformava le persone in fantasmi. Di nuovo, nel quinquennio successivo, il Saccani riprese monumenti e piazze cittadine, con pose diverse e risultati non meno efficaci. Nel 1864, dopo essersi associato al fratello Pio, il Saccani si allontanò da Parma: prima fu a Parigi e poi si spostò a Firenze per dirigere lo stabilimento Mazza Fotografia in via Parlamento 7. Non fece più ritorno nella sua città, se non da privato cittadino. Nell’aprile del 1869, da firenze, dedicò al duca Roberto di Borbone, in occasione delle sue nozze con Maria Pia, un Album del Ducato di Parma: trentanove fotografie di Parma, Sala Baganza, Colorno, castelguelfo e riproduzioni degli affreschi del correggio. Nel 1870 gli venne un pubblico riconoscimento al Primo Congresso Artistico Italiano e Esposizione d’Arti Belle in Parma per una serie di settantaquattro grandi fotografie raffiguranti le tavole di Francesco Scaramuzza sulla Divina Commedia (Inferno): episodio non privo di risvolti ambigui, dal momento che lo Scaramuzza era membro della giuria. Nello stesso anno si trasferì con la famiglia a San Lazzaro Parmense. Il Saccani risiedette a Reggio Emilia nel 1878, poi di nuovo a firenze nel 1883 (il primo febbraio il comune fiorentino chiese notizie a quello di Parma circa la situazione di famiglia, in quanto il Saccani si era nuovamente stabilito nella città toscana). A testimonianza dei legami con Firenze, vi è la dedica al Municipio di quella città di una nuova raccolta di fotografie realizzate dal saccani nel 1875 su disegni dello Scaramuzza (questa volta l’argomento fu, sempre relativamente alla Divina Commedia, il Paradiso). Dopo il 1883 del Saccani non si hanno più notizie.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1989, 42-43; R.Rosati, Fotografi, 1990, 101.

SACCANI GIOVANNI
Collecchio 1920-Collecchio 10 novembre 1996
Chiamato alle armi a diciannove anni e arruolato nella Marina, frequentò la scuola da radiotelegrafisti a La Spezia, giungendo, al termine del corso, terzo sui duecentocinquanta allievi. Scelse volontariamente di far parte del corpo dei sommergibilisti. Come radiotelegrafista, fu imbarcato sull’Antonio Siesa, comandato da Libero Sauro, figlio del patriota Nazario. a bordo dei sommergibili (oltre che sul Siesa fu imbarcato sui cosiddetti sommergibili tascabili) partecipò a numerose azioni di guerra sia nel Mediterraneo che nel Mar Nero, spingendosi anche oltre lo stretto di gibilterra: partecipò, tra l’altro, alle battaglie di alessandria d’egitto, di Trapani e di Capo Teulada. Fu anche decorato di Medaglia d’argento al Valor militare per le tante battaglie cui partecipò e per l’affondamento di una unità navale nemica. Finita la guerra, lavorò come capo cantiere nella ricerca petrolifera, vivendo quasi sempre all’estero: Algeria, marocco e Madagascar in modo particolare. La salma del Saccani fu tumulata nel cimitero di Collecchio.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 12 novembre 1996.

SACCANI PIETRO
Sorbolo 29 aprile 1863-Dogali 26 gennaio 1887
Figlio di Enrico e Marianna Ghiretti. risiedette a San Lazzaro Parmense. Partito per l’Africa, venne assegnato al 41° Reggimento Fanteria col grado di sergente. Cadde combattendo da valoroso. Alla memoria del Saccani venne decretata la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Per la splendida prova di valore data nel combattimento del 26 gennaio 1887 a Dogali, rimanendo ucciso sul campo. Fu ricordato nella lapide eretta dal comune di San Lazzaro Parmense e in quella del comune di Parma, nell’atrio del Palazzo Civico.
FONTI E BIBL.: Parmensi nella conquista dell’impe-ro, 1937, 44; Decorati al valore, 1964, 121; Gazzetta di Parma 27 settembre 1989.

SACCANI PIO
Parma 14 marzo 1840-post 1904
Figlio di Antonio, usciere alla Camera di commercio di Parma, e di Luigia Zamponini. Sposò Baldemina Moruzzi. Fu fotografo in strada San Michele 81. L’inizio della sua attività professionale avvenne certamente sotto la guida del fratello maggiore Carlo: nel 1866 il Saccani si associò con lui nella ditta Saccani Carlo & Pio fotografi. Dal 1867 al 1869 rimase solo a dirigere lo stabilimento perché il fratello Carlo si trasferì a Firenze. Nel 1870 portò lo studio fotografico in Piazza Grande (nei locali di strada San Michele 81 si stabilì Guido casali). Poi, dal 1872 al 1879, assieme alla famiglia, fece tappa dapprima a Bologna, poi a Reggio Emilia, per tornare successivamente a Parma nel 1880, di nuovo come fotografo in strada San Michele ma al n. 236 di Casa Mauri. Qui subito si distinse come specialista di ritratti in porcellana inalterabili. Dal 1883 si insediò in Borgo della Macina 21, nello studio di Carlo Antonietti che aveva cessato la lunga attività un anno prima. Alla fine del 1885 il Saccani fu in via Angelo Mazza al n. 17, dove la vedova di Giacomo Isola, Virginia Canali, aveva mantenuto con coraggio l’attività del marito, dopo la sua morte, per più di un anno. Il Saccani rilevò studio, attrezzature e archivio. Per qualche tempo operò da solo come Premiata Fotografia di Pio Saccani, fotografo di Sua Altezza reale il Duca d’Aosta, successore di Giacomo Isola ma dal 1886 si mise in società con Angelo Sorgato, erede di una consistente tradizione fotografica familiare. Nell’ottobre del 1887 il Saccani venne premiato con una medaglia d’argento all’Esposizione Industriale e Scientifica di Parma. Nonostante le ottime premesse tecniche (con il nuovo accordo la ditta diventò A. Sorgato-P. Saccani), la società durò poco: si sciolse il 1° ottobre 1888. Dal 1889 al 1904, anno di chiusura di ogni attività del Saccani, lo studio si trasferì in strada Vittorio Emanuele 23, sotto la denominazione di Saccani Pio di Antonio. La famiglia Saccani abitava in quel tempo al secondo piano di strada Garibaldi 103, nello stesso edificio in cui, al piano terra, proprio nel 1904, prese vita la ditta Vaghi & Carra, destinata ad assumere un posto di rilievo nella storia della fotgrafia di Parma.
FONTI E BIBL.: R.Rosati, Fotografi, 1990, 106.

SACCANI WALTER
Parma 13 settembre 1920-19 gennaio 1945
Fu audace partigiano (col nome di battaglia di Waldemaro) della brigata Giustizia e Libertà. Morì fucilato.
FONTI E BIBL.: T.Marcheselli, in Gazzetta di Parma 16 maggio 1988, 3.

SACCARDI ALESSANDRO
Parma XVII secolo
Pittore di storia, ornatista e figurista attivo nel XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti¸ Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 315 e VI, 242.

SACCARDI LAZZARO
ante 1598-Parma 1667
Insegnò all’Università di Parma prima istituzioni romane (1618-1622) e poi diritto canonico fino al 1667. Fu canonico della cattedrale di Parma (1650).
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Professori, 1953, 30.

SACCHELLI ABRAMO
Parma 1915-1991
Professore liceale di materie letterarie, scrisse manuali di latino, italiano e storia per le scuole secondarie. Giornalista e cultore di argomenti parmensi, lasciò saggi di storia letteraria.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 586.

SACCHETTI DOMENICO
Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 246.

SACCHETTI RENZO
Parma 1915-1967
Giovanissimo intraprese l’attività del padre Dante e dello zio Umberto, pionieri del motociclismo e concessionari negli anni Venti del Novecento delle prime ditte italiane costruttrici di motociclette. Nel 1934 vinse a Forlì la sua prima corsa motociclistica. Nel 1945 fu tra i fautori della ricostituzione del Moto-club Parma, di cui restò per anni attivo dirigente. Fu anche tra i fondatori della stazione sciistica di Schia e concessionario a Parma delle moto Guzzi e della Lambretta.
FONTI E BIBL.: F.e T. Marcheselli, Dizionario dei parmigiani, 1997, 277.

SACCHI, vedi LEPORATI FRANCESCO

SACCHI ALESSANDRO
Parma prima metà del XVII secolo
Orefice ornatista attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 317 e 318.

SACCHI ANTONIO
Parma 1487c.-22 novembre 1545
Figlio di Pompilio. Si laureò a Bologna in filosofia e medicina il 19 settembre 1509. La sua fama ben presto si diffuse ovunque, tanto che Carlo V lo onorò delle insegne di Cavaliere. Insegnò nello Studio di Bologna quale lettore di medicina pratica per il periodo 1526-1532.
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1930, 76.

SACCHI BIAGIO
Busseto-Parma 1878
Allievo nello Studio Toschi, cooperò nei disegni delle opere del Correggio (1844). Lasciò poi l’incisione per dedicarsi alla pittura.
FONTI E BIBL.: C. Ricci, La R. Galleria di Parma, 1896; Thieme-Becker, 29, 291; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 157; P. Martini-G. Capacchi, incisione in Parma, 1969.

SACCHI COSTANZA
Parma-post 1777
Nella stagione di primavera 1775 era seconda buffa al Teatro di via del Cocomero di firenze nei drammi giocosi Il geloso in cimento di Pasquale anfossi e nella Frascatana di giovanni Paisiello, mentre nell’estate cantò al Teatro di via Santa Maria nella burletta La locandiera di Antonio Salieri.Nel Carnevale del 1776 al teatro dell’Accademia del Castiglioncelli di Lucca fu ne La pescatrice e in Il tutore deluso. nell’estate 1776 fu al Teatro di Pistoia nell’isola dell’amore, opera comica a quattro voci in due parti con musica di Antonio Sacchini: interpretò la parte di Belinda nobile scozzese amata già da Giocondo poi dal medesimo abbandona-ta. In un documento del 26 agosto 1776 si legge: Domenica 11 del corrente nel teatro de’ signori Accademici Risvegliati furon dispensati gran quantità di sonetti in lode della signora Costanza Sacchi di Parma che rappresenta con universale soddisfazione le prime parti della Burletta. Il sonetto in elogio della medesima per il nobil pensiero e sostenuto stile ha incontrato l’approvazione de’ nostri favoriti d’Apollo. Nel Carnevale 1777 cantò a Pisa nel nuovo Teatro dei fratelli Prini in L’avaro.
FONTI E BIBL.: Chiappelli; G.N.Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 20 febbraio 1983, 3; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SACCHI FLAVIO, vedi SACCO FLAVIO

SACCHI GIOVANNI
Parma 4 luglio 1561-
Figlio di Giacomo e Caterina.Nato nella vicinia di Santa Croce da una famiglia non nobile, si dilettò della poesia latina.Compose, tra le altre cose, un epigramma per le nozze del marchese Gian Francesco Sanvitale con Costanza Salviati.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 113.

SACCHI GIUSEPPE POMPEO, vedi SACCO GIUSEPPE POMPEO

SACCHI LODOVICO, vedi SACCA LODOVICO

SACCHI LUCA
Parma 1662/1663
Figlio di Francesco. Fu banderaro in Roma, con bottega in via del Gonfalone. Nel 1662 o 1663 denunciò il furto di un secchio di rame.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 168.

SACCHI PROSPERO
Collecchio 1354
Fu canonico della pieve di Collecchio (Estimo del 1354). Questa pieve ebbe un numeroso clero addetto al suo servizio.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.

SACCHINI GIOVANNI
Parma 1733/1759
Sacerdote, fu maestro di canto dei dieci chierici addetti al servizio della Steccata in Parma. Sostituì il Della Nave la festa di Natale del 1733. Il Sacchini fu anche cappellano della chiesa della Steccata almeno fino al 1759.
FONTI E BIBL.: Parma, Archivio della Steccata, Mandati 1733-1759; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

SACCHINI MAURO
Parma 1705/1723
Sacerdote, fu cantore della Cattedrale di Parma dal 1705 al 3 maggio 1723.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

SACCHINI TORQUATO
Parma 21 ottobre 1817-Parma 2 agosto 1879
Figlio di Angelo e Marianna Pesci. Fu maggiore nell’Esercito italiano durante le guerre risorgimentali. Fu insignito di due medaglie d’argento al valor militare.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 114.

SACCHINI VIRGILIO
Parma 15 dicembre 1818-Parma 12 giugno 1883
Nato da distinta famiglia, a soli diciotto anni entrò nella Segreteria di Stato per l’interno del ducato di Parma. Si applicò nello studio delle discipline giuridiche, per le quali gli fu guida e maestro Ferdinando Albertelli. Passato alla Segreteria di Stato per gli affari esteri, a trentadue anni diventò capo dell’ufficio. Nel 1861 conseguì una ragguardevole eredità che gli permise di lasciare il lavoro. Eletto consigliere del comune di Golese, mantenne la carica fino al 1878. Nominato deputato stradale nel 1862, in breve volgere di anni sistemò la viabilità del comune. Più volte sostenne e fece valere gli interessi dell’amministrazione comunale: prima di morire ebbe il conforto di vedere ultimata col responso della Corte Suprema di Torino la lotta dei comuni foresi contro i comuni cittadini delle ex province parmensi, relativamente al concorso delle spese per il mantenimento dei ginnasi. Il Sacchini si prodigò per il comune di Golese anche per lo stabilimento di una condotta veterinaria, per i diritti e gli obblighi del comune relativamente alle canoniche parrocchiali e per le risaie. Il Sacchini fece anche parte (dal 1866 al 1878) del Consiglio della Provincia di Parma. Fu cavaliere dell’Ordine Costantiniano, commendatore dell’Ordine di Ferdinando delle Due Sicilie, d’Isabella di Spagna, di Francesco Giuseppe e dei Santi Maurizio e Lazzaro. Morì a sessantaquattro anni d’età.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani, 1884, 45-48.

SACCO ALESSANDRO, vedi SACCHI ALESSANDRO

SACCO ANTONIO
Parma 1522
Fu letterato e poeta di buon valore.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 4 1958, 236.

SACCO BERNARDO
-Parma 21 aprile 1780
Conte. Fu canonico della Cattedrale di Parma. Fu anche presidente del Monte di Pietà di Parma, che grazie alla buona amministrazione del Sacco tornò a prosperare dopo aver rischiato anche la chiusura.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 397.

SACCO BONAVENTURA
Parma 27 novembre 1632-Parma 24 agosto 1707
Figlio di Flavio e Barbara Simonetta. Fu uomo eclettico: dottore in filosofia (1652) e in legge, fu teologo e filosofo, cultore di matematica, di astronomia e anche di storia, tanto che lasciò interessanti scritti sui vescovi parmensi di cui si giovarono Maurizio Zappata e Benedetto Bacchini. Nel 1657 fu ammesso al Collegio dei Giudici di Parma. Il duca Ranuccio farnese lo nominò tra i giudici del Consiglio di Piacenza, carica cui il Sacco presto rinunciò per concentrarsi sugli studi teologici. Ebbe la prepositura della Cattedrale di Parma. Venne aggregato al Collegio dei Consorziali e, quale esperto in giurisprudenza, patrocinò pure qualche causa per la curia. Del Sacco si tramanda che avesse negato di concorrere alla dote di una nipote da monacarsi per non togliere denari ai poveri: tale asserzione può in effetti essere vera poiché dedicò in beneficenza ben ventimila scudi, tenendo per sé solo quanto gli occorreva per arricchire la biblioteca personale, ove dimenticava cibo e sonno. Nel 1706 figura esecutore testamentario del canonico conte Bartolomeo Tarasconi.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 295-296; Palazzi e casate di Parma, 1971, 402.

SACCO BONAVENTURA
Parma 1831
Marchese. Durante i moti del 1831 fu membro del consesso civico di Parma. Fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza dalla polizia, che ne diede la seguente descrizione: Uomo quasi imbecille, assai religioso e di buona morale. Fece parte del consesso civico, ma è da credersi che vi concorresse solo per il bene della città e mai per fini liberali.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in archivio Storico per le Provincie Parmensi 1937, 209.

SACCÒ CIPRIANO
Collecchio 17 marzo 1855-18 aprile 1932
Consigliere comunale di Collecchio, fu un integerrimo rappresentante popolare. Rimase in quella carica dal 19 ottobre 1920 al giugno 1923.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.

SACCÒ FLAVIO
Parma 1565-post 1652
Figlio di Agesilao. Si laureò in medicina nel 1596. Fu medico-archiatra della duchessa Margherita Aldobrandini e priore del collegium Medicorum. Prestò la sua opera durante l’epidemia di peste del 1630 e ne vergò un’interessante descrizione in latino, annessa al codice degli Statuti dello stesso Collegio medico. Si sposò con Barbara Simonetta, figlia di Paolo, anch’esso distinto chirurgo e consulente di casa Farnese.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 400.

SACCO FLAVIO
Parma 16 giugno 1673-post 1748
Nacque dal celebre medico Giuseppe Pompeo e da Cesarea Torri. Gli fu padrino il conte Giovanni Sanvitale. Compiuti gli studi di giurisprudenza, vi si laureò e l’anno 1708 fu ascritto al Collegio dei Giudici di Parma. Si dedicò specialmente agli studi di storia patria. Fu primo decurione e uno degli otto dottori dell’Anzianato di Parma. Dedicò al duca di Parma Filippo di Borbone la sua Istoria dell’origine e Dominanti di Parma, che non è che una cronaca a salti. Ebbe carteggio con celebri letterati e soprattutto col Bacchini.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 65-66.

SACCO GIAN PAOLO, vedi SACCO GIOVANNI PAOLO

SACCO GIOVANNI, vedi SACCHI GIOVANNI

SACCO GIOVANNI PAOLO
Remedello Sotto 1641-post 1703
È nominato nella Storia di Parma del Pezzana e nel volume di Gaetano Capasso sul Collegio dei Nobili di Parma, istituto dove il Sacco fu bidello. È da essi definito pessimo poeta e cervello balzano perché autore di una pletorica opera di ben settecento pagine (edita in Parma nel 1693 dagli Eredi Galeazzo Rosati) sotto il titolo I Passatempi di una Musa faceta. Il volume è dedicato al principe Odoardo Farnese. Lo zibaldone delle poesie ivi contenute, di argomentazioni e di spunti occasionali e disparati, non merita eccessiva considerazione dal punto di vista letterario e ancor meno poetico. È però di un certo interesse perché fornisce parecchie notizie sulla vita minuta e quotidiana del Collegio dei Nobili. Anche il titolo esplicativo, che segue al primo, non denota grandi pretese: I Passatempi di una Musa faceta, così in villa come in città, che vuol dire diverse composizioni in stile per lo più bernesco fatte fra l’anno in Parma e in Sala nel tempo delle vacanze da G. P. Sacco, bidello dell’Ill.ma accademia delli Signori Scelti nel Ducale Collegio dei Nobili di Parma. Nella dedica al Farnese, il Sacco definisce il proprio lavoro come un miscuglio di componimenti scomposti, pieni di facezie e di insipidezze. Il volume fu pubblicato, molto tempo dopo la sua definitiva stesura, a spese dello stesso Odoardo Farnese.
FONTI E BIBL.: G.P. Sacco, I Passatempi di una Musa faceta, Parma 1693; G. Capasso, Il Collegio dei Nobili di Parma, 58 e 97; A. Pezzana, Memorie degli scrittori, Parma, VII, 1833, 5; Archivio di Stato di Parma, Governo Farnesiano, Istruzione Pubblica, busta 9, Collegio dei Nobili, Carteggi vari; Collegii Nobilium Parmensis. Nomenclatura Universalis per Decennia distincta, Parma, Tip. Er. M. Vigna, 1685; Archivio di Stato di Parma, G.B. Martinelli, catalogo de’ Soggetti della Compagnia di Gesù stati Rettori del Coll. Ducale dei Nobili; Argomenti di pietà dati nel Ducale Coll. dei Nobili dalli Sig.ri Accademici Scelti, Parma, Rosati, 1711; Ragguaglio Hystorico della guerra fra l’Imperatore e i Turchi, Parma, 1683; L. Gambara, in Parma per l’Arte 3 1957, 127-136; F. da Mareto, Bibliografia, II 1974, 945.

SACCO GIUSEPPE POMPEO
Parma 14 maggio 1634-Parma 22 febbraio 1718
Nacque da Flavio, medico molto reputato, al quale il 19 agosto 1652 toccò la sorte di concedere egli stesso al figlio, appena diciottenne, la laurea Artium et Medicinae, ottenendone poi l’aggregazione al Collegio dei Medici di Parma il 2 settembre successivo. La madre fu Barbara Simonetta. Il Sacco fu chiamato dal duca Ranuccio Farnese, rinnovatore dello Studio parmense, alla cattedra di medicina teorica con una provvisione di cento scudi. Cominciò l’insegnamento a ventisette anni, il 3 novembre 1661, mettendosi subito a diffondere dalla cattedra il suo Novum systema medicum, intorno al quale pubblicò successivamente un’opera, suscitando, con le sue idee innovatrici, invidia, gelosie e inimicizie tra i devoti alle vecchie usanze, i quali lo giudicarono, nella migliore delle ipotesi, un grande stravagante. Al Sacco furono affidate le cure dei principini Pietro e Alessandro e fu inviato a Innsbruck ad accompagnare Margherita de’ Medici. Nel periodo che corre tra il 1668 e il 1687 lo si vede Lettore di Teorica al doppo pranzo nello Studio di Parma, con provvisione che sale da cento a quattrocento scudi. Nel 1687 il Sacco si ammalò di podagra e fu costretto al letto per sette anni (1687-1693). Si deve notare però che già nel 1680, col pretesto della lunga infermità patita, chiese di cambiare la sua lettura del pomeriggio in una della mattina, suscitando le più vive rimostranze nel collega alessandro Cittadella, il quale, cinquantenne e da quindici anni insegnante nelle ore del mattino, non volle sostituirsi col Sacco (lettera del 5 novembre 1680 del Duca al governatore di Parma). A quanto pare, non mancò effettivamente dall’insegnamento che nel 1687: nel 1694 era certamente già guarito. Durante la malattia, seguitò a dedicarsi alla sua opera di medicina ed è sicuro che il libro Novum systema fu dettato nel periodo nel quale il Sacco fu costretto al letto. Nel 1681 la facoltà di medicina gli decretò l’onore della lapide che venne collocata nel palazzo di San Francesco, sede degli Studi. Guarito del male che lo aveva a lungo angustiato, il Sacco venne chiamato (1694) all’Università di Padova a leggere medicina pratica, con un onorario di seicento fiorini, che in breve vennero portati a ottocento, con passaggio alla cattedra di teorica e l’onore della presidenza della facoltà medica. Apostolo Zeno, scrivendo di lui, non esita a chiamarlo uno dei più grandi uomini della nostra età. Il duca Francesco Farnese ne ottenne il ritorno a Parma (1701) come lettore alla prima cattedra di medicina, con uno stipendio di 3650 lire. Per questo suo ritorno in patria il Sacco fu molto festeggiato e poco tempo dopo (1704) elevato alla cattedra, vacante da molti anni, di lettore eminente di medicina. Poco prima di partire per la Spagna (1714), il medico parmigiano e suo allievo Giuseppe Cervi, essendo in quel tempo egli stesso Professor Medicinae Primarius, volle compiere verso il Sacco un atto di personale omaggio e devozione, quale non frequentemente si vede registrato negli annali universitari, facendo erigere un nuovo monumento optimo quondam praeceptori, octuagenario feliciter viventi. Ma il Sacco, varcata ormai l’ottantina, ebbe nuovamente a infermare per la podagra e ridursi al letto (divenendo per giunta quasi cieco in seguito a una cataratta senile), Francesco Maria Farnese, che tenne il Sacco in particolare considerazione, gli chiese la sua opera più importante per stamparla coi torchi della tipografia ducale: il Sacco diede allora opera, malgrado le sue condizioni fisiche (alle quali vanno probabilmente attribuiti i non pochi errori dell’edizione), al riordinamento di Medicina practica rationalis, che infatti fu pubblicato in quel tempo (1717) ex Typographia Celsitudinis, un anno prima della sua morte, avvenuta all’età di ottantacinque anni. modesto come era stato in tutta la sua vita, dispose nel suo testamento che nulla mihi carmina cecineritis; nullam adhibueritis laudationem, nec me proetioso cum vestimento sepeliveritis; nec privatum corpori meo tumulum constitueritis. Le sue ultime volontà non furono però rispettate: la sua salma venne tumulata con solenni esequie nella chiesa di San giovanni evangelista, la sua vita e le sue opere furono pubblicamente commemorate al Collegio dei Medici e all’Università di Parma, dove un suo insigne allievo, Gian Battista Pedana, lesse un discorso apologetico del Sacco in corretto latino, e infine in suo onore furono scritte tante poesie latine e italiane da formarne un grosso volume, che fu largamente distribuito. Il ritratto del Sacco può vedersi, insieme a quelli di altri illustri suoi colleghi, dipinto a fresco sopra una delle pareti del retrobottega della storica farmacia del convento di San Giovanni. Il muratori annoverò il Sacco, ascritto all’arcadia parmense col nome di Arasio Issuntino, nel catalogo dei grandi uomini, tra gli arconti della Repubblica letteraria d’Italia. Tutte le sue opere ebbero, lui vivente, molte edizioni e nel 1730 ne fu fatta una ristampa completa a venezia (tipis Baldeonianis). Il Sacco fu veramente una figura di grande rilievo: seppe imporre, malgrado le difficoltà e le non poche amarezze procurategli dai colleghi, un suo sistema, avviando la medicina a nuovi indirizzi, così da poter essere considerato un novatore di non comune tempra e vero fondatore di una scuola che ebbe nel suo tempo importanza non soltanto locale. Essa valse, con l’opera del Sacco e poi con quella dei migliori suoi allievi, a porre termine a un periodo nefasto causato dall’inerzia servile di medici empirici o teoretici, deviati da speculazioni filosofiche, preparando in tal modo il terreno all’avvento delle nuove teorie, basate sull’osservazione e sull’esperimento.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 323-329; C.Carini, L’Arcadia dal 1690 al 1890, 1891, 579-580; L.Gambara, Il lettore eminente G.Pompeo Sacco e la sua Scuola, in Aurea Parma 1926, 241-248; Aurea Parma 1 1931, 9-11; G. Berti, Studio universitario parmense, 1967, 105; M.O. Banzola, L’Ospedale Vecchio di Parma, 1980, 155.

SACCO GIUSEPPE POMPEO
Parma 1708c.-post 1781
Figlio del conte Flavio e di Lucrezia Bergonzi. Fu dottore del Collegio dei Giudici e il 25 febbraio 1771 fu nominato archivista comunale. Assurse alla carica di ministro di Stato quale immediato successore del Du Tillot, caduto in disgrazia dei duchi e allontanato da Parma nel 1771. Quale primo ministro nel triennio 1771-1773, è definito dal Benassi l’autore assai pio del memoriale del comune di Parma contro il Du Tillot e, nel campo della politica ecclesiastica interna, ligio alle idee e ai sentimenti ben noti di don Ferdinando il quale, dopo il licenziamento del grande ministro, si era abbandonato sempre più alla bacchettoneria, trascurando il governo. In effetti il Sacco non esercitò alcuna autorità e fu ministro succube o di comodo, tanto che si lasciò sostituire interinalmente dal De Llano per tre mesi, allo scopo di salvare la dignità della Spagna verso il papa (nel frattempo il Sacco fece opera di nepotismo aiutando i propri famigliari a collocarsi degnamente). Il 31 dicembre 1773 riprese la carica (secondo ministero Sacco) che detenne per sette anni, ossia per tutto il periodo delle controriforme, che determinò un arretramento sociale e distrusse l’opera del Du Tillot. anch’egli, come il suo predecessore, venne silurato mediante un intrigo di corte (1781), cedendo l’alto incarico al marchese Prospero Manara e ritirandosi a vita privata. Tuttavia ferdinando di Borbone lo tenne ancora amico carissimo e lo nominò marchese di Castellina.
FONTI E BIBL.: G.Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914; Palazzi e casate di Parma, 1971, 404; L.farinelli, Il carteggio Mazza, in Archivio Storico per le province Parmensi 1980, 207.

SACCO LODOVICO, vedi SACCA LODOVICO

SACCO MARCANTONIO
Parma 1621
Intagliatore. Nell’anno 1621 gli fu dato il saldo delle fatture Anchone come per sua lista per lavori compiuti in San Sepolcro a Parma, dove ebbe come aiutante Giovan Andrea da Cremona.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Materiali, II, 204-205; Il mobile a Parma, 1993, 254.

SACCO PIER GIOVANNI, vedi SACCO PIETRO GIOVANNI

SACCO PIETRO GIOVANNI
Parma 5 febbraio 1568-1612
Figlio di Cristoforo e Paola. Nacque da nobile e nota famiglia. Fu nipote di notai e congiunto di medici illustri, quale Flavio Sacco. Una sua figlia, Margherita, sposò Luigi terzi, conte di Sissa. Il Sacco amò la poesia latina e scrisse diversi epigrammi, tra i quali due per le nozze Sanvitale-Salviati.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 115.

SACCO POMPEO, vedi SACCO GIUSEPPE POMPEO

SACCO TIBURZIO
Busseto 1480c.-post 1537
Frate di San Domenico, va annoverato tra i primi iniziatori delle sacre rappresentazioni introdotte dalla Chiesa per porre un freno al malcostume nel quale era precipitata l’arte drammatica. Il contributo che il Sacco portò a quest’opera di rinnovamento fu la tragedia in volgare Sosanna, della quale si hanno due rare edizioni: la prima a cura dei fratelli Benedetto e Agostino Bindoni di Venezia (1524), la seconda di Damiano Turlini di Brescia (1537).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1958, 179; D. soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 404.

SACCO VINCENZO
Parma prima metà del XVIII secolo
Collaterale di Giuseppe Pompeo Sacco, fu giurista e insigne personalità della prima metà del secolo XVIII.
FONTI E BIBL.: C.Antinori-M.C.Testa, università di Parma, 1999, 152.

SACCOMANI MAURO
Parma-post 1833
Tenore, il 1° agosto 1833 cantò in un’accademia al Teatro Ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: Stocchi, 80; G.N.Vetro, dizionario.Addenda, 1999.

SACERDOTI CARLO
Borgo San Donnino 1851-1920
Consigliere comunale per un decennio, per più di dieci anni rappresentò inoltre Colorno in Consiglio provinciale. Candidato dei socialisti alla Camera, combatté accanite battaglie elettorali nel 1892 e nel 1895 contro il conte Alberto Sanvitale e nel 1897 contro domenico Oliva, soccombendo per pochi voti. quando il Partito Socialista, grazie anche all’azione di proselitismo del Sacerdoti, riuscì infine ad affermarsi, lo abbandonò, non ripresentandolo tra i suoi candidati. Nel 1905 fu nominato direttore del Bagno pubblico di Parma.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 136.

SACERDOTI GABRIELE
Colorno 1818-Parma 4 settembre 1877
Fu volontario nel 1848 nella 1a colonna e prese parte allo scontro di Santa Lucia. Nel 1853, saputo che Pietro Cocconi, segretario del protomedicato a Parma, era ricercato per aver preso parte attiva ai movimenti politici del 1848, lo condusse attraverso i monti nel territorio del re di Sardegna. Fu consigliere provinciale e del comune di Parma (1859) e sindaco di Colorno. Direttore della Gazzetta di Parma negli anni 1859-1860, fece del giornale una fiammeggiante bandiera di italianità. Ebbe redattori il magistrato Pietro monteverde e il medico Alessandro Cugini, il quale fu poi professore dell’Università e sindaco di Parma. Concorse a opere filantropiche: legò il proprio nome alla sistemazione del manicomio di Colorno e come medico si distinse nella lotta contro il colera.
FONTI E BIBL.: Il Presente 5 settembre 1877; Vessillo Israelitico 1877, 293; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 419-420; S. Foà, in Dizionario del Risorgimento, 4, 1937, 162; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 103; Parma. Vicende e protagonisti, 1978, II, 192.

SACHO MARCANTONIO, vedi SACCO MARCANTONIO

SACRAMORI SAGRAMORO, vedi SAGRAMORI SAGRAMORO

SACRAMORO DA PARMA
Parma 1452/1454
Condottiero il cui nome ricorre a proposito di molte imprese compiute sia al comando dei suoi soldati di ventura, sia al servizio di parecchi signori e capitani. Nel 1452 militò anche con Francesco Sforza. Nel 1454 fu contro gli Alidosi all’assedio di Imola.
FONTI E BIBL.: G.P. Cagnola, Storia di Milano dal 1023 al 1497, in Archivio Storico Italiano, III, 123-129; L. Cobelli, Cronache forlivesi, Bologna, 1874; E. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1893; C. Argegni, Condottieri, 1937, 75.

SACRATI FRANCESCO PAOLO
Parma 17 settembre 1605-Modena 20 maggio 1650
Probabile allievo di F. Manelli, inaugurò a Venezia nel 1639 il teatro dei Santi Giovanni e Paolo con l’opera Delia e nel 1641 il Teatro Novissimo (dove fu anche impresario sino al 1644) con La finta pazza. Verso il 1645-1648 appartenne probabilmente alle compagnie viaggianti dei Febi Armonici e degli Accademici Discordati e nel 1649 fu nominato maestro della cappella ducale di Modena. Sul Sacrati, operista d’indubbia importanza storica nell’ambito della scuola veneziana della prima metà del Seicento, di cui fu uno degli iniziatori insieme con F. Manelli, Monteverdi e cavalli, grava la perdita, quasi totale, della produzione, che ne impedisce la diretta valutazione dei meriti artistici. Vanno comunque ricordate, tra l’altro, La Delia, su libretto mitologico-amoroso, d’intonazione encomiastica, con personaggi comici, che inaugurò il veneziano teatro dei Santi Giovanni e Paolo (benché l’argomento e Scenario della Delia ne attribuisca la musica al solo F. Manelli, Allacci, bonlini e tutti i successivi storici del teatro veneziano confermano la paternità del Sacrati, ma è probabile una collaborazione tra lui e manelli), Il Bellerofonte, rappresentata al Teatro novissimo, su libretto fitto di mutazioni di scena, nella cui prefazione il Sacrati dichiara di non aver seguito altri precetti che i sentimenti dell’autore degli apparati né altra mira che il genio del popolo a cui s’ha ella da rappresentare, La Venere gelosa, pure per il Teatro Novissimo, nel cui libretto (scena 8a dell’atto III) sono menzionati gli strumenti che costituivano probabilmente il ricco organico orchestrale e nella cui prefazione il Sacrati precisa di aver adattato la scelta delle parole e la varietà dei metri alla bizzarria di chi doveva accompagnarle con le note, L’Ulisse errante, per il teatro dei Santi Giovanni e Paolo, su libretto eccezionalmente fine, psicologicamente centrato, metricamente pertinente a fine drammatico, nella cui preposta Avvertenza ai lettori si legge il celebre accostamento del Sacrati a Monteverdi, pur paragonati rispettivamente alla luna e al sole, Semiramide in India, per il San Cassiano, su libretto farraginoso e sconclusionato, tra i primi di soggetto orientale. Tuttavia, la maggior fama venne al Sacrati dall’opera probabilmente primo-nata, La finta pazza (rinvenuta da L. Bianconi), commedia in cinque atti destinata a inaugurare il Teatro Novissimo, su libretto mitologico baroccamente elaborato, con apparati e macchine grandiose di G. torelli, cui arrise un successo eccezionale, attestato dalle numerose repliche (dodici volte in diciassette giorni a Venezia e poi in parecchie città d’Italia) da parte della compagnia dei febiarmonici (alla quale appartenne lo stesso sacrati), con la celebre A. Renzi come ideale protagonista. Il 14 dicembre 1645 l’opera fu replicata a Parigi per volere di Mazzarino, al Palais du Petit-Bourbon, da una compagnia di comici italiani per una ristretta cerchia di spettatori, presente la regina Anna d’Austria, e fu quindi la prima opera italiana importata in Francia, oltre che uno dei primi saggi di opera comica. Per l’occasione, la concezione di questa cosiddetta festa teatrale veneziana fu modificata a scapito della musica, con parziale sostituzione di dialoghi parlati ai recitativi (conforme al gusto francese che non avrebbe tollerato uno spettacolo tutto cantato) e a vantaggio dei nuovissimi, esotici e fantasiosi balletti d’invenzione (alla fine di ogni atto) del coreografo G.B. Balbi e soprattutto delle mirabolanti risorse sceniche (peraltro già mostrate a venezia) del grand sorcier torel, che convertì l’opera in una comédie des machines, feconda di meraviglia. Dei cantanti, margherita Bertolotti (aurora nel prologo) fu lodata per la dolcezza della voce, Luisa Gabrielli Locatelli interpretò la parte di Flora con grande vivezza e Giulia Gabrielli assunse appassionatamente quella di Tetide. Prove indirette del valore dell’operista Sacrati, che verosimilmente si mosse nell’orbita dell’ultimo Monteverdi e del primo Cavalli, sono sia la folgorante carriera sia le lodi dei contemporanei: il principe Mattias de’ Medici giudicò La finta pazza, opera bellissima e Sacrati un virtuoso e uno de’ meglio compositori che vadino a torno. Fu autore delle seguenti composizioni: opere teatrali, La finta pazza (libretto di G. Strozzi; Venezia, 1641), inoltre (perdute) Delia o La Sera sposa del Sole, in probabile collaborazione con F. Manelli (libretto di G. Strozzi; Venezia, 1639), Il Bellerofonte (V. Nolfi; Venezia, 1642), La Venere gelosa (N.E. Bartolini; Venezia, 1643), Proserpina rapita (G. Strozzi; Venezia, 1644), Ulisse errante (G. Badoaro; Venezia, 1644), L’isola di Alcina (F. Testi; Panzano, presso Bologna, 1648), Semiramide in India (M. Bisaccioni; Venezia, 1648) ed Ergasto (Venezia, 1650). Perduti sono pure due libri di madrigali a uno-quattro voci e alcune arie.
FONTI E BIBL.: A. Ademollo, I primi fasti della musica italiana a Parigi, Milano, 1884; R. Rolland, Histoire de l’opéra en Europe avant Lully et Scarlatti, Parigi, 1895; H. Goldschmidt, Studien zur geschichte der italienischen Oper im 17. Jahrhundert, Lipsia, 1901-1904; H. Prunières, L’opéra italien en France avant Lully, Parigi, 1913; N. Pelicelli, Musicisti in Parma, in Note d’Archivio 1933; F. Liuzzi, I Musicisti in Francia, Roma, 1946; N. Pirrotta, in Enciclopedia dello Spettacolo; L.F. tagliavini, in MGG; Cl. Sartori, Un fantomatico compositore per un’opera che forse non era un’opera, in Nuova Rivista Musicale Italiana 1971; L. Bianconi-Th. walker, Dalla Finta pazza alla Veremonda: storie di Febiarmonici, in Rivista Italiana della Musica 1977; F. Bussi, L’opera veneziana dalla morte di Monteverdi alla fine del Seicento, in Storia dell’Opera diretta da A. Basso, I/1, Torino, 1977; F. Liuzzi, musicisti in Francia, 1946, 295; Dizionario UTET, XI, 1961, 299; Dizionario Ricordi, 1976, 574; F. Bussi, in dizionario dei musicisti UTET, 1988, VI, 526-527; Dizionario dell’Opera lirica, 1991, 788.

SACRI ANTONIO, vedi SACCHI ANTONIO

SAGLIA AGOSTINO
Borgo San Donnino 1862
Dottore, fu sindaco di Borgo San Donnino nell’anno 1862.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.

SAGRAMORI SAGRAMORO
Rimini 1424-Ferrara 25 agosto 1482
Figlio di Antonio dei Mendozzi de’ Sagramori, fattore di Carlo Malatesta signore di Rimini, che il poeta Basinio Basini descrive con foschi colori in una sua epistola a Nicolò V: mendocius audet Usuram foenusque triplex noctesque diesque Sumere, tamquam habeat tria guttura.
Proh pudor ater! Cerberus, aut monstrum crudele chimaera vocari Dignus homo, haud unquam perna fumante modesta. Secondo il Pico, il Sagramori fu segretario di Pandolfo Malatesta, signore di Rimini, e sposò una gentildonna milanese, senza per altro consumare il matrimonio perché contemporaneamente chiamato a Roma alla corte di papa Sisto III. Il 21 ottobre 1475 fu eletto vescovo di piacenza e il 14 gennaio 1476 fu traslato alla sede di Parma. Agostino Rossi, che si trovava a Roma in qualità di ambasciatore del duca, partecipò al comune questa notizia per lettera il 16 gennaio, dicendo: del qualle se possiamo benissimo contentare et de venustate, et de costumi, et de esemplare vita. Prese possesso della sua Chiesa per mezzo di un rappresentante il 1° aprile 1476 (Bonvicini, Note all’ughelli) ma non fece la sua solenne entrata in Parma che il 30 agosto 1478, poiché continuò a dimorare in Roma presso la curia pontificia quale oratore del duca Galeazzo Maria Sforza. Il Sagramori nominò suo vicario Giorgio Terdoni, dottore di leggi e canonico di Lodi, e suo procuratore Giuntino Giuntini di Pistoia, canonico di Rimini. Il Sagramori godette l’amicizia di uomini dotti, tra i quali il Filelfo. Il giorno dell’entrata in Parma, venne da porta San michele. Gli andò incontro tutto il clero, moltissimi ufficiali pubblici e un infinito numero di cittadini. Il Sagramori si portò alla chiesa di San Giovanni Evangelista, vestito con le insegne pontificali, quindi uscì per recarsi processionalmente alla cattedrale a prendere possesso della sua sede. Ma poco dopo il Sagramori partì da Parma per Roma quale legato del suo principe presso papa Sisto IV e col beneplacito del pontefice incaricò Benedetto da Cremona, vescovo di Tripoli, di governare la diocesi in sua vece. Il 12 aprile 1478 furono confermati dal Sagramori, dietro istanza di Ugolino Rossi, arcidiacono, e Pietro Piazza, entrambi canonici, sindaci e procuratori del Capitolo, gli statuti capitolari. ricondottosi a Parma, ove il 19 ottobre 1479 il Sagramori convocò i cittadini e li esortò al quieto vivere, alla pace e alla concordia. Per evitare trambusti, il Sagramori ordinò che fossero scelti due cittadini di ogni squadra che trattassero queste cose. Il sagramori era di parte ghibellina, e favorì le sue squadre. ascanio Maria Sforza, zio del duca di Milano e vescovo di Pavia, nel ritornare a Milano, entrò in Parma il 24 ottobre 1479, accompagnato da altri due vescovi, dal sagramori, dagli ufficiali e dai cittadini. I banditi si armarono e vollero accompagnarlo anch’essi. Lo Sforza, preso da timore, fece chiudere le porte del Palazzo vescovile, ma i banditi insultarono i provvigionati che custodivano le porte e ne ferirono nove. Tutta la città stette in armi durante la notte. Giunto il mattino, lo Sforza partì per Milano in compagnia del governatore Antonio Trotti (Pezzana, storia di Parma). A quell’epoca il Sagramori abbellì e in parte riedificò il Palazzo vescovile per dare conveniente ospitalità a principi e personaggi di passaggio: il 18 dicembre vi accolse giovanni Bentivoglio che si portava con numerosa e nobile comitiva a Milano. Il 1° maggio 1479 si portò a Parma in qualità di governatore antonio Trotti condottiere d’armi, consigliere aulico e capitano dei bolognesi. Fu ricevuto al suono di campane, di tamburi e di trombe, accompagnato dal Sagramori, da Rolando Rossi, dal podestà e da cento pedoni armati, con comitiva di duecento cavalli scelti tra i più notevoli cittadini di ciascuna squadra. Il 6 agosto dello stesso anno, Gian Pietro panigarola, che aveva il supremo governo delle truppe di Gian Galeazzo visconti, arrivato improvvisamente in Parma, chiamò nel palazzo del Governatore il sagramori e si lamentò con lui per il favore che egli dava ai nemici dello stato, per il suo intercedere per costoro e dei costumi del suo clero alquanto dissipati. Il Sagramori si difese con ardore. Prese la sua difesa anche il canonico Antonio Colla, che la notte seguente fu imprigionato nel castello di Cremona per ordine del Panigarola. Nel luglio 1479 il Sagramori deliberò col Capitolo e col Consorzio che si fondasse un beneficio, colle rendite del quale fossero istruiti trenta chierici, detti allora camilli, nella grammatica e nel canto, e vi deputarono Arcangelo de’ Spaggi, sacerdote peritissimo in grammatica, e suo fratello Alessio, maestro nell’arte oratoria. Nei primi giorni del 1480, dovendo il Sagramori stare quasi sempre assente dalla diocesi per servizio dei duchi, fece proporre alla Santa Sede Domenico da Imola, vescovo di Lidda, quale vescovo suffraganeo di Parma, assicurandogli annualmente sulla rendita della mensa episcopale un decoroso mantenimento. La proposta fu esaudita. Nel 1480 il Sagramori supplicò Gian Galeazzo Visconti per la riformazione dell’estimo delle terre e intervenne nell’ultimo consiglio generale dell’anno. L’11 maggio 1480 convenne con Cristoforo da Lendinara, maestro in tarsia, la costruzione di tutta l’intelaiatura che doveva racchiudere il nuovo organo della cattedrale. Furono promessi al Lendinara centocinquanta ducati veneti (legname e ferramenta sarebbero stati somministrati dai Santesi) per completare l’opera entro un anno. Acconsentendo il sagramori alla domanda fattagli dall’inquisitore Bernardo Gabrii, del convento di San Pietro Martire, gli concesse copia autenticata della bolla di papa Innocenzo IV in virtù della quale in alcune città ove stanziavano i frati dell’Ordine dei Predicatori, si erano formate compagnie di laici che si chiamavano della Croce e che avevano per scopo di assistere gli inquisitori contro gli eretici. Una di queste compagnie, già presente a Parma in antico, fu rinnovata nel 1480. Ciascuno dei crociati portava al lato destro una piccola croce serica di colore rosso. Il 2 giugno 1481 il Sagramori fu in Parma, ove convocò nel Palazzo episcopale il clero, invitandolo a riunirsi per i tre giorni successivi in Cattedrale e a portarsi in processione in segno di esultanza per la morte di maometto II (9 marzo 1481). Il 4 giugno 1481 fece una convenzione col maestro fusore Galli perché rifacesse la campana della cattedrale. Non avendo avuto effetto, ne fece un’altra il 14 dello stesso mese col maestro Martino Leone di Francia. Il 10 aprile 1482 il sagramori, con licenza del duca, si trasferì da milano a Parma per dare opera al proprio ministero nel tempo pasquale. Per arrecare qualche conforto alla desolata città, fece rappresentare nel terzo giorno delle festività di Pasqua lo spettacolo drammatico Abramo e Isacco nella piazza della Cattedrale, sopra un palco (si trattò probabilmente dello spettacolo di Feo Belcari, che si recitò la prima volta l’anno 1449 nella chiesa di Santa Maria Maddalena di Firenze). Il Sagramori morì all’età di cinquantotto anni a Ferrara, ove era da tempo ambasciatore ordinario del duca di Milano presso la corte Estense (vi ebbe come suo segretario Francesco Carpesano). È possibile che il Sagramori avesse contratto una qualche malattia contagiosa presso il campo della Lega, da dove il 23 luglio scrisse al duca di Milano che Roberto Sanseverino era gravemente ammalato. Il suo cadavere fu trasportato in Parma e sepolto nella cattedrale, dietro l’altare maggiore, senza alcuna iscrizione.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 235-236; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 789-811; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 240.

SAGRAMORO DA PARMA, vedi SACRAMORO DA PARMA

SALADDI ANDREA, vedi SALADI ANDREA

SALADI ANDREA
Parma 30 aprile 1501-Parma febbraio 1559
Figlio di Giovanni Antonio. Compì gli studi a Venezia sotto la guida di Claudio Merulo. In seguito ritornò a Parma dove fu cantore della chiesa della Steccata dal 1° maggio 1558. della sua produzione si conoscono due mottetti a cinque voci, pubblicati postumi nel prontuarium musicum dello Schadaeus (strasburgo, 1611).
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musicisti in Parma, in note d’Archivio 1931; N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 22-23; R. Eitner, Bibl. der Musik-sammeln werke, 828, Quellen-Lexikon VIII, 389; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 15; dizionario dei Musicisti UTET, 1988, VI, 540.

SALADI ANTONIO
Parma 1590
Fu soprano della Cattedrale di Parma nell’anno 1590.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

SALADI BATTISTA
Parma 1590/1591
Sacerdote. Fu tenore della Cattedrale di Parma nel 1590, poi passò alla chiesa della Steccata, ove lo si trova dal 10 gennaio al marzo 1591.
FONTI E BIBL.: Archivio della Fabbriceria del duomo di Parma, Mandati; N. Pelicelli, 43; N.pelicelli, Musica in Parma, 1936, 80.

SALADI BERNARDO
Parma 1455/1506
Detto de’ Bentevegnis dal nome del padre, fu prete, scrivano, miniatore e pittore, prima segretario del vescovo di Parma Delfino della Pergola, poi rettore della chiesa di San Pietro in Parma. Nel 1463 scrisse e miniò per il canonico del Duomo di Parma, Antonio oddi, alcuni corali (perduti). Nel 1455 il saladi fu in Roma al seguito del vescovo Delfino della Pergola in qualità di familiare. rimpatriato, sembra conseguisse allora la rettoria della chiesa di San Pietro. Nel 1494 rinunziò nelle mani del vicario vescovile, in favore del celebre Iacopo Caviceo, due benefici di patronato dei Caviceo, che il Saladi aveva goduto fino ad allora. Lo Scarabelli Zunti lo ricorda ancora citato in un atto del notaio antonmaria Raineri in data 22 settembre 1506.
FONTI E BIBL.: Thieme-Becker, XXIX, 1935; C. Malaspina, Guida di Parma, Grazioli, 1869; M. Lopez, Il Battistero di Parma, 93; A. Pezzana, Storia di Parma, III, 136, IV, 240; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 78; Dizionario Bolaffi dei Pittori, X, 1975, 110.

SALADI OTTAVIANO
Parma 1481c.-post 1521
Figlio, molto probabilmente, di Andrea. Nel 1507 sposò Antonia Ugoleto, sorella di francesco, e nello stesso anno pubblicò col cognato (Impensa Francisci Ugoleti Et Octauiani Saladi) le Fabulae di Esopo. Pubblicò in proprio due opere di Iacopo Caviceo: Il libro del Peregrino nel 1508 e il Confessionale nel 1509. La società col cognato riprese nel 1510 per la stampa delle Comoediae di Plauto, in cui compare un sole raggiante con volto umano, che è da considerare la marca tipografica dei soci, attivi fino al 1517. In società con Francesco Ugoleto pubblicò ancora gli Statuta Notariorum (1514), De partibus Aedium (1516), le heroides di Ovidio (1517) e un Plauto (1519). Nel 1521 pubblicò l’Opus seu doctrinale e Nuper diligenti castigatione opus excultum di alexander de Villadei.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della stampa, 1969, 286; F. da Mareto, Bibliografia, II 1974, 947; tipografia del Cinquecento, 1989, 80; C. Antinori, La tipografia parmense, 1990, 9-12; Enciclopedia di Parma, 1998, 587.

SALADINI TOMMASO
Ascoli Piceno gennaio/giugno 1647-Parma 21 agosto 1694
Nacque dalla nobile famiglia dei conti di Rovetino. Andò a Roma in prelatura e vi compì un regolare corso di studi. Fu governatore di Cesena e vicelegato di Ravenna. Già referendario dell’una e dell’altra segnatura e prelato della curia romana, il 23 giugno 1681 (all’età di trentatré anni) fu promosso da papa Innocenzo XI al vacante vescovado di Parma. Il duca Ranuccio Farnese lo aveva caldamente raccomandato al pontefice. Il Saladini fu consacrato il 7 luglio del medesimo anno e il 16 luglio prese possesso della Chiesa di Parma per mezzo del suo procuratore speciale e vicario generale Giulio dalla Rosa. In tale occasione tutto il clero fu chiamato alla Cattedrale con la campana detta Ugolina e dopo il Te Deum recitò un’orazione in ringraziamento l’arcidiacono Pallavicino. Il 16 ottobre 1681 il saladini entrò privatamente in città. Il 21 ottobre elesse suo cerimoniere Luca Righelli, consorziale e rettore della chiesa parrocchiale della Santissima Trinità, e il 22 dello stesso mese fece il suo solenne ingresso alla cattedrale. Il 22 novembre 1681 il vicario Dalla Rosa, a nome del Saladini, avvisò il Capitolo che presto si sarebbe proceduto a un nuovo estimo degli ecclesiastici secondo il decreto emanato dalla curia romana. Nel 1686 il duca Ranuccio Farnese diede la chiesa di Santa Maria addolorata alle cappuccine, che erano venute da guastalla a Parma facendovi fabbricare e dotando l’attiguo convento. Le monache presero possesso del convento il 20 luglio 1686, essendo stata portata in processione alla cattedrale poco prima della loro venuta dal Saladini l’immagine di Maria col Bambino dipinta a fresco su di un muro nella cappella Aleotti, detta della Madonna degli Angeli (delle monache di Sant’Alessandro; fu sostituita con un’altra all’altare maggiore, dipinta da Sebastiano Ricci). Il 22 luglio 1688 le Riconosciute, che avevano un’angusta abitazione presso la chiesa di San Michele di Porta Nuova, passarono al conservatorio di San Benedetto, con l’approvazione del Saladini. Nel 1689 il Saladini si recò ad Ascoli, da dove, con lettera del 24 dicembre, ringraziò i canonici degli auguri che gli avevano mandato in occasione delle feste di Natale. Nel 1691 il Saladini celebrò il sinodo diocesano, che egli compose personalmente e scrisse di proprio pugno (fu pubblicato il 15 agosto 1691 da Galeazzo Rosati, tipografo vescovile). Il Capitolo, su richiesta del saladini, gli presentò alcune riflessioni sopra vari articoli delle costituzioni sinodali, che giudicò doversi moderare: il Saladini assecondò alcune istanze e altre no. Il manoscritto con le note a margine del Saladini si conserva nell’Archivio Capitolare di Parma. L’11 novembre 1693 si fece la processione delle Quaranta Ore con i soli consorziali, senza l’intervento del capitolo, mentre il Saladini si era recato nuovamente ad Ascoli. In seguito i canonici si dolsero col provicario che, senza interpellare il Capitolo, aveva concesso quella facoltà. Il 28 novembre 1693 il Saladini, che era ritornato in sede, fu informato del fatto accaduto. Con molto tatto, egli riuscì a far desistere i canonici da ogni ricorso, ponendo così fine a una vertenza che comunque durò circa dieci mesi. nell’aprile 1694 il Saladini fece un decreto col quale ordinò ai consorziali di regolare meglio il loro servizio in Cattedrale, di cantare le ore canoniche e le messe tanto conventuali quanto non conventuali e di prestarsi al servizio della Cattedrale, pena la sospensione a divinis nunc pro tunc ai contravventori (in caso di disobbedienza, minacciò anche la privazione dei benefici e altre pene da infliggersi ad arbitrio del papa). Copia del decreto fu rilasciata ai due massari del consorzio e il Saladini ne ordinò anche l’affissione alle porte della Cattedrale. Il 26 marzo 1694 morì il canonico massaro Francesco Zunti: il Saladini assegnò il suo canonicato al conte Francesco del Becco. Per politici riguardi, al Saladini fu data privata sepoltura. Gli si fecero poi magnifici funerali dai canonici, nella Cattedrale, e dai consorziali, nella chiesa di San Giovanni Evangelista, il 27 settembre 1694. L’arciprete Maurizio Santi cantò la messa solenne, con musica di bernardo Sabadini, maestro di cappella del duca. recitò l’orazione funebre Pietro Maria toscani, dottore in teologia e in ambo le leggi, protonotario apostolico e consorziale (fu fatta poi stampare dai consorziali e dedicata al duca Ranuccio Farnese). Le iscrizioni a lato del feretro furono composte dal poeta Francesco maria Lemene. Anche la comunità di Parma ne celebrò con decorosa e splendida pompa le esequie nel tempio della Steccata. Fu sepolto nella cappella di Sant’Agata, presso l’altare dalla parte del vangelo. Il Saladini lasciò alla sua morte quattro carrozze e quattro cavalli, duemila once di argenteria per una somma di 32000 lire e la biblioteca personale, valutata cento doppie (5400 lire). Tutta la biancheria e le suppellettili del Saladini furono trafugate dal suo cameriere, Alfonso Ricci, che riuscì a fuggire a Voghera.
FONTI E BIBL.: G.M.Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 284-306; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 242.

SALAFFI ROSA
Parma 1770
Nel 1770 era allieva della Reale scuola di Ballo di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

SALATI BERNARDO, vedi SALADI BERNARDO

SALATI ENRICO
Parma 1847/1856
Sotto Maria Luigia d’Austria fu presidente di Grazia e Giustizia e Buon Governo, presidente dell’Interno e consigliere di Stato. Fu inoltre nominato cavaliere dell’ordine costantiniano di San Giorgio. Prima di partire (7 giugno 1847) per i bagni di Meidlingen, Maria Luigia d’Austria lo nominò membro della Reggenza alla quale aveva affidato l’amministrazione dello Stato durante la sua assenza. Sotto il governo di Carlo di Borbone (1848) fu presidente di Grazia e Giustizia e Buon Governo. Dopo la morte di Carlo di Borbone (25 marzo 1854), sotto la reggenza della vedova Luisa Maria di Berry, il Salati fu confermato al Dicastero di Grazia e Giustizia.
FONTI E BIBL.: A.V. Marchi, Figure del ducato, 1991, 116.

SALATI GIAMBATTISTA, vedi SALATI GIOVANNI BATTISTA

SALATI GIOVANNI BATTISTA
Parma 1485 c.-Parma post 1545
Il nome del Salati compare nei capitoli di riforma della ragioneria della Magnifica Comunità di Parma dell’anno 1545 (Archivio di Stato di Parma, fondo Archivio Comunale di Parma, busta 490). La riforma fu deliberata dagli Anziani del secondo trimestre dell’anno 1545. In essa si legge quanto segue: Né in questa reformatione et ellettione sovradette vogliono gli magnifici Antiani et s’intendi essere in alcuno modo preiudicato el salario o una honoranza che da questa Magn.ca Comunità ogn’anno ha messer Joanne Battista Salato, antico Raggionato et benemerito d’essa, anzi vogliono et intendono che gli sia pagato ogn’anno secondo è stato fin qui, durant’il tempo di sua vita senza che più faci fatica alcuna in quell’ufficio, parendogli onesto che quelle persone che hanno ben servito et fidelmente questa città sieno in lor vecchiezza anchora richonosciuti in memoria della lor servitù e fedeltà. Il Salati, ragioniere del comune di Parma, si vide così riconfermato dagli Anziani (secondo trimestre 1545) il privilegio della pensione a vita in riconoscimento della sua fedeltà e del suo lavoro al servizio della comunità di Parma. La delibera fu presa probabilmente nel luglio 1545, quando Parma era ancora soggetta alla Chiesa (nel documento si cita il cardinale legato Marino Grimano nostro legato et benefattore).
FONTI E BIBL.: Malacoda 52 1994, 38-39.

SALATI MARIO
San Lazzaro Parmense 21 gennaio 1921-botteghino di Porporano 19 giugno 1944
Fu partigiano del comando provinciale squadre di azione partigiane, organizzate clandestinamente nel territorio occupato dai Tedeschi, che attuarono, in modo particolare, atti di sabotaggio e audaci colpi di mano. Il Salati morì fucilato. È ricordato da una lapide sistemata sul bordo della strada per Traversetolo, in località Botteghino, con questo testo: Salati Mario perché i posteri ricordino chi fece olocausto della sua giovane esistenza per la libertà dei popoli 21 gennaio 1921-19 giugno 1944. La popolazione di Porporano e Malandriano ricostruirono ciò che vili mani distrussero luglio 1964.
FONTI E BIBL.: Strade di Parma, III, 1990, 18.

SALATI OTTAVIANO, vedi SALADI OTTAVIANO

SALATI STEFANO
Parma 2 marzo 1780-
Figlio di Luigi. Nel 1805 fu chirurgo aiutante maggiore negli ospedali francesi. Nel 1809 fu promosso chirurgo maggiore. Nel 1812 fu chirurgo delle guardie del Dipartimento del Taro e nel 1814 chirurgo del Battaglione Parma.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 34.

SALATI UGO
Cozzo di Tizzano 1911-Tortoreto Lido 5 ottobre 1995
Il Salati si laureò in lingue a Milano, dove poi risiedette stabilmente. Iscritto alla Famija Pramzana, presiedette per quasi dieci anni l’Associazione culturale italo-francese dell’università di Parma e colloborò con la Gazzetta di Parma per le Cronache tizzanesi, ospitate nella terza pagina del giornale. Nella sua lunga carriera accademica studiò anche in Svizzera e a Parigi. Il Salati insegnò francese, oltre che all’Università Cattolica e alla Bocconi (dal 1965 al 1981, anno del pensionamento), alla facoltà di economia e commercio dell’Ateneo di Parma. Alternò alla redazione di rigorosi testi di ricerca, liriche in dialetto tizzanese. Tra i suoi libri, sono da ricordare un testo sulla storia della Francia, un dizionario francese-italiano curato per la Garzanti, Un poeta a Cuba, traduzione di poesie del poeta De Pestre, e i volumetti in dialetto Che vitti signùr del 1978, Insù a gh’è bell! del 1982 e S’a n’fussa p’r al dir dla geinta. Il Salati fu sepolto nel cimitero di Tizzano.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 7 ottobre 1995, 8.

SALAVOLTI GIOVANNI
Roncaglio 1809-Bazzano 5 gennaio 1891
Successe a Giovanni Comastri nell’arcipretura di Bazzano: Io Giovanni Salavolti, di Roncaglio, nominato arciprete di questa chiesa plebana nel concorso avuto il 25 luglio 1833 e preso di questa il possesso il 6 ottobre, domenica prima del mese, in cui già secondo antico uso si solennizzava la festa della B. Vergine del SS. Rosario ed incominciai ad effetto mandare la potestà cedutami dal Rev.mo Sig. Filippo Cattani, vescovo di Reggio Emilia lo stesso giorno 6 ottobre 1833, ricevuto nella stessa solennità il possesso parrocchiale dal Sig. priore di Roncaglio don Francesco Guadagnini. Resse la parrocchia cinquantotto anni. Morì in età di ottantadue anni. Gli atti di battesimo da lui redatti furono 1251 (con una media di ventuno nati l’anno), gli atti di matrimonio 351 e gli atti di morte 1329.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 41.

SALAVOLTI ORAZIO
Roncaglio 29 gennaio 1857-Vigatto 1 gennaio 1927
Figlio di Battista e Domenica Re. Fu ordinato sacerdote il 12 aprile 1884. Fu per otto mesi cappellano a Mezzano, per un anno e mezzo economo a Torricella e per otto anni parroco a Gramignazzo. Il 29 giugno 1896 fu chiamato dal vescovo Francesco Magani a reggere la parrocchia di Vigatto. Appassionato cultore di studi storici, legò il suo nome all’opera Cenni storici sugli antichi pievati e castelli della diocesi di Parma, per la quale ebbe a collaboratore Antonio Soragna. Del lavoro del Salavolti uscì solo il primo volume (1904), ristampato con poche aggiunte nel 1906. Sull’Eco, foglio della curia vescovile di Parma, fu iniziata nel 1926 la pubblicazione dei manoscritti che avrebbero dovuto formare il secondo volume.
FONTI E BIBL.: A. Schiavi, Vigatto, 1989, 140-158.

SALERNI AZZO
Cremona-Borgo San Donnino post 1450
Nato da famiglia notabile originaria di cremona. Secondo quanto afferma il Laurini, il Salerni fissò la propria residenza a Borgo San Donnino nel 1450, avendo ottenuto in investitura i feudi di Fiorenzuola, di Castelnuovo Fogliani, di Zibello, di Noceto e altri minori.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 404.

SALETTI CLAUDIO, vedi SELETTI CLAUDIO

SALETTI RINALDO
Borgo San Donnino 29 luglio 1887-Guardasone 1956
Nato da famiglia della piccola borghesia, il Saletti compì la prima parte degli studi ginnasiali presso il seminario di Borgo San Donnino senza comunque terminare l’iter dei corsi. La sua adesione al socialismo avvenne nella prima gioventù: presto si fece conoscere e apprezzare tra i compagni che lo nominarono segretario della sezione giovanile socialista di Borgo San Donnino. In quella veste promosse conferenze, allacciò rapporti con i dirigenti di Parma, inviò corrispondenze al giornale della Federazione socialista parmense L’Idea, che poi, assieme ad altri giornali di partito, provvide a diffondere nella sua zona. Impiegato presso la cooperativa muratori, partecipò attivamente allo sviluppo dell’iniziativa sindacalista sollecitato dall’arrivo di Alceste de Ambris alla direzione dell’organismo camerale. Nel periodo dello sciopero del 1907, quando le leghe inflissero, dopo anni di arretramenti, una prima sconfitta al padronato, il Saletti tenne conferenze a Bargone sul tema dell’agitazione agraria e, in settembre, a Scipione e a San nicomede di Salsomaggiore sul tema dell’organizzazione operaia. Da San Faustino si trasferì a Parma nel settembre del 1908, dopo essersi sposato con Vittorina Alinovi. Qui assunse l’incarico di funzionario della Camera del Lavoro e curò l’amministrazione nei difficili mesi seguiti al disastro del 1908. La sua attività non si esaurì nell’arduo incarico di riuscire a fare fronte alle tante pendenze contratte con il grande sciopero, nell’assicurare sussidi alle famiglie dei carcerati e nel garantire la base materiale per la ripresa della vita dell’organismo camerale (che, soprattutto per la stampa dell’Internazionale, si trovava assillato da difficoltà e debiti). Il Saletti si impegnò infatti anche nell’opera di propaganda, assieme ad Angelo Faggi e Amilcare de Ambris che dirigevano in quel periodo la Camera del lavoro del Borgo delle Grazie, e continuò a interessarsi della Federazione nazionale giovanile socialista, l’organismo di osservanza sindacalista, che tenne a Parma nel dicembre del 1908 il IV Congresso nazionale. In quell’occasione il Saletti fu relatore sul punto Rapporti della Federazione con le organizzazioni economiche e presentò un ordine del giorno che venne approvato. Fu in quelle direzioni che il Saletti rivolse il suo impegno. È infatti possibile seguirlo nelle conferenze che tenne con discreto successo (come annota l’autorità di pubblica sicurezza, che dal novembre del 1908 dispose su di lui la vigilanza) così come è possibile trovarlo negli uffici dell’edificio di Borgo delle Grazie alla prese con spinosi problemi di amministrazione, così ben risolti da autorizzare i dirigenti parmensi del sindacalismo rivoluzionario a offrire ai compagni di tutta Italia il modello parmigiano della Cassa unica e di altri strumenti amministrativi e di reperimento di fondi. Perseguitato dall’autorità inquirente, durante la stretta reazionaria che aprì il secondo decennio del XX secolo, il Saletti si trovò a subire una serie di procedimenti giudiziari per aver firmato articoli, per essere il gerente responsabile del giornale sindacalista e per aver tenuto comizi. I reati addebitatigli furono quelli di istigazione a delinquere, attentato alla libertà di lavoro, vilipendio alle istituzioni, apologia del regicidio e eccitamento all’odio tra le classi sociali. Eletto membro del Comitato centrale della Federazione nazionale giovanile socialista, il Saletti scrisse articoli sul giornale La Gioventù socialista e intervenne ai comizi sui temi dell’antimilitarismo, che furono i più ricorrenti nell’azione dei giovani sindacalisti parmensi. Nominato poi nel Comitato direttivo della società di mutuo soccorso La progressiva (un’istituzione cittadina diretta dai sindacalisti rivoluzionari), il Saletti tornò a impegnarsi nell’azione cooperativa, divenendo in breve tempo il massimo responsabile del settore tra gli organizzatori che si richiamavano all’esperienza dell’azione diretta. Lo scoppio della prima guerra mondiale vide il Saletti in linea con i più prestigiosi dirigenti del sindacalismo parmense nel sostenere la necessità di abbandonare la scelta neutralista. In questa campagna di propaganda per la posizione interventista il Saletti si destreggiò assai bene, nonostante che buona parte della gioventù che si riconosceva nell’organizzazione sindacalista avesse allentato i legami e non avesse aderito all’impostazione adottata dal gruppo dirigente. La scelta interventista del Saletti mosse dalla convinzione che mai la classe dirigente italiana e, particolarmente, la monarchia si sarebbero decise a intraprendere un’azione a fianco della Francia, individuata come la patria della democrazia. La firma del Saletti appare, assieme a quelle di Alceste de Ambris, Pietro Nenni, alfredo Bottari, Tullio Masotti, Attilio deffenu, Cesare Rossi, Maria Rygier e Paolo mantica, sotto una dichiarazione dell’aprile del 1915 che costituisce un po’ il manifesto dell’interventismo democratico-rivoluzionario. Nella dichiarazione, sottoscritta da sindacalisti rivoluzionari e da esponenti dell’estrema sinistra repubblicana, si afferma che la richiesta di intervento non ha niente a che vedere con le pretese di espansione nazionale, ma si rifà esplicitamente alla parole pronunciate da Asquith alla Camera dei Comuni sulla guerra democratica per la difesa del Belgio e della Francia. Tre sono i punti fermi stabiliti nella dichiarazione: non domandiamo alla monarchia nulla di utopistico o di ripugnante alla sua natura, se la monarchia non seguiterà la strada indicatale (più che da noi, dal categorico imperativo dell’ora storica), dimostrerà che l’interesse dinastico è in contrasto con l’interesse nazionale, e segnerà per ciò stesso la sua condanna, rendendo palese agli occhi di tutti la necessità di eliminarla, non ci lasceremo irretire o deviare da qualunque diversivo che tolga all’intervento dell’Italia il carattere di liberazione dall’egemonia degli imperi centrali e di lotta contro il militarismo tedesco. Per questa dichiarazione, nella quale le autorità ravvisarono gli estremi per il reato di vilipendio alle istituzioni, il Saletti subì un’ennesima denuncia, che comunque non ebbe modo di procedere per l’entrata dell’Italia in guerra. Il Saletti, coerente con l’atteggiamento interventista di tutti i dirigenti della Camera del Lavoro, si arruolò volontario e fu assegnato al 61° Reggimento di fanteria di stanza a Parma, per essere poi inviato al fronte con il grado di sottotenente. In guerra ebbe occasione di farsi apprezzare per il coraggio e lo spirito di abnegazione. Rimase anche prigioniero degli Austriaci. Si guadagnò una medaglia d’argento e una di bronzo al valor militare per atti di valore sul campo. In Italia e a Parma il Saletti rientrò solo nel gennaio del 1919 e, dopo essere stato congedato, riprese l’attività alla Camera del Lavoro dedicandosi al grande piano di sviluppo del movimento cooperativo sindacalista. Nel 1919, con la collaborazione tecnica di Giacomo Ferrari, creò il Consorzio tra le cooperative di lavoro e di produzione che occupò migliaia di operai in lavori di parecchi milioni di lire. La vittoria dei fascisti e la distruzione di tutte le conquiste del movimento operaio costrinse anche il Saletti a lasciare il suo paese per l’esilio. Si rifugiò a Parigi dove assunse l’incarico di direttore del Consorzio tra le cooperative di lavoro e produzione della provincia di Parma, che ebbe in Alceste de Ambris l’animatore principale. Più volte, negli anni successivi, rientrò in Italia, per visitare la madre inferma o per altri motivi. Nel corso di uno di questi viaggi dichiarò alle autorità di avere ormai abbandonato ogni attività politica, di non esercitare più la funzione di responsabile delle cooperative e di essersi dedicato al commercio dei vini italiani in Parigi. Le periodiche relazioni che l’ambasciata inviò alla prefettura di Parma confermavano questa versione, per cui verso la metà degli anni Trenta, il Saletti cessò di essere vigilato. In Italia tornò per stabilirsi definitivamente nel 1952, dopo che l’attività impiantata in Francia aveva toccato un notevole successo sino a divenire una delle più rinomate case d’importazione ed esportazione di vini, e si ritirò nella sua villa a Guardasone di Traversetolo.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 136; U. Sereni, Il movimento cooperativo a Parma, 1977, 251-254; Camera del Lavoro di Fidenza, 1997, 22.

SALETTI SANTE
Colorno 1 ottobre 1792-post 1841
Muratore, sposò nel 1813 Anna Braibanti, dalla quale ebbe cinque figli. Fu in servizio alla corte di Maria Luigia dal 1823 e fino almeno al 1841 come garzone di cucina.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 314-315.

SALIMBENE DA PARMA, vedi ADAM OGNIBENE

SALLUSTIUS LALUS
Parma I secolo d.C.
Figlio quasi certamente di Cassia Catulla e di T. Sallustius Pusio, entrambi liberti, è ricordato insieme a essi in un’epigrafe funeraria attribuibile al I secolo d.C. Lalus Sallustios, pure liberto, nacque probabilmente in condizione schiavile e fu manumesso in seguito da una patrona appartenente alla gens Gavia: è uno dei due casi documentati in Parma di manumissione operata da una mulier. Il nomen Gavius, di origine etrusca, documentato in un’altra epigrafe parmense e a Veleia, è molto comune in tutta la Cisalpina e in particolare a Verona, dove la gens Gavia è da annoverare tra le dominanti del periodo giulio-claudio. Lalus è cognomen caratteristico dell’onomastica infantile, come probabilmente in questo caso, usato tuttavia anche per i liberti. Documentato solo in questo caso a Parma, è raro nell’Italia settentrionale.
FONTI E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 100.

SALLUSTIUS TITUS PUSIO
Parma I secolo d.C.
Di condizione libertina, tonsor, dedicò ancora in vita un sepolcro, insieme alla liberta [c]assia Catulla, per sé e per Gavius Lalus, databile per le caratteristiche dell’epigrafe (T longa, hederae distinguentes, assenza della adprecatio ai Mani, la formula vivus fecit o vivi fecerunt, nonché la regolarità del ductus) al I secolo d.C. È probabile, anche se questo non può essere affermato con assoluta certezza, che cassia Catulla fosse coniunx del Sallustius e che gavius Lalus ne fosse il figlio. La gens Sallustia, diffusa ovunque, documentata tuttavia in questa sola epigrafe in Parma, fu presente nella regio VIII a Brescello, Modena, Bologna e rimini. Pusio è cognomen assai raro per quell’età, testimoniato forse solo in questo caso nella regio VIII. Trattandosi di un tonsor, potrebbe essere inteso forse anche come ragazzo di bottega (nell’antichità le botteghe di barbiere erano assai frequenti). Resta tuttavia aperta la duplice possibilità che si tratti di un barbiere o di un tosatore di pecore e, data la ricca produzione di lane del Parmense, si tende a considerare anzi probabile la seconda attività. Le misure del sepolcro di dodici piedi per lato sono modeste e forse le più diffuse nella zona. La qualità invece del marmo dell’epigrafe, bianco di Verona, depone per una certa disponibilità finanziaria di questo liberto.
FONTI E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 157.

SALMI VITO
Parma 1925-Bardi 4 maggio 1944
Di professione tornitore, a soli diciannove anni militò tra i partigiani e salì tra i monti della Val Ceno. Arrestato durante un rastrellamento da nazi-fascisti, venne interrogato e, non confessando i nomi dei compagni di lotta, fucilato nei pressi di Bardi.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 20

SALONE DA PARMA
Parma VI secolo
Al Salone viene attribuita un’antica traduzione delle Favole di Esopo (Biblioteca ambrosiana di Milano). Tra i primi letterati che si interessarono al Salone, vi fu Tommaso Ravasini, che in proposito indirizzò la seguente lettera a Lodovico Muratori: Nonnullae Aesopi Fabulae elegiaco versu concinnatae circumferuntur, tot in locis, temporibus, et formis editae, ut omnium propemodum in manibus, et sermone versentur. De authore inter Scriptores non convenit. scaliger eas Accio cuidam affingit, nec a Scaligero videntur dissentire Baillettus, et Aegidius menagius: sed omnes opinati sunt perperam; siquidem ex Lilii Gyraldi Historia Poetarum habemus, cui et plurimi viri docti adstipulati sunt, eum fuisse quendam Romulum, sive Salonem, qui cum saeculo circiter undecimo Athenis studiis humanioribus navaret operam, Apologos ex Aesopo desumptos, sive ut aliis placet suo marte adinventos, elegis descriptis, filioque Tyburtino nuncupavit. Quod vero ad earum elegantiam attinet, Gyraldi judicium nihil moror, parmenses ideo irridentis, quod hunc Poetam, ut ipse videtur innuere, aspernabilem anxie sibi conati sint vindicare: plurima enim in eodem apparet perspicuitas, candor et facilitas; et quod caput est, plures e re ipsa deductae sententiae, quae ad informandos mores mirifice faciunt. Non inficior quin brevitatem aliquando inepte affectaverit, et nonnulla pariter reliquerit dicta quae abhorrent a bono saeculo. Sed haec vitia, si tempori rationem habeas, venia digna, non mediocribus virtutibus redimit. Eo insuper accedit, quod et Scaliger, et Aegidius Menagius acerrimi Scriptorum censores, hujusmodi fabulas impense laudaverint. Ubi etiam Jacobus marazzanus S. J. qui notas nonnullas ad easdem attexuit, locuplectavitque aliis adjectis Fabulis elegiaco a se versu descriptis. Sed de his satis superque. Venio nunc ad illud quod me magis movet, an scilicet hic Romulus sive Salo civibus Parmensibus accenseri jure possit. Te, Lodoice Muratori, utpote qui omnigena doctrina es excultus, et tot tantasque perlustraveris bibliothecas, rogo atque obtestor, ut si qua cognoveris mihi ad hoc conficiendum usui fore, notum facias, et si quas poteris eruere, suppedites notitias: non male enim de patria mereri videbor, si hunc qualemcumque Poetam civibus meis vindicabo. Etiamnum adolescens inter volumina Gaudentii Roberti carmelitae vidi hasce elegias una cum Salonis parmensis praefixo nomine; quin Saloniam gentem sub initium saeculi proxime elapsi in agro parmensi habitasse compertum habeo prope apenninum. Atqui haec conjecturae leviores sunt quam ut valeamus assequi ipsummet Salonem fuisse nostrum conterraneum. Hujusmodi libellus manuscriptus asservatur, si Rigaltio credimus, in Bibliotheca Victorina Parisiensi sine authoris nomine, veterique charactere exaratus: unde elici potest Scaligerum hallucinatum fuisse, dicentem eum fuisse Accium quendam Scriptorem neotericum. Nil ultra habeo quod in medium afferam, nec diutius tibi viro occupatissimo obstrepere volo. Il Muratori rispose (1710) al Ravasini avanzando qualche fondato dubbio attributivo: Rure in urbem reversus accipio litteras tuas, easque gratissimas, quod sentiam te bene habere, videamque te in patriae tuae ornamentum nonnulla meditari. Petis autem quid ego sentiendum putem de vetusto illo Poeta, qui Aesopi Fabulas elegiaco metro redditas Latio donavit: sed ita simul rem tute occupasti, ut vix habeam quod eruditioni tuae suggerendum videatur. Attamen dicam, difficlie plane esse illius Scriptoris nomen statuere, difficilius etiam patriam. Haec omnia in incerto: at certum quidem est, ut jam monuisti, errare illos, qui hominem opinantur florente lingua, ac regno Latinorum floruisse; neque pluris habendam earum sententiam, qui postremis hisce duobus aut tribus saeculis illius aetatem tribuunt. His obstat codicum vetustorum fides, illis inelegantia latini sermonis. Mihi autem in praesentia ad manum non sunt ejus carmina: quod pudet fateri; sed memini me olim in antiquum incidere codicem ms. Ambrosianae Bibliothecae, ubi eadem, ni fallor, legebantur. Immo et eorum specimen in schedas meas derivavi, quod ita habet: De Lupo, et Agno. Est lupus, est agnus. Sitit hic, sitit ille. Fluentem Limite non uno quaerit uterque siti. Reliqua omitto. Haec tu confer cum editis. Ego ab Avieni versibus jam tum hosce diversos animadverti. Ibi nullum auctoris nomen. Codex ante annos quadringentos conscriptus mihi videbatur. praecedebant autem carmina alia, quorum exordium: Aethiopum terras jam fervida torruit aestas, In Cancro Solis dum volvitur aureus axis. Nempe erat haec Ecloga inter Pseustin Pastorem, et Virginem Alethiam, de sacris historicisque rebus canentes. Subsequebantur Apologi metro conscricti, quorum habes exemplum; et in Auctore ingenium ego suspiciebam, at non parem linguae latinae elegantiam. Alium ms. codicem ambrosiana servat, cui titulus: Liber virtutum, et allegationum Auctorum, fere aureus nuncupatus, compositus, et cumulatus per nobilem dominum Johannem de Grapanis civem Mediolani, qui ab illustrissimo domino Duce Mediolani propter hujusmodi floridi Operis extitit recompensus. Congesti illuc multi versus ex Auctoribus variis, quorum opera non pauca nunc frustra desiderantur, et nomina ipsa cecidere. Occurrunt inter alios Auctor libelli de Nugis Philosophorum, Maximianus Poeta, Amarius versilogus, versificator fabularum Aesopi. Postremis hisce verbis designari illum, de quo nobis est sermo, non injuria suspicor: quare et hinc discimus, ignotum fuisse illius nomen Johanni de Grapanis, hoc est homini circiter annum vulgaris Aerae 1400, ut conjicio, florenti. Sed quando nullam a te fieri mentionem video Gasparis Barthii eruditssimi viri, accipe quid ille habet lib. III cap. XXII adversariorum: In potestatem meam (scribit ille) venit Fabularum Poeta priscus in obsoletissimas membranas exaratus, sed valde barbarus atque ineptus. Tum ejus specimen producit. Ut juvet et prosit conatur pagina praesens Fabula I Dum rigido fodit ore fimum, dum quaeritat escam, Dum stupet invento jaspide, Gallus ait: Tu vide an haec pertineant ad poetam nostrum. Si vero is est, mitiorem e Barthio expectassem censuram? subdit ille. Talis est universa illa poesis, et jam quidem edita, et recensita a Neveleto Doschio. Si quis me Auctoris nomen roget, dicam bernardum esse, cujus ad oculum similes versus de Castoris fabula producit Silvester Giraldus (a Lilio Gregorio diversus) et heic forte exciderunt. Sed ne quis Auctorem certiorem quoque ignorare possit, quae de eo reperi adjungam. Tum haec in iis membranis legi affirmat: Aesopus magister Atheniensium fuit. Quidam vero Imperator Romanorum rogavit magistrum Romalium, ut sibi aliquas jocosas Fabulas conscriberet ad removendas publicas curas. Magister Romalius non audens precibus tanti viri contradicere, auctorem graecum in latinum transtulit. Atque haec sunt quae mihi in hanc rem ad te perscribenda occurrunt, amatissime Ravasine, sed non sine molestia, quod nihil de illius Poetae patria tibi desideranti significare possim. Il Ravasini, non ritenendo particolarmente autorevole l’autorità del Barzio e reputando il Salone lo stesso che Romolo o Romalio, scrisse nuovamente al muratori: Quod vero ad nostrum Salonem, sive Romulum attinet, de Barthii censura, eruditi quidem, sed parum emunctae naris viri, nihil laboro. Ejusdem Adversaria non vidi; reliqua tamen Opera, Commentarios scilicet, et Notas ad Authores plerumque sequioris aevi consarcinatas legi data opera, in quibus tot varias lectiones ad libidinem confictas, et tot latinae linguae dehonestamenta deprehendi, ut mihi venerit in mentem aliquando nonnihil conscribere de Barthii erroribus. In realtà, sia il Ravasini che il muratori ignorarono che già più di due secoli prima Taddeo Ugoleto, dando vita alla biblioteca di Buda per il re d’Ungheria Mattia corvino, aveva potuto appurare che il Romolo e il Salone erano due personaggi distinti. entrambi avevano tradotto le Favole di Esopo, ma il primo lo aveva fatto in prosa e il secondo in versi. Per di più l’Ugoleto rintracciò presso Tommaso Mattacoda una Vita di Esopo assai antica, dove si confermava che il Salone, stando in Atene, aveva tradotto in versi latini le Favole di Esopo: Quod autem quaeris Romulus ne Aesopi Fabellas soluta oratione an carmine elego latinas fecerit, ut plerique omnes opinantur, paucis respondebo, ne in minima re, aut parum utili, observationis pene puerilis crimine accuser, tamquam e musca facturus elephantum. Romulus hic homo, ut illa ferebant tempora, haud indoctus, Aesopi Fabellas absque controversia soluta oratione interpretatus est, quemadmodum in multis cum publicis, tum privatis biliothecis vidimus, quarum nomina citare noluimus, ut aliter credentes opinioni suae libentius faveant, persasumque habeant (si Diis placet) Fabellas Aesopi elego carmine scriptas romuli esse interpretationem; cum tamen constet salonem municipalem nostrum illarum esse authorem. Quod nedum veteres inscriptiones testantur, sed et codex vetustus de Vita Aesopi, qui est apud Thomam Mactecodam bonarum litterarum professorem haud ignobilem. Ejus codicis verba adscripsi, ne quis id a me forte fictum suspicetur. Salo autem Poeta parmensis dum studeret Athenis easdem Fabulas de graeco in latinum nostris moribus aptando metrice composuit. Del Salone rimane incerta l’età in cui visse. L’Affò propende, per motivi stilistici, per il VI secolo.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1789, 17-25; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 19-29; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 360-361.

SALSI DANTE
Traversetolo 1920-Parma 20 novembre 1995
Autodidatta, compì la sua prima formazione politica e ideale in montagna, nella 47a brigata Garibaldi, a contatto con gli uomini della resistenza e dell’antifascismo. Il legame instaurato in quei mesi di dura esperienza, dal marzo 1944 all’aprile 1945, restò attivo e operante per tutta la vita (ebbe una lunga militanza nel Partito Comunista). Alla fine della guerra lavorò provvisoriamente alla Biblioteca palatina di Parma, dove scoprì la propria vocazione di bibliotecario. In quel tempio delle cultura incontrò Alfredo Zerbini, di cui divenne amico e appassionato estimatore. Lavorò poi all’Ispettorato provinciale dell’Agricoltura di Parma, dove progettò e costruì, negli anni sessanta, la Biblioteca Bizzozero, alla quale conferì il suo aspetto definitivo, ottenendone il passaggio sotto l’amministrazione del comune di Parma. In seguito, per incarico dell’istituto Gramsci del Partito Comunista Italiano (1975), fondò e diresse la biblioteca Umberto Balestrazzi, mettendo a disposizione degli studiosi, come primo nucleo, il fondo librario dell’insigne dirigente e storico del movimento operaio parmense, giunto a lui in eredità personale. La stima di cui godette dentro e fuori le mura cittadine gli consentì di acquisire alla biblioteca fondi librari e documentari di straordinario interesse (Pesenti e Cesarini-Sforza in primis). Le iniziative da lui promosse, dalla semplice presentazione di libri alle più impegnative imprese editoriali (la collana storica della Balestrazzi) rappresentarono altrettanti successi personali. Fu autore di diversi scritti e saggi.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1995, 371; V. cervetti, in Aurea Parma 1 1996, 80-81; enciclopedia di Parma, 1998, 588.

SALSI ITALO
Massenzatico 6 febbraio 1865-Parma 11 maggio 1962
Nato da famiglia di modeste condizioni, si diplomò maestro elementare il 18 agosto 1885. Fondato nel 1889 un circolo laico, partecipò in seguito alle vicende della cooperazione e dell’organizzazione socialista del suo paese natale, assai importante nella genesi e nello sviluppo del movimento operaio emiliano. Entrato nei ruoli delle scuole elementari del comune di Reggio Emilia (ancora amministrato dai moderati), fu continuamente trasferito da una sede all’altra a causa delle sue idee socialiste. Partecipò al II Congresso nazionale del Partito Socialista Italiano (Reggio Emilia, 8-10 settembre 1893) e aderì alla tattica della lotta di classe da esso confermata. Collaborò attivamente con C. Prampolini alla fondazione di nuovi circoli socialisti, come a Villa Cella, sua ultima sede scolastica. Spesso segnalato all’autorità didattica da delatori come fanatico anticlericale e acceso divulgatore di idee anarchiche, il Salsi fu viceversa mite e tollerante di carattere ed evoluzionista quanto a orientamento politico. A seguito delle leggi eccezionali crispine e dello scioglimento dei circoli socialisti, il Salsi fu deferito alla Commissione provinciale per l’assegnazione al domicilio coatto, che lo condannò a due anni di confino a Porto Ercole (febbraio 1895) con A. vergnani e altri. Venne immediatamente aperta una sottoscrizione di solidarietà per la famiglia: i socialisti e simpatizzanti di Villa Cella si tassarono per complessive venti lire al mese e da tutta la provincia arrivarono offerte alla redazione della Giustizia, mentre si formarono comitati di solidarietà tra i maestri di Padova, Roma, Cremona, Milano e soprattutto di Parma. In vista delle elezioni generali politiche del 26 maggio 1895, Prampolini rinunciò in favore del Salsi alla candidatura nel collegio di Reggio Emilia. La candidatura-protesta del Salsi, come quella di N. Barbato a Milano e le altre analoghe, suscitò in tutto il paese larghi consensi, benché fosse proibita la propaganda sui nomi dei condannati. Al primo scrutinio il Salsi ottenne 1271 voti contro 1406 del moderato Levi e 112 del frondista Gherardini: indetto il ballottaggio per il 2 giugno, il Salsi risultò eletto con 1852 voti contro 1794. Liberato dal domicilio coatto, fu accolto con grandi manifestazioni popolari a Reggio Emilia e a Parma. La rivista parmense Frusta pedagogica lanciò l’iniziativa, largamente accolta dagli ambienti magistrali italiani, di provvedere al mantenimento del Salsi facendone il deputato dei maestri, per i quali (notava La Campana) vi erano troppi diritti da acquisire e troppi soprusi da far cessare. Effettivamente il Salsi si occupò più volte, a Montecitorio, delle questioni di categoria ma anche dei problemi più generali della scuola, chiedendo tra l’altro la revisione dei programmi, l’obbligo scolastico fino al dodicesimo anno di età, la promiscuità dei sessi anche nelle scuole normali, l’abolizione delle differenze tra maestri e maestre e tra insegnamento urbano e rurale. Alla scadenza del mandato declinò l’offerta di una nuova candidatura. Con le elezioni del 21 marzo 1897 il seggio del collegio di Reggio Emilia passò pertanto a Prampolini, che a sua volta aveva rinunciato alla candidatura nel collegio di Guastalla a favore di A. Sichel. L’autorità didattica rifiutò al Salsi l’attestato di lodevole esercizio, per cui l’amministrazione comunale moderata, nello stesso 1897, lo licenziò dall’insegnamento. Avendo vinto in pubblici concorsi una cattedra a Concordia e una a Parma, entrambi i comuni deliberarono di assumerlo, ma le nomine furono annullate per motivi politici dai rispettivi consigli provinciali scolastici. Dopo sei mesi di disoccupazione, si trasferì nel 1899 a Parma con la famiglia (la moglie Desolina e cinque figli), dove fu assunto alle dipendenze del comune. strettamente vigilato dalla polizia come individuo pericolosissimo alla pubblica sicurezza, continuò a svolgere attività politica e sindacale nella commissione esecutiva della Camera del lavoro di Reggio Emilia, poi in quella di Parma (1900). Quando questa passò al sindacalismo rivoluzionario se ne distaccò entrando nel direttivo dell’Unione socialista parmense, di indirizzo riformista. Nel novembre 1905 fu eletto segretario del circolo del capoluogo. Partecipò alla propaganda antimilitarista e si occupò contemporaneamente di cooperazione agricola, acquistando larga popolarità in tutta la Bassa come conferenziere e organizzatore. Quando venne rinnovata la Commissione esecutiva camerale nell’agosto 1903, il Salsi fu il nome più votato dalle leghe e ottenne 3438 suffragi, seguito da Faraboli con 3381 e da Giuseppe Maia con 3378. Il dibattito preparatorio del Congresso nazionale di Bologna vide la Federazione parmense con un corpo dilaniato da rotture e contrapposizioni. Le sezioni di Borgo San Donnino, Casale e Parmetta, Diolo di Soragna, Pieve Ottoville, Polesine, ragazzola, Ravadese, Soragna e Zibello, con il circolo elettorale di San Secondo e il gruppo di Siliprandi in città, furono favorevoli alla mozione Bissolati, che esprimeva la disponibilità a collaborare con il governo Giolitti. Le sezioni di Parma, Casaltone, Fontanellato, Noceto, Sala Baganza, San Prospero, Viarolo, Collecchio, Fontanelle, Roccabianca, San Pancrazio, Tortiano, Madregolo e San Lazzaro si dichiararono d’accordo con la formula dell’intransigenza, che, nella provincia parmense, fu sostenuta da Pietro Fontana, Lagazzi e giuseppe Maia, mentre l’onorevole Berenini e Romeo Soglia furono gli esponenti delle posizioni più moderate. Benché potesse vantare, anche rispetto agli uomini più impegnati del socialismo parmense, una maggiore esperienza, il Salsi continuò a evitare il campo della polemica e dedicò la sua opera alla diffusione della cooperazione, aiutato in questo da Giovanni Faraboli, il rappresentante del movimento contadino della Bassa. La cooperazione divenne così il terreno dell’attività del Salsi, che fu nominato membro della Commissione esecutiva della Federazione provinciale tra le cooperative (assieme a Pasquale Ferretti, Giuseppe Franzoni, Zeffirino Alodi e Angelo mambriani) e presidente del Consorzio tra le cooperative di consumo, sorto alla fine del 1904 con il compito di garantire alle cooperative di consumo della provincia un unico centro di approvvigionamenti. A un incarico di direzione nel Partito Socialista il Salsi tornò alla fine del 1906, quando venne chiamato assieme a Faraboli, Bò, Lagazzi, Capriotti, Zanlari, Rosa, Allodi, Peracchi e Ghidini, a far parte del Comitato direttivo della Federazione. Il Salsi non solo non poté approvare le proposte dei sindacalisti rivoluzionari, ma ebbe persino difficoltà a comprenderne la genesi e non ne condivise, comunque, sia il rifiuto del partito, sia ancora di più, quell’ansia spasmodica di scontro frontale, che sembrava pervadere molti di essi. La sua formazione reggiana, che i sindacalisti consideravano alla pari di un tradimento dello spirito rivoluzionario o del proletariato, lo immunizzò da certe teorizzazioni, ma anche gli impedì di avvertire come le conquiste dei lavoratori reggiani e il carattere del movimento che ruotava intorno a Prampolini e alla Giustizia, intriso di evangelismo applicato nella versione cooperativa e fiducioso di un prospero avvenire, non potessero essere trapiantati nella provincia di Parma, dove la classe proprietaria e capitalistica intendeva a ogni costo riaffermare la sua legge e il suo diritto. Il Salsi visse così tutto il travaglio dei socialisti di Parma, che videro ridurre ai minimi termini la loro influenza tra i lavoratori della città e riuscirono a stento a mantenere in vita molti circoli della provincia, mentre solo nella Bassa contarono su un forte sostegno di massa. Quando le leghe della Bassa, con l’appoggio dei nuclei di lavoratori usciti dalla Camera del Lavoro sindacalista, cercarono, nell’inverno del 1908, di dar vita a un nuovo organismo su basi provinciali, il Salsi, assieme al quadro più attivo del socialismo parmense, si impegnò attivamente e al Congresso di fondazione della nuova Camera del Lavoro dell’aprile 1909 tenne la relazione sulla Cooperazione di consumo. Privato del sostegno del proletariato parmense, il socialismo parmigiano si fece sempre più espressione delle organizzazioni della Bassa, mentre in città si fece avanti un gruppo di giovani intellettuali che si richiamava alle posizioni della sinistra rivoluzionaria. Anche con loro (Gustavo Ghidini, Evaristo Spagnoli, Ferdinando Laghi, Ildebrando Cocconi) il Salsi non riuscì a stabilire un terreno d’intesa, così come non si ritrovò sulle posizioni ormai prevalenti in campo nazionale dopo il Congresso di Reggio Emilia. Nel 1909 collaborò all’opera del Comitato di solidarietà a favore dei lavoratori perseguitati per aver partecipato allo sciopero agrario dell’anno precedente. Fu a più riprese amministratore e direttore dell’Idea, settimanale (poi quotidiano) della Federazione socialista e delle organizzazioni confederali parmensi. Diresse anche la locale scuola cooperativa su incarico dell’istituto nazionale di credito per la cooperazione e presiedette la federazione provinciale delle Società di Mutuo Soccorso. Il Salsi partecipò nel novembre del 1912 al Congresso di fontanelle, dove venne costituita la Federazione autonoma, nella quale confluirono le organizzazioni politiche ed economiche orientate verso le posizioni riformiste dell’onorevole Berenini, uscito dal Partito Sociclista per solidarietà con Bissolati e Bonomi, espulsi nel Congresso di Reggio Emilia. Nel 1914-1915 partecipò alla propaganda neutralista e pacifista richiamandosi ai principi dell’internazionalismo operaio: richiesto di un intervento per il numero del 1° maggio 1917 della Parola proletaria (giornale socialista italiano di Chicago), indirizzò al direttore V. Buttis una cartolina (che fu intercettata e non inoltrata), nella quale contrappone alla guerra, scatenata dal capitalismo dei vari paesi per l’egemonia nel campo dell’industria e del commercio, i valori dell’internazionale operaia e i vincoli di fratellanza e di solidarietà fra i lavoratori di tutto il mondo. Con la fine della guerra, nel parmigiano lo sviluppo del movimento cooperativo socialista fu addirittura impetuoso, tanto che alla fine del 1920 erano attive quarantasette cooperative di consumo con oltre ottomila soci, nove cooperative per le affittanze agricole con oltre millecinquecento soci, mentre oltre tremila erano i soci delle cooperative di lavoro. Di questa fervida stagione della cooperazione parmense, il Salsi fu uno dei più validi protagonisti: si impegnò a stringere i legami tra le varie cooperative, che soffrivano di tendenze municipaliste, ad attrezzarle in modo da allargare il loro campo di azione e a preparare i nuovo quadri dirigenti. Sotto la sua direzione venne organizzato un corso dei cooperatori al quale parteciparono ventotto allievi. Il corso durò quarantacinque giorni e furono impartite lezioni di contabilità, merceologia e legislazione sociale. Tra gli allievi che seguirono le lezioni vi fu Dante Gresta, che poi assunse responsabilità di direzione nel movimento sindacale parmense. Dopo la guerra il Salsi prese parte alle lotte di corrente all’interno del Partito Socialista Italiano, schierandosi con l’ala riformista, aderendo quindi al Partito Socialista Unitario dopo il XIX Congresso (Roma, 1-4 ottobre 1922). I fascisti lo minacciarono più volte. Con l’avvento del regime fascista e delle leggi eccezionali fu costretto a chiedere l’anticipato collocamento a riposo per evitare la destituzione dall’impiego, che lo avrebbe privato della pensione. pur non nascondendo le proprie idee, non partecipò all’attività antifascista clandestina e dopo la liberazione, ormai ottantenne, non rientrò nella politica attiva, sebbene sia i socialisti che i socialdemocratici continuassero a consideralo come una bandiera del vecchio socialismo reggiano e parmense. Morì all’età di novantasette anni.
FONTI E BIBL.: La Giustizia 24 febbraio, 10 marzo, 25-26 maggio, 1-2 e 8 giugno, 21 luglio, 5 ottobre 1895; La Campana 10-11 giugno, 1-2 e 14-15 luglio 1895; A. Angiolini, Socialismo e socialisti in Italia, Roma, 1966, ad indicem; ESMOI, Attività parlamentare, I, ad indicem; B. Riguzzi, sindacalismo e riformismo nel Parmense, Bari, 1931, 130; B. Bottazzi, I vecchi socialisti prampoliniani, Reggio Emilia, 1945, 15-16; R. Marmiroli, Prampolini, Firenze, 1948, 85-86 e 91-92; R. Marmiroli, Socialisti e non, controluce, Parma, 1956, ad indicem; L’Idea 18 ottobre 1952; Il Resto del carlino 12 maggio 1962; A. Ferretti, Massenzatico nella Reggio rossa, Reggio Emilia, 1973, 53-54; U. Sereni, Il movimento cooperativo a Parma, 1977, 254-261; R. Cavandoli, in Movimento operaio italiano, IV, 1978, 463-465.

SALSI REMO
Traversetolo-Coston d’Arsiero 18 maggio 1916
Caporale maggiore di fanteria, fu decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con la seguente motivazione: Già distintosi in precedenti combattimenti, cadeva vittima del proprio ardimento, durante un intenso fuoco d’artiglieria avversaria.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1917, dispensa 30a, 2476; Decorati al Valore, 1964, 126.

SALTARELLI SIMONE
Firenze 1261-Pisa 24 settembre 1342
Figlio di Guido, nobile e ricco. A vent’anni si sposò, ma subito dopo abbandonò la moglie, i parenti e le ricchezze, rifugiandosi presso i padri domenicani, vestendone l’abito in Santa Maria Novella nel 1281. Qui si consacrò a una vita di pietà e di studio. Prima fu eletto priore del monastero, poi provinciale della provincia romana e infine procuratore generale dell’ordine nella curia papale. Papa Clemente V, ad Avignone, se ne servì negli affari più importanti e delicati. Ottenne grazie e lodi da molti principi. il 7 settembre 1316 fu eletto da papa Giovanni XXII alla sede episcopale di Parma, vacante dal 17 di agosto. Il 3 ottobre dello stesso anno, da Avignone, il pontefice avvertì il Saltarelli di aver spedito le lettere testimoniali per la consacrazione a Nicolò, vescovo di Ostia, insieme alla licenza di lasciare la curia pontificia. Il Saltarelli si trovava ancora ad Avignone il 20 gennaio 1317, dove ottenne (obtenta Simonis, ep.i Parmensis) dal papa, a favore di Lapo Bini, suo nipote e cittadino fiorentino, una prebenda nella chiesa di Ferrara. Nello stesso giorno il papa diede al Saltarelli la facoltà di testare e di rilasciare il permesso di percepire i frutti da benefici aventi dignità ecclesiastica a tre chierici. Giovanni XXII gli concesse inoltre la provvisione di una prebenda nella chiesa veronese per Donato Bini, cittadino di Firenze, nipote del Saltarelli, e nominò i vescovi di Verona, Mantova e Reggio giudici conservatori del Saltarelli. Gli diede infine la facoltà di concedere il tabellionato a persone di sua fiducia. Il Chronicon parmense così descive l’ingresso solenne in Parma del Saltarelli: A’ 17 febraro 1317 in giobia, che fu la giobia ghiotta il venerabile padre Symone Saltarello di Fiorenza de l’ordine de predicatori, Dei gratia, episcopo di Parma, la prima volta venne a Parma, e con grande honore et gaudio fu ricevuto et una domenica a’ 27 febraro la prima volta predicò e cantò la messa solenne nel Domo dove la gente per la moltitudine non potean capire, e quela domenica celebrò nel suo palacio episcopale il prandio al potestà, al capitanio, a tutti gli anciani del Comune, advocato de’ mercanti, anciano de’ giudici, proconsole de’ notari, podestà di 4 mestieri, agli 8 del popolo, al capitanio de la Società di 2000 a i canonici e clerici del Domo, e più altri religiosi de ogni ordine e convento di Parma, a l’abate di Santo Iohane e suoi monachi e più altri. Il 24 marzo 1317, col consenso dei canonici, concedette facoltà a giacomo degli Antichi di fondare un beneficio in Cattedrale a onore di Dio, della Beata Vergine e di san Giacomo, attribuendo a se stesso saltarelli il diritto di elezione e istituzione. giovanni XXII, con suo breve dato da Viterbo il 1° aprile 1317, esaudì l’istanza delle badesse e monache di Sant’Uldarico (col consenso del Saltarelli), stabilendo che le monache non potessero essere più di dodici fin quando non fossero accresciute le loro rendite. Inoltre il 13 aprile 1317 il papa ordinò che non fosse permesso in alcun modo di molestare la badessa e il convento delle monache con clausura dell’ordine di Santa Chiara e San Damiano, dette le minorisse, e per questo si rivolse al saltarelli. Il 1° maggio 1318 il pontefice elesse il castellano clugense e il Saltarelli giudici conservatori del vescovo di Ferrara. Il 6 febbraio 1318, con approvazione del Saltarelli, la compagnia della disciplina vecchia cominciò a costruire l’oratorio dei Santi Cosma e damiano, presso il quale andò a stabilirsi. Poiché gli esecutori testamentari di Gaspara da Boretto non potevano adempiere un pio legato istituito dalla medesima per la fondazione di un beneficio in Cattedrale (aveva lasciato una casa e pochi beni, insufficienti allo scopo), il saltarelli, con suo decreto del 25 maggio 1318, unì quella casa e gli altri beni al beneficio dell’arcidiacono, con l’obbligo al beneficiato di una messa la settimana e un anniversario per l’anima della benefattrice. Il 4 luglio 1318, da avignone, il pontefice scrisse al priore del convento maggiore certosino nella diocesi di grazianopoli e agli altri priori, fratelli e conversi dell’ordine certosino sparsi nelle diverse parti del mondo per avvertirli di aver nominati i giudici conservatori (tra gli altri, figura anche il Saltarelli). Quando si innalzò una campana sopra una torre di legno all’angolo del Palazzo degli Anziani al fine di avvisare ogni mattina i lavoratori per tempo e per indicare le ore della colazione e del pranzo, il Saltarelli concesse una particolare indulgenza: Il giorno di Natale, giorno di domenica in quell’anno (1318) cominciò a suonare la cosidetta campana della Pace per tre volte nel mattino, e il vescovo concesse l’indulgenza di quaranta giorni a chi avesse recitato tre volte il Pater Noster e l’Ave Maria (chronicon parmense). Da Avignone, il 21 maggio 1319 Giovanni XXII ordinò al Saltarelli di togliere la sentenza d’interdetto lanciata contro il comune e il popolo di Parma perché avevano prestato aiuto a Can Grande della Scala, a Passerino di Mantova e a Matteo visconti, causando gravi danni al popolo bresciano. Il 12 luglio il papa nominò i giudici conservatori a favore dei maestri e dei frati dell’Ospedale teutonico gerosolimitano (tra i vescovi e arcivescovi, si trova anche il saltarelli). Il 13 settembre il papa ordinò al Saltarelli e al Capitolo che tutto il denaro ricavato dalle decime nella città di Parma e nella diocesi a favore della Terra Santa fosse spedito alla Camera Apostolica, rendendo ragione dell’intero computo. Il 19 settembre 1319, da avignone, Giovanni XXII scrisse al Saltarelli, al vescovo di Bologna e a mastro Aimerico di castrolucio, suo cappellano, perché, previe informazioni, confermassero o meno l’elezione di Guido da Meliis, monaco nel monastero di Sant’Apollonio di Canossa, che vi era stato eletto abate. Erano allora vicari del Saltarelli frate Giacomo, priore della canonica di Santa Felicola, e Pietro, arciprete della pieve di collecchio. Il papa, da Avignone, il 19 giugno 1320 scrisse al Saltarelli perché lo informasse intorno alla concessione dell’oratorio e sue adiacenze, già appartenuto ai frati dell’ordine del Sacco di Parma, oratorio allora abbandonato per la morte di tutti i frati. Il Saltarelli intervenne il 24 agosto, festa di san bartolomeo, alla consacrazione dell’altare maggiore della chiesa di San Pietro Martire dei padri domenicani. Il 27 settembre dello stesso anno il Saltarelli approvò lo Statuto del Capitolo della Cattedrale col quale fu stabilito che le singole prebende avessero divisi e distinti i loro beni, come pure che fossero riconosciute le chiese di giurisdizione del Capitolo per evitare le discordie sorte nel passato tra i canonici. Il 21 ottobre il Saltarelli, col consenso del Capitolo, fece una locazione per nove anni dei beni posti a Mezzano che appartenevano alla mensa vescovile e dei diritti sulle acque del Po a Ruggiero Servidei, Paganino Toccoli, armanino Bravi e Marsiglio de’ Marsigli, per l’affitto annuo di centotrenta lire imperiali. Alla costante ricerca di sedare le continue turbolenze tra le fazioni cittadine, il Saltarelli ottenne dal papa il 4 aprile 1321, da Avignone, la dispensa del terzo e del quarto grado di consanguineità nel matrimonio da lui combinato tra il nobile Andreasio Rossi, cittadino di Parma, e la nobildonna Vanina, figlia di Gianquirico Sanvitale. E quando il 26 gennaio 1322 fu celebrato il matrimonio, il Saltarelli offrì il Palazzo episcopale per festeggiare le nozze con un grandioso banchetto. intervennero mille e seicento invitati, tra i quali 366 dame. Il 20 maggio 1321 fu vicario generale del Saltarelli, Omodeo, priore della chiesa di Santa Maria di Olmeneta nella diocesi di Cremona. Il 26 luglio 1321 morì nella sua terra di Castelnovo Giberto da Correggio. Ai suoi funerali intervenne anche il Saltarelli: Il 26 luglio 1321 veniva a morire a Castelnovo di Coreggesi all’ora del vespro Giberto da Correggio e ai funerali il giorno dopo intervenne il vescovo Saltarelli con quello di Reggio e varii abati, priori, chierici e molti baroni (Chronicon parmense). Nel 1319 il Saltarelli accolse in Parma i frati di Armenia dell’ordine di San Basilio. Due anni dopo (8 ottobre 1321) il pontefice, da avignone, gli ordinò di costringere, previa ammonizione, l’abate del monastero di cavana dell’ordine di San Benedetto a non impedire a giovanni di Leone e ai suoi frati di Armenia, che dimoravano in Parma, di costruire nella parrocchia soggetta al monastero di Cavana (San Basilide). Da Castel sant’angelo, il 4 novembre 1321 il Saltarelli, Aicardo, arcivescovo di Milano, e Guido, vescovo di Asti, ricorsero al papa contro matteo Visconti. Il 25 gennaio 1322, sempre da Avignone, Giovanni XXII scrisse al saltarelli di aver concesso la dispensa circa i natali non legittimi di Nicola, Vinciguerra e Copino, scolari, nati da Giberto da Correggio, perché potessero ricevere gli ordini e ottenere l’investitura di un beneficio. Due giorni dopo ottenne la stessa dispensa anche Giovanni, figlio di Nicola degli Azoni, chierico parmigiano. Poiché erano intercorse diverse cause tra il vescovo di Pisa, Oddone, e il comune e il popolo di quella città, giovanni XXII, volendo definire la questione, il 6 giugno 1323 trasferì Oddone al patriarcato di Alessandria e lo stesso giorno il saltarelli dal vescovado di Parma all’arcivescovado di Pisa. Al Saltarelli venne consegnato il 6 luglio dello stesso anno il pallio dal cardinale Napoleone di sant’adriano, da Iacopo, cardinale di San Giorgio in Velabro, e dal cardinale di Santa Maria in Vialata. Nell’anno 1324 il Saltarelli si portò ad Avignone e non ritornò alla sua Chiesa che nel 1327, nel quale anno aprì la visita pastorale. Anche a Pisa non gli mancarono i problemi. Proprio nel 1327 il papa pose l’interdetto alla città per aver accolto Lodovico il Bavaro: in quell’occasione il Saltarelli fuggì con tutti i familiari e, non senza pericolo, e si rifugiò a Siena, poi a Massa Veternese e quindi ad Avignone col suo amico Lorenzo da viterbo, dell’ordine dei predicatori, il quale gli era stato accanto anche a Parma. Per non avere assecondato all’invito dell’imperatore che lo aveva richiamato a Pisa, fu privato dell’arcivescovado e di tutti i beni (la Chiesa arcivescovile fu data il 24 dicembre 1327 a Gherardo Orlando, vescovo di Adria). verso la fine del 1329 il Saltarelli poté ritornare a Pisa e fu poi creato (nel 1330) amministratore del monastero di Pomposa nella diocesi di Comacchio. Il 15 giugno 1330 lo si trova in Firenze, dove, insieme ai vescovi di quella città, di Fiesole e di Spoleto, fece la ricognizione del corpo di san Zanobi, vescovo di Firenze, che fu collocato in un’arca marmorea nello stesso luogo. Il Saltarelli arricchì la cattedrale di Pisa di molti vasi d’argento e regalò argenteria anche ai frati del suo ordine. A sue spese fece costruire la torre e fondere le campane di Santa Maria novella, ove aveva fatto la professione al suo ordine. In Firenze fece anche fabbricare una casa per sua residenza, da utilizzare quando si portava in quella città. Morì ottuagenario e in concetto di santità. Dal Brocchi e da altri scrittori dell’ordine domenicano è posto tra i beati fiorentini. Fu sepolto in Santa Caterina di Pisa, chiesa dell’ordine domenicano, ove, ancora vivente, si era preparato un sontuoso sepolcro a sinistra dell’altare di San Pietro martire, riportante la seguente iscrizione: pisana ecclesia moerore gravi tanto viduata pastore suspiria traxit hic iacent cineres et ossa reverendissimi in Christo Patris et Domini Domini fratris Simonis Saltarelli florentini Ord. Praed. primum Episcopi parmensis postmodum pisarum Archiepiscopi, et totius Sardiniae primatis ac in eaden legati, qui sine querela vixit annos circiter octoginta decessit dominicae incarnationis anno MCCCXLII die XXIV septembris. Hun locum ex testamento suo pro / sui cadaveris sepultura elegit, et / Andreas olim Bini de Saltarellis de Florentia eiusdem ex fratre nepos voluntatem patrui executioni mandavit.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 146 e 231; N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa parmense, 1936, 282-289; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 239.

SALTERINI FERDINANDO
Collecchio 31 maggio 1914-Gaiano 28 aprile 1945
Nato da Pindaro e da Imelde Viola, abitò sempre a Parma. Compiuti gli studi superiori, scelse la carriera di ufficiale dell’Esercito nella specialità delle truppe corazzate. Dopo aver partecipato alla guerra come capitano carrista, nel settembre del 1943 tornò a casa e rimase appartato, pur simpatizzando per la resistenza, alla quale nel giugno del 1944 aderì il fratello più giovane, Vittorio. Nel dicembre 1944 o più probabilmente nel gennaio 1945, su sollecitazione del fratello, divenuto nel frattempo vice comandante della 12a Brigata Garibaldi Ognibene, assunse la carica di capo di stato maggiore di quella Brigata col nome di battaglia di Turno. Il 28 aprile partì da Parma già liberata per prendere contatti col Battaglione Bragazzi, impegnato negli ultimi combattimenti della Sacca di Fornovo sulla destra del Taro, nei dintorni di Neviano Rossi, o forse per ritrovare la moglie e i due figli sfollati nella zona di Fornovo Taro. Fu appunto vicino a Gaiano che, mentre procedeva in auto sulla statale della Cisa, venne colpito da una raffica di mitragliatrice sparata dalle alture circostanti, probabilmente da uomini della divisione repubblichina Italia. A suo ricordo, sul luogo della morte venne elevato un cippo marmoreo.
FONTI E BIBL.: E. Cosenza, La Sacca di Fornovo Aprile 1945, Parma, 1975; I caduti della Resistenza di Parma 1921-1945, Parma, 1970, 89; Parma partigiana. Albo d’oro dei caduti nella guerra di liberazione 1943-1945, Parma, s.a., 111; Archivio dell’istituto Storico della Resistenza, Parma, sezione II, RQ-RIc5, Ruolino 12a Brigata Garibaldi; associazione Nazionale Parttigiani Italiani, Parma, Scheda personale e Ruolino 12a Brigata Garibaldi; testimonianze orali di Bruno Bergamaschi e Luigi Rastelli; La guerra a Collecchio, 1995, 258.

SALTINI UGO
Parma 1867-1954
Di nobile famiglia, medico-chirurgo, per moltissimi anni fu a capo dell’Ufficio sanitario del comune di Parma. Organizzò la Colonia elioterapica, diresse la Scuola di tracomatosi, la Colonia marina di Massa e altri istituti sanitari. Uomo di vari interessi, anche al di fuori della sua professione, dal 1913 al 1922 fu critico drammatico della Gazzetta di Parma e per lungo tempo collaborò con articoli di vario genere, ma soprattutto d’indole teatrale, a giornali e riviste cittadine. Nel 1947, allorché si ritirò in pensione, donò la sua pregevole raccolta di opere e di ricordi teatrali al comune di Parma.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 137.

SALVARANI LUIGI
Parma 1940-Susanna di Grottaglie 1970
Penultimo dei sei fratelli Salvarani (con Renzo, Emilio, Antonio, Gianni e Mario) che dal 1958 crearono a Parma una delle industrie più efficienti d’Europa nell’ambito dei mobili componibili per cucina, impiantando un doppio stabilimento a Parma, a lato dell’autostrada del Sole, e circa 2600 punti vendita in Italia e all’estero. L’azienda dei Salvarani nel 1970 aveva oltre 2000 dipendenti. Il Salvarani e la moglie Brunetta Corain morirono in un incidente stradale presso Grottaglie di Taranto, mentre erano in Puglia per affari.
FONTI E BIBL.: B. Raschi, Ricordo di un amico, in Parma bell’arma 1970, 36-37; F. da Mareto, bibliografia, II 1974, 956; T. Marcheselli, dizionario dei Parmigiani, 1997, 278-279.

SALVATORE
Fornovo 1453/1487
Figlio di Martino, fu boccalaro a Fornovo. È citato in un documento del 18 novembre 1453 e in un altro del 1487 come expertus in arte de ministerio bocalarum et laborerium terra.
FONTI E BIBL.: L. De Mauri, L’amatore di maioliche, Milano 1924; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 372.

SALVATORE DAPARMA, vedi BERTONCELLI MICHEL ARCANGELO GIUSEPPE e MONICI CARLO

SALVATORI ALESSANDRO
-Parma post 1629
Sacerdote, fu soprano e suonatore di trombone della Cattedrale di Parma. Nel suo testamento del 6 luglio 1629, ricevuto dal notaio Giovanni Busana, lasciò alla chiesa della steccata di Parma il suo trombone, con l’obbligo di far celebrare alla sua morte cento messe.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 106.

SALVI IRMA, vedi FERRARI IRMA

SALVINI ANTONIO
Parma 1796/1797
Intagliatore in legno. Nel 1796-1797 collaborò con Odoardo Panini per la realizzazione nella chiesa della Steccata di Parma dei capitelli dell’altare maggiore, di ventisei candelieri, di una croce e di sei portapalme.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 261.

SALVINI CARLO
Parma 25 agosto 1804-Parma 30 gennaio 1855
Figlio di Ferdinando e Camilla Corsini. Dottore in teologia, fu uno dei cento consorziali addetti alla Cattedrale di Parma. Fu inoltre segretario della curia episcopale, il cui archivio ordinò con cura. Il Salvini amò le belle arti e coltivò la meccanica.

FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 117.

SALVINI DANTE
San Lazzaro Parmense 12 settembre 1902-Ebro 18 settembre 1938
Nato da Cirillo e Irene Fava. Emigrato in francia, risiedette a Nîmes. In Spagna combatté in una formazione non meglio precisabile delle Brigate Internazionali. Risulta ufficialmente disperso durante i combattimenti presso l’Ebro.
FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 132.

SALVINI LUIGI
Borgo San Donnino 5 giugno 1921-Castelleone di Suasa 14 agosto 1944
Figlio di Cesare. Studente universitario della facoltà di ingegneria, il Salvini, allo scoppio della seconda guerra mondiale, venne arruolato nel 12° Reggimento bersaglieri di stanza a Reggio Emilia e poi fu mandato in Croazia. ritornato in Italia con il grado di sergente verso la fine del 1941, frequentò l’Accademia militare di Modena e alla fine del 1942 diventò ufficiale effettivo nel 5° Bersaglieri. Dopo tre mesi di scuola di applicazione a Parma, fu trasferito nel 4° Bersaglieri e venne mandato nel 1942 in Dalmazia, a Sebenico e a Spalato. L’8 settembre 1943 l’esercito italiano si trovò tra due fuochi: i Tedeschi da una parte e i partigiani slavi dall’altra. Assieme ai suoi compagni il Salvini consegnò le armi ai partigiani, i quali si impegnarono di condurli con motopescherecci in Italia. Buona parte del reggimento venne imbarcata e, nonostante i mitragliamenti dei Tedeschi e le barriere minate, riuscì a raggiungere le coste italiane. Il 23 settembre il Salvini sbarcò a Bari e dopo qualche giorno venne trasferito a Miggiano, presso Lecce. Il Salvini si arruolò volontario nel corpo Italiano di Liberazione e venne impegnato in prima linea presso Colle al Volturno e Monte Marrone, dove gli Italiani meritarono un encomio ufficiale dal comandante delle forze alleate. Il Corpo Italiano di Liberazione fu poi trasformato in Divisione Legnano e venne inviato al fronte Adriatico. Il Salvini morì in combattimento sul fiume Cesano, presso Castelleone, e venne sepolto nel cimitero di Jesi. Al Salvini venne conferita alla memoria la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: comandante di una pattuglia di esplorazione, dopo avere assolto con successo l’importante compito affidatogli, di iniziativa e con alto senso di solidarietà, interveniva su di un altro obiettivo, ivi richiamato dal fuoco di una pattuglia laterale. Nel nobile intento di appoggiare l’azione dei camerati, con sprezzo del pericolo si lanciava su di una postazione tedesca. A pochi metri da una mitragliatrice cadeva colpito da una raffica mortale, riconfermando, col supremo sacrificio, il già provato valore, le virtù di abnegazione e di altruismo.
FONTI E BIBL.: Decorati al Valore, 1964, 45; caduti Resistenza, 1970, 117; Gazzetta di Parma 24 ottobre 1986, 20; Gazzetta di Parma 10 agosto 1994, 19.

SALVINI PROSPERO
Parma 1653
Pittore. È ricordato in documenti dell’anno 1653. Affrescò un San Francesco nel Battistero di Parma. Negli inventari della famiglia del Bosono sono citati due suoi dipinti: una madonna col Bambino dormiente e un Cristo morto (da B. Schedoni).
FONTI E BIBL.: Thieme-Becker, XXIX, 1935; Dizionario Bolaffi Pittori, X, 1975, 129.

SALVIUS MARCUS FORTUNATUS
Parma IV/V secolo d.C.
Liberto, morto forse a cinquantacinque anni di età, dedicatario di un’epigrafe, perduta, postagli dal figlio, con i fratres, e dalla co<n>iu(n)x, per i caratteri paleografici e contenutistici (formule D.M. e B.M.) databile a tarda età imperiale. Il Salvius fu forse questore della via Ascicola parmense. Salvius è nomen diffuso soprattutto nel Nord Italia, documentato con buona frequenza in tutta la Cisalpina. Fortunatus, molto frequente soprattutto in Italia, Africa e Dalmatia, è nome caratteristico di schiavi e liberti.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Parma Romana, 1972, 147; Arrigoni, Parmenses, 1986, 159.

SALVO DA MARANO, vedi MARANO SALVO

SALVONI ERCOLE
Noceto 1900/1933
Compositore, fratello di Secondo, fu autore di valzer (Tripoli, Giocondità), mazurche (Pace, Fascino), Olimpia, one step, e Lampo, polca.
FONTI E BIBL.: B/S, 27; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SALVONI LUIGI BERNARDO
Parma 26 settembre 1723-Parma maggio 1784
Nacque da Simone e da Isabella Lansich, vedova Bellici. Ancora fanciullo (1734), si trasferì con la famiglia a Piacenza, ove il padre aprì una caffetteria che ebbe grande rinomanza. Fu convittore nel Seminario di Parma, ove si trovava nell’anno 1743 (vi pubblicò sonetti e canzoni). Uscitone, continuò a vestire per diverso tempo l’abito clericale. Ritornò poi a Piacenza ove divulgò nel 1744 la sua tragedia Massinissa, che il Salvoni ideò e scrisse in un mese per commessione venutagli da Venezia. Quattro anni dopo, rilevata la stamperia bazachi di Piacenza, si pose a stampare libri: il primo pubblicato fu una Scelta di leggiadrissime Canzoni di celebri autori viventi fatta e pubblicata da Luigi Bernardo Salvoni (1747). Vi si trovano in fine otto delle sue Canzonette e alcune Cantate. Nel 1753 pubblicò alcuni suoi Componimenti drammatici scritti per ordine e servigio della Real Corte di Sant’Ildefonso. Nel 1766 si trasferì in Parma. Fu accademico Fluttuante e Infecondo.Fu anche emonio col nome di Ormindo Ferredo e Arcade di Roma con quello di Nisalvo Euritense. A piacenza, ove esercitò l’arte della stampa assieme al fratello uterino Andrea Bellici, fu ascritto alla Colonia Trebbiense dell’Arcadia col nome di Silvago. Il Salvoni fu un mediocre poeta. Il Bramieri, parlando di lui nelle Memorie per servire alla storia letteraria (f. 8 del Settembre 1800) dice che le sue poesie (Opere poetiche, 1777) s’alzano di rado sopra la mediocrità, e che sono nondimeno seguite da molte lodi del troppo facile Metastasio. L’insigne poeta drammatico aveva contratto amicizia col Salvoni allorché questi intraprese a Piacenza nel 1750 una inelegante e scorretta edizione dei Drammi metastasiani. Le Opere poetiche del Salvoni furono lodate anche dalle Novelle letterarie (Firenze, 1777), che, soprattutto per i versi sciolti, lo giudicarono buon poeta. In una lettera da Genova del 2 febbraio 1754 si legge che si trovava in quel tempo a Parma per dirigere quell’opera in musica (Archivio di Stato di Parma, Carteggio Borbonico, genova, 1751-1777, b.145). La notizia dell’attività in ambito teatrale è confermata sia da una nota apposta in un carme di nozze dedicato al patrizio lucchese Cristofaro Balbani, in cui il Salvoni scrisse che l’Autore ebbe l’onore di regolare e dirigere nel Teatro di Lucca una splendidissima opera in musica, che da un mandato di pagamento di 1912 lire a suo favore del Teatro ducale di Parma, relativo al Carnevale 1756-1757.In occasione delle feste per il matrimonio ducale del 1769 diresse le musiche e nel Carnevale del 1770 collaborò ancora per il Teatro di Parma e fu retribuito per aver accomodato i due drammi giocosi fatti diversi cambiamenti per adattarli al primo buffo. Nel 1754, essendo diventato agente generale per l’Emilia e la Lombardia della casata Sforza Cesarini, cedette la tipografia (la stamperia continuò l’attività con il marchio Bellicci Salvoni fino ai primi anni del secolo XIX).Da una lettera del 26 dicembre 1776, riguardante la stampa dei libretti e dei manifesti per i Teatri ducali di Piacenza, risulta che era cognato dell’impresario Lorenzo Sirena.Tenne il posto presso la casata Sforza Cesarini fino al 1774, anche se dal luglio 1773 era stato nominato direttore dei Teatri Ducali.Nel 1774 fu incaricato da Ferdinando di Borbone di formare una compagnia italiana, basata sulle scuole di canto e ballo funzionanti nel ducato, per riprendere la serie degli spettacoli, come aveva fatto il Delisle con quella francese.La compagnia era stipendiata dalla Corte e avrebbe dovuto funzionare dalla Pasqua del 1774 a quella del 1777.L’esito di questa Accademica unione teatrale al servizio di SAR non fu felice: fu sciolta il 5 agosto 1774 e il progetto accantonato (Archivio di Stato di parma, Spettacoli e Teatri borbonici, b. 3).Come liquidazione il salvoni fu nominato direttore della Posta delle Lettere.Nel 1783 scrisse il testo di una cantata in occasione della nascita del secondogenito del Duca (Piacenza, già presso Andrea Bellicci Salvoni) che, musicata da Francesco Fortunati nella prima parte e da diversi autori nella seconda, fu eseguita dalla Nobile Accademia Filarmonica di parma. Nel 1748, su libretto di Francesco Saverio Baldini, musicò un dramma di cui si ignora il titolo, come pure se venne eseguito o meno, e l’anno dopo scrisse L’arrivo di enea in Italia (piacenza, presso salvoni), componimento drammatico di Luigi Bernardo Salvoni Parmigiano fra gli arcadi silvano, per onorare la venuta del Duca a Piacenza.Anche di questo non si sa se venne musicato in qualche cantata di circostanza. Nel 1754 il suo dramma Artaserse fu musicato da Domenico Fischietti e altri e rappresentato al teatro Ducale di Piacenza.Scrisse il libretto (edito a Piacenza) per il dramma giocoso Le gare degli amanti, musicato da Francesco Fortunati e rappresentato da una compagnia che lui stesso diresse nel 1772 al Teatro Ducale di Parma.Pubblicò (presso Bellicci Salvoni) opere poetiche di luigi Bernardo Salvoni, direttore del R.Ufficio delle Lettere di Parma: nel primo volume sono compresi i libretti del Tolomeo (messo in scena a Reggiolo nella stagione di Fiera del 1778) e de L’isola di Circe, nel secondo volume il dramma Fedra e una poesia dedicata al compositore Giuseppe Carcani (dopo l’ascolto delle sue musiche), oltre a cantate e canzoni. Da un decreto del 6 maggio 1788 risulta che venne accordata la pensione vedovile a domitilla Salvoni per un importo di 3 mille lire all’anno per il marito direttore della Posta delle Lettere.dato che, ai sensi del decreto del 17 ottobre 1781, salvo casi eccezionali indicati volta per volta, la pensione equivaleva a un terzo del soldo percepito dal marito, si deduce che il Salvoni godesse di un soldo veramente eccezionale (Archivio di Stato di parma, Decreti e Rescritti).Il Paciaudi lasciò memoria di lui in un’epigrafe.Un ritratto, eseguito da Simon Ravenet, è inciso sull’antiporta delle Opere poetiche (volume I).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 249-251; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 378-379; L.Cerri, in Strenna Piacentina 1899, 21-24; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

SALVONI SECONDO
Noceto 1900/1933
Diplomato in corno nel 1917 al conservatorio di Parma, oltre a suonare in orchestre, fu autore di diversi ballabili, molti dei quali editi dalla casa editrice cui aveva dato vita.compose i valzer chimere (1933), Cuore soavità, osmana, mazurka, Ardente (1933) e passa l’amore, one step.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SAM, vedi PINI ALBERTO LUIGI

SAMACCHINI ERCOLE
Parma seconda metà del XVI secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 304.

SAMBUCHI GIUSEPPE
Tizzano Val Parma 14 dicembre 1891-Tizzano Val Parma 28 maggio 1967
Si diplomò giovanissimo (1910) in oboe presso il Conservatorio di Parma, dove ebbe compagni di studio Ghione e Del Campo. successivamente svolse attività concertistiche in tutta l’Europa del Nord e principalmente in Svezia, dove gli fu offerta la cattedra presso il conservatorio di Uppsala. L’improvviso scoppio della prima guerra mondiale e il conseguente richiamo della riserva lo riportarono in Patria a vestire l’uniforme militare, dapprima sul fronte macedone, quindi su quello italiano, ove seppe distinguersi in numerosi fatti d’arme, quali quelli delle Giudicarie ePasso Buole, fino alle tremende battaglie per la conquista del Grappa. Terminata la guerra, fu insegnante al Conservatorio di Trento, da dove si trasferì nel 1922 a Roma, dove entrò a far parte della banda dei Carabinieri, in cui militò come primo oboe fino al collocamento a riposo avvenuto nel 1952. Fu presente a tutti i concerti che nel trentennale arco di attività la banda tenne in Italia e all’estero. Lasciata la divisa, tornò a vivere a Tizzano, dove diede vita alla sezione Carabinieri in congedo, di cui fu anche presidente. Il Sambuchi fu inoltre presidente della sezione ex combattenti e reduci.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 174; La scomparsa a Tizzano del prof. G.Sambuchi, in Gazzetta di Parma 29 maggio 1967, 2; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 957.

SAMBUCHI PIER GIOVANNI, vedi SAMBUCHI PIETRO GIOVANNI

SAMBUCHI PIETRO GIOVANNI
Gubinaria di Tizzano 13 luglio 1840-29 luglio 1907
Fu orologiaio e buon falegname. Nel 1898, autonomamente e da autodidatta, compì un tentativo di volo con un apparecchio ad ali completamente articolate. L’azione motrice era affidata a una potente molla che il Sambuchi si riprometteva di ricaricare durante il volo, analogamente a quanto si pratica nella ricarica degli orologi. I vari rotismi cilindrici e conici, che servivano a trasmettere il moto alle ali articolate, furono fatti costruire a Genova, mentre il rimanente dell’apparecchio fu costruito dal Sambuchi alla Gubinaria di Tizzano, dove abitava e aveva la sua proprietà. Portatosi con l’apparecchio sullo spiazzo del Castello di Tizzano, il Sambuchi spiccò il volo: l’apparecchio procedette in avanti per un certo tratto, ma poi, mancata l’azione motrice della molla, precipitò. Il Sambuchi rimase ferito e l’apparecchio andò in frantumi.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Tizzano, 1970, 85-86; Gazzetta di Parma 25 maggio 1987, 3.

SAMECK NELDA, vedi ROMANI NELDA

SAMORÉ ANTONIO
Bardi 4 dicembre 1905-Roma 3 febbraio 1983
Nato da Gino, segretario comunale, e giuseppina Basini.Frequentate le scuole elementari a Bardi, a undici anni entrò nel Seminario vescovile di Piacenza. Fu ammesso (1921) al collegio Alberoni di Piacenza, ove completò gli studi liceali e il ciclo teologico. Ricevette l’ordinazione sacerdotale il 10 giugno 1928 e nel 1929 fu assegnato come vice parroco a San Savino in Piacenza, appena dopo aver conseguito la laurea in sacra teologia. È del 1930 il primo suo scritto di cui si abbia notizia, pubblicato in un giornale locale: una perorazione per la costruzione della nuova chiesa di Bardi (Un progetto, in Eco di Bardi, numero unico, 10 agosto 1930, 3). A ventisette anni fu chiamato al servizio della Santa Sede e inviato presso la Nunziatura Apostolica in Lituania, ove rimase per sei anni come addetto e poi come segretario della Nunziatura stessa. Fu in quel periodo che ebbe a compiere missioni e viaggi nei paesi baltici e in Polonia. Il ricordo, la stima e l’amicizia per quelle nazioni gli rimasero per tutta la vita ed ebbero conseguenze positive anche a distanza di molti anni. Nel 1938 conseguì la laurea in diritto canonico all’Ateneo Lateranense in Roma. Dopo una breve permanenza nella Nunziatura Apostolica di Berna, fu chiamato in Segreteria di Stato, prima sezione, ove rimase per nove anni cruciali: gli anni della seconda guerra mondiale. Tracce e indicazioni sull’attività del Samoré in quegli anni si trovano nella monumentale pubblicazione degli Atti e documenti della Santa Sede relativi alla seconda guerra mondiale (pubblicati tra il 1967 e il 1981). Nella prima parte del terzo volume il Samoré, allora minutante presso la Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici straordinari, viene citato come destinatario di un incarico delicato. Si trattava di una notizia che il nunzio apostolico Borgongini Duca aveva trasmesso il 1° ottobre 1940 al cardinale Maglione, segretario di Stato: il governatore tedesco del territorio polacco, ministro Hans Frank, che faceva professione di cattolico, intendeva far giungere al papa l’assicurazione che ogni Suo augusto desiderio sarebbe stato accolto da lui nel miglior modo. Di fronte alla comunicazione di Borgongini Duca, Tardini, stretto collaboratore del Maglione, postillò la lettera con queste parole: Mons. Samoré suggerisca qualche cosa che si potrebbe chiedere al Dott. Frank. Dunque già allora al Samoré vennero affidati compiti delicati e che richiedevano intuito diplomatico e psicologico, che non si possono definire soltanto di carattere esecutivo. Dagli Atti pubblicati, risulta che nel luglio 1943 il Samoré fu l’incaricato della Segreteria di Stato per gli affari della Polonia e poco dopo (ormai non più minutante ma attaché) si occupò anche della sorte degli ebrei deportati in Germania. A guerra appena finita, Myron Taylor, rappresentante del presidente degli Stati Uniti presso la Santa Sede, richiese una relazione sui punti di vista del papa sulla Russia e sul comunismo. La risposta fu affidata al Samoré, che preparò una nota il cui abbozzo fu sottoposto a Tardini il 23 giugno 1945. Stesa il 28 in bella copia, fu presentata a papa Pio XII, che l’approvò apportando due sole modifiche. Ricco di quella intensa esperienza fatta durante nove anni di attività, nel 1947 il Samoré fu promosso consigliere di Nunziatura e inviato nella Delegazione Apostolica degli Stati Uniti. Il 30 gennaio 1950 fu nominato arcivescovo titolare di Tirnovo e trasferito in Colombia come nunzio apostolico. Tra i documenti della Segreteria di Stato, si trovano non poche minute, relazioni e lettere scritte in uno stile asciutto, essenziale e chiaro, quale era quello del Samoré. Ebbe a maestro in quegli anni monsignor Tardini e apprese, non senza pene e fatiche, la disciplina della sobrietà e della riservatezza: una nota diplomatica che gli chiese di preparare per richiamare energicamente l’attenzione del Governo tedesco sulle crudeltà e le prepotenze attuate in Polonia, Tardini gliela fece rifare diciassette volte prima che il testo venisse definitivamente approvato (l’episodio è ricordato anche da Nicolini nella biografia del cardinale Tardini). In Colombia il Samoré si trovò a essere la voce ufficiale della Santa Sede: rimangono i testi di un centinaio di allocuzioni, discorsi, omelie, scritti e radio-messaggi, diluiti in un periodo di meno di tre anni. Sono discorsi diplomatici, prolusioni e relazioni e toccano, oltre che argomenti religiosi, iniziative caritative, incoraggiamenti al progresso sociale e culturale, illustrazioni di carattere storico, interpretazioni dei documenti pontifici e il discorso di risposta all’Università che gli conferì la laurea honoris causa in filosofia e lettere. In quegli scritti e discorsi si colgono due aspetti caratteristici del Samoré: molti suoi interventi furono fatti per promuovere opere nuove o per consacrare opere puntualmente compiute, col dinamismo che sempre lo contraddistinse, inoltre nei discorsi e negli scritti di allora anticipò le principali tematiche affrontate negli anni seguenti nelle encicliche papali e nello stesso Concilio ecumenico (la pace tra le nazioni, l’impegno nel sociale, l’apostolato dei laici, i problemi dei giovani, la missione della Chiesa nel mondo moderno). Nel marzo del 1953 il Samoré venne chiamato dal papa all’ufficio di segretario della congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari, in quella prima sezione della Segreteria di Stato che lo aveva visto operare fin dal 1938 come minutante. In tale ufficio rimase durante il pontificato di Pio XII, poi con Giovanni XXIII e ancora con Paolo VI, finché non fu nominato cardinale nel Concistoro del 26 giugno 1967. Nel 1956 riprese a diffondere la sua voce pubblicamente e a mezzo della stampa, perché, sia pure conservando l’ufficio di segretario della Congregazione per gli Affari ecclesiastici Straordinari, dovette adempiere missioni esterne o collaterali e occuparsi di altri incarichi di rilevo che imponevano attività pubbliche. Fu infatti membro della Commissione preparatoria della Conferenza generale dell’episcopato latino-americano (tenuta a Rio de Janeiro nel luglio-agosto 1955), poi segretario, vice presidente e infine presidente della commissione per l’America Latina (dal 1958 al 1969), consultore delle Sacre Congregazioni per la Dottrina della Fede, in quella per i Vescovi e in quella per la Chiese Orientali, fu presidente della Pontificia Commissione per la Russia, consulente della Commissione preparatoria del Concilio e membro della commissione Conciliare per l’Apostolato dei Laici. È da rilevare come tra tanti gravosi impegni affidatigli, il Samoré non rallentò quelli pastorali e di carità: l’idea di promuovere la costruzione di un accogliente sito per i vecchi in Bardi (Villa Mater Gratiae) è del 1957 (l’inaugurazione è del settembre 1960), nel 1963 progettò la costruzione della Casa della Gioventù (l’inaugurazione avvenne nella Pasqua del 1965) e nel 1967 progettò la costruzione della Scuola materna, inaugurata nel settembre del 1973. Ma contemporaneamente a Roma diresse Villa Nazareth e il convento delle suore di Vetralla. In quegli stessi anni, tra i molti scritti e discorsi, iniziò la sua partecipazione alle attività della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi. La prima relazione è del 17 settembre 1961, in una seduta nel Castello di Bardi promossa in suo onore. Il Samoré parlò del collegio notarile istituito dall’imperatore Mattia l’8 novembre 1616 a Bardi e ricevette da Roberto andreotti, presidente della Deputazione, il diploma di membro emerito onorifico. Negli anni successivi intensificò i rapporti e nel 1974 presentò in una solenne seduta a Parma, la Bibliografia generale delle antiche Province Parmensi, opera di padre Felice da Mareto. Per restare nell’ambito dei suoi interventi culturali nell’area di Parma, nel 1975 presentò nella badia di torrechiara il libro di Angelo ciavarella su Luigi Battei, libraio, tipografo, editore. Poi iniziò la serie delle sue relazioni alla deputazione e delle sue pubblicazioni, con le quali pose vaste e solide basi per le ricerche future sulla storia dello Stato Landi: tra queste, l’Atlante storico dei territori di Bardi, Borgo Val di Taro e compiano che è la sua maggiore opera di carattere storico. Concorsero a queste ricerche e studi la felice coincidenza dell’affetto per la terra natale, la sua passione per la storia, la capacità a renderla piana e attraente anche per il lettore non aduso e la disponibilità che egli ebbe dell’accesso agli archivi (non soltanto a quello vaticano e a quello Doria Landi Pamphily). Per la Deputazione di Storia Patria, vanno ancora ricordate la presentazione di un’altra pregevole opera di Felice da mareto, Chiese e conventi di Parma, la celebrazione del millennio dell’insigne abbazia di San giovanni Evangelista di Parma, e infine la commemorazione con cui il 14 dicembre 1980 illustrò la vita e le opere di padre Felice da Mareto. Tutto ciò nella continuità dei suoi impegni ecclesiastici come prefetto, dal novembre 1968 al gennaio 1974, della Sacra Congregazione per la Disciplina dei sacramenti, carica che comportava responsabilità senza limiti territoriali e di essenziale rilevanza per la Chiesa e per i cattolici di tutto il mondo. Si occupò di Studi cateriniani, del collegio Alberoni (la cui Storia, curata da padre Felice Rossi di Piacenza, seguì con assidua attenzione), del Centro Studi della Valle del Ceno, che fu solennemente inaugurato il 23 aprile 1973 e che presiedette per dieci anni, promuovendone tutte le iniziative culturali (dieci pubblicazioni), le mostre, le conferenze, i concerti, ma soprattutto stimolando e seguendo le attività intese a restaurare il castello di Bardi. Fu uomo aperto a tutti gli aspetti, i problemi, le attese e le istanze della vita moderna: lo ricordò così Giulio Andreotti nella commemorazione che tenne il 2 luglio 1983 a Bardi, a proposito dell’interesse che il Samoré non disdegnò di avere per lo sport (del gennaio 1973 è un suo scritto sulla Spiritualità nello sport nella rivista Panathlon International, e tenne un solenne discorso a Olimpia nel luglio 1978, durante la XVIII sessione dell’associazione Olimpica Internazionale). Il 23 gennaio 1974 fu nominato bibliotecario e archivista della Chiesa. Sotto la regia del samoré, archivio e biblioteca vaticani vissero eventi importanti: mostre di codici pregevolissimi, esposizioni di documenti, convegni, congressi, celebrazioni per il quinto centenario della Vaticana e l’inaugurazione, alla presenza del pontefice il 18 ottobre 1980, del nuovo deposito dell’Archivio Segreto, consistente in 4500 metri quadrati di superficie e di 50 chilometri lineari di scaffalature. Nel 1978 papa Giovanni Paolo II mandò il Samoré in america Latina, come suo rappresentante, per aiutare Argentina e Cile nella ricerca di un’intesa nella difficile controversia che li opponeva per il possesso del canale di Beagle e di alcune isole vicine, nella regione della Terra del Fuoco. Il felice esito della missione dimostrò ancora una volta la sua abilità in campo diplomatico. Questo successo gli valse il profondo riconoscimento delle due nazioni, che gli intitolarono piazze e vie delle loro metropoli. Per suo desiderio, il Samoré fu sepolto nel monastero del carmelo a Vetralla, dove riposa anche il cardinale Tardini, suo maestro spirituale. Nel decimo anniversario della sua scomparsa Argentina e Cile intitolarono a suo nome il passo Puyehne, che segna il confine tra i due stati sudamericani.
FONTI E BIBL.: Sull’attività del Samoré nella diplomazia vaticana e presso la Santa Sede, cfr. Actes et documents du Saint-Siège, 1950 e seguenti (in particolare i volumi III e XI) Numerosi sono gli scritti di storia locale, per un quadro complessivo dei quali, cfr. G. Nicolini, Scritti del Card. Antonio Samoré, Bardi, 1982. Sul Samoré, cfr. A. Sodano, Nel X anniversario della morte del Card. Samoré, in La Famiglia bardigiana, 45, 1993, 9-10; G. Montalvo, L’opera del Card. Samoré nella mediazione papale tra Cile e Argentina, in La Famiglia bardigiana, 45, 1993, 10-11; A. Silvestrini, Una vita al servizio della S. Sede e della Chiesa, in La Famiglia bardigiana, 45, 1993, 12-13; Il Cardinale Samoré, Piacenza, 1984; P. Pellizzari, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1983, 57-69; M. Caffagnini, in Gazzetta di Parma 19 settembre 1993, 34; A. Silvestrini, in Studium 3 1993, 345-354; B. Perazzoli, in Dizionario storico del Movimento Cattolico. Aggiornamento, 1997, 440.

SAMPERI ELENA
Genova 1951-San Paolo 30 ottobre 1987
A Mossale apprese i primi insegnamenti di pittura dal suo vicino di casa, Arnaldo Bartoli, artista dotato di una forte capacità di sintesi poetica.La passione per l’arte la portò a laurearsi in lingue straniere e storia dell’arte a Genova. Poi andò a Londra per insegnare ma anche per partecipare ai grandi dibattiti sul sociale, sulla medicina alternativa e sul ruolo della donna. Fu socia del Women’s images e prese parte alle mostre itineranti Women’s images of men (1980) e Pandora’s Box (1984-1985). Quindi lasciò l’Inghilterra per il Brasile (1986). Si interessò di medicina alternativa, di riflessologia e aromaterapia. L’incontro con nuove problematiche, tra cui la distruzione della foresta amazzonica, sono all’origine dei temi degli ultimi lavori, che furono esposti in una mostra postuma a Londra nel marzo 1988. Morì a soli trentasei anni in un incidente stradale. Fu sepolta a Mossale Superiore.
FONTI E BIBL.: P.P. Mendogni, in Gazzetta di Parma 21 luglio 1988, 3.

SANBONIFACIO GIOVANNINO
Parma seconda metà del XV secolo
Boccalaro attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 323.

SANDEI
Parma 1780
Fu cantore alla Cattedrale di Parma il 4 giugno 1780.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

SANDEO FELINO MARIA
Felino 1444-Roma 6 settembre 1509
Professore di diritto canonico a Ferrara (1466) e di diritto romano a Pisa (1474), fu poi nominato uditore di Rota, referendario utriusque Signaturae, canonico di Ferrara, vice uditore della Camera apostolica, vescovo di Atri e Penne (1495) e infine di Lucca (1499). Fu a fianco della Santa Sede nelle questioni con Ferdinando I di Napoli e con Carlo VIII di Francia. Per confermare verso il primo il buon diritto della Santa Sede contro il cosiddetto privilegio della monarchia sicula, scrisse l’opera De regibus Siciliae et Apuliae (Milano, 1485, e Hannover, 1601), ove riassume gli avvenimenti dal 537 al 1494. In materia di diritto scrisse un Commento alle Decretali (Venezia, 1497-1499; Lione 1519, 1535 e 1587), dei Consilia (Lipsia, 1553, e Venezia, 1582), delle Repetitiones ad alcuni punti particolari del diritto (Bologna, 1498), una Concordantia iuris, civile e canonico, che è rimasta inedita, e alcuni saggi della storia diplomatica del tempo. A Lucca raccolse i codici che formarono il primo fondo della Biblioteca capitolare, da lui detta Feliniana.
FONTI E BIBL.: I.F. Schulte, Die Geschichte der Quellen und Literatur des can. Rechts, II, Stoccarda, 1875, 351; N. Hilling, Felinus Sandeus auditor der Rota, in Archiv. f. kath. Kirchenrecht 84, 1904, 94-106; E. Cerchiari, Cappellani Papae et Apost. Sedis auditores, II, Roma, 1920, 71-72; P. Palazzini, Benedictus de Benedictis, in Apollinaris 19 1947, 267; Hurter, II, 1171-1173; P. Palazzini, in Encilcopedia Cattolica, X, 1953, 1753; Grandi del cattolicesimo, 1955, 408; Dizionario Ecclesiastico, III, 1958, 692; EBCU, 1978, 445.

SANDEO LODOVICO
Ferrara 1445 c.-1482
Fratello del celebre canonista Felino Maria. Si distinse sia nelle lettere greche che in quelle latine e coltivò la poesia. Fu assai stimato dagli Este, in particolare dal duca Borso. Strinse amicizia con molti illustri personaggi del suo tempo. Pur essendo concittadino e amico del Tibaldeo, non ne seguì la scuola, ma si attenne alla lezione più pura e nobile del Petrarca. Non fu privo però di nei, sia nella lingua che nella felicità e sceltezza delle rime. Morì di peste insieme ad altri dieci componenti della sua famiglia. I suoi versi furono stampati postumi a Pisa nel 1485 e furono dedicati ad Alberto d’Este. La Biblioteca Estense conserva, secondo quanto testimonia il Quadrio, diversi manoscritto di sue rime.

FONTI E BIBL.: Parnaso italiano. Lirici, XI, 1846, 999.

SANDONI FRANCESCA, vedi CUZZONI FRANCESCA

SANDRI GIUSEPPE
Madregolo 1832/1858
Possidente. Fu sindaco di Collecchio (talvolta facente funzione di podestà) dall’11 giugno 1832 fino almeno all’anno successivo. Fu consigliere anziano dal 1854 al 1858. Il 23 marzo 1858 cedette al comune di Collecchio una porzione di terreno per il rassettamento della strada di Roma a Madregolo.

FONTI E BIBL.: U. Delsante-R. Barbieri, Collecchio, storia e immagini d’altri tempi, Collecchio, 1978; U. Delsante, Dizionario dei Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3; Indice analitico ed alfabetico della Raccolta generale delle leggi per gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla degli anni 1814 al 1835, I, Parma, 1837; Malacoda 10 1987, 73.

SANDRINI EVASIO
Fontanellato 24 novembre 1922-Fornovo di Taro 8 novembre 1944
Figlio di Dario. Partigiano della 31a Brigata Garibaldi Forni, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Con pochi uomini non esitava ad attaccare un forte nucleo di nemici. Circondato ed avendo rifiutato di arrendersi, veniva colpito a morte. Fulgido esempio del più puro eroismo.
FONTI E BIBL.: Decorati al Valore, 1964, 47-48; Caduti Resistenza, 1970, 90.

SANELLI FERDINANDO
Parma 14 maggio 1816-Maranhão 15 dicembre 1861
Dopo aver studiato composizione privatamente con giuseppe alinovi, fu corista e poi suggeritore nel Teatro Ducale di Parma (1835-1836). Nel 1839 si trasferì a Mantova in qualità di maestro dei cori. Dopo un breve soggiorno a Milano e in Messico, si fermò a parigi per perfezionarsi nella composizione. Prima del ritorno in patria si recò in inghilterra (1843). Tornato in Italia, fu colto nel 1854 da un attacco di follia. Nel 1858, ristabilito, cantò il 25 aprile a Parigi nell’otello di rossini la parte di Rodrigo, sostituendo Balart, ed ebbe l’incarico di maestro direttore e concertatore d’orchestra dell’impresa Mariangeli per i teatri di Pernambuco e di San Luigi di maranhão in Brasile. Tre anni dopo, colto di nuovo da follia e malato di cancrena a un piede, morì. Le sue opere ebbero quasi sempre un buon successo iniziale, senza riuscire peraltro a mantenersi in repertorio a causa della genericità del loro stile. Il Sanelli compose le seguenti opere: Le Nozze improvvise (montagnana, Teatro sociale, novembre 1838), La Cantante (G. sacchèro; Milano, Teatro Re, 2 febbraio 1841), I Due sergenti (F. Romani; Torino, Teatro Regio, carnevale 1842), ermengarda (Martini; Milano, Teatro Alla Scala, 10 novembre 1844), Luisa Strozzi (Martini; Parma, Teatro Regio, 27 maggio 1846), Gennaro Annese (Firenze, Teatro pergola, 5 aprile 1848), Il Fornaretto (A. Codebò; Parma, Teatro Regio, 24 marzo 1851; anche col titolo Piero di Vasco), La tradita! (A. Codebò; Venezia, Teatro La Fenice, 2 marzo 1852), Camoëns (A. Codebò; Torino, Teatro Regio, 25 dicembre 1852), Ottavia (G. peruzzini; Milano, Teatro Alla Scala, 11 febbraio 1854), Gusmano il buono (G. Peruzzini; mantova, Teatro Sociale, 10 febbraio 1855; in edizione riveduta, Parma, Teatro Regio, 14 febbraio 1857, col titolo Gusmano il prode).
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, Fasti Musicali; G.B. Janelli, dizionario biografico dei Parmigiani, 1884, 48-49; N.Pelicelli, Musicisti in Parma, in Note d’Archivio 1936; Enciclopedia dello Spettacolo, VIII, 1961, 1471; Dizionario dei musicisti UTET, 1988, VI, 567; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SANELLI GUALTIERO, vedi SANELLI FERNANDO

SANGIORGI ANTONIO GIOVAN BATTISTA
Parma-Parma 1845
Maestro compositore. Nel 1840 diede alle scene due opere: Il contestabile di Chester (a Reggio Emilia) e Il Colombo (a Parma).
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, Fasti musicali, 1875, 147.

SANGIORGI LUCIANO
Bologna 1921-Parma 19 marzo 1992
Sposò la figlia del pittore e fotografo Libero Tosi e visse, con lei e i figli, sempre a Parma. controcorrente, alla ricerca di una cifra musicale personalissima, il Sangiorgi fu uno dei primi esecutori della musica jazz in Italia. Prima della seconda guerra mondiale, in casa Sangiorgi, che già da bambino suonava il piano, arrivavano, clandestinamente, i dischi di George Gershwin. L’amore del Sangiorgi per questo genere musicale fu immediato e contagioso. Con amici prese a frequentare cantine dove si suonava lo swing e il boogie woogie. Nel 1943 Sangiorgi firmò un contratto per l’EIAR: cinquecento lire per ogni esibizione. Già famoso, nel 1947 il Sangiorgi si esibì trionfalmente al San Carlo di Napoli e alla Fenice di Venezia con grandi orchestre sinfoniche: Gershwin accanto a Sibelius e Vivaldi. Nel curriculum del Sangiorgi, estroso pianista, non mancano le incisioni (per la Durium e per la Cetra) ma i suoi pezzi di bravura furono certamente le esibizioni dal vivo. Straordinario manipolatore, improvvisatore, genio della rapsodia, seppe ricreare, magari da appunti di viaggio, atmosfere estrose e trasognate. Nel 1991 venne celebrato, con un concerto nel chiostro degli Agostiniani a Viterbo, per i cinquant’anni di carriera. Il Sangiorgi eseguì brani dell’amato Gershwin, di Bernstein e di Ellington.
FONTI E BIBL.: D. Barioni, in Gazzetta di Parma 20 marzo 1992, 7.

SANGIORGIO GIANANTONIO o GIANNANTONIO, vedi SANGIORGIO GIOVANNI ANTONIO

SANGIORGIO GIOVANNI ANTONIO
Milano-Roma 14 marzo 1509
All’età di ventotto anni insegnò leggi canoniche a Pavia. Il Panciroli e il Doujat lo citano come autorevole dottore col nome di cardinalis Alexandrinus o più spesso col semplice titolo di Praepositus (dalla prevostura di sant’ambrogio che occupò in Milano), per le opere che lasciò a illustrazione dei decretali, nonché di peculiari argomenti. L’Oldoino, nell’Ateneo romano, lo chiama sui aevi Jurisconsultorum Princeps. Da papa Sisto IV nel 1479 fu nominato vescovo di Alessandria: in quella città più che mai vive la memoria della religione, e liberalità sua, per i sontuosi e ricchi paramenti, e vasi d’argento, che ha donati alla chiesa cattedrale, e per l’ampio sito, che a sue spese comprò, contiguo al medesimo tempio, per fabbricarvi una canonica, nella quale abitando tutti i canonici, fossero più comodi e pronti all’assistenza del coro (Ghilini, Teatro di uomini letterati, tomo I). Creato dallo stesso papa uditore della Rota romana e referendario apostolico, lasciò la sede di Alessandria. Poi papa Alessandro VI lo promosse al cardinalato (1493). Per i papi alessandro VI e Giulio II sostenne importanti uffici e varie legazioni. Fu nominato vescovo di Parma da Alessandro VI il 6 settembre 1499 e prese possesso della Diocesi per procuratore il 22 settembre 1499. In rapida successione gli furono poi assegnate le rendite dei vescovadi di Alba, Frascati, Palestrina e Sabina, col titolo di patriarca gerosolimitano. Sembra lasciasse alla Cattedrale di Parma bellissimi paramenti e altre ricche suppellettili. Rifece in massima parte la grande fabbrica del vescovado e lo ridusse nella forma attuale. secondo il Pico, Giulio II, assente da Roma e impiegato personalmente nel recuperare Perugia e Bologna, affidò al Sangiorgio il governo di Roma. Fu sepolto nella chiesa di San Celso in Roma, presso il ponte di Castel sant’angelo. Camillo Porcario recitò a sua lode un’orazione. Gli fu posto quest’epitaffio: Hic sepultum est corpus R. Domini D. Jo. Antonii de S. Giorgio Mediolanen. Episc. Sabin. S. R. E. Card. Alexandrini nuncupati societas salvatoris ad Sancta Sanctorum heres e testamento B. P. posuit MDX. VII Kal. Decembris. Il Sangiorgio lasciò tutti i suoi beni alla società sotto l’invocazione di San Salvatore.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 237-238; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 5-11; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 240.

SANGUINETTI CESARE
Parma 9 gennaio 1853-1921
Figlio di Guglielmo e Carolina Manara. laureatosi in legge a vent’anni, percorse una rapida e brillante carriera di avvocato. Oratore fascinoso, logico e stringente, ebbe un periodo di grande popolarità. Fu presidente dell’ordine degli Avvocati dal 1900 al 1908, anno in cui abbandonò la professione e si ritirò a vita privata. Dal 1881 al 1894 fu consigliere comunale e dal 1882 al 1884 consigliere provinciale. Fu inoltre deputato al Parlamento per il Collegio di Parma nelle legislature del 1889 e del 1892 (si schierò nelle file repubblicane). Il Sanguinetti fu anche letterato: lasciò due volumetti di poesie (Violetta e Ombre leggiere).
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 137.

SANI EZIO
Noceto o Parma 27 marzo 1919-Parma 28 aprile 1945
Figlio di Riccardo Sani e Ines Soncini. calzolaio, l’8 dicembre 1944 sposò Irma Gina Ponzi. Subito dopo il matrimonio il Sani, date le sue idee politiche, fu costretto a scappare in montagna, con un fratello, verso Lagrimone. Il Sani aderì poi alla Brigata Parma Vecchia che doveva impedire l’accesso a Parma delle forze nemiche, facilitando l’ingresso dei partigiani della montagna e degli alleati. Tornò a Parma il 26 aprile 1945. La moglie lo rivide soltanto il 28: si incontrarono in borgo parente, al funerale di un altro partigiano, Aristide Rossi. Dopo poche ore il Sani fu ucciso da un cecchino delle brigate nere appollaiato sul tetto dell’ex pretura. Il Sani si accingeva ad attraversare il ponte di Mezzo, quando il fascista gli sparò, colpendolo al braccio sinistro e al cuore.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 21 gennaio 1984.

SANI LUCIANO
Parma 1881/1914
Fu bracciante e poeta. Tra il 1901 e il 1914 pubblicò diversi suoi scritti.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 509.

SANI PAOLO
Roma 1855c.-
Visse per lungo tempo a Collecchio ove sposò la contessa Maria Bondani. Prestò servizio come tenete nell’Esercito regio. Nel 1883 scrisse un opuscolo dal titolo Fagiani…dorati? Osservazioni postume dell’imputato nella causa Carrega-Sani. La causa di cui tratta il Sani riguarda la sua imputazione da parte dei marchesi Carrega di aver ucciso un fagiano sulla strada che separava i poderi del Sani dalla tenuta boscosa dei Carrega. Il Sani fu condannato dal Tribunale di Parma. Con l’opuscolo confutò le accuse dei suoi avversari con logica stringente e stile vivo, piacevole e spigliato, ricco di citazioni in francese e corredato da una vastissima bibliografia venatoria di ogni nazione europea. Nella Biblioteca Palatina di Parma esisteva un altro scritto del Sani, La scuola di guerra (Battei, 1881), che, benché figuri nel catalogo, non risulta reperibile. Sembra comunque che il Sani abbia scritto numerosi romanzi, uno dei quali, Il delitto dell’albergo dell’Aquila d’Oro, ambientato in Collecchio.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma, 14 marzo 1960, 3.

SANI RICCARDO
Noceto 1889-Monte Cengio 30 maggio 1916
Figlio di Ernesto. Granatiere del Reggimento granatieri, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Portaordini al comando di un battaglione, eseguiva il suo speciale servizio in modo esemplare. Animato da profonda devozione verso il suo comandante, lo seguiva in un pericoloso spostamento durante il quale cadeva colpito a morte. Vittima del dovere e della sua devozione.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1917, dispensa 78a, 6456; Decorati al Valore, 1964, 63-64.

SANINI GAETANO
Parma 23 aprile 1782-post 1866
Figlio di Antonio e Luisa Menori. Argentiere, fu titolare di una bottega senza dubbio assai attiva, dovendosi a lui attribuire, oltre a un cospicuo nucleo di oggetti della chiesa della Steccata di Parma, alcuni lavori conservati in altre chiese del Parmense: a esempio il paliotto della Cattedrale di Borgo San Donnino (cfr. G. Cirillo-G. Godi, 1984, 27), il turibolo con navicella della chiesa di San Pietro a Vigatto (cfr. G. Cirillo-G. Godi, II, 339), il calice della chiesa di San Bernardo di Fontevivo e il turibolo con navicella della chiesa parrocchiale di San Nazzaro di Sissa (cfr. schede Catalogo Soprintendenza Beni Artistici e Storici). Il Sanini divenne, presumibilmente dagli inizi del XIX secolo, l’argentiere di fiducia dell’ordine Costantiniano, come risulta dagli inventari del primo Ottocento, in cui figura come pesatore ufficiale e controllore della qualità dell’argenteria, succedendo in tal ruolo a Maurizio Vighi. Il Sanini realizzò, tra l’altro, una serie di lampade per la Steccata, che fu acquistata a spese della Gran Cancelleria dell’ordine Costantiniano, come si deduce sia dall’iscrizione sulla coppa sia dall’Inventario datato 1830, ma aggiornato con note di epoca successiva. Il Sanini rivela nelle lampade, come negli altri suoi lavori, scelte formali e decorative sobrie, proprie del gusto neoclassico: forme rigorose, non prive di eleganza, sono arricchite dai tipici motivi ornamentali a perlinature, baccellature, girali affrontati, corone d’alloro, mai esuberanti, ma piuttosto equilibratamente accostati a nitide e lucide superfici.
FONTI E BIBL.: Archivio dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, Parma, serie XVI, busta 10 inventario 1830; Per uso del santificare, 1991, 98-99.

SANINI GIUSEPPE
-Parma 19 gennaio 1842
Fu per oltre vent’anni parroco della Ghiaia di Fontanellato. Compì studi severi nelle discipline letterarie, filosofiche e morali. Fu in particolare cultore delle lingue orientali: pubblicò una traduzione di Salmi, che fu però confutata dal De Rossi.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 361.

SANINI GIUSEPPE
Parma 7 ottobre 1825-Genova 21 ottobre 1910
Figlio di Giovanni e Maria Villani. Laureato in legge. L’amor patrio lo spinse a partecipare di propria iniziativa alle guerre del 1848-1849, ma l’esito non favorevole di esse lo disilluse e lo indusse a diventare proscritto e a rifugiarsi in Grecia. Quando gli eventi ritornarono favorevoli, rientrò in patria, a combattere nelle schiere di Giuseppe Garibaldi. Partecipò alla battaglia del Volturno, dopo la quale venne proposto capitano di Stato maggiore e decorato sul campo di medaglia al valore militare. Nella vita civile si distinse prestando la sua opera per molti anni quale direttore del ricreatorio G. Garibaldi di Parma. Nel 1864 il sanini fu tenuto sotto sorveglianza dal Ministero dell’Interno perché fervente repubblicano.
FONTI E BIBL.: Il Presente 26 ottobre 1910, n. 87; C.Guerci, in Il Presente 29 ottobre 1910, n. 88; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 420; P. dangiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 207; t. marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 40.

SANINI MARIO
-Parma 31 agosto 1889
Fece da volontario la campagna risorgimentale 1870-1871.
FONTI E BIBL.: Corriere di Parma 2 settembre 1889, n. 201; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 420.

SANINI OSVALDO
Candia 1875-post 1926
Figlio del garibaldino Giuseppe. Ebbe educazione classica e si laureò in legge. Fu giornalista e poeta di un classicismo superato, chiuso sia alla lirica dannunziana sia a quella del Carducci. Il suo verseggiare è spesso vigorosamente foscoliano e riproduce non di rado, non senza fortuna, la maniera più forte del marradi, quale appare dai sonetti di Vita nuova, Nella steppa, Monte Luco, e nelle quartine di Crepuscolo Marino. Il suo pensiero è sempre robusto e il suo pessimismo si direbbe leopardiano, se non fossero frequenti il fremito e lo sdegno al posto della serenità elegiaca del Leopardi. Pessimismo che sembra nutrito del dolore di un’anima fiera e che è elevato dal magistero di un’arte incorrotta dagli allettamenti di qualsiasi decadentismo, ma al tempo stesso sdegnosa di qualsiasi, anche nobile, modernità.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Poeti del secolo nuovo, 1926, 47-48; J. Bocchialini, in Aurea Parma 3 1925, 129.

SANINI PELLEGRINO
Parma 2 agosto 1818-post 1864
Figlio di Giovanni e Maria Villani. Negoziante di granaglie, nel febbraio 1864 fu tenuto sotto sorveglianza dal Ministero dell’Interno perché fervente repubblicano.
FONTI E BIBL.: P. dangiolini, Ministero dell’interno, 1964, 207.

SAN MARCO UGOLINO, vedi RUGGERI UGOLINO

SANQUILICI PAOLO
San Quirico di Trecasali 1565-Roma 1630
Il 12 maggio 1590 fu pagato quattro lire per aver miniato le lettere maiuscole del privilegio di cittadinanza parmigiana in favore dei fratelli Camillo e Pompeo Pellegrini di Verona (archivio di Stato di Parma, Archivio del comune, Ordinazioni Comunali, serie LVII; raccolta manoscritti, fascicolo Sanquilico, 1590, carta 90). recatosi in età giovanile a Roma, apprese dallo scultore Camillo Mariani l’arte di modellare. Non tardò ad aver nome di buon ritrattista in busti di cera dipinti. E perché era uomo faceto e sapeva contraffare ogni linguaggio e rallegrare la conversazione, trovò aperta la via della corte papale: fu fatto canonico di Santa Maria in cosmedin e bussolante di più pontefici. Fu particolarmente benvoluto alla corte del principe cardinale Maurizio di Savoja. Fece anche alcuni lavori in bronzo, apprese l’architettura e disegnò e insegnò fortificazioni. Delle sue opere, rimangono a Roma in Santa Maria Maggiore (sagrestia) la statua del papa Paolo V in metallo e in San Giovanni dei Fiorentini (cappella Sacchetti) un Cristo in croce di metallo, tratto da un modello di Prospero Bresciano. Morì in età di sessantacinque anni, durante il pontificato di Urbano VIII.
FONTI E BIBL.: Baglione, Vite de’ pittori, 1642, 210; S. Ticozzi, Dizionario degli architetti, III, 1832, 210; A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 384, 417 e 445; E. Scarabelli Zunti, IV, 271; Künstler-Lexikon, XXIX, 416 (con bilbiografia precedente); Archivio storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 362-363.

SANQUIRICO PAOLO o DA PARMA, vedi SANQUILICI PAOLO

SANROMERI GIOSEFFA, vedi SANTOMERI GIOSEFFA

SANSEVERINI, vedi SANSEVERINO

SANSEVERINO ALESSANDRO SAVERIO GAETANO
Parma 17 aprile 1742-Parma 3 agosto 1814
Nacque dal conte Giuseppe e dalla contessa Laura Leni, nella parrocchia di San Giovanni. Casa Sanseverini risulta, dall’elenco degli alloggi assegnati agli alti ufficiali delle truppe che occuparono il ducato nel 1745, in borgo Riolo 19. Il Sanseverino venne avviato, per rango e per censo, alla carriera militare, che percorse fino ad alti gradi. Dal matrimonio con Cecilia Cantelli, figlia del conte francesco, nacquero il 4 marzo 1768 Giuseppe melchiorre Luigi Maria e il 14 aprile 1770 eleonora Teresa Maria, destinata a vestire gli abiti monacali di Sant’Orsola. Indole mite ma appassionato di arte e storia, manifestò ben presto curiosità e fermenti conoscitivi che elaborò in modo personale. Sulla scia di quello che don Luigi Gozzi, un poligrafo legato all’ambiente della corte, accanito raccoglitore di antiche cronache e manoscritti rari, stava realizzando con esiti più convincenti in ambito cartografico, il Sanseverino si ritagliò un suo spazio in campo storiografico-cronachistico, mettendosi a frugare tra memoriali e documenti antichi, collezionandoli, interrogando manoscritti, quadri e statue, con l’intento di riproporre poi in modo sistematico le conoscenze acquisite, a metà strada tra sapere scientifico e sapere popolare. Il credito di cui godette è dimostrato dalle sovvenzioni ducali alla pubblicazione della sua unica opera a stampa. Il duca approvò infatti nel 1777 il preventivo dello stampatore giuseppe Braglia, relativo alla spesa occorrente per stampare il Diario Istorico Cronologico del conte Alessandro Sanseverini: si calcolò un occorrente di sessanta risme di carta piacentina per un totale di 2300 lire. Ma resistenze e opposizioni, sintomi anche di conflitti non solo in ambito letterario, ne ostacolarono la realizzazione. È lo steso amministratore francese Moreau de Saint-Méry a svelarne i retroscena in una miscellanea manoscritta dedicata alle vicende parmigiane. Moreau ricorda come il duca avesse sollecitato il Sanseverino alla pubblicazione del suo Parmigiano istruito. Il conte Giuseppe Pompeo Sacco, governatore e poi ministro di Grazia e Giustizia, intervenne a più riprese facendo invece pressioni sulla famiglia perché dissuadesse il Sanseverino dall’iniziativa, accusandolo di aver circonvenu l’Infant e arrivando infine a far requisire tous les papiers del sanseverino, salvo poi restituirgliele ancora cachetés, ma con un giudizio di non utilità per la chose publique. Il Sanseverino, che vinse a stento il desiderio di bruciarle, alla fine si vide arrivare l’autorizzazione del duca alla pubblicazione. Il Parmigiano istruito nelle notizie della sua patria sparse nel presente Almanacco istorico-cronologico venne edito da Giuseppe Braglia a Casalmaggiore, perché les presses de Parme etoient occupées, in due volumetti in ottavo, nel 1778. Moreau conclude questa nota precisando che l’opera era costata 3200 lire di Parma che il duca doveva pagare, ma che il conte Sacco ne aveva rimborsate solo 1400. Il sanseverino nell’introduzione all’opera, dedicata al duca Ferdinando di Borbone, dichiara come il desiderio di accrescere le proprie cognizioni sul passato della sua città lo avesse portato, attraverso ricerche onerose e dispendiose, a trovarsi possessore di documenti e notizie che erano in grado di fornirgli materia sufficiente alla formazione di una non disgradevole seguita Istoria Parmense. Conscio però della complessità dell’impresa, forse non adatta alle sue forze, con un’allusione anche alla sua salute cagionevole, aveva ripiegato spargendo gli accennati Monumenti nel presente almanacco. Dalla tiepida accoglienza dei contemporanei, l’opera ricevette invece pungenti e aspre stroncature nel periodo successivo, soprattutto tra i cultori delle belle arti. Paolo Donati nella prefazione alla sua guida di Parma, facendo il punto sull’editoria del genere, cita anche il Parmigiano istruito, ma commenta: Il suo autore prometteva di continuarlo ne’ susseguenti anni, dando contezza delle pitture e architetture della nostra Patria; ma di poco conto e fallaci furono le prime, e lo sarebbero state le posteriori, perché, privo qual egli era, delle tante cognizioni a sì grand’uopo necessarie, diede in madornali errori, riferendo di buona fede tutto ciò che gli veniva detto. Nel 1783, già tenente colonnello del Terzo Suburbano di Parma, il Sanseverino sollecitò e ottenne dal duca la divisa di capitano di Truppa Regolata, che gli consentì di mostrare dignità pari ai Capitani Urbani e nello stesso tempo maggiore autorità con i subalterni. La sua fu una carriera costruita con zelo e attenzione, alla quale solo i problemi di salute e un figlio un po’ vivace misero dei freni. Il 14 febbraio 1788, infatti, vide umiliato il suo ruolo professionale e frustrato quello paterno quando il figlio Giuseppe venne fermato e condotto prima nel convento dei padri minori riformati di Castell’Arquato e in seguito nelle prigioni nuove del Castello di Piacenza, per aver disobbedito alle intimazioni del ministro Cesare Ventura che gli rimproverava di frequentare compagnie disonorevoli al suo rango. Per non pregiudicarne la salute, venne trasferito nel convento dei riformati di Borgonovo, ma in disaccordo con il superiore, troppo rigoroso e sofistico, venne ricondotto nel Castello di Piacenza. Nominato soldato volontario contro la sua volontà, insofferente a qualsiasi limitazione di libertà, ai disagi e alle fatiche della vita militare, su istigazione di un coetaneo, disertò il 7 aprile 1789, ma venne arrestato e rinchiuso nel Castello di montechiarugolo. Gli appelli del Sanseverino al duca, nel settembre 1789, perché considerasse con clemenza la situazione del figlio, riuscirono a ottenerne la libertà, ma solo di giorno e con obbligo di non uscire dal paese. Il marchese Tommaso Calcagnini, comandante del reggimento Reale di Ferdinando di Borbone e comandante della Piazza del Ducato, sostenne le richieste del Sanseverino, convenendo sulla severità del castigo già inflitto, ma suggerì anche di non insistere con la carriera militare ormai irreparabilmente compromessa. La moglie del Sanseverino, Cecilia Cantelli, morì il 21 agosto 1796, a cinquantadue anni. Il Sanseverino, perseguitato dalla malattia, dopo quasi sedici anni di servizio chiese l’esonero dall’incarico per la sua cagionevolezza di salute. Il conte Giacomo Cantelli, ispettore delle milizie e collaterale generale, ne appoggiò la richiesta e il 15 febbraio 1799 il duca firmò il benservito, permettendogli di conservare i gradi e gli onori di tenente colonnello delle milizie. Il 24 giugno 1800, tuttavia, in istato di guarigione e con il suo posto ancora vacante, ottenne la reintegrazione nei ranghi e nel 1803 venne nominato colonnello. Con la malattia imparò a convivere, limitando più gli impegni mondani che la sua attività professionale. Nel 1804, in piena epoca repubblicana, chiese al suo superiore razioni di pane, come lumi e altro per la Compagnia de’ Granatieri aquartierati a San Francesco cento venti. Nel settembre dello stesso anno ricordò all’amministratore generale la disponibilità del Corpo dei Granatieri Suburbani a essere utilizzato come Truppa viva in occasione del passaggio a Parma di papa Pio VII, che si stava recando a Parigi per l’incoronazione di Napoleone Bonaparte. Nel marzo del 1805 inviò le proprie considerazioni al collaterale generale lodovico Cantelli, che poi le trasmise al moreau, relative al nuovo Decreto di riforma agl’Esenti dal Carico della capitazione, e Mobigliare. Seppur esili tracce nella quotidianità della sua professione, questi documenti forniscono la testimonianza dell’impegno costante e dell’attenzione che vi profuse. E con altrettanta dedizione ricercò e raggruppò memorie e testimonianze storico-artistiche. Giambattista Bodoni, presentandolo al professor Malacarne, al quale volle indirizzarlo per fargli sperimentare gli effetti dei bagni di Abano sui suoi malori, lo ritrae in termini affettuosi e lusinghieri, confessando di essergli legato non già per la nobiltà de’ suoi natali, né per i molti pinguissimi beni de’ quali le fu largo Fortuna, ma sibbene per l’ottimo suo cuore, per la sua generosa umanità, e per l’amore ardentissimo con cui ha sempre riguardato e conserva i monumenti di questa sua illustre Patria avendo in ogni tempo raccolto e conservato i più antichi e pregevoli monumenti che vi esistono ancora sparsi qua e là, ed ignoti alla maggior parte degli esteri e dei Parmigiani stessi. Al sanseverino, del resto, Bodoni si rivolse per avere indicazioni su quadri e attribuzioni di autori, innescando un rapporto di reciproco scambio di informazioni. L’arrivo di Moreau de Saint-Méry a Parma, nel 1801, in qualità di residente della Repubblica Francese prima e di amministratore generale poi, senza dubbio rappresentò per il Sanseverino un momento di particolare fervore creativo e nel contempo anche di appagante gratificazione. Moreau trovò in lui un alleato e un complice: la comune passione per le notizie patrie e l’intenzione di redigere una storia del ducato, per la quale l’amministratore stava cominciando a radunare documentazione, stimolarono il Sanseverino ad assecondarne le curiosità e ad agevolarne le ricerche. Gli segnalò bibliografie e procurò libri, come la Storia de Letterati, la Storia di Parma e la Storia di Guastalla, tutti del padre Ireneo Affò, Il Flaminio da Parma, manoscritti e riproduzioni di iscrizioni, dipinti e di particolari architettonici. Ricevette anche somme di denaro, come risarcimento del materiale o per pagare i collaboratori. Alle note visive, appunti grafici appena acquerellati, riproduzioni di lapidi e dettagli di iscrizioni, che da tempo raccoglieva, si aggiunsero anche mappe, planimetrie, facciate, vedute, piante e spaccati, come quelli del Battistero che inviò all’amministratore il 31 dicembre del 1803. La dedizione al Moreau fu tale da donargli l’intera sua raccolta. Angelo Pezzana, che non glielo perdonò, tracciò del Sanseverini un ritratto severo e impietoso: Se a questo suo tanto zelo, egli avesse accoppiata la coltura, la critica e l’esattezza che richieggionsi ne’ così fatti studii avrebbe potuto recare gran lume in ogni ramo della nostra Storia. Alla quale avrebbe pure prestato non leggere servigio se nel satisfare a’ desideri dell’Amministratore gen. Moreau di S. Méry, che radunava memorie per la storia medesima, a vece di presentarlo di molti antichi e preziosi Atti originali che quegli recò poscia in Francia, e che indarno io procacciai di ricuperare alla comune Patria, fosse stato contento a dargliene copia. Le memorie che l’amministratore aveva portato in Francia ritornarono a Parma nel 1847, a seguito della vendita dell’archivio Moreau da parte della vedova allo Stato. Il Sanseverino lasciò ai posteri raccolte di notizie manoscritte, poste insieme per pura sua istruzione, di carattere ecclesiastico e civile e molto materiale per la storia dell’arte: Storia di Parma dal principio al secolo XVIII (Biblioteca Palatina, Parma, manoscritto parmense 528-529), Estratti delle cose rimarchevoli ricavate da certo libro intitolato Giornale di Parma 1701-1724, redatto nel 1802 (Biblioteca Palatina, Parma, manoscritto parmense 433), Cronaca parmigiana dal 1760 al 1784 (Archivio di Stato di Parma, Archivio del Comune, 4212), Memorie istoriche parmigiane (Archivio di Stato di Parma, Archivio del Comune, 4211) e Chiese ed edifici pubblici di Parma (Archivio di Stato di Parma, 3 volumi), annoverante figure, piante, prospettive e notizie sulle architetture parmigiane. particolarmente quest’ultima fatica testimonia di un suo vedutismo, attrezzato sotto il profilo tecnico e capace di fresca schematizzazione grafica.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 653; Arte a Parma, 1979, 281-282; R. Lasagni, Bibliografia parmigiana, 1991, 263; V. Bocchi, in Ossessione della memoria, Parma, 1997, 61-65.

SANSEVERINO BARBARA
Milano gennaio/agosto 1550-Parma 19 maggio 1612
Figlia di Gianfrancesco e di Lavinia sanseverino, trascorse la fanciullezza nella rocca di Colorno. Il 6 settembre 1564, non ancora quindicenne, andò sposa al cinquantenne cavaliere conte Giberto Sanvitale di Parma, vedovo di Livia Belgioioso, con diritto di successione alla contea di Sala. Poiché il Sanvitale aveva domicilio a Parma nel palazzo Bernieri, la Sanseverino, con grande sfarzo, vi prese stanza. Dal matrimonio nacque Girolamo (1567), che tanti crucci procurò alla sanseverino. A Parma la Sanseverino si prodigò in opere benefiche di ogni tipo, fino a farsi zelatrice di raccolte di offerte per il recupero di prostitute alla vita virtuosa. Quando Giberto Sanvitale nel 1572 dovette recarsi a Roma, la Sanseverino lo seguì ed ebbe modo di intervenire ai ritrovi di dame e cavalieri mettendo in evidenza sia la sua avvenenza che la buona cultura e intelligenza. Durante il soggiorno romano, la Sanseverino ebbe esaltazione nel canto dei poeti che l’incontrarono: il patrizio veneto Maffeo Veniero le dedicò una splendida canzone nel suo dialetto, Curzio Gonzaga la magnificò in numerosi sonetti e Girolamo Catena la esaltò con epigrammi latini. quando, tornata da Roma, la Sanseverino si recò nel 1576 a Ferrara accompagnata da Eleonora, sua figliastra, il poeta principe del tempo, Torquato Tasso, fu stordito dalla bellezza di entrambe, ma particolarmente dalla sanseverino, cui dedicò uno splendido sonetto. Mentre si trovava nel suo feudo di Colorno, si dedicò anche all’interpretazione dell’arte scenica: rivelò squisita sensibilità ed eccezionali doti di interprete, tali che rendere possono una donna singolare nel suo sesso, o rarissima. La rivelazione di queste capacità fece dedicare alla sanseverino la terza parte delle rime scritte dal poeta bresciano Gian Mario Agacio. Addirittura il Guarino si gloriò di avere giudizio dalla sanseverino sull’opera sua Il pastor fido. Dal suo matrimonio con Giberto Sanvitale, nel 1571, all’età di vent’anni, ebbe anche una bambina, cui fu messo il suo stesso nome. Di questa bambina un poeta del tempo scrisse: Gentil fanciulla, in cui si trova espresso l’altero nome e la beltà materna. La scialba personalità di Giberto Sanvitale, mai libera da bigotte suggestioni religiose, e i trionfi e le lodi della sanseverino inevitabilmente minarono la solidità del loro matrimonio: la Sanseverino cominciò a essere insofferente di abitare a Sala e, quando non poté sostare a Parma, amò starsene a Colorno (1577). Giberto Sanvitale e il figlio Girolamo la sollecitarono a restare a Sala, ma tutto fu inutile, finché la Sanseverino arrivò alla decisione di chiedere il divorzio, pretendendo la restituzione della propria dote e degli arredi nozzereschi. Intervennero inutilmente nella contesa un cardinale e il marchese Giuliano Pallavicino. Quando la Sanseverino non seppe più a che cosa aggrapparsi per motivare la propria decisione, affermò di avere scoperto che le sue nozze con Giberto sanvitale dovevano essere annullate perché incestuose in quanto tra il padre gianfrancesco sanseverino e la prima moglie di Giberto Sanvitale vi era una consanguineità derivante dalla comune origine viscontea. Il vescovo di Parma Ferrante Farnese non riuscì a smontare il pretesto della Sanseverino. Intervenne allora il papa che ordinò al vescovo di fare chiudere la Sanseverino in un convento, ma proprio in quei giorni Giberto Sanvitale morì (1585). Lasciò per testamento erede di tutti i beni il figlio Girolamo, con l’impegno di corrispondere alla sorella Barbara ventiduemila scudi a titolo di dote. Successivamente la Sanseverino poté avere dal figlio Girolamo gli alimenti e la restituzione della dote. Per il cattivo governo del figlio Girolamo nel feudo di Sala, la sanseverino temette che nello sperperare tutto il suo patrimonio egli arrivasse anche a dilapidare la dote che era stata lasciata alla sorella. Fu il duca Alessandro Farnese a intervenire perché la dote della giovanetta fosse messa in salvo, fino a che Barbara andò sposa a un ricco francese nel 1589. Anche la Sanseverino sborsò in dote diecimila scudi per la figlia. La sanseverino si dedicò alle cure del suo feudo di Colorno in un periodo di grande miseria: sovvenne famiglie bisognose e, in esecuzione di una volontà della madre, fondò in Colorno anche un Monte della Pietà. Si legò di un’amicizia più che affettuosa con Vincenzo gonzaga, figlio del duca di Mantova, ben più giovane di lei, divenendone non solo amante ma confidente e consigliera in affari di cuore. Più bella e più fresca che mai, venne esaltata dal Gonzaga allorché era sui quarant’anni.Fu lei, con grande spregiudicatezza, a favorirne gli amori con la reggiana Ippolita Torricella, a mettergli vicino come favorita Agnese de Argotta, marchesa di Grana, e a raggiungerlo con bellissime giovani parmigiane a Maderno sul Garda. Ebbe non comune cultura e rese la corte di Colorno un ritrovo di eletti ingegni. Mise in auge l’Accademia degli Amorevoli ed ebbe il vezzo dei cenacoli letterari. Le furono amici, tra i tanti, Ferrante Gonzaga, bernardino Baldi, Battista Guarini e Angelo Ingegneri. Vincenzo Gonzaga le accordò tutte le esenzioni sui beni personali che ella già aveva o poteva avere nel suo ducato. Intanto cominciò a svilupparsi un’aspra contesa tra il duca ranuccio Farnese e la Sanseverino a proposito della proprietà del feudo di Colorno. ranuccio Farnese, di carattere sospettoso e chiuso, pose gli occhi su Colorno per molteplici ragioni: per una lotta contro l’ultima feudalità locale e i suoi intenti d’indipendenza e di prepotenza (lotta che iniziò nel 1602 con l’obbligo ai feudatari di non assentarsi dal ducato senza giustificato motivo e che continuò nel 1606 col limitarne i diritti di caccia), per desiderio di acquisire alle vuote casse ducali il patrimonio dei Sanseverino e dei Sanvitale che erano i più cospicui in tutto il ducato, e per la necessità di dover prendere una serie di precauzioni militari rinforzando i presidi verso il Po (con questa scusa aveva posto in Colorno un commissario con un drappello di soldati). ranuccio Farnese avanzò le sue pretese, infirmando inizialmente le concessioni date da Ottavio Farnese e istruendo un regolare processo sulla loro validità. Anche cittadini colornesi trovarono modo di lamentarsi con Ranuccio farnese di certi torti a loro giudizio ricevuti dalla Sanseverino: grave ingiustizia fu ritenuta dagli abitanti di Mezzano de’ Rondani, di copermio, delle Vedole e di altri centri l’aver loro imposto la Sanseverino di fare alcune carreggiature per Parma e Colorno, minacciando pena di cento scudi d’oro a ciascuno dei non obbedienti. Sentendosi abbandonata anche dal figlio Girolamo, cercò un aiuto, e nel 1596 decise così di sposare il conte Orazio Simonetta, che già la corteggiava ed era tanto invaghito di lei che, avendo avuto da altra donna una figlia naturale, le aveva imposto il nome di Barbara. Ranuccio Farnese, appellandosi a semplici pretesti, operò sia contro la Sanseverino, che era semplice usufruttuaria del feudo di Colorno, sia contro il figlio Girolamo e il nipote gianfrancesco, che avrebbero dovuto, uno dopo l’altro, divenire i titolari del feudo stesso. venuto a sapere la questione, il conte di fuentes, governatore di Milano per la corona di Spagna, intimò al duca Ranuccio Farnese di desistere dalle sue pretese, giudicate illogiche e illegittime. Così, finché visse il Fuentes, sia la sanseverino che Girolamo e gianfrancesco non ebbero più minacce. morto però il fuentes, Ranuccio Farnese riprese le sue rivendicazioni e propose di affidare la diatriba a un collegio di giuristi di Padova, che egli si riprometteva di corrompere avendo avuto prova della loro corruttibilità in altra occasione. mentre a Roma i cardinali Gonzaga e montalto si votarono alle ragioni Sanvitale-sanseverino, come Ranuccio Farnese aveva previsto, il collegio dei giuristi si schierò dalla sua parte con trentatré voti contro diciassette. Quando Girolamo Sanvitale apprese la sentenza, si mise a trattare con Ranuccio Farnese si predispose a ricevere al posto di Colorno una rendita corrispondente, con l’aggiunta di una giurisdizione su Collecchio, e ad avere la dignità marchionale di Colorno vita naturale durante, in quanto Sala stessa si sarebbe trasformata da contea in marchesato. Gianfrancesco sanvitale, figlio di Girolamo e nipote della sanseverino, prese una posizione ben diversa dal padre, rendendosi conto che, morti la Sanseverino e il padre, a lui non sarebbe restato nulla. Cominciò dunque a pensare che non gli restava che disfarsi dell’iniquo duca. Resosi conto della ruggine che esisteva tra i duchi di Mantova e quello di Parma, lasciò trasparire al duca Vincenzo gonzaga il suo rancore per ranuccio Farnese e il Gonzaga gli lasciò capire che lo avrebbe aiutato nel suo intento. Inoltre gianfrancesco sanvitale, che aveva sposato una nipote del principe della mirandola, ottenne incoraggiamento anche da quest’ultimo. Lo stesso duca di Modena gli lasciò capire che non lo avrebbe ostacolato nell’impresa. L’attentato avrebbe dovuto compiersi durante la cerimonia del battesimo di alessandro, figlio del Farnese. Al sacro rito avrebbero partecipato il duca, il cardinale Odoardo Farnese e Ottavio, figlio naturale dello stesso Ranuccio Farnese. Nel mezzo della funzione, esecutori assoldati avrebbero dovuto balzare in chiesa e uccidere tutti i partecipanti. Ad azione riuscita, soldati già predisposti, avrebbero occupato il castello e gli altri palazzi principali della città di Parma. Ma, per una banale circostanza, il battesimo non ebbe luogo nella chiesa e nell’ora stabilite, per cui l’impresa dovette essere rinviata. Si era persino stabilito che, a impresa compiuta, Parma sarebbe stata proclamata repubblica oligarchica, Piacenza sarebbe stata annessa al ducato di Mantova, Castro e le terre dipendenti sarebbero state date al papa e i domini d’Abruzzo al duca di Modena. sfumata l’occasione del battesimo, si cominciò a studiare il modo di uccidere il duca nell’abbazia di Fontevivo, retta dai cappuccini, dove Ranuccio Farnese si rifugiava quando, com’era solito, lo assalivano crisi di fanatismo religioso. Nel frattempo Girolamo Sanvitale, che pure aveva lasciato sospettare di cedere alle lusinghe del duca, venuto a sapere della congiura in preparazione, decise di prendervi parte attiva e nel Carnevale del 1611 invitò a casa sua tutti coloro che sapeva esservi propensi: tra gli altri, la Sanseverino, il marchese Gianfrancesco Sanvitale, Orazio Simonetta, marito della sanseverino, Pio Torelli e il piacentino Teodoro Scotti. In quel convito si concordò di assoldare uomini pronti al colpo di mano. gianfrancesco Sanvitale andò a Mantova e ottenne da quel duca millecinquecento scudi in contanti. Una parte tenne per sé, una parte dette al sacerdote Gigli e un’altra parte al suo fidato servitore Onofrio Martani da Spoleto: ognuno avrebbe dovuto assoldare gli uomini necessari all’impresa. Avvenne però che quasi contemporaneamente il cugino di Gianfrancesco Sanvitale, Alfonso Sanvitale, in grave disaccordo con la moglie Silvia Visdomini, decise di farla uccidere. Mentre Silvia Visdomini si trovava con la madre a villa San Maurizio di reggio, fu compiuto un attentato ai loro danni: la madre morì, mentre Silvia Visdomini se la cavò con gravi ferite. ranuccio Farnese, venuto a conoscenza del fatto e sapendo dei preesistenti rancori tra Alfonso Sanvitale e la moglie, fece arrestare il Sanvitale insieme a Oliviero Olivieri, sospettato di avergli tenuto mano. Per ragioni diverse fu arrestato anche Onofrio Martani insieme ad altri soldati. Nel fare il processo a questi soldati il giudice, il nobile Filiberto Piosasco, trovò nella tasca di uno dei giudicandi delle schede convenzionali attinenti all’ingaggio per L’affare importantissimo che era la cosa del duca. Insistendo nell’interrogatorio, il Piosasco venne a scoprire i termini della congiura e in breve cominciarono gli arresti dei sospetti. Il Martani, sottoposto a feroce tortura, finì col denunciare per primi Gianfrancesco e Alfonso Sanvitale, che furono arrestati e consegnati al Piosasco, il quale poté allora allargare l’indagine sulle dimensioni della trapelata congiura. L’arresto del nipote gianfrancesco fu un colpo terribile per la Sanseverino che, nell’interessarsi di lui e nell’illusione di poterlo difendere, commise qualche imprudenza. Ranuccio Farnese, pertanto, dispose ogni sorveglianza sui movimenti, sulle relazioni e sulle parole della Sanseverino. Gianfrancesco e Alfonso Sanvitale, orribilmente martoriati dalle torture, fecero delle confessioni, per cui il 9 novembre 1611 furono arrestati anche il conte Orazio Simonetta, marito della Sanseverino, il conte Pio Torelli di montechiarugolo, il conte Masi da Correggio e il conte Scotti di Piacenza. Non molto tempo dopo il tesoriere del duca, Bartolomeo Riva, spedì al Piosasco una nota di delitti di cui egli imputava la Sanseverino. Il Piosasco l’11 febbraio 1612 ordinò la carcerazione della sanseverino, di suo figlio Girolamo e della di lui moglie Benedetta Pia. Il giorno 13 febbraio, mentre la Sanseverino si trovava a Parma nel suo palazzo nelle vicinanze di Santo Stefano, un manipolo di guardie comandato da pellegrino Barbetta irruppe nel palazzo, sequestrò i servi, segregò in una stanza tutte le donne presenti, arrestò la Sanseverino e la diede in custodia al servo Giovanni Marchetti. La sanseverino fu tradotta nel Castel Nuovo di Parma. In quel castello fu portata, qualche giorno dopo, anche la giovane nuora Barbara, moglie di Girolamo Sanvitale, mentre quest’ultimo, con gli altri arrestati, fu rinchiuso nelle carceri della Rocchetta. Il giorno dopo il giudice Piosasco, accompagnato dal notaio Moreschi, si recò al castello e iniziò gli interrogatori della Sanseverino. Come risulta dagli atti del processo, gli interrogatori furono condotti con metodi diversi: a volte blandi e suadenti, a volte minacciosi e feroci. la sanseverino continuò a proclamare la sua non colpevolezza, pure ammettendo il suo rancore per le manifestazioni di inimicizia che il duca aveva espresso nei suoi confronti. Dagli atti stessi risulta che la Sanseverino crollò soltanto quando le mostrarono le rivelazioni di accusa a suo carico che erano state fatte dai suoi più stretti familiari, quali il marito Orazio Simonetta, il figlio Girolamo e lo stesso nipote gianfrancesco Sanvitale, già sottoposti a orribili torture. l’incalzare dell’inquisizione, i raggiri del personale di custodia, le blandizie e le minacce ridussero la Sanseverino al punto di doversi sentire meritevole di ogni pena per l’offesa maestà del duca e macchiata di ogni vergogna davanti ai suoi sudditi. Il 4 maggio 1612 filiberto Piosasco pronunciò col voto del consiglio di Giustizia la sentenza, per la quale, dichiarati i prigionieri rei di lesa divina e umana Maestà, li condannò, oltre alla confisca dell’avere, ad essere trascinati per la città a coda di cavallo, sopra un graticcio di vimini, sino al luogo del supplizio, ove sarebbero stati appesi, poi squartati, e i quarti esposti, secondo l’uso, al pubblico terrore. Senonché il duca, cui bastava disfarsi di loro, confermò la sentenza capitale e ne vietò le sevizie. l’esecuzione della sentenza fu fissata il 19 maggio. Nella notte del 15 la Sanseverino fu consegnata dal castellano Cesi al Ravizzotti, aiutante nelle ducali milizie, e condotta nella rocchetta, dove il custode Genesio Mazza la chiuse nella prigione. Dopo due notti e un giorno, il 17 maggio fu stretta ai ferri. Al mattino del 18 le si apprestò il Pane degli Angeli nella cappella delle carceri e le fu assegnato un confessore permanente. A notte inoltrata il Mazza consegnò in Rocchetta a Gaspare Antonio Custodi, capitano, presente il notaio Agostino Neroni, la Sanseverino insieme con gli altri. Fu condotta al palazzo del criminale, in piazza, e venne tratta per prima al supplizio. Della Sanseverino restano due piccoli ritratti. Uno, nella Rocca di Fontanellato che fu dei sanvitale, raffigurante un volto affilato che si affonda in un ampio colletto serrato da una trina di merletto, dallo sguardo e dal lieve sorriso enigmatico, quasi leonardeschi, con perle al collo, pendagli alle orecchie e i capelli raccolti a trecce e riccioli, il secondo, che è una piccola miniatura, al museo Glauco Lombardi.
FONTI E BIBL.: A. Ademollo, La bella Adriana, Città di Castello, 1888; F. Odorici, Barbara sanvitale e la congiura del 1611 contro i Farnesi, Milano, 1863; A. Valeri, I Farnese, Firenze, 1934; F. Orestano, Eroine, 1940, 318; G.B. Janelli, dizionario biografico dei Parmigiani illustri o benemeriti nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, Genova, 1877, 362-371 e 525; A. Ronchini, Vita della contessa Barbara Sanseverino, in Atti e memorie della R. Deputazione di storia patria per le province modenesi e parmigiane I 1863; M. Bandini, Poetesse, 1942, 210; M. Pellegri, Colorno villa ducale, 1981, 27-29; Al Pont ad Mez 2 1988, inserto; P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 2 marzo 1992, 5.

SANSEVERINO FEDERICO
Napoli 1450-Roma 7 agosto 1516
Fu cardinale diacono (9 marzo 1489), canonico della Cattedrale di Parma e commendatario della badia di Fontevivo. Fu sostenitore di papa Alessandro VI e francofilo. Fu privato del cardinalato il 24 ottobre 1511 e di nuovo fatto cardinale il 27 giugno 1513.
FONTI E BIBL.: Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.

SANSEVERINO FRANCESCO MARIA
Parma-Parma 1673
Insegnò all’Università di Parma almeno dal 1645. Dapprima professò istituzioni, ma nel 1646 fu lettore primario di diritto civile. Dal 1657 al 1673 ebbe ufficio di avvocato fiscale. Nel 1670-1671 trattò nello Studio parmense Rub. et I. C. qui admitt. ad bonorum possess. Rimane del Sanseverino una allegazione In Buxet Bonorum vacantium.
FONTI E BIBL.: Bolsi, 38, 48; Archivio di Stato di Parma, Mandati 1619-1715, numero 90, Ruoli de’ Provigionati, numeri 19, 22; F.Rizzi, Professori, 1953, 37.

SANSEVERINO GIAN ALBERTO, vedi SANSEVERINO SIMONE GIOVANNI ALBERTO

SANSEVERINO GIAN FRANCESCO
Colorno 1525 c.-1570
Figlio di Giulio e di Ippolita Pallavicino di Scipione. Si distinse nella carriera delle armi e fu maestro di campo al servizio dell’imperatore Carlo V e di Filippo II di Spagna.
FONTI E BIBL.: M. Pellegri, Colorno villa ducale, 1981, 33.

SANSEVERINO GIAN FRANCESCO, vedi anche SANSEVERINO GIOVANNI FRANCESCO

SANSEVERINO GIAN GALEAZZO, vedi SANSEVERINO GIOVANNI FRANCESCO

SANSEVERINO GIOVANNI ALBERTO, vedi SANSEVERINO SIMONE GIOVANNI ALBERTO

SANSEVERINO GIOVANNI FRANCESCO
Colorno 1474 c.-Napoli 1500
Figlio naturale di Roberto Ambrogio. Militò sotto Luigi XII di Francia e morì a Napoli mentre era al servizio di quel re. Fu sepolto in Santa Chiara. Dalla moglie Barbara Gonzaga di Bozzolo ebbe vari figli, tra cui il discendente per il feudo di Colorno, Roberto Ambrogio.
FONTI E BIBL.: Colorno. Memorie storiche, 1800, 78; Pellegri, Colorno villa ducale, 1981, 32.

SANSEVERINO GIUSEPPE
Parma 1776/1821
Fu Gentiluomo di Camera allla Corte di Parma dal 1776, tra gli Esenti della compagnia delle Guardie del Corpo delle Altezze Reali con la carica di Sottotenente della compagnia dei Volontari di Colorno dal 1778 e Colonnello Comandante della Piazza almeno dal 1817 al 1821.Fu inoltre commendatore dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio con incarichi di vicetesoriere nel Consiglio stesso e autore del manoscritto Plan de toutes les figures d’une contredanse a cheval executée par son Altesse Royal Madame l’Infante Archiduchesse d’Autriche avec vint trois cavaliers devant le palais du Jardin Royal de Parme le 15 fevrier 1778.
FONTI E BIBL.: V.Bocchi, in Ossessione della Memoria, Parma, 1997, 65.

SANSEVERINO IPPOLITA, vedi PALLAVICINO IPPOLITA

SANSEVERINO ROBERTO
Caiazzo o Napoli 1417-Rovereto 9 agosto 1487
Figlio di Leonetto e di Elisa Sforza, figlia di Muzio Attendolo e sorella di Francesco che fu poi Duca di Milano.Trasferitosi da Napoli a Milano al servizio di Attendolo Sforza, combatté per conto di lui contro gli Aragonesi di Napoli.Nel 1458 compì un viaggio in terrasanta, di cui rimane l’interessante descrizione Viaggio in Terrasanta fatto e descritto per roberto da Sanseverino (Bologna, 1888). Per i suoi meriti ottenne nel 1451 il feudo di Colorno.Ritiratosi poi dal servizio degli sforza, combatté per la Repubblica di Genova che si era ribellata alla dominazione degli stessi Sforza.Dovette poi fuggire a Venezia, ove venne eletto Capitano generale della repubblica e per essa morì combattendo alla difesa di Rovereto.Dalle sue tre successive mogli e da un numero imprecisato di amanti sortì una copiosa messe di figli legittimi e non.

FONTI E BIBL.: P. Amat di San Filippo, Biografie di viaggiatori, 1875, 65; Palazzi e casate di Parma, 1971, 180; M. Pellegri, Colorno villa ducale, 1981, 32.

SANSEVERINO ROBERTO AMBROGIO
1500-Busseto 1532
Dopo avere militato al soldo della Chiesa, dell’Impero e della Repubblica Veneta, si pose al servizio di Francesco I di Francia che lo creò generale della cavalleria italiana. Morì a soli trentadue anni d’età, dopo una cena con il marchese Del Vasto, non senza sospetto di veleno. A Parma gli vennero tributati grandi onori.
FONTI E BIBL.: M. Pellegri, Colorno villa ducale, 1981, 33.

SANSEVERINO RUBERTO, vedi SANSEVERINO ROBERTO

SANSEVERINO SIMONE GIOVANNI ALBERTO
Parma 28 ottobre 1553-Parma 5 marzo 1622
Figlio di Giovanni Battista e di Anna. Fu buon letterato e diede privatamente lezioni di logica e scienze. Fu medico di Odoardo e Ranuccio Farnese, ricercato anche da altri sovrani (tra i quali, Francesco Maria duca di Urbino e Cosimo dei Medici) e insegnante all’università di Parma. Fu anche appellato Urbano perché, secondo quanto riporta Ranuccio Pico, il padre, essendo cieco, diede il nome Orbano alla famiglia, che poi cambiò in Urbano, come più conveniente. Nel 1579 fece domanda d’iscrizione al Collegio dei Medici di Parma, ma non fu accettato mancando la nobiltà della famiglia, che era uno dei requisiti richiesti. Nel 1598 una grave e strana malattia colpì Ranuccio Farnese (che non era mai stato veramente bene e che anche in seguito fu sofferente a varie riprese) e i medici chiamati a consulto non venivano a capo di nulla. Fu allora interpellato il Sanseverino, che riuscì a ristorare le forze del duca, il quale il 24 settembre 1599 ordinò che il Sanseverino fosse iscritto al Collegio con l’anzianità della prima richiesta e gli fece assegnare la prima cattedra di medicina dell’Università di Parma nel 1602. Rimasto vedovo della prima moglie, il 15 marzo 1615 sposò in seconde nozze Anna Pallavicino di Polesine. È effigiato nell’antica farmacia di San Giovanni e fu sepolto in San Pietro Martire a Parma, dove un’iscrizione così lo ricorda: Joanni Alberto Sanseverino Urbano equiti philosophoque medico praestantissimo qui postquam serenissimos tres Duce Urbini primo Franciscum Mariam Parmae deinde Ranutium Hetruriae demum Cosimum Italia universa demirante praesentiss. morti eripuisset cum exinde fidei suae creditam sereniss. Farnesiorum familiam maximeque Odoardum nunc Parmae regnantem medica ope insignite juvasset scientia et arte clarus rarum medicina e prima sede docendi munere per annos viginti obito repentina morte sublatus obijt anno aetatis LXX salutis MDCXXII septimo idus sept.

FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 328-332; Parma nell’arte 3 1965, 206-207; R. Pico, Appendice, 169-174; G. Berti, Studio universitario parmense, 1967, 104-105; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 12 agosto 1986.

SANSEVERINO URBANO, vedi SANSEVERINO SIMONE GIOVANNI ALBERTO

SANSI GIACCO, vedi SANSI GIACOMO

SANSI GIACOMO
Parma 1670
Detto anche Giacco. Fu pittore di architetture e di ornati attivo nell’anno 1670.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Encilcopedia metodica di Belle Arti, XVIII, 1823, 16.

SANSO GIACCO, vedi SANSI GIACOMO

SANTE DA BORGO SAN DONNINO, vedi MAESTRI CARLO

SANTE DA PARMA
Parma-Monte Compatri 25 agosto 1241c.
Frate francescano illustre per virtù, e per miracoli celeberrimo. Il suo corpo riposa nel convento di Monte Compatri, nei pressi di Roma. Il Martirologio francescano ne fa onorata menzione al 25 di agosto. È chiamato venerabile e beato. Tra i miracoli attribuitigli, il Bresciano menziona quello avvenuto nel giorno della domenica delle Palme: avendo piantato un ulivo nell’orticello della sua cella, la mattina seguente lo si vide già fiorito e adulto.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 9; A.Bresciani, Vite dei santi, 1815, 42; Beato Buralli 1889, 214.

SANT’EVASIO AMBROGIO
Parma prima metà del XVI secolo
Scultore attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 362.

SANTI
Parma XVII secolo
Fu liutista alla corte ducale di Firenze nel XVII secolo (Bonini, Prima parte de Discorsi e regole sopra la musica).
FONTI E BIBL.: Bonini, manoscritto della biblioteca Ricciardiana di Firenze; R. Eitner, VIII, 419; Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 151.

SANTI DOMENICO
Riana di Monchio 1 maggio 1746-Parma 10 novembre 1835
Nacque da Carlo e da Lucia Cocconi, in una modesta famiglia del ceto medio. Compì gli studi in Parma, si fece sacerdote e fu ascritto nel Collegio dottorale di Sacra Teologia. Si specializzò in scienze morali e gli fu affidato l’insegnamento dell’etica all’Università di Parma nel 1785. Venne poi scelto quale preside della facoltà filosofica. Successivamente fu precettore ambito dei conti Sanvitale e pallavicino. Fu nominato censore della stampa e ispettore delle scuole inferiori di Parma. Nella chiesa di San Sepolcro in Parma esiste una lapide del Santi con epigrafe. Nella Biblioteca Palatina di Parma si conservano le sue propositiones ex Morali Philosophia (Parmae, 1793).
FONTI E BIBL.: Lettera di P. Giordani a P. Custodi in Parma e Lettera di P. Giordani a C. Rasori in Parma (ambedue in Bollettino Storico Piacentino 1909, 241, pubblicate da G. Ferretti); Supplemento Gazzetta di Parma 12 dicembre 1835; Montali Riccardi, Il Prof. Santi Don Domenico, in La Giovane Montagna 1 1939; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 371; F. Rizzi, Clero in cattedra, 1953; Berti, Atteggiamenti del pensiero nei ducati di Parma e Piacenza, 1958, I, 98-99; Gazzetta di Parma 5 agosto 1974, 11.

SANTI FERNANDO
Cornocchio di Golese 13 novembre 1902-Parma 15 settembre 1969
Il padre, ferroviere, rimase vedovo pochi anni dopo la nascita del Santi e solo con molti sacrifici riuscì ad avviarlo al conseguimento della licenza tecnica. Rievocando le ristrettezze economiche sopportate come perseguitato politico durante i primi anni del fascismo, il Santi così descrisse nel 1965 il suo ambiente di origine: Quella nuda povertà era per me cosa naturale. Mio padre l’aveva ereditata da suo padre. Di mia madre non dico. I suoi erano braccianti della Bassa verso il Po, gialli di secolare polenta sotto la scorza nera dell’aria e del sole. A quindici anni, nel 1917, si iscrisse al Partito Socialista Italiano (incominciai iscrivendomi agli adulti perché il circolo giovanile non esisteva più, prima assottigliato e poi disperso dalle chiamate alle armi per la guerra) e nella lotta contro la guerra si formò alla scuola dei socialisti riformisti parmensi (G. Albertelli, G. Ghidini, G. Faraboli e B. Riguzzi), che lasciò un’impronta duratura sulla sua concezione politica: ne assorbì quel gradualismo rivoluzionario (come egli stesso l’avrebbe più tardi chiamato) che era tipico del riformismo padano di quegli anni e che non perdeva mai di vista i valori dell’autonomia di classe e dell’iniziativa delle masse. Con la fine della guerra e la ricostituzione del movimento giovanile, il Santi divenne segretario della federazione parmense della Federazione Italiana Giovanile Socialista (1921), entrando a far parte del Comitato centrale di quest’ultima. Vicesegretario della Camera del Lavoro di Parma (1920, a fianco di A. Simonini) e collaboratore del suo settimanale L’Idea, incorse più volte in denunce per eccitamento all’odio di classe. Nello schieramento interno del Partito Socialista Italiano rimase però attestato su posizioni moderate: nell’ottobre del 1921 partecipò ai lavori del XVIII Congresso del Partito Socialista Italiano portandovi il saluto della Federazione Italiana Giovanile Socialista, la quale, dopo la scissione di Livorno (in cui la grande maggioranza dei giovani passò al Partito Comunista Italiano), aveva ricostituito le proprie file per opera di una minoranza che, affermò il Santi, riteneva allora e ritiene oggi ancora fermamente che il Partito Socialista Italiano sia il partito della classe operaia, il partito della lotta di classe. Un anno dopo, al Congresso di Roma che sancì la nuova scissione del Partito Socialista Italiano, aderì al Partito Socialista Unitario. Dopo aver partecipato alla resistenza contro le squadre fasciste di Balbo sulle barricate di Parma, si impiegò nel 1924 come redattore del quotidiano democratico e riformista cittadino Il Piccolo, diretto da T. Masotti. All’indomani del delitto Matteotti, lasciò Parma per Torino, dove le fonti di polizia lo segnalano per breve tempo segretario del locale sindacato tranvieri. Durante la sua permanenza nel capoluogo piemontese fu arrestato insieme a G. Saragat, ma poco dopo rilasciato. Alla fine del 1924 si trasferì a Milano, dove fu (1925) l’ultimo segretario della federazione provinciale del Partito Socialista Unitario prima della sua soppressione. In occasione dei funerali di A. Kuliscioff fu aggredito e percosso dagli squadristi. Dopo le leggi eccezionali, il Santi riuscì per qualche tempo a mantenere contatti con altri gruppi socialisti disseminati nel paese, approfittando della sua professione di viaggiatore di commercio che gli consentiva di spostarsi di città in città senza destare sospetti. In collegamento con G. Faravelli e A. Greppi, del Partito socialista dei Lavoratori Italiani, e con R. Fiorio, del Partito Socialista Italiano, lavorò per superare gli strascichi della scissione del 1922 e ricostituire l’unità delle disperse forze socialiste rimaste in Italia. Con l’insuccesso di questi tentativi, anche il Santi fu inghiottito nel lungo e silenzioso esilio interno della maggior parte dei quadri dirigenti socialisti. Fermato ancora a Foligno nel novembre del 1934 e subito rilasciato, nel febbraio del 1936 fu radiato dal novero dei sovversivi. Alla fine del 1941 riannodò in modo più regolare i contatti mai del tutto interrotti con i vecchi compagni e con Greppi e R. Veratti partecipò alle riunioni che si tennero in casa di Ivan Matteo lombardo e F. Lami Starnuti in vista della riorganizzazione del Partito Socialista Italiano. Nell’estate del 1943 partecipò alla ricostituzione del Partito Socialista, risultante dalla fusione del Partito Socialista Italiano con il movimento di Unità Proletaria, ma dopo l’8 settembre fu costretto a riparare in Svizzera. A Lugano assunse la carica di segretario del Comitato per l’assistenza ai profughi politici italiani. Nel settembre del 1944 raggiunse l’Ossola libera e di lì riuscì a passare clandestinamente in Italia, dove partecipò alla lotta per la liberazione di Milano e fu tra i redattori del primo numero dell’Avanti! legale. Segretario della Camera del Lavoro di Milano subito dopo il 25 aprile, nel 1947 assunse, in sostituzione di O. Lizzardi, la carica di segretario generale aggiunto della Confederazione generale Italiana del Lavoro a fianco di G. di vittorio. Da quel momento la sua vicenda biografica si identifica in modo completo con la storia della maggiore confederazione sindacale italiana: deputato al Parlamento per la circoscrizione di Parma dal 1948 al 1968, membro della direzione del Partito Socialista Italiano dal gennaio 1948 al maggio 1949 e poi ancora dal gennaio 1951 all’ottobre 1968, membro dell’esecutivo della Federazione Sindacale mondiale e del consiglio di amministrazione dell’ufficio Internazionale del Lavoro, il Santi dedicò però la parte di gran lunga prevalente delle sue energie alla direzione della confederazione Generale Italiana del Lavoro. Tutto il suo discorso sindacale e politico dopo la fine della guerra è in fondo legato, come ha notato V. Foa, all’aggiornamento, in qualche modo, dei valori democratici e socialisti della tradizione padana, nelle nuove condizioni di un capitalismo industrializzato e organizzato. Anche negli anni più duri della guerra fredda si batté per affermare una concezione della democrazia sindacale che assorbiva la parte più vitale della tradizione riformista: per una democrazia cioè non formale ma fondata sulla consapevolezza delle masse, sulla loro iniziativa creatrice, sulla loro piena partecipazione alla formazione delle scelte collettive quali mezzi per valorizzare, in termini di azione e di lotta, l’immenso patrimonio di energie potenziali del proletariato (barbadoro). Sull’attuazione coerente del metodo democratico e sulla rivendicazione della capacità del sindacato di elaborare autonomamente una sua linea rivendicativa e riformatrice, nel fermo rifiuto di ogni discriminante ideologica e di ogni ipotesi di subordinazione dell’organizzazione di classe a istanze a essa estranee, il Santi fondò la sua concezione dell’unità sindacale. Strenuo difensore del suo mantenimento di fronte alle prime minacce di scissione (a lui, oltre che a Di Vittorio, si deve il tentativo di compromesso con la corrente cristiana noto come modus vivendi, che ritardò di qualche mese l’uscita di questa dalla confederazione Generale Italiana del Lavoro), anche dopo la rottura del 1948 non rinunciò mai a battersi per la ricomposizione. Il richiamo al riformismo padano è ben presente anche nella concezione che il Santi mostrò di avere delle riforme di struttura, quale traspare a esempio dalla relazione da lui svolta al Congresso Nazionale della Confederazione Generale Italiana del lavoro a Genova (1949), quando fu lanciata l’iniziativa del Piano del Lavoro: una concezione dinamica, che rifiutava di isolare le conquiste graduali di nuovi rapporti di lavoro e di vita delle masse dall’obiettivo della trasformazione socialista. Ma il saldo legame con la tradizione che aveva improntato la sua formazione di dilettante e di dirigente non impedì al Santi di avvertire con singolare lucidità l’emergere di esigenze e di problemi nuovi: così fu tra i primi a cogliere i limiti della strategia sindacale centralizzata che era prevalsa fino alla metà degli anni Cinquanta e nella relazione al Congresso Confederale di Roma (1955) si sforzò di definire un rapporto soddisfacente ed equilibrato tra la generalizzazione delle lotte da un lato e l’articolazione delle rivendicazioni in modo rispondente a un processo di sviluppo sempre più differenziato dall’altro. nell’ultimo periodo della sua attività il Santi fu chiamato a confrontarsi con i problemi posti dalla necessità di definire una coerente posizione del sindacato di fronte al discorso della programmazione: problemi resi per lui più delicati dall’ingresso del partito cui apparteneva, il Partito Socialista Italiano, nel governo di centro-sinistra. Rivendicando l’esigenza di una politica di piano che non si presentasse come pura e semplice razionalizzazione delle scelte capitalistiche, bensì come affermazione della priorità della scelta pubblica e delle riforme di struttura, rifiutò sempre ogni artificiosa contrapposizione tra salari e investimenti e ogni condizionamento della dinamica rivendicativa. Al VI Congresso Nazionale della Confederazione generale Italiana del Lavoro (Bologna, 1965) il Santi annunciò la propria irrevocabile decisione di ritirarsi, per ragioni di salute, dalla segreteria. Nel suo discorso, tutto proiettato nella prospettiva, che da anni non era sembrata così vicina, dell’unità sindacale, uscì in un’affermazione che rifletteva nel modo più chiaro il senso della sua milizia di dirigente operaio e socialista: La più grande soddisfazione sarebbe quella di poter avere la certezza che un bracciante, un operaio, un lavoratore solo, nel corso di questi diciotto anni, abbia detto per una volta sola di me: è uno dei nostri, di lui ci possiamo fidare. Trascorse gli ultimi anni della sua vita sempre più appartato dalla vita politica attiva, in una posizione di riserbo critico verso molte scelte del Partito Socialista Italiano, e principalmente verso quella dell’unificazione con il Partito Socialista Democratico Italiano, che sul piano sindacale sembrò comportare il rilancio della prospettiva, da lui sempre risolutamente respinta, del sindacato socialista.
FONTI E BIBL.: prefazione di V. Foa e introduzione di I. Barbadoro a L’ora dell’unità. Scritti e discorsi di Fernando Santi, Firenze, 1969; Critica sociale 5 ottobre 1969, 557-558; S. Turone, Storia del sindacato in Italia (1943-1969), Bari, 1973, ad indicem; A. Forbice, I socialisti e il sindacato, Milano, 1969, ad indicem; I congressi della CGIL, I-VII, Roma, 1949-1966; Dizionario storico politico, 1971, 1146; A. Agosti, in Movimento operaio italiano, IV, 1978, 507-510; P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 15 settembre 1988, 3; P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 16 settembre 1990, 3; Grandi di Parma, 1991, 102-103.

SANTI IGNAZIO FELICE
Parma 1702/1734
Fu docente di istituzioni romane all’Università di Parma dal 1702 al 1710. Poi divenne primo segretario di Stato e consigliere del Consiglio di Gabinetto del duca Francesco Maria Farnese. Nel 1734 fu giubilato con tutti gli onori e i titoli.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Registro de’ Recipiati e Mandati per il 1702-1703, Registro dei Mandati 1701-1720, Ruoli de’ Provigionati n. 29, 1, numero 30, 179; F. Rizzi, Professori, 1953, 32 e 65.

SANTI RAINALDO
Sambuceto di Compiano 1242
Architetto, lavorò nel 1242 alla cupola del Duomo di Piacenza.
FONTI E BIBL.: L. Cerri, L’architetto Rainaldo Santi e la cupola del duomo, Piacenza, S.T.P., 1912; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 965.

SANTINELLI GIOACCHINO
Parma 12 settembre 1725-Pieve di Guastalla 17 marzo 1813
Frate cappuccino. Compì la vestizione a guastalla il 15 agosto 1742 e la professione di fede il 15 agosto 1743. Fu consacrato sacerdote a borgo San Donnino il 21 settembre 1748. Fu predicatore, lettore a Parma e a Piacenza, guardiano a Parma e a Guastalla, definitore (1771 e 1783), congiudice, teologo degli ordinari di Guastalla Francesco Tirelli e Francesco scutellari. Nel 1760 predicò la Quaresima nella collegiata di San Bartolomeo di Busseto con applauso universale, essendo stato conosciuto dalli spassionati per uomo dottissimo, ed aggradito da tutti li ceti di persone per li suoi argomenti ben maneggiati non meno che fruttuosi, si per li dotti che per li popolari. E di più fu a tutti di somma edificazione co’ suoi buoni esempi e ritiratezza dal secolo. Morì in odore di santità.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Biblioteca cappuccini, 1951, 132; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 187.

SANTINELLI MARIO
Parma 1 dicembre 1685-Gallipoli 29 giugno 1745
Frate cappuccino laico, nel 1720 fu compagno dei missionari in Tunisi, indi (1735) del ministro provinciale e poi (1741) del vescovo di Gallipoli Antonio Maria Pescatori mantegazza, anch’egli cappuccino e alunno della Provincia Parmense. Compì a Carpi la vestizione (13 dicembre 1704) e la professione di fede (13 dicembre 1705).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 382.

SANTINI CESARE
Santa Maria della Fossa 19 marzo 1890-Bazzano 15 agosto 1953
Fu ordinato sacerdote il 28 novembre 1920. Fu combattente nella guerra 1915-1918. La nomina ad arciprete di Bazzano lo raggiunse mentre era parroco a Monchio delle Corti. Fece l’ingresso solenne a Bazzano il 7 dicembre 1936, festa del titolare sant’Ambrogio: gli conferì il possesso reale monsignor Giovanni Barili, vicario generale della diocesi di Parma. Il Liber chronicus lasciato dal Santini è ricco di annotazioni su fatti accaduti negli anni 1936-1953 e di iniziative da lui curate per il bene spirituale della parrocchia. Convinto che la predicazione fosse un mezzo efficace di apostolato, tenne nei diciassette anni della sua parrocchialità cinque missioni solenni (1937, 1938, 1939, 1940 e 1941) e un congresso eucaristico nel contesto delle parrocchie della zona (5 maggio 1940), con la partecipazione nella giornata di chiusura di quindici sacerdoti, di tutta la popolazione della parrocchia e di quella dei paesi limitrofi.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 61 e 65.

SANTINI EGIDIO
Borgo San Donnino XV/XVI secolo
Fu autore di un’ode saffica latina (Ill.mo et Clar.mo Juveni Philippo Rubeo Comiti), che il Pezzana procurò per la Biblioteca parmense. È molto probabilmente lo stesso ricordato negli Epigrammi latini del Veggiola (1536): Sanctini Sacerdotis Burgensis.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 453-454.

SANTINI EGIDIO
Vigatto-Pod Kaksmck 21 agosto 1917
Soldato nel 112° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Porta ordini addetto al Comando di Reggimento, percorreva ripetute volte zone battutissime dall’artiglieria nemica, offrendosi quando più grave era il pericolo, instancabilmente, assicurando il sollecito collegamento tra il Comando di reggimento e i comandi superiori, e dando splendide prove di alto valore personale.
FONTI E BIBL.: A. Coruzzi, Caduti di Vigatto, 1924, 53.

SANTINI VINCENZO FELICE
Parma 23 maggio 1798-Monaco di Baviera ottobre 1836
Cantante (basso), celebre nel genere buffo, esordì a Venezia (teatro San Benedetto, 14 aprile 1817) nell’Inganno fortunato di Rossini. Si hanno scarse notizie sulla sua carriera in Italia: lo si ritrova solo nel 1826 al Teatro alla Scala di Milano in Giulietta e Romeo di Vaccaj e in Margherita d’Anjou di Meyerbeer. Avuta l’approvazione del maestro Morlacchi, fu da questi scritturato per il teatro di Dresda. Qui cantò per diversi anni, passando poi al Teatro Italiano di Parigi, dove esordì il 22 aprile 1828 quale Figaro nel Barbiere di Siviglia. A detta del Bettòli, possedette una bellisima voce rimarchevole specialmente nelle note gravi che scendeva sino al contro re. Comunque anzichenò sguaiatello nell’azione e ne’ gesti, che avevano piuttosto del lazzo, quando si metteva di proposito in una parte, giungeva a farsi plaudire quanto ed anche più de’ migliori cantanti che in quel torno calcavano le scene parigine. Il Santini fu particolarmente apprezzato nell’aria del basso nella Zelmira di Rossini. Rimase a Parigi fino al 1831. Dopo essersi prodotto su altre scene, nel 1834 ritornò in Germania e cantò con successo al Teatro di Monaco. Morì a soli trentotto anni.
FONTI E BIBL.: P. Bettòli; Tintori; C. Schmidl, dizionario universale musicisti, 3, 1938, 680; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 20 febbraio 1983, 3.

SANTINO
Parma 1515/1517
Figlio di Beltrame. Fu carpentiere attivo in Roma. Figura quale testimone in due atti notarili del 1515 e 1517.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 140.

SANTINO DA PARMA
Parma 1600
Il Bocchia nella sua opera Drammatica a Parma (p. 92), fa menzione di Santino da Parma, comico e ballerino, vissuto verso l’anno 1600. Nello scenario della Pazzia di Isabella, pare fosse cosa impossibile mettere d’accordo una pavaniglia spagnola (danza grave e seria) con una gagliarda (ballo pieno di vivacità) di santino.Anche nei dialoghi sul modo di recitare le commedie, lasciati da leone di Somma (biblioteca Palatina di Parma, ms.), tra gli interlocutori figura un Santino.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 giugno 1922, 4.

SANTINO DAPARMA, vedi anche GARSI SANTINO

SANTO DA PARMA, vedi SANTE DA PARMA

SANTO DA VIGATTO
Vigatto-post 1266
Un capitulum del 1266 lo nomina trumbeta del Comune di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Banda, 1993, 171.

SANTOMERI GIOSEFFA
Parma- post 1774
Indicata come Sanromeri.Non risulta tra le pensionanti della Reale Scuola di Ballo di Parma.Danzò nella primavera del 1765 in Bajazette, nelle feste per le nozze ducali del 1769 fu terza ballerina (fu retribuita con 1720 lire, più 512 lire per la dilazione; Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri borbonici, b. 5) e nel luglio 1774 lavorò nel ballo dato in onore dell’arciduca di Milano (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri borbonici, bb. 4-5)
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

SAN VITALE, vedi SANVITALE

SANVITALE ALBERTINA, vedi NEIPPERG ALBERTINA MARIA

SANVITALE ALBERTO
Parma ante 1229-Parma 16 maggio 1257
Secondo figlio di Guarino e di Margherita Fieschi, sorella di papa Innocenzo IV. dapprima si diede al mestiere delle armi, poi abbracciò la carriera ecclesiastica. Ottenne un canonicato nella Cattedrale di Parma. Il 7 settembre 1231 prestò il suo consenso a un atto di investitura delle decime e dei frutti di tutte le terre che i canonici possedevano nella villa di Enzola a favore di Giovanni, chierico di Castel Rignano, al quale, nello stesso tempo, fu conferito il beneficio sacerdotale fondato in Cattedrale nel medesimo anno dall’arcidiacono Bonifacio da Cornazzano. Verso la fine di maggio del 1233, come canonico, si sottoscrisse nel testamento di Gherardo Custode, che fondò un beneficio in Cattedrale con una dotazione di cinquanta biolche di terra a sant’Eulalia. Il Sanvitale nel 1238 era ancora arcidiacono della Cattedrale, poiché il 16 agosto approvò la donazione fatta da sopramoggio di Basilicanova dei beni comperati dai frati di San Francesco per la chiesa di Santa Maria Maddalena. Resosi vacante il vescovado di Parma con l’annullamento dell’elezione di bernardo Vizio Scotti, il papa scrisse al capitolo parmense il 1° dicembre 1234 con l’ordine di provvedere all’elezione nel termine di quindici giorni. Di fatto si passò subito all’elezione del Sanvitale, che venne poi confermata dal pontefice. Corse voce che l’impegno di annullare l’elezione di Bernardo Vizio avesse avuto origine dal voler favorire il nipote del papa che, al dire di fra Salimbene, molto dotto non era ma bensì di bella presenza e di singolare onestà: Praedictus Papa abstulit Episcopatum Parmensem Bernardo Vitio de Scotis, qui erat frater de Martorano, et iam habebat illum sibi datum a Gregorio de Montelongo in Lombardia Legato, et dedit Alberto de Sancto Vitale ex sorore sua, suo nepoti, quia caro et sanguis revelavit tibi. Il papa il 9 febbraio 1244 diede l’incarico al Sanvitale di ingiungere all’arciprete e al Capitolo di San Prospero di Reggio Emilia che entro otto giorni eleggessero il loro vescovo, perché altrimenti vi avrebbe provveduto il Sanvitale stesso. Il Sanvitale fu semplicemente eletto e confermato dal papa perché non fu mai promosso ad altro ordine che al diaconato, né si curò in seguito di farsi ordinare sacerdote, per cui non fu neppure mai consacrato vescovo, tenendo solo il titolo di Eletto e facendo compiere nella sua Chiesa da vescovi suffraganei le funzioni episcopali. Il Sanvitale ottenne dal papa Innocenzo IV una ordinanza, del 26 aprile 1244, in cui si legge: Volentes ut Parmensis Ecclesia debitis ossequiis maxime in Missarum solempniis non fraudetur presentium autoritate statuimus. Il pontefice, con lettera dal laterano del 13 maggio 1244, ordinò al Sanvitale di togliere dal monastero delle cistercensi di San Siro di Fontanelle i chierici addetti all’ospedale e collocarli in chiese della sua diocesi distanti dal monastero per evitare scandalo. Il sanvitale fu generoso verso l’ospedale di Borgo San Donnino: il 2 giugno 1244 diede l’investitura di tutte le terre del Palazzo vescovile poste nella pieve suddetta (cioè tutti i frutti delle decime e di decimazione) a Bianco, rettore e amministratore dell’ospedale, con l’onere di una libbra di cera nuova da consegnarsi nell’ottava di Santa Maria d’Agosto. Poiché i frati domenicani di Santa Maria Nuova in Capo di Ponte si rivolsero al papa per rifabbricarsi un convento e una chiesa decorosa, Innocenzo IV il 6 luglio 1244 scrisse al Sanvitale, al Capitolo e al clero di Parma affinché assecondassero il priore e i frati a trovare un luogo migliore e più adatto. Intanto Innocenzo IV, sfuggendo all’imperatore Federico II, ribelle alla Chiesa, da Genova si trasferì a Lione per celebrarvi un concilio generale. Il Sanvitale, nipote del papa, si mosse con grande prudenza e coraggio affinché fosse tenuto il concilio: il papa il 17 luglio 1245 proferì sentenza contro Federico, privandolo dell’impero e di tutti gli altri stati, come sospetto di eresia, spergiuro e nemico della Chiesa, assolvendo i sudditi dal giuramento e ordinando sotto pena di scomunica di negargli ubbidienza. Per ritorsione contro i guelfi parmigiani che già aveva espulso, Federico non solo confiscò loro tutti i beni ma si appropriò anche di quelli della Chiesa, occupando il Palazzo vescovile di Parma, esigendo le entrate, imponendo gravezze alle chiese e lanciando bandi rigorosissimi contro chiunque avesse avuto contatti con la parte avversaria. limperatore esiliò da Parma e da Reggio i Sanvitale e i Rossi, parenti del papa e i da Correggio e i Lupi di parte guelfa. Il Sanvitale, dopo aver persuaso il papa a revocare l’atto di elezione a badessa del monastero delle clarisse di Bordeaux della sorella Cecilia, ripartì da Lione. Giunse nel marzo 1247 a Milano, dove si fermò e da dove si occupò della sua diocesi, avendone avuto licenza dal papa sino dal 21 marzo 1246 da Lione (super his aliis etiam extra Parmensem Diocesim constitutis cum expedire vices tuas plenam tibi concedimus auctoritate presentium facultatem). Il papa il 30 maggio 1247 scrisse al Sanvitale avvertendolo di avergli concesso la facoltà di conferire a persone idonee le prelature e gli altri benefici ecclesiastici della città e diocesi di Parma, fino a che la persecuzione suscitata da Federico quondam imperatore non si fosse calmata. Quando re Enzo, lasciato dal padre a custodia del parmigiano, partì per rinforzare l’assedio al castello di Quinzano, nel territorio di Brescia, i Rossi, i Lupi, i da Correggio, i Sanvitale, Giberto da Gente e tutti i banditi, provvedutisi d’armi e di soldati, si portarono da Piacenza a Noceto, ove Ugo, fratello del Sanvitale, venne acclamato loro capitano. Si posero in marcia il 15 giugno 1247 e ruppero al Borghetto del Taro le squadre ghibelline guidate dal podestà Testa, aretino, da Ugo Mangiarotto e da Bartolo Tavernieri. Giunti alle fosse del capo di Ponte, che trovarono asciutte, salirono i ripari e, senza trovarvi resistenza, si recarono ai palazzi del Vescovo e del Comune, occuparono le porte e le torri e, assoggettata la città, crearono loro podestà Gherardo da Correggio. Nel luglio Riccardo, conte di San Bonifacio di Verona, guidò per la via di Guastalla i suoi soldati e quelli di Mantova, accolto con grandi feste dai Parmigiani. Poco dopo giunse da Piacenza un soccorso di quattrocento cavalli e da Milano arrivarono il cardinale Gregorio da Montelongo e Bernardo Rossi con altri mille cavalli. Non mancarono gli aiuti di Azzo d’Este e dei fuoriusciti di Reggio e dei bolognesi. Il comune di Genova prima inviò centocinquanta balestrieri e poco dopo altri trecento, come pure fecero i conti di Lavagna, parenti del papa (Alberto Fieschi si portò a Parma in persona, facendo alzare in più luoghi le mura diroccate della città). Il 2 agosto 1247 l’imperatore Federico II, alla testa di un poderoso esercito, pose l’assedio alla città di Parma. Il 18 febbraio 1248, con una improvvisa sortita portata direttamente al campo imperiale, le truppe ghibelline furono messe in fuga e la città di Parma liberata dall’assedio. Il papa il 13 marzo dello stesso anno 1248 scrisse al Sanvitale e a Guglielmo, vescovo di Reggio Emilia, ordinando loro che i cittadini di Cremona, i quali dopo la sentenza di deposizione di Federico II avevano prestato in qualunque maniera aiuto all’Imperatore, fossero privati di tutti i feudi ecclesiastici, da conferire ai soldati cremonesi devoti alla Chiesa. L’anno dopo il Sanvitale fu presso il papa a Lione, dove ottenne che fosse promosso alla dignità di abate di Nonantola Cirsacco da Marano. Avvenuta la morte dell’imperatore Federico II nelle Puglie, il papa rientrò in Italia e si condusse a Genova (maggio 1251) ove incontrò il Sanvitale e il fratello Obizzo, canonico della Cattedrale e cappellano pontificio, suoi nipoti. Il 23 giugno il papa, che si tratteneva ancora a Genova, col consenso del Sanvitale, anch’egli presente, concesse al prevosto e canonico Pietraccio de’ Torselli l’usufrutto di tutte le case di ragione della Chiesa di Parma che erano state assegnate a Obizzo e gliene diede l’investitura. Poi il papa si portò verso Milano e il Sanvitale, insieme al fratello, tornò a Parma passando da Berceto. Nell’anno 1251 il sanvitale confermò alla fabbrica della cattedrale le investiture e le concessioni già fatte, cioè la decima e i frutti della decima di tutte le terre poste nelle paludi della città presso porta Santa Cristina, i pascoli di San Prospero, delle Saldine e la palude di Fognano. Il 10 ottobre 1252 il Sanvitale sentenziò nella causa tra Giovannino e l’abate del convento di San Ponzio de Tomeriis per la chiesa di Santa Maria de Corbiano, della diocesi Agathensis. Il papa, da Perugia, il 5 novembre ne confermò la sentenza. Per desiderio del Sanvitale, il papa il 20 dicembre, sempre da Perugia, permise a guglielmo, cappellano del Sanvitale, di percepire come se fosse personalmente residente i frutti della prebenda Conchensis, della prebenda di Guisa nella diocesi di Lione e dell’arcipretura di Cusignano della diocesi di Parma. Nell’anno 1253 Giberto da Gente, podestà dei Mercanti, si adoperò per pacificare i parmigiani con i fuoriusciti e il 18 maggio 1253 il papa conferì facoltà al Sanvitale di assolvere i fuoriusciti dalle censure contratte per avere aderito all’imperatore Federico e al figlio Corrado. Nel 1254 il Sanvitale istituì nella chiesa di San Tomaso di Gattatico, allora della diocesi di Parma, due chierici. Intanto Giberto da gente, che aveva saputo farsi proclamare signore perpetuo di Parma, prima mostrò di favorire la parte guelfa e la Chiesa, ma cominciò dopo non molto a intaccarne l’immunità. Il Sanvitale e buona parte del Capitolo della Cattedrale uscì da Parma e si recò dal papa per richiederne l’intervento, ma poco dopo Innocenzo IV morì (7 dicembre 1254). Il nuovo eletto, Alessandro IV, da Napoli, il 12 aprile 1255, gli chiese di procurare a giacomino di Galegana, chierico povero della sua diocesi, un qualche beneficio ecclesiastico che non competesse a nessun altro in qualcuna delle sue chiese, facendolo ricevere come chierico e fratello. Il 28 maggio dello stesso anno il papa, che aveva stabilito nella sua costituzione de consecrandis episcopis il tempo entro il quale gli eletti erano obbligati a farsi consacrare a vescovo, scrisse al Sanvitale di ritenersi esentato da tale obbligo. Nel 1256 il Sanvitale fu in Roma e di là inviò una lettera in data 21 marzo al suo vicario Gherardo, arciprete di Fornovo, con la quale gli ingiunse di ricevere tra i canonici di Berceto Nantelmino, figlio di Guglielmo Rustico di Solignano, e di metterlo in possesso di una prebenda vacante. Il sanvitale si era portato a Roma per ottenere la conferma dei privilegi personali avuti anteriormente e la concessione di provvedere le chiese della città e diocesi di prelati e sacerdoti e di sostituirli con più idonei. Tornato a Parma, si trovò presente il 23 marzo 1257 all’atto di fondazione di due benefici istituiti all’altare di Santa Barbara da Alberto d’Ungheria, canonico di Parma e notaio del papa: In presentia venerabilis Patris Domini Alberti Dei gratia Electi. Il Sanvitale fu sepolto in fondo al Coro della Cattedrale di Parma, in quella parte che guarda la chiesa di San Francesco del Prato, con la seguente iscrizione in versi leonini: Hic iacet Albertus post mortem vivere certus Qui fuit Electus Parmensis vir bene rectus Vir sobrius castus vir vitans undique fastus Vir gremiis plenus, largus largitor egenis Dogmate maturus inter contagia purus Hinc Anselmorum pater et genus extat avorum Mater de Flisco comitissa ex sanguine prisco Pontificisque nepos summi quartus fuit Innocentius ipsius clarus frater genitricis In quinquaginta septem cum milleducentis Et maii mensis octo geminis fugientis.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 37, 51-52 e 228; N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa parmense, 1936, 217-230; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 238.

SANVITALE ALBERTO
-Parma 1295
Figlio di Antonio. Fu ucciso nel tumulto che ebbe luogo tra il partito guelfo, che voleva introdurre in Parma gli Estensi, e quello dei ghibellini, tumulto nato poco dopo che il vescovo Obizzo Sanvitale, suo prozio, era stato scacciato da Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE ALBERTO
Parma 28 agosto 1834-Parma 25 settembre 1907
Figlio di Luigi e di Albertina Neipperg. Di nobile e ricca famiglia, si laureò in matematica e in ingegneria e poi entrò nell’Esercito Sardo come ufficiale di artiglieria (1859). Prese parte alle campagne del 1859 e del 1866. Avendo già raggiunto il grado di capitano, abbandonò la carriera militare per dedicarsi in Parma agli uffici amministrativi e alla gestione di varie opere pie. Per quattro legislature (dalla XVI alla XIX) rappresentò alla Camera dei Deputati il collegio di Parma, militando nelle file del partito liberale moderato. Fu abbastanza assiduo ai lavori della Camera. Fu consigliere comunale dal 1869 al 1892, assessore dal 1870 al 1886 e consigliere provinciale per molti anni. Divenne deputato di Parma in una elezione supplettiva a scrutinio di lista nel 1887. Fu rieletto nel 1890 e ancora nel 1891 e nel 1895 a Parma Nord. Presiedette gli Asili Infantili e la Casa di Provvidenza di Parma. Fece uso liberale dei suoi averi in opere di pubblica e privata beneficenza.
FONTI E BIBL.: T. Sarti, Il Parlamento subalpino e nazionale. Profili e cenni biografici, Terni, Tip. de l’Industria, 1890, 851; Gazzetta di Parma 27 e 29 settembre 1907; G. Sitti, Il Risorgimento italiano nelle epigrafi parmensi, Parma, Off. Grafica fresching, 1915, 137; Gazzetta di Parma 9 dicembre 1920, 1-2; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 123; E. Michel, in Dizionario risorgimento, 4, 1937, 205; A. de Gubernatis, Dizionari biografici, due volumi, Firenze, 1879, e Roma, 1895; L.F. Pallestrini, I nostri deputati: XIX legislatura, Palermo, 1896; A. Malatesta, Ministri, 1941, 108; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 137.

SANVITALE ALESSANDRO
1553-Curzola 1571
Figlio di Alfonso, partecipò giovanissimo alle guerre contro i Turchi, al servizio dei duchi di Savoja, e morì alla battaglia di Lepanto a soli diciotto anni.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; C. argegni, Condottieri, 1937, 135.

SANVITALE ALESSANDRO
Fontanellato 1573 c.-post 1635
Figlio di Luigi e di Corona della Somaglia. Nel 1622 fu inviato dalla corte di Parma al duca di Savoja per partecipare la morte del duca Ranuccio Farnese. Nel 1623 fu eletto capitano dei Corazzieri della Guardia. Nel 1632 fu inviato a Torino al duca Vittorio Amedeo di Savoja per congratularsi per la nascita del primogenito. Nel 1635 fu eletto governatore delle Armi in Piacenza. Il duca Odoardo Farnese, in benemerenza della devozione mostrata per la casa Farnese, gli concesse l’acquisto dalla Camera ducale della metà di Fontanellato, che dal 1612 era stata confiscata ad Alfonso Sanvitale, suo cugino. In questo modo l’intera signoria di Fontanellato fu riunita nelle mani del Sanvitale.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE ALESSANDRO
Fontanellato 13 agosto 1645-2 marzo 1727
Nacque dal conte Luigi e da Lucrezia Cesi. Fu celebre negli studi matematici, meccanici e musicali. Nella meccanica superò i più esperti artefici: in hisce facultatibus versatissimus, et expertissimus erat, manumque suam mechanicis praesertim operationibus ita admovebat, ut ipsos peritiores artifices superare visus sit (Museo Mazzuchelliano). Ebbe al suo servizio Lotto Lotti, bolognese, che gli dedicò il suo poema della liberazione di Vienna, scritto in lingua bolognese (impresso in Parma per gli Eredi del Vigna, 1685). Il Malatesta, nella sua dedicatoria del volgarizzamento delle Selve di Stazio, fatto dal Biacca (Milano, 1732), dice del sanvitale queste parole: Ognuno sa quanto fosse nelle Matematiche versato il Conte Alessandro, quanto innamorato delle belle lettere, e quanto egli sia stato generoso Mecenate degli uomini dotti; quindi ha egli meritato l’applauso delle più fiorite Accademie, le quali ad eternare la di lui memoria lo hanno onorato, ancor vivente, col far coniare medaglie al di lui nome; speziosi monumenti, che ai soli grand’uomini convengonsi. Il Chiappetti (a foglio 224 della sua architettura Militare, 1712) descrive una nuova foggia di cannone inventato dal sanvitale nell’anno 1711. Il Sanvitale fu anche violinista, compositore e mecenate illustre. Gli vennero dedicate buon numero di pubblicazioni di musiche strumentali: l’opera 7 di L. Penna (1673), l’opera 12 di G. M. Bononcini (1678), l’opera 7 di G. B. Vitali (1682), l’opera 5 di G. B. Bassani (1683), l’opera 2 di G. B. Bononcini (1685) e l’opera 1 di L. Taglietti (1697). Il Sanvitale pubblicò Messe piene a 8 voci opera 5 (Bologna, Monti, 1684). restaurò nel 1687 il castello di Fontanellato e vi edificò un teatro. Sposò Paola Simonetta, figlia del conte giacomo, di Milano.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 12-13; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 383-384; Enciclopedia della Musica, 4, 1964, 113.

SANVITALE ALESSANDRO
Parma 17 settembre 1731-9 ottobre 1804
Fu grande cultore delle lettere e in particolare della letteratura francese. Raccolse una notevole biblioteca di opere di autori francesi. Morì per attacco apoplettico.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 387-388.

SANVITALE ALFONSO
Parma ante 1519-1560
Figlio di Gianfrancesco e di Laura Pallavicino. Legato da amicizia e parentela a Ottavio farnese, gli fu sempre vicino e nel 1545 combatté per lui contro Carlo V, che gli voleva togliere il dominio di Parma.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591; E. Bicchieri, Vita di Ottavio Farnese, Modena, 1864; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1637, 130-131.

SANVITALE ALFONSO
1530-Sartiano 26 dicembre 1555
Figlio di Girolamo. Da giovanetto fu paggio d’onore di Ferdinando d’Austria. Tornato in Italia, difese con grande valore il suo castello di Sala, assediato dai Farnese alleati col re di Francia, e li costrinse a ritirarsi (1552). Al comando di due compagnie di Tedeschi seguì l’armata di Andrea Doria che combatté il corsaro Dragut, battendolo all’isola di Ponza. Passò quindi alla guerra di Siena e poi a quella di Piemonte contro i Francesi, difendendo con magnifico risultato la fortezza di Valfenera. Carlo V lo creò cavaliere di Sant’Jago. Nel 1555, quando l’armata turca, dopo aver depredato la Toscana, si recò in Corsica, il Sanvitale le andò incontro con i suoi Tedeschi e, dopo un gagliardo combattimento in cui dimostrò ancora una volta il suo coraggio, la debellò quasi interamente, volgendola in fuga e facendone appendere le insegne conquistate nella chiesa di San Sepolcro, a perenne ricordo della valorosa impresa. Ritornato nelle file di cosimo dei Medici, mentre si preparava all’assedio di Sartiano, venne colpito da un’archibugiata che lo condusse a morte all’età di soli venticinque anni.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; E. Bicchieri, Vita di ottavio Farnese, Modena, 1864; M.E. da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto della Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 130.

SANVITALE ALFONSO
1574 c.-Parma 19 maggio 1612
Figlio di Ottavio e di Vittoria Appiani. accusato di congiura, fu decapitato nel 1612 assieme a Gerolamo e Gianfrancesco Sanvitale, vittima con tutta probabilità degli interessi dei Farnese.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE AMALIA
Parma 1757 c.-post 1817
Figlia di Alessandro e Costanza Scotti. Fu dama di palazzo dell’imperatrice e nel 1817 dama della Crociera.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE ANGELO
Parma primi anni del XV secolo-1446
Figlio di Gian Martino. Allievo di Braccio da Montone, ne acquistò la valorosa perizia militare e con lui, nel 1420, prese parte alla conquista di Bologna, quando questa città si ribellò alla Chiesa. Passò poi al servizio di Niccolò Piccinino. Con Francesco e Giacomo, figli di quest’ultimo capitano, fu poi al servizio del re Alfonso I di Napoli, per il quale contribuì a recuperare gran parte del regno (nel 1424 fu all’assedio dell’Aquila) combattendo contro Renato d’Angiò e poi contro Francesco Sforza, da lui sconfitto nella Marca di Ancona. Passò quindi al soldo di Lionello d’Este, dando sempre prova di valida esperienza militare. quando morì l’ultimo Visconti di Milano, lasciando Parma agli Estensi, Lionello d’Este non poté accettarla per motivi politici ma il Sanvitale difese gagliardamente la sua città assalita (con Fiorenzuola e Colorno) dagli Sforzeschi, che però alla fine lo spogliarono dei suoi domini. Andò allora a servire la repubblica veneta contro Francesco Sforza, alleandosi ai da Correggio. Ebbe allora il comando di quattrocento uomini e il soldo di quaranta fiorini per lancia.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; B. Corio, Storia di milano, Venezia, 1565; M.E. da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877, 377; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, XX; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; Rosmini, Storia di Milano, Milano, 1820; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Simonetta, Vita di Francesco Sforza, Venezia, 1544; F. Thomassino e G. Turpino, Ritratti di cento capitani, Roma, 1635; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; P. Totti, Ritratti ed elogi di capitani illustri, Roma, 1635; C. Argegni, Condottieri, 1937, 131.

SANVITALE ANA, vedi SANVITALE GIOVANNA

SANVITALE ANNA ELEONORA
Sala 1558-Ferrara 19 marzo 1582
Nacque da Giberto e da Livia da Barbiano, figlia di Pier Francesco conte di Belgiojoso. Essendosi il padre circondato di cultori delle lettere, ai quali fu largo di protezione, non meraviglia il fatto che la Sanvitale fosse educata negli studi con singolare cura. All’età di quattordici anni sapeva già scrivere elegantemente orazioni e versi latini, traduceva cicerone e conosceva la filosofia aristotelica. Tali doti ebbero pomposa descrizione da Girolamo Catena in una lettera a lei indirizzata da Città della Pieve il 1° ottobre 1574: Nunc autem id tibi persuadebis, nullam extitisse neque superiori aetate, neque nostra, quae ingenium tuum, literas, eloquentiam adaequet, aut majoribus naturae adjumentis ac praesidiis provenerit. Ipse saepe sum admiratus, te vix quatuordecim annos natam et latinam linguam probe, et etruscam callentem, Ciceronis libros diligenti lectione evolvisse, quam Arist. de moribus scripsit philosophiam didicisse, veteris ac novi Testamenti historiam memoria tenere, orationes, epistolas candido stylo fecisse, carmina fudisse. Et nunc Euclidis operi studere, et post velle astrorum cursus metiri, ac sphaerae cognitioni incumbere. quaenam ergo mulier, o praestantissima Virgo, tecum conferenda est? Immo vero qui vir unquam floruit, tam paucis annis tot claris virtutibus ornatus? Quid de singulari humanitate dicam, quid de suavissimis moribus, quos omnes video cupiditate honoris, pudicitiae et gloriae inflammatos, tam erudita simplicitate conditos, tam dulci severitate temperatos? Ut si Modestia ipsa filiam desiderasset, effiegiem moris, sermonis, gravitatis, integritatis, animique sui, non aliam quam te voluisset. Tu virginalis verecundiae exemplum; habitus, vestitus liberalis. praeterea haec animi pulchritudo cum corporis eximia pulchritudine convenit, quae non tantum venustas mulieribus, quam virilis dignitas dicenda est: ita omnes partes inter se cum summo lepore summa gravitate admixta consentiunt, ut nulla quidem species excogitari possit ornatior, cum ex utroque formae splendore constare videatur. Nel gennaio 1573 Giulio Thiene, che era al seguito di Alfonso d’Este a Roma per rendere omaggio al pontefice Gregorio XIII, incontrò per la prima volta la Sanvitale che si trovava a Roma col padre e la matrigna, impegnati in una causa civile. La Sanvitale, allora tredicenne, produsse certamente una forte impressione nell’animo del giovane feudatario scandianese. L’aggregazione allora avvenuta del Thiene alla nobiltà romana contribuì certo a lusingare ancor più l’amor proprio della sanvitale, la cui matrigna, barbara Sanseverino, non meno colta di lei, mise a rumore tutta la Roma aristocratica cinquecentesca per quel fascino irresistibile che ella seppe esercitare su tutti. La Sanvitale assimilò certamente della raffinata matrigna le qualità che occorrevano a una gran dama per brillare nel suo entourage ma, quanto ai costumi morali, per quello che se ne ricava dagli scritti, fu assai diversa dalla contessa di Sala: se si eccettua una garbata civetteria, null’altro trapela di men che corretto attraverso gli studi condotti con certosina meticolosità da coloro che hanno ricostruito storicamente le vicende della Ferrara cinquecentesca. Assai avvenente, la Sanvitale fu dunque destinata sposa a Giulio Thiene, conte di Scandiano, che sposò (febbraio 1576) a scandiano. Gli sposi si trasferirono poi alla corte di Ferrara, ove Giulio Thiene risiedeva: Era nel febbrajo di quell’anno giunta a Ferrara Donna Eleonora Sanvitali, sposa novella di Giulio Thiene Conte di scandiano, giovinetta bellissima, d’alto animo, e di leggiadre e gentilissime maniere, ed oltre a ciò assai versata negli studj delle buone lettere e delle scienze. Eravi ella stata accompagnata dalla Signora Barbara sanseverino Contessa di Sala sua matrigna, Dama che per bellezza, per vivacità, per ingegno, e per un certo maestoso portamento non la cedeva punto alla figliastra. Tutta Ferrara al loro arrivo si pose in curiosità per la fama già percorsavi del merito di queste Dame, e particolarmente della Contessa di Sala, che in Roma, ove s’era trattenuta alquanti mesi, s’aveva acquistato il titolo d’una delle più belle e più assennate matrone d’Italia. Ora nelle feste, che si fecero in quel Carnovale alla Corte, la Signora Barbara comparve con una nuova acconciatura di capelli in forma di corona, la quale unita alla bellezza del sembiante e alla maestà della persona le dava tutta l’aria d’una Giunone. Né minor comparsa vi fece la Signora Leonora, bellissima anch’ella, e a cui accresceva molto di vaghezza l’età giovinetta, e una certa verginale modestia assai piacevole a’ riguardanti, ma sopra tutto il labbro inferiore, che alquanto ritondetto si sporgeva in fuori con molta grazia. Questa corona e questo labbro furono l’oggetto della meraviglia, e de’ discorsi degli oziosi Cortigiani, e di quasi tutta la Nobiltà Ferrarese; e il Duca medesimo non poté dissimulare il piacer provato per quella vista: onde il Tasso prese volentieri occasione di scrivere in questo proposito alcuni Sonetti, ch’ebbero meritamente grandissimo applauso, massime presso il Duca, il quale udendoli leggere, gliene mostrò particolare godimento; il che Torquato volle partecipare al suo amico Scalabrino, dicendogli in una lettera dell’ultimo di Febbrajo: Ho fatto due Sonetti, uno alla Contessa di Sala, ch’avea la conciatura delle chiome in forma di corona, l’altro alla figliastra, c’ha un labrotto quasi all’Austriaca; e con occasion d’udirli il Duca m’ha fatto molti favori; ma io vorrei frutti e non fiori. Non mando i Sonetti, perché non mi risolvo se son belli o no. Questo so bene, ch’avendoli io detti mal mio grado al Maddalò, gli ascoltò con volto severissimo. Ma sia che si voglia, non so chi facesse molto di meglio. Oltre a questi due ne fece un altro bellissimo per la medesima Signora Leonora Contessa di Scandiano in occasione che in quello stesso Carnovale comparve molto leggiadramente mascherata ad una danza, dicendole che non v’era volto o foggia alcuna da maschera, per vaga ed avvistata che ella si fosse, la quale potesse agguagliare, non che accrescere la sua naturale avvenentezza. Cotali componimenti gli aprirono ben presto l’adito alla grazia e alla famigliarità di questa virtuosissima Dama, la quale, come già dicemmo, era assai intendente, e si dilettava di scrivere anch’essa in verso e in prosa con molta eleganza. Ma questa novella ventura non servì che ad aumentar maggiormente la rabbia e l’invidia de’ suoi emoli; i quali mal sofferendo di vederlo così accetto alle due Principesse, e in tanta grazia delle Dame più belle e più riguardevoli della Corte, posero in opera più che mai le loro macchine ribalde per abbatterlo ed atterrarlo (Serassi). La Sanvitale divenne in breve assai nota anche perché corse voce che a lei fossero rivolti gli infelici amori del Tasso, che dalla sua prigione le scrisse una lettera, assieme ad alcune poesie, in cui dice: mando a V. S. questo picciol volume di rime, opera anzi di Febo, e d’Amore che d’alcun arte: e la prego, che voglia con ogni studio procurare, che l’emenda degli errori sia non men cara, di quel che gli errori siano stati spiacevoli, a coloro massimamente, i quali ella può sapere, che più m’incresce di avere offesi. Di queste rime molte sono in lode della Sanvitale. Due sonetti furono poi ripubblicati dal Venturi (foglio 113 della Storia di Scandiano). Il Manso, il giacomozzi e lo stesso Pezzana, analizzando filologicamente alcuni sonetti del Tasso, ritengono che il poeta sia stato realmente innamorato della Sanvitale. Nel 1582 Marfisa d’Este concesse in affitto a Giulio Thiene il palazzo Schifanoja, che il popolo chiamò allora la Scandiana, identificandolo in volgare metonimia, coi nuovi abitatori. Nella sontuosa sua nuova dimora, la ventiduenne Sanvitale morì dando alla luce una bambina. La salma fu subito trasportata a Scandiano dove fu inumata entro il sepolcro di casa Thiene, nella cattedrale. La Fachini collocò la Sanvitale tra le sue Donne Italiane rinomate in letteratura, dove afferma che si istruì anche nelle matematiche e nella Sagra Storia.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 660-666; Aurea Parma 4-5 1939, 148-153; G. Canonici Fachini, prospetto biografico delle donne italiane rinomate in letteratura, Venezia, 1824; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri o benemeriti nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, Genova, 1877, 380-382; M. Bandini, Poetesse, 1942, 214; P. Litta, Famiglia Sanvitale ramo di Sala e Colorno, tavola IV; Aurea Parma 4-6 1943, 79; Gazzetta di Parma 3 febbraio 1953, 3.

SANVITALE ANNA MARIA GIOSEFFA
Parma 14 aprile 1700-Parma 3 agosto 1769
Figlia del conte Luigi e di Carona Avogadri, sposò Francesco Terzi, conte di Sissa. Fu ascritta all’ordine della Croce Stellata, tra le matrone d’onore della corte parmense, e scelta da Filippo di Borbone come custode aggiunta della figlia Elisabetta. La Sanvitale morì a sessantanove anni d’età e fu sepolta nella cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 135.

SANVITALE ANSELMO
Parma 1202
Figlio di Ugo. Nel 1202 fu uno dei testimoni intervenuti per convalidare la pace che si compose in Cremona per opera del podestà di Parma tra i Reggiani e i Modenesi, che erano venuti a contesa.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE ANSELMO
ante 1229-Parma post 1295
Figlio di Guarino e di Margherita Fieschi. Nel 1279 fu canonico e custode del Capitolo di Parma e vicario generale del vescovo Obizzo sanvitale, suo fratello. Nel 1295 fu prevosto della Chiesa di Parma. Visse lungamente a Roma.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE ANTON FRANCESCO, vedi SANVITALE ANTONIO FRANCESCO

SANVITALE ANTONIA, vedi CORREGGIO ANTONIA

SANVITALE ANTONIO
Parma 1294
Figlio di Ugo. Durante una solenne giostra tenuta a Ferrara nell’anno 1294 fu fatto cavaliere da Azzo d’Este.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.

SANVITALE ANTONIO
Parma 1347 c.-14 settembre 1397
Figlio di Giberto. Fu condottiero al servizio di Bernabò Visconti, duca di Milano, e per lui combatté in Lombardia contro i guelfi. Nella battaglia di Bastia di Solarolo, presso Modena, rimase prigioniero (1363). Nel 1378 partecipò all’assedio di Verona contro gli Scaligeri, meritandosi il cingolo militare. Nel 1387 fu capitano del popolo in Firenze.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Archivio della famiglia sanvitale, in Parma; Biblioteca Palatina di Parma, manoscritto 1193; B. Corio, Storia di Milano, venezia, 1565; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, XVIII; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; G.B. Pigna, Historia dei principi d’Este, Ferrara, 1570; F. sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. simonetta, Storia delle imprese di Francesco Sforza, venezia, 1544; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. argegni, condottieri, 1937, 131.

SANVITALE ANTONIO
Parma 1470
Figlio di Stefano e della sua seconda moglie, orsina Lecco. Fu protonotario apostolico e canonico della Cattedrale di Parma. Nel 1470 fu tra i testimoni intervenuti a firmare il giuramento della città di Milano al primogenito del duca Galeazzo Maria Sforza.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE ANTONIO FRANCESCO
Parma 10 febbraio 1660-Urbino 17 dicembre 1714
Nacque da Luigi e da Margherita Talenti, sposata in seconde nozze. Dopo i primi studi letterari fatti in Parma, entrò nel 1676 nel collegio Clementino di Roma, dove studiò filosofia e divinità. Tornato in patria nel 1682, si diede agli studi di giurisprudenza sotto Francesco Bonvicini e dopo due soli anni si laureò (31 dicembre 1686). Dopo essere stato ordinato sacerdote a Parma e aver tenuto per qualche tempo la carica di segretario di legazione del cardinale Rinaldo d’Este, dal vescovo Saladini fu nominato esaminatore sinodale e censore dei libri. Dopo aver viaggiato per l’Italia, la Germania e l’Ungheria, ritornò a Roma, dove fu prima canonico di San Pietro, poi referendario apostolico, votante di segnatura, vescovo d’Efeso (1704), nunzio alla corte di toscana e vicelegato in Avignone (dal re Luigi XIV fu lodato per il modo con cui espletò la legazione avignonese). Fatto il 6 maggio 1709 arcivescovo e legato di Urbino, salì poco dopo al cardinalato (22 luglio 1709). Nel 1711 il Sanvitale ritornò per breve tempo a Parma. Durante questo soggiorno fece iniziare i lavori di restauro e riedificazione della chiesa di sant’antonio Abate, per i quali spese oltre diecimila scudi romani. Scrisse parecchie omelie e publicò il Sinodo nel 1713. Il Norcia (congressi letterari) e Pier Antonio Gaetani (Museo mazzucheliano) lo ricordano come distinto letterato. Fu sepolto nella cattedrale di Urbino con la seguente iscrizione: Hic ossa arida cardinalis Antonii Francisci Sanvitalis Parmensis Archiepiscopi Urbini expectant audire verbum Dei. Obiit die XVII. mensis Decembris anno MDCCXIV.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 384-385; L. Barbieri, Pparmigiani cardinali, 1894, 15; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 13-16; G.gonizzi, Francesco Sanvitale, in gazzetta di Parma 25 ottobre 1968, 3.

SANVITALE AZZONE
Parma-Borghetto di Taro 1247
Figlio di Zangaro. Allorché l’imperatore federico II si impadronì di Parma nel 1245, fu costretto a lasciare la città insieme ai parenti e ai suoi partigiani guelfi. Si unì quindi al cugino Ugo Sanvitale, che, raccolti i fuoriusciti, tentò di riprendere Parma. Dopo aver sconfitto i ghibellini a Borghetto di Taro, venne ucciso sul campo di battaglia.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877; P. Litta, famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; E. tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 131.

SANVITALE BARBARA, vedi SANSEVERINO BARBARA

SANVITALE BENEDETTA, vedi PIO BEDETTA

SANVITALE BERNARDINO
1455 c.-Fornovo 6 luglio 1495
Figlio di Giberto e di Donella Rossi. Militò al servizio di Carlo VIII. Venne ucciso nella famosa battaglia del Taro, detta anche di fornovo.
FONTI E BIBL.: C. Argegni, Condottieri, 1937, 135; Il conte Bernardino dei Sanvitale massacrato nella battaglia di Fornovo, in Gazzetta di Parma 11 agosto 1959, 3.

SANVITALE BONA, vedi LOMBARDI BONA

SANVITALE BRUNORO, vedi SANVITALE PIER BRUNORO

SANVITALE BRUNORO PIETRO, vedi SANVITALE PIETRO BRUNORO

SANVITALE CAMILLO
-Reggio Emilia ultimi anni del XVIII secolo
Figlio naturale di Gacomantonio. Legittimato in seguito dal padre, assunse il cognome della sua casa abbandonando quello di Olivieri, che aveva avuto alla nascita. Non gli fu però permessa la residenza in patria. Entrò quindi nella Compagnia di Gesù. Fu buon oratore.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE CARLO
Parma 8 novembre 1555-Zara 1608
Figlio di Alfonso e Girolama Farnese. giovanetto di appena quattordici anni servì la repubblica veneta nella guerra di Cipro contro i Turchi (1570, combatté a Zara e a margaritino), passando poi come cavaliere di ventura al servizio della Spagna nelle guerre di Fiandra (combattendo a Maastricht fu ferito). Tornato in Italia al soldo dei Veneziani, fu governatore di Padova e governatore delle armi in Dalmazia (1591). Morì forse a Zara all’età di cinquantatré anni.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; F. Sansovino, dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, condottieri, 1937, 131-132.

SANVITALE CARLO
Fontanellato 1663-23 giugno 1727
Figlio di Luigi e di Lucrezia Cesi. Nel 1699 fu cavaliere gerosolimitano e maestro di Camera del duca Francesco Farnese di Parma, cui fu molto affezionato. Morì all’età di sessantaquattro anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE CARLO FRANCESCO
Fontanellato XVII secolo
Figlio di Alessandro e di Margherita Rossi. Fu rettore nel XVII secolo della Cappellania sotto il titolo della Annunziata in Santa Croce di Fontanellato.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE CECILIA
Parma 1229/1247
Figlia di Guarino. Fu monaca nel monastero di Santa Chiara di Parma. Nel 1247 le clarisse di Bordeaux la richiesero per loro badessa a papa Innocenzo IV, il quale decise invece, su richiesta del fratello della Sanvitale, Alberto, di destinarla al monastero delle clarisse che si stava per fondare a Chiavari, di cui la sanvitale fu dunque la prima badessa. Morì scomunicata per non aver voluto ammettere una religiosa che il visitatore di Lombardia avrebbe voluto trasferire nel monastero di Chiavari.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I; M.Dalla Maggiora, Cecilia Sanvitale terribile badessa, in Gazzetta di Parma 18 giugno 1951, 3.

SANVITALE CESARE
Fontanellato ante 1590-1644
Figlio di Luigi e Corona della Somaglia. Nel 1590 fu nominato cavaliere gerosolimitano e nel 1610 governatore di Sabbioneta.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE COSTANZA, vedi SCOTTI di MONTALBO COSTANZA

SANVITALE DONELLA vedi ROSSI DONELLA

SANVITALE ELEONORA, vedi SANVITALE ANNA ELEONORA

SANVITALE ERCOLE
-Fontanellato 1530
Figlio di Gianfrancesco. Nel 1526 fu prevosto della chiesa di Fontanellato. Morì forse avvelenato.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE EUCHERIO
Parma inizi del XVI secolo-Avignone 5 gennaio 1571
Figlio di Galeazzo. Fu nominato canonico nel 1532 e due anni dopo prevosto di fontanellato, carica che lasciò nel 1545 al fratello Pirro per riprenderla nel 1546 e quindi restituirla nel 1562. Fu nominato cameriere e assistente al soglio da papa Paolo III e dal 1540 risulta anche abate commendatario della Gironda. Fu ambasciatore del duca Ottavio Farnese presso il re di Francia e ricevette il 26 agosto 1556 le istruzioni concernenti l’adesione del re di Francia e del duca di Parma ai trattati di accordo con Carlo V e la restituzione di piacenza che il re di Spagna deteneva. Essendo stata apprezzata la sua diplomazia, il Sanvitale, che ricevette il suo primo ordine sacro il 25 giugno 1561, fu eletto vescovo di Viviers, secondo il supplemento del Gallia, il 1° luglio 1565, ma questa data deve ritenersi inesatta poiché molti documenti di archivio lo designano col titolo di vescovo di Viviers dal 1564. Infatti il 6 dicembre 1564 una indulgenza plenaria con remissione di tutti i peccati, anche gravissimi, esclusi quelli riservati nella bolla In Coenae, fu accordata da papa Pio IV ai fedeli che dopo essersi confessati e comunicati avessero assistito alla prima messa detta nella chiesa di Viviers dal vescovo Sanvitale. Il re di francia dette la sua appovazione alla nomina il 7 febbraio 1565 e permise l’esecuzione delle bolle pontificali. Comunque, la presenza del Sanvitale nella sua diocesi è segnalata solo nel corso del 1565. I disordini dovuti alle lotte religiose che agitarono particolarmente la diocesi di Viviers, lo indussero a prendere la sua residenza ad Avignone dopo aver nominato Pierre Verrier suo vicario generale. Si sa inoltre che l’11 novembre 1565 confermò i privilegi e le libertà agli abitanti di Largentiére. Nell’Armorial dei vescovi di Viviers dell’abate Roche il Sanvitale è descritto come un signore di robusta costituzione, di grande statura, sufficientemente colto, cortese e molto affabile, amante della musica e della caccia. Altresì liberale e molto amato dalla nobiltà del paese. Le testimonianze scritte relative al periodo dell’episcopato del Sanvitale sono piuttosto rare e ciò ha contribuito a renderlo poco conosciuto. Sono stati peraltro trovati vari documenti: una transazione con i signori di Largentiére, un atto di quietanza di rendite della diocesi, il risultato di un affare con i suoi sudditi di Bourg-Saint-Andéol e il testamento, ritrovato tra le minute del notaio Joannis di Avignone dall’abate Requin. Gli abitanti di Viviers, avendo dovuto subire nel 1562 le devastazioni delle truppe del barone des Adrets, qualche mese dopo la nomina del loro nuovo vescovo e signore, nell’agosto 1565 indirizzarono al Sanvitale una richiesta allo scopo di ottenere la cessione per un censo ragionevole di un’isola del Rodano, vicina a quella denominata du Croissant per indennizzarli delle spese dagli stessi sopportate per essere stati fedeli alla loro religione, al loro principe e al loro signore. Il Sanvitale ordinò un’inchiesta e nominò a questo scopo come commissari il suo vicario generale Verrier e il professore Jean de Suarez, giudice di tutte le questioni temporali della diocesi. L’inchiesta iniziò il 29 gennaio 1566. Da parte loro i consoli incaricarono Antoine di Viviers, cavaliere di Bourg, di seguire il procedimento. La richiesta ottenne successo perché un atto di infeudazione fu siglato dalle parti contraenti a Viviers presso il notaio Garnier il 19 febbraio 1566, presente anche il Sanvitale, che accolse la domanda per un censo annuale e perpetuo di due setiers. La città, come tributo per l’entrata in possesso dell’isola, dovette versare diverse monete d’oro e beni in natura, tra cui un carico di vino e sei capponi. La presenza del Sanvitale a Viviers è segnalata in quel periodo anche per una quietanza firmata il 3 dicembre 1565 a favore dei consoli di donzère, avendo riscosso sessanta scudi dovuti per diversi censi. Il 25 aprile 1566, in seguito a un avvenimento poco chiaro, il Sanvitale scrisse ai consoli di Bourg una lettera in cui afferma che non intende per nessuna ragione che i suoi sudditi usino insolenze nei suoi riguardi. Un anno dopo il Sanvitale si trovò a Bourg: il 22 agosto 1567, stanco di perseguire un’annosa controversia con Jean de la Vernade, signore di Laurac e gentiluomo di Camera del re, pendente presso la Corte di Montpellier, il sanvitale si accordò col suo avversario, raggiungendo un onorevole compromesso. Dopo questa data il Sanvitale risiedette ad Avignone e nessun documento indica negli anni successivi la sua presenza nella diocesi di Viviers. Una quietanza scritta dal notaio Joannis di avignone il giorno 8 dicembre 1570 per la somma di 3610 lire e un soldo di Tours per rendite dovute da suoi diocesani, rivela la presenza del Sanvitale ad Avignone, poiché l’atto di quietanza risulta scritto nella camera adiacente alla sala alta della sua casa di abitazione. Morì proprio nel momento in cui sperava di essere nominato cardinale.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 39; angeli, Historia, 1591, 90 e ss.; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 272; Malacoda 8 1986, 8-10.

SANVITALE EUCHIRIO, vedi SANVITALE EUCHERIO

SANVITALE FEDERICO
Parma inizi del XVI secolo-Chiusi 1553
Figlio di Galeazzo. Comandò una compagnia di cento cavalleggeri al servizio del re di francia (fu alla battaglia di Siena e alla difesa di monticelli). Nel 1552, quando gli imperiali guerreggiavano nel territorio parmense e nei suoi domini, difese con indomito coraggio il suo castello di Fontanellato e non lo cedette. Nello stesso anno partecipò con cinquanta celate alla difesa di Siena. Morì in combattimento a causa di una ferita di archibugio alla coscia sinistra.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Archivio di Casa sanvitale; U. Benassi, Storia Parma, Parma, 1899; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella biblioteca Palatina di Parma; E. Grassi, Fontanellato, la famiglia e la rocca Sanvitale, Noceto, 1932; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; C. Argegni, Condottieri, 1937, 132.

SANVITALE FEDERICO
Fontanellato 1616-Fontanellato 6 marzo 1693
Figlio di Alessandro e di Margherita Rossi. Fu mastro di Camera del duca Ranuccio Farnese. In seguito rinunziò alla vita di corte e nel 1677 fu prevosto di Fontanellato, ove eresse due prebende e provvide la chiesa di arredi. Morì all’età di settantasette anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE FEDERICO
Parma 1757 c.-3 ottobre 1819
Figlio di Alessandro e Costanza Scotti. Fu cavaliere gerosolimitano, al servizio militare del re di Sardegna e di quello d’Etruria. Nel 1814 comandò la Guardia Nazionale di Parma. Maria Luigia d’Austria lo elesse nel 1816 suo ciambellano e castellano di Parma. Coltivò la storia naturale: ebbe un gabinetto scientifico e una cospicua raccolta di libri.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE FEDERICO MARIA GIUSEPPE
Parma 19 maggio 1704-Brescia 7 dicembre 1761
Nacque da Luigi e da Corona Avogardo sanvitale. Entrò nel Collegio gesuitico di Bologna il 29 ottobre 1727. Finito il corso di studi, fu inviato nel 1749 quale lettore di matematica nel Collegio dei gesuiti di Brescia, nel quale passò la maggior parte della sua vita ed ebbe più uffici, compreso quello di bibliotecario. A Brescia il Sanvitale impartì pubbliche lezioni di aritmetica, di statica, d’idrostatica, di fisica e di geometria. Tra i suoi allievi vanno ricordati Giovanni Battista Rodella, Giuseppe colpani e il Bettinelli. Studioso soprattutto di matematica, fu autore di un manuale di architettura civile che ebbe una certa rinomanza e fu apprezzato in particolare dal Memmo. Tra i suoi scritti, vanno ricordati Elementi di aritmetica e di geometria (Brescia, 1756) ed Elementi di architettura civile (Brescia, 1765), pubblicato postumo. Si tratta di un manuale diviso in tre parti (la prima riguardante la tecnica costruttiva degli edifici, la seconda la comodità degli edifici e la terza la loro venustà) in cui il Sanvitale, riferendosi largamente alla trattatistica antica e quattro-cinquecentesca, tende a fornire un facile strumento didattico sulla corretta maniera di costruire. Sintomatico a questo riguardo, il notevole sviluppo dato alla prima e alla seconda parte del trattato. Lo scritto fu assai lodato da A. Memmo (Elementi d’architettura lodoliana, Roma, 1785), il quale afferma che l’opera del Sanvitale è una delle poche in cui la materia architettonica è trattata con metodo matematico. Il Sanvitale fu anche autore di numerose orazioni e buon poeta: fu lodato dal Frugoni, al quale indirizzò alcuni versi. Negli arcadi della Colonia parmense si chiamò Arcesila Eacideo. Il Brocchi, nei commentari dell’Accademia di Scienze del dipartimento del Mella (1808), afferma che il sanvitale nel 1760 aprì in Brescia una pubblica accademia di Scienze sullo stesso disegno regolatore e vasto che la precedente de’ Filesotici, e il sanvitale ed il Pilati ne furono i principali sostegni ed ornamenti. Fu amico e corrispondente del zaccaria e del cardinale Quirini (dopo la morte di quest’ultimo, ne completò con un quinto volume l’opera Commentarii de rebus ad eum pertinentibus). Nel 1759 il Sanvitale fu tra coloro che ritenevano non si dovesse inoculare il vaiolo naturale. Si dovette al Sanvitale la dimostrazione della proprietà dei numeri semplici del Fontenelle (lettera del Sanvitale a Marco Cornaro nel sesto volume della Storia letteraria del Zaccaria). Il Sanvitale fu tra i primi in Italia a pubblicare precetti per i sordomuti e fu il primo a scriverne con metodo avanzato e a fare una breve storia di quelli sino ad allora adoperati. Riprendendo i suggerimenti del padre F. Lana Terzi e vagliando criticamente i tentativi fatti all’estero per l’educazione dei sordomuti, scrisse infatti nel 1757 una Dissertazione sopra la maniera d’insegnare a parlare a coloro che, essendo nati sordi, sono ancora muti.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 189-192; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 386-387; Saccardo, Botanica in Italia, 1895, 146; D. Sacchi, uomini utili e benefattori del genere umano, Milano, 1840, vol. II; T. Pendola, Sull’educazione dei sordomuti in Italia, Siena, 1885; A. Codignola, pedagogisti, 1939, 381; A. Comolli, Bibliografia storico-critica dell’architettura civile ed arti subalterne, Roma, 1792, IV, 24-29; B. Zevi, Architettura in nuce, Venezia-Roma, 1960, 219; Dizionario Architettura e urbanistica, V, 1969, 412.

SANVITALE FEDERIGO, vedi SANVITALE FEDERICO

SANVITALE FORTUNIANO, vedi SANVITALE ORAZIO FORTUNIANO

SANVITALE GALEAZZO
Fontanellato 1496-Parma 2 dicembre 1550
Nacque da Jacopo Antonio e Veronica da Correggio pochi mesi dopo la battaglia di Fornovo, come si legge nelle testimonianze di un processo contro di lui, battaglia nella quale il fratello maggiore Gian Francesco aveva combattuto nelle file francesi di Carlo VIII. A questa scelta di campo rimase fedele durante le guerre d’Italia anche il Sanvitale, che ebbe l’eredità indivisa dei feudi di Fontanellato, noceto, Belforte e Pietramogolana, da governare con il fratello maggiore, nel 1511, alla morte del padre. Nel 1512 morì anche veronica da Correggio e il Sanvitale venne affidato alla tutela del fratello Gian Francesco. La sorella Giulia, vedova di Lionello Lupi, confermò al fratello minorenne una parte della dote della madre. Nel 1512 però, forse per ragioni politiche più che per tensioni familiari, gli venne dato come tutore Galeotto Lupi, marito di Lodovica Sanvitale. La sconfitta di ravenna, che costrinse i Francesi ad abbandonare l’Italia, mise in grave difficoltà i loro sostenitori. Parma venne occupata dalle truppe pontificie e Gian Francesco Sanvitale probabilmente si allontanò da Fontanellato, incaricando il Sanvitale, accompagnato da Jacopo da Correggio e Melchiorre Bergonzi, di giurare fedeltà a papa Giulio II, nuovo signore del ducato. Per sottolineare la distinzione tra i due fratelli, nel dicembre dello stesso anno la Rocca di Fontanellato venne divisa. Nel 1513 morì Galeotto Lupi, che lasciò erede dei suoi beni il Sanvitale, e Lodovica nel 1515 sposò in seconde nozze il conte Alessandro Pepoli di Bologna. Il Sanvitale sposò a sua volta Paola Gonzaga, figlia di Lodovico marchese di Sabbioneta, nel 1516. Da quell’anno al 1530 la Rocca di Fontanellato diventò il centro di un’intensa attività culturale di cui furono protagonisti, oltre che il Sanvitale e la moglie, il fratello Gian Lodovico, che studiava a Pavia, e soprattutto Girolamo Sanvitale, figlio di nicolò e di Beatrice da Correggio, detta mamma, conte di Sala, che protesse un gruppo di riformatori religiosi: Tiberio russelliano, del quale finanziò per i tipi degli Ugoleto l’apologeticus (1519), Giovanni Delfini (che nel 1523 gli dedicò la sua eterodossa interpretazione del libro VI dell’Eneide) e Tranquillo Molossi. Nel 1522 il Sanvitale diventò colonnello del re di Francia e aiutò il cugino gerolamo nella lotta contro i Rossi. Nel 1525, dopo la sconfitta subita dai Francesi nella battaglia di Pavia, i Sanvitale furono oggetto di duri attacchi dal comune di Parma, ma la fedeltà del Sanvitale alla causa di Francesco I era tale che gli fece acquisire la nomina a cavaliere dell’ordine di San Michele da parte del re e la cittadinanza francese. Nel 1526-1527 il Sanvitale acquistò il casino di Codiponte, a Parma, che gli venne venduto da Scipione dalla Rosa, probabilmente per conto del comune: si ritiene che si tratti del cosiddetto casino Eucherio Sanvitale nel Giardino Ducale. Nel 1536 venne, insieme a Gerolamo Sanvitale, considerato ribelle al potere pontificio e inquisito. Nel 1539-1540, con la collaborazione dei Pico e la complicità dei francesi, tentò un colpo di mano contro Cremona, che venne però scoperto e sventato dagli imperiali. Condivise con i Farnese, nuovi signori di Parma dal 1545, la posizione filofrancese, per cui all’uccisione di Pier Luigi Farnese a Piacenza fortificò Fontanellato e resistette alle truppe di Ferrante Gonzaga, governatore di Milano, rifiutando di giurare fedeltà all’imperatore Carlo V. Morì all’inizio della guerra di Parma, nella casa di Antonio Bernieri, abitata dai cugini di Sala e molto vicina alla Cittadella e a Porta Nuova, nella vicinia di San marcellino. Datato al 1524 è il ritratto del Sanvitale dipinto dal Parmigianino, già nelle collezioni farnesiane e poi a Napoli alla Galleria nazionale di Capodimonte.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; G. Annibali, Notizie storiche della Casa Farnese, Montefiascone, 1817; E. Grassi, Fontanellato, la famiglia e la rocca Sanvitale, noceto, 1932; P. Litta, Famiglie celebri italiane, milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; L. Sanvitale, Memorie intorno alla rocca di Fontanellato; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 132; Enciclopedia di Parma, 1998, 611.

SANVITALE GALEAZZO
1565-Roma 8 settembre 1622
Figlio del conte Luigi. Fu nominato arcivescovo di Bari il 15 marzo 1604. Fece l’ingresso solenne in Bari il 9 maggio 1604. Vi rinunciò nel 1606. Il Sanvitale fu prefetto di papa Gregorio XV. Fu sepolto in un sarcofago nella chiesa di San Gregorio in Roma.
FONTI E BIBL.: A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 272.

SANVITALE GALEAZZO CESARE, vedi SANVITALE ALESSANDRO

SANVITALE GERARDO
Parma 1069/1081
È ricordato in un placito tenuto a Parma il 20 aprile 1069 dal vescovo e antipapa Cadalo: Petrus et Gerardus germani filii condam Iohanni Vitali. Il Sanvitale intervenne in un altro placito tenuto da Enrico IV a Parma nel Palazzo vescovile, alla presenza del vescovo Everardo, il 3 dicembre 1081 (vedi G. Drei, Le carte degli Archivi Parmensi dei secoli X-XI, volume II, ad an.). La famiglia fin da quei tempi era chiamata, come appare dai documenti citati, de Sancto Vitali o semplicemente Vitali. Tale nome venne a essa dal possesso di un grosso casamento posto tra la chiesa di San Vitale di Parma e il Palazzo comunale, stabile che nel secolo XIII fu acquistato dal comune.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 123.

SANVITALE GEROLAMO, vedi SANVITALE GIROLAMO

SANVITALE GHERARDO
Parma 1196/1198
Figlio di Ugo. Nel 1196 e nel 1198 fu assessore del magistrato dei consoli della Repubblica di Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE GIACOMANTONIO
-Parma 1563
Figlio di Galeazzo e di Paola Gonzaga. Fu cavallerizzo e scudiero del re di Francia, al cui servizio militò contro Carlo V al comando della compagnia di cavalleggeri che era del fratello Federico. Dopo la conclusione della pace si ritirò a Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE GIACOMANTONIO, vedi anche SANVITALE JACOPO ANTONIO

SANVITALE GIACOMATIO, vedi SANVITALE GIACOMO ANTONIO

SANVITALE GIACOMO
Parma 1222
Nell’anno 1222 fu mandato da papa Gregorio X come commissario generale con genti e denari in soccorso dei cristiani di Siria.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 175-176.

SANVITALE GIACOMO
Parma ante 1247-Piemonte 1305
Figlio di Azzone. Nel 1262 fu magistrato degli Anziani di Parma. Perseguitato dai ghibellini di Giberto da Gente che gli demolirono le case, nel 1257 andò a stabilirsi in Piemonte. Secondo quanto afferma l’Angeli, possedette molte, e grandi ricchezze.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.

SANVITALE GIACOMO ANTONIO
Fonatanellato 1458 c.-1511
Figlio di Stefano. Fu condottiero presso i duchi di Milano. Nel 1482, quando Ludovico il Moro fece guerra ai Rossi di San Secondo, prese parte al conflitto. Rifiutò ingenti offerte dei Veneziani per passare al loro servizio. Fu agli ordini di Giovanni Galeazzo Sforza all’assedio di Borgo Taro e all’assedio di Novara contro il duca di Orléans. Per i suoi meriti, non solo ritornò in possesso dei feudi occupatigli dai Veneziani collegati ai Rossi ma ne ebbe anche altri.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Biblioteca Palatina di Parma, manoscritto 1193; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; E. Grassi, Fontanellato, la famiglia e la rocca Sanvitale, Noceto, 1932; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Simonetta, Storia delle imprese di Francesco Sforza, Venezia, 1554; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 132.

SANVITALE GIACOMO ANTONIO MARIA vedi SANVITALE JACOPO ANTONIO MARIA

SANVITALE GIANFRANCESCO
1549 c.-Parma post 1571
Figlio di Alfonso. Con il fratello Ottavio seguì il duca Filiberto di Savoja in Francia, partecipando alla guerra scatenata da Carlo IX contro gli Ugonotti (1571) in qualità di condottiero di cavalli. Morì in età giovanile.
FONTI E BIBL.: C. Argegni, Condottieri, 1937, 136.

SANVITALE GIANFRANCESCO
Sala 9 maggio 1590-Parma 19 maggio 1612
Figlio di Girolamo e di Benedetta Pio. Detto il Marchesino di Sala, fu coinvolto nella cospirazione contro il duca Ranuccio Farnese. Fu prima arrestato e poi giustiziato mediante decapitazione.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 379.

SANVITALE GIANFRANCESCO, vedi anche SANVITALE GIOVANFRANCESCO

SANVITALE GIANGALEAZZO
Sala 1527 c.-Parma 1552
Figlio di Girolamo. Nemico dei Farnese che avevano il dominio di Parma, tramò una congiura per dare la città in mano agli imperiali. Scoperto, fu tratto in arresto e, secondo quanto afferma l’argegni, fatto decapitare.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591; F.M.Annibali, Notizie storiche della casa Farnese, Montefiascone, 1817-1818; E.Bicchieri, Vita di Ottavio Farnese, Modena, 1864; P.Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A.pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; E.Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 182.

SANVITALE GIANLODOVICO-Fontanellato 1526
Figlio di Giacomo Antonio e di una pallavicino. Nel 1510 fu nominato protonotario apostolico. Fu poi anche prevosto della chiesa di Fontanellato.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE GIAN MARTINO, vedi SANVITALE GIOVAN MARTINO

SANVITALE GIANQUIRICO, vedi SANVITALE GIOVANNI QUIRICO

SANVITALE GIBERTO
Parma-post 1344
Figlio di Gianquirico. Nel 1344, tornato in patria col padre dopo un lungo esilio, seguì il partito di Obizzo d’Este, che era il nuovo signore della città, combattendo valorosamente contro i ghibellini che volevano dare Parma a Luchino Visconti.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591; Archivio di Casa Sanvitale in Parma; Da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, XXIV; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; G.B. Pigna, Historia dei principi d’Este, Ferrara, 1570; F. sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’italia, Venezia, 1609; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; Argegni, Condottieri, 1937, 133.

SANVITALE GIBERTO
1373-Fontanellato 17 maggio 1447
Figlio di Antonio. Nel 1404 fu partigiano di Ottobono Terzi per la cacciata dei Rossi da Parma. Quando Giovanni Galeazzo Visconti fu creato duca di Milano, il Sanvitale fu inviato quale rappresentante della città di Parma a giurare fedeltà. L’8 giugno 1405 fu nominato podestà di Piacenza e in tale carica ottenne da Ottobono Terzi, intenzionato a saccheggiarla per punire la parte guelfa, di avere salva la città. Disgustato poi dalla tirannia del Terzi, quando lo uccisero si adoperò nei tumulti sorti in Parma per escluderne i figli e dare la signoria a Niccolò d’Este (1407). Il Sanvitale ebbe solenni esequie, con la partecipazione di numerosissimi rappresentanti delle più illustri casate.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; M.E.da Erba, estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, XVI; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; G.B. Pigna, Historia dei principi d’Este, Ferrara, 1570; F. Sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; E. tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia sanvitale, manoscritto; C.Argegni, Condottieri, 1937, 133.

SANVITALE GIBERTO
1428 c.-Sala post 1495
Figlio di Stefano. Nel 1454 sposò Donella, figlia di Pier Maria Rossi. Fu podestà di bergamo. Nel 1477 edificò la rocca di Sala. Come condottiero servì Ludovico il Moro nella guerra contro i Rossi di Parma, ritornando così nel possesso del castello di Noceto (1482). Nel 1495 combatté ancora una volta per Ludovico il Moro all’assedio di Novara contro il duca d’orléans. Ebbe infine da Galeazzo Maria Sforza l’investitura di parecchi feudi importanti, tra i quali quello di Sala, di cui ebbe il titolo di conte.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Cronichetta, Parma, 1798; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Archivio di Casa Sanvitale in Parma; B. corio, Storia di Milano, Venezia, 1565; Da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca palatina di Parma; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877, 378, e 1880, 184; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; F. Sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri italiane, Venezia, 1609; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; Argegni, Condottieri, 1937, 133.

SANVITALE GIBERTO
Sala gennaio/agosto 1527-Piacenza 30 agosto 1585
Fu cameriere segreto di papa Paolo III e visse per diverso tempo alla corte papale in Roma. In seguito, per garantire la discendenza della propria casata sul feudo di Sala, abbandonò la prelatura e contrasse matrimonio. Rimasto vedovo, in seconde nozze sposò la contessa di colorno Barbara Sanseverino. Fu sepolto nell’oratorio di San Lorenzo di Sala, che il sanvitale aveva fatto costruire e dotato di beni.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 90 e ss.; G.B.Janelli, dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 379; Bonardi, Fortuniano Sanvitale, in archivio Storico per le Province Parmensi 1975, 262-263.

SANVITALE GIBERTO
Sala 23 agosto 1597-1631
Figlio di Girolamo e Benedetta Pio. Dopo che i genitori e il fratello Gianfrancesco erano stati fatti decapitare da Ranuccio Farnese (1612), fu relegato nel castello di Borgo Taro. Là si innamorò della figlia del castellano, Olimpia, che forse segretamente sposò. Quasi certamente il Sanvitale morì di peste e con lui i due figli, Ferrante e Carlo, entrambi in tenera età.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE GIOVAN FRANCESCO
Fontanellato -1519
Figlio di Giacomantonio. Seguì la carriera delle armi: ancora giovanetto, nel 1495 fu al servizio di Carlo VIII nella battaglia del Taro, quindi andò al servizio di Ludovico XII, che gli diede il titolo di cavaliere (1499).
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; argegni, Condottieri, 1937, 136.

SANVITALE GIOVAN MARTINO
Parma-18 agosto 1432
Figlio di Antonio. Alla morte del duca di Milano Giovanni Galeazzo Visconti, fu scelto con altri undici nobili per trasportare il feretro durante le esequie. Quando il papa Alessandro V si recò a Bologna, il Sanvitale fu a lui inviato come ambasciatore della città di Parma. accompagnò inoltre il corteo papale tra i vassalli maggiori in occasione del solenne incontro col marchese di Ferrara, avvenuto in pianoro. Nel 1409, per avere assicurato la signoria di Parma a Nicolò d’Este combattendo contro i Terzi, ebbe in compenso il feudo di madregolo, che gli fu poi devastato dai visconti quando nel 1420 ebbero Parma dagli Estensi.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Biblioteca Palatina di Parma, manoscritto 1193; Da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; G.B. Pigna, Historia dei principi d’Este, Ferrara, 1570; F. Sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; Argegni, Condottieri, 1937, 132.

SANVITALE GIOVANNA
Parma 1439/1450
Figlia di Obizzo. Fu monaca dell’ordine di San Benedetto nel monastero di San Quintino di Parma. Vi fu eletta badessa nel 1439. Nel 1450 espose in venerazione il corpo della beata Orsolina Veneri.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE GIOVANNA
Parma ante 1455-Parma 1529/1531
Figlia del conte Stefano. Entrata novizia nel convento di San Quintino in Parma il 16 novembre 1455, fu eletta alla carica abbaziale nel 1483, dignità riconosciutale da papa Sisto IV con bolla del 2 dicembre dello stesso anno, succedendo alla zia Maddalena Sanvitale. A lei si attribuiscono gli interventi di committenza più importanti, legati all’abbellimento della chiesa e all’arricchimento culturale e devozionale del monastero. All’epoca delle più importanti iniziative volte al rinnovamento dell’antico cenobio (rappresentate dagli incarichi esecutivi per i libri corali, dalla solenne traslazione nella nuova arca del corpo della beata orsolina Veneri, dalla pala d’altare commissionata al Marmitta e dagli stalli lignei del coro, nel 1512) nel convento erano presenti due badesse contemporaneamente, la Sanvitale e la nipote Susanna Sanvitale, quest’ultima in età minore per ricoprire la carica assegnatale: ben tre brevi di papa Giulio II in poco tempo ne ratificarono l’anomala situazione. La Sanvitale figura badessa amministratrice, affiancata dalla giovanissima nipote letterata e dotta, che si vide precocemente riconosciuta l’autorevolezza a ricoprire un ruolo di tanto impegno. La co-reggenza di San Quintino non costituì tuttavia un’esperienza inedita, né per il monastero né per la Sanvitale, che dal 13 novembre 1483 era stata a sua volta chiamata ad affiancare, nella direzione abbaziale, la zia Maddalena sanvitale, afflitta da gravi problemi di salute. considerato il rapporto di fattiva collaborazione che legò per più di un ventennio la Sanvitale alla nipote, si può supporre che i numerosi e importanti incarichi di committenza nel periodo di co-reggenza di San quintino, legati al solo nome della Sanvitale, siano stati voluti da entrambe, anche se la titolarità della carica abbaziale rimase alla Sanvitale fino alla morte, come ben specificato nell’atto rogato nel marzo 1504. Uno studio di G. zanichelli ha assegnato nuovo impulso alla ricomposizione del tessuto culturale e devozionale di San Quintino, analizzando un minuscolo libro d’ore, trascritto da Paolo Stadiani nel 1498 e dedicato a una giovanissima nobili domine Susane de Sancto Vitale Moniali in sancto Quintino. A quel tempo la futura badessa non aveva che quattordici anni, quindi difficilmente si può attribuirle la committenza, tanto raffinata e atipica se rapportata al gusto artistico-devozionale locale, ma è legittimo desumere da tale testimonianza il pulsare di un clima monastico rivolto al nuovo, che iconograficamente cita l’ambiente veneto-ferrarese, per dare attualità a una religiosità più intima, quale riflesso della sensibilità religiosa della committenza. Il piccolo codice preziosamente miniato, attribuito a un artista collegato alla bottega di Cristoforo Caselli, è dedicato all’ufficio della Vergine e destinato alla devozione privata: quasi certamente si trattò di un dono della Sanvitale alla giovane nipote entrata a quel tempo come novizia in San Quintino e già destinata alla carica abbaziale.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1996, 59-65.

SANVITALE GIOVANNI
Parma 1066
Sacerdote, figlio di Pietro e fratello di sigezone. Con un atto del 10 novembre 1066 donò alla canonica di Parma alcune terre poste in vigociolo.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, IV, 1932, 123.

SANVITALE GIOVANNI
Parma 1113 c.-1202
Figlio di Ugo. Si diede alle belle lettere e fu più volte impiegato negli affari pubblici della città di Parma. Fu uomo eccellentissimo e di gran consiglio e prudenza, e quasi nato ad uscir con onore in ogni difficile impresa (Angeli, historia; Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani). Adoperandosi nel trattare la pace e nel comporre dissidi tra i cittadini, indusse i parmigiani a grande riconoscenza verso la sua famiglia. Nell’Archivio di Stato di Modena sono conservati parecchi trattati di tregua, di confederazione e di altri particolari accordi tra Modenesi e Parmigiani, in cui il Sanvitale ebbe parte precipua: in particolare, quando la città di Parma, non potendo più tollerare il duro governo dei ministri di Enrico, volle riconquistare la libertà e fece lega con molte città lombarde, il Sanvitale si recò più volte a Modena per conferire coi capi della lega (1173) sui modi per resistere all’imperatore Federico. Ancora, quando nell’anno 1183, sorta tra Modenesi e Reggiani una contesa sulla giurisdizione della Secchia, vennero i consoli di Modena a Parma a chiedere che la città si obbligasse a non fare pace o tregua coi Reggiani senza il consenso dei Modenesi, i Parmigiani, giurata la capitolazione, mandarono il Sanvitale con altri a Modena a garantire della loro buona volontà. Nell’anno 1188 il sanvitale coordinò le operazioni dei parmigiani (alleati ai Cremonesi, ai Reggiani e ai modenesi) all’assedio di Castelnovo e della torre di Alseno, nel piacentino, che in tre giorni furono espugnate. Nell’anno 1199 ebbe ancora la responsabilità delle truppe parmigiane inviate in soccorso di Borgo San Donnino, che l’imperatore Enrico VI aveva dato in pegno ai Piacentini per duemila lire imperiali (con Bargone). Non volendo i Borghigiani sottomettersi ai Piacentini, questi ultimi, insieme ai Milanesi, Bresciani, Comaschi, vercellesi, Novaresi, Astigiani e Alessandrini, mossero con un numeroso esercito a combatterli. In soccorso dei Borghigiani si schierarono Parmigiani, Cremonesi, Reggiani e modenesi: ebbe luogo un sanguinoso fatto d’armi, al termine del quale le milizie del Sanvitale ebbero il sopravvento, posero in fuga i nemici e condussero prigionieri in Parma duecento cavalli. L’imperatore Ottone IV dimostrò sempre per il Sanvitale grande stima e benevolenza.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 169-170.

SANVITALE GIOVANNI
Parma 1295/1303
Figlio di Alberto. Nel 1295 fu uno dei capi del partito propenso a introdurre gli Estensi in Parma contro il volere dei da Correggio. Scontratisi in città i due partiti e uccisogli il padre, il Sanvitale dovette fuggire presso gli Este. Nel 1303, in seguito alla pace sopravvenuta con la nomina di Giberto da Correggio alla signoria della città, venne riammesso con la famiglia in Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE GIOVANNI
Parma 1308/1310
Figlio di Mastino. Nel 1308 fu podestà di Modena e nel 1310 di Foligno.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE GIOVANNI
ante 1298-Parma 1329 o 1330
Figlio di Pietro. Fu podestà di Modena e di Perugia. Nel 1311 combatté nella ribellione contro i vicari imperiali messi in Parma dall’imperatore Enrico VII per restaurarvi le antiche forme di governo. Per questa ragione si alleò col cugino Gianquirico Sanvitale e con giberto da Correggio, partigiano del re roberto di Napoli. Ma nel 1313, corrotto con denaro e con promesse da Matteo Visconti, tentò di legare Parma al partito imperiale. Fu combattuto perciò dai guelfi e da Giberto da correggio, che lo sconfisse. In quell’occasione perdette la Torre di San vitale e il castello di montechiarugolo e fu bandito da Parma. Poté tornare a Parma nel 1326 ma fu subito fatto prigioniero da Orlando Rossi, suo acerrimo nemico. Morì in carcere dopo tre anni e mezzo.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e s.; M. Benassi, Storia di Parma, Parma, 1899; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, XVII e XVIII; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; F. Sansovino, dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; S. de’ Sismondi, Histoire des républ. italiennes, Paris, 1826; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, condottieri, 1937, 133.

SANVITALE GIOVANNI
Fontanellato 1629-1678
Figlio di Alessandro e Margherita Rossi. Nel 1649 fu nominato cavaliere gerosolimitano. Morì all’età di quarantanove anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE GIOVANNI
Parma 4 febbraio 1804-Piacenza 2 agosto 1881
Nacque dal conte Stefano e dalla principessa Luigia Gonzaga. Fece gli studi nel collegio Tolomei di Siena. Viaggiò a scopo d’istruzione in vari paesi d’Europa. Ritornato in patria, pubblicò un libro di novelle che gli procurò fama di letterato. Tra l’altro, ebbe in eredità dal padre una pittoresca villa, detta la Vigna, a diciannove chilometri da Piacenza. Studioso di agricoltura, ebbe modo di conoscere nei suoi viaggi in Francia e altrove i progressi e le innovazioni del settore e appassionatamente si dedicò alla coltivazione dei campi, all’allevamento del bestiame e alla produzione di vini, investendo largamente in dissodamenti, piantagioni, macchine e nuovi concimi. Il sanvitale scrisse anche un trattato di economia rurale. Nel 1848 partecipò al movimento nazionale d’indipendenza. Per diverso tempo dovette vivere esule in Piemonte perché gli fu vietato il ritorno a Parma dal restaurato governo borbonico. In seguito, amnistiato, prese dimora, insieme con la famiglia, a Piacenza. Dotto filologo e bibliofilo, lasciò una notevole collezione di libri vari e pregiati. Fu anche studioso di numismatica: fece dono del suo ricco medagliere al Museo d’Antichità di Parma. Sposò la contessa Marianna Simonetta, che lo fece padre di quattro figli: Enrico, Giberto, Luigi e Sofia.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 190-191.

SANVITALE GIOVANNI
Parma 8 maggio 1872-Bologna 7 aprile 1951
Fu l’ultimo discendente di una tra le famiglie parmensi di più antica nobiltà, che si estinse con la sua morte. Figlio di Alberto e della contessa laura Malvezzi, cominciò a occuparsi di fotografia intorno ai vent’anni. Non si conosce praticamente nulla del suo apprendistato. Ottenne comunque la sua prima onorificenza (una medaglia di bronzo), all’Esposizione Internazionale di Milano del 1894 per una serie di prove tratte col viraggio Dringoli senza oro, con tinte fredde molto artistiche. Le foto premiate rappresentano riproduzioni di affreschi del Parmigianino esistenti nel Castello di Fontanellato. Altri riconoscimenti gli vennero dall’Esposizione Internazionale di Torino del 1898 (ancora medaglia di bronzo) da quella di Firenze (1899, medaglia d’argento) e dall’esposizione Internazionale di Torino (1900, diverse onorificenze). Insieme ad Alfredo zambini chiese ufficialmente al ministro dell’Industria e del Commercio di poter prendere parte all’Esposizione Universale di Parigi del 1900. Il Sanvitale conseguì la laurea in ingegneria e il 2 febbraio 1919 sposò Amelia Pagani. Fu consigliere comunale e assessore del comune di Parma, consigliere provinciale, candidato di parte liberale contro Agostino Berenini, che il Sanvitale osò sfidare nel collegio di Borgo San Donnino, e presidente degli Asili d’infanzia di Parma. Fu tra i primi in Italia a collezionare cartoline illustrate, che gli amici gli inviavano da ogni parte del mondo o che lui stesso si spediva durante i viaggi. Unendo le due vocazioni di fotografo e di ingegnere, costruì nel castello di Fontanellato (di cui fu l’ultimo proprietario, prima di cedere l’edificio al comune) una camera ottica, oggetto di attenzione da parte degli esperti oltre che dei turisti: con una serie di lenti a forma di prisma poste all’interno del castello ottenne la deviazione dei raggi solari proiettando in pratica nella stanza buia le immagini della piazza antistante il castello. Si tratta di un principio fisico antico, di cui la camera di Fontanellato rappresenta una dei pochi esempi rimasti. Scrive in proposito Helmut gernsheim nel suo volume Le origini della fotografia: Questo tipo di camera è ancora in uso in certi edifici pubblici, come per esempio il castello di Fontanellato presso Parma, e non bisognerebbe certo perdere l’occasione di constatarne personalmente i sorprendenti effetti. Nel 1899 il Sanvitale fu presente, insieme a Rastellini (unici fotografi di Parma), al secondo congresso Fotografico Italiano di Firenze.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 137; R.Rosati, Fotografi, 1990, 216.

SANVITALE GIOVANNINO, vedi SANVITALE GIOVANNI

SANVITALE GIOVANNI QUIRICO
1277 c.-Parma 5 marzo 1345
Figlio di Teseo. Sposò nel 1303 Antonia, figlia di Giberto da Correggio. Insieme a Giberto da Correggio nel 1311 ebbe parte assai importante nella ribellione di Parma contro il vicario imperiale. Fu quindi podestà di Cremona e di Piacenza, da cui nel 1312 lo cacciò Alberto Scotti. Ebbe nello stesso anno dalla comunità di Parma, per sé e per i suoi discendenti, a ricompensa della sua azione, il castello di belforte con altri villaggi. Giurò fedeltà a Roberto di Napoli, capo dei guelfi, e nel 1316 ordì in Parma una congiura destinata a scacciarne Giberto da Correggio, che tiranneggiava la città. Venne poi a sua volta combattuto ed esiliato dai Rossi, che si impadronirono di Parma nel 1329. Nel 1337 il Sanvitale si trasferì a Ferrara, ove ottenne i diritti di cittadinanza. Dopo che Parma fu più volte presa e perduta dai diversi partiti, vi ritornò mentre l’aveva in signoria Obizzo d’Este, dopo ventitré anni di esilio.
FONTI E BIBL.: G. Adorni, Vita del conte Stefano Sanvitale, Parma, 1840; I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Archivio di Casa sanvitale; U. Benassi, Storia della città di Parma, Parma, 1899; Biblioteca Palatina di Parma, manoscritto 1193; G. Cornazzani, Storia di Parma, s. a.; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877, 376-377; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, in Rerum italicarum Scriptores, XVIII, XXII e XXIV; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; G.B. Pigna, Historia dei principi d’Este, Ferrara, 1570; F. Sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; S. de’ Sismondi, Histoire des rèpubl. italiennes, Paris, 1826; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; G. Villani, Cronache, Venezia, 1559; C. Argegni, condottieri, 1937, 132-133.

SANVITALE GIOVANNI QUIRICO
Parma 1430 c.-post 1482
Figlio di Angelo. Quando fu al servizio dei Veneziani nella guerra contro i Turchi (1477) venne esonerato dall’incarico per il poco coraggio dimostrato. Nelle guerre contro Ferdinando, re di Napoli, combattute dai Fiorentini, dei quali il Sanvitale fu condottiero, fu fatto prigioniero. Ciò gli capitò una seconda volta, quando, al servizio di Ludovico il Moro, nella lotta per il possesso del ducato di Ferrara contro i Veneziani, combatté all’argenta nel 1482. Quando Ludovico il Moro fece guerra ai Rossi, ottenne la restituzione di Noceto dal Sanvitale mercé l’esborso di una forte somma.
FONTI E BIBL.: Archivio della famiglia Sanvitale; Biblioteca Palatina di Parma, manoscritto 1193; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella biblioteca Palatina di Parma; Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; E. Grassi, Fontanellato, la famiglia e la rocca Sanvitale, Noceto, 1832; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1837; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale; Argegni, Condottieri, 1937, 133.

SANVITALE GIROLAMO
1501-Sala 1550
Figlio di Niccolò Maria Quirico e Beatrice da correggio. Fu al servizio di Carlo V. Nel 1536, come comandante di una compagnia di cento cavalli e duemila fanti, partecipò alla guerra di Provenza contro i Francesi, segnalandosi ad Antibes e Bregnuol per valore e per perizia straordinari e meritandosi la stima di Andrea Doria, Antonio de Leva e Ferrante gonzaga. Nel 1545 fu uno dei feudatari dello stato di Parma che giurarono fedeltà e obbedienza a Pierluigi Farnese. Favorì le parti di Filippo Partisotti e fu avverso ai Rossi. È ricordato come persona di ottima formazione intellettuale e abile nelle arti militari. Morì nel castello di Sala e fu sepolto a Parma nella chiesa di San Francesco del Prato.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1819, tavola III; F. Sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 133; M.E.da Erba, Biblioteca Palatina di Parma, ms. Parmense 3768; A.Micheli, La rocca dei Sanvitale a Sala-Maiatico, 1922; G. Zarotti, franciscus Carpesanus, 1975, XXIII.

SANVITALE GIROLAMO
Sala 24 agosto 1567-Parma 19 maggio 1612
Figlio di Giberto e di Barbara Sanseverino. Dal duca Ottavio Farnese ebbe il feudo di colorno (avuto in eredità dalla madre) eretto in marchesato. Sposò Benedetta Pio. Fu cavaliere assai stimato in Parma per le sue alte qualità, che gli procurarono amicizie e onori. suscitò perciò il sospetto di Ranuccio Farnese, che in lui vide un pericolo. Fattolo arrestare sotto l’accusa di aver tramato contro i Farnese, fece sottoporre il Sanvitale, con molti altri suoi parenti (la madre, la moglie e il figlio gianfrancesco), alla tortura e li fece poi decapitare.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591; F.M. Annibali, Notizie storiche della famiglia Farnese, Montefiascone, 1817-1818; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 379; T.Bazzi-U. Benassi, Storia di Parma, Parma, 1908; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1819, I, tavola III; F. Odorici, Barbara Sanvitale e la congiura del 1611 contro i Farnese, Brescia, 1862; E. tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 134.

SANVITALE GIUSEPPA, vedi FOLCHERI GIUSEPPINA

SANVITALE GUALTIERI
Parma-ante 1527
Poeta ricordato da un epitaffio composto dal bolognese Girolamo Casio de’ Medici (pubblicato l’anno 1527, all’interno di una raccolta di epitaffi e iscrizioni varie): Il facondo Gualtier da San-Vitale, Ch’era fra gli Pastori un semideo, Posa in quest’urna col suo Melibeo Per l’Egloghe sue dotte, et pastorale. Lo stesso Girolamo casio de’ Medici, ne La Gonzaga, riporta alcuni sonetti in lode di Margherita Pio, moglie di Anton Maria Sanseverino, uno dei quali è detto fatto per la medesima Signora per gualtier Poeta, che faceva l’amor con sua divinità, che secondo l’Affò è da identificarsi col sanvitale.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 195; A.Pezzana, memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VI/2, 1827, 425-426; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 380.

SANVITALE GUARINO
Parma-San Cesario di Modena 1229
Figlio di Anselmo. Sposò Margherita Fieschi, sorella di Sinibaldo (divenuto papa Innocenzo IV), aumentando le ricchezze e la potenza delle famiglia. Il Sanvitale amò la letteratura e si circondò di letterati. Fu podestà di Bologna nel 1219. Prese le armi in aiuto dei conti di lavagna, suoi parenti, contro i Genovesi. Nel 1229, mentre per i Modenesi si trovava alla difesa di San Cesario contro i Bolognesi, venne ucciso ai piedi del carroccio di Parma.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Caffaro, Annales genuenses, in Rerum Italicarum Scriptores, VI; G.B. Janelli, dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C.Argegni, condottieri, 1937, 134.

SANVITALE GUGLIELMO
Parma 1313
Figlio naturale di Pietro. Militando al fianco del fratello Giovanni, nel 1313 rimase prigioniero dei guelfi nello scontro di Tortiano.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE IACOPO, vedi SANVITALE JACOPO

SANVITALE ISABELLA
Parma 1792-Parma 30 dicembre 1837
Nacque dal conte Stefano, letterato, archeologo, orientalista e filantropo. Moglie nel 1813 di Giuseppe Simonetta, cultore anch’egli di lettere e di arti, fu donna di grandi virtù morali e intellettuali. Educata nel collegio di Sant’Orsola a Piacenza, diede prova fin dalla prima giovinezza di ingegno non comune e di attitudine ai severi studi delle lettere. Tornata in famiglia e passata poi a quella del marito, poté coltivare le sue buone attitudini, specie intrattenendosi in colloqui eruditi con la suocera, contessa Maria Guerrieri. Fu elogiata dal Litta e dall’Arrivabene, specie per le sue lettere, in cui mostra di essere maestra di concetti e di stile, e per la perfetta conoscenza della lingua francese. Morì in conseguenza di una malattia che per cinque anni le causò acute sofferenze.
FONTI E BIBL.: G. Adorni, Discorsi, Parma, 1870, 249; Gazzetta di Parma 1838, 17; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri o benemeriti nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, Genova, 1877, 399-400; I. Sanvitale, Poesie, Prato, 1875; M. Bandini, Poetesse, 1942, 213.

SANVITALE ISABELLA, vedi anche CENCI MARIA ISABELLA

SANVITALE JACOBA LAURA, vedi PALLAVICINO JACOBA LAURA

SANVITALE JACOPO
Parma 20 febbraio 1668-Ferrara 5 agosto 1753
Nacque dal conte Cesare e dalla contessa Anna Maria Anguissola. Giovanissimo, fu avviato alla vita ecclesiastica. I parenti l’avrebbero voluto nella curia romana, ma il Sanvitale scelse di entrare tra i gesuiti in Bologna (1682). compiuto il noviziato e gli studi, insegnò belle lettere in Vicenza e in altre città. ordinato sacerdote, cominciò poi a impegnarsi nelle missioni. Ma i suoi superiori lo destinarono quale lettore di filosofia e poi di teologia in Verona, ove tenne anche alcune lezioni di matematica. Godendo poca salute, fu mandato nel 1706 a Ferrara, ove, dopo aver servito due anni come confessore nel collegio dei Nobili, intraprese di nuovo l’insegnamento di teologia speculativa e poi di morale, incarico che mantenne per diciannove anni, senza per altro interrompere gli esercizi di pietà (congregazioni, confessioni, predicazioni, visite agli ospedali). Il Sanvitale fu anche utilizzato per incarichi di fiducia dai cardinali Taddeo dal Verme e Tommaso Ruffo, legati di Ferrara. dall’anno 1736 sino al 1751 volle essere impiegato nel fare il catechismo ai poveri quando alla portineria del collegio si faceva loro l’elemosina. Fino all’ultimo il Sanvitale si dedicò agli studi. Scrisse un gran numero di opere, molte delle quali di carattere storico, teologico, spirituale e ascetico. Negli ultimi anni di vita fu duramente attaccato dai domenicani Daniele Concina e Giovanni Vincenzo Patuzzi, fustigatori della morale gesuitica, ai quali il Sanvitale rispose con vituperi che certamente offuscarono la sua fama. Al Sanvitale dedicò una biografia Gianandrea Barotti (Venezia, Remondini, 1757), e di lui scrissero anche il Zaccaria, il Lombardi (Storia della letteratura italiana), il Maffei e il Feller (dictionn. Hist.).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 29-31; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 358.

SANVITALE JACOPO
Parma 28 dicembre 1785-Fontanellato 3 ottobre 1867
Nato da Vittorio, del ramo secondogenito dell’illustre famiglia, e dalla marchesa Camilla Bortolon, d’origine spagnola, morta quando il Sanvitale era ancora bambino. Studente prima al collegio dei Nobili e poi al collegio Lalatta di Parma, fu quindi affidato agli insegnamenti di Angelo Mazza. Sotto l’autorevole guida di Angelo Mazza, il Sanvitale venne a contatto con la poesia ellenica, con le prime traduzioni che l’abate prozio faceva dall’inglese (il Gray, il Thompson, il Parnell) e con il mondo aristocratico ed elegante del tempo, che Parma ospitava come un salotto discreto e ben informato. Appena quattordicenne pubblicò una canzone, Cristo simboleggiato nell’agnello, e a quindici anni era già un ottimo traduttore di Orazio. A ventitré anni, dopo aver dato prova di carità cristiana in occasione dell’epidemia di peste, fondò la Società Libera Italiana di Scienze e Lettere, della quale venne acclamato presidente perpetuo. Compreso che lo stesso napoleone Bonaparte aveva tradito le idee della rivoluzione francese, quando nacque il re di Roma, nella certezza che fosse predestinato a rinsaldare ineluttabilmente il regime di potere monarchico e tirannico, il Sanvitale scrisse un feroce sonetto che gli costò il carcere nel porto di Fenestrelle (1812), dove proseguì nelle traduzioni bibliche e nello studio di opere classiche. Dopo quatordici mesi di prigionia, travestito da donna fuggì a Milano, ove divenne grande amico del Romagnosi, del Rasori e di Ugo Foscolo. Tornò a Parma il 5 maggio 1814. Morto Angelo Mazza, ereditò il suo posto nel mondo della poesia italiana. Già nominato (1817) professore di eloquenza, fu eletto segretario dell’Accademia di Belle Arti di Parma, insegnò poetica ed ebbe le cariche di segretario e di preside della ducale Università degli Studi di Parma e di preside della facoltà di lettere (1820). Sposò in Parma, il 28 dicembre 1816, Giuseppina Folcheri, piemontese, donna colta, geniale pittrice, ardente di spirito italiano, fedele compagna nell’esilio e nelle aspre traversie. Nel settembre 1817 accompagnò il metternich a visitare i monumenti di Parma. appartenne alla società dei Sublimi Maestri perfetti e fu compreso tra i settari denunciati, con lettera del 17 aprile 1822, da Francesco d’este, duca di Modena, a Maria Luigia d’austria. Il sanvitale fu anche indiziato tra coloro che avevano distribuito un proclama in latino incitante gli Ungheresi, numerosi nell’esercito austriaco che marciava su Napoli, a non battersi contro un popolo insorto per conquistarsi l’indipendenza: da un confesso reggiano il Sanvitale fu denunciato come l’autore del proclama. Oltre che alla setta dei Sublimi Maestri Perfetti, si riteneva che egli appartenesse alla Carboneria e che avesse partecipato a diverse riunioni tenute in Parma dai settari per trattare gli affari della società e, principalmente, dei moti insurrezionali che stavano per scoppiare. Il 24 aprile 1822 il Governo parmense ordinò l’arresto del Sanvitale e degli altri indiziati dal duca di Modena: fu rinchiuso nel castello di Compiano e il 25, 26 e 27 del successivo settembre messo a confronto a Sant’Ilario coi confessi estensi. La Commissione mista, con sentenza del 29 aprile 1823, lo assolse perché non convinti del crimine loro apposto. Fu membro del Governo Provvisorio, che esercitò il potere dal 15 febbraio al 13 marzo 1831. Restaurato il Governo ducale, il Sanvitale fuggì in esilio. La Sezione di accusa, il 21 e 24 maggio 1831, dichiarò che vi era motivo di procedere penalmente contro i membri del Governo Provvisorio, a eccezione di Luigi mussi, ma la Commissione Speciale, il 7 luglio successivo, li prosciolse dall’accusa. ripristinato il potere di Maria Luigia d’austria, andò in esilio in Francia (a Marsiglia, in Corsica e poi a Montauban), ove alternò l’attività di poeta ed economista a quella di agronomo. Tra le sue opere di quel periodo è da ricordare il canto Nostalgia. Fu tradotto in francese e se ne fecero sei edizioni: in Italia ne fu proibita la diffusione. Nel 1840 il Sanvitale poté rientrare in patria. Si recò a Torino, invitato a un congresso di scienziati, e dettò l’ode per la statua di Emanuele Filiberto. Gli fu quindi offerta la cittadinanza piemontese, ma invano chiese la cattedra di letteratura comparata, sempre desiderata (1848). Si sistemò allora a Genova, come precettore di un giovane della famiglia Pallavicino. Ben presto divenne noto e furono pubblicati vari suoi sonetti. Prese parte a un congresso in Toscana, ove trattò argomenti agrari e, in particolare, le risaie. Visitò la Maremma e fissò proprie teorie agricole. Tornato in Francia, ove era rimasta la famiglia, si recò a Tolosa ed ebbe i diritti di cittadino francese, ma ancora una volta gli fu negato l’insegnamento filologico. Poco dopo gli morirono la moglie, Giuseppina Fulcheri, e la figlia Clementina, colpite da malattia a Marsiglia. Rientrato a Genova, tenne, dal 19 ottobre 1849 al dicembre 1852, la direzione della biblioteca civica Berio, al quale ufficio fu eletto dal Consiglio delegato del comune a unanimità, con sentimenti di vera esultanza. Il Consiglio generale confermò la nomina e, quando il Sanvitale lasciò la carica, gli conferì il titolo di bibliotecario emerito. Nel 1856 gli fu concesso di risiedere a Parma. Nel 1859 fu rappresentante di Fontanellato all’Assemblea costituente parmense e fu tra i delegati a rassegnare l’atto di annessione al Piemonte, assieme a Giuseppe Verdi. Sedette tra i deputati al Parlamento in Torino per la VII legislatura rappresentando il collegio di San Pancrazio. L’età avanzata e le malattie gli impedirono di partecipare attivamente alla vita pubblica della nuova nazione: fu costretto a ritirarsi a vita privata e a rinunciare a qualunque ufficio. Fu presidente della Regia Deputazione di Storia Patria a Parma e la rappresentò nel 1865 a Firenze e a Ravenna per la celebrazione del centenario dantesco. massimiliano d’Austria, imperatore del Messico, gli inviò la Gran Croce di Guadalupa. La salma del Sanvitale, trasferita a Parma, fu tumulata nel sepolcreto di famiglia. Dopo la sua morte, furono pubblicati da Caterina Pigorini (Parma, Rossi-Ubaldi) suoi Cenni biografici. La Pigorini scrisse nuovamente del Sanvitale nel gennaio 1876 in un’appendice della Perseveranza. Nel 1875 furono stampate a Prato da Francesco Giachetti Poesie del Conte Jacopo Sanvitale con prefazione e note di Pietro Martini. Alberto Rondani lo ricordò nella Nuova Antologia e nelle Serate Italiane. Alcune poesie inedite raccolse G.B. Janelli (Parma, Grazioli, 1882) ed Emilio Costa pubblicò presso il Battei nel 1886 le Satire inedite. La sorte critica dell’opera sanvitaliana è affidata ad alcuni studiosi parmensi come il Rondani (J. Sanvitale e le sue poesie, Firenze, Gazzetta d’Italia, 1881) e il bocchialini (J. Sanvitale poeta, Parma, 1924; Poeti parmensi della seconda metà dell’ottocento, Parma, 1925). Lo spirito culturale dell’Ottocento è vivo nell’opera del sanvitale in discendenza dalla tradizione poetica del Paradisi, del Cerretti e del Mazza. Uno spirito che si collega al classicismo (per quanto di aulico e di eloquente appesantisce la sua poesia) e al romanticismo (per il nervo e la struttura di una più aderente emozione e di un canto nuovo, intriso di personale esperienza). Due altre sono le componenti della sua ispirazione: la Bibbia e Dante. Dell’una e dell’altra fonte questi poeti tendevano a eroicizzare il contenuto e quindi la forte colorazione romantica veniva ad assumere quasi un credo religioso, un metodo di vita. I salmi biblici parafrasati dal Sanvitale confermano questo giudizio e La luce eterea, un poema mancato ma iniziato con un’autentica volontà di scoperta e sotto la suggestione della Divina commedia, poteva riassumere le sue convinzioni scientifico-letterarie con grande abbondanza di simboli e allegorie. Stupisce che il Sanvitale abbia insistito per ventitré canti su una materia che non seppe fondere in efficace poesia, ma l’esempio rimane comunque significativo di un clima e di un’epoca. Solo La nostalgia porta altra aria, un più compiuto e personale canto di interiore sincerità. Il Sanvitale resta per questi versi, come altri poeti si ricordano per una sola celebre composizione. Dal lamento, a un ripiegamento consapevole, onesto, spoglio di retorica e altero a un tempo, se l’altrui pietà mi è amara. La terra straniera ospita ma non riconosce, è una presenza fredda, giustificabile solo fino a un certo punto. Il sanvitale percorre la strada verso una meta che non conosce: La mia vita è affannosa come un’erta senza meta, deserta. Senz’orma certa. Realtà dura da concepire e da vivere, eppure affrontata senza tradimenti, non nascondendosene le difficoltà e gli inganni. Dal fondo della memoria sale prepotente l’invocazione alla terra lontana d’Emilia. S’avverte uno sforzo di declamazione ma l’intento è sincero, non bloccato dal compiacimento.
FONTI E BIBL.: I. Cantù, Italia scientifica, 1844, III, 106; T. Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 758; Aurea Parma 3-4 1912, 11-13; A. Rondani, Jacopo Sanvitale e le sue poesie, in Saggi di critiche letterarie, Firenze, 1881; E. Costa, Discorso commemorativo, inaugurandosi un monumento a Jacopo sanvitale, Parma, 1886; I. Bocchialini, Jacopo Sanvitale poeta, Parma, 1921; G.N., in Enciclopedia italiana, XXX, 1936, 804; G. Adorni, Vita del conte Stefano Sanvitale, Parma, presso F. Carmignani, 1840; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Nazionale, Terni, Tip. Ed. dell’Industria, 1890; E. Casa, I moti rivoluzionari accaduti in Parma nel 1831, Parma, Tip. G. Ferrari e figli, 1895; E. Casa, I Carbonari Parmigiani e Guastallesi cospiratori nel 1821 e la Duchessa Maria Luigia Imperiale, Parma, Rossi-Ubaldi, 1904; O. Masnovo, I moti del ’31 a Parma, Torino, Società Editrice Internazionale, 1925; I Bellini, in dizionario Risorgimento, 4, 1937, 206; A. Calani, Il parlamento del Regno d’Italia, Milano, 1860; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896, e 1898; A. Malatesta, Ministri, 1941, 108; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 123-124; C. Pigorini, Cenni biografici del conte Jacopo Sanvitale, Parma, 1867; L. Sanvitale, Jacopo Sanvitale nell’arte e nella poesia, in Aurea Parma 1917, 5-6; I. Bocchialini, La tradizione della poesia nella famiglia dei conti sanvitale, in Aurea Parma gennaio-febbraio 1923; Poeti parmensi della seconda metà dell’Ottocento, Parma, 1925; E. Grassi, Vita di monsignor L. Sanvitale priore prevosto a Fontanellato, Noceto, Castelli, 1932, con un’appendice di scritti del Sanvitale; A. Credali, Un patriota e poeta parmigiano maestro di G. Mameli, in Aurea Parma 1948; Poeti minori dell’Ottocento italiano, a cura di F. Ulivi, Milano 1963; Dizionario enciclopedico Letteratura Italiana, 5 1968, 46; Dizionario storico politico, 1971, 1147-1148; Parma. Vicende e protagonisti, 1978, III, 112-114; Al pont ad Mez 2 1985, 86; T.Marcheselli, in Gazzetta di Parma 3 luglio 1986; A.Musiari, Neoclassicismo senza modelli, 1986, 263; Grandi di Parma, 1991, 103; Marchi, Figure del ducato, 1991, 220.

SANVITALE JACOPO ANTONIO, vedi SANVITALE GIACOMO ANTONIO

SANVITALE JACOPO ANTONIO MARIA
Parma 23 maggio 1699-Parma 6 marzo 1780
Nacque dal conte Luigi e dalla contessa Corona Avogardi Sanvitale. All’età di dodici anni scrisse un tetrastico latino, pubblicato dal padre nella raccolta per la nomina del cardinale Luigi Piazza. Nel 1720 sposò la nobile Maria Isabella Cenci. Poiché sia il fratello Federico che il padre Luigi entrarono a distanza di pochi anni uno dall’altro nella compagnia di Gesù, il Sanvitale rimase nell’assoluto possesso dei beni della famiglia. Stimò e fu amico personale di Innocenzo Frugoni, Aurelio Bernieri e Pier Giovanni Balestrieri. Fu nominato dal duca Antonio Farnese Cavaliere Gran Conestabile dell’ordine equestre militare di San Giorgio. Alla morte del duca Antonio Farnese (20 gennaio 1731) resse, insieme ad altri, gli affari dello Stato parmense, dimostrando destrezza nel sostenerne i diritti contro le minacce del generale austriaco Stampa. Il 9 aprile 1741 fondò la Colonia parmense di Arcadia, di cui fu vice custode col nome di Eaco Panellenio. Il sanvitale si recò due volte a Pisa (13 febbraio e 27 marzo 1732) per complimentarsi col nuovo duca Carlo di Borbone. Il 5 agosto 1737 fu alla corte di Vienna, dove ricevette dimostrazioni d’affetto (Pagnini, Orazione funebre, 1780) dall’imperatore Carlo VI, che il Sanvitale assistette anche al momento del decesso (20 ottobre 1740). Nel 1749 fu inviato da Filippo di Borbone a Genova per ricevere la consorte Luisa di Francia. Fu maggiordomo del duca Filippo di Borbone che lo mandò nel 1751 ambasciatore a Parigi, ove rimase fino al 1759. Tornato in patria, presiedette l’Università degli Studi. Fu pure maggiordomo maggiore e consigliere intimo di Ferdinando di Borbone, e anche direttore generale dei regi teatri (1763) e spettacoli (1761) di Parma. Tradusse in italiano il libretto di Fontenelle Enea e Lavinia, con musica di Tomaso Traetta (Parma, Ducale, primavera 1761) e il libretto Bajezzette, con musica di Ferdinando Bertoni (Parma, primavera 1765). Scrisse per il maestro Giuseppe colla i libretti Uranio ed erasitea (Parma, ducale, estate 1773) e, forse, Enea in cartagine (Parma, estate 1773). Il Sanvitale fu sepolto a Fontanellato. Del Sanvitale scrissero elogi Giuseppe Maria Pagnini, Bergantini (Voci italiane, 1745), Agostino Paradisi (Ode per la nascita di Stefano Sanvitale), Innocenzo frugoni (del quale il Sanvitale fu grande benefattore), Camillo Zampieri (Giobbe, canto IX), angelo Mazza (Armonia, 1771), Bettinelli (Poemetto per l’Accademia degli Scelti, 1753), Pizzi (Visione dell’Eden, 1778, e Rime degli Arcadi, 1780).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 175-181; Gazzetta di Parma 28 giugno 1922, 3; C.Schmidl, Dizionario universale musicisti, 2, 1929, 447.

SANVITALE LAVINA, vedi SANVITALE LAVINIA

SANVITALE LAVINIA
Parma XV secolo-1555
Figlia del conte Girolamo. Fu celebrata da Ludovico Domenichi, che le dedicò la traduzione del decimo libro dell’Eneide, per aver coltivato le lettere con grande amore. Di lei si parla come di scrittrice elegante, ma di quanto avrebbe dato alle stampe non è rimasta che una lettera inserita da Ortensio Landi nella sua raccolta (Lettere di molte e valorose donne, raccolte da Ortensio Lando, Venezia, 1548), ritenuta concordemente apocrifa. Cade così l’attribuzione e viene meno ogni documento della sua attività. Il fatto stesso però che il Landi la ponesse nel novero delle presunte scrittrici, fa ritenere che la Sanvitale non fosse indegna di appartenere alla schiera delle donne colte e che comunque esplicasse attività letteraria. Sposò Francesco Sforza.
FONTI E BIBL.: Lettere di molte e valorose donne, raccolte da Ortensio Lando, Venezia, 1548; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri o benemeriti nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, Genova, 1877, 380; M.Bandini, Poetesse, 1942, 213.

SANVITALE LUIGI
Fontanellato 1539 c.-post 1598
Figlio di Galeazzo e di Paola Gonzaga. Fu al servizio della casa regnante di Francia. Dopo essere rimpatriato, nel 1598 divenne governatore di Sabbioneta. Per concessione di roberto, suo fratello, poco prima del 1574 divenne conte di Fontanellato e Noceto.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE LUIGI
Fontanellato 1599-1664
Figlio di Alessandro e di Margherita Rossi. Fu capitano delle lance della guardia del duca di Parma Ranuccio Farnese, che nel 1646 eresse in suo favore la contea di Belforte in marchesato. Fu inviato dalla corte di Parma a quella di Torino prima per incontrarvi Cristina di Svezia e nel 1660 per presentare a Margherita di Savoja i doni del suo sposo, il principe ereditario di Parma Francesco Maria Farnese. Morì all’età di sessantacinque anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE LUIGI
Parma 1 luglio 1675-1753
Figlio di Alessandro e di Paola Simonetta. Fu eletto nel 1718 dal duca di Parma Francesco Maria Farnese gran conestabile dell’Ordine Costantiniano. Nel 1729, divenuto vedovo, entrò nella Compagnia di Gesù. Morì all’età di settantotto anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE LUIGI
Parma 26 dicembre 1772-Piacenza 25 ottobre 1848
Nacque dal conte Alessandro, appartenente a una tra le più aristocratiche famiglie italiane, letterato distinto e uomo di larga carità, e dalla contessa Costanza Scotti di Montalbo, nobildonna piacentina di austeri costumi e di severi principi. Dimorò sino all’età di otto anni, in seno alla famiglia nell’avito palazzo di Parma, situato nelle vicinanze della Cattedrale. Ebbe due fratelli e quattro sorelle, le quali contrassero matrimonio con esponenti delle nobili famiglie Anguissola di Piacenza, D’Arco di mantova, Robion di Nizza e Dalla Rosa Prati di parma. Dai precettori di corte apprese le prime nozioni culturali. Il 14 aprile 1780 vestì l’abito talare e poco dopo, per incarico del padre, fu accompagnato a Roma dallo zio Stefano Sanvitale di Reggio Emilia, affinché potesse seguire, nel Collegio Clementino, retto dai padri somaschi, i corsi di grammatica, umanità, retorica e filosofia. Per le doti di aperta intelligenza e di amore allo studio, congiunte a spirito acuto e vivace, ebbe modo di distinguersi, classificandosi tra gli allievi migliori, per i progressi nello studio delle lettere e per l’abilità di verseggiatore, tanto che, finito il corso, venne ammesso tra gli Arcadi col nome di Elpindo Panellenio. Nel 1780 ricevette la prima tonsura dal vescovo di Parma Pettorelli-Lalatta e in Roma da Giulio della Somalia, segretario della Sacra congregazione dei Riti. A dodici anni gli furono conferiti gli ordini minori. A quell’età, per i diritti di casa Sanvitale, fu nominato il 20 dicembre 1784 prevosto di Priorato e di Fontanellato, dove la famiglia, antica feudataria di quelle terre, era patrona della chiesa parrocchiale per diritto attribuito da papa Bonifacio IX (bolla del 9 dicembre 1400) e proprietaria della splendida Rocca e di ricche tenute. La dispensa per l’età giovanissima fu concessa dalla Santa Sede in considerazione della pietà e doti necessarie che già si erano rivelate nel Sanvitale, che aveva palesato eccellente disposizione alla carriera ecclesiastica. In realtà i genitori avevano maturato da tempo le sorti dei figli disponendo che il primogenito, Stefano, dovesse tramandare il casato, il secondo, Federico, si iscrivesse all’ordine di Malta e il terzo, il Sanvitale, godesse la prelatura o la prevostura con il Priorato. Il 10 maggio 1785 ricevette dal vescovo di Parma, per procura, l’investitura della parrocchia, trovandosi a Roma per gli studi. Lasciò la capitale il 7 luglio 1792 diretto a Parma, che era sotto il dominio del duca Ferdinando di Borbone. Nell’autunno di quello stesso anno si iscrisse all’Università di Parma al corso di teologia. Nel 1793 gli fu conferito l’ordine del suddiaconato. Ritenendosi non ancora sufficientemente preparato a compiere l’ultimo passo che l’avrebbe elevato a ministro di Dio, ottenne di poter differire di tre anni la promozione al sacerdozio. Ricevette la sacra ordinazione il 31 dicembre 1797. Monsignor Adeodato Turchi, successo al Pettorelli-Lalatta nel governo della diocesi parmense, lo esortò a prendere possesso della parrocchia di Fontanellato, ma il Sanvitale indugiò per alcuni anni ancora in Parma, trattenuto da mansioni varie. Insegnò storia ecclesiastica all’Università di Parma e nel 1803, oltre all’incarico di professore, ricoprì le mansioni di membro del Collegio teologico e di confratello della congregazione di carità di San Filippo Neri (della quale divenne ordinario nell’autunno di quello steso anno). Nel frattempo si dedicò con impegno alla teologia e alle lettere. Nel 1803 pubblicò, con i tipi bodoniani, venti novelle accompagnate da una prefazione nella quale espone come e quanto si fosse preparato a tal genere di narrazione. Il libro ebbe molto successo e riscosse l’approvazione dei più illustri letterati del tempo, con i quali il Sanvitale fu sempre in viva corrispondenza: Angelo Mazza, Gaetano Godi, Michele Colombo. Ma le sue principali cure furono volte alle opere del sacro ministero e in particolare alla predicazione, prestandosi di buon grado per l’apostolato della parola in Parma e nei centri di campagna. Nel 1804 prese finalmente possesso del priorato e della prevostura di Fontanellato. Se al predecessore don Carlo Delfinoni si deve la radicale trasformazione dei fabbricati canonicali mediante la sostituzione del piccolo convento benedettino con la maestosa canonica e l’inizio di costruzione dell’ampia peschiera che la circonda, al Sanvitale va riconosciuto il merito di aver condotto a termine tali importanti opere, rimaste incompiute per l’improvvisa morte di quel prevosto. Ma, più che i lavori materiali, è degna d’interesse l’attività da lui spiegata nella vasta e complessa parrocchia: feste solenni, predicazioni sue e di illustri oratori, sacre missioni e numerose altre iniziative intese a incrementare nel popolo la pietà cristiana. Curò il decoro delle sacre funzioni, accrebbe la pompa delle solennità nelle chiese dipendenti, compilò uno stato d’anime e fece redigere un elenco delle suppellettili religiose appartenenti alle chiese a lui soggette di Priorato, di Fontanellato e di Cannetolo, mantenendosi inoltre in continuo contatto con i canonici della collegiata di Santa Croce, con il curato di Fontanellato e con il cappellano di Cannetolo per indirizzare la loro attività. La sua azione si spiegò con solerzia anche nell’istruzione catechistica ai bimbi e agli adulti, in missioni ed esercizi spirituali per il popolo, facendo inoltre brillare quelle qualità di oratore nelle quali si era perfezionato con un prolungato esercizio. Gli avvenimenti politici, intanto, si succedettero gravi e importanti dall’epoca in cui il Sanvitale aveva lasciato Parma per la cura della sua parrocchia. Dopo la morte di Ferdinando di Borbone, avvenuta a Fontevivo il 9 ottobre 1802, il primo console di Francia dichiarò che, a tenore del trattato di Aranjuez, la sovranità degli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla era devoluta di diritto alla Repubblica Francese, insediando a Parma per suo ministro governatore Moreau de Saint-Mery. Questi ebbe per la famiglia Sanvitale cortesi attenzioni, nonostante essa nutrisse poche simpatie per Napoleone Bonaparte. I Sanvitale, che il 9 novembre 1804 ebbero l’onore di ospitare papa Pio VII durante il suo viaggio da Roma a Parigi, ebbero pure la ventura di avere per ospite, il 26 giugno 1805, lo stesso Bonaparte. In quel periodo tornò a Parma la calma e la tranquillità, dovuta all’intelligente e abile diplomazia del governatore, il quale con saggi provvedimenti si sforzò di rendere accetta alla popolazione la nuova dominazione. Ma un’improvvisa rivolta di Piacentini per l’applicazione di tasse ritenute ingiuste provocò la destituzione del Moreau de Saint-Mery e il 19 gennaio 1806 il suo posto fu assunto dal generale Junot, che ripristinò l’ordine con un regime di polizia. A questi, con l’interregno del prefetto Eugene Nardon, successe nel 1810 Dominique Perignon, che ricoprì la carica solo per pochi mesi. Infatti, dal 1810 al 1814, terminato il dominio napoleonico, lo Stato di Parma fu retto dal barone Dupont-Delporte, il quale lo cedette il 6 giugno 1814 a Maria Luigia d’Austria, che ne prese possesso in forza del trattato di fontainebleau. Il 21 giugno 1805 venne firmato il decreto di soppressione dei religiosi domenicani di Fontanellato: il convento, la chiesa e un appezzamento di terreno annesso furono confiscati. Soltanto più tardi (1816), per interessamento del Sanvitale e del fratello Stefano, il convento e l’annessa chiesa con il terreno furono da Maria Luigia d’Austria concessi alle suore domenicane del soppresso monastero dei Santi Giacinto e Liborio, in Colorno, le quali iniziarono da allora la loro attività. Rimasta vacante il 2 aprile 1813 la cattedra episcopale borghigiana per la morte di Alessandro garimberti, Maria Luigia d’Austria, allorché divenne duchessa degli Stati, propose la nomina del Sanvitale. Volle tuttavia assicurarsi in precedenza dell’accettazione del designato e a tale scopo dette incarico al conte generale neipperg, suo cavaliere d’onore, di porsi in comunicazione con il conte Stefano Sanvitale affinché questi sondasse in proposito l’animo del fratello. Dall’interessante carteggio, pubblicato dal Grassi, si apprende che, pur essendo il Sanvitale restio ad accettare la nomina, fu ugualmente inoltrata la proposta al pontefice dalla stessa duchessa, la quale, l’11 marzo 1817, inviò al Sanvitale la bolla di nomina accompagnandola con una lettera in cui si compiace di rendere giustizia ai meriti, alla pietà e alla dottrina particolare di lui e di contribuire così al bene spirituale dei suoi sudditi della diocesi di Borgo San Donnino. In tal modo la diocesi borghigiana, da quattro anni vacante, poté finalmente salutare il suo nuovo pastore. Il Sanvitale fu consacrato nella chiesa del Gesù a Roma il 3 agosto 1817, insieme con Carlo Scribani Rossi, vescovo di Piacenza, dal cardinale Giulio della Somalia. Nello stesso giorno indirizzò al clero e al popolo una comunicazione in latino per i suoi nuovi figli spirituali. A questa fece seguito la prima pastorale. Il 28 settembre successivo Borgo San donnino accolse il Sanvitale con viva esultanza, dimostrazioni di popolo ed espressioni letterarie, di cui il Grassi rimarca due sonetti di Michele Leoni e del canonico Giuseppe Rovaldi. Suo primo pensiero fu di indire la visita pastorale, che fece precedere in cattedrale da una solenne missione al popolo e da un corso di esercizi spirituali per il clero. L’iniziò il 23 agosto 1818 e la terminò nel luglio 1821. L’accurata vigilanza e la naturale disposizione a interessarsi dei problemi anche minuti gli permisero nel frattempo di dare un solido assestamento agli affari ecclesiastici, trascurati durante la lunga vacanza. Per quanto riguarda il culto religioso e la pietà, curò il decoro della Cattedrale, ne riordinò le funzioni e altre ne istituì, disponendo, tra l’altro, che fosse continuata la pratica introdotta dal suo predecessore di celebrare in Cattedrale la festa di san Francesco di Sales ogni anno con grande solennità, destinando a questo scopo un capitale di circa tremila lire nuove di Parma. Distribuì inoltre in forma più regolare i vari servizi. Diligentissimo, volle far seguire alla visita pastorale una controvisita per verificare se le disposizioni emanate fossero state osservate. Eresse e benedisse molti oratori pubblici e privati, promosse esercizi spirituali, predicazioni, missioni e pubbliche preghiere nelle chiese della città e diocesi. Regolò l’uso degli strumenti musicali in chiesa, adottando la severità dell’organo, senza aggiunte. In cattedrale restaurò e abbellì la cappella dell’immacolata e provvide ad altre opere di decoro, donando inoltre un ricco piviale, un artistico calice d’argento con fregi in rilievo dorato e numerosi altri oggetti d’argento. Onorò gli studiosi e ne coltivò con schietto favore l’amicizia, come nel caso dell’abate Zani. Egli stesso fu buon letterato: dalle lettere e dallo zibaldone che lasciò, questa sua inclinazione traspare dall’eleganza della forma e dalla ricchezza dei concetti. Anche le sue pastorali furono ricche di dottrina. Dal 1818 al 1826 fu professore onorario di teologia all’Università di Parma. Mantenne rapporti cordialissimi con i vescovi di Parma Caselli, Crescini e Vitale Loschi. Si tenne in relazione con le persone più in vista di Parma e di Piacenza e in continuo contatto con il clero e il popolo. Fu in buoni rapporti con le autorità politiche costituite, sia con Ferdinando di Borbone che con il Governo del Direttorio francese, assai più con quello di Maria Luigia d’Austria e, in seguito, di Carlo Alberto di Savoja. Conservò con tutti la sua dignità, congiunta al dovuto ossequio alle autorità, ma senza servilismo né ostilità preconcetta, desideroso di non urtarsi con alcuno. Sin dal 1805 papa Pio VII lo annoverò tra i suoi prelati e Maria Luigia d’Austria, oltre a conferirgli l’11 dicembre 1825 la commenda dell’Ordine Costantiniano, lo insignì dieci anni dopo dell’alta onorificenza di Senatore Gran Croce dello stesso ordine. Rimasta vacante la sede episcopale di Piacenza per la morte di Lodovico Loschi, Maria Luigia d’austria pensò di destinargli a successore il sanvitale. Seguendo la stessa procedura per l’elevazione alla cattedra borghigiana, scrisse al suo ciambellano di corte, conte Luigi Sanvitale, una lettera confidenziale pregandolo di sondare il pensiero del Sanvitale, suo zio. Questi dette il proprio consenso e la duchessa poté così liberamente presentarlo a Roma per la promozione. Il 21 novembre 1836 fu preconizzato vescovo di Piacenza e otto giorni dopo ne dette partecipazione al Capitolo della Cattedrale piacentina. Contemporaneamente indirizzò una lettera di commiato alla diocesi di Borgo San Donnino, dichiarando con commosse parole che il distacco della persona non avrebbe attenuato il vivo affetto che nutriva nel cuore per coloro dei quali era stato pastore per diciannove anni. Con la nomina a vescovo di Piacenza il Sanvitale rinunciò alla prevostura e al priorato di Fontanellato, che per speciale concessione della Santa Sede aveva sino ad allora mantenuto, continuando, pur tra gli impegni del ministero episcopale, a provvedere al bene spirituale dell’importante parrocchia con direttive, norme e consigli, recandosi di tanto in tanto in luogo e trattenendovisi ogni anno per l’intero mese di settembre. L’ingresso solenne nella nuova diocesi, dopo il perfezionamento delle pratiche necessarie alla presa di possesso, avvenne il 7 maggio 1837 con ricca pompa di cerimoniale. Soddisfatte le esigenze dei riti ufficiali, il Sanvitale si pose alacremente all’opera, continuando quell’attività metodica e diligente spiegata con tanto profitto a Borgo San Donnino. Essa fu tesa principalmente alla riforma del clereo e al riordinamento del seminario. A questo pose subito mano, riorganizzandolo negli studi, nella disposizione dei locali e, soprattutto, nella disciplina e nel vestiario degli alunni. Iniziò poi la visita pastorale, intendendo porsi sollecitamente a contatto con il clero e il popolo della vasta diocesi. La molteplice attività al servizio della Chiesa piacentina può essere riassunta negli otto volumi della sacra visita e in diciannove altri volumi di decreti emessi nel periodo di dodici anni. Il 23 aprile 1842 ordinò il trasferimento a Sant’Eustachio dei teatini (che abitavano un quartiere in comune con i carmelitani di Sant’Anna) ritenendo che la loro opera potesse così spiegarsi con maggiore profitto per la cittadinanza. Provvide il 7 novembre 1843 che fossero aperte scuole cattoliche nell’ex convento dei teatini di San Vincenzo e protesse i gesuiti dal boicottaggio dell’autorità civile, che non vedeva di buon grado il prestigio dell’ordine, acquisito nella direzione delle scuole governative. Il Sanvitale ebbe salute delicata: nel 1837 sofferse di risipola e di enfiagione a una gamba e tre anni dopo cadde gravemente ammalato per infiammazione di petto congiunta a febbre gastrica catarrale. Il Sanvitale contribuì ad accrescere il decoro della cattedrale di Piacenza dotandola di un’ampia gradinata e curò la fondazione del seminario di Bedonia. Nei movimenti nazionali e patriottici mantenne sempre un atteggiamento accorto e prudente. Mentre ancora viveva Maria Luigia d’Austria, sebbene inferma e col ducato che ormai si poteva considerare non più legato alla sovrana, il Sanvitale, nella confusione che regnava e interpretando così l’adesione del papa Pio IX alle aspirazioni italiche, pose la sua diocesi sotto la protezione di Carlo alberto di Savoja e il 1° gennaio 1847 cantò in cattedrale un solenne Te Deum di ringraziamento al Signore perché il re sabaudo si degnasse di accogliere Piacenza sotto la propria tutela e di considerarla materialmente e spiritualmente parte del suo regno. Questo aperto atteggiamento procurò al Sanvitale una corrente di simpatia progressista e gli valse il conferimento, il 18 giugno 1848, della Croce di commendatore dei santi Maurizio e Lazzaro, che lo stesso Carlo Alberto di Savoja gli conferì a mezzo del commissario regio di Piacenza, federico Colla. Alla fine dell’estate 1848 il male lo assalì nuovamente e con maggiore intensità e dopo due mesi morì. In Cattedrale si svolsero i solenni funerali e venne deposta la salma con un’iscrizione che ne sintetizza la lunga vita operosa e illuminata. Il discorso funebre fu tenuto da Giovanni Moruzzi, il quale pose in risalto le virtù dell’estinto, che seppe accoppiare la gravità del vescovo alla gentilezza dell’uomo cittadino. Le ossa del Sanvitale riposano nel massimo tempio piacentino e il suo ricordo è perpetuato in una lapide infissa sopra il suo sepolcro nella parte interna del sotterraneo.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 514-517; D. Soresina, enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 426-435; A.V. Marchi, Figure del ducato, 1991, 222.

SANVITALE LUIGI
Parma 8 novembre 1799-Fontanellato 3 gennaio 1876
Nacque dal conte Stefano e da Luigia gonzaga. Appassionato degli studi letterari, ricevette i primi insegnamenti dal poeta Vincenzo Mistrali e li completò a Siena nel Collegio tolomei. I molti viaggi nei paesi più evoluti gli arricchirono la mente e alimentarono i suoi innati sentimenti di libertà e di civile progresso. Tornato a Parma, strinse vincoli di sincera amicizia con l’eletta schiera di scienziati, letterati e artisti (Giordani, Mistrali, Taverna, Toschi, Tommasini, Jan, Colombo, Melloni, Pezzana, Pellegrini e Jacopo Sanvitale) che diedero lustro al ducato nella prima metà dell’ottocento. Animo nobile e generoso, al culto della poesia, dell’amore per la patria e alla predilezione per la nobiltà di nascita e di cultura, il Sanvitale unì un interesse altrettanto spontaneo e sincero per gli umili e i bisognosi, che avrebbe voluto protetti da leggi più giuste e ispirate a principi di una vera uguaglianza. Come il padre, si distinse per profondo senso filantropico, avendo sommamente a cuore l’educazione popolare. Un asilo d’infanzia, da lui fondato nel 1841, venne citato come esempio in Italia e all’estero. Nominato presidente della Pia Unione di San Bernardo, il Sanvitale chiamò l’associazione a nuova vita, trasformandola in Società di Mutuo Soccorso. soprattutto per suo interessamento, nel 1844 sorse la Casa di Provvidenza, dove i giovani dagli otto ai diciotto anni entravano per imparare un mestiere. Nel prodigarsi alle opere di bene, ebbe costante il pensiero dell’Italia, ritenendo indispensabile per la sua indipendenza il miglioramento delle condizioni morali e materiali del popolo. Sia per il suo temperamento equilibrato, sia per l’educazione ricevuta, pur lavorando con tenacia per la realizzazione degli ideali patriottici professati fin dalla prima giovinezza, rifuggì dalle violenze e non partecipò alle rivolte quando gli parvero inutili. Così non aderì ai moti scoppiati a Parma nel febbraio del 1831, giudicando immatura l’impresa, e fu tra coloro che accompagnarono la duchessa Maria Luigia d’Austria da Parma a Piacenza. Di sentimenti liberali, fu maestro perfetto nella setta dei Sublimi. Ciò nonostante, per intercessione del Mistrali, il 26 ottobre 1833 sposò Albertina Montenovo, figlia della duchessa Maria Luigia e del conte Adamo Neipperg. Nel 1848, per il suo fervente patriottismo, il Sanvitale venne nominato membro del Governo Provvisorio di Parma, carica che in seguito gli costò molti anni di esilio, durante i quali mantenne costante la fede nei futuri destini della patria, strinse rapporti con i fuoriusciti di altre regioni, cercò di ravvivare l’amore all’indipendenza nazionale e beneficò i profughi del ducato. Carlo Alberto di Savoja lo nominò senatore il 6 giugno 1848 (si dimise il 28 dicembre 1849). Nel 1854, dopo l’uccisione di Carlo di Borbone, mostrandosi la vedova più longanime con i liberali, il Sanvitale fece ritorno a fontanellato, dove visse ritiratissimo, dedicandosi alla famiglia e agli studi. Con l’unione del ducato all’Italia, venne chiamato ad alte cariche: fu il primo sindaco di Parma (marzo-luglio 1860) eletto con suffragio popolare. Come sindaco, ricevette Vittorio Emanuele di Savoja nella sua visita a Parma. Per l’amore alle arti, che in ogni occasione protesse generosamente, venne nominato accademico onorario dell’accademia parmense di Belle Arti. Elevato al parlamento (18 marzo 1860), il Sanvitale si dimise da altre cariche per essere assiduo alle riunioni del Senato (nel quale fu più volte eletto segretario della Presidenza). In quell’epoca risiedette con grande frequenza a Torino, ove fu apprezzatissimo negli ambienti politici e letterari: è ricordato con particolare onore nelle memorie della baronessa Olimpia Savio. Pubblicò Versi e prose (Venezia, Gamba, 1841) e si adoperò alla pubblicazione delle poesie del cugino conte Jacopo Sanvitale (Prato, 1875). Alla morte di Jacopo sanvitale, che amò e soccorse fraternamente, accettò la presidenza della Deputazione di Storia Patria di Parma, che resse con onore e alta competenza dal 5 novembre 1867 al 3 gennaio 1876. Scrisse delle memorie che sono conservate nell’archivio Sanvitale.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 400-403; Gazzetta di Parma 9 dicembre 1920, 1-2, e 14 febbraio 1921, 1; Aurea Parma 1 1923, 7-8; Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 16 ottobre 1924, 3; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 207; V. de Castro, Cenni biografici del conte Luigi Sanvitale, Parma, Borgomanero, 1873; G. Adorni, Cenni biografici del conte Luigi Sanvitale, Parma, Adorni, 1876; E. Casa, I Carbonari parmigiani e Guastallesi cospiratori nel 1821 e la Duchessa Maria Luigia Imperiale, Parma, Tip. Rossi-Ubaldi, 1904; O. Masnovo, I moti del ’31 a Parma, Torino, Soc. Ed. Internaz., 1925; I. Bellini, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 205; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Nazionale, Roma, 1896, 851-852; A. Gambaro, F. Aporti e gli asili nel Risorgimento, II, Torino, 1937, 419; A. Codignola, Pedagogisti, 1939, 380-381; A. Calani, Il Parlamento del Regno d’Italia, Milano, 1860; A.Malatesta, Ministri, 1941, 108; G. Pasolini, Commemorazione di L. Sanvitale, seduta del senato del regno del 7 marzo 1876; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 123; G.Allegri, Presidenti della deputazione di Storia Patria 1960, 38-39; Gazzetta di Parma 16 febbraio 1962, 4; G. Berti, Atteggiamenti del pensiero nei ducati di Parma e Piacenza, 1962, II, 333; Aurea Parma 3 1973, 195; A.V. Marchi, Figure del ducato, 1991, 222.

SANVITALE LUIGI
Piacenza 31 luglio 1859-Parma 2 aprile 1917
Figlio di Giovanni. Si trasferì ancora fanciullo a Parma al seguito della famiglia. Nel 1893 il Sanvitale fu adottato (con la condizione dell’abbinamento dei due cognomi) dalla zia Anna Sanvitale, vedova senza prole del conte Giovanni Simonetta. La sua cospicua attività di uomo pubblico si manifestò nelle cure dedicate alla congregazione di San Filippo Neri e al Ricovero dei Vecchi di Parma (istituzioni delle quali fu presidente e direttore) e nelle cariche di consigliere provinciale e segretario del consiglio di Parma. In politica appartenne al gruppo dei cattolici patrioti e come tale tenne la vicepresidenza della cosidetta Giunta di guerra dell’Unione Popolare tra i Cattolici, al tempo della prima guerra mondiale. Critico letterario, scrittore di cose storiche e poeta, impresse a ogni sua iniziativa una singolare signorilità accoppiando alla nativa genialità una cultura svariata e profonda. Scrisse sul conte Jacopo Sanvitale un’importante monografia e dettò dotte relazioni sulla vita cittadina. Pubblicò acute critiche letterarie, specialmente su autori stranieri, su L’Ateneo, Per l’arte, Gazzetta di Parma, Aurea Parma e momento di Torino, di cui fu prima colllaboratore (1906) e poi redattore (1907), al tempo in cui a quel giornale lavoravano vari parmigiani, tra cui Zanetti, Fratta, Ildebrando Pizzetti e Antonio Boselli, oltre a Jacopo Bocchialini che ne era condirettore e poi ne fu direttore. La sua opera poetica, geniale e finissima, è illustrata nel volume del Bocchialini, Luigi sanvitale poeta, che ne raccoglie le cose migliori (le odi storiche, sociali, scientifiche e le delicatissime liriche intime). Il Sanvitale fu membro della Deputazione di Storia Patria di Parma.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1923, 9; B. molossi, Dizionario biografico, 1957, 138; Palazzi e casate di Parma, 1971, 748.

SANVITALE LUIGIA
Parma 30 luglio 1795-
Figlia di Stefano e di Luigia Gonzaga. Fu dama di palazzo dell’arciduchessa Maria Luigia d’Austria. Sposò il marchese Dalla Rosa Prati.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, Tavola III.

SANVITALE MADDALENA
ante 1432-Parma post 1483
Figlia di Gianmartino e di Beatrice pallavicino. Fu monaca dell’ordine di San Benedetto nel monastero di San Quintino di Parma. Nel 1456 fu eletta badessa con approvazione di papa Callisto III. Nel 1472 fece raccogliere le memorie della beata Orsolina de’ Veneri. Nel 1483, anziana e malata, rinunciò la sua dignità nelle mani di papa Sisto IV.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE MARIA
Sala 1606 c.-
Figlia di Gianfrancesco e di Costanza Salviati. Dopo i fatti del 1612 che avevano portato alla decapitazione del padre, fu rinchiusa da Ranuccio Farnese nel monastero di sant’uldarico a Parma, dove poi si fece monaca.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE MARIACELESTE
Fontanellato 1616 c.-
Figlia di Cesare e di Anna Anguissola. Fu monaca e poi badessa nel monastero di San Quintino in Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE MARIA LUIGIA
Fontanellato ottobre/novembre 1840-
I genitori, Luigi e Albertina di Montenovo, subito dopo la nascita della Sanvitale si stabilirono temporaneamente nella villa del Casino dei Boschi. Il battesimo avvenne il 10 novembre 1840 a Collecchio e madrina fu la nonna Maria Luigia d’Austria.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.

SANVITALE MASTINELLO
-Parma 11 agosto 1308
Figlio di Mastino. Fu ucciso assieme al padre dai ghibellini comandati da Guglielmo Rossi.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE MASTINO
ante 1247-Parma 11 agosto 1308
Figlio di Azzone e di Viride della Scala. Nel 1285 si adoperò per calmare le fazioni che in Modena si erano formate tra i guelfi. Venne ucciso allorché Giberto da Correggio, ammesso in Parma come privato cittadino dopo che ne aveva poco prima perduto la signoria, suscitò un tumulto popolare contro i guelfi e, scacciatili, divenne momentaneamente signore di Parma.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE NICCOLÒ MARIA QUIRICO
1454 c.-Noceto o Sala 1511
Figlio di Giberto. Come colonnello al servizio della Repubblica veneta, combatté durante le guerre contro i Turchi (1477). Giangaleazzo Visconti nel 1482, dopo la guerra contro i Rossi di Parma, gli diede la Rocca di Carona. Si ritirò infine nei suoi feudi. Sposò Beatrice da Correggio. Tutte le notizie sulla vita del Sanvitale sono però incerte e spesso poco attendibili.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 134.

SANVITALE NICOLÒ
1459 c.-Fontanellato post 1503
Figlio di Stefano e di Lodovica Pallavicino. Fu rettore della chiesa della Santa Croce di fontanellato. Nel 1503 assunse il titolo di prevosto in conseguenza dei privilegi ottenuti dal fratello Giacomantonio.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE NICOLÒ QUIRICO, vedi SANVITALE NICCOLÒ MARIA QUIRICO

SANVITALE OBIZO o OBIZONE, vedi SANVITALE OBIZZO

SANVITALE OBIZZO
Parma 1198/1207
Sacerdote della Cattedrale di Parma (1198), nel 1207 fu ordinario della pieve di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 827.

SANVITALE OBIZZO
Parma ante 1229-Orvieto 12 settembre 1303
Figlio di Guarino, guerriero e letterato, e di Margherita Fieschi, sorella di papa Innocenzo IV. Rimase orfano in tenerissima età (Affò) del padre, ucciso in combattimento a San Cesario nel 1229. Si applicò allo studio delle lettere e del diritto canonico (per il quale ebbe maestro Giovanni di Donna Rifiuta), divenendo ben presto litteratus diversis scientiis, et in agendis expertus (Continuator Agnelli Rer. Ital., tomo II, 210). Ciò è confermato da Salimbene de Adam: Hic fuit litteratus homo, maxime in Jure Canonico, et in Ecclesiastico officio valde expertus (Chronicon). Divenuto papa lo zio materno, questi favorì in ogni modo i Sanvitale. Così, morto il vescovo di Parma Martino da Colorno, annullò la scelta del successore, fatta dal Capitolo nella persona di Bernardo Vizio de’ Scotti, istitutore dell’ordine dei canonici regolari di Martorano, e la fece cadere su Alberto, fratello del Sanvitale, che non era neppure consacrato. Poco dopo il Sanvitale fu nominato massaro e canonico della Cattedrale di Parma e cappellano di Parma (1251), quindi vescovo (6 agosto 1254) col titolo della Chiesa di Tripoli. In quel periodo il Sanvitale visse lungamente presso la corte romana. Quando Alberto Sanvitale morì (16 maggio 1257), il Capitolo di Parma individuò quale successore l’arciprete Giovanni, ma l’intervento del cardinale Ottobono Fieschi presso il nuovo papa Alessandro IV portò alla nomina del Sanvitale (giugno/ottobre 1258). Il Sanvitale dimostrò subito una grande abilità politica (fra Salimbene lo dipinge dicendo: Fuit cum Clericis Clericus, cum Religiosis Religiosus, cum Laicis Laicus, cum Militibus Miles, cum Baronibus Baro), ciò che gli consentì di superare indenne le gravi accuse mossegli da Giberto da Gente che, dopo aver tentato di imporre al vescovado di Parma il fratello Guglielmo, lo denunciò a papa Urbano IV come dissipatore dei beni della diocesi a causa di una serie di contratti stipulati dal Sanvitale e pregiudizievoli per la Chiesa. Successivamente comunque il Sanvitale recuperò le terre che aveva alienato. Zelante della disciplina, vigilò sulla condotta dei chierici e favorì quelli che intendevano dedicarsi agli studi. Beneficiò sempre gli ordini regolari e nel sinodo di Ravenna del 1259 non esitò a prenderne la difesa: Tunc insurrexerunt Clerici congregati contra Fratres Minores, et Praedicatores dicentes, quod ipsi non praedicant decimas, quod audiunt confessiones, quas ipsi audire deberent, et quod sibi commissos ad sepulturam recipiunt cum decedunt, et quod officium praedicationis exercent, quod ipsi exercere deberent, et quod omnibus istis quatuor priventur quibus impediunt eos ne possint dare pecuniam. Tunc surrexit Dominus Opizo de Sancto Vitale Parmensis Episcopus, et nepos quondam Domini Papae Innocentii Quarti bonae memoriae, et optime Fratres Minores, et Praedicatores defendit. Videns vero Archiepiscopus quod Fratres minores, et Praedicatores propter quatuor praedicta multos mordaces haberent, cepit instantissime eos defendere dicens: Miseri, et insani, non congregavi vos, ut contra istos duos Ordines insurgatis, qui dati sunt a Deo Ecclesiae in adjutorium vestrum (Salimbene, Chronica). inizialmente favorì Gherardo Segarello, che in Parma nel 1260 fondò l’ordine degli apostoli. In seguito però (1286) il Sanvitale cacciò gli aderenti all’ordine, accusati di eresia, dalla diocesi e imprigionò il Segarello, tenendolo sequestrato nel Palazzo vescovile. Dopo non molto tempo lo liberò, ma nel 1294 il sanvitale condannò al rogo due donne dell’ordine degli apostoli e nuovamente fece arrestare il Segarello (che il 18 luglio 1300 venne anch’egli arso come eretico). Il Sanvitale diede credito e consultò più volte anche Benvenuto asdente, calzolaio dotato di spirito profetico, molto famoso, non solo in ambito locale. Il 25 maggio 1270 consacrò nel nome di san Giovanni Battista, sant’Andrea Apostolo e san Cristoforo il Battistero di Parma, la cui costruzione era ormai giunta a conclusione. Il Sanvitale appoggiò (1294) la fondazione, voluta dal cardinale Gherardo Bianchi, di un collegio dei canonici. Nel 1284 fece demolire la vecchia torre campanaria del Duomo, che venne sostituita con una più solida e architettonicamente più bella (1294). Per indurre i fedeli a concorrere con elemosine per tale edificio, impetrò alcune indulgenze da papa Niccolò IV, con un breve pubblicato in una sua pastorale del 28 aprile 1291 (Archivio di Stato di Parma, archivio Segreto dell’illustrissima Comunità di Parma). Compilò inoltre gli Statuti della Chiesa di Parma, che rimasero in vigore per molto tempo dopo di lui. Nel 1271 guidò l’esercito parmigiano all’assedio del castello di Corvara, dal quale scacciò Giacomo da Palù. Nel 1274 fu al Concilio di Lione. Secondo Salimbene de Adam, fu anche peritissimo nel giuoco degli scacchi. Nel 1287 il Sanvitale volle mettersi a capo di una parte della fazione guelfa predominante in Parma, di fatto originando una pericolosa disunione: In Parma aderat ista divisio. Dominus Opizo de Sancto Vitale Parmensis Episcopus Capitaneus erat partis unius cum sequacibus suis. Ex altera vero parte Dominus Hugo Rubeus ejus germanus consanguineus, quia filii duarum sororum erant. Pompae, et ambitiones istae sunt, et contemnendae ab hominibus habentibus sensum (salimbene, Cronica). Ben presto si arrivò a un’aperta discordia: Et istis erat maxima discordia in Parma inter Episcopum Dominum Opizonem de Sancto Vitale, et Dominum Guidonem de Corrigia. Isti duo erant Capitanei partium Civitatis illius tempore illo, non tamen a Parmensibus facti, seu electi, sed a se ipsis sibi dominium sumpserant, et quilibet se credebat pro Civitatis custodia rationabiliter facere. Et homines tunc temporis sicut diligebant ita laudabant, et vilificabant, et loquebantur (Salimbene, Chronica). Le cose precipitarono quando il Sanvitale, volendo favorire Azzo d’Este nel dominio su Parma, si scontrò con il podestà Umberto Guarnieri e con l’intera fazione ghibellina: nel 1295 scoppiarono gravi tumulti e lo stesso Palazzo vescovile fu preso d’assalto. Il Sanvitale riuscì a fuggire (24 agosto), mettendosi in salvo a Ravenna. Ancora prima di questi ultimi avvenimenti, infatti, per evitare che la situazione precipitasse, papa Bonifacio VIII era stato indotto dal cardinale Gherardo Bianchi a trasferire il Sanvitale all’arcivescovado di Ravenna (23 luglio 1295), nominando a Parma Giovanni da castell’arquato. Ma poiché Giberto da Correggio non volle far rientrare in Parma i Sanvitale e i Rossi, banditi dalla città, il papa consentì al Sanvitale di inviare truppe ad assediarla, finché non si giunse a una composizione tra le parti (23 luglio 1303). Contemporaneamente, con l’aiuto di Azzo d’Este, il Sanvitale riuscì a recuperare Argenta (1301) e altre terre alla Chiesa di Ravenna. Il Sanvitale morì mentre si trovava in visita a Bonifacio VIII. Fu sepolto nella chiesa dei frati minori di Orvieto. L’opera più importante del Sanvitale rimane la raccolta degli Statuti, composta durante il Sinodo del 22 marzo 1273, citati in innumerevoli sentenze e più volte riconfermati (nel 1378 dal Capitolo, nel 1436 dal vescovo Delfino della Pergola e nel 1466 da monsignor Jacopo Antonio della Torre).
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e ss.; I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 195-207; N.Pelicelli, Vescovi della Chiesa parmense, 1936, 232-260; A. Schiavi, La Diocesi di Parma, Parma, 1940, 238.

SANVITALE OBIZZO
Parma XIV secolo
È ricordato dallo Janelli (Dizionario biografico dei Parmigiani) con le seguenti parole e senza alcuna collocazione temporale: Obizzo I si chiamò ancora Obizone e fu uomo di grandissimo ma piacevole e posato intelletto, onde allontanato dalle cure della cosa pubblica ed altri interessi mondani, con ogni attenzione si diede a menar vita quieta e tranquilla, spendendo il tempo in trattenimenti di lettere e d’onesti piaceri che allo stato di gentiluomo parevano più convenienti. Visse assai lungo tempo senza essersi mai potuto disporre a condur moglie, ancorché e dal padre vivente e dal fratello Gioanni, che tutto all’esercizio delle armi era applicato, ne fosse più volte con prieghi ed ammonizioni instantemente richiesto. Ma egli negando di poter vivere per un giorno con tal peso, e soggiungendo che a Gioanni più gagliardo e valido di complessione stesse meglio il maritarsi, ammollì finalmente il fiero animo del fratello, dato solamente alle cose della guerra, inducendolo a deliberare di ammogliarsi e poco appresso con molta consolazione vide l’effetto.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 170-171.

SANVITALE OBIZZO
Fontanellato 1673-1744
Figlio di Cesare e di Anna Anguissola. Nel 1706 fu nominato prevosto della chiesa di Fontanellato, carica che rassegnò nel 1716. Morì all’età di settantuno anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE OBIZZO, vedi anche FIESCHI OBIZZO

SANVITALE OPIZO, OPIZONE o OPIZZO, vedi SANVITALE OBIZZO

SANVITALE ORAZIO FORTUNIANO
Sala agosto/dicembre 1564-Parma 29 dicembre 1626
Figlio illegittimo del quarto conte di Sala, Giberto, uomo colto e celebre ma sfortunato nella vita matrimoniale: la prima moglie, Livia da Barbiano, figlia di Pierfrancesco conte di Belgioioso, morì all’età di ventisette anni il 4 settembre 1562 dopo averlo reso padre di eleonora. Dopo due anni, il 5 settembre 1564, sposò, all’età di trentasette anni, la quindicenne Barbara Sanseverino. L’unione fu allietata dalla nascita di Girolamo il 24 agosto 1567, ma poi insorsero per Giberto interminabili cause giudiziarie che lo tennero per diverso tempo a Roma. Barbara Sanseverino, quando nel 1578 ricevette il titolo di marchesana di Colorno, abbandonò il marito per godersi l’ancora fiorente giovinezza nella sua reggia colornese. La presenza del Sanvitale, venuto alla luce poco prima o subito dopo le nozze, non dovette influire sulla decisione di Barbara Sanseverino, perché il Sanvitale, dopo gli studi grammaticali e umanistici sotto la guida del sacerdote Andrea Guidetti, fu inviato alla corte di Ferrara, dove rimase cinque anni come paggio di Alfonso d’Este. Prima di rientrare a Parma soggiornò a Bologna, probabilmente per migliorare la propria preparazione culturale e per limare la tecnica pittorica alla scuola dei maestri ivi operanti. Dal sereno mondo degli studi lo strappò la quasi repentina morte del padre, sul quale fino ad allora aveva potuto basare la propria tranquillità economica. Giberto Sanvitale morì infatti a piacenza il 30 agosto 1585 e lasciò erede universale il figlio Girolamo con testamento del 25 febbraio 1582. Pochi giorni prima di morire, però, volle aggiungere due codicilli con i quali obbligò l’erede a versare immediatamente trecento scudi d’oro al Sanvitale, suo fratellastro, e successivamente a garantirgli quattrocento scudi d’oro annui vita natural durante. Questi codicilli determinarono interminabili questioni giudiziarie. Intanto il Sanvitale cominciò a farsi un nome nell’ambiente intellettuale di Parma e nel 1593 fu membro dell’Accademia degli Innominati: le incessanti liti col fratellastro Girolamo lo determinarono ad assumere, come nome accademico, l’Agitato. Ebbe corrispondenza, per questioni letterarie, con giovanni Maria Agacio, Girolamo Graziani e giambattista Marino. Poi qualche oscura trama ordita con ogni probabilità dall’irriducibile Girolamo, lo sbalestrò in un difficile esilio, passato, con ogni verosimiglianza, tra Padova e Vicenza, sul finire del Cinquecento e nei primi anni del Seicento. Il suo ritorno a Parma fu segnato dal condono (Ser.mi ac optimi Principis D. N. indulgentia) di una capitalis sententia cui fece seguito la publicatio bonorum: la data della grazia è il 20 maggio 1607. Come ringraziamento, il Sanvitale pubblicò, l’anno seguente, il poemetto Anversa Conquistata, in cinque libri, in versi sciolti, dedicato al duca Odoardo Farnese (Parma, Viotti, 1608). La tragedia che coinvolse quasi tutti i membri della sua famiglia nella gran giustizia del 19 maggio 1612, sembra non averlo sfiorato, perché pochi mesi dopo fu in grado di chiamare in causa la ducale Camera per avere gli scudi d’oro garantitigli dal codicillo paterno e la cui riscossione era stata resa impossibile dalla confisca dei beni del decapitato Girolamo Sanvitale. Tradusse il libro De Consolatione, attribuito a Cicerone, compose un poema in ottava rima, La Caterina martire, e pure in ottava rima i poemi l’Arciduca e il Tristanello, oltre a rime, sparse in vari canzonieri. Fu anche pittore. Zani scrive che fu un pittore bravissimo che operava nel 1590. Il pittore Fortuniano Gatti, al servizio della corte farnesiana, il 22 febbraio 1627 stimò i quadri del Sanvitale giudicandoli di non gran pregio (Archivio di Stato di Parma, Ordinazioni del magistrato, 1627, numero 408). Al 28 luglio 1730 risale la lettera di Isidoro Grassi, carmelitano, all’aiutante di camera del duca, girolamo Zunti, perché gli fosse donato dal duca il ritratto del Sanvitale tutto lacero e guasto esistente nella Camera del Magistrato (lettera autografa donata da Scarabelli-Zunti all’Archivio Comunale).
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 334-337; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 382-383; Aurea Parma 2 1958, 117-118; U.Thieme-F.Becker, vol. XXIX, 1935; F. Barbieri, R. Cevese-L. magagnato, Guida di Vicenza, Vicenza, 1956; dizionario Bolaffi pittori, X, 1975, 157; P. Bonardi, Fortuniano Sanvitale, in Archivio Storico per le province Parmensi 1975, 261-318; E. da Erba, compendio copiosissimo, manoscritto presso la Biblioteca Palatina di Parma, cc. 181-182; B. Angeli, Historia della città di Parma, libro VIII; P. Zani, vol. XVII, 57; E. Scarabelli-Zunti, vol. IV, c. 275; P. Bonardi, Fortuniano pittore fantasma, in Gabbiola; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 363.

SANVITALE OTTAVIO
Parma 26 marzo 1548-Ginevra o Torino 9 ottobre 1589
Figlio di Alfonso e Gerolama Farnese. A soli dodici anni cominciò a servire nelle truppe di Emanuele Filiberto di Savoja. Col grado di colonnello di due compagnie di cavalli fu in Francia in aiuto di Carlo IX, nelle lotte contro gli ugonotti, venendo poi eletto consigliere di guerra nel 1571. In occasione delle nozze di Carlo Emanuele di Savoja con Caterina, figlia di Filippo di Spagna, gli venne conferito l’ordine della Santissima Annunziata (1585). Mentre si trovava, sempre al servizio dei Savoja, all’impresa di Ginevra, contro i luterani, si ammalò e morì all’età di quarantuno anni, mentre si faceva trasportare a Torino.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e s.; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 134.

SANVITALE PAOLA, vedi GONZAGA PAOLA

SANVITALE PAOLA MARIA VITTORIA
Parma 16 dicembre 1771-post 1853
Nata dal conte Alessandro, gentiluomo di camera del duca Filippo di Borbone, e da costanza Scotti di Montalbo. Fu dama dell’ordine della Croce Stellata. Per molto tempo fu la dama più anziana della corte di Parma. Fu inoltre vicepriore della compagnia del Sant’Angelo Custode di Parma. Sposò il marchese Filippo dalla Rosa Prati.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia Sant’Angelo Custode, 1853, 52.

SANVITALE PAOLO
Parma 27 agosto 1540-Roma 5 maggio 1600
Figlio di Alfonso e di Gerolama Farnese. apprese umanità, poesia, retorica, filosofia, leggi e teologia, studiando a Padova e a bologna, dove si laureò. Papa Paolo III nel 1549 gli conferì la Badia di Cavana. Papa Pio IV lo fece referendario delle due Segnature e papa gregorio XIII lo nominò governatore di Orvieto. Tornato a Roma, fu aggregato alla congregazione del Sant’Uffizio dell’Inquisizione, in cui non si ammettevano se non uomini di singolare dottrina e di esimia bontà. Entrò anche in parecchie altre congregazioni e fu vicario del cardinale Alessandro Farnese nell’arcipresbiteriato di San Pietro. Il 26 aprile 1591 fu eletto vescovo di Spoleto. Durante la permanenza a Spoleto, fece traslare nel 1597 nella cattedrale il corpo di san Vitale Martire e nel 1596 fece restaurare la collegiata della chiesa di San gregorio. Nel 1600 si portò a Roma, dove morì all’età di sessanta anni. Fu sepolto nella chiesa di San Biagio di strada Giulia in Roma. Nel muro del Palazzo dei Priori a Spoleto fu murata una lapide in suo onore, nella quale il sanvitale è detto conte di Fontanellato e si ricordano i suoi vari uffici e incarichi. Alcune sue ri-me appaiono in una Raccolta di rime spirituali.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 40-41; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 272; Aurea Parma 3-4 1959, 195, e 1 1958, 33-34.

SANVITALE PIER BRUNORO
Fontanellato 1646 c.-Corone giugno/luglio 1685
Figlio del conte Luigi e di Lucrezia Cesi. Nel 1664 fu nominato cavaliere gerosolimitano. Nelle truppe da sbarco della squadra ausiliaria toscana, partecipò all’attacco della fortezza di Corone, nel battaglione di Giuseppe Orselli. Mentre proteggeva i lavori per la predisposizione dell’assedio venne ucciso dai Turchi.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III; Garzoni, I, 108; C. Argegni, Condottieri, 1937, 135; Guglielmotti, Squadra ausiliaria, 395; H. Valori, Condottieri, 1940, 344.

SANVITALE PIER BRUNONO o PIERBRUNORO, vedi anche SANVITALE PIETRO BRUNORO

SANVITALE PIERMARIA
Fontanellato 1599 c.-Casale 1635
Figlio di Alessandro e di Margherita Rossi. Fu alfiere di una compagnia di gentiluomini della Guardia del duca di Parma Odoardo Farnese.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE PIETRO
Parma-Parma 1298
Figlio di Ugo e di Mabilia. Fu bandito da Parma nel 1295, quando il vescovo Obizzo Sanvitale, suo zio, fu cacciato da quella diocesi dai ghibellini. Visse per diverso tempo ramingo nel territorio parmigiano. Nel 1298, incolpato di oscure manovre, fu incarcerato dai Parmigiani. Nonostante fosse stato sottoposto a tortura, non ammise mai alcunché. I ghibellini lo vollero morto, anche contro l’opinione del podestà Gatti, che, piuttosto che farsi complice di una ingiusta condanna, si dimise. Il nuovo podestà, Mariano Mali di Cremona, accondiscese a pronunciare la sentenza capitale, che dopo poco fu eseguita in Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE PIETRO BRUNORO
Parma ante 1427-Negroponte 1468
Figlio di Obizzo. Fu condottiero assai apprezzato presso i duchi di Milano. Militò per parecchi anni con Francesco Sforza, combattendo per lui in diversi luoghi (all’assedio di Lonigo fu gravemente ferito alla spalla destra da un colpo di archibugio) e nella Marca di Ancona. Lasciato lo Sforza in seguito a controversie, passò ad Alfonso, re di Napoli, il quale però lo tenne prigioniero per dieci anni nella Rocca di Stabia, presso Valenza, in Spagna, con l’accusa di tradimento, forse montata ad arte dallo Sforza. Liberato per mezzo delle fervide intercessioni della moglie (Bona lombardi, che, combattendo con virile coraggio, lo seguì in ogni impresa) passò presso le corti di Francia, Borgogna e Venezia. Fu valoroso condottiero al servizio della Serenissima repubblica di Venezia. Nel 1453, durante la lotta di quella signoria contro Francesco Sforza, dopo la presa di Romanengo, nel cremonese, da parte degli sforzeschi, il Sanvitale con una parte dell’esercito veneziano si diresse sulla riviera di Salò, nel bresciano. Nel 1454, avendo il conte Everso Orsini dell’Anguillara e Jacopo Piccinino occupato il territorio senese, la signoria di Siena, vista minacciata la sua libertà, chiese aiuto a Venezia, Firenze e milano. Venezia rispose all’appello e vi mandò un esercito al comando di Carlo Gonzaga e del Sanvitale. Mentre era in quella missione, fu pregato dai Senesi di catturare Sigismondo Pandolfo Malatesta, per decapitarlo. La trama però non riuscì poiché il Malatesta, avvisato, nel gennaio del 1455 fuggì da quelle terre e ritornò a Rimini. Il Sanvitale ebbe grande valentia nel maneggiare la spada: il 30 maggio 1458, durante una giostra a Venezia per la creazione del doge, riuscì vincitore dell’ambitissimo premio.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Archivio di casa sanvitale, in Parma; U. Benassi, Storia di Parma, Parma, 1899; G. Bonanona, L’intrepida lombarda, Milano, 1655; B. Corio, Storia di Milano, Venezia, 1565; A. Cornazzano, De vita et gestis Bart. Coleoni, in Grevio, Thesaurus antiquitatis, t. X; G.B. Janelli, dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877, 377-378 e 525; 1880, 183; F. Gabotto, Un condottiero ed una virago nel secolo XV, Verona; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, Annali d’Italia, Milano, 1818-1821; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; Quadrio, Storia valtellinese, vol. III; Sabellico, dell’historia vinitiana, Venezia, 1558; F. Sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Simonetta, Storia delle imprese di Francesco Sforza, Venezia, 1544; S. de’ Sismondi, histoire des républ. italiennes, Paris, 1826; Strenna parmense, Parma, 1842; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; Torelli, Dissertazioni critico-storiche intorno alla Valtellina; B. Belotti, La vita di Bartolomeo Colleoni, Bergamo, 1923; Porcellio, Commentarium secundi a. de gestis Sc., Rerum Italicarum Scriptores, XXV, 63; Cronica dell’Anonimo Veronese, ed. Soranzo, Venezia, 1915; circa la missione del Sanvitale a Siena: L. Banchi, La guerra dei senesi col conte di Pitigliano (1454-1455), in Archivio Storico Italiano, s. IV, t. III, 1879; F. Contarini, Historiae Etruriae, sive commentarium de rebus in Hetruria a Senensibus gestis, in Thesaurus antiquitatis, Grevio, t. VII, p. II, Leida, 1732; G. Soranzo, Un’invettiva contro Malatesta, in La Romagna maggio-giugno 1911; Argegni, Condottieri, 1936, 112-113, e 1937, 134.

SANVITALE PIRRO
Fontanellato ante 1537-post 1580
Figlio di Galeazzo e di Paola Gonzaga. Nel 1545 fu prevosto della chiesa di Fontanellato, che nel 1546 rassegnò al fratello Eucherio, da cui la riebbe nel 1562. La rassegnò definitivamente nel 1580. Nel 1556 fu nominato canonico della Cattedrale di Parma, nel 1562 parroco della chiesa di Sant’Agnese a Ravenna e nel 1570 abate commendatario della Geronda.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE RENEA, vedi SANVITALE VIRGINIA

SANVITALE ROBERTO
Fontanellato 1537 c.-post 1577
Figlio di Galeazzo e di Paola Gonzaga. Nel 1556 fu tra i cavalieri destinati dal duca Ottavio Farnese a recarsi nelle Fiandre per ricevervi e condurre in Parma Maria di portogallo, sposa di Alessandro Farnese. Fu poi maggiordomo di Margherita d’Austria, duchessa di Parma e reggente delle Fiandre. Fece testamento nel 1577.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE SILVIA
Fontanellato 1503 c.-23 aprile 1584
Nel 1523 sposò Giulio Bojardo, conte di scandiano e discendente del celebre poeta Matteo Maria Bojardo. La Sanvitale fu celebrata per la sua cultura dal Guasco e annoverata tra le donne insigni dai contemporanei. Nessuno scritto è rimasto a giustificare tale fama.
FONTI E BIBL.: G. Guasco, Storia letteraria dell’accademia di Reggio, Reggio, 1711; G. Tiraboschi, Biblioteca modenese, Modena, 1781-1786, vol. I, 110; Bandini, Poetesse, 1942, 214.

SANVITALE STEFANO
Fontanellato 1399 c.-post 1459
Figlio di Giberto. Con il cugino Angelo sanvitale nel 1447 trattò la cessione di Parma agli Estensi, che però non venne accettata. Si unì quindi a Jacopo Piccinino nella lotta contro Francesco Sforza, passando poi a sostenerlo quando divenne duca di Milano. Ne ebbe in ricompensa tutti i domini confiscati al cugino Angelo e il titolo di conte di Belforte.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, Archivio della famiglia sanvitale, in Parma; Biblioteca Palatina di Parma, manoscritto 1193; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; rosmini, Storia di Milano, Milano, 1520; F. Sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Simonetta, Storia delle imprese di Francesco Sforza, Venezia, 1544; C. Argegni, condot-tieri, 1937, 134.

SANVITALE STEFANO
Fontanellato 1624-23 luglio 1709
Figlio di Alessandro e Margherita Rossi. Nel 1649 fu nominato cavaliere gerosolimitano. Compì la professione di fede nel 1651. Nel 1654 fu capitano di galera, nel 1657 commendatore, nel 1671 ricevitore della religione in Venezia e nel 1676 luogotenente del priorato di Venezia. Fu infine creato, nel 1699, balio di Sant’Eufemia. Morì a ottantacinque anni di età.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE STEFANO
Parma 17 marzo 1764-Parma 10 agosto 1838
Figlio primogenito del conte Alessandro e della marchesa Costanza Scotti. L’abate domenico Santi, professore di filosofia all’università di Parma, e l’abate Guatteri, professore universitario di botanica, furono i maestri che diedero una più forte impronta al suo carattere e alla sua formazione culturale. Nel 1784 fu tra le Guardie del duca Ferdinando di Borbone e, nominato gentiluomo di Camera, per due anni viaggiò un po’ dovunque in italia, allargando le sue cognizioni e le sue conoscenze. Ritornato a Parma nel 1786, fu nominato socio dell’Accademia filarmonica. Nel 1788 fu socio dell’Accademia di Belle Arti che, il 13 novembre 1802, lo nominò accademico consigliere con diritto di voto. Nel 1787 sposò la principessa Luigia Gonzaga. Nel 1803 venne nominato generale di brigata dalla regina d’Etruria. Di animo generoso, volle sopperire alle necessità dei più poveri e fondò a Fontanellato la scuola delle Figlie della Carità e la scuola di Santo Stefano, dove i giovani venivano educati e avviati a un mestiere (29 novembre 1801). Nella stessa Fontanellato fondò (1802) la Scuola di Musica strumentale, con maestro il colornese Francesco Paglia. La musica vi si studiava allo scopo di avere nello stabilimento una piccola banda militare per servire di trattenimento alla domenica e per formare buoni suonatori atti a rimpiazzare quelli che continuamente emigravano a causa degli avvenimenti politici. La fama che man mano acquistò questo Corpo d’industria gli procurò non pochi dozzinanti. Gli ospizi civili di Parma, unitamente ai comuni limitrofi e ai conservatori di carità, dietro superiore autorizzazione (decreto 29 marzo 1808), stabilirono di farvi ammettere con pensione di duecento e quaranta franchi all’anno i fanciulli che si ritenevano dotati di certa attitudine per lo studio della musica. Non potendo più mantenersi autonomamente per ragioni economiche, la Scuola di Musica venne, con decreto imperiale del 2 novembre 1810, dichiarata stabilimento pubblico e annessa alle amministrazioni governative. Dal conservatorio di Fontanellato uscirono molti artisti di musica che acquistarono rinomanza come esecutori e professori d’orchestra. Meritano speciale menzione Pini, Baruffini, Rocchi e Colombi per avere formato un quartetto di strumenti a fiato e intrapreso una breve tournee dando pubblici concerti con grande successo. Il 24 gennaio 1806 il Sanvitale fu podestà di Parma. Nel 1813 fu presidente della Deputazione del municipio parmense inviata a Napoleone Bonaparte. Nel 1815 Maria Luigia d’Austria lo elesse gran ciambellano, nel 1816 consigliere intimo e senatore di Gran Croce dell’ordine costantiniano di San Giorgio. Nel 1824 fu gran cancelliere e presidente del consiglio amministrativo dell’ordine. Il Sanvitale fu inoltre presidente della Società economico agraria di Parma (1805), direttore dell’ospizio di mendicità di Borgo San Donnino (1808) e presidente del Cantone di Fontanellato (1810 e 1813). Il 7 gennaio 1814 fu nominato barone dell’impero. Fu anche membro della Società d’incoraggiamento per l’Industria Nazionale di Parigi (1809) e presidente della commissione direttrice dell’Unione di San Bernardo (1834). Socio di molte accademie, si adoperò per la fondazione di un istituto per mendicanti. Lasciò molti scritti filantropici, meditazioni e ricordi. Per tutta la vita fu viva in lui la passione per la botanica e per le scienze naturali, passione che lo spinse a formare una ricchissima collezione di minerali, insetti e conchiglie. In seguito alle molte ricerche in campo botanico, introdusse anche a Parma piante fino a quel momento inesistenti (cotone, caffè) e promosse l’allevamento delle pecore e delle vacche di razza svizzera e l’estrazione dello zucchero dalle barbabietole. Si interessò alla produzione di carte speciali e individuò nel torrente Fabiola, per conto di Paolo toschi, un tipo di pietra adatta per la litografia. Il Sanvitale ebbe ospiti nel suo palazzo di Parma papa Pio VII e Napoleone Bonaparte. Cadde preda di una violenta malattia che nemmeno le cure del valente medico Rossi seppero debellare. Fu sepolto a Fontanellato.
FONTI E BIBL.: G.M. Bozoli, in E. De Tipaldo, biografie degli Italiani, 8, 1841, 404-407; G.B. Janelli, dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 388-395; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 178-179; A.V. Marchi, Figure del ducato, 1991, 46.

SANVITALE STEFANO
Parma 14 agosto 1838-Parma 2 gennaio 1914
Figlio di Luigi e di Albertina Neipperg. Dedito alle lettere, affinò negli studi e nei viaggi in Italia e fuori la passione per l’arte. Pronto ad accogliere e ad ammirare tutte le manifestazioni estetiche, preferì però la musica e a essa particolarmente si dedicò, mostrando attitudini d’invenzione e di esecuzione. pubblicò, in giovinezza, ballabili e romanze non privi di pregio e compose, in età matura, alcune sonate di stile classico. Il Sanvitale ebbe a cuore le sorti del Regio Conservatorio di Musica di Parma, contribuendo al suo decoro e incremento. Nei Cenni di Storia e di statistica del Conservatorio di Parma, Guido gasperini, accennando ai donatori, così si esprime: Fra i molti è però necessario che un nome venga citato, un nome che splende più alto d’ogni altro nell’elenco dei benemeriti della Biblioteca, quello del Conte Stefano Sanvitale che, oltre all’aver donato in vari tempi numerose opere antiche di pregiato valore (stampe e manoscritti) ha, pochi anni or sono, elargito alla biblioteca l’intera sua collezione di musica istrumentale da camera e da concerto, ricchissima e moderna raccolta di musica che forma, ora, una delle parti più apprezzate della sezione moderna della stessa Biblioteca. Nell’intento poi che Parma avesse, come le principali città d’Italia, una cronistoria dei suoi teatri, il Sanvitale affidò a Paolo Emilio Ferrari l’incarico di compilarla e pubblicò nel 1884, a sue spese, l’opera di circa quattrocento pagine in quarto, che uscì dalla tipografia di Luigi Battei col titolo Spettacoli drammatico-musicali e coreografici in Parma dal 1628 al 1883. A quest’opera il Sanvitale collaborò assiduamente, ponendo a disposizione del compilatore la sua preziosa raccolta di libretti d’opera e la sua ricca biblioteca e coadiuvandolo di autorevoli consigli e di accurati riscontri. Il volume, per le difficoltà inerenti a tale genere di lavori, non fu scevro di mende: se ne conserva un esemplare tutto corretto di mano del Sanvitale. Si propose anche di comporre un Dizionario degli artisti di musica parmigiani e scrisse, sulla scorta di documenti inediti, la biografia di Lucrezia Agujari, cantante di fama europea, che, sebbene nata a Ferrara nel 1743, si era poi stabilita a Parma col titolo di virtuosa della Regia Camera. Ma le cure degli affari, che dovette assumere durante la lunga malattia e dopo la morte del fratello Alberto, e la sua stessa malferma salute lo distolsero dal progetto. Nel 1875 il sanvitale fu, con Parmenio bettoli, Alfonso cavagnari, G. Cesare ferrarini e Stanislao Ficcarelli, uno dei più zelanti promotori dell’istituzione in Parma di una Società del Quartetto per l’esecuzione dei migliori lavori di musica strumentale italiana e straniera. La Società ebbe per alcuni anni vita fiorente, alternando a concerti quartettistici concerti orchestrali di grande importanza, non senza il frequente intervento dei più illustri cantanti del tempo. A questo esito così prospero il Sanvitale contribuì non solamente con intelligente attività ma anche con signorile larghezza di mezzi. Iniziò nel 1880 e proseguì sino a tutto il 1913 in casa sua un ciclo con cadenza annuale di letture e di concerti di musica da camera e da piccola orchestra, ai quali intervennero talvolta anche gli alunni del Regio Conservatorio, per addestrare a questo genere i giovani violinisti. Da tali prove, dirette da Pio Ferrari, uscirono Ferruccio Catalani, cleofonte Campanini, Lino Mattioli, Enrico Polo, Romano romanini e altri che poi si segnalarono ed ebbero grande notorietà. A quelle serate assistettero insigni musicisti, come Carlo Gomez, Arrigo Boito, Giovanni Bottesini e Antonio Bazzini. Quando nell’aprile 1880 fu promossa dal Comitato di provvedimento un’esposizione di arte antica, il Sanvitale, che era stato eletto presidente della Commissione ordinatrice, sebbene non accettasse l’ufficio si adoperò alacremente alla ricerca di oggetti antichi e concesse a sua volta preziose porcellane, avori, ventagli e pizzi. Fu grande collezionista ed esperto di stampe, libri e cimeli storici. Fu inoltre insuperabile nel parlare e nello scrivere il dialetto parmigiano antico. Con la casa editrice Giudici e Strada di Torino pubblicò le composizioni per pianoforte Capriccio (mazurka), Colloqui amorosi (valzer), Due romanze, Deux mazurkas, Fantasia (valzer), Laura (valzer) e Saluto a Parma (valzer).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 5-6 1913, 246-248; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 176-178; M. Ferrarini, Parma teatrale ottocentesca, 1946, 150-151; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 138; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 41; Banda della Guardia Nazionale, 1993, 98.

SANVITALE STILICONE
-Fiandra 1570
Figlio di Alfonso. Nel 1570 militò nella guerra di Fiandra, nel corso della quale venne ucciso.

FONTI E BIBL.: C.Argegni, Condottieri, 1937, 136.

SANVITALE SUSANNA
Fontanellato 1484-post 1531
Figlia di Jacopo Antonio, conte di Belforte e di Fontanellato, e di Veronica da Correggio. Il padre fu valoroso uomo d’armi, schierato con gli Sforza e tenuto in grande considerazione da Ludovico XII, re di Francia. Jacopo Antonio Sanvitale avviò i figli, maschi e femmine indistintamente, allo studio delle lettere, riservando la pratica delle armi e l’esercizio del governo al primogenito Giovanni Francesco e al minore Gian Galeazzo. Nel 1505, all’età di soli ventuno anni, la Sanvitale fu eletta badessa del monastero di San Quintino di Parma, affiancando in tale carica la zia Giovanna sanvitale. L’anomala situazione fu ratificata da tre diversi brevi emanati da papa Giulio II. Anche la Sanvitale sembra aver seguito a grandi linee la formazione dei fratelli: l’educazione letteraria curata da Giacomo dalla Valle, professore di grammatica, singolarmente accurata anche per una nobildonna del suo tempo, costituì la premessa per ricoprire il ruolo di badessa, non certo marginale nell’ambiente parmigiano del primo Cinquecento. La vita ecclesiastica e monastica non erano assimilabili, neppure per la componente femminile della nobiltà, a un’esistenza separata dal mondo laico, ma si ponevano come ambito prestigioso e privilegiato riservato alle nobildonne d’ingegno, capaci di concretizzare iniziative socialmente e culturalmente vantaggiose per l’ordine religioso prescelto o per la famiglia d’origine. È inoltre importante ricordare come in epoca pretridentina per ottenere uffici o benefici ecclesiastici, anche rilevanti come il protonotariato o il cardinalato, fosse sufficiente ricevere gli ordini minori e come anche la carica di badessa non comportasse l’osservanza della disciplina claustrale oppure l’uso di vestire l’abito dell’ordine religioso d’appartenenza, norme rese obbligatorie solo con il Concilio di Trento. La compenetrazione di consuetudini laiche in campo ecclesiastico determinò anche a Parma l’esigenza di una riforma volta a sanare gli innumerevoli abusi di carattere religioso e amministrativo all’interno delle comunità monastiche maschili e femminili, ma tale disputa generò a sua volta una serie ininterrotta di lotte e rivalità che in pochi decenni sfibrò la comunità cittadina e ridimensionò pesantemente il ruolo della nobiltà locale. Proprio l’introduzione della clausura sembra rappresentare il fatto distintivo dell’esistenza della Sanvitale, che contrariamente a Giovanna da Piacenza che accettò, forse per convenienza, una prima introduzione della riforma nel monastero di San Paolo già dal 1518, non si piegò mai completamene alla nuova regola, tanto che ottenne, ancora nel 1531, dopo la morte della zia, di poter dimorare tra le monache riformate, con il rispetto dovuto al rango, anche se la concessione dei privilegi fu giustificata con il particolare riguardo per la sua salute malferma. L’autorità vescovile comunque s’impose, nonostante le fortissime resistenze manifestate non solo dalle badesse ma anche dagli autorevoli esponenti del casato dei Sanvitale, che cercarono di opporsi strenuamente alle decisioni assunte, avvertite come indebita imposizione. Al tempo cruciale e decisivo dello scontro, la Sanvitale, nonostante la solidarietà della zia e badessa Giovanna Sanvitale, che sempre ne appoggiò le iniziative, si trovò a fronteggiare una situazione che imponeva fermezza, coraggio, determinazione e ampio consenso. Ma un clima di aperta ostilità si venne a creare tra le monache del cenobio benedettino e all’interno della stessa comunità cittadina: se fino al 1510-1512 (il 1509 fu l’anno dell’investitura del cardinale Alessandro Farnese quale amministratore vescovile di Parma) il monastero di San quintino si era proposto alla cittadinanza mediante scelte devozionali che avevano trovato vasta risonanza e accoglienza, a poco più di un decennio di distanza i profondi rivolgimenti politico-culturali ne inficiarono ruolo e immagine, identificando il cenobio femminile come luogo di abusi, sopraffazione e patente immoralità. La Sanvitale e la zia tuttavia non si diedero per vinte: spalleggiate dal rispettivo nipote e fratello Giovanni Lodovico, protonotario apostolico, e dalla più aggressiva cognata Jacoba Laura Pallavicino, ricorsero infine all’autorità di papa Clemente VII, nel gennaio del 1528. Nel giro di poco tempo trionfò comunque la volontà vescovile e la riforma trovò applicazione: Sopra le Reformate de San Quintino Ita che non possano mai elleger abbadessa perpetua una temporale, ita che la abbadessa moderna non possa pigliare monache durante la vita sua, morta essa il monastero se possa reformare ad una sola vita et regula de observantia, et non vadi in perpetuo in le mane de li sanvitale qual hano dominato esso monastero 100 anni fa a suo modo et de presenti hano aparechiato alcune monache ale quale voriano ritentar di modo fosse sempre et in eternum de casa san vital.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1996, 59-65.

SANVITALE TEDISIO
Parma ante 1229-post 1277
Figlio di Guarino e di Margherita Fieschi. Fu eletto nel 1276 podestà di Milano nell’occasione in cui Parma, di fazione guelfa, si alleò coi Torriani, a capo dello stato di Milano. Il 28 gennaio 1276 liberò Simone Locarnese, che da tredici anni era rinchiuso in carcere a Milano per essere stato a capo di una sollevazione avvenuta in Como nel 1263. Scacciati i Torriani dai Visconti, il Sanvitale dovette abbandonare quella dignità. Nel 1277 (secondo l’Angeli, nel 1291) fu eletto podestà di Ferrara e nel 1278 fu vicario di Carlo I, re di Napoli, in Firenze. Nel 1258 comprò da Bernardino Franceschi il castello di San Lorenzo di Sala.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; P. Litta, Famiglie celerbi, I, 1819, tavola I.

SANVITALE TESEO, vedi SANVITALE TEDISIO

SANVITALE UGO
Parma 1087 c.-post 1122
Per i suoi estesi possedimenti fu soprannominato il Ricco. Edificò una munitissima e alta torre nei pressi del fiume Enza, che volle porre sotto la protezione di San Vitale Martire, dalla quale ebbe poi il cognome la sua famiglia. concorse largamente alla costruzione di nuovi edifici in Parma e al sostentamento dei più poveri durante le maggiori carestie e calamità del tempo. Il Sanvitale, che ebbe due figli maschi (Giovanni e Obizzo), raggiunse un’età avanzata.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 167-168.

SANVITALE UGO
Parma ante 1210-post 1254
Figlio primogenito di Guarino. In gioventù ebbe una buona istruzione letteraria. Nel 1210 fu nominato cavaliere dall’imperatore Ottone IV. Nel 1242 fu console di Giustizia e nel 1244 podestà dei Mercanti in Parma. Nel 1249 fu inviato dal comune di Parma a Bologna per dirimere le controversie sorte tra Modenesi e Bolognesi sul possesso del frignano. Nel 1250 fu nominato da papa Innocenzo IV vicario perpetuo per la giurisdizione di Carpi, dalla quale fu però cacciato poco dopo dai Modenesi. Ottenne più tardi a compensazione del danno subito una somma in monete d’oro e il castello di mombaranzone. chiarissimo e valoroso uomo d’armi, portò alla maggiore gloria il nome dei sanvitale quando liberò Parma dall’assedio di Federico II. Eletto capitano generale dei fuoriusciti guelfi, li portò alla riscossa sconfiggendo il 16 giugno 1247 i ghibellini a Borghetto di Taro e ritornando in possesso di Parma, a conclusione di una gloriosa battaglia. Entrato in Parma coi fuoriusciti, incitò alla resistenza, opposta nel 1248 dai Parmigiani assediati, fino alla sconfitta dell’imperatore. Come ricompensa ebbe molti doni dal comune e da Francesco IV il feudo della terra di Carpi e la concessione di aggiungere al proprio stemma la Vittoria coronata di alloro.
FONTI E BIBL.: G. Adorni, Vita del conte Stefano Sanvitale, Parma, 1840; I. Affò, La storia della città di Parma, 1792; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Archivio della famiglia Sanvitale, in Parma; Biblioteca Palatina di Parma, manoscritto 1193; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca di Palatina Parma; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877, 375-376, e 1880, 184; Gazzetta di Parma 15 maggio 1873; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L. Molossi, Vocabolario topografico dei ducati di Parma, Parma, 1832; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; F. sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’italia, Venezia, 1609; L. Silva, L’assedio di Parma, Parma, 1875; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; V. Spreti, enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 123; C. Argegni, Condottieri, 1937, 135.

SANVITALE UGO
Fontanellato 1617-Roma 1648
Figlio di Alessandro e di Margherita Rossi. Fu eletto da papa Innocenzo X referendario dell’una e dell’altra Segnatura e nel 1647 protonotario apostolico. Morì all’età di trentuno anni e fu sepolto in San Gregorio a Roma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE UGO
Parma 1817 c.-post 1849

Figlio di Jacopo e di Giuseppina Folcheri. Ufficiale degli Spahis, fu poi arruolato nell’esercito nazionale. Prese parte alla spedizione di Crimea e alle guerre d’indipendenza, raggiungendo, nello Stato Maggiore, il grado di tenente colonnello. Nell’Archivio Storico comunale di Parma (Lascito sanvitale), del sanvitale si trovano le composizioni per pianoforte Sus aux Cosaques!, quadrille militaire (Paris, L.Pére), Souvenirs d’Orient, quadrille (Paris, Gambogi), Zerghita, polka mazurka (Paris, Grus) e Zarifa (Paris, Lafleur).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3-4 1912, 11-13; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SANVITALE UGOLETTO o UGONE, vedi SANVITALE UGO

SANVITALE VANINA
Parma 1302 c.-
Figlia di Gianquirico. Sposò nel 1322 andreasio Rossi. Per l’occasione la città di Parma chiese a papa Giovanni XII la dispensa per le nozze, essendo Vanina parente coi Rossi, nella speranza che il matrimonio potesse conciliare le rivalità tra le due famiglie. Per il banchetto di nozze il padre radunò un convito di mille e seicento persone.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE VIRGINIA
Sala 28 aprile 1599-Busseto
Figlia di Girolamo e di Benedetta Pio. durante il processo ai suoi familiari accusati della congiura contro la casa Farnese, venne tenuta sotto sorveglianza nella Rocca di Sala. Il duca Ranuccio Farnese la obbligò poi a rinchiudersi in un monastero. Un mese prima che si conoscesse l’esito del processo, scelse di entrare nel monastero di Santa Chiara a Busseto, assumendo il nome di Renea. Da quel momento ricevette dalla corte un assegno sui beni allodiali confiscati al padre.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE VITTORIO AMADEO, vedi SANVITALE VITTORIO AMEDEO GIUSEPPE

SANVITALE VITTORIO AMEDEO GIUSEPPE
Parma 27 agosto 1734-28 dicembre 1806
Figlio di Giacomantonio e di Isabella Cenci. Nel 1738 fu nominato cavaliere gerosolimitano. Fu gentiluomo ed esente delle Guardie del Corpo del duca di Parma. Fu stimato per le sue qualità morali. Morì all’età di settantadue anni.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE ZANGARO
Parma-San Cesario di Modena 1229
Figlio di Anselmo. Nel 1229 fu inviato da parma in soccorso dei Modenesi assaliti dai bolognesi. Mentre combatteva al castello di San Cesario, venne ucciso accanto al carroccio parmigiano.
FONTI E BIBL.: I. Affò, La storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e s.; G.B. janelli, dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1870; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; E. Tiramani, Storia genealogica delle nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 135.

SANVITALE SIMONETTA LUIGI, vedi SANVITALE LUIGI

SANVITALI, vedi SANVITALE

SANVITI DECIO
Parma 1822/1831
Conte. Fu implicato nei moti del 1831. La polizia, che lo sottopose ai precetti di visita e sorveglianza, redasse del Sanviti la seguente scheda segnaletica: Quest’uomo fu destituito sotto tutti i governi come lo fu anche sotto quello di S. M. Maria Luigia. Esso godeva della confidenza del Barone Werklein e ne abusava. Si sa per certa scienza che allorquando il governo di Parma trattava l’appalto della Ferma eravi fra gli aspiranti la casa Necker di Trieste. Sanviti trattava l’affare in Milano e fra le condizioni segrete eravi pur quella dello sborso di 100 mila franchi per altro personaggio di Parma, al dire di Sanviti Werklein ne fu fatto consapevole da persona amica e l’affare poi non ebbe luogo per altre ragioni. La delibera dell’appalto delle strade postali nella persona di Testa per la quale si pagano franchi dal governo, fu maneggiato da Sanviti il quale anche in oggi si dice che percepisce lire otto mila annue e che altra somma annua venga per lo stesso titolo percepita da Giovanni Marianelli che era segretario di Werklein e che ora fu dimesso. Cognito per raggiri ed estorsioni fatte in tempo che copriva la carica di Intendente Generale del Tesoro e che godeva la confidenza del Sup. Gov. Fu perciò non solo dimesso dall’impiego ma privato ben anco dalla croce di Cav.re dell’Ordine costantiniano. Non emerge però avere demeritato in politica.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Provincie Parmensi 1937, 209; M.Mora, in Archivio Storico per le Provincie parmensi 8 1956, 123-128.

SAPORITI TERESA
Parma-post 1796
Cantante, nel 1791 fu al Teatro Zagnoni di Bologna nel dramma musicale La morte di Semiramide di Giovanni Battista Borghi, mentre nella stagione di Fiera del 1796 fu la primadonna al Teatro di Reggio Emilia nella vendetta di Nino di Alessio Prati.
FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; Librettistica bolognese; G.N.Vetro, dizionario, 1998.

SARACCHI SEVERINO
Bibbiano 1875-Parma 1963
Fin da ragazzo mostrò viva passione per i fiori. A diciotto anni lasciò Bibbiano per raggiungere Milano, ove trovò occupazione presso il più importante stabilimento di floricoltura: venne assegnato al reparto serre per la coltivazione delle orchidee e piante verdi tropicali. chiamato a Parma dal fratello per essere assunto dalla Banca Cattolica, rifiutò l’impiego e fondò invece la ditta di floricultura Saracchi e Pasini. Venne premiato all’esposizione per i festeggiamenti verdiani e ottenne la medaglia d’oro all’Esposizione internazionale di Torino, nel 50° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario dei Parmigiani, 1997, 282.

SARASI DONNINO
Borgo San Donnino 23 marzo 1705-Bahia 31 marzo 1758
Frate cappuccino, dal 1743 fu missionario nell’aldea di San Fidelis, sul Rio do Una. Compì a Guastalla la vestizione (4 ottobre 1732) e la professione di fede (4 ottobre 1733).
FONTI E BIBL.: Anal. O.F.M. Cap. 21 1905, 184; De Primerio, Capuchinhos em Terras de S. Cruz, 150, 317; Metodio, Storia Cappuccini nel Brasile, 145; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 211.

SARASINI IPPOLITO
Parma 1389/XV secolo
Famosus homo, fu richiesto il 22 giugno 1389 dal Comune di Lucca per insegnare tutte e tre le arti del trivio. Il 25 dello stesso mese accettò l’elezione, che era stata fatta con le seguenti vantaggiose condizioni: il Comune gli doveva dare, fino a tre anni, cento fiorini d’oro per ciascun anno, senza alcuna diminuzione di gabella, in rate mensili o trimestrali; ogni scolaro latinante doveva pagargli due fiorini l’anno in due rate e ogni non latinante un fiorino; i forestieri dovevano poter seguire in Lucca le sue lezioni, senza subire molestie di sorta; dal Comune gli doveva essere pagata per la durata di tre anni la pigione di una casa per la sua famiglia e per gli scolari; per lo stesso termine di tempo doveva essere esente da ogni onere reale e personale; doveva poter introdurre in Lucca la sua mobilia senza pagare gabelle; il suo salario doveva aver inizio dall’ottobre; gli doveva essere concesso lo jus summarium, che facilitava la riscossione del compenso dagli scolari insolventi. Il Sarasini non restò comunque a Lucca più di nove mesi.
FONTI E BIBL.: P. Barsanti, Il pubblico insegnamento in Lucca, Lucca, 1913, 114, 115, 119, 240; A. codignola, Pedagogisti, 1939, 381.

SARDELLI
Parma 1757/1759
Fu cantore alla Cattedrale di Parma dal 25 dicembre 1757 al 14 giugno 1759.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

SARDI AGOSTINO
Parma 1734/1767
Cartografo e geometra. Realizzò nel 1734 una planimetria della città di Parma.
FONTI E BIBL.: F. Miani Uluhogian, Le immagini di una città, 1983, 46.

SARDI GIAN PIETRO
ante 1765-Parma 16 settembre 1793
Figlio, molto probabilmente, di Agostino, che nel 1734 realizzò una planimetria della città di Parma. Assunto dalla Corte di Parma nel 1765 come delineatore a 300 lire mensili (archivio di stato di parma, Decreti Sovrani, 8 ottobre 1765), nel 1779 fu nominato ingegnere ordinario (archivio di stato di parma, Patenti, vol. 44, 16, del 25 febbraio 1778) e aggregato con il grado di Sottotenente nel corpo degli ingegneri (archivio di stato di parma, Rescritti Sovrani, 19 febbraio 1779). Fu quindi destinato a insegnare ai giovani ingegneri la pratica e il disegno (archivio di stato di parma, Rescritti Sovrani, 7 dicembre 1780). Nominato capitano ingegnere (archivio di stato di parma, Rescritti Sovrani, 2 maggio 1787), divenne ingegnere capo (archivio di stato di parma, Rescritti Sovrani, 7 luglio 1791). Nel 1782 venne acclamato Accademico d’Onore nell’accademia Parmense di Belle Arti. Fu il primo cartografo a redigere un vero e proprio catasto della città di Parma che contava allora 31921 abitanti.
FONTI E BIBL.: Parma economica 10 1968, 42; Palazzi e casate di Parma, 1971, 65; Arte a Parma, 1979, 279; F. Miani Uluhogian, Le immagini di una città, 1983, 46; Disegni della Biblioteca Palatina, 1991, 163.

SARDI PIETRO
Parma prima metà del XVII secolo
Ingegnere attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 79.

SARDI PIETRO, vedi anche SARDI GIAN PIETRO

SARDINELLI BALDASSARRE
Parma seconda metà del XV secolo
Ricamatore attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 324.

SARMIENTO MARGHERITA, vedi PINELLI MARGHERITA

SARONI GIOVANNI BATTISTA
Parma-post 1763
Nel Carnevale del 1752 cantò al Teatro di Vercelli nella Faccendiera, mentre nell’autunno si esibì in Il mondo alla moda al Teatro Ducale di Milano.Fu attivo a Bologna al Teatro Formagliari nel Carnevale del 1755 nella Finta sposa, al Marsigli Rossi in quello dell’anno successivo in Don Trastullo, La pupilla e La finta schiava e nel Teatro Pubblico della Sala nel Carnevale del 1760 in Le stravaganze del caso.Il Teatro di via del Cocomero di Firenze lo ospitò in La cascina nel Carnevale del 1763.
FONTI E BIBL.: Librettistica bolognese; Sartori; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SARTI CESARE
Traversetolo 1924-Traversetolo 12 febbraio 1983
Nacque da una famiglia aderente al partito popolare, di salde tradizioni antifasciste, una delle poche nella zona che non si piegò alla soverchie delle squadre nere. Col nome di battaglia di Gim, appena ventenne, fu tra i primi ad andare sui monti del Nevianese per organizzare la lotta partigiana. Nell’inverno tra il 1943 e il 1944 si unì alla 47a brigata Garibaldi che operava in questa zona e divenne comandante di un battaglione chiamato l’internazionale perché formato da uomini di diverse nazioni, tra cui Polacchi, Russi e Francesi. Si segnalò particolarmente in un’azione contro il presidio delle SS di Ciano d’Enza dimostrando coraggio e sprezzo del pericolo, tant’è che il suo valore gli fu riconosciuto con l’assegnazione di una medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di distaccamento partigiano, nel corso di un attacco ad un presidio nemico, pur rimasto isolato dalle altre formazioni, lanciava audacemente i suoi uomini contro una colonna avversaria distruggendo un autocarro carico di truppe. successivamente attaccato alle spalle, mentre teneva sotto controllo un ponte, riusciva con fredda decisione e grande perizia, a controllare l’avversario e a riunirsi al grosso della sua formazione unitamente alla quale incalzava il nemico in ritirata, distruggendo un altro autocarro. Terminata la guerra, rientrò a Traversetolo dove riprese, senza mai ostentare i meriti partigiani, la sua attività di meccanico. Militante nell’Azione cattolica fin dalla gioventù, molto amico del parroco don Varesi, partecipò sempre in modo attivo alla vita della parrocchia e fu fondatore della locale sezione della Democrazia cristiana, della quale fece parte fin dall’inizio del consiglio direttivo. Fu eletto nel 1972 consigliere comunale di Traversetolo e dal 1973 al 1978 ricoprì la carica di assessore per i rapporti con la popolazione e il decentramento. Fu rieletto nel 1978 e nel 1979. Rinunciò a qualsiasi incarico nella giunta di centro-sinistra insediatasi nel 1982. Fu anche tra i soci fondatori dell’Assistenza pubblica e per parecchi anni attivo milite.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 13 febbraio 1983, 14; Gazzetta di Parma 2 marzo 1993; gazzetta di Parma 28 aprile 1996, 26.

SARTORI ANTONIO
Roncadello di Casalmaggiore 6 luglio 1878 -Cheng-Chow 5 novembre 1924
Fece le prime classi ginnasiali nel Seminario della diocesi di Cremona, poi passò nel Seminario Maggiore di Parma. Nel 1899 entrò nell’Istituto delle Missioni Estere, ove fu consacrato sacerdote il 29 luglio 1901. Fu cappellano del Riformatorio Lambruschini della Certosa di Parma e prestò la sua assistenza all’Educandato del Buon Pastore. Partì per la Cina il 18 gennaio 1904. Fu destinato successivamente alle sedi di cristianità di Può-Ceng, Wu-yang, Lu-shan, Zuchow e Honanfu. rientrato in Patria nel 1911, fu eletto Direttore Spirituale dell’Istituto Missioni Estere di Parma. Scoppiata la prima guerra mondiale, fu nominato nel 1915 cappellano militare nell’ospedale da campo 0,36. Poi passò a Parma negli ospedali militari del Seminario, dei collegi Maria Luigia e San Benedetto e della scuola Felice Cavallotti. Nel corso del 1919 fece le pratiche per la fondazione di una Scuola apostolica Missionaria a Vienna, di cui fu il primo Rettore fino al principio del 1922, quando partì di nuovo per la Cina. Quivi fu nominato Pro Vicario Generale della Missione da monsignor Luigi Calza. Morì di polmonite. Il Sartori fu una delle figure più rappresentative della sua Congregazione.
FONTI E BIBL.: Vita Nuova 15 novembre 1924; I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 169-170.

SARTORI ENRICO
Parma 4 febbraio 1831-Parma 25 ottobre 1889
Già dal 1844 risulta iscritto alla scuola di paesaggio diretta da Giuseppe Boccaccio, scuola che frequentò fino al 1859 sotto la guida del nuovo direttore Luigi Marchesi, successore del Boccaccio dal 1852. Pur avendo seguito anche la scuola di disegno, alla quale fu iscritto dal 1850, preferì dedicarsi esclusivamente allo studio del paesaggio, dove riuscì a conseguire i risultati migliori, come testimoniano i giudizi meritevoli e i premi acquisiti. Nel 1857 ottenne una menzione onorevole tra i premiati della medaglia di prima classe nella scuola di paesaggio e l’anno successivo ricevette il primo premio, che gli consentì di frequentare il perfezionamento a Roma, per la stessa classe, con l’esecuzione del Pontaccio di Valera (Parma, Galleria Nazionale, inv. 593), dove dimostra una buona conoscenza della costruzione prospettica della veduta ripresa dal vero. Durante gli ultimi anni di frequenza della scuola mostrò un interesse sempre maggiore per lo studio dal vero. Piuttosto frequenti furono, infatti, le sue richieste di passare periodi fuori dalla scuola per recarsi in campagna dove potersi esercitare nell’esecuzione di vedute en plein air. Intrapresa la carriera professionale, si dedicò quasi esclusivamente alla realizzazione di soggetti agresti che trovano espressioni di più ampio respiro proprio nelle ambientazioni di scene paesistiche. Manifestò, inoltre, una particolare attenzione per la rappresentazione di soggetti militari, sicuramente maturata grazie alla sua diretta presenza sul campo di battaglia (partecipò alle guerre di Indipendenza) ma probabilmente favorita anche dal contatto, certamente non irrilevante, con le opere di Giovanni Fattori (La battaglia di San Martino ed Episodio della battaglia di Custoza), viste all’Esposizione Nazionale di Parma del 1870, alla quale lui stesso presenziò con ben nove opere. Partecipò con assiduità alle esposizioni parmensi, in particolare a quelle promosse dalla Società di Incoraggiamento, e alle mostre nazionali di Torino nel 1880 e nel 1884, di Milano nel 1881, nel 1883 e nel 1886 e di Firenze nel 1884. In particolare, nel 1854 presentò alcuni paesaggi, l’anno dopo, a Piacenza e poi a Parma, una Veduta della piazza della Ghiaia presa dalla Pilotta e una Veduta d’un lato del Duomo di Parma preso dall’angolo del Troilo S. Giovanni, che venne sorteggiata al duca Roberto di Borbone. Nel 1856 espose La peschiera del Giardino di Parma, Parma vista dalla Baganza e Parma vista dal baluardo di San Girolamo, mentre l’anno seguente si aggiudicò una medaglia di prima classe presso l’Accademia, esponendo a Piacenza e a Parma interno del già convento di S. Caterina in Parma, sorteggiato alla contessa Albertina sanvitale, Veduta esterna dell’Arcadia nel R. giardino di Parma, Veduta delle colline di collec-chio, estratto a Giulio Bernini, e Interno di una stalla in villa. Nel 1858 mostrò Veduta dei burroni di Majatico, Interno di un mulino sul fiume Po, Veduta del fiume Po, sorteggiata al comune di Castel San Giovanni, ottenendo pure una medaglia d’oro. Nel 1859 espose L’interno di un mulino sul Po e Veduta del Torrente Parma, nel 1860 Truppe francesi nel Giardino reale e nel 1861 Veduta campestre d’Autunno, che fu sorteggiata al Comune di Fiorenzuola. Nel 1863 partecipò alla mostra triennale dell’Accademia bolognese con una Veduta di Basilicanova, mentre a Parma presentò un Campo di frumento e all’Esposizione Industriale Provinciale Interno dello stallo della Fontana in Parma e Strada della naviglia nei contorni di Parma. Nel 1865 espose La raccolta del fieno e nel 1866 a Milano Lavori campestri d’Autunno. Nel 1867, tramite la Società d’incoraggiamento, vennero estratti al Comune di Parma Fiera di bovini e Fazione di Cavalleria e nel 1869 al comune di Varsi un Incendio e un Accampamento. Alla mostra nazionale parmense del 1870 partecipò con vari dipinti: Fiera di bestiame nel Campo di Marte in Parma, La raccolta del fieno, Veduta del Ceno presso Varsi, Manovra dei lancieri di Novara nella Piazza d’Armi di Parma, Strada maestra S. Michele in Parma nel carnevale del 1870, Ritirata di Russia nel 1812, Veduta del Torrente Parma, La raccolta del fieno, Mercato dei bozzoli nel cortile della Pilotta di Parma, Manovra dei lancieri Nizza nella Piazza d’Armi di Parma e Manovra di sciabola del reggimento lancieri Nizza nella piazza d’Armi di Parma. In quello stesso anno la Galleria Nazionale di Parma si aggiudicò, tramite la Società dell’Incoraggiamento, la Fiera bovina nel campo di Marte. Nel 1872 il Sartori presentò alla seconda Nazionale di Milano Il torrente Parma, che fu comperato dal marchese Guido della Rosa, mentre la Pinacoteca parmense vinse le Rovine di Casalmaggiore nel 1872 e la Piazza d’armi di Parma coi lancieri Nizza. Nel 1874 venne poi estratto al Comune di Roccabianca Una corvé di artiglieria e l’anno dopo il Sartori partecipò alla Società d’Incoraggiamento di Firenze con Manovra di sciabola del reggimento Lancieri Nizza. Nel 1876-1877 espose a Parma rispettivamente Una manovra di bersaglieri nei dintorni di Parma e Una campagna romana e nel 1879 Accampamento di cavalleria, sorteggiato ad Agostino Ferrarini, e Fazione di cavalleria, al Comune di Torrile. Alla quarta mostra Nazionale di Torino (1880) partecipò con Passeggiata di uno squadrone di cavalleria monferrato presso Parma e ancora alla nazionale milanese del 1881 con Manovra di cavalleria Lodi nella Piazza d’Armi di Torino e passeggiata del 7° Fanteria. L’anno dopo a Firenze espose Manovra di cavalleria monferrato e Istruzioni militari, mentre la Galleria nazionale di Parma vinse dall’incoraggiamento il Pontaccio di Valera. Nel 1883 espose, ancora a Milano, Amore nello studio e uno studio dal vero. Infine espose a Torino nel 1884 Manovre tattiche e Cavalleria Monferrato in piazza d’armi a Par-ma, mentre nel 1887 venne sorteggiata alla pinacoteca di Parma Manovra di cavalleria a Parma e nel 1888 figurò in mostra a Vienna un suo dipinto. In un primo tempo si dedicò quasi esclusivamente alla scena agreste, che sempre ambientò nel più ampio respiro del dipinto di paesaggio. Gli esiti sovente non superano l’onesto mestiere. È tuttavia singolare lo spirito semplice e spontaneo, sincero e incantato che il Sartori rivela nella contemplazione della poesia georgica, sin dalla robusta stesura di bozzetti come Mercato del bestiame (Parma, proprietà privata), preparatorio della più vasta tela Fiera bovina nel Campo di Marte a Parma, che denuncia simpatie pasiniane. Il modo di accostare la scena rurale o quella ai margini della città è cronistico, quasi sempre sorretto dall’immediatezza della pennellata che ha sapore di spontaneo impressionismo e dal gusto naïf del particolare, come in Villa tedeschi e Strada verso la Cittadella sotto la neve (1881, Parma, collezione privata). Il Sartori abbandona invece il minuto descrittivismo d’impressione di scene come Il mercato dei bozzoli nel Piazzale della Pilotta (Parma, pinacoteca Nazionale) e il più dettagliato maniscalcia (Parma, Cassa di Risparmio), quando risolve le proprie tele in termini di paesaggismo puro. Rilevante fu il contatto con le opere di Giovanni Fattori, che induce una suggestione non solo tematica (perché il Sartori aveva già fornito prove di buon pittore di bovini e di cavalli nelle sue scene rurali) ma anche stilistica, con la più accurata costruzione disegnativa delle figure a larghe campiture cromatiche, nella sua pittura. Ne sono documenti l’olio Fattoria maremmana (1873, Fontevivo, palazzo Comunale) e tutta la successiva produzione di quadri di genere militare, in cui più scoperto è il riferimento ai soggetti preferiti dall’artista livornese: Una corvé di artiglieria e Lancieri Aosta (Parma, Palazzo Comunale). Manovra di cavalleria Lodi nella Piazza d’Armi di Torino costituisce l’esempio forse più tipico del consolidarsi di una caratteristica espressine della maturità, bilanciata sulla lezione fattoriana ma non dimentica di un’ambientazione scenica pasiniana, atta a conferire respiro epico alla scena.
FONTI E BIBL.: Archivio dell’Accademia di Belle Arti di Parma, Ruolo, 1837-1856, 1856-1859, Archivio Scuole, busta 1824-1860, fascicolo Giudizi 1824-1850, busta 1839-1869, fascicolo Giudizi, Atti, vol. VII, 1857-1863; A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 101; A. De Gubernatis, 1906, 455; G.Copertini, in Aurea Parma 2 1936, 68; E. Bénézit, 1957, vol. VII, 529; A.Rondani, Scritti d’arte, 1874, 463-465; A. De Gubernatis, dizionario artisti italiani viventi, 1889; C. Ricci, La R. Galleria di Parma, 1896, 387, 388, 390; A.M.comanducci, dizionario dei pittori, 1974, 2937; Gazzetta di Parma 20 febbraio 1854, 165, 31 maggio, 21 e 27 luglio 1855, 493, 663 e 683, 18 luglio 1856, 649, 18 agosto e 30 settembre 1857, 737 e 881; G. Panini, 1857, 945; X., in L’Annotatore, 1857, 147; l’annotatore 11 settembre 1858, 140; Esposizione delle opere, 1858, 13; F.G., in Gazzetta di Parma 1858, 869; Gazzetta di Parma 18 settembre 1858, 842; P. martini, 1858, 25; G. Panini, 1858, 885; C.I., in L’Annotatore, 1859, 162; G. carmignani, 1861, 18; Atto verbale, 1863, 28; gazzetta di Parma 13 luglio 1863, 620; Esposizione industriale provinciale, 1864, 92; Gazzetta di Parma 15 settembre 1865, 83; catalogo Delle opere esposte, 1870, 30, 31, 39, 40, 50, 55, 56; Gazzetta di Parma 10 settembre 1872; B., in Gazzetta di Parma 20 gennaio 1875; Il Fanfulla 17 settembre 1875; Gazzetta di Parma 26 ottobre 1875; A.C., in gazzetta di Parma, 1876; P. Bettoli, foglio volante, 1877; P. Bettoli, 8 ottobre 1877; Il Presente 23 ottobre 1877; L. Pigorini, 25 novembre 1879; Catalogo ufficiale generale, 1880, 96; Gazzetta di Parma 27 aprile 1880; Il Presente 27 maggio 1880; Esposizione nazionale in Milano, 1881, 87; Z., in Gazzetta di Parma, 1881; Gazzetta di Parma 6 marzo 1888 e 26 ottobre 1888; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, v. X, 133; L. Càllari, 1909, 362; A. Corna, 1930, II ediz., vol. II, 818; Inventario ms. Istituto P. Toschi, v. II, nn. 6149 e 3267; I. Da Valera, 1931, 238-240; N. Pelicelli, in Thieme-Becker, 1935, v. XXIX, 477; G. Battelli, 1939, 151-153; A.M. Comanducci, 1945, v. II, 736; G. Copertini, 19 agosto 1959, 3; Gazzetta di Parma 8 maggio 1960; G. Copertini, 10 novembre 1962, 3; R. Allegri, 1963, 49; G. Copertini, 1964, 58-61; G. Copertini, 7 dicembre 1967, 6; Mostra del paesaggio parmense dell’800, catalogo, Parma, 1936, 16, 39, 40, 41, 42, 43; G. Allegri Tassoni, mostra dell’Accademia parmense, catalogo, Parma, 1952, 56, 58, 62; G. Copertini, Il pittore Enrico sartori, in Parma per l’Arte, 1960, 118-125; G. copertini, La pittura parmense dell’800, Milano, 1971, 80-85; Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’800, catalogo della mostra, Parma, 1974, 80-81; G.L. Marini, in Dizionario bolaffi pittori, X, 1975, 169-170; Città latente, 1995, 91; M.Tanara Sacchelli, in Gazzetta di parma 22 novembre 1999, 27.

SARTORI GIUSEPPE
Parma 1836/1849
Nel 1849 fece parte della Commissione di Sanità e Soccorso di Solignano. Nello stesso anno diede le dimissioni da tale incarico. Nel 1836 fu decorato di medaglia d’argento per i Benemeriti della Sanità Pubblica, per l’opera prestata in occasione di un’epidemia di colera.
FONTI E BIBL.: U.A.Pini, Vecchi medici, 1960, 32.

SARTORI PIETRO
Fontanellato 1 agosto 1864-Ginevra aprile 1940
Nel 1882, nel Conservatorio di Parma, fu approvato con lode in violoncello e composizione. Percorse come professore di violoncello una splendida carriera, dedicandosi anche alla direzione d’orchestra.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 179.

SARTORI STANISLAO
Parma 1831
Impiegato di Finanza. Venne indicato dalla Direzione Generale di Polizia come cooperatore alla scoppio e propagazione della rivolta del 1831 a Parma. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 207.

SASSATELLI CARISSIMI GELTRUDE SAVERIA
Imola 3 settembre 1778-Parma 9 febbraio 1846
Nacque, primogenita, da Alessandro Sassatelli e da Teresa Manciforte di Ancona, famiglie di antica nobiltà entrambe. Il conte Alessandro, per testamento di una Carissimi Pallavicino di Parma, unì al cognome del suo casato quello dei Carissimi, trasmissibile al suo primo nato, maschio o femmina che fosse. Nel 1790, quando la Sassatelli Carissimi aveva già dodici anni, fu mandata, assieme alle sorelle minori Marianna e Giulia, a Parma nel Collegio delle Orsoline a compiervi la sua educazione.Dopo un ipotizzato breve ritorno in famiglia alla fine degli studi, ritornò in collegio per non più uscirne. La Sassatelli Carissimi conobbe bene la letteratura italiana, la storia, la geografia e la storia naturale, cui dedicò anche negli ultimi anni di vita molte ore di studio e di meditazione. Conobbe bene la lingua inglese, al punto da considerare la lettura dell’Observer, al quale era abbonata, il miglior diletto dei giorni di vacanza, ed ebbe anche facilità per il francese, tanto che spesso nelle sue lettere chiede il permesso di adoperare la lingua qui fait aller ma plume plus vite et couramment. Conobbe la musica e suonò il piano, per cui, rispetto all’educandato, ebbe la mansione di sorvegliare le puttine quando erano a lezione di musica col maestro Alinovi o col suo sostituto, il Savi, e finalmente tentò anche qualche poesia, fedele ai facili metri dei settenari e quinari rimati, ma anche componendo qualche saffica, allora di moda. Della sua passione per la lettura è testimonianza buona parte dei libri della biblioteca del convento, che furono suo acquisto e portano il suo nome. Esiste in quell’archivio il documento con cui papa Pio VII il 5 agosto 1805, probabilmente in una sua visita a Parma, le concesse la licenza per i libri proibiti. La Sassatelli Carissimi nel 1796 cominciò il suo noviziato e nel maggio del 1798 fu suora. La sua decisione trovò validi alleati nella consuetudine di molte famiglie aristocratiche di collocare le figlie nei monasteri, nella sua passione per gli studi (che, nella quiete propizia del collegio, le avevano già dato tante soddisfazioni) e finalmente nel timore di essere sposata non per amore ma per i miei soldicciuoli: le richieste che della sua mano furono fatte a suo padre, mentre ella era ancora in educazione, il padre gliele trasmise, avendone sempre un rifiuto. La Sassatelli Carissimi, donna vivace di temperamento, avida di sapere, esuberante e candida, rimase chiusa nel convento di Parma per quarantotto anni. Rimangono diverse sue lettere dal gennaio 1833 al gennaio 1846. Dei primi anni non vi è che il riflesso nelle sue lettere posteriori. Vi si indovinano la giovinezza piena di movimento, gli studi, le compagne cercate per quanto lo permetteva la regola, un’amicizia, soprattutto, per una giovane di Imola come lei, vivace, intelligente e imparentata con la sua famiglia: Geltrude Silvestri. La morte presto le tolse l’amica e poi la sorella Maddalena, anch’essa suora nello stesso convento. Morì all’età di 67 anni, dopo un lungo periodo di malattia.
FONTI E BIBL.: B.Camis, in Aurea Parma 4 1926, 191-194.

SASSETTI FRANCESCO
Parma 1706
Pittore attivo nella seconda metà del XVII secolo e ancora nel 1706. Viene citato nel passeggiere Disingannato (p. 39).
FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVII, 1823, 69.

SASSI AUGUSTO
-Milano 5 marzo 1899
Prese parte ai moti insurrezionali del 20 marzo 1848. Nell’aprile successivo partì colla prima colonna dei volontari parmensi che, al comando del patriota Giuseppe Gallenga, diede prova di coraggio e di valore sui campi di battaglia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 8 marzo 1899, n. 66; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 420.

SASSI GIUSEPPE
Parma XVIII/XIX secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVIII secolo e ancora nei primi anni dell’Ottocento.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVII, 1823, 70.

SASSI LUIGI
Parma 1900 c.-post 1936
Figlio di Silvio. Conduttore di laboratorio fotografico, iniziò ufficialmente l’attività (matricola della Camera di Commercio di Parma) in borgo Roma 7 nel 1920, per poi trasferirsi due anni dopo in via Cavour 25. Nel 1926 il Sassi ebbe la licenza per vendita di apparecchi fotografici, ottica, fotografia e geodesia integrando così l’attività del laboratorio. Nel 1932 si spostò al n. 93 di via Cavour dove, dopo sedici anni, cessò per fallimento, il 29 settembre 1936. Il Sassi rappresenta il primo esempio di attività professionale limitata allo sviluppo e alla stampa, al servizio dei fotografi e dei dilettanti di fotografia. Gli studi fotografici parmigiani nel periodo in cui operò il Sassi erano quelli di Grolli, Lottici, Pesci, Pisseri, Vaghi, Zambini e Montacchini, ma era diffusa anche la pratica degli ambulanti, che si servivano in gran parte proprio dal Sassi: Ezio Mazza, valentino Stefanini & Carlo Neuhauser, giuseppe Saraceno, Giambattista Morini, Carlo Alfredo Bianchi, Ettore Ruozi, Dante De Pietri, Italo Cepollaro, Celeste Penuzzi ed Enrico Pozzi.
FONTI E BIBL.: R.Rosati, Fotografi, 1990, 296.

SASSI LUIGI
Firenze 1912-Parma 1987
Laureato alla facoltà di Architettura di Firenze nel 1937, entrò nel 1945 nel collegio dei docenti dell’Istituto d’Arte P. Toschi di Parma, che poi diresse in veste di preside dal 1974 al 1983. L’impegno didattico non lo distolse dalla professione, ciò che gli permise di costruire numerosi edifici a Parma e provincia, soprattutto nel campo dell’edilizia popolare (Ina-Casa). Portò a compimento numerosi restauri, iniziando dal riassetto di una torre nella chiesa della Steccata, sinistrata dai bombardamenti aerei del 1944. La costruzione di Santa Maria del Rosario (1960-1962) in via Isola a Parma, affiancata dal campanile, manca del proposto apparato decorativo a mosaico in facciata. Tra i progetti realizzati sono da ricordare le ville Del Bono, Salvi, Villicich, Bocchi e Sassi.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 613-614.

SASSI PIETRO
Parma 1514
Fu boccalaro e pittore, discepolo di Pier Ilario e Michele Mazzola nel 1514.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, vol. III, c. 364; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 364.

SASSOLI ADA, vedi RUATA ADA

SASSONI ANTONIO
Parma 1591/1598
Sacerdote. Fu cantore nella chiesa della steccata di Parma dal 1° gennaio 1591 al 10 aprile 1598. Il 4 luglio 1598 ottenne un beneficio nella Cattedrale di Parma e lasciò quindi la Steccata.

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata, 36; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 80.

SASSONI LORENZO
Parma 1565/1598
Sacerdote. Fu cantore nella chiesa della Steccata di Parma dal 31 gennaio 1565 al 24 luglio 1598.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 25; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 21.

SASSONIA CAROLINA MARIA TERESA, vedi BORBONE PARMA CAROLINA MARIA TERESA

SATRIA
Parma II/I secolo a.C.
Figlia di Caius. Libera, uxor di T. Spedius Vibi f., compare in epigrafe (perduta) documentata dalla tradizione manoscritta come trovata fuori porta Santa Croce, a occidente della città di Parma. Nella riproduzione del ferrarini Satria è rappresentata di età di gran lunga inferiore a quella del marito. Satrius è nomen diffuso in Italia e in Occidente. Presente in tutta la Cisalpina, in particolare in Cispadana, è documentato nella Tabula Veleiate, dove quattro sono i fundi Satriani, tre in territorio Veleiate e uno in territorio piacentino.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 160.

SATRIUS CAIUS
Parma II/I secolo a.C.
Fu probabilmente libero. Padre di Satria, il cui nome compare in epigrafe, perduta ma nota nella tradizione manoscritta, che la dice trovata fuori da porta Santa Croce, a occidente della città di Parma.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 160.

SATURNINO GIAMPEPE, vedi MONTANARI GIUSEPPE

SATURNINUS
Parma II secolo a.C./V secolo d.C.
Fu probabilmente uno schiavo, dedicante documentato in una brevissima iscrizione ritrovata, secondo la tradizione manoscritta, nel centro cittadino di Parma (perduta). Saturninus è cognomen molto diffuso soprattutto in Africa e nelle province celtiche. Molto documentato in tutta la Cisalpina, è presente anche nella Tabula Veleiate e in questo solo caso a Parma. Data la brevità dell’iscrizione, non è possibile formulare, se non in modo approssimativo, una ipotesi di datazione.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 161.

SAUSSAT CARLO
Colorno-12 giugno 1796
Scolaro nell’Accademia di Parma di Benigno Bossi, si perfezionò poi a Parigi. Incise Il ripudio di Agar (1776), Madonna col bambino, dal Sassoferrato (1781) e S. domenico, dal Bossi.FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 1751-1800, 259; U. Thieme-F. Becher, XXIX, 495; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 161; P. Martini-G. capacchi, Incisione a Parma, 1969.

SAUSSATL CLAUDIO, vedi SAUSSAT CARLO

SAVANI PIETRO
Tornolo 16 novembre 1884-Aibonito 25 maggio 1964
Entrò come Figlio di Maria nel collegio San Benedetto di Parma su sollecitazione di don Baratta. Fu professore a Lombriasco dal 29 settembre 1905. Dopo i voti fu inviato in argentina, a Viedma. Il 1 maggio 1914 fu consacrato sacerdote a La Plata. Lavorò molti anni come missionario nella Patagonia. Fu direttore a Bahìa Blanca (1921-1923), a Viedma (1923-1934) e poi parroco e vicario foraneo a Neuquén (1934-1937). Fu solerte compagno di viaggio e guida a don Pietro Berruti, che fece la visita straordinaria nella Patagonia. Poi fu nominato ispettore delle Antille-Messico (1937-1946). Ristabilì il noviziato, organizzò l’insegnamento del catechismo con gare annuali e fondò nuove case, a Matanzas, a Camaguey e a Moca. Diede fondamento all’opera salesiana anche a Porto Rico. Dedicò gli ultimi anni della vita alla casa di formazione di Arroyo Naranjo (Cuba) e poi di Aibonito (Porto Rico).
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico Salesiani, 1969, 254.

SAVANI PRIMO
Berceto 12 marzo 1897-Parma 15 gennaio 1977
Nato da famiglia di modeste condizioni, primo di sette fratelli, a soli 17 anni ottenne l’abilitazione magistrale con il concorso di premi e di borse di studio che seppe meritare grazie al naturale ingegno e alla ferma volontà. Dedicatosi all’insegnamento, affrontò contemporaneamente gli studi di giurisprudenza, anche per poter meglio contribuire all’azione politica socialista, da lui intrapresa nella prima giovinezza e che lo portò ad assumere la responsabilità di segretario della sezione di Parma. Tenace oppositore della nascente dittatura fascista, fu tra i fondatori del Circolo universitario antifascista (1924). Ne divenne segretario impegnandosi fin da allora a sostegno di una visione unitaria dell’iniziativa democratica. Fu tra i promotori, nel 1940, di un Comitato d’azione antifascista nel quale rappresentò il Partito Comunista, cui nel frattempo aveva aderito. Dopo l’8 settembre 1943 il Savani salì ai monti come partigiano, con il nome di battaglia Mauri. Ebbe i genitori arrestati. La moglie e le due figlie, per sfuggire alle persecuzioni, condivisero la sua vita di partigiano. Quando nel 1944 le formazioni parmensi decisero di costituire un comando unificato, sotto la denominazione di Comando Unico Operativo per la provincia di Parma, il Savani acquisì il grado di Commissario politico a fianco di Giacomo di Crollalanza, il leggendario comandante Pablo. Nel nuovo e delicato incarico si espressero tutte le doti di equilibrio e la chiara visione politica del Savani: gli è riconosciuto il merito di essere stato tra gli artefici della raggiunta unità delle forze partigiane. Il primo atto del Comando Unico operativo sull’organizzazione delle formazioni, sui loro rapporti e sul comportamento dei partigiani anticipa al riguardo le norme emanate nel marzo 1945 dal Comitato di Liberazione Nazionale-Alta Italia. Particolare cura fu prestata dal Savani anche all’amministrazione delle giustizia, a cui venne preposto l’avvocato Druso Parisi. Alla fine del conflitto il Savani rivestì per un biennio le funzioni di pubblico ministero presso la Corte d’assise straordinaria. Eletto nel 1946 sindaco di Parma, seppe essere un amministratore capace e scrupoloso, pur in un’epoca particolarmente difficile. Presidente della Provincia nel 1950, mantenne tale incarico per dieci anni. Sotto la sua guida furono intraprese diverse opere pubbliche: il ponte sul Po a Casalmaggiore e il progetto sull’autocamionale della Cisa, il piano di trasformazione della T.E.P. Inoltre furono attuate iniziative culturali ispirate alla lotta di liberazione e che suscitarono vasta eco in campo nazionale, come il premio Città di Parma per un’opera sulla Resistenza, vinto da Ubaldo Bertoli con La Quarantasettesima, il monumento al partigiano, progetto di alto livello artistico, vincitore alla Biennale di Venezia, realizzato da Marino Mazzacurati con la collaborazione dell’architetto Lusignoli. Di pari importanza artistica è l’affresco della sala del Consiglio provinciale, eseguito da Armando Pizzinato, che illustra i momenti salienti delle lotte per il riscatto sociale e per la conquista della libertà nel Parmense. Del Savani vanno ricordate la passione regionalistica e la cultura giuridica. Alcuni suoi scritti precorrono l’Ente regione e furono apprezzati per la visione differenziata degli aspetti delle autonomie. Presidente dell’associazione Nazionale partigiani Italiani provinciale fin dal suo sorgere, il Savani si prodigò con passione alla vita del sodalizio. testimonianza del suo legame ininterrotto con gli uomini e le idee della resistenza rimane il suo volume Antifascismo e guerra di liberazione a Parma, edito da guanda.
FONTI E BIBL.: P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 15 gennaio 1978, 8; T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 70-71.

SAVANI UBALDO
Berceto 6 marzo 1862-Sala Baganza 16 ottobre 1921
Figlio di Pietro Antonio e di Maddalena Foussereau, entrò nel Seminario di Berceto. A Parma il Savani compì gli studi teologici durante il rettorato del canonico Andrea Ferrari, che gli fu professore di teologia morale e pro-vicario generale dopo la consacrazione presbiterale avvenuta il 20 settembre 1884, per ministero del vescovo Giovanni Miotti. Il Savani, novello sacerdote, fu nominato coadiutore a Langhirano per pochi mesi, indi fino all’ottobre 1887 a Tizzano, dove, per circostanze speciali, si richiedeva l’opera di un sacerdote pio e di non comune prudenza (Fornari). Dopo essere stato arciprete a Mulazzano, fu designato a succedere a Pietro Ghironi, arciprete di Sala baganza, morto l’8 dicembre 1893. Fu lo stesso vicario capitolare della diocesi, Pietro Tonarelli, a immetterlo nel reale possesso della parrocchia, domenica 14 ottobre 1894. La comunità parrocchiale di Sala Baganza contava 2200 abitanti, distribuiti in 400 famiglie. Il capitale era in mano a pochi e la maggior parte dei capifamiglia era costituita da piccoli artigiani e operai giornalieri. Così il Savani descrive la parrocchia al vescovo: La parrocchia di Sala lascia a desiderare non poco sotto il lato morale e religioso. Sia la chiesa che i Sacramenti sono frequentati dalle donne nella grande maggioranza, ma non così dagli uomini, dei quali pochissimi sono i praticanti. Vi hanno società antireligiose: circolo anarchico, circolo socialista sindacalista. Tengonsi con una certa frequenza adunanze e si cerca di allontanare dal prete specialmente la gioventù. Alcune conferenze, tenute nel locale delle leghe, furono contro la Religione, il Clero, l’Autorità civile e religiosa. La stampa cattiva è purtroppo diffusa. Le copie dell’internazionale si vendono a centinaia ai sindacalisti del paese; pure le copie dell’Idea sono presenti assieme a quelle dell’Asino. È diffuso anche il Corriere della Sera (30 copie circa al giorno), alcune copie del Secolo e altri periodici anarchici di Milano, Spezia, Ancona. In parrocchia si leggono 10 copie dell’Avvenire, n. 15 copie della giovane Montagna, alcune copie del Giornale del Popolo, l’Unione di Milano, la Civiltà cattolica. Vi ha l’oratorio festivo per la Gioventù femminile presso le revv. Suore Figlie della Croce, presenti in questa parrocchia fin dal 1856. In apposito locale, separati dalle bambine, vi convengono anche i maschi, sotto la guida del Cappellano. Vi hanno alcuni matrimoni prettamente civili. Nelle scuole pubbliche non s’insegna il catechismo e ciò dietro proibizione dell’amministrazione comunale. Le Suore, però, che sono pure maestre comunali, continuano ad insegnare il catechismo, come per il passato. Il corpo degli insegnanti comunali, però, tutte maestre e un maestro, è buono. Nelle scuole non si fa proselitismo antireligioso, né in esse vengono distribuiti libri contrari alla fede e al buon costume. Pochissimi di Sala emigrano, giacché hanno qui mezzi di guadagno. Solo dopo lo sciopero del 1908 alcuni braccianti, specialmente muratori, andarono in Svizzera. Il giorno festivo è profanato, specialmente nei mesi estivi. La condotta dei notabili, in generale, è abbastanza buona. I dipendenti, facendo parte nella grande maggioranza del partito socialista sindacalista, sono irrequieti e non vogliono sapere di obbedienza. I disordini principali sono costituiti dai matrimoni civili e dai funerali civili, fatti però da povera gente allevata in famiglie senza fede. Nei primi mesi del suo servizio pastorale istituì la Pia Unione delle Madri Cristiane, che vide un numero elevatissimo di iscritte. Raggruppò la gioventù femminile nell’associazione delle Figlie di Maria. Fondò per i giovani il Circolo Giovanile Cattolico. Per opera del Savani, nel 1902 fu istituita la Cassa Rurale e come conseguenza immediata nel settembre 1903 fu costituita l’Unione Agricola tra Piccoli proprietari, della quale il Savani fu animatore a vantaggio della categoria interessata. Morì a 59 anni, consunto da cirrosi.
FONTI E BIBL.: G. Pelizzari, in Per la Val Baganza 2 1978, 60-62.

SAVAZZINI AMALIA
Parma-post 1793
Nel 1793 cantò in un’opera del giovane Paër (I pretendenti burlati) nel teatrino di medesano.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario., 1998.

SAVAZZINI ANTONIO
Parma 14 luglio 1766-Parma 3 giugno 1822
Scolaro di Pietro Ferrari, ricevette nel 1785 un premio per il pastello Edipo e la Sfinge. Dal 27 aprile 1816 divenne professore di disegno all’accademia di Parma, dove operò anche come restauratore. Di lui rimane un Ritratto di Maria Luigia nella sala delle lauree dell’università di Parma e una Sacra Famiglia, già nella chiesa di Santa Maria delle Grazie nella medesima città, poi trasferita nella Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: Archivio Accademia di Belle Arti, Atti, vol. I, 1770-1793; E. Scarabelli Zunti, documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, vol.
VIII (1751-1800); U.Thieme-F. Becker, vol. XXIX, 1935; G. Copertini, Pittori dell’Ottocento, in archivio Storico per le Province Parmensi 1954, 150; dizionario Bolaffi pittori, X, 1975, 179-180; Arte a Parma, 1979, 198.

SAVAZZINI CAROLINA
Parma 17 gennaio 1828-Parma 2 aprile 1843
Figlia di Ferdinando, fu una precoce pianista e a tredici anni iniziò lo studio dell’arpa.Dette numerosi concerti: a otto anni fu al Teatro di cremona (13 giugno 1837) e al Teatro ducale di Parma (2 e 14 ottobre), presente anche la duchessa Maria Luigia d’Austria.L’anno dopo dette accademie in diverse città della Lombardia (tra cui il 12 dicembre al Teatro Re di Milano).Fu ancora al Teatro Ducale di Parma: nell’intermezzo di uno spettacolo di prosa (23 febbraio 1839), nel ridotto in un concerto dell’Accademia filarmonica Ducale, nel quale si esibì a quattro mani con il fratello Federico (10 giugno 1842), e in un’accademia a suo beneficio, nella quale cantò anche il baritono Cosselli (1° marzo 1843).Morì un mese dopo questo concerto.
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Gazzetta di Parma 5 aprile 1843; Stocchi.

SAVAZZINI ETTORE
Castell’Arquato 15 ottobre 1859-Parma 22 marzo 1944
Ancora fanciullo, seguì la sua famiglia a Soragna, dove il padre Federico fu chiamato a dirigere una scuola di musica e il concerto bandistico del luogo. Il Savazzini frequentò le scuole elementari a Soragna e compì gli studi ginnasiali presso il sacerdote Vincenzo toscani. Entrato nel Seminario di Parma nel 1876, percorse con lode le classi liceali e i corsi teologici, essendo rettore dell’Istituto il canonico Andrea Ferrari. Mentre il Savazzini era decano della disciplina, ebbe nella sua camerata Guido Maria Conforti, alunno delle scuole ginnasiali. Ancora studente di teologia, il Savazzini fu scelto dal vescovo Villa perché coadiuvasse il cancelliere della Curia nel disbrigo delle pratiche d’ufficio. Fu ordinato sacerdote il 4 marzo 1882 da monsignor domenico Villa, che lo volle suo Segretario dal 1883 al 1886. Monsignor Miotti lo confermò nell’importante e delicato ufficio, nominandolo anche cappellano della Chiesa di Santa Lucia in Parma. Portato per natura al raccoglimento, allo studio e alla pietà, il savazzini si portò poi nel Collegio dei Padri Gesuiti di Porto Re, presso Fiume. Richiamato in Diocesi dal Miotti, fu nominato Prevosto dell’importante Collegiata di Santa Margherita di Colorno (1886-1902). Essendo fornito di una solida cultura e di eccellenti doti oratorie, fu invitato molto spesso per predicazioni, specialmente nei grandi centri rivieraschi del Po. Durante il suo ministero a Colorno, fu nominato da monsignor Francesco Magani professore nel Seminario Maggiore di Parma. Inoltre il Savazzini istituì nella sua canonica un corso di lezioni elementari e ginnasiali. Il 18 dicembre 1901 monsignor Magani nominò il savazzini parroco della chiesa del Santo sepolcro di Parma, dove rimase quarantadue anni e dove fondò il Circolo San Raffaele. Il Magani lo nominò nel 1902 Canonico onorario della Basilica Cattedrale di Parma. Fu professore nel Seminario di Parma di Sacra Scrittura, teologia fondamentale, Pastorale, Eloquenza e di Arte Sacra. Il Conforti lo nominò Rettore del Seminario Maggiore per gli anni 1919-1920. Dal 1927 al 1932 ricoprì la carica di Direttore Spirituale del Seminario. Insignito dell’onorificenza di Prelato Domestico di Sua Santità in occasione delle sue nozze d’oro sacerdotali (1932) e di Cavaliere Ufficiale del Santo sepolcro, fu nominato da monsignor Colli vicario vescovile per le religiose. Fu inoltre socio della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi. Morì a 84 anni di età, dopo avere servito ben cinque vescovi e avere ricevuto da essi sempre grande stima e fiducia.
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 182-184; R. Lecchini, Suor Maria Eletta, 1984, 8; Il seminario di Parma, 1986, 100.

SAVAZZINI FEDERICO
Parma 3 giugno 1830-Parma 9 febbraio 1913
Venne iniziato alla musica dal padre ferdinando. Come alunno esterno presso il Regio conservatorio di Parma, riuscì egregio professore di tromba. Fu carissimo al Silva, che spesso sostituì al Teatro Ducale e nelle esecuzioni di messe e sacre funzioni. In composizione ebbe maestro il padre, che gli insegnò pure l’organo. Dal 1858 al 1876 fu organista, direttore della banda della guardia nazionale e docente alla scuola di musica di castell’arquato.verdiano appassionato, da castell’arquato si recava nelle feste solenni alle Roncole per suonarvi l’organo.Dal 1864 fu anche direttore della società filarmonica di soragna e dal 1876 all’aprile 1893 organista della parrocchia. Scrisse molte marce e ballabili, assai piacevoli, pur essendo contenuti in forma classica. Compose una Messa, vari inni sacri e una sinfonia, Adele, da lui dedicata al re Vittorio Emanuele II di Savoja, dal quale ebbe un rescritto sovrano di lode e di ringraziamento. La sinfonia fu anche eseguita dalla banda del 2° Reggimento Granatieri nella piazza garibaldi di Parma. Per molti anni (dal 1891 al 1913) il Savazzini tenne il posto di organista della Cattedrale di Parma, avendo sostituito il vecchio titolare Savi.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 179; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 138-139; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SAVAZZINI FERDINANDO
Parma 8 febbraio 1803-Parma 31 dicembre 1861
Nato da Carlo e Luigia Pescatori. Fece gli studi a Parma. Poi, come maestro e organista, si portò a Monticelli d’Ongina (1835), a busseto (1855), a Borgo Taro (1831)e a fiorenzuola d’Arda (1845). Di là fu richiamato a Parma (1858), come maestro al Collegio dei nobili, da Maria Luigia d’Austria. Tenne questo incarico fino alla morte. Fu valente organista e perciò fu invitato a suonare nelle feste più solenni e con orchestre celebrate alla chiesa della Steccata e in Cattedrale, tra l’altro in occasione dell’ingresso di monsignor Loschi, eletto vescovo di Parma (12 maggio 1831). nell’estate del 1830 e dal 15 luglio al 17 agosto 1831 fu maestro dei cori al Teatro ducale di Parma. Scrisse per il Teatro il ballo giocoso Il medico avaro, rappresentato il 20 febbraio 1840. Alcune sue composizioni furono date alle stampe, tra le quali una fantasia a grande orchestra composta per la celebre ballerina Fanny Cerreto, eseguita al Regio Teatro di Parma il 26 e il 30 gennaio 1844. Si ricorda ancora un suo Tantum Ergo per baritono di grande effetto, più volte eseguito in cattedrale, e una Messa da Requiem con orchestra, che fu eseguita alle sue esequie nella chiesa di San sepolcro. Negli ultimi anni di vita attese a comporre l’opera il Podestà, rimasta incompiuta.
FONTI E BIBL.: Archivio della Fabbriceria della cattedrale di Parma, Mandati 1831; P. Bettoli, I nostri fasti musicali, Parma, 1875, 148; P.E. Ferrari, Gli Spettacoli, Parma, 1884, 130 e 135; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 271.

SAVAZZINI GIOVANNI
Parma 1883-Parma 21 giugno 1948
Competente e appassionato dell’agricoltura e dei suoi problemi, fu per vari anni capo dell’ispettorato agrario della provincia di Parma. Continuò assai degnamente l’opera del grande pioniere e maestro Antonio Bizzozero. Scrisse di agricoltura su vari giornali con la competenza che gli derivava dalla vasta pratica della materia.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 139.

SAVI ALFONSO
Parma 29 dicembre 1773-Parma 8 maggio 1847
Compì studi letterari e filosofici all’Università di Parma e fu quindi allievo di violoncello e contrappunto di Gaspare Ghiretti. Fece parte dell’orchestra del Teatro Ducale di Parma e fu attivo come compositore. Il 1° luglio 1795 (era violoncellista già da otto anni) fu nominato violoncellista soprannumerario della Reale Orchestra, alternando l’attività strumentale con la composizione (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri, 1802-1806, B. 6).Il 31 ottobre 1816 gli fu concesso di rivestire l’uniforme decretata da S.M. per i professori in proprietà della Reale Orchestra.Vice direttore della musica vocale della risorta Accademia Filarmonica di Parma, fino al 1831 suonò nelle cappelle della Steccata e della Cattedrale.Tra il 1826 e il 1829 fu insegnante di violoncello e di contrappunto al Collegio Lalatta e, con il decreto istitutivo del Collegio Maria Luigia (10 dicembre 1831), fu nominato docente dello strumento.Apprezzato anche come maestro di canto, poté vantare diversi buoni allievi.Nel 1832 concorse per il posto di insegnante della scuola di canto istituita nell’Ospizio delle Mendicanti, ma gli venne preferito Antonio De Cesari.Per la morte di Pietro Rachelle, dal Carnevale del 1837 prese nell’orchestra il posto di violoncello al cembalo, posto che un anno dopo lasciò a Carlo Curti. Il Savi compose le seguenti opere teatrali: La tazza incantata (Parma, 1811), La trombetta ossia I due mariti gelosi (A. Sarti; Parma, 1812), Luigia e Leandro o L’amante prigioniero (L. Romanelli; Parma, 1814); e l’astuzia di un amante, balletto (Parma, 1825). Inoltre scrisse messe, salmi, vespri (da segnalare la messa e il vespro a grande orchestra eseguiti in occasione dei funerali della duchessa Maria Amalia, 1802) e altra musica sacra, sinfonie (tra cui, Sinfonia Pastorale, 1822), quartetti, terzetti e duetti per archi e fiati.
FONTI E BIBL.: C. Gallico, Le capitali della musica, Parma, 1985, 133; Dizionario Musicisti UTET, 1988, VI, 593; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SAVI DEMETRIO
Parma 23 ottobre 1814-
Figlio di Alfonso, studiò violoncello con il padre, per dedicarsi poi al contrabbasso, con il quale suonò come aggiunto della Ducale Orchestra di Parma.Nel 1838 fu primo contrabbasso per i balli nella stagione di carnevale del Teatro Comunale di Reggio Emilia.trasferitosi a Piacenza, fu primo contrabbasso del Teatro Comunitativo e, in occasione del riordino del Teatro e della scuola di musica degli anni 1839-1843, per concorso venne nominato contrabbasso al cembalo e docente della scuola.Il 19 dicembre 1839 prestò giuramento per essere annoverato tra i dipendenti in organico del Comune.
FONTI E BIBL.: Censi, 20; Fabbri e Verti; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SAVI GIOVANNI
Vigatto 1899/1917
Figlio di Carlo. Soldato del 16° Battaglione d’assalto, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Porta feriti, dava costante prova di sprezzo del pericolo, preoccupato soltanto di portare in salvo i nostri caduti, colpito egli stesso al viso da una scheggia di granata nemica, rimaneva al proprio posto, continuando l’opera pietosa (Gallio, 10 novembre 1917).
FONTI E BIBL.: A. Coruzzi, Caduti di Vigatto, 1924, 54.

SAVI GIUSEPPE
ante 1826-Parma agosto 1860
Fu organista nella Cattedrale di Parma fino dal 1 febbraio 1826 in sostituzione del Giavarini. Il Savi fu anche organaro: pulì e accordò l’organo della Cattedrale nella primavera del 1828. Per molti anni esercitò la sua professione in Cattedrale: solo il 23 novembre 1858 venne eletto organista Giuseppe Frattini, come suo sostituto (ed effettivo alla sua morte).
FONTI E BIBL.: Archivio della Fabbriceria della Cattedrale di Parma, Mandati dal 1826 al 1860; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 249.

SAVI LUIGI
Parma 15 aprile 1803-Firenze 3 gennaio 1842
Nacque da Alfonso. Compì in Parma gli studi, ed ebbe a maestro il padre, violoncellista e compositore di musica sacra. Dal Carnevale del 1823 (dove nel programma della stagione di Fiera è indicato del Duca di parma) fu primo violoncello al cembalo al Teatro di Reggio Emilia, tenendo l’incarico fino al 1830, anche quando, nel Carnevale del 1825, utilizzando il libretto già usato dal padre nel 1814, presentò al Teatro di Reggio Emilia Luigia e Leandro ossia L’amante prigioniero. Debuttò al nuovo teatro Ducale di Parma con una cantata, Il tempio della clemenza (parole di marc’antonio molesini), la sera del 9 agosto 1831 in occasione delle feste dedicate alla duchessa Maria Luigia d’Austria che ritornava da Piacenza alla capitale dopo i moti rivoluzionari di quell’anno. Nella stagione di carnevale 1833-1834 si presentò (22 gennaio 1834) ai suoi concittadini con un’opera di genere grandioso, Il Cid, su libretto del poeta melodrammatico romano Jacopo Ferretti. La cantarono due interpreti famosi: la prima donna schöberlechner e il tenore Moriani. Ebbe un successo clamoroso di pubblico: grandi applausi e pezzi bissati (specialmente un coro, quello dei saraceni, scrive il Ferrari, fu trovato lavoro grandioso, vario, di tinte originali, da non disdire a qualsiasi bella rinomanza). La critica invece non gli fu favorevole: sulla Gazzetta di Parma Luigi Torrigiani non esitò a esprimere acerbe critiche sia contro il librettista, sia anche, se pure in tono minore, contro la musica. Poco dopo (1836) il Savi se ne andò a Firenze. Nella città medicea, dove fu ben accolto e assai stimato, poté vedere rappresentata al Teatro alla Pergola il 31 gennaio 1838 (con esito ottimo) la sua Caterina di Cleves e nel 1839 il suo Salvini e Andelson. Tali opere furono poi messe in scena a Roma al Teatro Argentina, il che gli valse il 25 novembre 1839 la nomina di Accademico filarmonico Tiberino. Una sua quarta opera, L’avaro o Un episodio del San Michele, su libretto di Felice Romani, composta per il teatro Carlo Felice di Genova nell’anno 1840, fu per diciotto sere sempre applaudita. Ridatavi per ventidue sere nell’autunno del 1842 (con successo), ritornò sulle stesse scene per nove sere nel 1849. La Caterina di Clèves fu eseguita per dieci sere anche al Teatro alla Scala di Milano nell’autunno del 1841, dove ebbe a esecutori la Fink-Lhor, Marietta Brambilla, Carlo Guasco e Felice Varesi. Il Savi morì a soli 38 anni d’età. Firenze non esitò a decretargli onoranze solenni e lo volle sepolto nel tempio di Santa Croce, dove un’artistica epigrafe, poco discosta dal monumento a Rossini, lo ricorda con queste parole: Al parmense Luigi Savj di anni 38 nell’Arte Musicale compositore celebratissimo e dottissimo institutore da inopinata morte rapito alle speranze della patria all’amore dei suoi il 3 Gennaio 1842. I genitori e i fratelli inconsolabili posero. Il Savi compose le seguenti opere teatrali: Il Cid (libretto J. Ferretti; Parma, 1834), Caterina di Cleves (F. Romani; Firenze, 1838), Adelson e Salvini (J. Ferretti; Firenze, 1839) e L’Avaro ossia Un episodio del S. Michele (F. Romani; Genova, 1840). Inoltre compose Il Tempio della clemenza, cantata (Parma, 1834), quattro quartetti (opera 4 e 5), dodici duetti e un Capriccio per violino e contrabbasso, pezzi per pianoforte e romanze.
FONTI E BIBL.: R.Regli, Dizionario biografico Artisti, 1860, 492; G.N. Vetro, in Gazzetta di Parma 11 febbraio 1980, 3; M. Ferrarini, in Aurea Parma 1-3 1943, 47-48; N. Pelicelli, Musicisti in Parma, in Note d’Archivio, 1935 e 1936; dizionario Musicisti UTET, 1988, VI, 593; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SAVI LUIGI
Parma-post 1893
Forse figlio di Demetrio, fu docente di contrabbasso al Liceo musicale di Piacenza fino al 1879.Da quanto scrive il Billé, fu uno degli strumentisti che maggiormente si dedicò alla composizione e alla trascrizione di duetti assai utili per addestrare gli allievi alla musica d’assieme.Del Savi si conoscono: Studi progressivi per contrabbasso (Biblioteca del Conservatorio di Piacenza, ms. in tre volumi), 12 duetti ed un capriccio, per contrabbasso e violino (Milano, Ricordi), 3 duetti, per contrabbasso e violino (Milano, Ricordi), Studi per contrabbasso (biblioteca del Conservatorio di Parma, ms.), Duetti, per contrabbasso e violino (1893; biblioteca del Conservatorio di Parma, due volumi manoscritti).
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario., 1998.

SAVI MICHELE
-Parma 3 aprile 1848
Fu nominato organista della chiesa della steccata di Parma il 10 maggio 1823, ma solo dal 24 aprile 1829 sostituì effettivamente il suo predecessore, Pietro Giavarini. Il Savi venne giubilato nel luglio 1843. Dopo qualche tempo si ammalò e dal 14 febbraio 1848 ebbe un sussidio caritatevole.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata; Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 247.

SAVINI LUIGI
Cortile San martino-post 1940
Tenore, allievo del Conservatorio di musica di Parma, nel 1919 debuttò negli spettacoli dell’estate Milanese e nel marzo 1940 cantò al Teatro Puccini di Milano in Bohème (Rodolfo) e nella Butterfly (Pinkerton).
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

SAVINI MARINO
Cortile San Martino 1946-Parma 1 luglio 1995
Visse fino ai venti anni a Milano e poi si trasferì nuovamente a Parma con i genitori Igino e Maria. Si laureò in Medicina nell’Ateneo di Parma nel 1973. Nel 1977 conseguì la specializzazione in radiologia e nel 1980 quella in tisiologia e malattie dell’apparato respiratorio. Dopo aver ricoperto, fino al 1976, l’incarico di assistente radiologo, divenne aiuto di radiologia diagnostica e, dal 1990, responsabile della radiologia pneumologica dell’Ospedale Rasori di Parma. Dal 1986 al 1991 svolse le mansioni di primario. Per diversi anni inoltre il Savini insegnò radiologia del torace, come professore a contratto, nelle scuole di specializzazione in Radiologia e Pneumologia della Facoltà di Medicina dell’Università di Parma. Con il suo lavoro diede continuità alla scuola di radiologia del torace di Mario Miglio, primario della radiologia del Rasori fino al 1986, ampliandola con l’acquisizione di nuove tecniche diagnostiche, come la Tac. Il suo studio si rivolse soprattutto alle interstiziopatie polmonari, malattie di varia origine che interessano il tessuto del polmone.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 luglio 1995, 6.

SAVIOLI ALESSANDRO
Parma 12 agosto 1544-post 1623
Fu attivo dal 1597 al 1600 in Sant’Alessandro a Bergamo come maestro di cappella e tenne analogo incarico nel Duomo di Salò sicuramente negli anni 1615 e 1616, probabilmente fino al 1621 (il 13 aprile venne nominato maestro Camillo Orlandi).Qui riordinò la cappella musicale, portò i cantori stipendiati a otto e riordinò l’archivio musicale, facendo acquistare alla Municipalità parecchie musiche per tutte le funzioni solenni. Fu autore delle seguenti composizioni: Madrigali a 5 voci libro I (Venezia, 1595), Madrigali a 5 voci libro II (Venezia, 1597), Salmi intieri a 5 voci (Venezia, 1597) e Madrigali a 5 voci libro III (Venezia, 1600). Inoltre cinque canzonette (quattro a 3 voci e una a 4) e 2 madrigali a 5 voci in raccolte dell’epoca.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musicisti in Parma nei sec. XV-XVI, in Note d’Archivio, 1932; C. Sartori, Giulio Cesare Monteverde a Salò: nuovi documenti inediti, in Nuova Rivista Musicale Italiana, 1967; Dizionario Musicisti UTET, 1988, VI, 595; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SAVJ, vedi SAVI

SAVOJA MARIA TERESA FERDINANDA
Roma 19 settembre 1803- San Martino in Vignale luglio 1879
Figlia di Vittorio Emanuele e di Maria Teresa d’Austria. Buona parte delle notizie che la riguardano sono tolte da una autobiografia che la Savoja scrisse dietro suggerimento di un suo confessore. Il giorno dopo la nascita fu battezzata dal pontefice Pio VII. Passò l’infanzia in Sardegna, dove i Savoja si erano rifugiati. Partecipò alle feste di Corte con l’entusiasmo e la gioia della fanciullezza, che però controbilanciava con penitenze: una tendenza a una scrupolosa religiosità che si alterò nell’età matura trasformandosi in vera e propria mania. Dopo il Congresso di Vienna, Vittorio Emanuele di Savoja, rientrato in possesso dei suoi Stati, tornò a Torino. Negli anni dell’adolescenza trascorsi nella capitale sabauda la Savoja provò (per sua stessa ammissione) una affettuosa simpatia per il cugino Carlo Alberto di Savoja. Andò sposa a diciassette anni a Carlo Ludovico di Borbone. Fu il padre a condurla a Viareggio dallo sposo. Il marito, definito dai suoi biografi una macchietta divertente e originale, stravagante ed estroso, grande amatore del bel sesso, non poneva limiti di alcuna convenienza al suo libertinaggio, non ebbe alcun rispetto né affetto per la Savoja, che visse la maggior parte della sua vita nello sgomento e nella solitudine della splendida villa di Marlìa. Malgrado l’estrema villania e i gravi difetti del marito, la Savoja gli fu fedelissima. Accorata per la sua freddezza, si chiuse in se stessa, trovando conforto solo nella sua religiosità. Un vero angiolo venne definita per la squisita signorilità e fresca leggiadria con cui si comportò nel 1829 alla corte di Dresda, dove era andata col marito. Chi la vide presso altre corti confermò questo giudizio. Col passare degli anni, i rapporti, apparentemente corretti, dei due coniugi subirono delle incrinature e si ebbero scoppi di malumore e sfuriate. A poco a poco la Savoja si estraniò alla vita coniugale e da quella di Corte, offesa dalla condotta del marito, i cui numerosi tradimenti sopportò con la massima dignità, e si dedicò sempre maggiormente alle pratiche religiose. L’isolamento quasi continuo nel quale la Savoja visse, dapprima a Marlìa, poi alle Pianore, ne alterò gradualmente l’indole e il carattere, di modo che la sua innata pietà accennò a diventare mania religiosa. Come sovrana di Parma non lasciò alcun ricordo: fu effettivamente duchessa solo per quattro mesi, dalla morte di Maria Luigia d’Austria al 18 aprile 1848, giorno in cui Carlo Ludovico di Borbone nominò una reggenza rinunciando ai suoi diritti di sovrano, poi abbandonò il ducato per trasferirsi a Weistropp, in sassonia, da dove passò a Parigi, vivendovi come uno scapolo molto discolo. La Savoja, d’accordo con il marito, dopo la tragica morte del figlio Carlo, si ritirò in una sua villa presso viareggio, nel parco della quale fece erigere una cappella e un monumento per il figlio. Visse senza dame né cavalieri: solo il cappellano confessore abitò con lei e le uniche visite che riceveva erano quelle del suo amministratore. Negli ultimi anni visse nella sua prediletta villa di San Martino in Vignale, sulle colline lucchesi, preda troppo prematura dell’arteriosclerosi cerebrale che ne attutiva con progressione anche troppo rapida la facoltà dell’intelletto. La Savoja fu priora emerita della Compagnia del sant’angelo custode di Parma. Quando si chiuse la sua infelice esistenza, fu rivestita delle candide lane del terzo ordine di San Domenico.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia S. Angelo Custode, 1853, 49; C. Artocchini, Padrone di Parma e Piacenza, 1975, 81-84.

SBRAVATI GIUSEPPE
Parma 1743-Parma 29 ottobre 1818
Nato da Pietro Paolo, plastico anch’egli, e da Angela Folli. Sposò Angiola, più giovane di circa dieci anni. Forte del primissimo insegnamento paterno, lo Sbravati si trovò nel 1760 (come dichiarò un quarto di secolo più tardi) nell’orbita ducale della Corte di Parma, probabilmente per merito del ministro Du Tillot, del quale infatti ebbe la protezione ch’eragli di grandissimo vantaggio (Bertoluzzi). Servì per almeno cinque anni nella nuova Fabbrica della Maiolica impiantata dal Piacentini. Nel giugno 1766 questi annotò che in passato addirittura sonosi spedite in Ispagna varie Casse di Figure formate in questa stessa Fabbrica. In mancanza di altre informazioni, si può supporre trattarsi di una collaborazione con la famosa Manifattura del Buen Retiro, ex Capodimonte, che cominciò a produrre proprio nel 1760. Sembra probabile che la manifattura di Parma (e quindi lo Sbravati), più che partecipare alle decorazioni con scene cinesi e classiche nei gabinetti dei palazzi reali di Aranjuez e Madrid, realizzasse lotti di quei sontuosi servizi da tavola o di quelle numerosissime figure, gruppi e rilievi con soggetti mitologici, religiosi e di genere (pur sempre legati ai modelli partenopei) ben noti agli studiosi e al pubblico. Lo Sbravati alla metà del 1765 era presente nella classe di Jean-Baptiste Boudard in Accademia di Belle Arti a Parma, avendo forse già lasciato la Fabbrica. Ciò potrebbe sorprendere un poco, vista una certa concorrenza che sembrò esserci tra suo padre e il francese al momento di collocare sei statue in terracotta nella facciata della chiesa di San Vitale. L’inedito cronista Sgavetti, infatti, sottolinea il 22 settembre 1761 che Pietro Paolo Sbravati queste ce le a fate per sempre più farsi conoscere dal Figurista di Corte Monsieur Dubudar. In Accademia lo Sbravati vinse il 24 giugno 1765 il primo premio per il bassorilievo con Galatea ammirata dal pastorello Aci, avendo osservato un disegno leggerissimo e di giusta proporzione nelle figure, con buon gusto negli accessori. Da una sua lettera all’abate Frugoni si apprende che si ripresentò il 2 ottobre 1766 con un rilievo allegorico rappresentante il progresso della Pittura. Nel frattempo aiutava a giornata il Boudard nei suoi lavori. Questi morì il 17 ottobre 1768, cioè poco dopo che, tra aprile e agosto, Cousinet e lo Sbravati (pagato a metà dal maestro e dalla Corte) realizzassero in piccolo i modelli dei quattro obelischi istoriati previsti dal Petitot ai fianchi degli ingressi dell’utopico e mai costruito Palazzo Ducale. Esiste al riguardo, oltre a due contratti col Boudard, un foglietto volante (relativo a conti posteriori dello Sbravati) con indicato il Palazzo del Giardino come sede del nuovo atelier e la notizia che lo Sbravati dopo l’anno 1768 non ha più conseguita alcuna giornata, venendogli pagati di mano in mano i lavori che ha fatti. Anche senza l’appoggio boudardiano, nel 1770 si aggiudicò in Accademia il premio per il Nudo in modello e di lì a poco maturò l’importante commissione decorativa per l’oratorio ducale di Copermio, presso Colorno. Lo Sbravati venne iscritto nei ruoli annuali sopra la Cassa segreta del Duca e quindi non appare quasi mai in modo diretto nei minutissimi pagamenti riguardanti l’impresa. Fu presente a Copermio al tempo della partenza da Parma del Du Tillot (che fu avverso all’erezione dell’edificio), dal novembre 1771 (quando negli elenchi dei giornalieri gli risulta assegnato per la prima volta un muratore come aiutante) al 17 settembre 1772, vale a dire anche dopo l’inaugurazione dell’oratorio costruito affrettatamente. Oltre ai pasti consumati presso l’oste del luogo, i documenti restituiscono i materiali usati dallo Sbravati: dalle padelle di scagliola cotte nel forno del panettiere alle sagome per cornici e ornati e agli utensili in acciaio (eseguiti espressamente dal fabbro ducale) per modellare i rilievi della cupoletta, nel tamburo e nel cornicione sottostanti. Va notato che la fornitura di tela greggia servì per realizzare le parti troppo aggettanti ovvero gli angioletti che mascherano le quattro lunette nella cupoletta e quelli che stanno seduti sul tamburo, che infatti risultano vuoti. Gli stucchi infine vennero patinati e lucidati con olio d’oliva e cera bianca e gialla. Le varie figure componenti i gruppi degli Evangelisti nei pennacchi sono in terracotta e quindi attuate con comodo dallo Sbravati e poi applicate. Agli accurati altorilievi sono pertanto da collegare i pagamenti di fine giugno, luglio e agosto 1772 per i fornaciai Bussani di Parma, Sanini e Gandolfi, e Gerbella di Colorno, per cottura di Statue di Terra ad uso dell’O.rio di S.A.R. in Copermio ossia per ordine del Sig. Sbravati. Alla fine di agosto venne retribuito pure Nicola Piacentini (il direttore della Fabbrica della Maiolica) per la Terra manipolata, e somministrata per lo Stuccatore. Accanto allo Sbravati vi fu come aiuto il padre Pietro per almeno diciassette giornate lavorative, ma non è facile discernere il frutto di questa partecipazione. Nella facciata dell’oratorio sono in terracotta, oltre alla testa femminile che sormonta la tabella dedicatoria e ai festoni fiorati che contornano le due nicchie, anche i busti dei Santi Ferdinando e Amalia, così come lo fu la statua della Vergine del Buon Cuore per la nicchia dietro l’altare maggiore, ove fu adattata provvisoriamente a causa della sproporzione che derivò da misure mal prese. Un diarista contemporaneo ascrisse lo stile petitotiano che connota la partitura decorativa eseguita dallo Sbravati all’architetto progettista Pietro Cugini, definendolo ingegnoso assai ma mal condotto, e non conveniente alla santità del luogo, avendovi intrecciati profani simboli che servivano d’ornamento agli antichi templi delle favolose Deità. Evidentemente si riferisce al fregio nel cornicione, dove si alternano curiosamente teste di ariete classiche e sorridenti faccioni maschili entro ghirlande. Sempre secondo il diarista, altre mancanze si trovano ne’ quattro Pennachi della Cupola. Il linguaggio dello Sbravati non procede dai secenteschi Reti ma dall’espressivo barocchetto di giuliano Mozzani, con la mediazione del padre Pietro. Su Boudard è attualizzata la modellazione fremente dei panneggi, mentre l’incipiente neoclassicismo di fisionomie e pose dipende senz’altro da Gaetano Callani. La promozione ducale improntò anche la carriera dello Sbravati insegnante. Il 21 giugno 1772, proprio mentre stava ultimando la prestigiosa impresa di Copermio, venne eletto in Accademia professore aggiunto, poiché non risparmia fatica per acquistarsi un nome distinto nella Plastica. Un esposto del 1785 informa inoltre che, terminato il suo operato nella R. Chiesa di Copermio (quindi verso metà settembre 1772), fu mandato a Parma dal ministro de Llano (decaduto dalla carica il 25 ottobre) per allestire una scuola di scultura nel Palazzo del Giardino, attendibilmente nei medesimi locali che lo videro attivo durante gli ultimi mesi di vita del Boudard. Nel 1807 lo Sbravati venne censito come abitante ancora nel Palazzo. Il conte Castone della Torre rezzonico, segretario dell’Accademia, ebbe l’incarico il 20 febbraio 1773 di far stimare dai professori alcuni lavori dello Sbravati eseguiti per servizio ducale, dei quali non restano altre notizie. Dai manoscritti dello Scarabelli Zunti, le cui fonti documentarie restano ignote, si ricava invece che circa nello stesso anno lo Sbravati pensò di realizzare di propria iniziativa i ritratti a mezzo busto della coppia ducale ferdinando e Amalia di Borbone, facendosene inviare da Carrara i marmi abbozzati da Giovanni Cybei, senza però retribuirlo. Questi pazientò due anni, ossia sino al 1774-1775, quando, accortosi che le sculture ultimate erano già state accolte e pagate dalla Corte, risolse di denunciare lo Sbravati, ottenendone l’incarcerazione in Cittadella. Le opere in questione vanno identificate senz’altro con quelle citate in una lista di lavori parte Ordinati e parte acetati a fine di asistermi compilata dallo Sbravati verso il maggio del 1780: Due ritrati che sono in Academia Presi dal fu Marchese Canosa ed auto a Conto L. 2.400 che sara cinque ani e giudicati molto. In origine i rilievi si trovavano nel refettorio del convento dei domenicani annesso alla chiesa di San Liborio a Colorno. Presso l’Istituto Toschi è identificabile il solo ritratto in bassorilievo tondo (recante ancora la cornice originale) della Duchessa vista di profilo, ascritto ad anonimo accademico del 1774 circa. Da una lettera del 4 maggio 1775 del Rezzonico (la cui preoccupazione era salvaguardare i privilegi goduti comunque dai membri dell’Accademia), si apprende che in carcere lo Sbravati aveva contratto nuovi debiti. Il mediatore chiese una dilazione di due mesi per il saldo, dato che lo Sbravati, traslocato in Pilotta nelle stanze delli Galeotti dove per ordine di Madama deve travagliare, stava realizzando un busto a tutto tondo del duca Ferdinando di Borbone che si conservava provvisoriamente nel gabinetto della duchessa. Secondo lo Scarabelli Zunti, fece parte della commissione caritatevole anche il busto della medesima Amalia: per il primo è certo comunque che il Duca si limitò a far somministrare il materiale. Era previsto che l’opera venisse terminata appunto nel mese di luglio, ma sembra sicuro trattarsi del marmo che fu giudicato in Accademia (assieme a una terracotta) tra il 24 e il 30 maggio 1776, allo scopo di ammettere lo Sbravati al corpo dei consiglieri con voto. Dovrebbe essere quindi il busto, firmato e datato 1776, conservato nella Galleria Nazionale di Parma, ove reca erroneamente l’attribuzione collaborativa col detto Cybei: ne connotano lo stile il moto naturale della testa, la politezza delle superfici e il marcato tondeggiare dei volumi. Nel secondo Ottocento il marmo si trovava presso la seconda galleria della Biblioteca Palatina. A Colorno nel 1777 stava per essere terminata la prima versione della chiesa ducale dedicata a san Liborio, ove lo Sbravati intagliò dall’anno prima elementi del coro (compreso un bassorilievo sopra la porta di mezzo) e del portone d’ingresso. L’Ufficio delle Fabbriche gli ordinò, come si evince dall’incipit di una memoria autografa stesa alcuni anni dopo, un gruppo di statue lignee da realizzare nel mese di giugno, oppure alla metà di luglio. Avvenne però che a conto già saldato, col relativo ribasso, le opere furono riordinate con dimensioni maggiori, sostituendosi a due angeli panneggiati le figure dei Santi Domenico e Caterina da Siena complete dei loro attributi iconografici. Il gruppo finale venne composto, oltre che da queste, dalle statue più semplificate della Fede, Speranza, Carità e Giustizia e da otto Puttini per l’ancona principale, da quattro Cherubini (di due diverse dimensioni) per la mensa e da due Puttini per il tabernacolo dell’altare maggiore (sopravvivono nella sagrestia i Santi Domenico e Caterina da Siena, ridotti a busti sicuramente dal medesimo Sbravati nel 1792, mentre la Fede e la Carità sono nell’abside della chiesa parrocchiale). L’accentuata stilizzazione neoclassica delle due figure dorate richiama all’istante lo straordinario portacero pasquale, sempre in legno dorato, in San Giuseppe in Parma, strutturato coi simboli degli Evangelisti. L’originale ideazione spetta con certezza a Gaetano Callani, ma potrebbe non essere remota la probabilità che lo Sbravati ne sia stato l’esecutore materiale. Dal canto suo, il Duca in persona commissionò allo Sbravati per San Liborio, presumibilmente verso la seconda metà del 1777, un busto portatile della Madonna del Rosario con Gesù Bambino, in sostituzione del gruppo a figure intere previsto in un primo tempo, i busti grandi più del vero delle Sante Caterina Romana e Margherita sopra le porte ai lati dell’altare maggiore e la Cena in Emmaus, con architettura, nella portella del tabernacolo. La Santa Margherita nella prima metà del novecento era presso la collezione di Glauco lombardi a Colorno, come attesta una foto d’archivio. Appare di pretto gusto boudardiano la modellazione fremente della corona di fiori, dei capelli e dei panni. Probabilmente vennero dopo il 1777 un’altra Madonna, che il Duca regalò, e il Davide che suona l’arpa per il letturino del coro (la statuetta, in legno naturale, è stata ascritta anche a Giovanni Prati), nonché altri due Puttini non richiesti per il tabernacolo. Nella lista di lavori parte Ordinati e parte acetati dal Duca per San Liborio appaiono pure i tre bassorilievi ovali con Santi domenicani che decorano il pulpito della navata, forse iniziati il 17 agosto 1779, e un Cristo spirante quasi al Naturale per il refettorio dell’annesso convento domenicano, terminato prima del settembre 1780. L’opera va identificata con quella realistica, in legno dipinto (in San Liborio), ritenuta proveniente da San Pietro Martire a Parma e ascritta al Guiard, pur se in modo dubitativo. I pagamenti dilazionati per tale complesso servizio ducale, in parte compiuti da Antonio Furlani, architetto della fabbrica liboriana, vennero curati in Accademia (i cui professori fornirono le perizie) dal segretario Castone Rezzonico e dal direttore Ascanio Scutellari tra il maggio e l’ottobre del 1780. Le pressioni del sempre più indebitato Sbravati furono mitigate dalla clausola che gli imponeva la contemporanea soddisfazione dei suoi vari creditori, mentre il computista Garnier, il 20 e il 21 ottobre, contestò specialmente il tabernacolo coi due angeli non richiesti. Tra il 12 e il 15 ottobre 1780 e il 19 febbraio 1781 rimase nel palazzo di Colorno a disposizione del duca Ferdinando di Borbone per ritrarlo sia in medaglione (forse quello che appare nel ritrattino dello Sbravati eseguito dal Collina verso il 1783/1786), sia in busto, entrambi di terracotta: opere che il Duca conservò nel proprio appartamento. Infatti, in un inventario del 1802, il busto venne citato come esistente, sopra apposito piedistallo, nella sala da pranzo. Di una Medaglia di cera non restano invece ulteriori notizie. Tornato a Parma, tra il 20 febbraio e il 15 novembre del 1781, lo sbravati trasse da questi originali dei controstampi per ricavarne quattro coppie di multipli in scagliola. All’operazione sono collegabili quattro richieste di pagamenti datate nel mese di maggio. La prima coppia restò naturalmente nell’appartamento del Duca a Colorno, la seconda in quello della Duchessa, probabilmente nel palazzo di Parma, la terza venne ritirata dal ministro Prospero Manara e l’ultima dal direttore dell’azienda Girolamo Obach, il quale donò il busto al Collegio ducale di Parma. Non si conosce la destinazione di altri due busti, sempre in scagliola, mentre un terzo in terracotta andò al Pretorio di Colorno. Forse quest’ultimo è identificabile con quello, patinato a bronzo, conservato presso la Pinacoteca Stuard e indicato come di scuola del Boudard. Terminati i multipli, tra il 15 novembre 1781 e il 14 dicembre 1782 lo Sbravati si occupò della decorazione nella facciata di Santo Stefano a Colorno. Come nel caso dei pennacchi dell’oratorio di Copermio, optò per la non usuale tecnica della terracotta applicata, attuando con comodo nel suo atelier di Parma le due figure della Fama, in seguito mutilate, reggenti lo stemma ducale per il timpano curvo, e un medaglione con testa femminile e ghirlande per la cimasa della finestra sottostante. Anche in queste figure volanti la modellazione marezzata sembra più fedele al tardo barocchetto di Boudard che al precoce neoclassicismo del Callani. contemporaneamente, nella primavera del 1782, lo Sbravati realizzò attrezzi in tela stuccata e particolari dei costumi per l’opera Alessandro e Timoteo, allestita dallo scenografo Pietro Gonzaga nel Teatro Ducale. Si trattava delle serpi recate dalle Furie, di fiaccole, di dodici vasi e altrettante coppe e della celata per l’elmo di alessandro, nonché degli ornati, zampe di tigri e teste per i costumi. I pagamenti per questo lavoro furono contrastati, protraendosi almeno dal dicembre 1782 alla fine di marzo del 1783, previo l’interessamento dei periti Luigi feneulle, architetto, e Benigno Bossi, stuccatore. Appena terminate le terrecotte per la facciata di Santo Stefano a Colorno, cioè alla fine del 1782, lo Sbravati intraprese il suo lavoro ducale più prestigioso, ovvero la colossale Statua rappresentante il Sig.r Infante nostro R.I. Sovrano vestito da Eroe alla foggia di quella di Ludovico il Grande. L’opera venne spesso citata tra il 1783 e il 1785 nelle richieste di acconti dirette al ministro Manara (10 e 27 settembre e 22 ottobre 1784, nonché quelle del 4 e 18 febbraio 1785). Nelle carte si nota la costante recriminazione dello Sbravati nei confronti della Corte per non avergli concesso una pensione fissa, paragonando continuamente la sua paga saltuaria a quelle regolarmente percepite dai colleghi Guiard e Bossi e dall’architetto Petitot. Il Duca andò a visitare lo studio dello Sbravati il 18 febbraio 1785, restando assai contento della somiglianza, come pure ammirò altri lavori suoi e dei suoi allievi. La grande statua in terra cruda venne collaudata il 6 luglio, oltre che da Feneulle e Bossi, dal pittore Pietro Melchiorre Ferrari e poi esposta al pubblico. Lo Sbravati nei quattro mesi successivi, ossia fino al novembre 1785, trasse da solo da questo modello, che era di una mole non indiferente, un controstampo composto di quarantatré pezzi ben ripuliti e assemblati, dal quale uscì un secondo modello in scagliola, evidentemente in previsione di un marmo finale. Annunciando direttamente al Duca la riuscita di tale modello, lo Sbravati rilevò con orgoglio (esternando nel contempo, pur se in modo sgrammaticato, la sua fede nello stile neoclassico) che certamente o procurato d’impiegare tutti li miei talenti e le magiori mie premure, al fine di darci il caratere di statua Colosale a la fogia dei primi maestri Greci per cui ne studio le tracie considerando una semplice testa Grecha o del famoso Michelangelo unico imitatore conoscho se campai li Ani di Nestore non sarei mai Scultore e studio sempre e studiero per fare qualche cosa di pasabile perche l’arte e lunga e la vita breve. Del capo d’opera così scrisse lo Scarabelli Zunti nel secondo Ottocento: Nella prima Sala dell’Archivio segreto del Comune si vede la statua maggior del vero del Duca D. Ferdinando I vestito di clamide guerriera e manto ducale con appiedi l’elmo e la spada nella guaina, fatta qui collocare dal Co. Antonio Ceretoli il 21 ottobre del 1802, come sta scritto sulla base del monumento onorario (trasloco avvenuto quindi quattordici giorni dopo la morte improvvisa del Sovrano). Lo Sbravati fu attivo contemporaneamente per la Zecca di Parma: presentò il conto il 17 settembre 1784, ma cinque mesi dopo (22 febbraio 1785) stava ancora attendendo il denaro per un ritrattino originale del Duca, che nel frattempo era stato rubato. Una supplica non datata, che lamenta i mancati pagamenti per la versione in creta della grande statua, rivela poi che lo Sbravati di buon grado sofrì avendo tra le mani il Busto di Marmo di V.A.R. per li Padri Domenicani di Colorno e che stava eseguendo un Cristo policromo, forse in terracotta, per gli agostiniani, probabilmente quelli di Parma, la cui chiesa venne rinnovata nel 1786. Infine, prima del novembre 1785, offrì in dono alla Corte, sempre per agevolare l’ottenimento di acconti, un Ecce Homo grande al naturale, forse identificabile col mezzo busto su base, colorato e caratterizzato da un ruvido realismo, già nella collezione Glauco Lombardi a Colorno (proveniente, secondo una nota autografa, dal Monte di Pietà di Parma) e poi nei depositi dell’omonimo museo. Dopo il duplice modello per la grande statua del Duca mai realizzata, i rapporti dello Sbravati con la Corte si ridussero a ulteriori prestazioni per la Zecca. Nel 1786 fornì una piciola medaglia del Ritratto di V.A.R., il cui prezzo venne contestato, trattandosi di un Ritratto già vecchio, ed imperfetto, cioè spezzato. Come annotò Glauco lombardi, esisteva però una supplica del 30 marzo 1787, con allegata lista di scolari, relativa al saldo di servizi e lavori non meglio identificati. Le otto statue degli Dèi poggianti sulla balaustra nella facciata del Palazzo del Governatore a Piacenza dovrebbero aggirarsi tra il 1784, data che appare su una lapide dedicata al Duca (probabile donatore delle opere) con incorniciatura tipica dello Sbravati, e il 1787, anno (non sicuro) del completamento dell’edificio. Tra le figure un poco malriuscite (forse lo Sbravati ne diede solo i disegni) e ancora di gusto barocchetto, si nota la copia quasi esatta della Flora Farnese nell’Istituto Toschi di Parma, che il suo maestro Boudard aveva tratto dall’esemplare ellenistico. Nella rinnovata chiesa di San Liborio a Colorno lo Sbravati realizzò delle altre teste di leone nell’aggiunta ai precedenti stalli del coro, fornendo, entro giugno 1792, i modellini in cera per la fusione dei due piccoli Angeli adoranti l’Agnus Dei nella cimasa e della Fede e Speranza (nello stile del Boudard) ai lati dello sportello nel tabernacolo dell’altare maggiore. Prima di settembre eseguì in legno dorato i due angeli che reggono la mitria e i due adolescenti seduti nella cimasa dell’ancona principale, il cui neoclassicismo appare meno sentito di quello che appiomba la Fede e la Carità, già decoranti l’ancona del 1777. Il 5 giugno 1795 lo Sbravati chiese acconti al ministro Ventura per un lavoro che avrebbe concluso a fine mese, assieme a due allievi: È lungo tratandosi di Molti Modeli e Molte Forme di già fate come pure tute le Cere. Da una lettera del 18 novembre si apprende che per questo lavoro lo Sbravati non era ancora stato saldato. Le fusioni in bronzo implicarono l’architetto Feneulle e gli argentieri Froni, Bonani e Vighi. Intanto lo Sbravati minacciò di cessare la fornitura dei modelli successivi. Con l’avvento di napoleone Bonaparte le ordinazioni ducali dovettero ben presto esaurirsi, ma si sa che lo Sbravati godette di una sovvenzione annuale di milleduecento lire tra la riapertura dell’Accademia, nel maggio 1797, e la morte del duca ferdinando di Borbone, nel 1802. Tra i lavori andati perduti va ricordata la decorazione della facciata e dell’interno di Sant’Ambrogio (verso il 1778), il Ritratto del conte Antonio Bertioli e il Busto del medico Giuseppe Ambri (quest’ultimo lavoro venne riprodotto dai Bacchini in una litografia Vigotti). Pure se non esiste prova documentaria che venisse tradotto in marmo, presso la Galleria Nazionale di Parma s’identifica con quello del Bertioli un busto di uomo maturo abbigliato molto semplicemente, la cui ascrizione allo Sbravati sembrerebbe comunque corretta grazie alla volumetria tondeggiante e alla politezza del modellato. Tra i lavori perduti primeggia l’apparato plastico della macchina funebre eretta per commissione civica in onore del Duca dall’architetto Donnino Ferrari il 15 dicembre 1802 nella chiesa della Steccata. A testimonianza dell’importante impresa effimera, realizzata dallo Sbravati in poco più di due mesi, rimane un’incisione di Paolo Bernardi allegata all’edizione bodoniana dell’Orazione del Giordani (1803). Un ultimo, notevole progetto rimase irrisolto, proprio come la statua del Duca vestito all’antica. Lo Sbravati presentò il 1° dicembre 1811 all’esposizione di oggetti d’arte in Accademia une statue en terre cuite, qui represente, mais tout-a-fait en petit, le Grand Napoleon en habit Impérial. La mossa promozionale sortì il suo effetto il 3 aprile 1812, quando il sindaco Leggiadri Gallani comunicò al direttore Pietro De Lama di avergli commissionato un Buste colossal de Napoléon le Grand, en marbre statuaire de Carrara, da porsi appunto nell’istituto entro apposita nicchia. Dal preventivo, vergato sette giorni dopo, si evince che avrebbe dovuto essere preceduto da un modello in argilla e da un calco in gesso, per ricavarne due copie, nonché dalla decorazione a stucco della nicchia, col manto imperiale, rami di palme, allori e targhe, una delle quali rappresentante Parma. Lo Sbravati, anche se sprovvisto del formale contratto, approntò il modello molti mesi prima dell’8 dicembre, giorno in cui supplicò di avere la prima delle rate convenute, ma neppure dopo il 17, e nonostante l’apprezzamento mostrato dal publico, il sindaco andò ad approvarlo. Negli atti dell’Accademia relativi al 1806 (in Archivio di Stato di parma) dello Sbravati è scritto a titolo esemplificativo: On voit de lui une foule d’ouvrages en bois et en terre cuite. Tralasciando alcune opere minori (perlopiù mezzi busti di Ecce Homo) che gli vengono attribuite, si può ricordare il notevole gruppo, forse databile verso il 1782, sopra l’altare maggiore in San Giuseppe con Dio Padre in una gloria d’angeli, eseguito in altorilievo in tela stuccata e dipinta, e la Sacra Famiglia, composta da distinte statue a tutto tondo in terracotta colorata, una tecnica mista già adottata nella decorazione di Copermio. Consuete le fisionomie tondeggianti ed espressivamente ironiche e i panneggi marezzati di gusto boudardiano-callaniano. Le prime si ritrovano nel grazioso altorilievo con la Divina Pastora, sempre in terracotta dipinta, in San Pietro d’Alcantara, cui giunse nel 1800 da una cappelletta. In Santa Maria delle Grazie il policromo Cristo morto con un putto piangente, forse la miliore opera in terra cotta dello Sbravati (Malaspina), pare sia pervenuto nel 1790 da una nicchia esterna. La tipologia drammatica e il modellato naturalista rammentano strettamente il Cristo spirante del 1779 in San Liborio a Colorno. Anche per questo vi è il sospetto che si tratti del ben documentato Cristo deposto dalla Croce di Grandeza Naturale e di intero rilievo, eseguito dallo Sbravati in terracotta policroma, tramite diciotto sedute dal vero, tra l’ottobre-novembre del 1775 e il 10 aprile del 1776 per il vano sotto l’altare nella cappella dell’Addolorata che le ducali Guardie del Corpo possedevano nella chiesa della Trinità dei Rossi. La realizzazione della commissione fu tormentata, proprio come per quelle ricevute dal Sovrano. Dopo i primi dissapori, lo Sbravanti, volendo essere ammesso tra i consiglieri con voto, ne approfittò per mostrare il Cristo morto in Accademia tra il 24 e il 30 maggio 1776, insieme al busto in marmo del duca Ferdinando (Galleria Nazionale), meritando publici sufragi. L’opera però rimase nell’atelier per ben undici anni, finché il 4 aprile 1787 l’incaricato Guido Meli Lupi chiese all’autorità ducale di poterla rifiutare definitivamente. Il Ritratto di Mederico Moreau de Saint-Mery, in terracotta, della collezione Gambara (esposto alla mostra dell’accademia nel 1952), va identificato senza dubbio col busto del presidente dell’istituto, che stava per essere acquistato nel 1806, come attestano gli atti in Archivio di Stato di Parma. La datazione al 1789-1790 per la più importante impresa pubblica dello Sbravati, le cinque statue e gli altorilievi in pietra nella grande facciata di Sant’Agostino a Piacenza, è ricavabile da memorie manoscritte locali. La supervisione architettonica toccò all’accademia, la quale probabilmente ebbe modo di raccomandare lo Sbravati, figura ormai emblematica della scultura nel Ducato, fors’anche per le statue nel Palazzo del Governatore affacciantesi sulla centralissima Piazza Cavalli. Vista la molte dei lavori, sembra plausibile che lo Sbravati si sia valso di allievi e collaboratori. Si nota comunque il passaggio dalle nostalgie barocchette dei Santi Ubaldo e Leandro, ai lati degli ingressi, alle forti stilizzazioni neoclassiche delle soprastanti figure angeliche. Lo stipendio di tremila lire percepito dallo Sbravati in Accademia in qualità di professore emerito venne confermato come carico del Comune da Maria Luigia d’Austria il 16 aprile 1816. Attendibilmente l’emolumento fu tramutato poco dopo in pensione annuale di settecento franchi, anche perché il biografo Bertoluzzi rammentò, ancora vivo lo Sbravati, il colpo appopletico da cui fu colpito tre anni fa, che lo rese di peso a se stesso e oggetto di duolo continuo alla famiglia e agli amici. Fu sepolto nel nuovo cimitero pubblico detto della Villetta. Nonostante la sua notevole carriera pubblica, lo Sbravati è ricordato soprattutto per la produzione di piccole terrecotte caricaturali, frutto a evidenza dell’esperienza giovanile nella Fabbrica della Maiolica. L’originale specializzazione, collegabile ai mondi figurativi di Callot e Ceruti, non trova paragoni facili, se si escludono i soggetti popolari che animano i presepi napoletani, genovesi o bolognesi.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma: A. Sgavetti, Cronaca, 1746-1771, Raccolta manoscritti, n. 23, al 22 settembre 1761; Computisteria farnesiana e borbonica, Spese di Colorno 1771, busta 897, documenti del 25 novembre e del dicembre (1 e 31); Spese di Colorno 1772, busta 898, documenti del novembre e 17 dicembre 1771; aprile-settembre 1772 (30 aprile, 30 giugno, 6-24 e 31 luglio, 26-28 e 31 agosto, 17 settembre); Epistolario scelto, busta 24, fasc. Sbravati Giuseppe, 42 documenti (alcuni in più fogli e senza data) raccolti non in ordine cronologico ma scalabili tra il marzo 1772 e il 5 giugno 1795; Istruzione pubblica, R. Accademia di Belle Arti (1766-1785), busta 30, documenti del 20 febbraio 1773, 4 e 5 maggio 1775, 10 aprile 1776, fine 1786-inizio 1787, inizio e 4 aprile 1787; Atti dell’Accademia Imperiale, 1806 (due segnalazioni di Guglielma Manfredi); Ruolo dei provvigionati borbonici, vol. 41, 1766-1805, f. 720, voce Marianna Sbravati; Corti borboniche di Lucca e Parma, inventario dei Mobili, Utensiglj, Arredi, ed Altro, che esiste nel Regio Ducale Palazzo di Colorno, 30 novembre 1802, busta 2, fasc. 11, f. 12 r.: Archivio del comune, Belle Arti, busta 4149, documento del 30 settembre 1773; Autografi illustri, busta 4402, fasc. 35 (Sbravati Giuseppe), documenti del 1° giugno 1783, 18 novembre 1795, 8 e fine dicembre 1812; Archivio Accademia di Belle Arti, Parma: busta anno 1765, al 24 giugno; Carteggio, vol. 1764-1768, f. 3, documento del 2 ottobre 1766; Atti, vol. I (1770-1793), f. 17, al 21 giugno 1772, f. 69, 70, 74, ai 24 e 30 maggio, 5 giugno 1776; busta anni 1802-1816, documento del 10 aprile 1812; Archivio Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici, Parma: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, seconda metà dell’Ottocento, vol. VIII, f. 261 r. e v., 262 r., 263 r., 264 r., 265; E. Scarabelli Zunti, Guida storica e artistica di Parma, vol. I, f. 10; Biblioteca Palatina, Parma: C. malaspina, Materiali su artisti parmensi, 1860-1886, manoscritto Parmense Misto C 30, f. 385 r.; Archivio Rocca Meli Lupi, Soragna: Gazzetta patria (diario del segretario del principe Guido Meli Lupi), seconda metà del Settecento, armadio 3, p. 3, r. 1, n. 2, circa al 4 settembre 1772; Archivio privato: G. Lombardi, Schede, primi decenni del Novecento circa (copie da documenti già in Archivio di Stato a Parma: Ruolo delle persone soddisfatte dei loro assegni annuali sopra la Cassa segreta a tutto il 1771, Decreti e rescritti sovrani, vol. 16, 1772, n. 58; Carteggio d’azienda, busta 295, settembre 1784, ai giorni 10, 17 e 19, busta 296, ottobre 1784, ai giorni 15 e 22, busta 300, febbraio 1785, ai giorni 1, 4, 18 e 22, busta 305, luglio 1785, ai giorni 6 e 15, busta dicembre 1786, al giorno 18, busta 323, marzo 1787, ai giorni 20, 21, 27 e 30, busta settembre 1787, al giorno 21; Archivio privato: G.B. Gabbi, Storia antica e moderna di Parma, circa 1819-1824, vol. I, f. 71; P. Donati, Nuova descrizione della città di Parma, Parma, 1824, 92, 105,127, 138; P. Martini, La scuola parmense delle Arti Belle e gli artisti delle provincie di Parma e di Piacenza dal 1777 al 1862, Parma, 1862, 10; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877, 407; Esposizione parmense di Arte Antica, catalogo, Parma, 1880, 91-93; N. Pelicelli, Guida di Parma, Parma, 1906, 157, 167; G. Lombardi, La Reale Fabbrica della Maiolica in Parma, in Archivio Storico per le province Parmensi 1929, 104-105, 111; A. santangelo, Inventario degli oggetti d’arte d’Italia, III, provincia di Parma, Roma, 1934, 63,84, 208, 209; N. Pelicelli, voce Sbravati Giuseppe, in U. Thieme-F. Becker, Allgemeines Lexicon der bildenden Künstler von der Antike bis Gegenwart, v. XXIX, Leipzig, 1935, 517-518; G. Allegri Tassoni, Mostra dell’accademia parmense, catalogo, Parma, 1952, 19, 25, 41, 43; G. Copertini, Pittori parmensi dell’Ottocento, in Archivio Storico per le Province Parmensi IV 1954, 162 e nota; G. Borghini, L’incisione e la litografia piacentina, Piacenza, 1963, 80; I. Dall’Aglio, La Diocesi di Parma, vol. I, Parma, 1966, 161, 427; B. Colombi, Alla Corte di Don Ferdinando dal diario di due cortigiani, e G. Bertini, L’Oratorio di Copermio e problemi del neoclassico parmense, in Proposta n. 3 1973, 39, 44-49; M. Pellegri, G.B. Boudard statuario francese alla Real Corte di Parma, Parma, 1976, 155-157, 162-163; F. Arisi, Cose piacentine d’arte e di storia, Piacenza, 1978, 122, 132, 403; F. da Mareto, Chiese e conventi di Parma, Parma, 1978, 157, 221, 230, 241; G. Bertini, Colorno, una guida, Parma, 1979, 48-50, 57, 59, 60, 75, 84, 97, 98; B. Colombi, Dall’epistolario dei principi di Soragna lettere di artisti, in Parma nell’Arte II 1979, 115; A.M. Matteucci, Palazzi di Piacenza dal Barocco al neoclassico, Torino, 1979, 81-82; G. Cirillo-G. Godi, Le vite di artisti settecenteschi del Bertoluzzi, in Parma nell’Arte II 1980, 86-87; M. Pellegri, Colorno Villa Ducale, Parma, 1981, 112, 115, 116, 120, 121, 194; G. Cirillo-G. Godi, Il mobile a Parma fra Barocco e Romanticismo 1600-1860, Parma, 1983, 177, 184, 261; G. Godi, Appunti sull’antiquariato a Parma, in Parmantiquaria, Parma, 1983, 16; R. Rota Jemmi, L’architettura e gli arredi delle chiese del territorio di Torrile, in Ambienti, architetture e arredi. Analisi del Territorio di Torrile, Parma, 1983, 57; G. Cirillo-G. Godi, Guida artistica del Parmense, vol. I, Parma, 1984, 199, 200, 211, 221, 223-225, 227, 230, 233, 234; G. Godi-G. Carrara, Fondazione Museo Glauco Lombardi, catalogo, Parma, 1984, 236; M. Pellegri, Il Museo Glauco Lombardi, Parma, 1984, 20; G. Cirillo-G. Godi, Guida artistica del Parmense, vol. II, Parma, 1986, 205, 293; A. Musiari, Neoclassicismo senza modelli. L’Accademia di Belle Arti di Parma tra il periodo napoleonico e la Restaurazione (1796-1820), Parma, 1986, 19, 21, 22, 26, 27, 37, 78, 81, 85, 87, 204, 244, 247 (nota 135), 249 (note 159, 162), 252 (note 228, 231), 257 (nota 318), 258 (note 331, 336), 263 (note 419, 427); M. Pellegri, testimonianze delle vicende umane intercorrenti dal 1773 al 1788 dello scultore Laurent Guiard al servizio della Real Corte di Parma, in Parma nell’Arte 1988, 70, 71-72, 75-76, 87; M. Pellegri, Concorsi dell’accademia Reale di Belle Arti di Parma dal 1757 al 1796, Parma, 1988, 19, 61, 91; Faenza 1931, IV e V; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 378; Bertini, 1975, 223; Po 3 1994, 31-50.

SBRAVATI PAOLO
Parma 1831
Tenente aiutante, durante i moti del 1831 fu il primo che andò a incontrare il generale zucchi fuori di Porta Santa Croce e passò all’albergo Gambero per complimentarlo a nome dell’ufficialità. Fu processato ma non condannato.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831 in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 208.

SBRAVATI PIETRO PAOLO
Parma 1721 c.- Parma gennaio 1792
Fu passabil intagliatore in legno al servizio della Corte di Parma dall’ottobre 1784.
FONTI E BIBL.: Bertoluzzi, 316 r. (ediz. 1980, 86); Janelli, 1877, 407; Il mobile a Parma, 1983, 261.

SBRUZZI CRISTOFARO
Parma 1859
Fu deputato all’Assemblea dei rappresentanti del popolo di Parma nel 1859. Fece parte del 2° ufficio.
FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F.Ercole, Uomini politici, 1942, 149.

SBRUZZI LICINIO
San Secondo Parmense 31 ottobre 1868-Chidane Meret 1 marzo 1896
Figlio di Aristide e di Tommasina Rossi. Tenente dell’Esercito italiano, chiese di lasciare il 14° Reggimento fanteria e di arruolarsi nel Regio Corpo Truppe Coloniali: sbarcò a massaua il 4 novembre 1894. Dai Cacciatori d’Africa fu trasferito, dietro sua richiesta, alle Truppe Indigene già operanti, raccolte frettolosamente dal Baratieri per far fronte alle minacce di Bas Mangascià e di Batà-Agos. Lo Sbruzzi venne dapprima incaricato di presidiare Saati poi il 3 gennaio 1895 assunse il comando del Forte di Ghinda, con funzioni anche di giudice. A Ghinda rimase sino alla fine della prima e breve campagna tigrina. Lasciata Ghinda, passò a Cheren. Da Cheren lo Sbruzzi (attraversando quasi tutta la Colonia col 2° Battaglione Indigeni) raggiunse il 20 giugno 1895 Càssala, continuamente soggetta alle scorrerie dei Dervisci. nell’ottobre 1895 fu destinato, con pochi ascari eritrei e una banda d’irregolari, al comando del fortino di Ela-Dal, in pieno deserto, a tre giorni di marcia da Càssala verso Agordat, a vigilanza e protezione delle comunicazioni contro i colpi di mano dei Dervisci. Poco tempo dopo fu chiamato verso i confini sud della Colonia, dove conversero tutte le forze armate etiopiche. La 1a compagnia del capitano Barbanti (VIII Battaglione Indigeni agli ordini del Maggiore Gamerra, che faceva parte della Brigata Albertone) alla quale fu assegnato lo Sbruzzi, con un lungo tragitto raggiunse Mai Mafalès, presso Adi Ugri. Incendiò e distrusse parte di Adua per rappresaglia dopo Amba Alagi, occupò, dopo un breve ripiegamento su Adrigat, le dominanti posizioni di Hedagà Hamùs e Mai Uegheltà e si trovò, infine, sulle alture del colle di Chidane Meret all’alba del 1° marzo 1896. Appena arrivati sul colle, vi trovarono il 1° Battaglione Indigeni seriamente impegnato: le truppe italiane compirono prodigi di valore, ma il nemico, venti volte superiore per numero, incalzava e premeva da tutte le parti. Per frenarne l’impeto aggressivo e allentare la stretta, il maggiore Gamerra comandò un disperato contrattacco. Fu durante tale azione che il tenente Annibale Sori, compagno di combattimento dello Sbruzzi, vide il Tenente Sbruzzi, che fino a quel momento aveva comandato e diretto il fuoco con la massima calma, slanciarsi e guidare per ben due volte all’assalto i suoi ascari; precipitare dal muletto uccisogli sotto; rialzarsi e continuare a piedi il combattimento, eccitando, trattenendo, disciplinando l’azione dei suoi; salire, sfinito di forze, sul mio muletto, proseguendo insieme sullo stesso muletto la terribile lotta, finché lo Sbruzzi stramazzò a terra una seconda volta. Lo Sbruzzi poté rialzarsi quasi subito, per gettarsi di nuovo nella mischia furibonda. Cadde poco dopo crivellato di proiettili al capo e al fianco sinistro mentre, riuniti i pochi ascari superstiti, tentava ancora di arginare l’irrompente nemico. Morì a 28 anni d’età. Alla sua memoria venne concessa la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la motivazione: Combatté valorosamente alla testa del suo reparto, lasciando la vita sul campo.
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie parmensi nella conquista dell’Impero, Parma, Fresching, 1937, 91-92; Decorati al Valore, 1964, 115.

SBUTTONI LUIGI
Gravago 5 marzo 1816-Savona 1894
Iniziò gli studi nel Seminario di Piacenza e nel 1835 entrò nel collegio Alberoni. Fattosi prete delle Missioni, fu assunto all’insegnamento delle matematiche, nelle quali eccelse. trascorse gli ultimi anni di vita nel collegio dei Missionari in Savona, ove morì all’età di settantotto anni.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 392.

SCACCABAROZZI LUIGIA
1823 c.-Parma
Figlia di Francesco e di Angiola Giuseppina Brumani. Nel 1843 sposò il marchese Guido dalla Rosa Prati: dal matrimonio nacquero Francesco e Paola. Il 29 dicembre 1846 venne nominata Dama di palazzo: la marchesa Litta Modignani, dama d’onore della duchessa Maria Luigia d’Austria, le comunicò l’avvenuta nomina precisandole in una lettera del dicembre 1846 che l’Augusta Sovrana con motu proprio 10 dicembre 1846 n. 4491 la nomina sua Dama di Palazzo per le rare doti onde Ella è adorna.
FONTI E BIBL.: A.V.Marchi, Figure del Ducato, 1991, 30.

SCACCAGLIA ARNALDO
Corcagnano 1913-4 aprile 1997
Compì gli studi all’Istituto d’arte Paolo Toschi di Parma. Poi eseguì vari lavori di decorazione e restauro, partecipando a mostre provinciali, regionali e nazionali. La sua fu una pittura robusta, dai colori caldi, giocati sulle terre e sui rossi arancio accesi, mentre nella scultura (che portò avanti parallelamente) amò forgiare ritratti di amici e personaggi di Parma. Il suo post-cubismo elaborato e il suo impegno sociale lo portarono subito al successo: nel 1945 vinse il Premio Suzzara, nel 1951 il Premio provinciale di Parma per la scultura, nel 1954 il Sant’Ilario d’Enza, nel 1955 ancora il Premio Suzzara, poi il Premio Rinascente alla Biennale di Milano, il San Martino di noceto, il regionale di Fidenza e il parmigianino a fontanellato. Dopo una decina d’anni di silenzio, dedicati a diversi interessi (lo Scaccaglia, con Zoni, Corradini e Tosi creò il sindacato pittori, mentre nel 1980 fu tra i fondatori dell’associazione parmense artisti), alla fine degli anni Sessanta tornò alle mostre nella Galleria del Teatro di Parma. Lo scaccaglia organizzò il centro culturale comunale di Parma, prima nelle stanze accanto al Ridotto del Teatro Regio e poi in via Mameli. Inoltre curò con intelligenza e meticolosità l’illuminazione del castello di Fontanellato. In occasione del ritorno dello scaccaglia alla Galleria del Teatro, Marcheselli scrisse tra l’altro: Queste tele rigogliose accusano Scaccaglia, per non aver impegnato, in particolare nel momento di splendore del neo-naturalismo, le sue doti secondo un filone che costituisce la linfa di tutta la produzione dell’artista. Sono le vive pannocchie le pietre miliari di questo discorso di pittura a piene mani, di vegetazione carnosa, di rossi e di bruni impastati, di luci blu, materia più che luce vera e propria. E, attraverso le pannocchie, Scaccaglia racconta di sé, del proprio bisogno di affondare le mani in una pittura di qui e senza tempo, anche se si potrebbero ricercarne le origini in certa cézanniana maniera di essenzializzare e inquadrare. Quadri freschi, brulicanti di elementi, anche se su temi limitati; quadri padani, ma non abbandonati alla sensibilità larga degli oggetti deformati, bensì colti, avvertiti e mescolati in misura giusta. Dello Scaccaglia, oltre a una mostra antologica, ancora alla Galleria del Teatro, e a una selezione di periferie realiste degli anni cinquanta alla Bottega di Giovati a Parma, va ricordata una mostra tenuta nel 1977 alla calleria Giordani di via Cairoli, sempre a Parma, per la quale fu scritto: È il caso di Arnaldo Scaccaglia, dalla pittura apparentemente chiara, forte, sanguigna, quasi istintiva; una pitture che, invece, a osservarla e a gustarla lentamente, sorprende con una miriade di citazioni culturali, di sensazioni, di trasparenze poetiche: una pittura di pensiero, quindi, e cioè l’opposto dell’impressione primitiva. Una pittura tutta da scoprire, dove sorprende soprattutto il fatto che esistano tanti evidenti agganci storici e che tuttavia non vengano minimamente toccate unitarietà di stile e coerenza ideologica: da Paolo Uccello al futurismo, dall’impressionismo di certi interni ai fauves, all’astratto geometrico, al realismo padano. Sono pagine chiare, legate tra di loro, di un discorso fluido, privo di compiacimenti e velleitarismi, per l’esclusivo gusto della pittura, attraverso un colore sempre terso e una composizione armoniosa (marcheselli).
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 6 aprile 1997, 11.

SCACCAGLIA ENEA
Talignano 1922-Noceto 19 marzo 1945
Fu tra i primi ad aderire al movimento partigiano. Le vessazioni continue cui fu fatta oggetto la sua famiglia dalla brigata nera di Collecchio lo indussero nei primi mesi del 1945 a rientrare a Sala Baganza abbandonando la lotta in cambio dell’incolumità personale e dei familiari. Dopo pochi giorni fu però arrestato e, senza alcun processo, condannato a morte. Fu poi fucilato per rappresaglia assieme ad altri partigiani.
FONTI E BIBL.: F. Botti, Talignano, 1973, 91-92; Gazzetta di Parma 22 dicembre 1988, 20.

SCACCAGLIA FERDINANDO PIETRO
Beneceto 5 dicembre 1823-Fontanellato 29 marzo 1894
Figlio di Antonio. Muratore, si arruolò volontario nel 1859 per combattere nella seconda guerra d’indipendenza. L’anno successivo fece parte della gloriosa schiera dei Mille sbarcati a Marsala.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano nelle epigrafi parmensi, Parma, Off. grafica fresching, 1915, 345 e 356; E. Michel, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 225.

SCACCHINI ALBERTO
1596-Parma 26 ottobre 1676
Carmelitano, fu teologo esimio nonché filosofo e predicatore. Per le sue qualità, fu elevato alla carica di Superiore del Convento di Parma (1631) poi di Ferrara (1640). Fu Teologo del duca Ranuccio Farnese e del principe alessandro Farnese, e nel 1640 fu Vicegerente del vicario generale della Congregazione mantovana del suo Ordine. Fu eletto dai vescovi di Parma e Ferrara Esaminatore Sinodale e dagli inquisitori delle due città Consultore del Sant’Uffizio. Scrisse varie opere di soggetto religioso. Venne inumato nella cappella di famiglia ubicata nella chiesa del Carmine, nel cui chiostro gli fu dedicata la seguente epigrafe: Alberto Scacchinio Hieronymo Droghio carmelit s t mm de aevo familiaq bb mm impietatis profligandae consvlt hvivs coenobii moderat opt libr ab altero compositis ab altero biblioth dedicata post pvb mvn optim cvrata an rep sal ille mdclxxiv hic mdcl xxxvi defunctis Gavd Rob carmelita.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 198-199; A. Pezzana, memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 793; palazzi e casate di Parma, 1971, 705.

SCACCHINI GIACOMO FRANCESCO
Parma 25 luglio 1596-post 1642
Figlio di Adriano e Sulpitia. Si laureò in legge nell’anno 1616. Fu tenuto in gran credito a Parma sia per le capacità professionali che per la bontà e l’integrità della persona. Si occupò soprattutto dell’amministrazione degli affari pubblici.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 83.

SCACCHINI SEMPRONIO
Parma 1594
Dottore in ambo le leggi. Fu pretore di Trento nel 1594. Fu mandato come Residente in Napoli dal duca Ranuccio Farnese, che lo tenne sempre in molta considerazione. ritornato in seguito a Parma, attese alla sua professione. Morì in età assai avanzata.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 49; A; Pezzana, Storia di Parma, I, 1837, Appendice 56.

SCACCHINO SEMPRONIO, vedi SCACCHINI SEMPRONIO

SCACCIA ALESSANDRA
Parma 1697/1712
Cantante, probabilmente figlia di Giuseppe, cantò quasi sempre nelle opere interpretate da lui: piacenza (Nuovo Teatro Ducale, 1697, La virtù trionfante dell’inganno), Mantova (1698, nel divertimento pastorale Gli amori infelici felici), Genova (Teatro del Falcone, autunno 1700, Gerone tiranno di Siracusa), Mantova (1701, Il duello d’ammore e di vendetta), Firenze (1701, Partenope; Teatro di via del Cocomero, Carnevale del 1702, L’Analinda o Le nozze con l’inimico), Torino (Teatro Regio, 1703, Arsiade), Casale Monferrato (Teatro nuovo, 1703, Gli equivoci del sembiante, Il più fedel tra vassalli), Genova (Teatro di sant’agostino, 1705, L’Armindo), Piacenza (Piccolo Teatro Ducale, 1707, La fortezza al cimento; Carnevale del 1708, La Griselda), Parma (Nuovo Teatro Ducale, 1708, Gli equivoci amorosi), Bergamo (1709, L’Alcibiade o L’eroico amore, L’alciade o la violenza d’amore), Genova (Teatro del Falcone, autunno 1709, Dafni) e Piacenza (Piccolo Teatro Ducale, Carnevale del 1712, L’Alarico).
FONTI E BIBL.: Sartori; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SCACCIA GIUSEPPE
Parma o Mantova ante 1677-post 1716
Fu tenore alla Corte dei duchi di Parma dal 31 agosto 1677 al 4 agosto 1698 (nel quale giorno venne licenziato), come pure alla cattedrale di Parma dal 3 maggio 1709 al 22 giugno 1716 e alla Steccata di Parma dal luglio 1690 a tutto il settembre 1694. Calcò le scene per moltissimi anni.La carriera ebbe inizio a Mantova (Nuovo Teatro, 1669, L’Eudosia) e proseguì poi a Mialno nel 1670 (Teatro Ducale, L’Ippolita reina delle amazzoni).Dopo una lunga assenza ritornò a Parma (Teatro del Collegio dei Nobili, 1681, Amalasonta in Italia; Piccolo Teatro di Corte, 1681, Amore riconciliato con Venere, introduzione al balletto della duchessa), per proseguire poi nel 1684 a Venezia nel Teatro Vendramino di San salvatore (Publio Elio Pertinace), Piacenza (Nuovo Teatro Ducale, 1687, Zenone il tiranno, e 1688, L’Ercole trionfante), di nuovo a Venezia (Teatro Grimano dei Santi Giovanni e Paolo, 1689, Il gran Tamerlano) e Genova (Teatro del Falcone, 1689, Il Giustino, e 1690, Antioco principe della Siria, Massimo Pappieno). Cantò a Parma nelle grandiose feste nuziali del 1690 (Il favore degli dei, L’idea di tutte le perfezioni) e proseguì la carriera a Crema (1692, Il pausania), Piacenza (Nuovo Teatro Ducale, 1692, Circe abbandonata da Ulisse, e 1693, Talesti innamorata d’Alessandro Magno), Roma (teatro di Tordinona, 1693, Il Seleuco, Il vespasiano), Genova (Teatro del Falcone, 1693, La virtù trionfante dell’amore e dell’odio), Milano (Teatro Reale, Carnevale del 1694, L’Aiace, gl’amori ministri della fortuna), Piacenza (Nuovo Teatro Ducale, 1694, Demetrio Tiranno), torino (Teatro Regio, autunno 1695, l’anfitrione di Plauto), Roma (Teatro Capranica, 1695, Il Clearco in Negroponte e 1696, Flavio Cuniberto, Il re infante), Napoli (nuovo Teatro, 1969, Il Trionfo di Camilla regina dei Volsci, e 1697, Emireno), Parma (1697, Ottone in Italia), Piacenza (Nuovo Teatro Ducale, 1697, La virtù trionfante dell’inganno), Mantova (dicembre 1699, l’oracolo in sogno), Genova (Teatro del Falcone, autunno 1700, Gerone tiranno di Siracusa), Mantova (1701, Il duello d’ammore e di vendetta), firenze (1701, Partenope; Teatro di via del cocomero, Carnevale del 1702, L’Analinda o Le nozze con l’inimico), Torino, (Teatro Regio, 1703, Arsiade), Piacenza (Piccolo Teatro Ducale, 1707, La fortezza al cimento; Carnevale del 1708, La Griselda), Parma (Nuovo Teatro Ducale, 1708, Gli equivoci amorosi), Bergamo (1709, L’Alcibiade o L’eroico amore, L’alciade o la vilenza d’amore) e Genova (Teatro del Falcone, autunno 1709, Dafni).
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruoli Farnesiani, 1671-1682, fol. 313, 1683-1692, fol. 129, 412, 1693-1701, fol. 138, 472; Archivio della Steccata di Parma, Mandati 1689-1690, 1691-1695; Archivio del Duomo di Parma, Mandati 1700-1725; L. Balestrieri, 121, 122, 123 e 124; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 136; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SCACHINI GIACOMO, vedi SCACCHINI GIACOMO

SCAFFARDI EVARISTO
Parma 8 settembre 1901-Parma 4 dicembre 1990
Parroco di Santo Stefano in Sant’Antonio Abate dal 1941, fu Assistente ecclesiastico scout ASCI provinciale (1927), fondatore e primo Assistente ecclesiastico delle Guide Cattoliche AGI di Parma (girl-scout) dal 1948 e cappellano scout CNGEI Parma dal 1976.
FONTI E BIBL.: Centro Studi Scout C.Colombo (M.Furia).

SCAGLIA RICCARDO
Parma 6 febbraio 1897 -
Figlio di Carlo e di madre ignota. Noto anche sotto gli pseudonimi di Risca e Dado, fu giornalista e direttore della Biblioteca Civica e della Pinacoteca di Alessandria.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1206.

SCAGLIONI AUGUSTO RUOCCO
Fontanellato 9 settembre 1924-Passo dei Guselli 4 dicembre 1944
Figlio di Carlo. Partigiano nella 36a Brigata Garibaldi W. Bersani, fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione: Comandante di un distaccamento partigiano si prodigava per cinque mesi in diuturne e pericolose azioni di disturbo contro le linee di comunicazione nemiche ostacolandone i rifornimenti. Durante una azione particolarmente critica, per la situazione tattica venuta a determinarsi, accorreva col suo reparto in aiuto di una formazione partigiana che era per essere circondata dal nemico e, penetrato audacemente nello schieramento tedesco, costringeva l’avversario a ripiegare. In altro fatto d’armi di leggendario ardimento attaccava con i suoi uomini una autocolonna tedesca e, dopo circa un’ora di combattimento, sconfiggeva la scorta catturando numerosi prigionieri e 7 autocarri carichi di abbondante materiale. Incaricato di procedere alla occupazione di un passo montano per impedire l’accerchiamento di una intera divisione partigiana, raggiungeva a tappe forzate l’importante posizione ove si scontrava con truppe mongole che tenacemente ne contrastavano il possesso. Nella irruenza della furiosa lotta, durante la quale fu di esempio per valore ed ardimento, cadeva colpito a morte, immolando alla Patria la sua giovane esistenza.
FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964, 48; Caduti Resistenza, 1970, 90.

SCAGLIONI GIUSEPPE
Parma 1831
Rigattiere, ebbe parte nei moti del 1831. Dello Scaglioni, la polizia compilò la seguente scheda informativa: Distributore di denaro alla plebe per incoraggiarla a gridare e schiamazzare. Ora oste. Famoso giuocatore e ritenuto anche barrattiere, non gode tanto buon nome sebbene siasi emendato in punto di giuoco. Fu uno degli istigatori della rivolta.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 207.

SCAGLIONI RAIMONDO
Parma 21 gennaio 1750-Parma 26 agosto 1829
Frate cappuccino, fu predicatore di molta dottrina, lettore di teologia morale, guardiano, maestro dei novizi e definitore. Compì a Guastalla la vestizione (29 giugno 1767) e la professione di fede (29 giugno 1768). Fu consacrato sacerdote a Reggio il 6 marzo 1773.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 494.

SCAGLIONI RUOCCO AUGUSTO, vedi SCAGLIONI AUGUSTO RUOCCO

SCAGNONI PIETRO, vedi SGAGNONI PIETRO

SCAJOLI LELIO
Parma 1561/1582
Fu Zecchiere della Zecca di Parma almeno dal 1577 al 1582. In quattro parpaiole coniate in quegli anni si riscontrano infatti le iniziali L.S.. Il Coggiola ipotizza anche una precedente attività dello Scajoli per il periodo 1561-1573, sempre per la coniazione di parpaiole con l’effigie di Alessandro Farnese al rovescio e quella della dea Pallade al dritto.
FONTI E BIBL.: G. Coggiola, La Zecca di Parma, in archivio Storico per le Provincie Parmensi 1897/1898, 17-20.

SCANAVINI GIOVAN BATTISTA
Parma 1718
Fu pittore in Parma nell’anno 1718: Adi 3 luglio 1718. Il Tesoriere pagherà al sig. Giovan Battista Scanavini di Parma lire quarantacinque per sua mercede d’un ritratto di S.A. S.ma da esso dipinto, da esporsi in detto Oratorio di S. Giuseppe in Cortemaggiore.
FONTI E BIBL.: Parma nell’arte 1 1980, 101.

SCANNATI ALESSANDRO
Parma 1595-Parma 10 luglio 1630
Frate cappuccino laico, vittima di carità verso gli appestati. Compì la vestizione il 24 maggio 1614.
FONTI E BIBL.: Ann. Prov. I, 198; Bertani, Ann. III/III, 488, n. 183; Mussini, Memorie storiche, II, 39-40; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 403.

SCANNAVINO GIOVAN BATTISTA, vedi SCANAVINI GIOVAN BATTISTA

SCANO ADELAIDE, vedi NAGEL ADELAIDE

SCARABELLI ENRICO
Parma 13 agosto 1808 -Parma 6 gennaio 1893
Nato da nobile casato, poté, ancora giovanissimo, compiere le prime ricerche storiche nell’archivio di famiglia. Sposò prima la contessa Camilla Zunti, poi in seconde nozze la marchesa Douglas Scotti di Vigoleno. Ebbe così modo di studiare e riordinare completamente i ricchi archivi di quelle due illustri famiglie, che ebbero tanta parte nelle vicende storiche di Parma e di Piacenza. Entrato come impiegato nell’Archivio Notarile di Parma il 1 giugno 1841, poi nell’Archivio dello Stato il 2 giugno 1848, nell’uno e nell’altro studiò e riordinò innumerevoli serie di atti, traendone appunti preziosi, specialmente per la storia delle belle arti nelle Province Parmensi. Chiamato infine il 18 ottobre 1876, con deliberazione unanime del Consiglio Municipale di Parma, a dirigere il ricco e importantissimo Archivio del Comune, si accinse con vigore a riordinare quelle svariatissime serie di carte, che raccolgono gran parte dei documenti politici, amministrativi e giudiziari a partire dal secolo XII. In quel lungo e faticoso lavoro poté trarre in luce documenti che si credevano per sempre perduti: tra i quali è soprattutto degno di nota il codice statutario De officio Sindaci generalis Civitatis, Communis et Populi Parmae, scritto splendidamente in un volume di pergamena nel 1317 (codice importantissimo, che rimase sconosciuto al Ronchini, editore e illustratore degli Statuti parmensi, e che dà un concetto esatto delle origini e dell’importanza del nuovo magistrato del Sindaco, che, appunto sui primi del secolo XIV, in molti comuni italiani si sovrappose all’ufficio del Podestà, con ampie attribuzioni e autorità). Né, tra i molti documenti che lo scarabelli trasse di nuovo in luce, si debbono dimenticare i Rotoli dei professori, le Matricole degli scolari e altri atti relativi alla storia dell’università di Parma. Ma lo Scarabelli non si limitò a riordinare le carte che trovò nell’archivio del Comune. Egli, che da tanti anni andava raccogliendo documenti sulla storia delle famiglie illustri di Parma, che aveva coadiuvato il Litta nella pubblicazione delle genealogie dei Pallavicino, dei Rossi, dei Sanvitale, dei Torelli e di molte altre famiglie, che aveva già preparato tutto il materiale per pubblicare, in continuazione al Litta, le genealogie dei Terzi e degli Scotti, donò al Comune e ordinò nell’Archivio del Comune tutto il materiale raccolto e vi aggiunse il proprio archivio domestico e quello importantissimo dei Zunti, a lui pervenuto in eredità. Volle poi completare il lascito con molte centinaia di volumi di manoscritti e di stampati relativi alla storia patria. Al Museo di Parma, pochi mesi prima di morire, volle cedere la sua ricca biblioteca, formata di documenti trascritti da originali inediti e in gran parte non conosciuti, di note raccolte dagli atti dei notai dal secolo XIII sin oltre il secolo XVI, di disegni rilevati con mano sicura, con gusto artistico e colla massima precisione da parecchi monumenti, poi in buona parte distrutti. A questa raccolta, formata di molti mazzi e volumi di manoscritti, unì tutti i volumi dell’Affò, del Pezzana e degli altri scrittori di cose storiche parmensi e piacentine e di tutti gli scrittori più insigni della storia artistica italiana, arricchiti da lui stesso di note eruditissime, sia sui margini, sia in fogli intercalati, sia in apposite appendici poste in calce a ogni volume. A completare questa biblioteca veramente preziosa per la storia delle arti italiane, lo scarabelli aggiunse una raccolta speciale di oltre mille e cinquecento guide di città e paesi d’Italia, molte delle quali inedite e di edizioni divenute rarissime, dei secoli XVI e XVII. Nel cedere al Museo Parmense questo tesoro artistico, lo Scarabelli trattenne solo presso di sé dieci volumi di Memorie e documenti per la Storia delle Belle Arti parmigiane, scritti tutti di suo pugno, e alcuni grossi mazzi di appunti e documenti per una Guida artistica di Parma, intorno alla quale lavorava da molti anni e di cui pubblicò a più riprese saggi interessantissimi in diversi opuscoli: sul Santuario dei Valeri in Duomo (1840), sulle chiese e sui monasteri di San Quintino (1846) e di Sant’Alessandro (1872) sul Collegio di S. Caterina e sul Palazzo degli Scofoni. Trattenne presso di sé quei volumi e quei mazzi perché ogni giorno, rovistando le carte dell’archivio del Comune, poteva scrivere in essi qualche nuova pagina rendendo sempre più ricco e completo l’immenso lavoro a cui dedicò tutta la vita. Ma pochi giorni prima di morire lo Scarabelli mandò al Museo anche quegli ultimi volumi. Lo Scarabelli fu uno dei dotti editori di quella grande raccolta di fonti di storia patria che sono i Monumenta Historica ad Provincias Parmensem et placentinam pertinentia. Fu inoltre membro attivo della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi.
FONTI E BIBL.: G. Mariotti, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1893, VII-IX; G.Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le province Parmensi 1914; T.Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 73.

SCARABELLI GIUSEPPE
Colorno 1733
Fu Commissario di Colorno nell’anno 1733.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.

SCARABELLI PAOLO
Parma 1605
Fu castellano dell’isola di Ponza nell’anno 1605.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.

SCARABELLI ZUNTI ENRICO, vedi SCARABELLI ENRICO

SCARAMPI ELISABETTA, vedi MONTFRAULT ELISABETTA

SCARAMUZZA
Parma 1822

Corno da caccia del Reggimento Maria Luigia, il 7 settembre 1822 chiese di essere nominato professore soprannumerario della Ducale orchestra di Parma (Biblioteca del conservatorio di Parma, Archivio della Ducale orchestra).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

SCARAMUZZA BRUNO
Pongennaro di Soragna maggio/dicembre 1929-Soragna 25 aprile 1945
Fu ucciso, non ancora sedicenne, dai Tedeschi l’ultimo giorno di guerra del secondo conflitto mondiale. Soragna era da alcuni giorni testimone del passaggio di truppe germaniche in fuga, dirette verso il Po e la Lombardia. all’alba del 25 aprile 1945, diversi soldati entrarono in casa di Valentino Scaramuzza, nella campagna di Pongennaro. Chiesero e ottennero da mangiare. In casa c’era in quel momento anche il fratello più giovane, lo Scaramuzza. Non fu mai chiarito quanto accadde di preciso in quella casa: sta di fatto che i Tedeschi, prima di riprendere il loro cammino, pensarono di coprirsi le spalle con un ostaggio. Lo scaramuzza venne prelevato e portato via dai militari. Durante il passaggio in Soragna si udirono colpi di arma da fuoco, sparati all’indirizzo della colonna tedesca diretta verso Busseto. Fu questo probabilmente a scatenare la rabbiosa reazione di vendetta verso lo scaramuzza che, nei pressi dello stradello del caseificio Lazzari, venne ucciso. L’episodio scosse il paese: ai funerali che si svolsero nella chiesa parrocchiale parteciparono moltissimi abitanti. Sul luogo del martirio dello scaramuzza venne eretto un cippo a ricordo, ristrutturato nel 1985.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 aprile 1998, 21.

SCARAMUZZA CAMILLO
Parma 23 maggio 1842-Milano 1915
Tra i pochi paesaggisti parmensi del secondo ottocento ricordati dalla critica coeva (De gubernatis, Callari) figura lo Scaramuzza, nipote del più noto pittore di figura Francesco Scaramuzza, dal quale fu probabilmente avviato all’arte figurativa. Allievo dell’Accademia parmense fin dal 1857 presso la Scuola di paesaggio, frequentò successivamente i corsi di Ornato elementare e superiore, conseguendo una menzione onorevole nel 1861 per il paesaggio di 2a classe (copia di un dipinto) e aggiudicandosi nel 1862 la medaglia d’oro per il Paesaggio di 1a classe (lavoro dal vero), a pari merito con Adelchi Venturini, per una veduta di borgo del Naviglio. Espose nel 1863 a Parma per l’Incoraggiamento Rive del Cinghio e Studio dal vero sull’Enza col castello di Montechiarugolo e alla mostra Industriale provinciale Veduta di Calestano. Tre anni dopo, per la stessa mostra espose Alpi di succiso viste da Vairo. Nel 1867 espose a Bologna Lo sbocco del torrente Enza nel Po, che gli fruttò una menzione onorevole, mentre nel 1869 la Pinacoteca di Parma vinse un’altra sua opera, Cortile di casa Villa a Parma. Espose regolarmente dal 1861 presso la Società d’incoraggiamento e in particolare alla Mostra parmense di Belle Arti del 1870 presentò un nucleo assai consistente di dipinti, lodati dai contemporanei per la buona disposizione dei colori e l‘esatta riproduzione del vero, tra i quali Borgo del naviglio, in tale circostanza pervenuto al Comune di Zibello, ove è conservato. In questa opera la sua pittura, altre volte più tradizionale e talora ingenua, si accosta al tocco pastoso di Luigi Marchesi in una delicata gradazione coloristica e vibrante luminosità. Due anni dopo espose a Milano Il torrente Parma e nel 1879 a Parma Courmayeur vista dalle alpi, che venne sorteggiato a Quintilio Zoni. I lavori dell’ottavo decennio del secolo denotano poi un contatto con la pittura toscana di macchia (alla mostra del 1870 furono tra gli altri presenti G. Fattori e S. Lega) nella pennellata veloce, nelle larghe campiture di colore e nei profili delle figure nettamente definiti, come evidenziano i dipinti Circo in una piazza di paese del 1871, posseduto dal Comune di Zibello, o Studio dal vero presso Fiorenzuola, del Comune di Fidenza, datato 1879. Alla pittura di cavalletto, che dopo tale data non risulta peraltro documentata, lo Scaramuzza alternò l’attività di decoratore e, in epoca tarda, quella di scenografo. Lavorò quale scenografo col Giacopelli per le scene dell’Otello del settembre 1887. Nella sua produzione di paesista si distinguono diversi momenti e vari livelli qualitativi, pur in un iter di linguaggio conseguente. Accanto a opere che non demeritano una collocazione ai vertici del paesismo parmense del secondo Ottocento, come Il corso dei carri mascherati in via San Michele, ve ne sono altre ancora legate a un tardo gusto romantico, come Vallata del Baganza (Parma, Cassa di Risparmio), altre ancora, come Corso d’acqua (1863, Parma, Istituto d’Arte Paolo Toschi) e Il canale del naviglio all’interno di Parma (1870, Zibello, Palazzo Comunale) che, per la poetica luminosità e i risultati cromatici richiamano una precisa conoscenza fontanesiana. Tuttavia più caratteristica è la produzione posteriore al 1870, già parzialmente anticipata da Case di Borgo delle Grazie (1864, Parma, Palazzo Comunale), probabilmente influenzata, come accadde a Enrico Sartori, dal contatto con le opere di Giovanni Fattori esposte nel 1870 a Parma. Avvicinano infatti lo Scaramuzza al macchiaiolismo sia la pennellata che i netti contorni delle figure, con le larghe campiture cromatiche di Il circo in una piazza di paese e di Studio dal vero presso Fiorenzuola in cui la sciolta macchia d’impressione imparenta lo Scaramuzza a un ambiente artistico estraneo a quello provinciale, informato delle acquisizione mature del linguaggio toscano.
FONTI E BIBL.: G. Copertini, Pittura dell’ottocen-to, 1971, 125 e 128; A. De Gubernatis, Dizionario artisti italiani viventi, 1889; C. Ricci, La R. Galleria di Parma, 1896, 390, 392, 393; L. Callari, Storia dell’arte italiana contemporanea, 1909, 362; Gazzetta di Parma 13 luglio 1863, 620; Esposizione industriale provinciale, 1864, 92; Atti della R. Emiliana Accademia, 1867, 29; Catalogo delle opere esposte, 1870, 37, 38, 50, 55; Giornale del primo congresso, 1870, 284; P.C. Ferrigni, 1873, 230; L. Pigorini, 25 novembre 1879; A. De Gubernatis, 1906, 459; A. Alessandri, 1910, 62; Inventario ms. Istituto P. Toschi, v. II, nn. 6110, 6111 e 3260; A. Corna, 1930, 494; N. Pelicelli, in Thieme-Becker, 1935, v. XXIX, 531; A.M. Comanducci, 1945, v. II, 740; E. Bénézit, 1955, v. VII, 550; G. Copertini, 22 ottobre 1959, 3; E. Carra, 1960, 202; G. Copertini, 7 dicembre 1967, 6; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1974, 2962: G. Copertini, Una interessante raccolta di dipinti parmensi dell’800, in Parma per l’Arte, 1964, 58-61; G. Copertini, La pittura parmense dell’800, Milano, 1971, 125-128; G. Godi, Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’800, catalogo della mostra, Parma, 1974, 96; Dizionario Bolaffi pittori, X, 1975, 205-206; Dietro il sipario, 1986, 306; Per la Val Baganza 9 1988, 142; G. Allegri Tassoni, 1981, 184-188; Marini, 1975, 205-206; A. Musiari, 1994, 18-20 e 72-73; Città latente, 1995, 91-92.

SCARAMUZZA FRANCESCO ANTONIO BONAVENTURA
Sissa 15 luglio 1803-Parma 20 ottobre 1886
Figlio di Nicolò e Marianna Benedetta Frondoni. Antonio Pasini e Giovanni Tebaldi educarono all’arte lo Scaramuzza, che vinse nel 1820 due concorsi accademici, uno per il disegno a chiaroscuro con Un soldato Cimbro entrato nella stanza di Caio Mario per ucciderlo, si ritira vinto dalla sua voce e l’altro per il nudo. Sei anni più tardi gli venne conferito il premio annuale di pittura per l’Alessandro Farnese che uccide il pascià alla battaglia di Lepanto (Parma, Galleria Nazionale), donde la permanenza di studio a Roma da dove nel 1828 inviò come saggi una Madonna col bambino, copiata da un particolare della Madonna di Foligno di Raffaello (ancora catalogata in Pinacoteca di Parma nel 1896 dal Ricci, p. 21), e il tonante S. Giovanni Battista nel deserto (nella Galleria Nazionale di Parma), nonché nel 1830 il Silvia ed Aminta. Nel 1829 lo Scaramuzza si aggiudicò il premio triennale dell’Accademia parmense col Dandolo alla presa di Costantinopoli, che fu anche mostrato al pubblico nella Galleria Ducale. Ritornato a Parma nell’aprile del 1830, dopo sette mesi fu visibile, sempre in Galleria, un Miracolo di S. Antonio da Padova, il quale dipinto è invece erroneamente datato dal Pariset al 1842. A tale proposito è da notare che questo autore confonde molti altri dati cronologici dello Scaramuzza, errori che sono ripresi da autori posteriori, come Copertini, Allegri Tassoni, Bacchini, Capelli e Dall’Olio. La principessa Maria Antonietta di Borbone allogò allo Scaramuzza la pala del S. Rocco che guarisce gli appestati, in sostituzione di quella non gradita di Giovanni Tebaldi. Una piccola mostra personale fu organizzata nell’ottobre del 1832 nella Galleria Ducale dove vennero esposte quattro sue nuove opere: il S. Martino a cavallo per l’altare maggiore della parrocchiale di Noceto (il bozzetto si trova in canonica), la Visione di S. Ilario per l’omonima parrocchiale di Sant’Ilario Baganza, una Sacra famiglia e infine un Apollo, la cui minuta descrizione di un anonimo cronista sulla Gazzetta di Parma diventa utilissima per identificarne il bozzetto col dipinto di collezione privata parmense erroneamente pubblicato da Copertini-Allegri Tassoni (1971, figura a p. 22) col nome di Giovan Battista Borghesi. L’anno seguente lo Scaramuzza eseguì l’Amore e Psiche della Galleria Nazionale di Parma, iniziando pure lo scomparto centrale nel soffitto della grande sala di lettura nella Biblioteca Palatina di Parma, raffigurandovi Prometeo che protetto da Minerva ruba una scintilla al sole, che terminò nel 1834. Sempre in quell’anno siglò e datò il S. Francesco Solano della chiesa di San Michele in Parma. La Presentazione di Maria al tempio della chiesa del Quartiere di Parma fu invece frutto di una commissione ducale nel 1835, una benevolenza della Sovrana che l’anno dopo in qualche modo lo Scaramuzza ricambiò dipingendo per l’ex ufficiale napoleonico Varron un S. Napoleone Martire da porsi nell’oratorio della Rocca di Sala Baganza (in collezione privata genovese), la quale figura ha i tratti del volto di Napoleone Bonaparte. Sempre nel 1836 il Principe di Metternich allogò allo Scaramuzza un Davive che placa le ire di Saulle, che venne mostrato al pubblico nel 1837. La duchessa Maria Luigia d’Austria nel 1838 gli commissionò una Carità patria che venne poi ereditata da Leopoldo d’Austria, mentre contemporaneamente lo Scaramuzza espose nel Palazzo del Giardino di Parma la Malinconia e una Scena del Conte Ugolino dalla Divina Commedia. Quest’ultimo quadro, secondo il Pariset, fu due anni prima esposto a Milano. Nel 1839 lo Scaramuzza eseguì per la Duchessa Dare da bere agli assetati, che venne ereditato da Leopoldo d’Austria e presentato nella mostra parmense del 1840, dove figurò pure la Carità di uno Scolaretto, sempre commissionato dalla Sovrana, proveniente dall’esposizione che se ne era fatta l’anno prima nel palazzo di Brera a Milano. Entrambi i dipinti furono riprodotti in litografia dal Vigotti nel 1842. Del 1840 sono le Figure di Santi benedettini dipinti nel chiostro di San Giovanni evangelista in Parma e forse i due affreschi nella parrocchiale di Monticelli d’Ongina raffiguranti Le virtù teologali e il Cristo nell’orto degli ulivi (stando al Gervasoni, mentre il Pariset data questi ultimi al 1856; il secondo autore sembra in questo caso più attendibile, trovandosi una memoria per i due dipinti sul giornale L’Annotatore del 27 novembre 1858 che appunto li illustra). Ancora nel 1841 Maria Luigia d’Austria gli retribuì le pitture nella volta del tempietto dedicato al Petrarca a Selvapiana di Ciano e gli ordinò pure le prime scene dantesche da dipingersi nella stanza del bibliotecario nella Biblioteca palatina di Parma. La famosa decorazione fu compiuta dallo Scaramuzza a più riprese: nel 1842, 1843 e 1844, concludendola nel 1857. sempre nel 1841 lo Scaramuzza presentò in mostra nel Palazzo del Giardino di Parma tre quadri: La preghiera del mattino, Pregare Iddio per i vivi e per i morti e La Madonna col bambino e S. Giovanni Battista. L’anno seguente si trovò a San Secondo per dipingere la villa del conte Caimi con Episodi della vita di napoleone. Nel dicembre del 1844 terminò la volta nella sala delle medaglie del Museo d’antichità di Parma e nel 1846 la tela con la Vergine Assunta per la parrocchiale di cortemaggiore. Nel medesimo anno lo Scaramuzza venne nominato maestro d’estetica e di composizione nell’Accademia di Belle Arti di Parma, nelle cui sale espose pure altri due pezzi della serie le opere di misericordia (Visitare gli infermi e Consolare gli afflitti). Nel 1847 ricevette la cattedra di maestro di pittura. Terminò nel 1849 la tela del Baliatico ordinatagli da Maria Luigia d’Austria già nel 1842, ma terminata appunto dopo la morte della mecenate (l’opera venne acquisita dalla Galleria Ducale). Verso il 1853 lo Scaramuzza finì di dipingere una vasta tela rappresentante la Discesa al limbo, iniziata tre anni prima (conservata nel castello di moncalieri). Già professore di pittura, nel 1860 lo Scaramuzza fu posto a dirigere l’Accademia, ma si dimise nel 1877 dedicandosi così principalmente al sua grande progetto di illustrare la Divina Commedia. Questa sua aspirazione risaliva al 1838, quando iniziò la progettazione di molte scene con finissimi disegni a penna (anticipanti la tecnica divisionista) che imitavano le incisioni. Infine nel 1876, dopo diciassette anni di appassionato lavoro, espose finiti i 243 fogli realizzati. Lo Scaramuzza, costante e instancabile disegnatore durante tutta la sua carriera, rivela soprattutto nell’arte grafica le sue doti eccezionali. Lasciò innumerevoli disegni di genere, spesso caratterizzati da acute osservazioni e che vanno dalla scene elaborate allo studio nel dettaglio di ciascun elemento delle proprie composizioni. Indagini puntigliose, eseguite a penna e a matita, di piante e fiori, disegni di nudi dal vero, svariatissimi ritratti, soprattutto di amici e di familiari, vari fogli che fanno supporre trattarsi di bozzetti predisposti dall’artista per il consueto giudizio preliminare da parte della committenza. Intensa risulta pure la sua produzione disegnativa giovanile, improntata a un depurato nitore formale. Alcuni taccuini, suoi precoci e inseparabili compagni di brevi viaggi nella pianura padana, lo rivelano, attento al paesaggio e ai monumenti, già dotato di una eccezionale omogeneità linguistica con la quale riesce a cogliere l’essenziale di quanto interessa il suo occhio curioso. Sono però il gigantesco complesso dei duecentoquarantatré cartoni con le illustrazioni per la Divina Commedia che proiettano lo Scaramuzza tra i maggiori disegnatori europei del suo tempo. L’artista lavorò a questa sua impresa splendida e vigorosa dal 1859 al 1876. Ma i suoi esordi in tema dantesco risultano assai precoci. Fin dal 1836, infatti, presentò La morte del Conte Ugolino con figli e nipoti, che prelude agli encausti della Sala Dante nella Biblioteca Palatina di Parma, condotti, tra svariate interruzioni dovute ai continui dubbiosi ripensamenti, dal 1842 al 1857. Nello Scaramuzza c’è sempre un profondo legame tra la parola del testo e la figura. La rappresentazione visuale di ogni sua tavola è in continuo scambio e potenziamento con l’espressione di Dante, sempre in rivelatrice interespressività. Lo Scaramuzza procede continuamente a tradurre il logos e lo spirito del logos, che sempre dimostra di avere correttamente indagati e capiti, in immagini, costantemente alla ricerca febbrile del legame tra testo e figura, addirittura tra colore vocale e colore del segno grafico. Le sue tavole accompagnano dunque il testo dantesco interpretandolo come una specie di fedelissima traduzione figurata. Tra le numerose illustrazioni del mirabile viaggio dal buio della selva e della valle alla luce risolutiva nel Paradiso dei tre cerchi, quelle dello Scaramuzza sembrano anche contribuire all’interpretazione stessa dei testi, soprattutto per la comprensione di passi particolarmente oscuri. Il rapporto dinamico testo-visualizzazione contiene poi una grande ansia di comunicazione anche popolare, tesa ad allargare il messaggio dell’opera scritta al di fuori della cerchia degli intendenti. Non va dimenticato che lo Scaramuzza fu altresì autore di una traduzione, impeccabile, in dialetto parmigiano del poema di Dante, rimasta manoscritta nonostante il suo struggimento per farla stampare, che dimostra il proposito di farlo conoscere al più largo pubblico possibile, ben al di là della fascia aristocratica e letteraria. Lo Scaramuzza, di carattere estroso, coltivò anche interessi stregoneschi e letterari. spiritista convinto, affermò di essere come medium in comunicazione con gli spiriti dei trapassati che gli trasmettevano i loro pensieri e perfino gli dettavano le loro composizioni poetiche e letterarie d’oltretomba: lo spirito di Ludovico Ariosto un Poema sacro (1873), composto di ben tremila ottave (lo scaramuzza si spinse al punto di pubblicare l’opera come postuma del poeta), lo spirito di Carlo Goldoni La scostumata delusa e Il fastoso superbo e egoista. Inoltre prese attivamente parte ai movimenti politici e rivoluzionari dell’epoca. Il 20 marzo 1848 suonò a stormo per un’ora e mezzo dalla torre del Duomo di Parma e ospitò in casa sua i liberali più perseguitati. È del 1831, pochi giorni dopo l’esecuzione di Ciro Menotti, il suo dipinto Pregate per i vivi e per i morti, notevole in quanto prova la temerarietà dello Scaramuzza: rappresenta una donna abbrunata che, dopo aver collocato una corona di fiori e quercia su un cippo marmoreo, si prostra e abbraccia il piccolo figlio. Sul nastro della corona è scritto Francesca Menotti. Fu il maestro di Ignazio Affanni, Cecrope Barilli, Clementina Morgari Lomazzi, Giorgio Scherer e Cleofonte Preti.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 14 ottobre 1820, 332, 29 luglio 1829, 328, 20 novembre 1830, 369, 372, 13 agosto 1831, 265, 267, 24 e 27 ottobre 1832, 349, 352, 8 febbraio 1837, 43, 44, supplemento 5 maggio 1838, 165, 1 maggio 1839, 154; C. Malaspina, 1839, 121-122; Gazzetta di Parma 27 maggio 1840, 181, 28 aprile 1841, 152; C. Malaspina, 1841, 140, 148-149; C. Ughi, 1841, 164-165; C. Malaspina, 15 ottobre 1842, 332-333; L. Vigotti-C. Malaspina, 1842, 7, 8, 18, 20; M.L., in Il Facchino 1844, 393, 398; E. Scorticati, 1844, 111; L. Fochi, 1845, 419-420; Gazzetta di Parma 21 febbraio 1846, 60; L. Sanvitale, 1847, 287; G. Bacchi, 1847, 100; P. Grazioli, 1847, 42, 62, 73; C. Malaspina, 1851, 56, 67, 68, 101, 110; G. Negri, 1852, 54, 55, 56; A. Cavagnari, 1853; P. Oppici, 1853; V.N.R., in l’Annotatore 1858, 183; C. malaspina, 1860, 53, 63, 64, 65, 73; Gazzetta di Parma 1 giugno 1867, 495; O. Federici, 1869; C. malaspina, 1869, 63, 64, 88, 103; Elenco dei quadri che trovasi in casa Gravaghi, 1870, 29; P. Martini, 1870, 90, 91, 95; Gazzetta di Parma 12 e 23 dicembre 1871; P. Martini, 1871, 90-95, 137; P. Martini, 1872, I disegni di F. Scaramuzza; P. Martini, 1873, 17-36; A. Rondani, Selvapiana, 1874, 14; Gazzetta di Parma 4 maggio, 12 agosto 1876; L. Pigorini, 1876; G.A. Scartazzini, 1876; Z., in Gazzetta di Parma 1876; P. Grazioli, 1877, 37-38; A. Rondani, 1880, 345, 452; Gazzetta di Parma 26 ottobre, 10 novembre 1886; Memorie di S. Maria del Quartiere, 1886, 36; C. Pariset, 1886; La Provincia 24 ottobre 1886; L. Battei, 1887; E. Scarabelli Zunti, Chiese e conventi, v. II, 71; N. pelicelli, 1906, 82, 83, 105, 188; L. Testi, 1912, 88, 110; G. Battelli, 1924, 159; V. Soncini, 1924; G. Micheli, 1928, 41-43; E. Somarè, 1928, v. I, 97; A. Santangelo, 1934, 77, 89; N. Pelicelli, in Thieme-Becker, 1935, v. XXIX, 531-532; G. Copertini, in Enciclopedia Treccani, 1936, v. XXXI, 4; Inventario ms. Galleria Nazionale, 1938, 265; G. Battelli, 1939, 141-149; A. Pettorelli,1939, 128; G. Allegri Tassoni, 1941, 38; A.M. comanducci, 1945, v. II, 740; T. Cavalli, 1953, 73-78; G. Copertini, 1954, 170-171; E. Bénézit, 1955, v. VII, 550; M. Pellegri, 1959, 86; U. Galetti, 1961, 260; T. Cavalli, 1962, 27, 110, 113, 114, 166, 167; G. Copertini, 10 novembre 1962, 3; A. Gervasoni, 1971; G. Ponzi, 1973, I, 15; G.P. Bernini, 1974, 13; Cimone, Capitan Fracassa 26 ottobre 1886; E. Costa, Francesco Scaramuzza, Ricordi aneddotici, Parma, Battei, 1886; A. Brunialti, Annuario biografico universale, 1887, 233-236; A. Rondani, Artistes Italiens: François Scaramuzza, in L’Art. Revue hebdomadaire illustrée 3 ottobre 1875; A. Rondani, I tre regni danteschi nell’arte, in Nuova Antologia giugno 1876, 517-553; A. Rondani, Francesco scaramuzza, in Rivista Britannica - Germanica - Slava 16 luglio e 1 agosto 1876, 306-310 e 344-347; A. rondani, Francesco Scaramuzza e un critico della “perseveranza”, in Il Diritto 11 aprile 1877, ristampato in Saggi e critiche d’arte, Firenze, tip. Gazzetta d’Italia, 432-452; A. Rondani, Gli ultimi scomparsi (francesco Scaramuzza e Girolamo Magnani), in Natale e Capo d’anno, numero unico del Corriere di Parma, Parma, Battei, 1892, 1-5; G.J. Ferrazzi, Manuale Dantesco, Bassano, Pozzato, 1865, vol. I, 349, 365, 586; YY, I cartoni danteschi del Prof. Cav. Francesco Scaramuzza, in Strenna della Gazzetta di Parma per l’anno 1878, 97-106; C. Malaspina, Descrizione di vari dipinti all’encausto eseguiti dal Prof. F. Scaramuzza nella sala del bibliotecario nella Real Biblioteca, Parma, A. Stocchi, 1850; P. Martini, La scuola delle Arti belle e gli artisti delle provincie di Parma e Piacenza dal 1777 ad oggi, Parma, tipografia governativa, 1862, 37; P. martini, Guida alle illustrazioni dantesche di Francesco Scaramuzza, Parma, Grazioli, 1876; L. modona, Topografia della Reale Biblioteca di Parma. Cenni descrittivi, Parma, Ferrari e Pellegrini, 1894; L.Modona, La Reale Biblioteca di Parma, in Rivista delle Biblioteche e degli Archivi, anno VI, vol. VI, 11 e 13 1896; F. Odorici, Memorie storiche della nazionale Biblioteca di Parma, in Atti e memorie d. R. Deputazione di storia Patria per le province parmensi e modenesi, Modena, 1863, tom. I, 349 e sgg.; L. Scarabelli, Confronti critici alle illustrazioni figurative date alla Divina Commedia dagli artisti Dorè e Scaramuzza, Piacenza, Tedeschi, 1874; L. Scarabelli, Confronti critici per le illustrazioni fig. dell’Inferno dantesco degli artisti Dorè e Scaramuzza, Parma, 1878; E. Panzacchi, Critica spicciola, Roma, Verdesi, 1876, 163; V. Soncini, francesco Scaramuzza illustratore di Dante, in Bollettino del Comitato cattolico per l’omaggio a Dante Alighieri marzo-aprile 1915, 30-41; A. Pariset, Dizionario Biografico dei parmigiani Illustri, Parma, Battei, 1905, 101-105; G. Micheli, I dipinti dello Scaramuzza nel tempietto di Selvapiana, Reggio Emilia, 1929; C. Ricci, La R. Galleria di Parma, Parma, 1896, 21, 171, 174; A. Barilli, S. Napoleone Martire, in Aurea Parma 1933, 14-19; A. Barilli, I cartoni danteschi di Francesco Scaramuzza, in crisopoli I 1934, 49; A.O. quintavalle, La R. Galleria di Parma, Roma, 1939, 243-244; Enciclopedia pittura italiana, III, 1950, 2240; L’Arte in Italia, 1872, 13 e s.; Natura ed Arte, 1895-1896, I, 894 e s.; U. galetti-E. Camesasca, enciclopedia pittura italiana, Milano, 1951, II, 2240; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1974, 2962; G. Allegri Tassoni, Mostra dell’accademia parmense, catalogo, Parma, 1952; Mostra commemorativa di Francesco Scaramuzza, catalogo, Parma, 1959; La Pinacoteca Stuard di Parma, catalogo, Parma, 1961, 47; A. Ciavarella, Il pittore Francesco Scaramuzza e la Sala Dante della Biblioteca Palatina, in Parma Economica, 1968; I. Petrolini, Museo Glauco Lombardi, catalogo, Parma, 1972, 42, 71, 73; A. Bacchini, Sissa, storia di un paese, Parma, 1973, 54, 71; G. Capelli-E. dall’Olio, Francesco Scaramuzza, catalogo della mostra, Parma, 1974; G. Godi, mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’800, catalogo della mostra, Colorno, 1974, 25-27; G.L. Marini, in Dizionario Bolaffi pittori, X, 1975, 206-207; Parma. Vicende e protagonisti, 1978, III, 322; Disegni antichi, 1988, 109-110; M. Leoni, Pitture sulla volta della sala detta delle medaglie nel D. Museo d’Antichità di Parma eseguite dal Prof. Francesco Scaramuzza, Parma, Rossetti, 1844; L. Silva, La discesa al limbo, quadro di Francesco Scaramuzza: ode, Parma, Stocchi, 1853, 1-4; L. Scarabelli, Confronti estratti dalle lezioni per le illustrazioni figurative date all’Inferno dantesco dagli artisti Doré e Scaramuzza, Parma, Saccani, 1870; La mostra delle illustrazioni date all’Inferno e al Purgatorio danteschi di Francesco Scaramuzza, in A. Rondani, Scritti d’arte, Parma, 1874, 129-247; P. Martini, Guida e spiegazione dei disegni di Francesco Scaramuzza illustrativi della divina Commedia, Parma, Ferrari, 1876; A. Rondani, Cose letterarie, in Gazzetta di Parma 17 febbraio 1883; Bénédite, Storia della pittura del sec. XIX, Milano, Soc. Ed. Libraria, 1915; Francesco scaramuzza poeta spiritista, in Avvenire d’Italia 28 ottobre 1922; pei disegni danteschi di Scaramuzza, in Aurea Parma 7 1923, 186; J. Bocchialini, Scrittori nostri del secolo scorso: un medico poeta e un pittore spiritista, in Aurea Parma 8 1924, 193-202; V. Soncini, L’episodio dantesco del conte Ugolino tradotto in dialetto parmigiano da Francesco Scaramuzza, Parma, Bodoniana, 1930, anche in Archivio Storico per le Province Parmensi 30 1930, 274-276 e Aurea Parma 14 1930, 231-239; A. Giuffredi, La mostra dei cartoni dello Scaramuzza a S. Leonardo, in corriere Emiliano 14 novembre 1931; A.M. comanducci, I pittori italiani dell’Ottocento, Ed. Artisti d’Italia, Milano, 1933; M. Bocconi, Parla di passato: un colloquio con l’al di là, in Parma per l’Arte 3 1933, 71-74 (attività spiritistica); R. Fantini, Per i cartoni danteschi dello Scaramuzza, in Gazzetta di Parma 14 dicembre 1934; A. Boselli, I dipinti del limbo dantesco di F. Scaramuzza nella Biblioteca di Parma, in Crisopoli 2 1934, 401-406; U. Ponzi, Francesco scaramuzza poeta e commediografo, in Crisopoli 2 1934, 164-165; A. Barilli, Francesco Scaramuzza, pittore di Dante e poeta degli spiriti, in Giallo e blu, Parma, 1949, 95-98; Autoritratto, in Aurea Parma 36 1952, 196; A. Zamboni, Francesco scaramuzza illustratore della Divina Commedia, in Gazzetta di Parma 16 maggio 1955, 3; A. Ciavarella, Il centenario della Sala Dante della Biblioteca Palatina, in Aurea Parma 41 1957, 248-250; Francesco scaramuzza e il suo mondo di bellezza, in Gazzetta di Parma 26 luglio 1959, 3; A. Barilli, Francesco scaramuzza, in Al pont ad mez 1959, 3; Dipinto giovanile, in Parma per l’Arte 10 1960, 40; Attività letterarie, in G. Pighini, Storia di Parma, Reggio E., 1965, 177-178; Parma per Dante nel VII centenario della nascita, in Il Resto del Carlino 5 giugno 1965; A. Ciavarella, Il pittore parmense Francesco scaramuzza e la sala Dante della Biblioteca Palatina, in Parma Economica 5 1965, 24-28; Francesco scaramuzza, in A. Barilli, Il Galaverna ed altri scritti, Parma, 1966, 191-196; M. Rosci, La Divina Commedia illustrata attraverso i secoli, in Selezione del Reader’s Digest, Milano, 1967; G. Copertini, La pittura parmense dell’Ottocento, Parma, 1971, 42-48; G. Capelli, Francesco Scaramuzza, in Gazzetta di Parma 26 aprile 1974; G. Capelli-E. dall’Olio, Francesco scaramuzza, Parma, Battei, 1974; G. Capelli, In pericolo a Selvapiana i dipinti di Scaramuzza, in Gazzetta di Parma 14 ottobre 1974; T. Coghi Ruggero, scaramuzza dantesco, in Gazzetta di Parma 20 ottobre 1986; A. Marasini, Il pittore Francesco Scaramuzza è stato anche fervente patriota, in Gazzetta di Parma 21 ottobre 1986; Al Pont ad Mez 2 1986, 42-47; G. Capelli, Sissa, 1996, 101-107; Grandi di Parma, 1991, 104; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 286; Aurea Parma 3 1993, 248-250; G. Capelli, in Gazzetta di Parma 15 ottobre 1996, 5.

SCARAMUZZA SALVATORE
Sissa 1804 c.-
Figlio di Nicolò e di Marianna Benedetta Frondoni. Fu un valente incisore calligrafo.
FONTI E BIBL.: Bacchini, Sissa, 1973, 71.

SCARATTI GIAMPAOLO
Parma 1710/1711
Gesuita. Fu Rettore del Collegio dei Nobili di Parma dal 14 settembre 1710 al 31 gennaio 1711.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 836.

SCARATTI GIAN PAOLO, vedi SCARATTI GIAMPAOLO

SCARONI CATERINA EMILIA, vedi SOLCI SCARPA CATERINA EMILIA

SCARPA ANDREA
Parma prima metà del XVII secolo
Maestro muratore attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 321.

SCARPA CRISTOFORO
Vianino ante 1415- Treviso post 1441
Figlio di Enrico. Fu egregio ed eccellente gramatico (Affò). Ebbe corrispondenza con Guarino Veronese, del quale si conservano alcune lettere del 1415 e 1418 indirizzate allo Scarpa. Fu personaggio assai accreditato, lodato anche da Gasparino Barziza e da Antonio Baratella, che in una sua lettera in versi lo definisce insignis Rhetor. Verso il 1415 lo Scarpa si trasferì a verona, e quindi insegnò Belle Lettere in Venezia (1423). Nel 1425 passò a Padova come professore di Retorica, ottenendo nel contempo la cittadinanza padovana. Morto nel 1430 Gasparino Barziza, lo Scarpa fu proposto come sostituto per la cattedra di umane lettere all’Università di Padova, ma il Senato gli preferì Antonio Picino. Insegnò infine a Treviso dal 1435 al 1441.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 138-143; A. Pezzana, memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VI/2, 1827, 143-146; A.Segarizzi, Cristoforo de Scarpis, in Nuovo Archivio Veneto 29 1915, 57 s.

SCARTOCCHINO, vedi LUCCHI FRANCESCO

SCARZARINO GUSTAVO, vedi PONTI CRISTOFORO

SCARZELLA FRANCESCO
Parma-post 1781
Allievo al Collegio dei Nobili di Parma, nel Carnevale del 1781 cantò nel dramma pastorale La morte di Nice, rappresentato nel Teatro dell’Istituto.
FONTI E BIBL.: Sartori; G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

SCATOLA ASENZIO
Neviano degli Arduini 4 settembre 1909-montereau Fault Yonne 31 gennaio 1991
Nato da Attilio e Annunziata Mistrali. comunista, espatriò in Francia il 21 aprile 1936. Il suo nome compare sul Bollettino delle ricerche. Supplemento dei sovversivi. Da Bagnolet, nella regione parigina, dove risiedeva, passò in Spagna nell’aprile 1937, arruolandosi poi nella Brigata Garibaldi, 1° Battaglione, 1a compagnia. Combatté sui fronti di Huesca, Brunete e Farlete, raggiungendo il grado di Sergente. Nel settembre 1937 fu Sottotenente nel 1° battaglione. Ferito in combattimento a farlete, rientrò in Francia. All’inizio della seconda guerra mondiale fu internato nel forte di Tourelles, poi trasferito al campo di Aurigny fino alla Liberazione.
FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 133.

SCHENINI GIUSEPPE
Busseto 14 aprile 1780-
Figlio di Giovanni Battista. Nel 1810 fu chirurgo al servizio d’Italia nel 1° reggimento e nel 1815 fu Chirurgo di Battaglione al servizio di Parma. Prese parte alle campagne militari del 1813-1814 in Italia e del 1815 in Francia. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. L’anno seguente fu posto in ritiro. Durante i moti del 1831 fu sottoposto a sorveglianza ma non partecipò alla rivolta trovandosi fin da allora in Edolo, nel bergamasco, dove sposò una Calvi.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 34; O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 210.

SCHENONI ANGELO
Parma 1767/1799
Sacerdote. Fu Segretario della Biblioteca Palatina di Parma (dal 1767) e poi direttore del Museo di Archeologia di Parma (1785-1799).
FONTI E BIBL.: L.Farinelli, Il carteggio Mazza, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 208.

SCHENONI ANGELO
Parma 17 aprile 1858-1939
Figlio di Gaetano ed Ezilde Cornazzani. Fu generale di Divisione, comandante la brigata Sicilia, letterato e poeta.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1206.

SCHENONI IPPOLITO
Parma 1630/1632
Frate Servita, fu contralto alla chiesa della Steccata di Parma nell’ottobre 1630. La licenza da lui richiesta fu accettata il 13 febbraio 1632.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 90.

SCHERER EMILIO GIUSEPPE
Parma 16 maggio 1834-post 1874
Figlio di Giorgio e Caterina Paumer. Nel settembre del 1860 concorse presso l’Accademia di Belle Arti di parma al premio di terza classe, con la copia di un disegno di figura intera, aggiudicandosi una menzione onorevole. Nel luglio del 1862 ricevette un premio per la mezza figura grande al naturale, a olio dal vero. L’anno seguente espose un chiaroscuro copiato da un bassorilievo con la Vergine e il Bambino, partecipando anche al concorso accademico per il disegno di nudo, per il quale ottenne una menzione onorevole. nel 1870 espose alla Galleria Nazionale Filippo Lippi e Lucrezia Buti e La piccola nutrice, aiutando Alberto Rondani, del quale era stato compagno di studi presso l’Accademia, a tratteggiare gli appunti critici sulla mostra, pubblicati quattro anni più tardi negli Scritti d’Arte. Fu stilisticamente dipendente da Giorgio Scherer e da Ignazio Affanni, ma con accentuate intonazioni sentimentali.
FONTI E BIBL.: ms. Atti della R. Accademia parmense, 1857-1863, 227, 326 e 380; Gazzetta di Parma 11 luglio 1863, 615; Esposizione industriale provinciale, 1864, 92; Catalogo delle opere esposte, 1870, 50-52; Giornale del primo Congresso, 1870, 284; A. Rondani, 1874, 41; G. Copertini, La pittura parmense dell’800, Milano, 1971, 150, nota 92; G. Godi, Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’800, catalogo della mostra, Colorno, 1974, 104; Dizionario Bolaffi Pittori, X, 1975, 216-217.

SCHERER GIORGIO
Parma 6 marzo 1831-Parma 12 marzo 1896
Figlio di altro Giorgio e di Caterina Paumer. Fu allievo, assieme all’Affanni e a Cletofonte Preti, di Francesco Scaramuzza presso l’accademia di Belle Arti di Parma. Da giovane venne inviato e mantenuto dalla duchessa Luisa Maria di Borbone a Venezia, in compagnia di Giuseppe Bissoli, con l’incarico di copiare dei dipinti antichi da porsi sugli altari laterali del restaurando oratorio di Santa Maria Annunciata a Colorno. Lo Scherer nel 1852 eseguì la copia dell’Adorazione dei Magi di Paolo Veronese (fu esposta l’anno dopo nelle sale dell’Accademia), ma non adattandosi la superficie del dipinto antico a riprodursi esattamente in quella a sua disposizione, vi aggiunse in alto una Gloria d’angeli riproducendola da un’opera di Alessandro Varotari detto il Padovanino. Nel 1853 vinse il concorso accademico con l’Abdolomiro salutato Re, esponendo anche l’anno seguente per la società d’Incoraggiamento l’Offerta della polenta e un bel bozzetto. Partito per Roma, lo Scherer vi risiedeva nel 1856, anno in cui inviò a Parma, come saggio di pensione, l’alcibiade e la copia da un tondo con la Poesia affrescata nel soffitto di una stanza vaticana di Raffaello (nell’Istituto P. Toschi), la quale, dopo l’esposizione del 1856, era visibile nel 1884 nella camera di San Paolo, nonché il quadretto con lo Studio di pittore e di scultore. Ma nel 1857 fu di ritorno in sede, esponendo a Piacenza e poi a Parma alcune opere per la Società d’Incoraggiamento: S. Giovanni dinanzi ad Erode, Lo studio di un pittore (sorteggiato a Luigi Dosi), Visitare gli infermi (sorteggiato a Ferdinando Douglas-Scotti di Fombio) e La fanciulletta estinta. L’anno dopo lo Scherer presenziò all’esposizione parmense con Insegnare agli ignoranti (sorteggiato a Deogratias Lasagna), Tobia curato della vista, S. Gregorio che prega per le anime purganti, eseguito su commissione della duchessa reggente Luisa Maria di Borbone (il quadro si conservava nella cappella del Cimitero Comunale di Parma, da dove fu trafugato il 25 maggio 1974). Nel 1859 espose I parmigiani che rientrano dopo aver distrutto Vittoria, nel 1860, sempre a Parma, i Profughi d’Aquileja e un Ritratto e nel 1863 la Donna fiorentina, un Ritratto e un Ritratto di puttina. Dal 1861 al 1864 lo Scherer insegnò figura e paesaggio nel Collegio Militare di Parma, sempre partecipando alle mostre parmensi: nel 1863 con Visitare gli infermi, che vinse una medaglia d’argento, Insegnare agli ignoranti, La difesa di Nizza, Un episodio dell’assedio di Firenze, Gli ultimi momenti di Nicolò de Lapi (vinto dal Ministero della Pubblica Istruzione che lo donò alla Galleria di Parma). Nel 1867 espose a Bologna Consolare gli afflitti e La prima medaglia e nel 1870 partecipò alla prima mostra Nazionale parmense con un congruo numero di quadri: Una battaglia, Tiziano ed Odoardo Farnese, Consolare gli afflitti e La mascherata. Nel 1882 partecipò a quella fiorentina con Una lezione di pianoforte e l’infausta notizia, le quale opere furono entrambe ripresentate l’anno seguente sempre a Firenze, mentre solo la seconda venne riproposta nel 1887 all’esposizione della Società d’incoraggiamento, che la sorteggiò al comune di Golese, passando nel 1948 a quello di Parma. Nel 1879 espose Il maestro del villaggio, che fu estratto al Ministero della Pubblica istruzione, mentre nel 1880 partecipò con i quadraturisti Mazzari, Soncini e Robuschi (allievi del Magnani) al rinnovamento decorativo dei locali del Caffè del Risorgimento. Nel 1884 espose a Torino Il figlio del soldato e il Merciaio ambulante. Infine nel 1891 lo Scherer fu a Chiavari, dove affrescò nella chiesa di Nostra Signora dell’Orto, presenziando anche nel 1893 a una mostra locale con Saul e Consolare gli afflitti, che vinsero un primo premio. Ma fu anche presente in quell’anno a Parma, dove, alla mostra della Società d’Incoraggiamento tenuta nel Teatro Regio, espose il Correggio illustra alla badessa Giovanna Piacenza gli affreschi della camera di S. Paolo (conservato presso la Cassa di Risparmio di Parma). Come testimonia il Rondani (1874, pp. 448-453), lo Scherer mantenne un incostante comportamento stilistico, dibattendosi alternativamente tra una convenzionale pittura borghesemente stucchevole e uno stile più realistico, sia per la tematica che per la tecnica in certi aspetti quasi impressionistica.
FONTI E BIBL.: G. Negri, 1852, 67; Gazzetta di Parma, supplemento, 7 gennaio 1853, 20 febbraio 1854, 165, 16 luglio 1856, 642, 18 agosto 2, 8 e 19 ottobre 1857, 737, 890, 909, 945; X, in l’annotatore 1857, 131, 132, 143; Gazzetta di Parma 18 settembre 1858, 842; F.G., in Gazzetta di Parma 1858, 853-854; G. Panini, 1858, 885; Esposizione delle opere, 1858, 13; C.I., in l’Annotatore 1859, 170; A. Billia, 1860, 1247; G. Carmignani, 1860-1861, 9; Gazzetta di Parma 10 e 11 luglio 1863, 612, 615; Esposizione industriale provinciale, 1864, 92-93; Atti della R. Emiliana Accademia, 1867, 29; Catalogo delle opere esposte, 1870, 43, 44, 49; A. Rabbeno, 1870, 43; L. Pigorini, 25 novembre 1879; L. Ameni, 24 ottobre 1880; L. Pigorini, 1887, 22 e 54; Gazzetta di Parma 23 aprile e 17 giugno 1891; R. De Croddi, 1893, 371; A. De Gubernatis, 1906, 460; Inventario ms. Istitituto P. Toschi, v. I, n. 1648; A. Corna, 1930, 495; A. Santangelo, 1934, 115; N. Pelicelli, in Thieme-Becker, 1936, v. XXX, 34; inventario ms. Galleria Nazionale, 1938, 259; A.M. Comanducci, 1945, v. II, 743; L. Gambara, 1966, 250; G. Copertini, 7 dicembre 1967, 6; G. Ponzi, 1973, II, 29; Gazzetta di Parma 27 maggio 1974, 4; G. Allegri Tassoni, 1974; E. Scarabelli Zunti, documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, ms. nella Biblioteca Palatina di Parma, 1851-1893, X, 136; De Gubernatis, Dizionario artisti italiani viventi, 1889; A.S. Trucchi, Guida di Chiavari; N. Pelicelli, Guida di Parma, 1910; G. Godi, Soragna: l’arte dal XIV al XIX secolo, 1975, 80-81; P. Martini, La scuola parmense di Belle Arti e gli artisti delle province di Parma e di Piacenza dal 1777 all’oggi, Parma, 1862, 37; P. Martini, La Regia Accademia parmense di Belle Arti, Parma, 1873, 17; A. Rondani, Scritti d’arte, Parma, 1874, 448-453; C. Ricci, Catalogo della Regia galleria di Parma, Parma, 1896, 6 e 172; A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri o benemeriti, Parma, 1905, 105-106; G. Allegri Tassoni, mostra dell’Accademia Parmense, catalogo, Parma, 1952, 60-61; Mostra di pittori emiliani dell’800, catalogo, Bologna, 1955, 28; G. Copertini, Un grazioso dipinto di Giorgio Scherer, in Parma per l’Arte 1959, 202; A. Ghidiglia Quintavalle, Doni ai musei e gallerie dello Stato, in Bollettino d’Arte 1964, 425; G. Copertini, La pittura parmense dell’800, Milano, 1971, 64-66; G. Godi, Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’800, catalogo della mostra, Parma, 1974, 71-72; A.M.comanducci, Dizionario dei Pittori, 1974, 2971; S. Pinto, romanticismo storico, catalogo della mostra, Firenze, 1974, 375; G.L. Marini, in Dizionario Bolaffi pittori, X, 1975, 217-218.

SCHIAFFINATI GIAN GIACOMO, vedi SCHIAFFINATI GIOVANNI GIACOMO

SCHIAFFINATI GIOVANNI GIACOMO
Milano 10 settembre 1450-Roma 8 dicembre 1497
Figlio di Tonello, nobile milanese. Fu cameriere di papa Sisto IV e Canonico della basilica Vaticana. Il 30 dicembre 1482 fu eletto da Sisto IV vescovo di Parma. Ebbe due fratelli: Gabriele, vescovo di Gap (Episcopus vapicen-sis), che lo Schiaffinati costituì suo sindaco, procuratore e luogotenente, che risiedette nel palazzo episcopale di Parma, e Andrea. Lo Schiaffinati si valse del fratello Gabriele nell’amministrazione spirituale e temporale della Chiesa di Parma. Il 15 novembre 1483 il Papa lo creò Cardinale del titolo di Santo Stefano in monte Celio, onde in seguito volgarmente fu chiamato il cardinale Parmense. Il diario contenuto nella Vita di Sisto V, scritto in latino da un canonico, descrive lo Schiaffinati come juvenis est quidem bonae indolis, et morigeratus et formosus, ut videri potest, litteras autem non habet. Lo stesso documento afferma che lo Schiaffinati fuit cubicularius Castellani Sancti Angeli, quem quum Xystus vidisset, mox ad se advocavit illumque multis equidem opulentissimis beneficiis insignitum, tandem ad cardinalatus apicem contra aliorum, ut fertur, voluntatem assumpsit. Il 26 aprile 1483 lo Schiaffinati emanò un decreto che dettava le regole per ottenere un sussidio caritativo. Nel 1487 lo Schiaffinati fu a Roma, ove sottoscrisse una bolla di papa Innocenzo VIII e onorò colla sua presenza le solenni esequie di Carlotta, regina di Cipro. Lo Schiaffinati decretò con un pubblico Statuto, sottoscritto anche dal clero e dal Comune della città, che si celebrasse con pia e devota pompa la festa dell’Immacolata Concezione: Parma fu una delle prime città che solennizzò questa ricorrenza. Il 4 maggio 1487 diede licenza a tutti i confratelli della società della Beata Vergine del Carmine di eleggersi per confessore qualunque sacerdote secolare o regolare e ingiunse l’obbligo di accostarsi alla propria parrocchia per ricevervi nella Pasqua i sacramenti della confessione e della comunione. Lo Schiaffinati morì all’età di 47 anni e fu sepolto nella chiesa di sant’agostino in Roma in un bellissimo sepolcro di marmo, con la seguente iscrizione: Io: Jacobo Sclafenato mediolan. divi Stephani in Coelio monte s. r. e. presbytero cardinali parmen. ob ingenium, fidem, solertiam, ceterasque animi et corporis dotes a Sixto iiii. pont. max. inter pares relato undecumque ornato queis perpetua modestia, incomparabilique integrtate gnariter annos viiii. functo Philippus eq. ord. hierosol. fratri concordissimo nato iiii id. sept. mccccli. mortuo vi idus decembr. miii. d. moerens b. m. posuit.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 236; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 811-824; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 240.

SCHIANCHI ANGELA
Parma-2 maggio 1807
Pia donna, morta in concetto di santità.
FONTI E BIBL.: Angela Schianchi morta in concetto di santità nel 1807 e tumulata nella parrocchiale della SS. Trinità in Parma, in Indicatore Ecclesiastico parmense 1906; Di Angela Schianchi morta in concetto di santità il 2 maggio 1807, Parma, 1913; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 981.

SCHIANCHI GIUSEPPE
Vallerano di Calestano 1888-Fornovo 30 agosto 1957
Sacerdote, esercitò il suo ministero a Sorbolo, a Berceto, a Viarolo, a Castellonchio, a vigatto e infine a Mezzano Rondani. Il vescovo colli nel 1944, quando ancora infuriava la guerra, affidò allo Schianchi i chierici di teologia perché presso di lui completassero la loro formazione. A fine anno dieci di questi teologi furono ordinati preti proprio nella parrocchia dello Schianchi, Mezzano Rondani. Dedicò la sua attenzione di studioso di storia e di arte locali soprattutto alla zona di Berceto, illuminando in saggi e monografie figure e fatti della storia ecclesiastica dell’antico centro appenninico. Importanti sono stati specialmente gli studi pubblicati sulla rivista milanese Arte cristiana intorno al leggendario monastero di Tabertasco e sulle origini e lo sviluppo della chiesa basilicale di Berceto, di cui lo schianchi, che fu anche Canonico della Collegiata, per primo tentò razionalmente la storia nella sua genesi religiosa e artistica.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2/3 1957, 187; Gazzetta di Parma 4 settembre 1991, 16.

SCHIANCHI GUALBERTO
Neviano degli Arduini-Plezzo 23 ottobre 1915
Caporale di Reggimento Artiglieria da campagna, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Quale capo-pezzo, dimostrò sotto il fuoco nemico rara fermezza d’animo e, mortalmente ferito, continuò ad impartire gli ordini ai serventi, finché gli vennero meno le forze.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1916, Dispensa 70a, 3736; Decorati al valore, 1964, 63.

SCHIANCHI PAOLO
Collecchio 21 agosto 1774-Parma 24 ottobre 1807
Capo di malviventi che operavano nei dintorni della città di Parma, fu catturato in seguito a una serie di gravi reati, tra i quali una aggressione a mano armata commessa il 14 dicembre 1805, a danno del quartiermastro del IV battaglione del Treno di Artiglieria, Simeonis, e una aggressione, compiuta il 7 gennaio 1806, a danno del direttore delle Poste della città di Parma, Urtin, e del corriere di Alessandria, Fotraud. Lo Schianchi operò con due complici, anch’essi catturati e assieme a lui condannati a morte dalla commissione militare riunitasi in Parma il 27 gennaio 1806. La condanna fu eseguita il 24 ottobre 1807 nella Piazza della Ghiaja in Parma.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.

SCHIARETTI GUIDO
Parma 13 gennaio 1906-Parma 8 marzo 1972
Allievo di Annibale Pizzarelli e Renzo Martini, pur non avendo ale spalle approfonditi studi musicali, seppe farsi apprezzare come ottimo tenore utilité, comprimario e in varie occasioni anche come protagonista.Dopo una lunga gavetta in teatri di provincia, nell’aprile 1945 ebbe la sua occasione, sostituendo il tenore Infantino al Teatro Regio di Parma nell’Amico Fritz.L’anno successivo fu lord Arturo nella Lucia e nel 1947 cantò nuovamente l’opera a Ovada con Carlo Bergonzi, allora baritono.Fu in Francia (Lione e Tolosa) e in Portogallo cantò in Traviata, Barbiere di Siviglia e Arlesiana.Fu anche negli stati Uniti in una serie di spettacoli.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SCHIASSI ANTONIO
Parma 1849
Incisore in rame attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 248.

SCHIAVELLI TIOLO, vedi CHIAVELLI TIOLO

SCHIAVI ANTONIO
Vigatto 28 agosto 1887-Parma 19 giugno 1951
Entrò giovanetto nel Seminario di Berceto, ove frequentò le scuole ginnasiali, e poi passò nel Seminario di Parma per i corsi liceali e teologici. Venne ordinato sacerdote il 14 maggio 1915 nella chiesa di San Tommaso dal vescovo Guido Maria Conforti. Venne poi nominato vice-archivista e Protocollista della Curia vescovile e Rettore della chiesa di San giovanni decollato, quindi vice-cancelliere della Curia per cinque anni (1919-1924), dogmano della Collegiata del Battistero e cappellano della chiesa di San Carlo. Fu inoltre confessore presso le maestre Luigine e presso l’orfanatrofio Vittorio Emanuele, Cancelliere della Curia vescovile dal 1925 al 1931, Vicario generale della Diocesi e arciprete della Basilica cattedrale dal 9 giugno al 4 settembre 1931. Fu quindi nominato parroco della chiesa di San Tommaso in Parma e Canonico onorario della basilica Cattedrale il 5 settembre 1931. restaurò e decorò la chiesa di San Tommaso, ornandola di un pregevole altare in marmo, su disegno di don Alberto Tadè, e di vetrate istoriate. Fu anche insegnante di liturgia nel Seminario maggiore, Promotore di giustizia, Promotore del vincolo e giudice del Tribunale ecclesiastico regionale per le cause matrimoniali, membro del Consiglio amministrativo diocesano, membro della commissione dei definitori per la Congregazione del clero, Ispettore dell’insegnamento di religione nelle scuole primarie della città di Parma, promotore della fede nei processi informativi per le cause delle serve di Dio Lucrezia Zileri e Anna Maria Adorni e Postulatore della causa di beatificazione di monsignor Agostino Chieppi. Fu un assiduo e diligente studioso di storia locale e diocesana: pubblicò i due importanti volumi La Diocesi di Parma, il primo nel 1925 e il secondo nel 1940, indispensabili per la conoscenza della Diocesi e delle singole parrocchie e ricchi di documenti che orientano gli studiosi sulle vicende della storia ecclesiastica della Diocesi parmense. Pubblicò anche Il Pievato di Vigatto e i suoi arcipreti e Nel VII centenario del primo battesimo amministrato nel Battistero monumentale di Parma (1916). Socio corrispondente della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi (1925), riordinò l’Archivio della Curia vescovile, facilitando agli studiosi le ricerche storiche.
FONTI E BIBL.: E. Guerra, in Parma per l’Arte 3 1951, 129; I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 208-209; T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 77.

SCHIAVI EUGENIO
-Collecchio aprile 1905
Fu consigliere comunale di Collecchio dal 1888 e Sindaco dal 1892 al 23 maggio 1894, allorché rinunciò all’incarico. Ritornò alle sue funzioni di semplice consigliere e, in assenza del sindaco Lodovico Paveri Fontana, agì da presidente della seduta. Il 23 febbraio 1899 fu di nuovo nominato Sindaco, dalla quale carica fu dimissionario il 28 agosto 1900. Da allora rimase consigliere comunale fino alla morte.
FONTI E BIBL.: U.Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.

SCHIAVI ORAZIO
San Secondo Parmense-Woschilowa 19 gennaio 1942
Figlio di Albino. Camicia Nera della Legione Camicie Nere Tagliamento, 63° Battaglione, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Porta arma tiratore, durante un tentativo nemico di sorprendere e attaccare un punto particolarmente delicato di un nostro caposaldo, interveniva prontamente aprendo il fuoco sull’avversario. Ferito rimaneva sul posto di combattimento continuando nell’azione fino a quando veniva colpito a morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1947, Dispensa 27a, 2712; Decorati al valore, 1964, 116.

SCHIETI PAOLO
Parma 1548/1562
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della steccata in Parma dal 1548 al 1556. Passò, come consorziale, alla Cattedrale di Parma il 7 novembre 1558. Il 9 novembre 1562 venne sostituito (loco D. Do. Pauli de Schietis) da Eustacchio Cernitori.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 20; Benefitiorum et beneficiatorum Elenchus, 493 (Archivio di Stato in Parma); N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 16.

SCHINON, vedi FORNIA ALFIO

SCHIROLI RICCARDO
Parma 1917-Krasno Orecowo 13 febbraio 1942
Figlio di Arnaldo. Sottotenente del 121° Reggimento Artiglieria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Giunto da pochi giorni in zona d’operazioni e destinato ad un gruppo d’artiglieria in qualità di ufficiale osservatore, rinunciava alla licenza di sei mesi spettantegli quale iscritto alla facoltà di veterinaria e chiedeva di essere subito adibito ad un osservatorio avanzato d’artiglieria. Durante questo servizio ed allo scopo di individuare meglio le posizioni avversarie, esprimeva insistentemente il desiderio di spingersi oltre le prime linee. Si univa pertanto spontaneamente ad una pattuglia di fanti con la quale, dopo essere penetrato profondamente in territorio nemico, a missione ultimata e sulla via del ritorno, veniva attaccato da preponderanti forze avversarie che gli precludevano ogni via di scampo. Impegnatosi audacemente in cruenta impari lotta, cadeva colpito mortalmente. Bell’esempio di volontarismo e sprezzo del pericolo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1949, Dispensa 7a, 1254; Decorati al valore, 1964, 98.

SCHIVAZAPPA ENRICO
Parma 27 agosto 1846-Parma 14 settembre 1890
Figlio di un addetto al servizio della Corte ducale, da giovane fu garzone prestinaio e nei ritagli di tempo studiò indefessamente. emigrato nel Parà (Brasile), giunse a occupare una posizione eminente nel commercio. Fu viceconsole italiano per molti anni e meritò l’insegna di Cavaliere della Corona d’Italia. rimpatriò nel 1888, portando con sé dal Brasile molti oggetti d’arte, che donò a vari musei d’Italia. Anche nel Museo d’antichità di Parma vi è una sala contenente un’importante collezione etnografica, dovuta appunto allo Schivazappa.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1905, 106-107.

SCHIZZATI A.B.
Noceto 1811
Fu Protomedico in Noceto e poeta dialettale. La sua Filastroca pr Carlotta Levacher al giorn d’San Carl Borromè l’an 1811 è conservata nel ms. parmense 1308 (carte di Giuseppe De Lama) della Biblioteca Palatina di Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 839.

SCHIZZATI ANDREA
Parma 1773 c. -
Figlio del conte Francesco. Fu autorevole Consigliere di Stato.

FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 200.

SCHIZZATI ANTONIO
Parma 16 aprile 1790-Parma maggio 1876
Figlio di Francesco e di Gaetana Dodi. canonico, fu Decano del Capitolo della Basilica cattedrale di Parma, della quale dignità sostenne con fermezza i diritti e le prerogative. Nell’ufficio di fabbriciere, ne curò con intelligenza e solerzia gli interessi dell’amministrazione. In età avanzata lo Schizzati fu afflitto da cecità.

FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 28.

SCHIZZATI FILIPPO
Parma 1725/1758
Figlio di Giovanni Antonio e di Lelia Silva. Ottenne nel 1725 una patente ducale di familiarità. Dal 1733 al 1753 fu successivamente Podestà di Cortemaggiore, Castell’Arquato, Busseto e Borgo San Donnino. Nel 1758 ebbe l’onore della toga e fu nominato Pretore di Castel San Giovanni. Sposò in seconde nozze Margherita Torricella di Cortemaggiore.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 200.

SCHIZZATI FILIPPO
Parma 25 febbraio 1784-Parma 28 luglio 1877
Figlio del conte Francesco e della nobile piacentina Gaetana Dodi. Fu avvocato. Intelletto acuto e geniale, particolarmente versato negli studi del diritto, della storia e delle lettere, lasciò una buona traduzione de Le Stagioni di Giacomo Thompson (Parma, Stamperia Ducale, 1818), al quale volume il poeta Angelo Mazza, che allo Schizzati aveva dato in sposa la figlia Drusilla, aggiunse la versione dell’Inno al Creatore. Pubblicò anche un quadro storico sulla Fondazione di Parma, mentre rimase inedita la sua opera Cenni sui Borboni di Parma. Ma dove lo Schizzati si mise maggiormente in evidenza fu nelle sentenze, che redasse a migliaia, in tutti i gradi delle giurisdizioni, civile, penale e amministrativa. Nel 1831 ebbe il delicato incarico di istruire il processo ai moti carbonari scoppiati nel febbraio di quell’anno: in quell’occasione venne apprezzato per la moderazione che lo contraddistinse. Già consigliere del tribunale di revisione di Parma, nella prima legislatura (1848) venne eletto deputato della stessa città al Parlamento subalpino. Di idee liberali, al ritorno dei Borbone poté comunque restare a Parma, insegnando giurisprudenza nell’Università. Nel 1850, in una causa molto importante, che, con le licenze ai coloni, implicava molteplici e gravi interessi, egli non esitò ad andare contro il volere espresso da Carlo di Borbone. Dalla magistratura del Ducato passò in quella del Regno d’Italia: fu presidente della Corte di cassazione di Milano, nonché consigliere e vicepresidente del Consiglio di Stato. Nel testamento, fatto a novant’anni, lasciò scritto che i funerali si celebrassero nelle ore più solitarie ed oscure, senza seguito alcuno al di fuori del servitore, vietò iscrizioni e necrologie e raccomandò ai medici di ben assicurarsi che egli fosse morto davvero.
FONTI E BIBL.: T.Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 764; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1884, 65; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; A. Malatesta, Ministri, 1941, 120-121; Aurea Parma 1 1949, 24; A. Boni, Documenti parmigiani, 1998, 147.

SCHIZZATI FRANCESCO
Parma 1747-Parma 24 agosto 1820
Figlio di Filippo e di Margherita Torricella. Lo Schizzati discese da un ceppo patrizio, che a Parma aveva già dato studiosi, funzionari, prelati e magistrati. Egli stesso fu, poco più che quarantenne, Auditore civile nel Tribunale di Parma e professore di diritto criminale presso l’Ateneo parmense. Nel 1788 fu travolto nel provvedimento di defenestrazione dell’intero Tribunale, reo di aver giudicato in una controversia privata contro il volere del duca Ferdinando di Borbone. Lo Schizzati fu poi reintegrato nella sua funzione giudiziaria e già nel 1793 fu elevato al grado di Governatore di Parma. In tale carica porse alla duchessa Maria Amalia le sue condoglianze e quelle della città, a seguito della tragica fine della sorella Maria Antonietta. Nel 1791 fu Consigliere di giustizia nel Supremo Consiglio di Piacenza. nell’estate del 1799, al fermo e impavido contegno dello Schizzati, rimasto quale unica autorità nella città sguarnita di qualsiasi difesa e ribollente dei fermenti che il vento di Francia aveva portato, Parma dovette la sua salvezza da molto maggiori sconvolgimenti, e vide le requisizioni, che i Francesi avevano richiesto, ridursi a proporzioni notevolmente minori. Fu una vittoria del buon diritto, della quale l’opera del Cavagnari offre adeguata documentazione. Ormai collaudato e pronto a sostituire il Ventura, fisicamente stanco e probabilmente più ancora timoroso delle imminenti gravissime responsabilità, lo Schizzati assunse (intera, non limitata al Dispaccio di Stato) la funzione di primo Ministro. Nell’estate del 1800 la vittoria di Marengo eliminò l’Austria da ogni sfera d’influenza sul medio corso del Po e aprì le province emiliane al sogno napoleonico di un comodo e sicuro allacciamento del porto di La Spezia alla Cisalpina, attraverso il facile valico della Cisa. Napoleone Bonaparte scrisse al Duca una lettera, nella quale contrastano il proemio severo e la lusinghevole chiusa. Si lagna il primo console di una connivenza della Corte ducale con la rivolta armata dei montanari del Piacentino contro le truppe francesi, esprimendo propositi di severa rappresaglia, poi promette addirittura al Duca un ingrandimento dei suoi domini. La risposta del Duca, minutata tutta dallo Schizzati, è un capolavoro di finezza diplomatica e al tempo stesso un deciso rifiuto delle allettanti promesse. E i due trattati di Lunéville e di Aranjuez, a cavallo tra l’inverno e la primavera del 1801, sono il documento dell’insuccesso delle blandizie. Mentre col primo di essi si mette fuori causa l’Impero Austriaco, unica possibile difesa del minacciato Ducato, con l’altro, stracciando con balda noncuranza ogni buona norma di diritto, si dà voce all’assente e inconsapevole Duca di Parma per fargli dichiarare che gli rinuncia por se y sus herederos perpetuamente el Ducado de Parma con todas sus dependencias en favor de la Repubblica francesa (il Re di Spagna si fece garante di tale rinuncia). Ma nel più di un anno e mezzo che seguì all’iniquo trattato, la resistenza ducale, tanto più ferma quanto meno spettacolare e violenta, tenne in rispetto lo stesso Napoleone Bonaparte. Accanto a quella resistenza passiva, un lavorìo incessante e discreto si sforzò di paralizzare la sentenza di morte del Ducato parmense e magna pars ne fu, insieme al fido amico Giuseppe Nicola Azara, ministro del Re di Spagna, lo Schizzati. Questa attività diplomatica era già a buon punto, quando, improvvisamente, il Duca si spense. Ufficialmente si parlò di colèra sporadico, ma è lecito dubitarne di fronte all’alone di mistero che circondò le successive indagini e che il Lecomte così descrive: Avant que les chirurgiens procédassent à l’autopsie, il fut enjoint à toutes les personnes présentes, et sous peine d’être sur-le-champ disgraciées par la Régence, de rien révéler de ce qui pourrait être découvert par l’ouverture du cadavre de Don Ferdinand. Con la morte del Duca l’ostacolo all’avverarsi del sogno napoleonico svanì e il tricolore dell’anch’essa agonizzante Repubblica di Francia poté sostituire la bandiera borbonica. Parma fu costituita in Dipartimento del Taro. Lo Schizzati fu reggente del Ducato, alla morte di Ferdinando di Borbone, insieme con Maria Amalia e Cesare Ventura.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1820, 281; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 407-408; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 200; Bocconi, L’ultimo ministro di Don Ferdinando, in Archivio Storico per le Province parmensi 1952, 55-62; L. Farinelli, Il carteggio Zani, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1986, 373.

SCHIZZATI GIOVANNI ANTONIO
Piacentino ante 1704-Parma 1736
Figlio di Paolo. Con Patente dell’11 febbraio 1704, dal duca di Parma Francesco Maria Farnese fu creato nobile coi discendenti d’ambo i sessi. Fu uditore criminale in Parma, consigliere della Dettatura di Parma nel 1716, Capo-giudice e Presidente ducale nel 1721 e Progovernatore di Parma nel 1732. Sposò Lelia Silva.

FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 200.

SCHIZZI PAINO
Cremona-post 1377
Fu Canonico della Cattedrale di Cremona. Governò come Prevosto mitrato la Chiesa di Borgo San Donnino per oltre trent’anni (1345-1377), distinguendosi per prudenza, dottrina e carità.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 28.

SCHIZZI PAXINO, vedi SCHIZZI PAINO

SCHMID JOHANN LUDWING PHILIPP
Parma 1849/1850
Fu Cavaliere di gran croce dell’Ordine costantiniano, Commendatore dell’Ordine di San Lodovico e Cavaliere del Regio Ordine dell’aquila Rossa. Di origine tedesca, passò a Parma coi secondi duchi di Borbone. Fu creato da Carlo di Borbone, con privilegio dell’8 maggio 1850 per diritto concesso dallo statuto dell’Ordine di San Lodovico, nobile coi discendenti d’ambo i sessi.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 202.

SCHMIT ANTONIO
Parma 1850/1860
Dottore in medicina, fu Consigliere aulico e Commendatore dell’Ordine di San Lodovico (titolo che concedeva per statuto la nobiltà). Fu riconosciuto nobile assieme ai suoi discendenti d’ambo i sessi da Carlo di Borbone duca di Parma, con Decreto del 7 marzo 1850. Lo Schmit fu col medesimo decreto autorizzato ad aggiungere al proprio il cognome Tavera.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 202.

SCHMIT TAVERA ANTONIO, vedi SCHMIT ANTONIO

SCHON PIETRO
Parma seconda metà del XIX secolo
Incisore in rame attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 137

SCHREIBER BRUNO
Trieste settembre/dicembre 1904-Parma 31 agosto 1992
Si laureò con lode nel 1927 con una tesi in Scienze naturali all’Università di Padova. Lavorò presso l’Università di Milano dal 1930 al 1952, eccettuato il periodo bellico: il 5 settembre 1938 fu infatti dimesso dalla carica di aiuto di ruolo alla libera docenza e venne licenziato dall’insegnamento accademico in seguito all’entrata in vigore delle leggi razziali emanate dal governo fascista. Da questa data al 1943 lo Schreiber continuò a insegnare presso la scuola della comunità ebraica di milano. Pochi giorni dopo l’8 settembre 1943, lo Schreiber riuscì a evitare l’internamento nei lager nazisti riparando in Svizzera. Dopo essersi spostato per vari campi di raccolta profughi, riprese a esercitare la professione di docente: fu infatti insegnante in un campo liceale per studenti italiani. Il governo dell’Italia liberata lo considerò uno dei principali punti di riferimento perché i giovani italiani espatriati nella Comunità elvetica proseguissero gli studi. A guerra finita, nel 1945, lo Schreiber fu reintegrato nella carica di aiuto di ruolo nella libera docenza nell’Università di Milano, dove rimase per sei anni. Nel 1951 vinse il concorso per la cattedra di zoologia della facoltà di Scienze naturali dell’Università di Parma. Da allora non cambiò più la sede universitaria e Parma divenne la sua città adottiva. Nel 1954 gli venne affidato anche l’incarico dell’insegnamento della biologia e della zoologia generale presso la facoltà di Medicina. Mantenne queste cattedre fino alla prima metà degli anni Settanta. Lo Schreiber fu Preside di Scienze naturali dal 1960 al 1975, portando a cento (dai dieci iniziali) il numero degli scienziati occupati nella facoltà. In quel periodo promosse lo studio della genetica, chiamando a Parma Luigi Cavalli Sforza, Giovanni Magni e Franco Conterio. Fu infatti tra i primi a comprendere (nonostante non corrispondesse alla sua specializzazione) l’importanza di questa scienza. Nella sua lunga carriera lo Schreiber fu autore di più di 130 lavori scientifici pubblicati in atti di congressi e da riviste internazionali. Gli studi che gli valsero i maggiori riconoscimenti sono relativi alle capacità di orientamento dei piccioni viaggiatori e alla radioecologia del plancton marino. Il suo insegnamento formò scienziati quali Danilo Mainardi, Antonio Moroni ed Elsa Massera. Lo Schreiber fu sepolto presso il reparto israelitico del cimitero di Musocco a Milano.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 settembre 1992, 8.

SCHREIBER CORRADO
1894-Monte San Michele 26 settembre 1915
Figlio di Ettore. Ancora studente, fu sottotenente di Complemento del 112° Reggimento Fanteria. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare. Morì in combattimento, colpito in pieno da una granata nemica.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3, 4, 12 e 13 ottobre 1913, 8 giugno 1916 e 20 maggio 1917; Aurea Parma luglio-dicembre 1915; G.Sitti, Caduti e decorati, 1919, 227.

SCHREIBER GIUSEPPE
Parma 1800-post 1825
Dopo aver studiato quattro anni con Pasquale Cavallero e aver suonato in teatro e in funzioni religiose, nel 1825 chiese di concorrere al posto di secondo flauto nella Ducale orchestra di Parma, vincendo il posto (Biblioteca del Conservatorio di Parma, Archivio della ducale Orchestra).

FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

SCHWING KARL
Laur 4 gennaio 1780-Parma 10 giugno 1851
Entrato nelle milizie austriache (Corpo dei Cacciatori Tirolesi) nel 1799, passò quindi in Italia, dove nel 1824 fu nominato Capitano. Come tale, nel 1832 fu al servizio di Maria Luigia d’Austria quale Comandante del Corpo dei Dragoni Ducali (Gendarmeria). Giunse al grado di Colonnello e fu creato nobile, cavaliere dell’Ordine Pontificio di Gregorio magno nel 1838 e Cavaliere e quindi commendatore dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio. Nel 1846 ottenne di essere messo a riposo. Dopo la Morte di Maria Luigia fu nominato Maggiore Generale e Governatore della Cittadella di Parma. Lo Schwing riportò nell’adempimento della carriera militare ben cinque ferite. Parlava e scriveva correttamente tre lingue: tedesco, italiano e francese. Sposò Anna Vinter. Si distinse anche durante l’epidemia di colera del 1836.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1838, 41, e 1851, 585; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 408-410; M. De Grazia, Lettera di Carlo III, in Archivio Storico per le Province parmensi, 1969, 256.

SCIOPERATO, vedi GIANFATTORI FERDINANDO CARLO

SCIPIONE FERDINANDO
Parma 1831
Impiegato nell’Ordine Costantiniano, prese parte ai moti del 1831. La polizia ne redasse la seguente scheda segnaletica: Membro del consesso civico. Liberale sciocco e poco onesto. Dalla Direzione Generale di Polizia viene indicato come cooperatore allo scoppio ed alla propagazione della rivolta. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 206.

SCIPIONE GIANN'AGOSTINO
Borgo San Donnino XVI secolo
Scrisse un poema in rima in onore di San donnino Martire, citato dal Brioschi e dal fagiuoli nella Vita che pubblicarono di detto santo l’anno 1578, affermando che tale poema si conservava in Borgo San Donnino nell’archivio privato della famiglia Pinchelini.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 656.

SCIPIONI FERDINANDO, vedi SCIPIONE FERDINANDO

SCIRULLI GIOVANNI BATTISTA, vedi SERULLO GIOVANNI BATTISTA

SCOCCIABUSA GABRIELE
Busseto 1533/1546
Figlio di Andrea. Fu il primo notaio e Priore del Collegio dei Notai di Busseto, fondato nel 1533. Apprese l’Astronomia da Gian francesco Tuzzi. Di questi studi, rimane un foglio volante impresso in due colonne e contornato, avente questa intitolazione: Conjunctiones, oppositiones cum Quartis suis Luminarium anni 1546 per D. Gabrielem Scozzabusum Notarium Bussetanum in ipso Busseto diligentissime calculatae (Parmae, per Franciscum de Prato). È verosimile che lo Scocciabusa ne publicasse altri per gli anni precedenti o posteriori. compilò con Lorenzo Berretti, altro notaio bussetano, le Costituzioni di quel Collegio, che si trovano stampate dietro lo Statuto Pallavicino.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 652-653.

SCOCIABUSA GABRIELE, vedi SCOCCIABUSA GABRIELE

SCODEGGIA PAOLO
Parma 1899/1918
Fu un pioniere dell’aviazione parmigiana. Fu decorato di Croce di guerra al valore.
FONTI E BIBL.: M. Cobianchi, Pionieri dell’aviazione, 1943.

SCOFFONI CATERINA, vedi GAMBARA CATERINA

SCOFFONI LUCREZIA
Parma-1729
Marchesa. Fu vicepriora della Compagnia del Sant’Angelo Custode di Parma. Sposò un conte Terzi di Sissa.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia S. Angelo Custode, 1853, 51.

SCOFFONI MARC'ANTONIO
Parma 1632
Nell’anno 1632 fu insignito della Croce dell’ordine Militare dei Cavalieri di Santo Stefano.
FONTI E BIBL.: l.Araldi, L’Italia nobile, 1722.

SCOFFONI TIBERIO
-Parma fine del XVI secolo
Fu Canonico della Cattedrale di Parma. Dottore in ambo le leggi, attese più alle opere pie che alla professione. Secondo il Pico, non ebbe pari per bontà ed integrità di vita nel Capitolo dei Canonici né in tutto il Clero di Parma. Morì più pieno di gloria che di anni verso la fine del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 48.

SCOLA ROCCO
-Parma 20 dicembre 1672
Frate servita, fu ammesso come musico nella Cappella della Steccata e in quella della Corte ducale di Parma il 18 aprile 1663.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 134.

SCOLARI ALBERTINA
San Michelino di Tiorre 17 settembre 1857-Parma 2 febbraio 1898
Studiò canto alla Regia Scuola di musica di Parma dal 1876 al 1879. Debuttò (mezzo soprano) con successo al Teatro Regio di Parma nel Carnevale 1878-1879 nella Dinorah e vi tornò la stagione successiva in Roberto il diavolo e nel Niccolò de’ Lapi. Fu poi colpita da una grave malattia, per cui, quando risalì sulle scene, preferì dedicarsi al teatro leggero. In queste vesti, nel 1881-1882 fu a Genova al Teatro Andrea Doria nella compagnia di opere comiche Bruto Bocci che presentò un cartellone con Il campanello dello speziale di Donizetti, Orfeo all’inferno e La bella Elena di Offenbach, Boccaccio di Suppé e Madama Angot di lecocq. Continuò con queste compagnie con successo. L’ultima notizia pubblica che si ha della Scolari risale all’aprile 1894: fu nella compagnia di operette fioravanti al Teatro Reinach di Parma. In cartellone, anche quella volta vi furono operette, di Suppé, Planquette e Lecocq. La stagione suscitò scarso interesse e causa la mancanza di pubblico la compagnia abbandonò la piazza.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 181-182; Dacci; Ferrari; Frassoni; Cronologia del Teatro Regio di Parma; G.N.Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 27 febbraio 1983, 3.

SCOLARI MORELLO
Parma 1439
Fu Commissario ducale di Parma nell’anno 1439.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Consoli, Governatori e Podestà, 1935, 61.

SCOPESI DELLA CAVANNA BARTOLOMEO
Compiano 1486/XVI secolo
Figlio di Giovanni. Dopo aver conseguito grandissimi onori per i suoi meriti scientifici e letterari presso il principe Fregoso, doge di Genova, ottenne anche dal Re di Francia l’onorevolissima carica di suo intimo Segretario.
FONTI E BIBL.: A. Emmanueli, L’alta valle del Taro, 1886, 132.

SCORTA, vedi DELLA PORTA GAMERIO

SCORTICATI ETERIO
San Secondo 1824 c.-Castelfidardo 18 settembre 1860
Fu educato alle discipline liberali: studiò matematica e vi si laureò in Parma nel 1846. In seguito si arruolò nelle truppe parmensi, divenendo presto ufficiale. Dal Governo fu mandato a Insbruck a studiare per l’Arma del Genio. Vi rimase due anni. Durante i moti del 1848 lo Scorticati fu messo al comando del Genio. Seguì poi il generale dei Bersaglieri alessandro Lamarmora, che lo prese come suo aiutante. Morì in battaglia. Gli venne decretata la medaglia d’argento al valor militare per aver condotto con ammirabile assennatezza e sangue freddo la sua Compagnia, dove più terribile era il fuoco, animando i suoi soldati coll’esempio.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 410.

SCORZA CESARE
Collecchiello XI secolo
Abitante a Collecchiello, ai primi dell’XI secolo divenne usufruttuario dell’Oratorio della Madonna degli Angeli in Collecchio, insieme con i due figli Giuseppe e don Paolo.
FONTI E BIBL.: U.Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.

SCOTO DA PARMA, vedi SCOTTI

SCOTTI
Parma 1579/1580
Ingegnere. Lavorò in Polonia, dove nel 1579-1580 eresse la fortezza di Grodno per ordine di re Stefano Bàthory. Secondo lo storico polacco Martin Cromer (De origine et rebus gestis Polonorum), si rese particolarmente famoso il 27 giugno 1580 quando, senza servirsi d’acqua e senza verun’altro mezzo manuale, spense l’incendio suscitatosi nella città di grodno presso il castello dove sorggiornava il re Stefano Batory.
FONTI E BIBL.: S. Ciampi, Artisti in Polonia, 1830, 93; S. Ciampi, Bibliografia critica delle antiche reciproche corrispondenze dell’Italia colla Polonia, vol. 2, Firenze, 1839, 253; F. Daugnon, Gli italiani in Polonia, 1905, II, 270-271; T. Jankowski, Smierc Batorego w Grodnie, 1930; L.A. Maggiorotti, dizionario architetti e ingegneri, 1934, 135; R. Lewanski, Polacchi a Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1986, 380.

SCOTTI ARTURO
San Lazzaro Parmense 31 luglio 1879-Parma 17 aprile 1963
Laureatosi in legge, entrò nello studio dell’avvocato Paolo Mussini, al quale successe, non tardando a raggiungere e a consolidare una notevole fortuna professionale: per cinquantacinque anni fu avvocato civilista. Consigliere del Comitato di sconto della Banca d’Italia e legale per oltre un quarantennio della Banca Commerciale Italiana, fece parte per qualche anno del Consiglio nazionale superiore del commercio. Nel secondo dopoguerra, dopo qualche anno di attività ridotta, si ritirò dalla professione attiva, dedicandosi ai suoi studi prediletti: problemi di arte e di toponomastica, ricordi farnesiani, napoleonici e risorgimentali, che lo appassionarono alla raccolta di preziosi cimeli, di stampe, di libri e di scritti rari. Fu anche sobrio e arguto scrittore dialettale. Nell’elezioni amministrative del 1951 venne eletto consigliere comunale per il partito liberale. Fu Presidente del Rotary Club di Parma. Sulla Gazzetta di Parma tenne la popolare rubrica A Vajòn, ricca di note sui problemi della città. Con Francesco Squarcia fu condirettore della rivista culturale Aurea Parma per una dozzina di anni. Lasciò una ricca biblioteca, con un’edizione delle leggi dell’Impero francese e altre raccolte di leggi dal 1805 al 1861.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 127; A. Credali, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1964, 29; T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 81-82; Gazzetta di Parma 10 maggio 1993, 5.

SCOTTI BERNARDO VIZIO
Parma 1233/1243
Nell’anno 1233 istituì un nuovo Ordine di frati, detti di Martorano. Fra Salimbene scrive: Fr. Bernardus Vicius fuit de Scottis et fecit ordinem fratrum de Martorano. Tunc Bernardus Vicius cum quibusdam aliis Religionem de Martorano inchoavit. questi religiosi canonici regolari furono soggetti alla regola di sant’agostino. Abitarono in Capo di Ponte, presso il luogo detto di Santa Maria nuova. Lo Scotti fu eletto Vescovo di Parma dal Capitolo poco dopo il 15 ottobre 1243, ma subito dopo papa Innocenzo IV lo sospese dall’amministrazione spirituale e temporale della Chiesa di Parma, commettendola invece a Tancredi Pallavicino, abate del Monastero di San Giovanni evangelista perché è sospetto a noi e ai nostri fratelli, come dilapidatore, e perché c’è dato sapere che è cagione di imminenti discordie. Perciò fino a che le cose non siano chiarite ci siamo determinati di sospenderlo e ad interdirlo dall’amministrazione, a cui però verrà assegnata una congrua provvigione per le sue necessità. Lo Scotti, semplicemente eletto, fu tuttavia messo in possesso del Vescovado dal legato Gregorio di montelongo. Nei giorni seguenti un decreto del Comune di Parma ordinò al podestà di obbligarsi con giuramento a non costringere mai alla restituzione chiunque avesse avuto dallo Scotti prestito di denaro o avesse in potere beni e robe spettanti al Vescovado, liberando anzi chi fosse tenuto per cauzione a un qualunque vincolo. Contemporaneamente il Pontefice fu informato che lo Scotti, contrariamente ai suoi ordini, aveva osato ingerirsi con la forza nell’amministrazione della diocesi. Innocenzo IV, dopo aver annullato il 21 novembre 1243 il decreto comunale, scrisse il 1° dicembre dello stesso anno al prevosto e al Capitolo di Parma dichiarando non canonica la scelta dello Scotti per avere il legato pontificio fatto trascorrere i termini della facoltà accordatagli. Annullò quindi l’elezione dello Scotti e ordinò che, se entro quindici giorni dopo la ricezione della lettera, non fossero venuti all’elezione, l’abate di Polirone avrebbe scelto una persona degna e confermata in sua vece. Il Capitolo ubbidì prontamente, eleggendo Alberto Sanvitale.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa parmense, 1936, 215-216; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 238.

SCOTTI COSTANZA, vedi SCOTTI di MONTALBO COSTANZA

SCOTTI GIUSEPPE
Parma 1698/XVIII secolo
In età giovanile scrisse un’opera intitolata Filosofia numerale ove si lusinga il genio di Pitagora intorno la Virtù, bellezza e forza de’ numeri et l’uso di essi nel secondo elementare, e celeste. Compositio mei Josephi Scotti. F. anno 1698 (Biblioteca Palatina di Parma, ms. in folio di f. 234, la tavola del quale è autografa e il resto di mano di un suo discepolo, a cui lo Scotti aveva insegnato l’aritmetica). Tra alcune note che lo Scotti scrisse in fronte a questo libro ve n’è una che dice che il conte alessandro Sanvitale, suo parziale, voleva farlo stampare a proprie spese. Lo Scotti visse lungamente anche nel secolo successivo.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 923.

SCOTTI LUIGI
-Parma 1672
Conte, fu Capitano di cavalleria nelle guerre condotte da Odoardo Farnese: combatté a lungo in Piemonte. Successivamente venne nominato Generale di artiglieria (1661).
FONTI E BIBL.: L. Balduzzi, I Douglas e gli Scotti Douglas, Pisa, 1883; L. Mensi, Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1899; C. Argegni, Condottieri, 1937, 227.

SCOTTI LUIGI
Fontanellato o Piacenza-Fontanellato 1933
Fu pioniere in Italia nella ricerca e nello sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi. Maestro elementare, lo Scotti sentì come pochi del suo tempo tutto il fascino della ricerca petrolifera, di cui seppe inoltre presagire l’incalcolabile importanza futura. Fondò e diresse per venti anni la Società Petrolifera Italiana. Durante la prima guerra mondiale ideò il deposito di benzina del Bersanello di Fornovo e, dopo Caporetto, fornì all’esercito italiano in ritirata 9000 tonnellate di carburante. Pubblicò varie monografie, la più parte di argomento paleontologico. È attribuita allo Scotti la scoperta del solco primigenio o augurale delle abitazioni dei terremaricoli o antichi italici (esiste un suo studio sull’argomento). Lasciato l’insegnamento e messo insieme un modesto capitale, aggredì letteralmente le colline fornovesi (Vallezza-Monterotondo), perforandole incessantemente, ma con alterna fortuna, così da avere spesso bisogno di mezzi finanziari per non dover lasciare il lavoro. Soprattutto, perché l’attività fosse produttiva e di rischio contenuto, occorrevano macchine di perforazione e strutture collaterali di grande efficienza, assai costose e di fabbricazione americana. Un problema difficile, quello economico, per risolvere il quale lo Scotti si rivolse alla Casa reale. E Margherita di Savoja, la regina madre, giunse a Neviano Rossi, nella zona dei pozzi, tra il tripudio della gente incolonnata lungo il percorso prestabilito e grandi festeggiamenti. Il camminamento tra il fondo della miniera e il pozzo da inaugurare, che si trovava non lontano dalla chiesa parrocchiale, quasi in vetta alla collina, fu coperto da un tappeto rosso. Lo Scotti attese il momento opportuno per fare sgorgare il petrolio, fingendo il ritrovamento al pozzo n. 20, con l’uscita verso l’alto di un potente getto del minerale in modo da farne ricadere sugli astanti a rendere più credibile l’avvenimento. la finzione, essendosi presto risaputa, non piacque alle autorità e ai personaggi romani. Il sospetto o forse la certezza avuti dall’alta finanza e dalla stessa casa Savoja che i loro investimenti, ottenuti con l’inganno, non avrebbero mai prodotto degli utili, determinarono misure drastiche nei confronti dello Scotti: il suo allontanamento dalla Società e la perdita del capitale investito. attorno al 1925 il potente finanziere Angelo pogliani lo liquidò senza esitazione e senza alcuna possibilità di ritorno: nei confronti di una società, la Petroli Taro (con sede in fornovo), creduta concorrente, lo Scotti aveva intavolato trattative con proposte di acquisto, proposte che poi furono accettate e sottoscritte dalle parti, ma senza l’esplicito consenso del nuovo gruppo finanziario della Società Petrolifera Italiana. proprio mentre queste trattative erano in corso di perfezionamento, assunse la gestione della Società Petrolifera Italiana il gruppo finanziario Pogliani, il quale non riconobbe mai l’acquisizione della Petroli, considerandola anzi un affare personale dello Scotti. Le conseguenze per lo Scotti furono amarissime: oltre a subire un inevitabile dissesto economico, fu costretto all’abbandono del posto ricoperto fin a quel momento nella società e a ritirarsi a vita privata.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 139; L.Merusi, Fornovo di Taro, 1993, 128-130.

SCOTTI ODOARDO, vedi SCOTTI di MONTALBO ODOARDO

SCOTTI ODOARDO MARIA
Parma 1677/1739
Nel 1739 fu eletto Presidente della congregazione Benedettino-Casinense.
FONTI E BIBL.: M.Armellini, Bibliotheca benedictino casinensis, 1732.

SCOTTI PAOLO
Parma 1563-Parma 20 gennaio 1639
Alunno del Cenobio, fu, a partire dal 1584, Abate di Cassino e di San Paolo in Roma. Fu inoltre Lettore a Cassino e a Parma, dove fece costruire un magnifico coro quando, dal 1623 al 1627, fu Abate del Monastero di San giovanni Evangelista una prima volta. Fu nuovamente Abate del Monastero di San giovanni dal 1634 al 1639. Morì all’età di 76 anni.
FONTI E BIBL.: M. Zappata, Corollarium abbatum, in Archivio Storico per le Province parmensi 1980, 112-113.

SCOTTI PAOLO, vedi anche SCOTTI FUSI PAOLO

SCOTTI PIETRO
Parma ante 1815-post 1858
Si incontra la prima volta nel 1815 nella stagione di Fiera al Teatro Comunale di Reggio Emilia, dove danzò nel ballo Gunderberga.Nel Carnevale 1816-1817 fu il primo ballerino al Teatro Regio di Torino sia in balli eroici che mitologici.Nel Carnevale successivo fu primo ballerino al Teatro La Fenice di Venezia, ritornando nella Fiera del 1818 a Reggio Emilia.Nel Carnevale 1818-1819 lo si trova ancora al Teatro Regio di Torino e al Teatro Ducale di Parma nel Carnevale 1822-1823 e in quello dell’anno dopo: per l’occasione gli venne dedicata un’ode a stampa (Biblioteca Palatina di Parma, Fogli volanti, A. 28).Mentre nella stagione di Fiera del 1824 fu al Teatro Comunale di Reggio Emilia, nella primavera 1825 il Teatro Ducale di Parma lo onorò di una beneficiata il30 maggio e gli venne donata un’altra ode a stampa (Biblioteca Palatina di Parma, Fogli volanti, A. 83).In questo teatro si esibì come coreografo e ballerino nel Carnevale 1827-1828. Con l’inaugurazione del Nuovo Teatro Ducale, fu numinato sottoispettore al Teatro, mentre esercitava la professione di maestro di ballo.In questa attività fece delle buone allieve: nel maggio 1846 si esibirono al Teatro Ducale le giovanissime parmigiane Regina Ghizani e Severina Casanova, che si trovano anche successivamente in diversi spettacoli di beneficenza in danze dello Scotti.Nel 1849, ritiratosi Senesio Del Bono, si propose per la nomina al posto di ispettore di palcoscenico, che gli venne conferito. Nel 1853 gli fu dato l’incarico di sostitutire Pietro Martini quale direttore amministrativo degli spettacoli in caso di sua assenza.Nel 1854 presentò le dimissioni dagli incarichi ricoperti, che però non furono accettate.Il 1° luglio 1858 chiese un permesso per recarsi in Svizzera e da questo momento cessano le sue notizie.Il decreto del 7 ottobre 1858 nominò ispettore effettivo del Teatro Reale Antonio Superchi.Nell’Archivio Storico Comunale di Parma si trovano dal 1830 al 1858 i registri dei rapporti sull’andamento del Teatro compilati dallo Scotti.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 182.

SCOTTI RANUCCIO, vedi SCOTTI DOUGLAS RANUZIO

SCOTTI TOMMASO
-Parma 17 agosto 1871
Nel 1866 abbandonò la famiglia per combattere agli ordini del generale Giuseppe garibaldi.
FONTI E BIBL.: Il Presente 17 agosto 1871, n. 229; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 420.

SCOTTI DA MONTALBO, vedi SCOTTI DI MONTALBO

SCOTTI DI MONTALBO COSTANZA
Parma 1736-31 dicembre 1794
Appartenne alla famiglia marchionale piacentina. Sposò il conte Alessandro Sanvitale di Parma. Fu Dama di palazzo alla Corte di Parma e Vice Priora della Compagnia del sant’angelo Custode. Fu scrittrice reputata, elegante e piacevole conversatrice e appassionata studiosa in ogni tempo della sua vita. Nel 1791 si pubblicarono coi tipi bodoniani alcune massime e consigli diretti alla figlia Luigia, in procinto di sposarsi, col titolo di Ricordi di una madre ad una figlia che si colloca in matrimonio. Tale lavoro venne ristampato nel 1795. Della Scotti di Montalbo si hanno pure alle stampe varie novelle.
FONTI E BIBL.: P.L. Ferri, Biblioteca femminile italiana, Padova, 1842; G. Negri, Compagnia S. Angelo Custode, 1853, 61; L. Mensi, Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1899; M. Bandini, Poetesse, 1942, 243 e 244.

SCOTTI DI MONTALBO ODOARDO
ante 1607-Parma 1667
Marchese, fu Generale di artiglieria del duca Odoardo Farnese. Partecipò alla guerra di castro e fu poi Maggiordomo ducale e comandante del castello di Parma.
FONTI E BIBL.: C. Poggiali, Memorie storiche di piacenza, t. XI, Piacenza, 1737; C. Argegni, condot-tieri, 1937, 228.

SCOTTI DOUGLAS RANUZIO
Parma 19 luglio 1597-Piacenza 10 maggio 1661
Appartenne a una tra le più antiche famiglie patrizie piacentine, il cui ceppo originario, risalente alla metà del Medioevo, si suddivise nei tre rami principali di Vigoleno, Sarmato e Fombio. Lo Scotti Douglas nacque dal conte di sarmato Orazio e dalla nobildonna lucrezia Alciati, nota per la santità della vita, un compendio della quale venne dato alle stampe nel 1670 da Orazio Smeraldi. Fu il primogenito di sei fratelli, tre maschi e tre femmine. Dei primi, Odoardo emerse nelle armi e nella politica, mentre Filippo, dopo essere stato cavaliere di Malta, si fece cappuccino e morì in ufficio di definitore e guardiano del convento di Ferrara. Il padre, generale di artiglieria, valoroso guerriero e abile diplomatico, fu nominato marchese di Montalbo da Ranuccio Farnese per i servizi resi al duca, presso il quale si trovava a Parma allorché nacque lo Scotti douglas, che lo stesso duca volle tenere a battesimo il 27 luglio 1597 nella chiesa di Santa cecilia, imponendogli il proprio nome. Lo Scotti Douglas coltivò le lettere. Si dette in seguito alla studio delle leggi e fu giureconsulto. Abbracciato lo stato ecclesiastico, iniziò una rapida e brillante carriera. Ottenuta la fiducia del pontefice Urbano VIII, questi lo nominò referendario dell’una e dell’altra segnatura, affidandogli in seguito il governo di alcune città della Chiesa. Ricopriva l’incarico di governatore di Spoleto e non aveva che trent’anni di età allorché lo stesso pontefice, il 22 marzo 1627, lo elevò alla dignità di vescovo di Borgo San Donnino. Il 18 aprile di quell’anno lo Scotti Douglas fu consacrato a Roma dal cardinale Tadia, dopo aver preso sei giorni prima possesso della diocesi a mezzo del suo procuratore Antonio Maria Loffio. Entrò a Borgo San Donnino in incognito nella notte del 28 maggio successivo e il 30 fece il solenne ingresso in Cattedrale per le cerimonie di rito. La sua permanenza in diocesi fu breve e saltuaria. Per sua stessa ammissione non aveva genio per la cura delle anime e aspirò a ricoprire altri uffici. Nondimento, nei due anni effettivi che resse la cattedra borghigiana, compì la sacra visita pastorale, che iniziò il 25 agosto 1627, e fondò in Cattedrale i canonicati di San Clemente, di Sant’Alessandro, di Santa margherita e di Sant’Odoardo. L’iniziativa fu suggerita allo Scotti Douglas dalla necessità di accrescere il decoro del Capitolo in relazione alla maggiore dignità della Cattedrale, da pochi anni eretta in sede vescovile. Valendosi delle buone relazioni della sua famiglia con la casa ducale di Parma, convinse la duchessa Margherita aldobrandini, vedova del duca Ranuccio farnese, ad assegnare all’arcidiaconato, all’arcipretura e ai predetti quattro canonicati una pingue dote prebendale. Il 23 settembre 1628 fu steso il relativo rogito dal cancelliere e notaio della Camera ducale Alessandro Magri e lo Scotti Douglas provvide ad assegnare i titoli ai canonici. Il 22 maggio 1630, dopo essere stato annoverato tra i vescovi assistenti al soglio pontificio (22 aprile 1630), fu elevato alla carica di nunzio apostolico in Svizzera. Egli, senza per questo rinunciare al mandato episcopale, raggiunse a Lucerna la nuova residenza. Ricoprì tale ufficio per nove anni, sino al 3 maggio 1639. Di quel periodo è la sua opera Helvetia profana et sacra, che tratta dei luoghi, delle origini, delle qualità del popolo svizzero, dei costumi civili e militari, con cenni sui singoli cantoni e sullo stato dei Grigioni e dei Vallesani, nonché dei vescovadi, delle abbazie, della vita e della condizione religiosa in cui versavano i cantoni di fronte alla chiesa cattolica e alle varie correnti dei novatori. Enrico Grassi rileva come la nunziatura svizzera avesse rappresentato un novennio di agitazioni religiose e politiche, tra un popolo fiero e rude, il quale, senza fare guerre proprie, combatteva nelle guerre degli altri ed era diviso tra cattolici e protestanti in fazioni e partiti che lottavano tra loro con furore. ricorda inoltre come lo Scotti Douglas volesse generosamente lasciare di sé a Lucerna ricordi di arte e di fede degni di rilievo: così egli donò alla Repubblica elvetica uno dei 67 dipinti di Gaspare Meglinger che riproducono la danza dei morti nel Ponte dei Mulini. Il quadro presenta in primo piano Matteo Visconti nell’atto di consegnare lo scettro ad Alberto Scotti. Il visconti è sorretto da uno scheletro e un altro scheletro sta al fianco dello Scotti. Intorno s’intravvedono personaggi in piedi e a cavallo e, bene in evidenza, stemmi e stendardi dei due casati. La scena, suggerita dallo Scotti Douglas al pittore tedesco, si riferisce a un episodio storico. Alberto Scotti, capostipite della famiglia, fu valoroso condottiero e signore per molti anni di Piacenza. Amico dapprima e nemico poi dei Visconti, nel 1302 mosse guerra a Matteo Visconti. Senonché, mentre i due eserciti erano schierati l’uno contro l’altro nei pressi di Lodi, Matteo Visconti ebbe notizia di una rivolta scoppiata a Milano contro il proprio figlio Galeazzo. Si accostò allora al condottiero piacentino e gli consegnò con la mazza del comando il dominio del milanese. Il giorno seguente Alberto Scotti entrò vittorioso nella capitale lombarda. Il dipinto, di forma triangolare, reca al vertice la scritta: S. Fulcus Ep. Placentiae et Papie 1225 e alla base la seguente altra leggenda: Odoardus Scotus Placentino Marchio Montalbi cum fratre Legato et toto domo Scota Reipublicae Luc. si hoc mortuali tipo animum spondet immortalem. Anno 1632. Altro insigne ricordo lo Scotti Douglas lasciò nella chiesa matrice di San Leodègario, fatta ricostruire dal Senato sulle basi dell’antico tempio distrutto da violento incendio nel giorno di Pasqua dell’anno 1633. Lo Scotti Douglas donò al sacro edificio l’altare maggiore, dettando due lapidi a ricordo dell’avvenimento: Io volli pur far palese non solo a quei di Lucerna, ma a’ posteri e stranieri (lasciò scritto nella citata sua opera Helvetia profana et sacra) l’obbligo mio verso Dio, Sua Santità ed il Signor Cardinale Barberino miei benefattori, segnando i marmi dell’altare maggiore, da me rifabbricati, con queste note di gratitudine. Il 7 settembre 1639 lo Scotti Douglas fu trasferito in qualità di nunzio apostolico straordinario a Parigi, dove entrò in consuetudine amichevole con il cardinale Richelieu ed ebbe con lui frequenti rapporti d’ufficio. Rientrato in Italia dopo due anni di permanenza nella capitale francese, venne nominato governatore delle Marche, carica alla quale, stante la guerra intrapresa dai principi collegati contro il Papa, si aggiunse quella di soprintendente generale delle armi pontificie nella stessa provincia. Il 6 agosto 1643 gli fu conferita la dignità patriarcale della Basilica Vaticana e, conclusa il 30 marzo 1644 la pace tra Urbano VIII e Odoardo farnese duca di Parma per la vertenza di Castro, si attendeva che lo Scotti Douglas, per i servizi resi alla chiesa, fosse eletto cardinale. racconta a questo proposito il Grassi che, essendo vacanti otto posti nel Sacro Collegio, il cardinale Antonio Barberini sollecitò il pontefice a provvedere alla nomina di altrettanti porporati. Ma il Papa vi si oppose e dilazionò il provvedimento fintanto che il 19 luglio 1644 venne a morte. A parer nostro fu un modo di togliersi d’imbarazzo circa il conferimento della porpora a mons. Scotti per i legami esistenti fra la sua famiglia ed i Farnese, che nella guerra di Castro combatterono contro la Santa Sede (grassi). Il nuovo pontefice Innocenzo X volle dare un attestato della stima da lui nutrita per lo Scotti Douglas nominandolo il 20 dicembre 1653 maggiordomo dei Sacri Palazzi, incarico che gli fu poi confermato da papa Alessandro VII. Per meglio dedicarsi al nuovo ufficio, lo Scotti Douglas rinunciò (1650) al vescovado di Borgo San Donnino. Nel 1655 fondò una cappellania nella basilica della Santa Casa di Loreto, dotandola di 1470 scudi romani, con l’onere delle messa quotidiana e lasciandone il diritto di giuspatronato ai propri eredi. Il 19 maggio 1657 volle fare testamento, affidando le sue ultime volontà al notaio romano giacomo Simonetti. Sentendosi vecchio e stanco, rinunciò agli onerosi incarichi per ritirarsi a Piacenza a trascorrere serenamente quanto ancora gli rimaneva da vivere. Allorché quattro anni dopo morì, volle essere sepolto nella chiesa dei Cappuccini in un tumulo recante questa breve iscrizione da lui stesso in precedenza dettata: Hic jacet pulvis, cinis, nihil. successivamente il nipote Francesco, canonico della basilica patriarcale di San Pietro in Roma, fece murare la seguente altra lapide a caratteri d’oro, sormontata dallo stemma scottesco, che iniziava con quelle parole e seguitava toccando i punti salienti della vita dello Scotti Douglas: hic jacet pulvis cinis nihil id tantum inscribi voluit suo sepulcro Ranutius Scottius mar. Horatii f. ex mar. mon. alb. ep. burg. s. Don. ex modestia et virtute virtutes abierunt in coelum una cum anima et vivent in memoria posteritatis quas in Rom. cur. muner. probavit per annos xxxiv nuntius ab Urbano viii ad Helvetios cum potestate de latere legati mox ad Lud. xiii Galliae reg. iii et tot. prov. Picenaepraefectus et armorum generalis gubernatur temporibus difficillimis annos iii sub Innocentio x et Alexandro vi supremae pontificiae domus magister quidem mortis nactus in patria post tot labores anno aetatis s.lxiv - h. s. mdclx - x mai comes franciscus Maria Scotus basilicae vat. princep. apostolor. can. et Alex vii cubicularius honorarius patruo beneficentissimo gr. an. mem. p. La lapide spiccava sul muro di destra, entrando nella chiesa dalla porte principale, ma nel 1938, durante i lavori di restauro al tempio, essa fu rimossa e non più ricollocata in loco.

FONTI E BIBL.: E. Grassi, Monsignor Ranuzio Scotti-Douglas Vescovo Fidentino e Nunzio Apostolico. Cenni biografici, Editrice La Giovane Montagna, Parma, 1940; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 411; Aurea Parma 4 1941, 144-152; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 140-144; P.Blet, Correspondance du Nonce en France Ranuccio Scotti (1639-1641), Roma, Parigi, 1964.

SCOTTI DOUGLAS SOFIA, vedi LANDI SOFIA

SCOTTI FUSI PAOLO
Parma 1632/1637
Nel 1632 e 1637 fu eletto Presidente della congregazione Benedettino-Casinense.
FONTI E BIBL.: M.Armellini, Bibliotheca benedectino casinensi, 1782.

SCOVENNA FABIO
Salsomaggiore Terme 1969-1983
Lasciò diverse poesie (una parte di esse apparve postuma, col titolo La poetica di Fabio, 1983), un romanzo, dei diari e alcune lettere. Morì suicida. In sua memoria nel 1986 fu creato a Parma da Ulisse Adorni (in collaborazione con Romano Costa, Paolo Lagazzi, Bruno Rivalta e altri) un premio per poesie scritte da ragazzi di età compresa tra gli undici e i diciotto anni. Supportato da una giuria prestigiosa (ne fecero parte, tra gli altri, Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni, Luciano Erba, Giacinto Spagnoletti, Maria Luisa Spaziani, Giuseppe Conte, Roberto Sanesi, Giancarlo Pontiggia e Paolo Bertolani), il premio visse fino al 1992.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 619.

SCRIBANI GIUSEPPE
Bardi 6 aprile 1787-Piacenza 20 aprile 1866
Allievo alberoniano, dottore in teologia e utroque jure, fu Prevosto della collegiata di sant’ulderico in Piacenza. Lasciò, a beneficio dei poveri della sua borgata natale, una proprietà in Travazzano del valore di venticinquemila lire. Col suo lascito fu poi eretta l’Opera Pia Scribani (regio decreto dell’11 luglio 1867).
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 414; E. De Giovanni, Un benefattore dei poveri di Bardi, in Bollettino Storico piacentino 1955, 21 e seg.; L. Rebecchi, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 247.

SCRIVANI
Parma 1831
Durante i moti del 1831, il giorno 5 marzo volle obbligare il conte Dal Verme, a servizio del Re di Sardegna, a mettere la coccarda tricolore. Fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza. È forse la stessa persona che Adolfo d’Escrivan.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 205.

SCUDELLARI, vedi SCUTELLARI

SCUDELLARI DIANI GUIDO ASCANIO, vedi SCUTELLARI AJANI GUIDO ASCANIO GIUSEPPE

SCURANI FRANCESCO MARIA RANUCCIO
Parma 6 novembre 1696-Parma 26 marzo 1770
Frate cappuccino. Compì la vestizione a Carpi l’8 novembre 1712 e la professione di fede l’8 novembre 1713. Fu predicatore e guardiano a San Secondo. Nel 1755 predicò la Quaresima in Guastalla, ove fu pubblicata una raccolta di versi italiani e latini in sua lode e diede alla luce un Panegirico di Sant’Anselmo Vescovo di Lucca e protettore di Mantova recitato nel duomo di questa città li 18 marzo 1743 coll’occasione di predicarvi il Quaresimale (Mantova, per Giuseppe Ferrari). Questo Panegirico è seguito da una raccolta di poesie in lode delllo Scurani. Da più componimenti di quella raccolta (Alla sacra fervorosa eloquenza del Padre Angelo Francesco da Parma, Guastalla, per Vincenzo Gualdi, 1755, in-4) si ricava il fatto che avesse perduto il suo primo quaresimale, e perciò fosse stato costretto a rifarlo.

FONTI E BIBL.: Raccolta di composizioni poetiche in lode del M. R. P. Angiolo Franc. da Parma, cappuccino, insigne Oratore nella Cattedrale di Mantova la quaresima dell’anno 1743, in appendice al suo panegirico di Sant’Anselmo stampato in Mantova nel 1743; Alla sacra fervorosa eloquenza del M.R.P. Angiolo Fr. da Parma, Cappuccino, Oratore zelantissimo nel Duomo della Città di Guastalla la Quaresima dell’an. 1755, In Guastalla, per Vincenzo Gualdi impressore Reggio Ducale col permesso dei superiori; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 187-188; F.da Mareto, Bibl. cappuccini, 1951, 156; Cappuccini a Parma, 1961, 24.

SCURITANO ANTONIO
Sivizzano di Fornovo 1453-San Prospero di Parma 1503
Fu discreto verseggiatore. Morì mentre andava a Pontremoli per sposare Maddalena de’ Burati. Fu sepolto in San Prospero. Tra le altre cose, scrisse un epigramma nel quale immagina che Ausonio renda grazie allo stampatore Angelo Ugoleto per aver pubblicato le sue opere (come in realtà avvenne, a cura dell’illustre fratello Taddeo).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 4 1958, 231.

SCURRA o SCURTA o SCURTAPELLICCIA, vedi DELLA PORTA GAMERIO

SCUTELLARI AGOSTINO, vedi SCUTELLARI AJANI ROBERTO CRISTIANO

SCUTELLARI ANTONIO
Parma 1582 -Modena 29 aprile 1642
Frate cappuccino. Compì la professione solenne a faenza il 25 maggio 1603. Fu Vicario provinciale (1633), poeta, predicatore, lettore, più volte guardiano del Convento di Parma, definitore (1632) e commissario generale nella provincia Picena. In data 6 febbraio 1595 diresse un suo volume di Canzoni sacre a ferrante Gonzaga, Signore di Guastalla. Come poeta fu assai lodato in un sonetto a lui dedicato da Curzio Gonzaga. Mostrò zelo in favore degli appestati ed è l’autore di una lettera molto significativa sull’andamento della peste in Parma nel maggio 1630.
FONTI E BIBL.: Necrologium Fratrum Minorum Capuccinorum Prov. Bononiensis, Bologna, 1949, 151; Rime dell’illustriss. Sig. Curtio Gonzaga, già ricorrette, ordinate et accresciute da lui, et hora di nuovo ristampate con gli argomenti ad ogni composizione, Venetia, al segno del Leone, 1591, par. V, 183; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 291; F.da Mareto, Biblioteca cappucci-ni, 1951, 170; Aurea Parma 1 1954, 22-23; cappuccini a Parma, 1961, 22; F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 266.

SCUTELLARI BEATRICE
Parma 10 marzo 1648-Parma 23 settembre 1702
Figlia del conte Giulio e di Barbara Aimi. Figura di donna pia e illuminata, fu dotata di ampia cultura, specie in latino. Preso il velo nel convento delle Clarisse di Sant’Alessandro in Parma, scrisse meditazioni, traduzioni e soliloqui. È ricordata con lode dal Bacchini, dall’Argelati e dall’Armellini. In una succosa apologia (Meditazioni, Soliloquj, e Manuale del glorioso Vesc. e Dott. S. Agostino, con le Meditazioni di S. Anselmo Vesc. Cantuariense, di S. Bernardo Abate, e dell’Idiota Sapiente, tradotte dal latino in volgare da D. Maria Stella Scutellari Monaca Professa dell’Ordine di S. Benedetto nel Monastero di S. Alessandro di Parma, In Modena, per il Capponi e Pont. St. Ep., 1695) volle dimostrare come il sesso femminile fosse atto agli studi quanto e come il sesso maschile. seppe usare ugualmente penna e ago poiché, valente ricamatrice, ebbe l’incarico di ricamare il gonfalone di Parma.

FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 838-839; V. Spreti, enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 223; I. Affò, memorie degli scrittori e letterati parmigiani, Parma, 1797, V, 298; g. Canonici Fachini, Prospetto biografico delle donne italiane rinomate in letteratura, Venezia, 1824; P.L. Ferri, Biblioteca femminile italiana, Padova, 1842; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri o benemeriti nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, Genova, 1877, 411; M. Bandini, Poetesse, 1942, 244-245; Palazzi e casate di Parma, 1971, 604.

SCUTELLARI CARLOTTA, vedi PAOLUCCI CARLOTTA

SCUTELLARI CLARICE, vedi SCUTELLARI BEATRICE

SCUTELLARI FRANCESCO, vedi SCUTELLARI AJANI FRANCESCO MARIA

SCUTELLARI GIACOMO ANTONIO CLEMENTE
Parma 21 gennaio 1543 -1590
Figlio di Angelo e Maria Caterina. Medico, il cui ricordo è in buona parte appoggiato a una lettera scrittagli da un amico ed estimatore. Studiò poetica, filosofia, fisica e medicina, onde fu ascritto al Collegio Medicorum nel 1565. Iscritto all’Accademia degli Innominati col nome di Astruso, scrisse poesie e perfino una tragedia, l’Atamante, ottenendo ampi consensi. Lo Scutellari, trovandosi come sanitario al servizio del marchese Sforza Pallavicino, capitano dei Veneziani, ebbe occasione di conoscere nella residenza del Pallavicino stesso, presso la riviera di Salò, letterati ed esperti di storia naturale e botanica, con l’aiuto dei quali (riferisce l’Affò) raccolse in più volumi le più rare erbe e piante, di cui poi trattò in modo assai erudito. La notizia rilevata acutamente dall’Affò è contenuta in una lettera diretta allo Scutellari, in data aprile 1581, da Antonio Passieno, il quale fu medico a Salò. Questa lettera venne pubblicata da G. B. Olivi a Verona nel 1593 in un suo libro (De reconditis et praecipuis collectaneis ab honestissimo et solertissimo Fr. Calceolario veronensi, in Musaeo adservatis) che ha per argomento la descrizione delle raccolte di prodotti naturali del veronese Francesco Calzolari, semplicista della spezieria alla Campana d’oro in Verona e notissimo descrittore della flora di Verona, e di M. Balbo, che fu, a quanto sembra, molto amico dello Scutellari. Il Passieno scrive allo scutellari: Memini enim dum Saloni essem quam jocunde de medicinalibus hiusmodi rebus sermonem habere summa cum eruditione et delectatione soleres, ac quam exactam de ipsis te scientiam tenere ostenderes. Neque memoria mea excidit doctissimorum virorum apud et vidisse de medica materia insignia monumenta et dono ad te missa volumina amplissima cum affixis quibusque chartis longissime petitis plantis. Dalle quali notizie si deduce che se lo Scutellari non fu egli stesso un diretto raccoglitore di piante, ebbe per altro il merito non tanto di farle oggetto di studio quanto di conservarle in erbari, giacché per erbari si debbono certamente intendere quei volumina amplissima di cui scrive il Passieno. Tale notizia riveste una notevole importanza perché questi erbari dello Scutellari, purtroppo smarriti o distrutti, appartenendo quasi certamente ai primi decenni successivi alla metà del Cinquecento, si possono ritenere tra i più antichi in ordine di tempo. Lo Scutellari fu inoltre medico dell’Imperatore Rodolfo II (1587-1590). La sua opera principale e per la quale è conosciuto fu stampata in Parma: Jacobi Scutellari Medici Parmensis, In librum Hippocratis de natura humana commentarius (Parmae, 1568). Lo Scutellari scrive con un latino elegante, misurato, e si propone di imitare l’esempio di scrittori maestri nelle arti, di conciliare ippocrate con Galeno, di spiegare le incertezze di Galeno con le interpretazioni dei contemporanei ma soprattutto si propone di esporre quantum faciat, non modo ad medicam artem, verum ad totam de natura excultiorem scientiam. Lo Scutellari commenta l’interpretazione d’ippocrate di Vittore Tricavelio in quarantatré commenti, insistendo sui significati diversi dati al contenuto di natura umana, sull’unità di essa, sugli umori vitali e sui rimedi per le malattie che attentano al corpo umano, parte notevole di tutta la personalità. Fu consultato da eminenti medici e chiamato al capezzale di nobili personaggi. Girolamo Zunti lo ricorda con lode nel suo trattato De Balneo Thermali.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 180-182; V.Spreti, enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 223; F. Lanzoni, Albori dello studio delle piante, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1941, 141-142; aurea Parma 3/4 1959, 190, e 1 1958, 35; R. Pico, Appendice, 1642, 167; G. Berti, Studio Universitario Parmense, 1967, 106-107; Palazzi e casate di Parma, 1971, 602.

SCUTELLARI GIACOPO, vedi SCUTELLARI GIACOMO ANTONIO CLEMENTE

SCUTELLARI GIOVANNI, vedi SCUTELLARI AJANI GIOVANNI

SCUTELLARI GIULIO ANTONIO GIUSEPPE
Parma 14 febbraio 1685-Parma 10 febbraio 1771Conte, figlio di Roberto e Caterina. Fu educato nel Collegio dei Nobili di Parma e annoverato nell’Accademia degli Scelti. Fu appassionato raccoglitore di trentamila intagli in legno e in rame e di materiali per scrivere una storia degli artisti parmigiani, che forse andarono perduti. Il conte Antonio Cerati, in una nota inedita ai Sentimenti di un Parmigiano sopra una lettera del Deleyre, dice dello Scutellari: Egli ha da qualche tempo raccolta una storia piena di varii lumi, che riguardano i nostri artisti più celebri. Si spera che la di lui modestia non vorrà più lungamente privare la patria di un libro per lei tanto onorevole. Dello Scutellari scrisse un ricordo il Rezzonico in quello che chiamò Elogio di Giulio Scutellari, ma che veramente è Dissertazione sull’origine delle stampe in legno e in rame. La sua rinomata raccolta fu venduta in Roma nel 1775. Quando nel 1711 pervenne a Parma il granduca Cosimo dei Medici, proveniente da Milano in incognito, venne ricevuto in casa Scutellari e alloggiato all’Albergo della Posta. In suo onore venne recitato al Collegio dei Nobili il primo atto della commedia Pantalonzino. Lo scutellari fu Archivista comunale del Comune di Parma dal 1717 al 1722. Anziano del Comune nella classe dei cavalieri ebbe da ultimo l’incarico di Direttore dell’Accademia di Belle Arti.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 217; G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le province Parmensi 1914; Palazzi e casate di Parma, 1971, 603.

SCUTELLARI GUIDO ASCANIO, vedi SCUTELLARI AJANI GUIDO ASCANIO GIUSEPPE

SCUTELLARI JACOPO, vedi SCUTELLARI GIACOMO ANTONIO CLEMENTE

SCUTELLARI LUIGI
Parma ante 1734-Guastalla 6 maggio 1772
Teatino, professò in Sant’Antonio di Milano il 17 febbraio 1734. Fu predicatore, prevosto e assistente ai bisognosi di soccorso spirituale. Dello Scutellari fu stampato un Panegirico di S. Agata detto in Catania.
FONTI E BIBL.: A.F. Vezzosi, Scrittori teatini, 1780, 301-302.

SCUTELLARI LUIGI
Parma 1742- Parma 25 maggio 1811
Fu Rettore del Collegio dei Nobili di Parma, trasformato in Liceo Imperiale, dal 14 dicembre 1807 al 1814. Lo Scutellari fu inoltre presidente dell’Accademia di Belle Arti di Parma (1807).
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 846.

SCUTELLARI MARIANO
Parma 1806
Amministratore dei beni dell’Ordine costantiniano, fu nominato giudice di pace in Parma nel 1806.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 224.

SCUTELLARI MARIA STELLA, vedi SCUTELLARI BEATRICE

SCUTELLARI NICOLÒ
Parma 1627/1642
Figlio di Giulio. Si addottorò in ambo le leggi tra il 1627 e il 1642. Diede saggio di bontà e di integrità di vita. Vestì infine l’abito clericale.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 92 e 135.

SCUTELLARI NICOLÒ, vedi anche SCUTELLARI AJANI NICOLÒ

SCUTELLARI AJANI AGOSTINO, vedi SCUTELLARI AJANI ROBERTO CRISTIANO

SCUTELLARI AJANI CAMILLO
Parma 1737 c.-post 1760
Figlio del conte Guido Ascanio. Fu disegnatore, incisore di stampe al bulino e collezionista di stampe e quadri.
FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVII, 1823, 186.

SCUTELLARI AJANI FRANCESCO GIOVANNI
Parma 16 dicembre 1742-Guastalla 18 luglio 1826
Figlio del conte Guido Ascanio e di Camilla Dalla Torre di Rezzonico, pronipote di papa Clemente XIII. Il duca Ferdinando di borbone lo nominò abate di Guastalla l’8 agosto 1792 e papa Pio VI lo creò Vescovo di Joppe il 3 febbraio 1795. Fu consacrato nel detto anno in Roma il 24 giugno dal cardinale Gerdil. Lo Scutellari Ajani fu Canonico e Vicario capitolare in Parma, vacante la sede per la morte di monsignor Pettorelli (1776). pubblicò Epistola ad Clerum et populum civitatis et diocesis vastallensis (Parmae, e Regio typographeo, 1793) e un’Omelia recitata il giorno dell’ascensione l’anno 1800 (Guastalla, Costa, 1800). Morì a poco meno di 84 anni.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 217; G.M.Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 498; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 273; Palazzi e casate di Parma, 1971, 604.

SCUTELLARI AJANI FRANCESCO MARIA, vedi SCUTELLARI AJANI FRANCESCO GIOVANNI

SCUTELLARI AJANI GIOVANNI
Roma 27 dicembre 1767-Parma 30 ottobre 1816
Nato dal conte Camillo e da Elisabetta Rossi Ruoti Cini, fiorentina. Ebbe i primi rudimenti delle lingue latina e italiana nell’Università Gregoriana, ove proseguì e terminò gli studi di belle lettere, Filosofia Morale, Storia ecclesiastica e Teologia. In quest’ultima facoltà ottenne per acclamazione, dopo il solito esperimento tra tutti gli altri concorrenti, la laurea dottorale all’età di ventun anni (1788). Ordinato sacerdote nel Natale del 1792, cominciò a esercitarsi nella predicazione. Quando monsignor Francesco Scutellari, suo primo cugino, si recò nell’estate del 1793 a Roma per esservi ordinato vescovo titolare di Joppe nella palestina, fu eletto da papa Pio VI, dietro raccomandazione del duca Ferdinando di Borbone, a occupare il canonicato, divenuto vacante per la promozione del cugino, nella Cattedrale di Parma. Prima di abbandonare Roma, il che avvenne nello stesso anno 1793, fu fatto censore dell’Accademia Teologica. Venne poi aggregato all’Accademia di Religione cattolica. A Parma lo Scutellari fu Esaminatore sinodale ed Espositore in Duomo della Sacra scrittura nei giorni festivi. Fu autore di un reputato Quaresimale in Brescia nel 1812. Fece un’Orazion funebre di Monsignor Turchi, recitata nella Cattedrale di Parma il 16 settembre 1803 e stampata dal Gozzi nell’anno stesso. Morì a causa di una febbre gastrica biliosa, conseguente a un attacco epilettico, male di cui soffriva già da sei anni.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 novembre 1816, 4; A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 217.

SCUTELLARI AJANI GUIDO ASCANIO GIUSEPPE
Parma 14 marzo 1711-settembre/dicembre 1800
Figlio del conte Giulio e di Girolama Bosco, contessa. Fu educato tra il 1720 e il 1730 nel Collegio dei Nobili di Parma, secondo il suo rango. Ne uscì letterato e poeta-arcade aristofonte Enonio. Amico del Frugoni, scrisse con altri nel 1741 la raccolta Lagrime in morte di un gatto (Milano, Marelli) e, con lo pseudonimo di Ser Lello, fece parte della triade (con Jacopo Antonio Sanvitale e Aurelio Bernieri) di verseggiatori ingaggiati da Orazio Mazza onde celebrare l’entrata in convento della figlia Anna. Fu Luogotenente del Commissario Generale di Guerra di Milano (1745). disimpegnò pure la carica di Maggiordomo di camera del duca Filippo di Borbone, di membro della Deputazione Accademica per la scelta delle tragedie o commedie da rappresentarsi al Teatro Ducale per il duca Ferdinando di Borbone e infine succedette al padre quale Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Parma. Esiste nell’Archivio di Stato di Parma una lettera del Paciaudi diretta allo Scutellari Ajani, ove quest’ultimo si giustifica per aver dato in lettura libri proibiti ai giovani frequentatori della Biblioteca Palatina di Parma. Lo Scutellari Ajani fu anche ascritto all’accademia degli Icneutici di Forlì. Compose le tragedie Annibale, Romolo e Remo riconosciuti e Iside Massima o sia la Felicità dell’Egitto. Fu inoltre disegnatore dilettante e collezionista di stampe e quadri.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 217-219; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 224; P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVII, 1823, 186; Palazzi e casate di Parma, 1971, 603.

SCUTELLARI AJANI NICOLÒ
Parma 1769
Fu cavallerizzo di campo del duca Ferdinando di Borbone. Lo stemma dello Scutellari Ajani è inserito nel volume Le nozze di D. ferdinando di Borbone (Parma, 1769), avendo egli partecipato al torneo datosi in quell’occasione.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 223-224.

SCUTELLARI AJANI ROBERTO CRISTIANO
Parma 29 marzo 1737-Parma 2 marzo 1806
Figlio di Guido Ascanio. Monaco benedettino, decano del Monastero di Parma, fu buon teologo e scrisse non senza lode e con facilità grandissima versi latini, anche estemporanei. Tra i pubblicati, da rammentare Elegia in creatione Pontificis Max. Pii VII (Regii, Davolius, 1800) e la traduzione dei Sonetti di Ang. Mazza per la profess. de’ sacri voti di Rosa Mazza (Parmae, 1802, Carmignani). Alcuni epigrammi, egloghe e altri componimenti sacri e profani dello Scutellari Ajani si conservavano al tempo del Pezzana presso l’abate Tonani. Lo scutellari Ajani insegnò filosofia e teologia in Perugia e in Parma e diede esercizi spirituali.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 217; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 223.

SEBASTIANI ANTONIO
Parma 1736
Pittore attivo nell’anno 1736.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 1823, 188.

SEBASTIANI FRANCESCO
Parma 17 agosto 1885-Parma 1961
Figlio di Giuseppe e Maria Manghi. Terminata la Scuola militare di Modena, partecipò alla guerra di Libia col grado di Tenente e alla prima guerra mondiale come Capitano e Maggiore. Il suo coraggio venne premiato con tre croci di guerra al valore. Nel 1921 con le truppe di occupazione si recò in Alta Slesia. Rimpatriato, fu comandante del 61° Fanteria e poi del Gruppo di educazione fisica di piacenza. Promosso Tenente colonnello, tornò a Parma come istruttore del corso di educazione fisica della Scuola di applicazione. Nel 1940 divenne comandante del Presidio militare di Parma. Nella primavera del 1943 fu collocato a riposo ma trattenuto in servizio e, come ufficiale più anziano, esercitò il comando della piazza di Parma. Nei giorni difficili intorno al 25 luglio 1943 fu un personaggio di primo piano nella vita della città, essendo comandante del Distretto, del Presidio e della Piazza. Mancando l’autorità civile, il Sebastiani, quale suprema autorità militare, ebbe per qualche tempo in mano tutti i poteri. Dopo l’8 settembre 1943 venne rinchiuso in carcere per cinque mesi. Il 31 gennaio 1944 l’Assise straordinaria lo condannò a morte, ma la sentenza non venne eseguita.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario dei parmigiani, 1997, 287-288.

SEBASTIANO
Parma seconda metà del XV secolo
Falegname attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 327.

SECCARDI GIOVANNI MARIA
Parma 1611
Organaro. Nella parrocchiale di Fiumalbo nel Frignano (Registro matrimoni e ricordi) si legge: Anno pariter 1611, die 12 mensis junii ad finem fuit perducta organi fabrica in hac ecclesia parochiali Flunalbi per admodum reverendum dominum Joannem Mariam Seccardum et magnificum Michael Angelum Rangonium organarios et cives Parmenses, quibus pro ipsius organi mercede persolverunt centum quadraginta aureos.

FONTI E BIBL.: G.Lenzini, Fiumalbo, il paese delle tre torri, Modena, Teic, 1983, 205.

SECHELINO
Berceto 1130/1181
Fu Arciprete di Berceto. È ricordato in una bolla pontificia di Alessandro III del 25 aprile 1179, dove figura quale testimone in una lite pendente tra i monaci di Aulla e il vescovo Goffredo di Luni per il diritto di esenzione: I monaci di Aulla non presentarono né scritti, né testamenti, né altra prova che giustificasse in qualche modo la ragione del privilegio accampato. Tu invece, o Fratello Vescovo, ci presentasti due testimoni idonei, cioè l’Arciprete di S. Moderanno di Berceto, di nome Sechelino, e l’abbate di Cepperana, omonimo del primo, pronti a giurare che Bernardo Vescovo Parmense, richiesto e pregato dal Vescovo Filippo di Luni, consacrò il Monastero e benedì l’abbate (cfr. Regesto Pelavicino, in Deputazione Ligure di Storia Patria, vol. 44, pag. 20). Per togliere ogni dubbio circa la lettura del sancti Moderanni de Berceto che compare nella bolla, è opportuno ricordare un altro documento, che si conserva come il precedente nell’Archivio Capitolare di Sarzana, in data 1181: L’anno 1181, indizione XIV, presso Santo Stefano, nella Chiesa dello stesso luogo, il 15 aprile, davanti a testi riconosciuti, il prete Enrico depone sotto giuramento che, trovandosi il Vescovo Filippo ammalato ai piedi, così da non poter recarsi ad Aulla a consacrarvi la Chiesa, mandò ad invitare il Vescovo Parmense Bernardo di santa memoria, affinché venisse a consacrare a nome suo la Chiesa suddetta. Il quale venne ad Aulla ed a nome del Vescovo di Luni consacrò la Chiesa Aullense di San Caprasio, ne consacrò gli Altari, e ne benedì l’Abate di nome Ildeprando. E ciò avvenne cinquant’anni addietro e forse più. Succeduto poscia l’Abate Gausone, sotto il Vescovo Goffredo, sorse controversia circa il diritto di ricevere la Benedizione, poiché il Vescovo Goffredo voleva darla Egli stesso e l’abate per contrario gli negava tale diritto. Per dirimere tale controversia entrambi si presentarono a Roma davanti al Sommo Pontefice, e vennero prodotti quali testi, l’arciprete di Berceto e l’abate di Cepperana. La chiamata di Bernardo, accompagnato dal sechelino, che era già o divenne poi Arciprete di Berceto, fa supporre che non solo Bernardo sia passato da Berceto, ma che vi facesse soggiorno, tanto che ne arrivò la notizia al vescovo di Luni. Parrebbe altrimenti strano che costui ardisse chiamare da Parma il prelato, insignito della dignità cardinalizia, e per di più già vecchio decrepito, costringendolo a un viaggio di montagna di circa centodieci miglia, per il solo motivo di consacrare una chiesa e benedire un abate. Se il Sechelino era già Arciprete durante il viaggio di Bernardo in Lunigiana, la sua cura si protrasse certo più di cinquanta anni: dal 1130 circa al 1181.
FONTI E BIBL.: G. Schianchi, Berceto e i suoi Arcipreti, 1927, 16-19.

SECHI GAETANO
Campobasso 13 ottobre 1911-Sorbolo 13 gennaio 1996
Si trasferì a Parma fin dal 1912, dove poi sempre risiedette e operò. Si diplomò all’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma. Allievo di Carmignani, Mancini, Baratta e De Strobel, pittore figurativo, predilesse la natura morta e le composizioni. Molto attiva fu la sua partecipazione a rassegne e mostre collettive regionali, nazionali e internazionali, conseguendo premi, riconoscimenti e segnalazioni (mantova 1965, Gaeta 1967, Sala Baganza 1968). Allestì mostre personali a Parma (Galleria Artisti Associati, 1965, e Galleria d’Arte, 1970) e a Sorbolo (Sala Municipale, 1967 e 1971).
FONTI E BIBL.: Il Resto del Carlino 22 maggio 1966, e 5 giugno 1966; Gazzetta di Parma 13 giugno 1967, 12 giugno 1968, 3 dicembre 1969 e 5 ottobre 1970; Il Messaggero 11 giugno 1968 e 3 settembre 1971; A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1974, 3008-3009; Gazzetta di Parma 14 gennaio 1996, 27.

SECOMANDI GIOVANNI
Imbersago 1894-San Secondo Parmense 30 gennaio 1990
Iniziò a dipingere all’età di cinque anni manifestando una spiccata propensione verso l’arte. Durante la sua vita, avventurosa e movimentata, fu amico di celebri pittori come Carrà, Morandi, Messina, Mozzanica, Dei, Mosè Bianchi e Manzù e frequentò a lungo gli studi di Picasso in Spagna. La produzione artistica del Secomandi è sterminata. si trasferì in Sudamerica durante il periodo fascista e anche in quel continente lasciò tracce di sé e della sua ispirazione pittorica, che viene inquadrata nel postimpressionismo. Un messaggio semplice e lineare, un linguaggio espresso in nature morte e paesaggi, che conservano, attraverso gli anni e le evoluzioni, il carattere quieto e romantico della sua terra natale. Uomo di cultura profonda (parlava cinque lingue), il secomandi al suo rientro in Italia lavorò con illustri architetti. Ricevette innumerevoli e prestigiosi riconoscimenti e intraprese l’attività di docente di arte e pittura all’Università popolare e all’umanitaria. Collaborando con il Daelli, si impegnò per diversi anni nella creazione delle scenografie al Teatro alla Scala di Milano e in seguito anche all’Opera di Parigi. Per conto del cardinale Schuster, che fu il suo maggiore committente, compì a più riprese restauri nel Duomo di Milano e in sant’ambrogio e intervenne su tele di grandi maestri come Caravaggio e Van Gogh. La sua esistenza fu sempre supportata da una vivissima fede cristiana: da papa Giovanni XXIII ottenne udienza più volte, ricevendo la benedizione del Pontefice anche in occasione del quarto matrimonio (il Secomandi rimase vedovo per tre volte), celebrato nel 1980 a Salsomaggiore Terme con la polacca Stanislava Jenirjasiak. Visse a Salsomaggiore Terme trenta anni. continuò a dipingere fino all’ultimo. Fu sepolto nel cimitero di Imbersago.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 31 gennaio 1990, 21.

SEGADELLI o SEGALELLI o SEGALELLO GERARDO o GHERARDINO o GHERARDO, vedi SEGARELLI GHERARDO

SEGARELLI o SEGARELLO GERARDO o GERARDINO, vedi SEGARELLI GHERARDO

SEGARELLI GHERARDO
Alzano prima metà del XIII secolo-Parma 18 luglio 1300
Iniziò a Parma, verso il 1260, il movimento ereticale detto degli Apostoli e Apostolissae Christi (Fratres e Sorores Apostolarum), continuato e organizzato da fra’ Dolcino. Il segarelli, ingenuo e fanatico, si vide rifiutato (1249) l’ingresso tra i Frati Minori di Parma. Si diede per conto suo alla vita ascetica, nella linea del costume francescano e in coincidenza con l’inizio della terza epoca gioachimita dello Spirito Santo, volgarizzata dagli Spirituali. Sognò di ripristinare la vita evangelica e apostolica: sul modello dell’iconografia degli Apostoli si rivestì di una tunica ruvida e di un mantello bianco, cinto di corda, barba lunga e capelli spioventi, sandali ai piedi scalzi, vendé la propria casa, distribuì il denaro ricavato a giovani mendicanti e visse randagio, predicando la penitenza e proclamando versetti evangelici. Ebbe seguaci, uomini e donne, e la benevolenza delle autorità cittadine e del vescovo Obizzo Sanvitale. Il Segarelli rivestiva i suoi aderenti dell’abito apostolico e li mandava per il mondo: vivevano di elemosine quotidiane, recitavano preghiere, cantavano inni religiosi ed esortavano alla vita evangelica. Il Segarelli non seppe né volle dare una sistemazione al movimento, lo concepì anzi in libertà di spirito, senza regola, senza gerarchia, con l’unico vincolo dell’obbedienza interna e spirituale a Dio, e senza voti, neppure di castità, con contubernio muliebre incontrollato. Alle abitazioni formali con chiese e culto regolato sostituì la libera circolazione devozionale facilmente oziosa e sovente viziosa. Anche i giuramenti non erano ritenuti vincolanti. Agendo scopertamente e intensificando la sua azione programmatica nella terra parmense, senza timori dell’agguerrita autorità ecclesiastica e padronale, incitava la popolazione a compiere pericolose azioni di appropriazione indebita in nome di una solidarietà umana arbitrariamente interpretata dalla lettura del Vangelo. Vi si aggiunse la pretesa di ricostituire la vera Chiesa spirituale degli Apostoli, contro quella carnale e adulterata di Roma. Nel 1273 papa Gregorio X mise l’ordine fuori legge. Nel 1280 il vescovo Obizzo Sanvitale incarcerò il Segarelli per le sue crescenti stranezze e scurrilità, poi lo tenne sotto benevola vigilanza, ritenendolo fatuo e inoffensivo. La degenerazione ereticale e morale degli pseudo-apostoli provocò le condanne esplicite di papa Onorio IV (11 marzo 1286), di papa Niccolò IV (7 marzo 1290) e l’azione repressiva degli inquisitori. Questi convinsero d’eresia il Segarelli, che dal Vescovo fu condannato al carcere perpetuo nel 1294 (quattro suoi seguaci furono dal Comune di Parma mandati al rogo). Sei anni dopo l’inquisitore domenicano Manfredo di Parma ritrovò recidivo il Segarelli, che fu consegnato al braccio secolare e bruciato sul rogo.
FONTI E BIBL.: Cfr. soprattutto l’elenco ragionato delle fonti e degli studi in L. Spätling, De apostolicis, pseudoapostolis, apostolinis, Monaco, 1947, 113-140; Ilarino da Milano, in Enciclopedia Cattolica, XI, 1953, 236-237; Dizionario Ecclesiastico, III, 1958, 786; Dizionario UTET, XI, 1961, 684; Dizionario storico politico, 1971, 1175; Parma Economica 11 1973, 25-26; L. Alfieri, Parma, la vita e gli amori, 1993, 39-40.

SEGARELLI GIOVANNI
Parma 1379
Fece parte della Corte papale in Roma e fu buon scrittore latino in prosa e in versi. Nel Codice Vaticano 5994 si trova una epistola in prosa, ridotta poi anche in versi, a Francesco da Fiagiano, scrittore e abbreviatore pontificio, con questa sottoscrizione: Festinanter in Vallemont undecimo Decembris. Ubique tuus Parmigena Johannes de Segarellis. Segue la risposta del Fiagiano intitolata Responsio Domini Francisci de Fiagiano praefato Domino Johanni. Eliconio viro Johanni de Segarellis de Parma amico plus dilecto, quam cognito. Tra le altre cose, il Segarelli dice di scrivere al fiagiano, eccitato da Noffo o Nolfo da Ceccano: Magnificus virtutum cultor ex claro sanguine de Cecchano ferreus et herculeus Noffus urbis imperatricis armiger, et meus orator fuit, ac tuus eximius praedicator. Hic jubendi jus habens, jussit ut inops discipulus opulento scriberem praeceptori. Il Fiagiano, rispondendo, afferma: congratulor etiam Noffo de Cecchano multae claritatis et bellicarum rerum laudibus abundanti viro, qui apud te me magnum fecit. Noffo da Ceccano fu insigne personaggio aderente al ponteficie Urbano VI e fatto bersaglio di una bolla di scomunica in data 23 marzo 1379 dall’antipapa Clemente. Da una lettera del cardinale Garampi al Paciaudi, scrittagli il 28 gennaio 1769, si ricava che un Giovanni Segarelli fu Giureconsulto e che scrisse molte memorie storiche concernenti particolarmente i tempi degli Sforzeschi: Ho veduto un Codice ms. contenente la Storia degli Sforzeschi dalla loro origine fino al 1530 in circa, scritta da F. Hieronimo Pictore de S. Flora, il quale attesta di essersi principalmente servito dei scritti de Messer Johanne de Segarelli da Parma jurisconsulto. Non ho saputo finora rintracciare né in che tempo costui scrivesse, né se abbia lasciato di sé cos’alcuna che sia a noi pervenuta. È lecito però dubitare sull’identità della persona, per la distanza che passa dall’epoca in cui visse il Segarelli ai tempi degli Sforzeschi. Non è peraltro inverosimile che il Segarelli di cui parla l’Affò, se era ancora giovane nel 1379, possa avere scritto le memorie del primo Sforza, nato nel 1369 e morto nel 1424, e quelle dei suoi fratelli.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 92-93; A. Pezzana, memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 116.

SEGARELLO, vedi SEGARELLI

SEGRÈ ALESSANDRO
Parma XIX secolo
Rabbino e scrittore israelita vissuto a Parma nel XIX secolo.
FONTI E BIBL.: M. Mortara, Rabbini e scrittori israeliti, 1886, 60.

SELETTI
Parma 1795/1801
Fu maestro di canto dei chierici alla Steccata di Parma in sostituzione di Liborio Cornini dal 1795 al 1801.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1795-1801; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 169.

SELETTI CLAUDIO
Soragna 26 maggio 1597-Bologna 18 settembre 1631
Si fece cappuccino il 19 maggio 1619 e un anno dopo compì la professione a Faenza. Fu buon predicatore e trascorse la sua vita nell’esercizio della carità verso i sofferenti. Si distinse particolarmente durante la peste che nel 1630 colpì la città di Bologna, assistendo, senza sosta e noncurante di ogni sacrificio, gli ammalati della parrocchia di Santa Cristina, a cui era stato assegnato. Colpito dal contagio, morì: gli storici suoi contemporanei non mancarono di annotare che di lì a poco si verificò una notevole diminuzione della mortalità, attribuita dal popolo ai meriti dello stesso Seletti, già stimato come uomo di rare virtù umane e dotato di non comuni sentimenti.
FONTI E BIBL.: Da Gatteo, La peste a Bologna, 133 e 134-135; F. da Mareto, Necrologio dei cappuccini, 1963, 538; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 291.

SELETTI EDELINO
Fontanelle 27 gennaio 1878-Fontanelle 18 ottobre 1950
Appartenne a una famiglia di agricoltori e cestai. Fu sarto, vetraio e specialmente fotografo. Si dedicò alla fotografia nel 1904. I soggetti sono quelli del mondo a lui circostante: gruppi di contadini indaffarati e bambini sull’aia. Presto il Seletti allargò l’area di intervento da Fontanelle alle vicine località di roccabianca, Coltaro, Gramignazzo, Trecasali, Pizzo, Stagno, fino a San Quirico. Lo stesso suo negozio, come accadeva ai fotografi di paese, rappresentò un vero punto di riferimento, potendosi trovare ogni cosa. Al primo piano era situata la camera oscura: una tenda nera separava il luogo delle operazioni di sviluppo e stampa dal resto dell’abitazione. La nipote Liliana manovrava il fondale scuro dall’alto di una scala quando si trattava di fotografare un gruppo oppure portava un secchio d’acqua con dentro centinaia di copie stampate appena uscite dal fissaggio con l’incarico di tenerle sciacquate. Se poi il lavoro si faceva urgente era il Seletti a scendere di persona per asciugare le stampe grazie a una scatola di quelle usate all’epoca come contenitori di lucido da scarpe: dopo averla riempita d’alcool, dava fuoco e passava le fotografie a una a una sopra la fiamma fino a ottenerne un rapido risultato. Quanto alla smaltatura, il Seletti satinava a mano facendo scorrere le stampe sui lati del tavolo di cucina. Poi con la forbice da taglio rifilava le fotografie sfruttando sapientemente la lama un po’ frastagliata dell’attrezzo. Il Seletti era disponibile a partire in ogni momento se le circostanze si facevano pressanti ma normalmente si spostava sul territorio la domenica mattina. Elaborò lui stesso la bicicletta per ospitare tutta l’attrezzatura, composta da due apparecchi a lastra da campagna, cavalletti, fondali neri e cassette colme di lastre. I suoi soggetti sono tipici del mondo cui anch’egli appartenne: famiglie di contadini, trebbiature, processioni e funerali, le cose che segnano il ritmo della vita tra la gente dei campi. Fotografò occasionalmente qualche proprietario terriero in vena di immortalarsi tra i suoi possedimenti. Tra i soggetti non mancano molti bambini, vivi e morti. La moglie Ermina Borella di Samboseto lo aiutò in negozio. Il Seletti operò fino agli anni quaranta. Fu amico di Luigi Vaghi, al quale dovette molto sul piano professionale. Apolitico, frequentò però assiduamente Giovanni faraboli, noto sindacalista e cooperatore. nell’agosto del 1922 documentò la distruzione della biblioteca, dei magazzini, del caseificio, della cantina e della segheria, tutti edifici della cooperativa di Fontanelle, incendiati e saccheggiati dai fascisti cacciati dalle barricate di Parma.
FONTI E BIBL.: R.Rosati, Fotografi, 1990, 270-271.

SELETTI EMILIO
Milano 29 settembre 1830-Milano 1 aprile 1913
Figlio di Giuseppe e nipote del canonico Pietro. Fu cultore appassionato di cose bussetane, raccogliendo i frutti di lunghe e pazienti ricerche in un’opera monumentale di larga consultazione per la storia della cittadina. Laureato in legge nel 1854 e divenuto quindi avvocato, si dedicò anche a studi di paleografia, iniziando la raccolta di oggetti archeologici, di una biblioteca che arricchì di settemila volumi, di circa duemila tra codici, documenti manoscritti e lettere autografe e infine di una raccolta di circa quindicimila ritratti incisi. Stabilitosi con la famiglia a Milano, vi dette alle stampe, nel 1883, la Città di Busseto, che ebbe larga diffusione (non soltanto nel bussetano) avendovi introdotto le biografie di illustri personaggi della sua terra, tra cui, in primo piano, quella di Giuseppe Verdi, del quale godette l’amicizia. Nel 1885 fu nominato Consigliere comunale in Milano, tenendo la carica per un quinquennio. Annoverato tra i membri della commissione per il Museo del Risorgimento italiano, per quindici anni fu pure Segretario della Società Storica Lombarda (della quale venne poi nominato vice-presidente) e membro della consulta del Museo archeologico. Ricoprì anche le cariche di socio fondatore dell’Archeologica Comense, di membro corrispondente della Regia deputazione Storica per le province di Parma e Piacenza, di socio corrispondente ed effettivo e di Segretario della Deputazione di Storia Patria in Torino e di socio effettivo della società Numismatica Italiana. Per istituti storici, letterari e artistici scrisse un considerevole numero di cenni, memorie e rapporti. contribuì efficacemente alla pubblicazione dei dodici volumi delle Iscrizioni delle chiese di Milano dal sec. VIII e compilò un Catalogo dei marmi scritti nel Museo archeologico di Milano. Sua opera principale rimane La Città di Busseto. In tre volumi, essa illustra la cittadina dalle origini all’età contemporanea. Forma materia dell’ultimo volume la trascrizione dei più importanti documenti di storia locale e l’elenco della produzione letteraria e artistica dei Bussetani insigni, con appendice degli alberi genealogici delle famiglie notabili. Scrittore dotto e diligente, gli nocque tuttavia la posizione polemica assunta nei confronti di storiografi borghigiani, portandolo ad affermazioni fantasiose sulle origini di Borgo San Donnino, di cui negò la fondazione romana, poi invece provata da scoperte archeologiche. Ma il difetto nell’equilibrio del giudizio non smentisce nel Seletti la nobiltà dell’aspirazione, espressa in un’opera ancora fondamentale per la storia di Busseto. Nel corso della sua laboriosa esistenza, fece, con passione di studioso e generosità preziosi doni a diversi istituti pubblici milanesi, quali la Biblioteca di Brera, il Museo del risorgimento italiano e l’Archivio storico. Dispose che la sua ricca raccolta archeologica andasse ad arricchire il patrimonio del Museo del Castello Sforzesco e destinò quella degli autografi, dei manoscritti e dei ritratti all’Archivio storico del Comune di Milano. Non dimenticò Busseto, la città verso la quale nutrì inalterabile affetto e devozione. Lasciò infatti all’ospedale un legato di quindicimila lire e alla civica Biblioteca donò una parte della sua ricca raccolta di libri di ogni epoca. Da Verdi fu invitato a far parte della Commissione di amministrazione della Casa di Riposo per Musicisti, della quale divenne poi presidente. Dedicò all’istituto particolari cure, fondandovi il Museo Verdiano e cooperando all’iniziativa con il dono di preziosi cimeli.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 435-437.

SELETTI ERMENEGILDO
Roccabianca 1831
Durante i moti del 1831 fu uno degli autori della rivolta a Roccabianca. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 207.

SELETTI GIULIO
Parma 1714/1762
Intagliatore. Realizzò, tra l’altro, le seguenti opere: 1714 simulacro di N. S. G..C., 1717 sei candelieri e sei vasi, 1724 quattro vasi nella parrocchiale di Fontanellato, 1730 cornice e altare maggiore nella chiesa del Priorato, 1743 pagamenti per baldacchino del Santissimo, dodici candelieri, sei vasi, tre tavolette e un basamento di croce, 1748-1749 croce con piede e due candelieri in San Giacomo a soragna, 1761 croce nella parrocchiale di fontanellato, 1762 altare maggiore nell’oratorio di Sant’Antonio a Soragna.
FONTI E BIBL.: Colombi, 1975, 46 e 222; Il mobile a Parma, 1983, 257.

SELETTI GIUSEPPE
Busseto 25 agosto 1786-Milano 3 maggio 1846
Ebbe a precettore nei primi anni di studio lo zio canonico Pietro Seletti, dimostrando sin dalla giovinezza singolare attitudine alle belle lettere e specialmente alla poesia. Compose infatti un notevole numero di rime, che furono poi raccolte in un volume di 265 pagine, ma di esse videro la stampa soltanto due sonetti dedicati all’attrice Margherita Perelli e al concittadino Giulio Dordoni nella circostanza dell’elezione di questi a maire di busseto. Tra le opere giovanili del Seletti figurano anche le commedie I letterati e Una madre delusa, il dramma in versi Argenide e Filippo tra i pastori, le tragedie Pelopida, Polissena, Beatrice Cenci, Cosroe, re di Persia ed Elena, gran principessa di Mosca. Nel 1808 fu accolto tra i soci dell’Accademia bussetana Emonia con lo pseudonimo di Darsindo Uranèo, sotto il quale pubblicò nel 1824 una Storia di evaristo Pancardio e di Angelica baronessa di Vitrelto. Dal 1816 risiedette a Milano, occupato nell’insegnamento. Fu professore di grammatica superiore e di umanità al Collegio Burla di Rho, poi di latino nel Collegio-ginnasio milanese Calchi-Taeggi e infine della stessa materia al Ginnasio comunale di via Santa Maria. Acquistò benemerenze nel campo dell’istruzione pubblica. Largo favore di pubblico e di critica incontrarono nel 1824 la volgarizzazione della Vita di Publio Scipione Emiliano del Sigonio e un saggio di Lezioni greche per le classi terza e quarta di grammatica, opere ristampate in sei edizioni. I suoi Rudimenti di geografia, pubblicati nel 1848, furono anch’essi oggetto di replicate ristampe, così pure un’Analisi delle lezioni di greco ad uso dei ginnasi. Collaborò ai giornali Gazzetta di milano e Il Giovedì con articolari letterari e lasciò, inedite, Storie del Regno d’Italia tradotte dal Sigonio, una compendiosa Storia della Russia, un’Introduzione allo studio delle Umane Lettere, Lezioni, studi di matematica, di umane lettere, di storia antica e del Medio Evo e varie altre opere minori.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 437-438.

SELETTI LINO
Fontanelle 27 agosto 1907-Magreto di Palanzano 20 settembre 1985
Figlio del fotografo Edelino. Cercò di migliorare in molti modi il livello qualitativo raggiunto dal padre e studiò anche la tecnica delle foto industriali. Ottimo ritoccatore, diede impulso alle fototessere, alle immagini di gite sul Po e di militari. Fu amico del suo conterraneo, lo scrittore Giovannino Guareschi, e amò, insieme alla fotografia, la pittura. Il Seletti restò in contatto con Luigi Vaghi e Alfredo Zambini, tenendosi sempre aggiornato sulle evoluzioni della tecnica. Fino agli anni cinquanta proseguì l’attività lavorando prevalentemente di domenica: infatti il seletti, per molti anni (e fino alla seconda guerra mondiale), fu anche fotografo ambulante.
FONTI E BIBL.: R.Rosati, Fotografi, 1990, 271.

SELETTI LUIGI
Roccabianca 1831
Durante i moti del 1831 fu uno degli autori della rivolta in Roccabianca. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 207.

SELETTI PIETRO
Busseto 19 ottobre 1770-Busseto 6 dicembre 1853
Ebbe a maestri in Busseto Buonafede Vitali e Ireneo Affò. Entrò poi nel seminario borghigiano per compiervi gli studi liceali e teologici. Ordinato sacerdote e destinato a svolgere il sacro ministero nel paese natale, si dedicò anche all’insegnamento di grammatica nel ginnasio superiore. Con Marco Pagani, Pietro Vitali e Gaetano Bombardi fondò nel 1796 l’Accademia di Lettere Greche per incrementare nei giovani lo studio dei classici. Chiamato nell’autunno 1806 a insegnare greco e latino nel seminario di Brescia, accettò l’incarico, che declinò tuttavia al termine dell’anno scolastico per poter far ritorno a Bussetto ad aprirvi una scuola privata di lingue e lettere antiche. Nel 1816 gli venne affidata la conservazione della pubblica Biblioteca di Busseto e nel 1820 fu nuovamente incaricato a occupare nel locale ginnasio la cattedra di lettere. La sua cultura si estese dalle lingue antiche all’archeologia, alla numismatica, all’astronomia e alla musica. Si interessò di storia locale e dette alle stampe alcuni lavori nell’intento di difendere qualche ricerca storica e il nome dei suoi maestri Vitali ed Affo, bistrattati per un male inteso amor patrio da scrittori di Borgo San Donnino, che, invogliati di dare un’origine romana alla loro terra, si fecero a sostenere inveterate opinioni sulla esistenza dell’antica Fidenza nel luogo ove ora sorge la città di San Donnino (Emilio seletti). In quelle opere (Confutazione del libretto uscito dai torchi di Giuseppe Vecchi di Borgo San Donnino nell’anno 1840 che ha per titolo “Memorie storiche sulla fondazione della città di Giulia Fidenza” e Confutazione di un’opera uscita dalla tipografia di Borgo San Donnino nell’anno 1843 intitolata Controversie archeologiche patrie) il Seletti sostenne, sorretto soltanto dalla forza del ragionamento, come Borgo San Donnino sorgesse nella campagna di Samboseto, soggiungendo che non era anticamente che un cimitero romano e che assurse a notorietà dopo la scoperta, nel VII secolo, delle ossa del martire Donnino. Le controversie archeologiche, lavoro cui il Seletti attese negli ultimi anni di vita, gli impedirono di redigere, come aveva in progetto, una storia del paese natale. Emilio Seletti se ne rammarica, spiegando che, con l’abbondante messe delle sue cognizioni storiche e con i documenti che aveva raccolti e studiati, egli avrebbe potuto condurre l’opera a perfezione. Rivelò non comune perizia nella decifrazione di antiche iscrizioni e nell’illustrazione di epitaffi, pubblicando osservazioni e dissertazioni apologetico-critiche sopra epigrafi latine e greche difficilmente interpretabili. Lasciò trentasei scritti (dei quali ventotto inediti) d’argomento vario, ma in prevalenza di ricerca storica e di archeologia. Nel 1830 fu annoverato tra i canonici della collegiata di Busseto e per qualche tempo diresse l’orchestra in chiesa. Fu suonatore di viola e compose alcuni brani di musica sacra e vari concerti.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 182; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 438-439.

SELLI MARIO
Castel San Giovanni 1895-Altipiano di Bainsizza 24 ottobre 1917
Figlio di Luigi. Tenente di complemento del 211° Reggimento Fanteria, fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione: Comandante di un plotone, durante un nostro contrattacco per la riconquista di un elemento di trincea perduto, dava mirabile prova di sprezzo del pericolo e di coraggio. Da solo affrontava un ufficiale ed un gruppo di arditi nemici, mettendo fuori combattimento l’ufficiale stesso. Colpito a morte, lasciava gloriosamente la vita sul campo, ma col proprio sacrificio dava tempo ai nostri di correre e di far sgombrare dall’avversario un camminamento che essi avevano occupato. Il Selli risiedette a lungo a Parma.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1920, Dispensa 56a; Decorati al valore, 1964.

SELONI, vedi FRANZONI CARLO

SELVA CRISIPPO
Parma 12 novembre 1546-1630 c.
Figlio del medico Filippo e di Isabella. Il Selva studiò medicina ma si applicò anche alla poesia in volgare. Dedito sempre a nuovi amori (Affò), si spostò nel Mantovano, nel Reggiano e in Bologna. Secondo quanto afferma giambattista Rocca, il Selva, indispettito da una sua innamorata, bruciò tutte le rime fatte in suo onore e compose un Canzoniere per manifestare il suo biasimo (l’opera, stampata dai Viotti, ebbe molte edizioni: 1574, 1601, 1607 e 1609). Per i suoi meriti nella medicina, ebbe il titolo di Cavaliere dai duchi di Parma. Nel 1582 fu tra gli Anziani della Comunità di Parma, eletti a correggere gli Statuti delle Arti. Perduto allora il padre in età di 80 anni, gli dedicò un epitaffio in San Giovanni evangelista. Il Selva scrisse versi anche in lingua spanola. Il Pico (Appendice, 1642) lo dice morto pochi anni prima. Sposò Sestilia Strinieri, di nove anni più giovane di lui, poetessa anche lei.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 339; Aurea Parma 3/4 1959, 197.

SELVA CRISIPPO, vedi SELVA CRISIPPO

SELVA FILIPPO BENEDETTO
Parma 20 marzo 1504-Parma 1582
Figlio di Domenico.È compreso tra i dodici dottori effigiati nella storica farmacia di San Giovanni Evangelista in Parma. Iscritto al collegio nel 1529 in Arti e Medicina, fu tra i medici consultati dal farmacista Girolamo Calestani per la stesura delle Osservazioni, antidotario prescritto nel Ducato di Parma anche molto tempo dopo la morte del calestani. Nel 1530 prese parte a una riunione del Collegio Medico per le modifiche agli Statuti. Si dilettò anche in poesia. Fu sepolto nella chiesa di San Giovanni Evangelista in Parma, con epitaffio dettato dal figlio Crisippo.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1959, 110; Parma nell’Arte 1 1970, 73.

SELVA GEMIGNANO, vedi SILVAGNI GEMINIANO

SELVA GEROLAMO
Parma 1504 c.-post 1554
Fratello di Filippo. Si laureò in legge.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 39.

SELVA ORAZIO
Parma 24 luglio 1558-
Figlio di Martino e Africa Bravi. Nacque da nobile famiglia. Conosciuto anche col nome di Zucco (la famiglia era nominata Selva o Zucchi). Fu mediocre poeta: tutto ne’ suoi versi si vede debole, spossato, prosaico, e scritto senza aiuto alcuno, ben che minimo delle Muse e d’Apollo.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 112-113.

SELVA RANUCCIO PICO
Parma 1559 c.-
Figlio di Martino e Africa Bravi. Fu sacerdote e poeta. Un suo epigramma in lode di Anton Maria Garofani è contenuto nel Santuario di Parma del Garofani stesso. È composto di cinque distici latini.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 113.

SELVA ZUCCO, vedi SELVA ORAZIO

SELVAGNI GEMINIANO, vedi SILVAGNI GEMINIANO

SEMORILE MARIANNA, vedi MARCHINI MARIANNA

SENECIUS PUBLIUS APRONIANUS
Parma-Roma 144 d. C.
Libero, pretoriano, signifer, documentato in latercolo rinvenuto presso Roma, datata al 144 d.C. Senecius è nomen rarissimo in Cisalpina, non presente a Parma. Apronianus è cognomen derivato da gentilizio, raramente documentato, non presente in altri casi a Parma, dove invece si trova Apra.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 161.

SENTIA BETUTIA
Parma I secolo a. C./V secolo d.C.
Di condizione incerta, fu moglie di C. Ae [...] Pau [...], col quale visse quindici anni e cui pose un’epigrafe, documentata a Parma, poi perduta. Sentius è nomen diffuso soprattutto in Italia settentrionale e centrale, dove è frequente. In particolare in Cispadana se ne riscontrano alcuni casi. A Parma si trova in questa sola epigrafe. Betutius, nomen diffuso soprattutto in Gallia Cisalpina e Narbonese, usato talvolta, come in questo caso, come cognomen forse derivato da Bettius, è frequente soprattutto in Cispadana, particolarmente nella Tabula Veleiate. A Parma è documentato in questo solo caso.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 162.

SERAFINI FRANCESCO ROMANA, vedi LITTA MODIGNANI FRANCESCA ROMANA

SERAFINO
Parma 1221/1274
Frate francescano. Fu mistico e teologo (doctor Seraphinus).
FONTI E BIBL.: Pighini, Storia di Parma, 1965, 97.

SERAFINO DA PARMA
Parma 1529
Frate Minore. Nel 1529 pubblico l’orazione Venerandi Patris Fratris Seraphini de Parma Ord. Minor. Oratio habita in Capitulo generali Parmae celebrato an. MDXXIX (Impressum Parmae, per Antonium de Viottis).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 652.

SERAFINO DA PARMA, vedi anche AGUZZOLI CAMILLO e GHIDINI GIOVANNI

SERGENTI GIOVANNI
Parma seconda metà del XIX secolo
Soldato, fu decorato con medaglia d’argento al valor militare dopo il fatto d’arme di Vigolo.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 agosto 1980, 3.

SERGIO CALLISTO, vedi CALISTO SERGIO

SERINI ARNALDO
Colorno 1894-Parma 21 febbraio 1981
Figlio di fornaio, fu valoroso combattente nella prima guerra mondiale. Al suo ritorno, subito colse i fermenti sociali che si agitavano tra la sua gente e si impegnò nelle organizzazioni democratiche bianche, nel sindacato, nel partito popolare (di cui fu tra i fondatori), oltre che nell’Associazione reduci e nell’unione del lavoro (fu Segretario di zona). l’insorgente fascismo lo vide tenace e coraggioso oppositore, al punto che dovette subire violenze e persecuzioni. Nel secondo conflitto mondiale combatté col grado di ufficiale in terra d’Africa, meritò decorazioni al valor militare (tra l’altro una medaglia d’argento) e rimase ferito a Tobruk. Nei giorni più drammatici della Resistenza operò presso il comando Piazza di Parma e fu ispettore del Comitato di Liberazione Nazionale. Il Serini profuse il suo impegno anche nell’immediato dopoguerra: fu Sindaco per breve tempo di Colorno e tra i fondatori della Democrazia Cristiana e delle Acli, dopo aver avuto una parte importante nel sindacato unitario per la parte cattolica a fianco di Giuseppe Mori. Quando sorse l’associazione partigiani cristiani, il Serini non tardò a prestare la sua collaborazione: fu per molti anni, finché le forze glielo consentirono, Segretario amministrativo a fianco di don Cavalli prima, di Molinari e del senatore Cacchioli poi. Nel trentennale dell’associazione Partigiani Cristiani, l’onorevole Zaccagnini gli conferì a Parma una medaglia d’oro a riconoscimento e coronamento di una vita dedicata all’affermazione degli ideali di libertà e democrazia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 23 febbraio 1981, 5.

SERINI GIUSEPPE
Colorno 1899-Vittorio 30 ottobre 1918
Figlio di Carlo. Caporale maggiore del 3° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di squadra, con calma e perizia, sotto violento bombardamento nemico, manteneva i suoi uomini in ordine perfetto nonostante le perdite subite, finché cadeva colpito a morte sul campo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1920, Dispensa 50a, 2622; Decorati al valore, 1964, 35.

SER LELLO, vedi SCUTELLARI AJANI GUIDO ASCANIO GIUSEPPE

SERMATTEI ADRIANO
Assisi 30 giugno 1680-Viterbo 9 aprile 1731
Appartenne a nobile famiglia. Compì i primi studi nella città natale sotto la guida di precettori e li continuò a Roma, dove il 26 febbraio 1710 si addottorò in entrambe le leggi. Fu giureconsulto di valore e ricoprì importanti cariche pubbliche. Ordinato sacerdote il 4 settembre 1707 e ottenuta la stima e la fiducia di Michelangelo Conti, vescovo di Osimo, questi lo nominò suo Vicario generale e, come tale, lo volle con sé a Viterbo allorché fu promosso a quella sede. Il 30 gennaio 1713 papa clemente XI lo elevò alla dignità episcopale, destinandolo a reggere la vacante cattedra di Borgo San Donnino. Consacrato nel Duomo di Viterbo il 18 di quel mese dallo stesso Conti, prese possesso della sua sede il 10 maggio successivo. Primo atto del suo governo fu di indire la visita pastorale, che iniziò il 3 settembre 1713 e condusse a termine il 28 aprile dell’anno seguente. I vari decreti emessi per la circostanza sono raccolti in un volumetto conservato nella Cancelleria vescovile: da essi si rileva quanto il Sermattei fosse rigoroso nell’imporre l’osservanza al clero delle regole di disciplina e nel correggere abusi inveterati nel costume dei fedeli. Il Sermattei ebbe un carattere austero e severo, congiunto a un temperamento impetuoso: sono rimaste celebri le aspre contese con il capitolo della Cattedrale, che continuarono, con fasi alterne, per tutto il periodo del suo episcopato. Il sinodo diocesano fu da lui redatto in modo da essere più completo dei precedenti perché richiama e riporta decisioni dei concilii e dei pontefici. Lo tenne nell’anno 1718 ma non poté darne alle stampe le costituzioni per essere stato traslato, con provvedimento apostolico del 15 marzo 1719, alla sede di Viterbo. Nel periodo del suo pontificato a Borgo San Donnino ebbe a collaboratore monsignor Antonio Ferali, suo vicario generale, il quale resse poi la diocesi durante la vacanza. Prima di lasciare la città, donò al Capitolo una ricca pianeta, che fece seguire da una lettera di congedo nella quale espresse sentimenti di stima per il Collegio dei canonici e manifestò, con commosse parole, il proprio rammarico a separarsi dalla diocesi. A Viterbo fece il solenne ingresso il 18 maggio di quello stesso anno e anche nel nuovo campo di lavoro dette prova del suo zelo apostolico, spiegandovi intensa attività. Nel 1724 tenne il sinodo, durante il quale espose alla pubblica venerazione sull’altare maggiore della cattedrale, in un’urna di legno intagliato e scolpito munita di cristalli, le reliquie dei santi martiri Valentino e Ilario. Per suo interessamento, papa Benedetto XIII concesse il 2 agosto 1726 ai canonici della Cattedrale l’uso della mitria, dell’anello, della bugia e del faldistorio e il Sermattei, con suggestiva cerimonia, benedisse nella festa di San Lorenzo le mitrie dei canonici. Dallo stesso Pontefice ottenne il 7 ottobre successivo la toga aurea (robbone d’oro) ai conservatori del Comune. In precedenza aveva provveduto a consacrare le due importanti chiese di Sant’Andrea in Varalla (5 maggio 1720) e dei Carmelitani Scalzi, in Viterbo (18 agosto 1725). L’8 novembre 1727 ebbe l’onore di ricevere papa Benedetto XIII di passaggio a Viterbo per recarsi alla Quercia a consacrare con grande solennità l’arcivescovo di Colonia. Tra i titoli di merito acquisiti dal Sermattei durante il pontificato viterbense vanno annoverate le cure appassionate che ebbe per la Cattedrale, facendo tra l’altro dipingere dal celebre pittore Marco Benefiele sotto gli archi delle colonne due artistici medaglioni. Nel Duomo di Viterbo, dove il Sermattei fu sepolto, i restauri e i bombardamenti aerei anglo-americani durante la guerra 1940-1945 cancellarono ogni traccia della sua tomba.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 442-444.

SERMATTEI ELISA
Parma 1842 c.-
Figlia di Valentino. Cantante (soprano), fu prima donna nei teatri diretti dal padre (Odessa, Mosca e Karkoff).
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SERMATTEI VALENTINO
Parma 1 maggio 1816-Karkoff 1866 c.
Studiò musica alla Regia Scuola di musica di Parma (fu allievo di Luigi Finali) dal 1827 al 1829 e vi tornò nel 1836. contemporaneamente esercitò il mestiere di sarto. Il 3 novembre debuttò a Lodi in un concerto della società filarmonica, la cui orchestra era diretta dal giovane violinista parmigiano Vincenzo Morganti.Nell’ottobre 1838 fu al Teatro Civico di cagliari nell’Elisir d’amore e nella Gemma di Vergy. Debuttò come baritono con un concerto al Teatro Regio di Parma il 6 giugno 1839 con alcune arie della Gabriella di Vergy di Mercadante. Nel 1841 fu al Teatro di Trieste nell’Assedio di Corinto di Rossini, nel 1842 al Teatro comunale di Modena nella Vestale di Mercadante e nell’autunno dello stesso anno al Carlo Felice di Genova nelle Nozze di Figaro di Ricci, nell’Elisir d’amore di Donizetti e nei Due sergenti di Mazuccato. Fu anche all’estero: in Francia, Spagna e Russia. In quest’ultima nazione operò per diversi anni e vi si stabilì definitivamente. Nel 1856 cessò di cantare per dedicarsi all’impresariato teatrale. Prese in affitto vari teatri ed ebbe l’appalto di quelli di Odessa (per otto anni), Mosca e Karkoff. Dal 1857 al 1865 fu l’impresario del Teatro di Odessa, portando sulle scene opere italiane con rinomati artisti. Nel 1859 la sua compagnia comprendeva 75 artisti e con il personale occupava 107 persone. Rinnovò il repertorio, portando per la prima volta le opere di Verdi (Traviata, Un ballo in maschera, La battaglia di Legnano e Giovanna di Guzman) e i suoi spettacoli furono apprezzati dal pubblico e dalla critica. Dal 1860 con la compagnia fece tourneée per l’Ucraina: nel 1864 dette a Karkoff 44 rappresentazioni di undici opere (tra le quali, oltre a quelle di Verdi, Norma, Lucia, Marta e Barbiere di Siviglia) e a Poltava una ventina di recite. Nel 1865 tornò a Karkoff, dove presentò in prima rappresentazione diverse opere italiane.
FONTI E BIBL.: Alcari; Dacci; Frassoni; Gandini; Levi; P. Bettoli, I nostri fasti, 151; P.E. Ferrari, Gli Spettacoli, 178; Archivio del Battistero di Parma; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 283; G.N. Vetro, Voci Ducato, in Gazzetta di Parma 27 febbraio 1983, 3; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SERO FRANCESCO, vedi DA SERO FRANCESCO

SERPAGLI FRANCESCO
Bedonia febbraio/dicembre 1908-Bedonia 18 gennaio 1974
Laureato in lettere, per quarant’anni fu stimatissimo insegnante del corso liceale presso il seminario vescovile di Bedonia, dove ricoprì anche l’incarico di Prefetto degli studi per un decennio. Prima di dedicarsi all’attività formativa dei giovani seminaristi esplicò anche il ministero parrocchiale a Borgo Val di taro negli anni Trenta e quindi a Carpaneto. Poi dedicò tutta la sua vita all’educazione e formazione dei giovani, lasciando vasta traccia nel campo dell’istruzione religiosa. Fu professore di italiano e di latino presso la scuola media di Bedonia e nel liceo scientifico di Borgo Val di Taro. Fu autore di numerosi scritti e studi religiosi. Tra le sue pubblicazioni spicca uno studio sul Petrarca. Il Serpagli fu Canonico onorario della Cattedrale di Piacenza.
FONTI E BIBL.: Morto mons. Serpagli educatore e studioso, in Gazzetta di Parma 19 gennaio 1974, 8; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 995.

SERPAGLI LUIGI
Bedonia-1921
Fu prete e missionario.
FONTI E BIBL.: Silvanus, Nel 4° anniversario della morte di don Luigi Serpagli, prete bedoniese della missione, in Giovane Montagna 1 1924.

SERRA LORENZO
Genova 1828-1892
Sposò Adelaide Folli. Commerciante di notevole censo, possedette una avviatissima drogheria in Strada dei Genovesi a Parma. Verso il 1843 G. Pallavicino gli espresse elogi e ringraziamenti per aver donato al Museo di storia naturale di Parma, presso il Magistero degli Studi, una raccolta ittiologica da lui perfezionata.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma.

SERRA MARIANNA
Parma 1774
Allieva della Reale Scuola di Ballo di Parma, nel luglio del 1774 fu retribuita con 25 zecchini per il ballo dato in occasione della visita dell’Arciduca d’Austria (Archivio di Stato di parma, Spettacoli e Teatri Borbonici, b. 4).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

SERSE RICCI, vedi COPERCINI GIUSEPPE

SERTORI GIROLAMO
Parma-post 1758
Compositore. Le uniche notizie sulla sua vita provengono dalla dedica che precede ognuna delle sonate componenti l’unico manoscritto del Sertori rimasto (Sonate per cimbalo, Op. I). Fu abate e maestro di cappella in Pamplona nel 1758.
FONTI E BIBL.: G. Pestelli, Sei sonate per cembalo di G. Sertori (1758), in Rivista Italiana della Musica, 1967; Dizionario musicisti UTET, VII, 1988, 240.

SERTORIA TERTIA
Parma IV/V secolo d. C.
Fu dedicataria, insieme a Pescenia Paulina e [De]metria Hermonina, di un’epigrafe funeraria posta da C. Valerius Aeclanius. Sertorius è nomen forse di origine etrusca, proprio di una gens equestre originaria di Norcia, diffuso soprattutto nell’Italia centrale e settentrionale, piuttosto raro in Aemilia e presente in questo solo caso a Parma. Tertius è cognomen da numerale, comunissimo soprattutto in Italia e nelle province celtiche, già documentato a Parma.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 163.

SERULLI GIOVANNI BATTISTA, vedi SERULLO GIOVANNI BATTISTA

SERULLO GIOVANNI BATTISTA
Savona-post 1594
Fu chiamato nel 1583 dal duca di Parma Ottavio Farnese per fabbricare piastrelle smaltate da pavimento. In uno dei libri mastri di Casa Farnese si legge la seguente annotazione: 1586-2-XII-A.M. Batta Serullo scudi 71 a conto di scudi 199 d’oro che S. A. s’è contentato darli per dar principio a far la maiolica. Fu quella del Serullo, con ogni probabilità, la prima fabbrica di maiolica artistica del Parmense. Si hanno memorie dell’attività del Serullo fino al 1594.
FONTI E BIBL.: G. Campori, in G. Vanzolini, Istorie delle fabbriche di maiol. metaur., Pesaro, 1879, vol. II, 238 sgg.; G. Corona, La Ceramica, Milano, 1885; L. De Mauri, L’amatore di maioliche, Milano, 1924; C. Malagola, Memorie storiche sulle maioliche di Faenza, Bologna, 1880; G.M. Urbani de ghelthof, Note storiche ed artistiche sulla ceramica italiana, in Erculei. Arte ceramica e vetraria, Roma, 1889, 115; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 385.

SERVENTI ANGELO
Bedonia 22 maggio 1918-1943/1945
Partigiano. Morì in combattimento e fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione: Valoroso comandante di distaccamento durante un atto ad una forte colonna esplorante nazifascista, si gettava arditamente con lancio di bombe a mano, alla testa dei suoi partigiani, all’espugnazione di un forte centro di fuoco avversario. Sebbene ferito proseguiva nell’azione immolandosi sull’obiettivo conquistato. Il suo sacrificio ed esempio permetteva di sbaragliare completamente l’avversario riportando una fulgida vittoria.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 aprile 1995, 28.

SERVENTI GIUSEPPE
Montecchio 2 giugno 1743-Parma 19 dicembre 1826
Figlio di Alessandro. Studiò a Reggio, correggio e Parma, dove fu allievo di Flaminio Torrigiani e si laureò in medicina nel 1774. Dopo pochi anni di professione fu eletto Protomedico esaminatore (26 giugno 1780). Non ancora quarantenne era il dottor Serventi già salito in reputazione di valente medico per l’ingegno non comune, del quale aveva date pubbliche prove. Nonostante avesse iniziato una così brillante carriera, lasciò nel 1781 la medicina per dedicarsi ai commerci. Aprì nel 1794 una banca con il nome paterno: la Ragion bancaria Alessandro Serventi. La straordinaria abilità del Serventi consentì al suo Banco di avere respiro europeo: i suoi corrispondenti garantivano la sua firma da Lisbona a Pietroburgo, da Palermo a Londra. La solidità e la credibilità della banca fu tale che quando gli straordinari sconvolgimenti d’Europa apportarono in più luoghi la caduta di varii suoi corrispondenti, si videro nelle diverse capitali altri commercianti non legati di affari con lui, non pregati, non esitanti pel turbamento degli avvenimenti, accorrere spontanei a soddisfare quelle sue tratte che per la mancanza degli accettanti andavano a rimanere senza pagamento. Il prestigio di cui godette in patria e all’estero gli aprì la strada delle più alte cariche pubbliche: venne eletto tra i decurioni del Comune di Parma, durante il dominio francese fu ripetutamente membro (e spesso vice presidente) della Commissione degli Ospizi e per diversi anni venne eletto Presidente del Tribunale del Commercio. Nel giugno del 1798 ebbe l’incarico di intraprendere delicate trattative con il pontefice Pio VI. In occasione della visita di Napoleone Bonaparte a Parma nel giugno del 1805, fece parte della deputazione municipale assieme al presidente dell’Anzianato, conte Filippo Linati, al professore Giacomo tommasini e al conte Luigi Bondani. La delegazione ebbe, al di là dei convenevoli dovuti al monarca, il reale scopo di perorare, per mezzo di un memoriale e possibilmente di orali illustrazioni, alcuni desideri della città. Il Serventi non fu solamente un banchiere ma anche un abile industriale. Oltre alla manifattura delle maioliche e dei vetri, il suo nome va legato alla purificazione delle cere. Riattivò la fabbricazione delle stoffe di seta, rimodernando le manifatture con l’acquisto di nuovi e più moderni telai. Impiantò officine per conciare le pelli e per fare il sapone e le candele di sevo, gareggiando con le più note fabbriche di venezia, stabilì in città una tintoria, nella quale ripeté con successo le esperienze allora in voga per sostituire all’indaco l’azzurro di Berlino, fu zelante promotore della coltivazione locale del gelso e del tabacco, e promosse l’estrazione dello zucchero dal miele da altre sostanze. Non mancò di occuparsi di agricoltura. Ritenendo che un’agricoltura moderna ed efficiente fosse alla base della prosperità di un Paese, sollecitò l’istituzione di una Società Agraria e promosse personalmente, sui propri terreni, la coltivazione e la trasformazione industriale di diversi prodotti agricoli. Ma se il Serventi fu lungimirante uomo d’affari, che tanto fece a favore dell’industria dei Ducati parmensi, ancora più rilevante fu il contributo che egli diede alla città di Parma per il suo sviluppo culturale e sociale. In lui i contemporanei ammirarono, oltre che la fine intelligenza e l’arguzia negli affari, i generosi slanci di nobiltà morale e la disinteressata prodigalità. Si fece promotore dell’istituzione di un ospizio di Arti e Mestieri, nel quale trovarono ospitalità anche molti giovani orfani della città. Fondò la Società Serventi, il cui scopo fu di mettere in condizioni i non vedenti di assicurarsi un autonomo sostentamento.In diverse occasioni intervenne con prestiti allo stesso comune di Parma. In gravissime circostanze la cassa Serventi venne in soccorso del Comune, la cui prosperità fu sempre pensiero e cura di questo generoso cittadino. Ed è opinione che per non mettere il Comune, già travagliato da straordinarii avvenimenti, in maggiore angustia egli temporeggiasse, più di quanto al proprio interesse tornava, a richiedere il rimborso del prestito, e che quindi avesse principio la catena di avversità che lo afflissero sino alla morte. Il Serventi entrò in possesso delle fabbriche di maioliche e vetri di strada dei Farnese nel 1811. Intermediario fu Lorenzo Remondini, che il 22 aprile di quell’anno rogò a nome e per conto del Serventi. Il Lombardi dice che la Real fabbrica venne messa in vendita per asta pubblica, senza però specificare le fonti documentali. Altri hanno supposto che non si sia trattato di una vendita vera e propria ma piuttosto di un parziale pagamento dei debiti che lo Stato francese aveva verso il Serventi. Anche in questo caso non vi è il conforto degli estremi documentali. Il Serventi possedette molteplici attività industriali, commerciali e agricole, ma vi sono ottime ragioni per credere che la fabbricazione delle maioliche e dei vetri gli stesse particolarmente a cuore. Alla conduzione dell’azienda fu preposto il figlio primogenito antonio, coadiuvato dal giovane fratello pellegrino: entrambi lasciarono il prestigioso palazzo di via San Vitale, in cui fino ad allora avevano abitato con la famiglia, e si trasferirono in strada dei Farnese. Altro merito del Serventi fu quello di dare grande impulso alla lavorazione dei cristalli molati. Alcuni contemporanei affermarono che fu il primo a introdurne la lavorazione a Parma. In realtà questo tipo di produzione aveva già avuto inizio nel settecento. Certamente fu merito del Serventi dare a questa lavorazione una dimensione e un’organizzazione del lavoro di tipo industriale. La quietanza definitiva per la vendita delle fabbriche di maioliche e vetri, venne rilasciata dal Fulcheri in data 10 febbraio 1813. La campagna di Russia si era appena conclusa con la clamorosa sconfitta di napoleone bonaparte. Il disastro militare fu il segnale di una sollevazione generale dell’europa, che si unì nella VI Coalizione. Se l’era napoleonica volgeva ormai al tramonto, gli avvenimenti politici e militari lasciarono conseguenze disastrose anche nell’area economica e finanziaria imperocché la necessaria partenza di alcuni creditori, il timore di altri fecero si che un giorno gran numero di essi si affollasse al banco per riavere il proprio denaro; e come accadde, quel timore si cangiò presto in universale diffidenza. E non essendo il banco in istato di provvedere a tutte le dimande, perché il denaro era impiegato o a frutti o in industrie, dovette sospendere i pagamenti. In realtà il Serventi, nell’impossibilità di rimborsare in tempi brevi i creditori, decise di procedere al pagamento del 50% delle somme dovute in attesa del rientro dei crediti. contestualmente nell’ottobre del 1813, con lettera circolare annunciò una forte riduzione delle attività del banco: Tra i rami di traffico che mi proposi con mia Circolare dell’11 febbraio 1794 quando, per la morte del padre mio Alessandro, ne assunsi legalmente l’onorato nome, vi fù quello di un Banco per circolazione interna, come l’ho poi esercitato fin qui. Questo ha servito di mezzo ad accogliere del denaro altrui, che sarebbe stato giacente, ed a rivolgerlo in sovvenzioni a chi con bastante solidità poteva abbisognarne, e così a mantenerlo anche interinalmente in un moto, che producono un regolare frutto all’una, vantaggi o comodo all’altra parte, lasciasse anche nel Banco un discreto compenso. È questo ramo, che vedendo io risentirsi esso pure degli effetti del tempo ho disposto al suo termine senza alterazioni degli altri consistenti in qualche utile fabbricazione, e senza variazione nella corrispondenza esterna. Il Serventi rinunciò alla sua attività, restringendo i propri interessi alle attività industriali e di cambio, ma anche questo non fu sufficiente. Ampliò la compagnia sociale dell’azienda e ne affidò la gestione a una società anonima. Nel 1816 ottenne dalla duchessa Maria Luigia d’Austria un decreto sovrano che sancì la costituzione della nuova società. Venne sepolto nel cimitero della villetta a Parma. un’iscrizione dice: Serventi è questi singolare ingegno della patria e de’ suoi raro ornamento cambio, commercio ed ogni industria è segno al suo mirabil de’ giovar talento quanto è di parte e cittadin più degno vegliar lo vede al comun bene intento ma qual che all’opre accresce pregio è un core pieno di fé, d’integrità, d’onore.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 413-415, e 1884, 65; Palazzi e casate di Parma, 1971, 408-409; T. marcheselli, in Gazzetta di Parma 28 marzo 1988; G. Dondi, Maioliche e vetri, 1990, 38-40; A.V.Marchi, Figure del Ducato, 1991, 336.

SERVENTI VINCENZA, vedi CAMPANINI VINCENZA

SERVI BATTISTA
Parma 1590/1618
Da un bando del 28 settembre 1590 risulta tubator del Comune di Parma.Era ancora in servizio il 1° settembre 1618.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Banda, 1993, 251.

SERVIDEI FRANCESCO
Parma 1366 c.-post 1420
Il Servidei è il primo ragioniere di Parma di cui si conosca l’esistenza, essendo pervenuti diversi libri mastri da lui compilati. Il primo libro mastro pervenuto è del 1386-1387 e riguarda la contabilità del Monastero di San Martino dei Bocci. Il Servidei, assunto il giorno 8 settembre 1386, fu licenziato il 17 dicembre 1387. Percepì un salario di 6 lire al mese ma probabilmente per tutto il periodo dell’incarico visse nel Monastero usufruendo di vitto e alloggio. Nello stesso libro mastro esiste una seconda contabilità relativa all’Arte dei Falegnami di Parma (1388-1389) conseguente a una tassazione imposta da Gian galeazzo Visconti, Signore di Milano, di Parma e di altre città della Lombardia. Gian galeazzo Visconti, impegnato nell’assedio di Padova (che non riuscì a espugnare) ordinò all’Arte dei Falegnami di Parma di inviare quattro falegnami suoi iscritti al campo sotto Padova per la costruzione di torri in legno mobili che avrebbero dovuto permettere agli assalitori di scalare le mura della città assediata. L’Arte dei Falegnami di Parma dovette tassare tutti i suoi iscritti rimasti a casa per provvedere al mantenimento delle famiglie dei quattro colleghi impegnati a Padova. Il metodo di rilevazione contabile usato dal Servidei è il tabulare, tipico di tutte le scritture contabili lombarde nel secolo XIV. Il metodo tabulare è un metodo prepartiduplistico perché non assicura la costante uguaglianza del dare con l’avere. Nel caso della contabilità relativa alla tassazione dell’Arte dei Falegnami di Parma, essendo accesi soltanto conti relativi alla cassa, a crediti e a debiti, si realizza la costante uguaglianza del dare con l’avere come nel metodo della partita doppia. Il libro mastro sopra descritto è conservato presso l’Archivio capitolare del Duomo di Parma. Nello stesso Archivio è pure conservato un altro libro mastro tenuto dal Servidei relativo all’anno 1417. Un altro registro contabile, sempre compilato dal Servidei, è conservato presso l’Archivio di Stato di Parma ed è relativo all’anno 1420. Risulta inoltre da documenti conservati nell’Archivio Capitolare del duomo di Parma che il Servidei svolse incarichi diplomatici per conto di Gian Galeazzo Visconti, che ne aveva apprezzato le qualità. Il Servidei dovrebbe avere iniziato l’attività presso il Monastero di San Martino dei Bocci in età giovanile, cioè a circa vent’anni.
FONTI E BIBL.: Malacoda 52 1994, 37-38.

SERVILIA SECUNDILLA
Parma-Roma I sec. a. C./I sec. d. C.
Figlia di Caius. Libera, uxor Parmensis di M. Vinicius Karus, che le dedicò un’ara marmorea ritrovata in Roma. Proprio un Caius Servilius è documentato a Parma in epigrafe databile alla prima età imperiale: mancano tuttavia elementi necessari a convalidare un eventuale identificazione di questo personaggio con il padre di Servilia Secundilla. Secundilla, cognomen in forma diminutiva da Secunda, è documentato frequentemente in area celtica. La precisazione dell’origine parmense della consorte porta a escludere che anche M. Vinicius Karus fosse originario della stessa città.
FONTI E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 164.

SERVILIUS CAIUS
Parma I sec. a. C./I sec. d. C.
Figlio di Caius. Libero. Il suo nome compare in epigrafe sepolcrale fatta fare per sé con ordine testamentario, reperita in centro cittadino a Parma, presumibilmente databile, per caratteri paleografici e contenutistici, alla prima età imperiale. Il Servilius fu primipilus, tribunus militum e praefectus castrorum: questo testimonia una carriera militare di rilievo. La gens Servilia, molto diffusa ovunque, appare scarsamente documentata nella regio VIII, con maggiore frequenza nelle regioni transpadane. Nella regione, secondo la testimonianza liviana, operò un C. Servilius (Geminus), triumvir agris dandis assignandis a Cremona e a piacenza nel 218 a. C., preso poi prigioniero dai Boi ad vicum Tannetum e liberato solo nel 203 a.C. dal figlio omonimo, console in quell’anno.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Parma romana, 1972, 104; M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 165.

SERVILIUS MARCUS FIRMUS
Parma-Magonza 50 d. C. circa
Figlio di Marcus. Fu libero e legionario. Un altro militare appartenente alla stessa gens, Caius Servilius, è documentato a Parma in epigrafe risalente alla stessa epoca. La gens Servilia appare documentata nelle regioni transpadane. Il cognomen Firmus, molto diffuso dappertutto per ingenui e liberti, è documentato per un Parmensis solo in questo caso, ma è frequente nella Tabula Veleiate. Sulla base delle testimonianze epigrafiche, è stato rilevato che, nel periodo giulio-claudio, circa la metà dei legionari in forza in Germania fu reclutato in Cisalpina.
FONTI E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 166.

SESSI GHERARDO
Reggio Emilia-Cremona 15 dicembre 1211
Nacque da nobile famiglia. Dopo essere stato Canonico della Cattedrale di Parma e Prevosto per sette anni a Borgo San Donnino (1196-1203), professò la regola dei Cistercensi e divenne Abate di Santa Maria di Tiglietto. Nel 1210 papa Innocenzo III lo nominò vescovo di Novara e l’incaricò della causa di Oberto I vescovo di Albenga (sospeso a divinis da quel Pontefice) perché fosse restituito all’esercizio del ministero episcopale. Secondo quanto afferma il Pincolini, nel 1206, per mandato pontificio, il Sessi dispose per l’erezione sulle rive dello Stirone della chiesa di Careno. Ma le versioni sono a questo proposito contrastanti: vi è chi sostiene che la costruzione si debba a Gherardo Cornazzani, padre di Oddone, che nel 1046 fu investito dal vescovo Cadalo del castello del Pizzo, altri attribuiscono invece l’iniziativa a un omonimo Gherardo Cornazzani, piacentino, il quale possedette nelle vicinanze di Careno un ricco feudo. Il Sessi fu creato nel 1210 cardinale e destinato in Lombardia in qualità di Legato pontificio. Trovandosi a Piacenza per l’elezione di quel vescovo, celebrò un sinodo nel quale dispose tra l’altro che i canonici della cattedrale piacentina dovessero condurre vita in comune. Fu nominato arcivescovo di Novara, poi di Albano e infine il 4 maggio 1211 di Milano. Ebbe sepoltura a Cremona.
FONTI E BIBL.: D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 23-24; Parma nell’arte 2 1976, 51.

SESSI GUIDOTTO
Borgo San Donnino 1214/1235
Fu Canonico della Cattedrale di Parma e in seguito fu eletto Prevosto della Chiesa di Borgo San Donnino (1214-1235). Uomo di grande cultura, si convertì a Milano, con molti altri eretici, alle prediche di San domenico. Il Laurini sostiene che fosse fratello di Ugo e suo successore nella cattedra vescovile di Vercelli ma la notizia risulta priva di fondamento perché Ugo Sessi morì il 4 dicembre 1235 e già il 10 settembre 1236 Giacomo Cornario, vescovo eletto di quella città, concesse l’investitura di un feudo ad Ardizzone di Crevalcuore. Si tratta invece, con tutta probabilità, di quel Guido Sessi, nipote del vescovo Ugo, come risulta da antichi atti vercellesi (nepos ipsius d. episcopi, afferma testualmente il documento in data del marzo 1234, edito da L. Borello-A. Tallone nell’opera Le carte dell’archivio comunale di Biella fino al 1379, vol. 1°, pag. 149 e s.), che fu canonico a Biella e che, per mancata residenza, venne sostituito da Manfredo de Codecapra.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 26.

SESSI MARIA TERESA
Parma 1805
Fu cantante di buon valore. Studiò in Parma. Esordì al Teatro Ducale di Parma nel 1805. Cantò l’anno successivo al Teatro alla Scala di Milano, quindi passò a Vienna, in Polonia e in Russia.
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, Fasti musicali, 1875, 152.

SESSI UGO
Reggio Emilia ante 1196-Vercelli 30 novembre 1235
Secondo l’Ughelli, fu fratello gemello di gherardo e salì anch’egli nella Chiesa ad altissime dignità. Rinunciò infatti alla prevostura mitrata di Borgo San Donnino (1203-1214) perché creato nel maggio-giugno 1214 (non nel novembre 1213 come vorrebbe il Savio) vescovo di Vercelli. L’episcopato del Sessi segnò nella storia della Chiesa vercellese pagine gloriose. Nell’ottobre dello stesso anno 1214 venne scelto arbitro dal Comune di Vercelli e dal marchese di Monferrato nelle loro contese, specialmente per il Trino, di cui poi egli investì il medesimo Comune il 3 dicembre 1214. Difese i diritti della sua Chiesa su Casale, che era stata depopulata dai Vercellesi nel 1215, e poi contro i Casalesi nel 1224. Fece nuovamente da paciere tra il Comune e il conte Pietro di Masino e subito dopo, sempre nel 1224, ebbe incarico dal pontefice Onorio III, col vescovo di Brescia, di ottenere l’adesione dei comuni lombardi al trattato di pace con l’imperatore Federico II. Verso la fine del suo episcopato fu in contrasto col Comune, contro cui si vide costretto a lanciare l’interdetto, confermato poi dal Papa, per avere il Comune stesso promulgato statuti lesivi delle libertà ecclesiastiche. Nel periodo del suo ministero pastorale (nel 1227, se non prima) vennero introdotti in Vercelli i frati Minori, quindi, probabilmente nel 1229 o poco dopo, i figli di San Domenico, in seguito alla efficace predicazione del beato Giordano di Sassonia. Sotto il Sessi ebbero origine pure i fratelli e le suore della Penitenza, che più tardi forse confluirono nell’ordine delle domenicane. Per iniziativa e a cura del cardinale Guala Bicchieri, negli anni 1219-1224 sorse la splendida basilica di Sant’Andrea: il Sessi, che già nel 1215 aveva ceduto al cardinale l’antica cappella di Sant’Andrea, con il porporato pose il 24 agosto 1219 la prima pietra della nuova chiesa. Le affinità architettoniche della basilica di Sant’Andrea e del Battistero e Cattedrale di Parma e della Cattedrale di Borgo San donnino, già rilevate dall’architetto Verzone, potrebbero facilmente trovare un’ovvia spiegazione nell’influenza esercitata dal Sessi nella scelta degli architetti e delle linee architettoniche. La basilica e il vicino ospedale vennero affidati ai canonici Sanvittorini sotto il celebre abate Tommaso Gallo, che ebbe tra i suoi discepoli Antonio da Padova e Adamo Marsh, una delle maggiori glorie di Oxford. Nel 1228 il comune fondò lo Studium generale e ciò non senza l’intervento del Sessi. A completare il quadro della sua molteplice attività, il Sessi compose divergenze tra i due capitoli di Vercelli ed emanò nuovi statuti per gli stessi. Confermò i privilegi al Capitolo di Santhià e con vari atti intervenne a favore del Capitolo di Biella. Il Necrologio Eusebiano indica la morte del Sessi con la seguente nota obituaria: Secundo Non. decembris anno D.N. MCCXXXV obiit b. memorie dominus Hugo huius ecclesiae venerabilis episcopus. Sedit annis XXI et dimidium. Fedele Savio, nella sua opera sugli antichi vescovi d’Italia, ne pone la morte, sulla fede dello storico vercellese Filippi, al II Kal. decembris, cioè al 30 novembre, ma il necrologio indica il 4 dicembre. Il Sessi ebbe sepoltura nella Cattedrale di Vercelli. Gli storiografi locali Giovanni Stefano Ferrero e Marco Aurelio Cusano riportano la classica iscrizione sepolcrale: Hoc jacet in tumulo Praesul clarissumus Hugo, Urbis Reginae, cuius origo fuit. castrum de Sesso cognomina praebuit illi. eusebij Sancti defendit Iura potenter. Quod nil deperijt, dum sibi vita fuit. Ecclesiaeque status per eum stetit inviolatus Et sine laesura defendit singula jura. Atria construxit, quibus est pictura vasallos Signans, qui debent in cunctis esse fideles. Dapsilis ad dandum fuit eius, aptaque dextra, Et super afflictos pia semper viscera gestans. Fecit in Urbe domos, Ecclesias fecit et extra. Insuper et Populum sacro sermone replevit. Huius Ecclesiae per eum possessio crevit. Proventu cuius locus hic semper veneretur. Cunctis scripturis in tantum splenduit Hugo. Qui fuit eximius Doctor lux maxima Cleri. Rexit et iste probus bis denis, atque duobus Annis, collatum Vercellis Pontificatum. Mundo Martha fuit, D. s3. Hugo Maria. Parcat ei Pater, et flamen, Patrisque sophia. Ergo per has causas Paradisum jure meretur, Vivat, et in Christo praeclara luce fruatur.
FONTI E BIBL.: D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 24-26.

SESTIO GIAMBATTISTA vedi SESTIO GIOVANNI BATTISTA

SESTIO GIOVANNI BATTISTA
Berceto 1549-Montechiarugolo 1614
Fu mandato giovanissimo a Parma, dove frequentò le scuole d’umanità (gli fu maestro Agostino Piazza). Si innamorò di una parente di Agostino Piazza, ma i genitori di lei non vollero saperne di tale amore e assalirono il Sestio, ferendolo gravemente: rimase storpio alla mano sinistra, con la quale aveva cercato di difendersi. Intraprese poi la professione di grammatico o pedante, dapprima presso i Canossa, poi, dal 1578, presso i Pico, che gli affidarono il novenne Ranuccio, figlio di Giambattista. Il Sestio seguì il discepolo a Bologna e Padova, fin che questi conseguì la laurea in utroque nel 1588. Anch’egli si dedicò allo studio delle leggi, ma non volle mai addottorarsi. Fu poi pedagogo dei figli del conte Pomponio Torelli e li accompagnò a Roma. Nuovamente a Parma presso Ranuccio Pico, ne educò il figlio Cornelio nella Retorica e nell’Etica aristotelica. In occasione della laurea in utroque di quest’ultimo, il Sestio compose delle poesie latine, le sole conservatesi della sua produzione. Quando, ormai vecchio, cominciò a perdere credito, tanto che gli scolari lo schernivano e lo minacciavano, decise di abbandonare l’insegnamento: ritiratosi a montechiarugolo, modestamente vi chiuse i suoi giorni. Il Sestio sposò una serva del conte Pomponio Torelli.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice de’ vari soggetti parmigiani, Parma, Vigna, 1642; da questo dipendono I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 312; e, con qualche inesattezza, P. Cattabianchi, G.B. Sestio, Parma, 1910; vedi inoltre Aurea Parma 3/4 1959, 196-197, e 1 1958, 36-37; A. Marastoni, La poesia di Sestio Bercetese, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1967, 131-143.

SETTI GIOVANNI
Borgo San Donnino 5 gennaio 1895 -Ponte Fener 14 novembre 1917
Nel triennio scolastico 1912-1915 frequentò i corsi di Chimica presso l’Università di Parma. Chiamato alle armi il 1° giugno 1915, dopo aver compiuto un periodo di tre mesi alla Scuola Militare di Modena ed esserne uscito Sottotenente il 15 settembre, il 18 di quello stesso mese fu mandato al fronte. Assegnato al 91° Reggimento Fanteria, lo raggiunse sul Col di Lana. Nella presa del Col di Lana il Setti si distinse per audacia. Ferito a un piede, passò qualche tempo in un ospedaletto da campo. Ritornò poi al suo reggimento e con esso passò sull’alto Boite, ove trascorse quasi due anni ininterrotti di guerra, combattuta nelle trincee d’alta montagna. La rotta di Caporetto lo travolse poi nella ritirata. Sulle nuove posizioni assegnate al suo reggimento, il Setti, promosso Capitano, combatté con coraggio. Il 12 novembre 1917 a Ponte Fener, durante una vigorosa azione, ferito, cadde in un burrone. raccolto e ricoverato nel 62° Ospedaletto da campo, vi morì due giorni dopo. L’Università di Parma conferì al Setti l’8 dicembre 1919 la laurea ad honorem in Chimica.
FONTI E BIBL.: Caduti Università Parmense, 1920, 106.

SETTI GIUSEPPE
-Parma 20 dicembre 1900
Valoroso soldato, combatté per l’indipendenza italiana. Sostenne la campagna militare del 1849, fece parte del corpo di spedizione d’Oriente nel 1855-1856, come pure le campagne del 1859, 1860 e 1866. Fu decorato di sei medaglie al valor militare più la Croce di cavaliere della Corona d’Italia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 23 dicembre 1900, n. 353; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 93.

SEVERI ALESSANDRO
1895-Altipiano della Bainsizza 23 agosto 1917
Figlio di Giuseppe. Studente in ingegneria, fu Sottotenente di Fanteria, decorato di medaglia d’argento al valor militare. Morì combattendo da valoroso.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 settembre 1917; Giovane Montagna 6 ottobre 1917; Gazzetta dell’Emilia 21, 22 ottobre 1918; P. Lingueglia, In memoria del tenente Alessandro Severi, Modena, Soc. An. Cattolica, 1918; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 229.

SEVRA, vedi CORRADI SEVERINA

SEXTUS POLLIA
Colorno II secolo a.C. /V secolo d.C.
Figlio di Publius. Il suo nome è ricordato in un frammento di epigrafe ritrovato a Colorno, perduto e noto solo dalla tradizione manoscritta. Da esso si deduce l’esistenza di un cittadino con ogni probabilità di Parma e di condizione libera, come mostrano patronomico e menzione della tribù. Sex(tus) potrebbe essere il cognomen del personaggio. Non si esclude tuttavia la possibilità che si tratti di un secondo personaggio.
FONTI E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 167.

SFORNI CARLA, vedi BIGI CARLA

SFORNI GUGLIELMO
Parma seconda metà del XIX secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 138.

SFORNI VITTORIO
1885-Soragna 18 gennaio 1972
Iniziò la carriera militare nell’anno 1905 nel X Reggimento bersaglieri. Capitano già alle dipendenze del V Corpo d’armata, partecipò al primo conflitto mondiale, meritandosi pure due croci di guerra. Per le sue ottime qualità gli vennero in seguito affidate diverse missioni sia in Italia che all’estero. Entrato poi nell’arma dei carabinieri, passò al servizio attivo prima a Verona e poi a Torino, percorrendo rapidamente i vari gradi della gerarchia militare fino a diventare Colonnello, grado con cui si congedò. Nel 1971 venne promosso a Generale di brigata e nello stesso anno gli furono concesse le onorificenze di Cavaliere di Vittorio Veneto. Fu tra i soci fondatori della Famiglia soragnese. Fu sepolto nel cimitero israelitico di Soragna.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 19 gennaio 1972, 8.

SFORZA ALESSANDRO, vedi SFORZA di SANTAFIORA ALESSANDRO

SFORZA GUIDO ASCANIO, vedi SFORZA di SANTAFIORA GUIDO ASCANIO

SFORZA LEONARDO
Parma 1482
Fu eletto Vescovo di Parma dal Capitolo della Cattedrale il 4 settembre 1482, ma non fu confermato dal papa Sisto IV.
FONTI E BIBL.: A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 240.

SFORZA DI SANTAFIORA ALESSANDRO
Parma 1532 -Macerata 16 maggio 1581
Figlio di Bosio e di Costanza Farnese. Fu creato da papa Paolo III, suo avo, nel 1542, scrittore di lettere apostoliche, all’età di soli dieci anni. Coinvolto nel trafugamento delle galere fatto dal fratello Carlo, fu privato della sua dignità da papa Paolo IV, ma, terminata quella controversia, nel 1557 fu reintegrato e creato Presidente dell’annona. Fatta dal fratello guidascanio la rinuncia a suo favore del vescovado di Parma, che aveva in amministrazione, il 26 aprile 1560 successe al fratello nell’episcopato parmense, beneficiando anch’egli di varie prebende, tra cui la prevostura di Borgo San Donnino (1562-1581). Prese possesso per procuratore il 14 novembre 1560 della Diocesi e vi fece l’ingresso nel maggio 1564. Come vescovo di Parma partecipò autorevolmente nel 1560 ai lavori del concilio di Trento e ne applicò con zelo le direttive. Era stato in precedenza Canonico di San Pietro (1554-1561) e chierico di camera di papa Pio IV (1564), dal quale fu creato il 12 marzo 1565 Cardinale del titolo di Santa Maria di Via Lata. Fu prima Legato di Bologna e di Romagna (1570) e poi di tutto lo Stato pontificio, eccezion fatta per Bologna. Compito suo precipuo fu quello di combattere e di annientare la piaga del brigantaggio. A questo fine ebbe poteri amplissimi, tanto da essere chiamato vicepapa. Fu pure Prefetto della segnatura di giustizia e Arciprete in Santa Maria Maggiore (1572). Lo Sforza di Santafiora fu tra i cardinali deputati alla correzione del Decreto di Graziano, ciò che consentì a papa Gregorio XIII di pubblicare una nuova edizione del Diritto Canonico. A Parma, il 21 settembre 1564, celebrò il primo sinodo. Essendo vacato per morte dell’arcidiacono Girolamo castiglione il canonicato di Coloreto, lo Sforza di Santafiora lo conferì a Martino Cinzio, chierico di Spoleto, e l’arcidiaconato lo diede ad alticozzo degli Alticozzi di Cortona, chierico minorista (ne presero possesso il 1° ottobre 1564 a rogito di Cristoforo dalla Torre). Il 4 novembre 1564 lo Sforza di Santafiora fece una transazione col capitolo della Cattedrale intorno ai benefici e alla collazione delle chiese della diocesi di Parma (la transazione fu confermata da papa Pio IV). Il 5 gennaio 1568 i deputati del capitolo Carissimi, Lalatta e cassola si accordarono con lo Sforza di Santafiora intorno alla residenza corale dei canonici: fu fatta un’ordinazione dal capitolo affinché non si facessero novità, ma i canonici praticassero il metodo anticamente usato e intervenissero costantemente ai vespri alle feste comandate. Nel 1568 si tenne un sinodo a Ravenna, cui fu invitato anche lo Sforza di Santafiora, che si volle considerare come suffraganeo di quella metropolitana. Egli vi inviò il canonico simone Cassola in qualità di suo nunzio e procuratore con mandato speciale, il quale dichiarò alla presenza di Giulio Feltrio della Rovere, cardinale di Urbino e arcivescovo di Ravenna, che lo Sforza di Santafiora riconosceva sé e la Chiesa di Parma libera e immune da ogni soggezione verso la chiesa di Ravenna o qualsiasi altro arcivescovo, essendo, come in passato, sempre immediatamente soggetto al Pontefice e alla sede apostolica. Queste proteste furono rinnovate in Ravenna il 30 aprile dello stesso anno dai suoi procuratori Pier Maria Carissimi e Simone Cassola (i quali fecero opposizione anche a nome del Capitolo) e dai rappresentanti del clero Francesco Libaschi, beneficiato della Cattedrale di Parma, e Giulio Cesare bergonzi, arciprete di Sant’Eulalia. Il capitolo, con lettera del 10 dicembre 1568, pregò lo Sforza di Santafiora di ottenere da papa Pio V ai canonici la conservazione del privilegio intorno alle cause di appellazione, ma egli rispose da Roma il 12 gennaio 1569 che non credeva necessario far confermare al Papa questo privilegio perché non gli pareva opportuno, non risultando alcun vantaggio. Il 23 febbraio 1572 lo Sforza di Santafiora donò alcuni vasi d’argento alla sagrestia della Cattedrale. Il 28 febbraio 1572 si fece l’unione della chiesa di Santa Anastasia, di ragione del Capitolo, con la chiesa di San Prospero perché non si trovava nessuno che volesse assumersi la cura della chiesa di Santa Anastasia, essendo molto povera. Nei primi mesi del 1573 rinunciò all’episcopato in cambio di una pensione di tremila ducati d’oro. La sua salma fu inumata a Roma in Santa Maria Maggiore accanto a quella del fratello Guido Ascanio, con la seguente iscrizione che lo Sforza di Santafiora si era preparato nel 1579: Alexander Sfortia s. r. e. card. Pauli iii. pont. max. nepos Bononiae et Flaminiae dub Pio v. et Gregorio xiii. legatus signaturae justitae praefectus huiusque basilicae archipresbyter sibi mortis memor. posuit annum agens xlvii.
FONTI E BIBL.: G.M.Allodi, Serie Cron., vol, II, 1856, 80-94; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 240-241; U.Delsante, Dizionario dei collecchiesi, Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 30; Dizionario storico politico, 1971, 1189.

SFORZA DI SANTAFIORA FRANCESCO
Parma 6 novembre 1562-Roma 11 settembre 1624
Figlio di Sforza, marchese di Varzi, e di caterina di Montepulciano. Iniziò la pratica delle armi presso il cugino Ottavio Farnese, duca di Parma, e Francesco I, granduca di Toscana. Si applicò agli studi umanistici e alla matematica. Dotato di memoria prodigiosa, ciò gli consentì di conservare e migliorare la sua cultura anche durante le campagne belliche. A diciotto anni venne nominato Capitano generale delle milizie italiane di Filippo II, in sostituzione di Alessandro Farnese. Promesso a virginia Medici, sorella del granduca Francesco I, non poté sposarla a causa di un insanabile contrasto sorto tra la granduchessa Bianca capello e Mario Sforza, zio dello Sforza di santafiora: a ventuno anni l’abbandonò, ed essa fu poi moglie di Cesare d’Este. Lo Sforza di santafiora abbracciò quindi la carriera ecclesiastica e il 12 dicembre 1583 fu creato cardinale da papa Gregorio XIII, nel titolo diaconale di San Giorgio al Velabro, da cui fu traslato al titolo di San Nicola in carcere Tubbiano, quindi a quello di Santa Maria in via Lata. Nel 1587 venne riconosciuto conte di Cotignola e nel 1591 inviato Legato in Romagna. ricevuto il sacerdozio nel 1614, nel 1617 passò all’ordine presbiterale con il titolo di San matteo in Merulana e fu promosso Vescovo di albano nel 1618, di Frascati nel 1620 e di Porto e Santa Ruffina nel 1623. Di lui si servì papa Sisto V (1585-1590) per organizzare dieci galere in difesa delle spiaggie pontificie, per la costruzione di strade e per la repressione del brigantaggio. Al valore militare e all’abilità diplomatica unì molta religione, pietà e amore alle lettere, meritando di essere cantato dal Tasso (sonetto: Quando l’antica Roma onde traesti). Lo Sforza di Santafiora partecipò a nove conclavi. Ebbe due figli naturali: costanza e Sforzino, ambedue legittimati nel 1605 da papa Paolo V. Per riposarsi, passava le villeggiature autunnali nel suo castello di Torrechiara, da lui abbellito e restaurato, e a castell’arquato. Dopo essere stato nominato cardinale, riprese gli studi letterari e dedicò tutto il tempo libero alle letture, soprattutto a quelle storiche, che lo avvincevano in modo particolare. Al duca Ranuccio Farnese, che spesso lo ospitò e col quale discorreva di storia, confidò di essere particolarmente entusiasta degli Annali Ecclesiastici del cardinale Baronio. Fu sepolto in San Bernardo a Roma.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 84-88; A. Giulini, Di alcuni figli meno noti di Francesco Sforza, in Archivio Storico Lombardo XLII 1916; P. Litta, famiglie celebri italiane, Milano, 1834; D. Muoni, collezione di autografi di famiglie sovrane: famiglia Sforza, Milano, 1858; N. Ratti, Della famiglia Sforza, Roma, 1794; Zazzera, Della nobiltà d’Italia, Napoli, 1615; C. Argegni, Condottieri, 1937, 240; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 272; G. Gonizzi, in Gazzetta di Parma 23 luglio 1968, 3; F. da Mareto, Feudi Sforza Santafiora, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1976, 162.

SFORZA DI SANTAFIORA GUIDO ASCANIO
Parma 25 novembre 1518-Canneto sull’Oglio 7 ottobre 1564
Primogenito di Bosio e di Costanza Farnese, parente di papa Paolo III. Quest’ultimo lo fece cardinale il 18 dicembre 1534 e gli affidò in amministrazione perpetua la diocesi di Parma il 13 agosto 1535, cui rinunciò il 26 aprile 1560 a favore del fratello Alessandro. Ottenne il conferimento di varie prebende, tra le quali la prevostura di Borgo San Donnino (1555-1562). Nel 1537, essendo morto il canonico Luigi dalla Rovere, massaro del Capitolo, che godeva il canonicato e la prebenda di Corneto, lo Sforza di Santafiora nominò al detto canonicato e all’Arcipretura di Sant’Eulalia lorenzo, vescovo di Sigino, che poi rinunziò il canonicato nelle mani del Papa. Oltre il Vescovado di Parma, ebbe in amministrazione quelli di montefiascone e Corneto, di Narni e di chiusi. Nel 1536 ebbe le legazioni di Romagna e di Bologna e fu legato di Giulio III a Parma per conciliare le vertenze della Chiesa col duca ottavio Farnese. Ciò avvenne perché lo Sforza di Santafiora fu accusato di aver avuto parte nel trafugamento delle galere del fratello carlo. Si adoperò anche per comporre la pace tra papa paolo IV e Filippo II, esacerbato contro i caraffa. Il celebre stampatore di Roma, Blado, deve a lui la sua fama. Formò la Biblioteca della casa Sforza di Santafiora e fondò un’accademia di belle lettere. Nel 1542 diede in feudo al fratello Sforza e suoi discendenti maschi la giurisdizione temporale dell’Abazia di Val di Tolla nel Piacentino, di cui era investito, e nel 1555, di concerto coi fratelli, fondò un fedecommesso onde i feudi e beni della casa si conservassero nel rappresentante della famiglia. Ebbe tre suffraganei: Annibale mazzocchi, vescovo cistrense, Luca Cerati, vescovo titolare di Costanza, e Niccolò Virgili, vescovo dei Marsi. Fu Cardinal camerlengo della Chiesa il 22 ottobre 1537, Legato in Ungheria in occasione della guerra turca nel 1540 e patriarca di Alessandria il 6 aprile 1541. Nei conclavi difese gli interessi imperiali (1550-1555). In principio papa Paolo IV non lo ebbe molto in favore, anzi lo fece imprigionare in castel Sant’Angelo (1555): lo liberò soltanto dietro la garanzia di una fortissima somma in contanti. Comunque lo Sforza di Santafiora ebbe modo di riprendersi e di riguadagnare posizioni in Curia, tanto che in occasione del conclave del 1559, sostenendo gli interessi della Spagna, fu tra coloro che favorirono l’elezione di Pio IV. Presso questo pontefice continuò a rappresentare ufficialmente la corona spagnola. Uomo di cospicua cultura e mecenate, tra l’altro commise a Michelangelo la cappella dell’Assunta in Santa Maria Maggiore. La salma dello Sforza di Santafiora, traslata a Roma, fu sepolta in Santa Maria Maggiore, con la seguente iscrizione: Guido Ascanio sfortiae card. Pauli iii. nep. s. r. e. camerario bononiae et Flaminiae legato atque hujus basilicae archipresbytero alex. card. Sfortia fratri desideratiss. vixit an. xlv. menses x. dies xii. obiit an. sal. mdlxiv. non. oct.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 38-79; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 240; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 30; Dizionario storico politico, 1971, 1192.

SFORZA DI SANTAFIORA MARIO
Parma 1519/1531-1611
Figlio di Bosio e Costanza Farnese. Duca di Segni, fu condottiero di provato valore al servizio di Siena, del Re di Francia, poi dei medici e della Chiesa, conseguendo il grado di capitano Generale della Cavalleria pontificia. ritornato dalla campagna contro gli Ugonotti, fu Ambasciatore a Venezia e creato Principe assistente al Soglio Pontificio da papa gregorio XIII.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 360.

SFORZA DI SANTAFIORA SFORZA
1524-Castell’Arquato 1575
Figlio di Bosio e di Costanza Farnese. Fu soldato al servizio dell’Impero, della Spagna e della Chiesa. Lo Sforza di Santafiora divenne governatore di Parma e Piacenza (1540). Si trovò a piacenza al momento dell’assassinio di Pier Luigi Farnese (1547) e, quantunque costretto a lasciare la città, riuscì a conservare Parma alla dinastia regnante. Dopo aver combattuto contro gli Ugonotti e partecipato alla battaglia di Lepanto quale generale della fanteria spagnola a bordo del vascello ammiraglio, ritornò a Parma. Il 16 aprile 1545 il papa paolo III emanò una bolla a favore dello sforza di Santafiora, con la quale gli fece donazione del castello di Basilicanova col suo territorio e assoggettò alla sua giurisdizione i vassalli e gli abitanti di quel luogo, con tutte le terre non coltivate, coi boschi, pascoli, diritti d’acque e di pesca, molini, col mero e misto impero, onori, regalie, emolumenti, privilegi, grazie e immunità. Il Pontefice gli diede il feudo in modo trasmissibile ai suoi figli legittimi e naturali e in mancanza di essi ai suoi fratelli e loro discendenti per linea maschile, per il censo annuo di un cratere d’argento del valore di quindici ducati d’oro di camera da pagarsi nella festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. Il papa Paolo III, con sua bolla dell’8 giugno 1543, donò allo Sforza di Santafiora l’aumento del prezzo del sale che si percepiva nelle terre di Castell’Arquato e di Castel San giovanni e nelle ville di Vicolo, di Clavena, borgo San Donnino, Busseto, Polesine, San sisto, Monticelli d’Ongina, Vianino, torchiara, Felino e Roncarolo e di tutte le terre e castelli del distretto e delle ville del Piacentino, di Cremona e di Parma sottoposte alla camera Apostolica. Nel 1567 il duca Ottavio Farnese eresse Castell’Arquato in marchesato e il figlio dello Sforza di Santafiora, Francesco (penultimo della casata), ebbe anche il titolo di marchese di Varzi (questo potrebbe spiegare perché Francesco Farnese all’inizio del 1700 domandasse reiteratamente e invano all’impero Varzi quale parziale risarcimento dei danni provocati nei suoi territori dalle truppe imperiali ivi acquartierate o transitate).
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 359; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 78; M. De Grazia, Guida degli Stati farnesiani, in archivio Storico per le Province Parmensi 1972, 164.

SFORZA DI SANTAFIORA SFORZINO
Castell’Arquato 1486-Lodi 9 ottobre 1526
Figlio naturale di Francesco e di Bartolina. allievo di Baldassarre molossi, è ritenuto poeta non ordinario dall’anselmi. Parente di alti prelati romani, fu governatore di Pontremoli dal 1522 al 1526.Risiedette lungamente a Parma. Fu sepolto in un sarcofago nella chiesa della steccata a Parma.
FONTI E BIBL.: C.Reisoli, in archivio Storico per le Province Parmensi 1968, 217-243.

SFORZA DI SANTAFIORA SFORZO, vedi SFORZA DI SANTAFIORA SFORZA

SFORZA FOGLIANI GIULIO, vedi FOGLIANI D’ARAGONA GIULIO

SGAGNONI PIETRO
Parma 18 aprile 1760-Parma 4 agosto 1827
Compì studi letterari e scientifici. Sotto il governo borbonico fu professore di matematica elementare nell’Università di Parma (1788), poi di fisica teorica e quindi di fisica sperimentale colla direzione del relativo Gabinetto. Fu Sottotenente degli Ingegneri. Sotto il Governo francese fu professore di geometria nell’Accademia di Belle Arti di Parma e Consigliere con voto. Divenne poi professore di fisica nel Collegio di Santa caterina, di Matematica speciale nel liceo e ancora di fisica nell’Accademia francese. Decano della facoltà di scienze, fu membro di una commissione per il sistema metrico e gli fu anche offerto un grado militare nel Corpo Imperiale del genio. Da Maria Luigia d’Austria fu confermato professore di fisica teorico-sperimentale e Direttore del Gabinetto, poi vice preside della facoltà filosofica, membro del Supremo Magistrato degli Studi e professore di geometria descrittiva nell’Accademia di Belle Arti. In questa e nell’Università di Parma esercitò talora le funzioni di Segretario (nell’Accademia ebbe anche titolo di Segretario onorario). Nel 1808 fece parte della commissione per lo studio degli aeroliti caduti a Pieve di Cusignano. Fu Socio corrispondente della Società galvanica di Parigi e socio ordinario dell’Accademia Italiana. Lo Sgagnoni chiese e ottenne che le scuole facoltative rimanessero aperte per alcuni anni. Fece costruire diverse macchine per lo studio della fisica. Ebbe una scelta biblioteca, con edizioni ricercate e rare, e fu spesso ospite della famiglia Pallavicino.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1827, 261; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 417-418.

SGARABOTTO PIETRO
Milano 1903-Parma 9 maggio 1990
Figlio del maestro Gaetano, lo Sgarabotto fece della musica una ragione di vita. Liutaio per scelta e passione, apprese dal padre l’arte: i suoi violini, epigoni dei classici Stradivari e Amati, furono ambiti dai più famosi concertisti e contesi dagli appassionati. Crebbe respirando l’aria della bottega del padre, liutaio esperto di violini settecenteschi. Dopo il diploma da professore di viola conseguito nel 1924 al liceo musicale di Bologna, decise di seguire le orme di famiglia: il laboratorio liutaio sgarabotto, infatti, già all’inizio del XX secolo godette di grande prestigio. Nel 1926 la famiglia Sgarabotto lasciò Vicenza alla volta di Parma: il primo laboratorio aprì i battenti in borgo Riccio e ben presto divenne un punto di riferimento per i musicisti parmigiani. Tanto che l’anno successivo le autorità cittadine chiesero ai due maestri di aprire una scuola liutaia nei locali del conservatorio di musica Boito. Riporta una rivista dell’epoca: l’appoggio morale e materiale concesso alla scuola comunale di liuteria (la prima del suo genere in Italia) dimostra la serietà dell’impresa e la fiducia, non limitata ai soli Parmigiani, che in questa nostra città, centro musicale di primissimo ordine, possa presto rifiorire la tradizione che per secoli rese gloriose le scuole cremonesi e bresciane. I riconoscimenti nazionali e internazionali non si fecero attendere. Sotto la guida del padre Gaetano, lo Sgarabotto si perfezionò ulteriormente nel mestiere. Le lezioni continuarono per circa nove anni, fino alla metà degli anni Trenta: poi la guerra costrinse definitivamente a sospendere l’attività. Tuttavia lo Sgarabotto continuò privatamente la professione: furono anni ricchi di successi e di soddisfazioni, vissuti a contatto con i bei nomi del mondo musicale italiano nel laboratorio di via Gorizia. Finché nel 1959 lo Sgarabotto venne chiamato alla scuola liutaia di Cremona. Da allora l’insegnamento assorbì gran parte delle sue energie. Nel 1973, anno in cui lo sgarabotto rinunciò alla cattedra per ragioni di età, gli allievi si erano moltiplicati e la scuola si era ormai affermata internazionalmente. Ma la passione per la musica e l’arte liutaia accompagnò lo Sgarabotto anche negli ultimi anni di vita. Per portare a termine ogni strumento gli erano necessari, di solito, trenta o quaranta giorni. Sceglieva con cura l’acero e l’abete, si soffermava sulle venature del legno, sulla verniciatura, sulla fattura perfetta. Prima di sedersi al tavolo da lavoro, studiava per mesi lo strumento in fieri. Fu tra i pochi liutai in grado di leggere con destrezza il pentagramma e quindi di suonare il proprio strumento.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 201; Gazzetta di Parma 10 maggio 1990, 4.

SGAVETTA ANTONIO BARTOLOMEO
Parma 17 gennaio 1708-Parma 2 gennaio 1772
Figlio di Domenico e di Luigia Caterina Vepi. Fu barbiere di Corte e autore di una Cronaca, in gran parte inedita, nell’Archivio di Stato di Parma. Che in passato i barbieri, oltre che chirurghi, fossero anche mezzi di comunicazione, ricevitori e diffusori di notizie, quasi gazzettini viventi, e che le loro botteghe fossero crogiuoli di informazioni pubbliche e private, di notizie vere e false, di conversazione e di pettegolezzo, è un fatto comune e ben noto. Ma che un barbiere dedichi una intera esistenza non solo a ricevere e a diffondere notizie ma a registrarle pazientemente sulla carta, a scrivere quello che lo Sgavetta chiama il suo giornale, cioè il suo diario, la sua cronaca, è un caso davvero singolare ed eccezionale. Raramente lo Sgavetta dà notizie di sé. Ciò nonostante, non senza una certa fierezza, più volte dichiara di essere barbiere e chirurgo. Così il 12 agosto 1746, quando, dopo una serie di battaglie nel Piacentino, il Governo austriaco cercò dei chirurghi da mandare sul campo di battaglia, annota: qui il Governo fa ricerca di Biancheria usata, aquevite, tutti gli Chirurghi inviarsi alla volta di piacenza ma pochi anno aconsentito et io sono stato uno di quelli per ritrovarmi amalato; altrimenti mi sarei dato l’onore di Servire la Maestà Sua e le istesse parole dissi all’Ill.mo Sig. Con. governatore ed’ altri Signori deputati per talle incombenze (74 v., 13-21). Dovette trattarsi comunque di una malattia molto leggera, se non gli impedì, già il giorno dopo, di andare in cerca di notizie e di partecipare a una sacra funzione. Il 23 marzo 1748, quando dovette pagare la quota del testatico, troppo esosa a suo giudizio, si lamenta dichiarandosi un semplice chirurgo Barbiere, dove quel semplice ha tutta l’aria di avere il significato di povero, umile e non il senso tecnico che l’aggettivo aveva abitualmente in unione con barbiere: l’esigienza dell testatico imposto dalla Ill.ma Nostra e celeberrima Comunità o sia: honere alli Capi di famiglia, fra-quali; io semplice Chirurgo farbiere, mi anno tassato di lire 80 e ciò ci vol in due ratte entro a giorni tre (226 v., 7-10). Nel Libro delle ordinaz.ni De Sig.ri Chirurghi barbieri, contenente i verbali delle adunanze degli appartenenti all’Arte dall’anno 1732 all’anno 1778, lo Sgavetta è citato più volte. Il suo nome compare, a esempio, tra quelli dei partecipanti alla riunione del 26 giugno 1732 (1 r.), a quella del 7 gennaio 1733 (2 r.) e a quella del 20 agosto 1739 (26 v.). Nel gennaio del 1740 venne estratto dal bossolo (dopo l’annullamento della prima estrazione per la mancanza di tre nomi) per ricoprire la carica di anziano dell’arte (cfr. c. 31 r.). Fu investito della stessa carica anche negli anni 1742 e 1744. Nel 1749 fu invece eletto Sindico. Tra i fogli della sua Cronaca sono citati solo clienti di rango, forse gli unici che serviva, in bottega o a domicilio, o forse gli unici che ritenne degni di essere nominati perché, in qualche modo, avrebbero recato lustro alla sua scrittura o perché i soli che gli fornivano notizie importanti: questa mattina de ore proprio il Sig. Gieneral Vethez nel Servirlo me ne a data certeza (111 v., 16-17), mi è stato acertato da S. Ecc.za il Sig. Mar. Carlo Malaspina di Mulazzo venuto ieri sera e da me stato servito (247 r., 8), il Sig. Con. Sanvitali, non solo è certa Sua Salute, ma io med.mo ci o fatta la Barba di Convalescenza (305 r., 17). Sembra che la sua bottega fosse sita in strada San Michele, in prossimità della Posta. Di certo è sempre bene informato, sia su quello che avviene in strada San Michele, sia, per quanto riguarda la Posta, sugli arrivi e sulle partenze di corrieri, staffette e viaggiatori. L’11 aprile 1747 registra un cambio di gestione della Posta: primo coriere spedito dal nuovo Mastro di Posta, quale entrò ieri in possesso, per nome Carlo, ed’Antonio e Fratteli Dall’Argine (146 r., 12-15), cambio che presumibilmente non l’avrebbe interessato se non avesse guardato alla posta come a un luogo deputato per le sue informazioni. Se negli anni 1746-1748 la bottega dello Sgavetta fu in strada San michele, la sua abitazione, in quel periodo, non doveva essere nello stesso stabile. Annota infatti il 25 settembre 1748: La più bella nuova, e vera sarà quella d’oggi ch’io noto, ed’è, l’aver in tal-giornata, dopo molti Anni, senza verun litigio mutato di Casa e dalla Vicinanza di S. Giovani, sono passato a quella di S. Nicolò (283 r., 13-19). Nella Descrizione di tutta la popolazione della Città di Parma seguita l’anno 1765 (censimento organizzato dal ministro Du Tillot) si trova qualche altra informazione relativa alla dimora e alla composizione del suo nucleo familiare: lo Sgavetta, di anni 56, risulta residente con il figlio Atanasio, sacerdote di anni 36, due sorelle, Rosa, di anni 47, e Domenica, di anni 42, e due chierici, Verurzi Paolo, di anni 20, e Sogliani Gio., di anni 18, in una casa del conte Scutellari, nella contrada di Sant’Anna, nella parrocchia della cattedrale. Anche se le vicende della sua vita quotidiana affiorano raramente e quasi in margine ad altre notizie, un certo spazio è lasciato agli eventi familiari meno consueti: il figlio ordinato prete, un trasloco, un arresto, una serata mondana, una gita fuori città, la morte di un familiare o di un amico. Il 17 gennaio 1753 lo Sgavetta informa di compiere in quel giorno 45 anni: Il mercante di nome Antonio, il Santo Abate, giorno memore del mio compleanno 45, male spesi nel servizio dell’Altissimo. Nell’atto di battesimo, conservato nell’Archivio del battistero di Parma, il cognome risulta Sgavetta e non Sgavetti, ma variazioni del genere dovevano essere abbastanza comuni a quei tempi. l’atto recita: Januarii 1708 Antonius bartholomeus filius Dominicii Sgavetta, q. Joan Antonii, et Aloysiae Catharinae Vepi Ux. V. S. Trinitatis, natus, et bap. 17 sup.ti. Patrini D. Ventura tadini, et D. Peregrina Restori. Dall’atto di battesimo del figlio Atanasio risulta che lo Sgavetta era sposato con Rosa Bertoldi e che nel 1728 abitava in Parma nella vicinia di Santa Maria Maddalena (in borgo della Posta). Purtroppo non sono note né la professione né la condizione economica dei genitori dello Sgavetta e, di conseguenza, non è possibile sapere se poterono permettersi di mandare il figlio a scuola. Da quanto si può dedurre dalla Cronaca, oltre ovviamente a sapere leggere e scrivere, lo Sgavetta se la cavava bene con i conti (cfr.: Sogiungo a chi legie, che le torzie sono state mutate 4 volte onde facendo il Computo a 56 per quattro farà la somma di 224; 280 v., 16-19) e conosceva un po’ di latino, quanto bastava per inserirne, ogni tanto, qualche citazione e qualche frase fatta nel suo diario. La cultura dello Sgavetta è legata soprattutto alla tradizione popolare orale. Dal patrimonio della tradizione orale e popolare trae non solo aneddoti, proverbi, massime, paragoni, sentenze e norme di comportamento, ma anche certi procedimenti stilistici e certe movenze della sua scrittura. Tale derivazione popolare, tuttavia, spesso non è diretta, ma mutuata da quelle che erano fonti di primaria importanza nella cultura dello Sgavetta, ricche a un tempo di elementi quotidiani e popolari e di elementi dottrinali, di nozioni religiose e di norme etiche: le prediche. A esse lo Sgavetta assisteva con assiduità e, forse per non dimenticarle, non manca di riportarne il contenuto, sunteggiandolo, nelle carte del suo diario. È proprio sotto la suggestione delle parole dei padri predicatori che spesso si accinge a scrivere. Appaiono allora, come nelle immagini sacre che ornano le chiese, personaggi e fatti biblici e Santi e fatti di Santi, cristallizzati in exempla, veri e propri paradigmi di comportamento. Fu, sia per curiosità personale sia per la sua professione, sempre informatissimo su quello che accadeva in città e non solo in città. Raramente si allontanò da Parma e quando lo fece pare non portasse con sé il suo diario. Esercitò la sua arte di barbiere fino a quando si mise a letto il 28 dicembre 1771 per non rialzarsi mai più. Il 16 ottobre 1771 esprime il suo rincrescimento per non aver visto il conte Toccoli di non averlo veduto né servito in giorno di Baciamano: fino almeno ad allora è certo che doveva aver continuato a far barba e capelli. Ma dalle pagine della sua cronaca trapelano anche i linementi del suo carattere, i suoi sentimenti, la sua concezione del mondo e della vita. La Cronaca, o quel che resta della Cronaca, si apre il 30 marzo 1746 su uno scenario di guerra e di miserie. La città di Parma, presidiata dalla truppe borboniche, sta per essere assediata dagli Austriaci. l’esperienza diretta, in tanti anni di guerra, di tribolazioni e patimenti non fa che acuire il timore e l’ansia dei Parmigiani. Anche lo Sgavetta è turbato, anzi spaventato. Suggestive, perché autenticamente vissute, sono le prime carte della Cronaca, dove, con una prosa impacciata, sgrammaticata, povera di artifici retorici, quasi una cantilena ripetitiva e ossessionante, lo sgavetta riesce a esprimere, con sicura efficacia, i suoi sentimenti (la paura, la speranza, la disperazione) e a dare un’idea dello stato di estrema desolazione in cui versavano la città e il suo contado. Nelle vicende di guerra, lo Sgavetta sembra parteggiare per gli Spagnoli, forse perché ritiene che Filippo di Borbone, figlio di Elisabetta Farnese, sia l’erede legittimo dell’estinta dinastia farnesiana, ma forse o soprattutto perché gli Spagnoli avevano fama di essere catolichissimi ed’umani (22 v., 18-19) mentre gli Austriaci, i cui eserciti erano in parte composti di truppe provenienti dall’Europa orientale e di truppe non regolate, passavano per devastatori e saccheggiatori e fano cose da inoridire: non la perdonano a Chiese, prendendoli con somo sprezzo li Vasi Sacri, alle Case, alle Donne, facendone Scempio in più modi (8 r., 2-5). È soprattutto il sacrilegio che impressiona lo Sgavetta, la forma di trasgressione in cui, con maggiore evidenza, si manifesta l’assenza del timor di Dio. Ecco allora il 16 giugno 1746, quando la battaglia di Piacenza, dopo un inizio favorevole ai Gallispani, si risolve in favore degli Austriaci, che è pronto ad attribuire la vittoria agli Spagnoli, ministri della giustizia divina, offesa dai peccati e dai continui sacrilegi degli Austriaci: questa mattina nel far del giorno si udiva chiaramente e spesso il Cannone, senza saper ciò seguisce; ma alle ore 16 Giorno memore del Ottava augustissima e Sacrosanta dell’Corpo di Nostro Signore, lo stesso a con la possente mano sua, tetigit Illos, cioè queli non anno avuto verun rispeto alle Sue sante Chiese; gli a tocati e Suoi ministri sono stati li Spagnuoli (44 v., 4-11). Solo un mese dopo si convince che in realtà gli Spagnoli erano stati sconfitti. La sua predilezione per gli Spagnoli non gli impedisce, tuttavia, di protestare quando esigono gravosi contributi dai Parmigiani per il sostentamento delle truppe: Cresce vie più gli affanni nella povera Parma, mentre qui convien proveder tutto il Castello, quando non si sa con-che mantenersi noi in Città (5 v., 2-5) o quando danneggiano le coltivazioni in campagna: Alla Canpagna ambe le nacioni anno fatto un mal sommo (2 r., 23-24); non si vede, che desolacioni, fuori e dentro della Città; fuori dagli Inimici, di dentro dal Governo (6 v., 22-24). Parma si arrese agli Austriaci il 22 aprile e fu nuovamente aggregata allo Stato di Milano. Pur preferendo gli Spagnoli agli Austriaci, lo Sgavetta non fu tra quelli che manifestarono pubblicamente la loro gioia per l’ingresso degli Spagnoli in Parma nel 1745. Le vicende del mondo lo coinvolgono con misura: il buon senso e l’esperienza popolare gli suggeriscono che è sempre meglio farsi vedere indiferenti. Due parroci, dopo il ritorno degli Austriaci a Parma, vennero esiliati, e tal acidente è seguito per il gienio troppo ecedente fato conoscere in tempo dovevono farsi vedere indiferenti (92 v., 6-8). Tra i fogli del diario, si ripetono ossessivamente le lamentele per le imposizioni di tasse e di bolli, per gli aumenti dei prezzi, per i danni causati dalle truppe quando vengono stanziate fuori città. Dopo la pace di Aquisgrana, in attesa che il nuovo governo dei Borbone sostituisca quello austriaco, allo Sgavetta soviene di quella Vecchiarella che piangnea la morte di Nerone, temendo ne sucedesse un begio (291 v., 19-21). Il primo volume della Cronaca termina con l’anno 1748, prima che Filippo di Borbone entri in Parma. Scorrendo rapidamente gli altri volumi, si ha l’impressione che lo Sgavetta, pur nutrendo un’indubitabile simpatia per i nuovi sovrani, eredi dei Farnese, catolichissimi e assidui frequentatori di sacre funzioni, non ritenga migliore di quello austriaco il nuovo governo che, come i governi di sempre, impone tasse e gabelle e permette che i soldi dei parmigiani siano sperperati in costruzioni e restauri di palazzi, in sontuosi ricevimenti e in abiti sfarzosi. In particolare colpisce la forte religiosità dello Sgavetta. Molte delle sue annotazioni quotidiane iniziano o terminano in preghiera. La fede non gli manca ma è una fede basata certo più sul sentimento che sulla ragione. Il suo modo di pregare e di porsi davanti alla divinità è quello piuttosto primitivo ed elementare di chi prega per ricevere qualche cosa in cambio. È convinto dell’efficacia strumentale della preghiera purché essa sia continuata, fervorosa e piena di fede e perseverante. Se la sola preghiera non fosse sufficiente per ottenere una grazia o per placare l’ira del Signore, si potranno allora aggiungere la partecipazione a sacre funzioni e insieme l’elemosina (secondo giorno del triduo incominciato dalla Nobiltà e popolo concorsovi, non tanto con la persona ma anco con elemosine; ed’infati abiamo già avuta una gracia qual-è la pioggia), il pentimento (onde da-ciò si spera siano state acette dal Signor tale Supplice, unite al pentimento perseverante che infalibilmente gli Santi Nostri verano esaditi), il mutamento dei costumi (contuttociò confidiamo nel Alltt.mo vivamente, che così, mutando costumi, ed’io per il primo, crediamo che il tutto risulterà in nostro bene, se non temporale, Spirituale, che così sia), l’astensione dal peccato (Segue tuttora per nostra magior disgrazia la moria de Bestiami e piutosto si aumenta, segue altresì le divocioni de Sagri Tempii, resta che cessi in me i peccati per il primo, e in mia compagnia gli altri). Tutto quello che avviene nel mondo, dall’avvenimento più grande al più piccolo, avviene per volontà divina. Dio è ritenuto la causa prima di ogni avvenimento terreno (quello non fa la Guerra come causa seconda, ora che è partita, lo fa il Sommo Motore come primario di tutto; 25 v., 19-26) e pertanto ogni modificazione delle cose del Mondo avviene, e si può sperare che avvenga, solo per grazia di Dio. Gli avvenimenti favorevoli sono dovuti alla sua provvidenza e alla sua infinita Misericordia. Così, a esempio, un mancato attacco nemico: per grazia dell’Allttissimo e Nosti S. Protettori non si sentì nulla (4 v., 11-12). La guerra, la fame, le disgrazie, le calamità naturali sono invece una manifestazione della sua ira, veri e propri flagelli con cui Dio punisce i continui peccati degli uomini (Anche oggi abbiamo avuto l-impetuoso vento, il quale grazie all’Alltt.mo sempre a sterminato tutto il raccolto, ed’anco li fruti. Causa evidente del peccato, ma specialmente e particolarmente i miei; 168 v., 16-20). Ma poiché le intenzioni divine sono imperscrutabili, non sempre ciò che accade è per gli uomini immediatamente e chiaramente intelleggibile e spesso quella che, a prima vista, sembrerebbe una disgrazia si rivela poi una grazia: Lascio gli affari di Guera e mi volgo (indegnamente) all’alttissimo e lo ringrazio quanto so e posso per la grazia ci va facendo credendo grazia anche ciò pare disgrazia (75 r., 2-4). Agli uomini, a questo punto, non resta che porre tutto nelle mani del Signore e accadda ciò che vole, che tutto sarà bene (64 v., 21-23). L’etica dello sgavetta, da quanto traspare dal suo diario, è un’etica che scaturisce essenzialmente dal timore di una vendetta divina. Per questo è sempre pronto a confessare i suoi peccati e a chiedere il perdono umiliandosi davanti a tutti come il più grande dei peccatori: cominciando da me iniquo peccatore (65 v, 23-24). Anche le numerose invettive contro la vanitas mundi (le feste, il teatro, il carnevale, l’ozio) sono motivate soprattutto dal timore che i cattivi costumi degli uomini possano scatenare l’ira di Dio. Inscindibilmente connessa con questa profonda sensibilità religiosa è la visione del mondo dello Sgavetta: un mondo visto e sentito, quasi con angoscia, in balia del Trascendente, un mondo di lacrime e di sangue, senza sorriso, dove per colpa degli uomini si riversano l’ira e il castigo di Dio, dove uomo e natura raramente sembrano partecipare di un cosmo divino sereno e rassicurante, in armonia. A salvare lo Sgavetta dallo scetticismo intervengono, molte volte, solo la saggezza popolare con il buon senso dei proverbi, delle massime e degli aneddoti e l’ironia. Al mondo tutto ciò che appare casuale avviene invece causalmente, secondo disegni divini prestabiliti. Le vicende presenti prefigurano il futuro, come quelle passate prefiguravano il presente, attraverso cifre segrete, signa, che non sempre agli uomini è concesso di interpretare. Ecco allora che, preso dallo sconforto di fronte a certi eventi abnormi o contraddittori, lo Sgavetta parla di segni tutti, che niuno li capisce (83 r., 23) o si domanda con inquietudine che segni sono questi, chi-l sa mel dica, ch’io al certo nol so (173 r., 21-22) o si rassegna a un come sarà, altro che il Ciel’lo sa (195 r., 11) perché Anima vivente non sa cosa alcuna del futuro (310 r., 19-20) e in ciò consiste la miseria del Uomo, che non può esser certo, che della morte (112 v., 11-13). Ma altri segni sono avvertiti come sicuri presagi, come presagi di disgrazie alle quali solo Dio può porre rimedio: e tutte queste cose, altro non pressagiscono che una magior ruina, e l’ultimo esterminio di questo povero Stato: utinam che non sia ma si teme assai, se consideriamo a nostri meriti verso Dio (14 r., 14-19). Tra i segni infausti sono annoverati, secondo una casistica comune sin dalla più remota antichità e rafforzata dalle Scritture, anche avvenimenti fisici o metereologici inusuali: noto due scosce di Tremoto, da tutto il Popolo udite (ma non da me). La prima alle ore due e mezza, l’altra alle ore quattro picciole sì, ma senssitive. Segno assi cativo (77 r., 11-15). All’annotazione del 10 settembre 1746 è aggiunto un post scriptum in cui lo Sgavetta riferisce di un fenomeno strano: alle ore due della note si vidde un Fenomeno smisurato, qual si dilatò in modo, che parea un incendio nel’aria questo durò lo spazio di un quarto d-ora, e poscia si dileguò: alla parte Orientale (87 r., 10-14). Non aggiunge altro, tuttavia bastano il post scriptum e l’uso di lessemi come smisurato e si dilatò ad attestare un’ansietà che allude a un segno inesplicabile. Il giorno successivo si viene a sapere che si trattava solo di un incendio e, con una sorta di sospiro di sollievo, lo Sgavetta scrive: Si è saputo questa mattina, quelo non si poté capir ier sera, e ciò fu non fenomino, non Cometta come si dicea; ma fu fuoco aceso in distanza di due millia (87 r., 16-19). A leggere certe pagine della Cronaca non pare proprio d’essere già nello smagato secolo dei lumi. La superstizione dominava ancora le menti della gente, soprattutto della povera gente. Lo stesso Sgavetta, non certo immune da atteggiamenti superstiziosi, dichiara apertamente tali atteggiamenti come cose che annoiano. Ecco, a esempio, come descrive le preoccupazioni e i timori della gente prima di un’eclissi solare: alle ore 14 fin.o alle ore 17 vi fu un Ec.lisse Solare, il quale secondo le dicerie de giorni a.tecedenti gran parte del Popolo credevasi di dover in mille guise periri, ed’in particolar le Donne; quale chi credeva di diventar Uomo, chi di divenir illesi nella Luce delli Occhi, chi era nati in tal mese dovese morire, insomma cose che anoiavano, quando mercé la Divina bontà appena si vide scolorito il Sole e non-altro; ciò servi di regola a chi-legie, e dia credenza soltanto al Santo Evangelio, e vivi felice (263 r., 15, e 263 v., 9). In altri casi, secondo una religiosità largamente diffusa a quei tempi, è pronto a gridare al miracolo. Così, a esempio, per una pioggia a lungo desiderata che si decide finalmente a cadere proprio durante una processione fatta per ottenerla: un Miracolo patente a tutti, e tale da tutti è, e deve essere anco a posteri miei ramentato; acciò abbiano in mia compagnia divocione al Santo Nostro Protettore e miracolosissimo S. Bernardo. Dunque in sucinto dirò, che Sono moltissimi giorni, che oltre al gran Sole cocente, acompagnato da vento non mai più sentito, e non sapendo come mitigarlo, con un poco di piogia ristorar la Campagna, l’Alltt.mo inspirò il Capitolo de Sig.ri Cano. d’esporre il Sacro Capo di detto Santo, e ciò fu il giorno adietro; Subito si anuvolò, ed oggi nel mentre si recitavano le Sante Letanie, cominciò il Tuono farsi sentire; facendo la Santa Processione, quando il Santo Capo fu alla porta Magiore, nel dar del Sacerdote la Benedicione, ecco un aqua perennissima, e non fu tanto poca che si rinforzò per due fiate (171 r., 2 e 171 v., 2).
FONTI E BIBL.: Stanislao da Campagnola, Aspetti immediati e attivi dell’eloquenza sacra in una cronaca inedita del sec. XVIII, in Laurentianum 2 1961, 493-508; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1000; S. Mazzali, La Nave delle Chiarle, 1994, 13-23.

SGAVETTI ANTONIO, vedi SGAVETTA ANTONIO BARTOLOMEO

SGAVETTI UMBERTO
Parma 1914-Casatico 29 settembre 1962
Fu pittore, apprezzato insegnante e abile restauratore. Quale restauratore (apprese il mestiere nello studio di Pelliccioli in Milano) ebbe l’incarico di restaurare gli affreschi cinquecenteschi e settecenteschi del Palazzo del giardino di Parma e le cappelle di sinistra entrando nella chiesa di San Giovanni evangelista in Parma, compresa quella del transetto settentrionale e quella a sinistra del presbiterio. Morì in seguito a improvviso malore mentre a bordo della sua auto si recava con la figlia Anna, sedicenne, da Parma a Casatico.
FONTI E BIBL.: Parma per l’Arte 3 1962, 216; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1000.

SIBILIO ANGELO
-Parma 4 settembre 1999
Fu una delle figure più nascoste ma importanti della cultura parmigiana del XX secolo.Insegnante, studioso, poeta finissimo, raccolse una ricca biblioteca e fino all’ultimo giorno visse tra i suoi libri, ma non si sentiva né un isolato né tantomeno un escluso. Fece parte di quella schiera di intellettuali parmigiani che prima e dopo la seconda guerra mondiale si era raccolta attorno ai nomi più significativi della cultura. Con Bertolucci, Viola, Romani, Artoni, Cusatelli, Macrì, Luzi, Spagnoletti e Guanda, anche il Sibilio entrò in sintonia con un mondo che andava mutando e sostanzialmente piegandosi verso una rivoluzione sociale e culturale dagli esiti incerti. Ricordando la scomparsa di Carlo Calcaterra, che era stato maestro del Sibilio, Oreste Macrì così lo descrive nel 1952: Per Calcaterra s’era mosso a scrivere sulla Gazzetta di parma il suo discepolo, mio discretissimo amico e lettore puro di letteratura d’ogni paese, Angelo Sibilio, forse l’emblema umano più sottile della dolce e sfumata città che ho abbandonato, provincia mirabilmente temperatrice di culture e sangui diversi.
FONTI E BIBL.: G. Marchetti, in Gazzetta di Parma 6 settembre 1999, 8.

SICHEL ALFREDO
1875-Colorno 7 aprile 1958
Si diplomò in tromba presso il Conservatorio di musica di Parma nel 1897. L’anno seguente, dopo aver vinto il concorso, si arruolò nella musica della Marina come prima tromba e vi rimase per sei anni viaggiando sull’incrociatore Garibaldi che si muoveva tra l’Italia, l’America del Sud e il Medio Oriente. Congedatosi dalla Marina nel 1904, entrò nella banda di Parma come prima tromba, divenendo inoltre maestro di ottoni nella Scuola Popolare, che fu però sciolta a distanza di pochi anni. Nel 1907 fu maestro della fanfara del Lento Club di Parma e per questa società compose un inno, oltre a marce e ballabili che vennero poi premiati in numerosi concorsi. Nel 1913 partecipò a una tournée europea con un’orchestra di centoventi professori, diretta da Giuseppe Baroni. Nel 1928, sempre come prima tromba, prese parte a una famosa esecuzione di cavalleria e Pagliacci avvenuta in Piazza San Marco a Venezia sotto la direzione di Pietro mascagni. Fu al Casinò di San Remo e per dodici anni nell’orchestra delle Terme Berzieri di Salsomaggiore, nella quale, con la direzione del maestro Gandolfi, suonò assieme a cristoforetti, Guerci, Cacciamani e altri noti strumentisti. Ricoprì anche l’incarico di insegnante di tromba nel Conservatorio di Parma. Nell’orchestra del Teatro Regio di Parma suonò dal 1904 al 1950. Tra una stagione lirica e l’altra fu all’Arena di Verona e in altri importanti teatri lirici italiani. L’ultima sua comparsa in pubblico avvenne a Busseto allorché suonò in Otello nelle celebrazioni verdiane. Lasciò una ricca serie di composizioni, tutte inedite.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 9 aprile 1958, 4.

SICHEL GIUSEPPE
Casaltone 4 ottobre 1849-Milano 18 ottobre 1924
Figlio di Gaetano, medico, e di Maria grimaldi. Fece il commerciante, prima di dedicarsi al teatro. Cominciò a recitare a Genova nella filodrammatica del Falcone. Nel 1876 esordì nella compagnia di Carlo Lollio come brillante, ruolo che conservò per tutta la carriera. Nel 1877 passò con Michele Ferrante e successivamente, fino al 1883, fu con Galletti-Dondini, Lollio, in società con Fagiuoli e P. Aliprandi, scritturato con Drago e con Zoppetti. Nel 1884 fu nella compagnia Emanuel, l’anno dopo con Novelli, poi con Maggi dal 1886 al 1890, con Marini fino al 1893, nel 1894 ancora con Emanuel. Nel 1895 si associò con Virgilio Talli. Da allora e fino al 1919 fu socio di attori quali Pier Camillo Tovagliari, zoppetti, Masi, Amerigo Guasti, Stanislao Ciarli, D. Galli, Falconi, Baghetti e Chiantoni e capeggiò, anche come direttore, fortunatissime compagnie dal repertorio esclusivamente comico. Nel 1920 fu direttore, oltre che attore, della compagnia Galli-Guarnieri. Nel 1922 si ritirò dalle scene. Nel 1914 apparve nel film Sichel il cerimonioso. Il Sichel fu uno dei migliori brillanti dell’epoca, interprete congeniale delle pochades francesi che invasero le scene della Penisola (Bayard, Hennequin, Valabrègue, Weber, Feydeau, Bisson, Berr, Caillavet, Flers, Gavault, Kéroul, Barré, Sylvaine, Gascogne, Desvallières). Tra gli autori italiani, recitò commedie di Bracco, G. Antona-Traversi e E. Reggio. In possesso di una recitazione singolare, a sbalzi, a strappi, con intonazioni aspre, rotte da una infinità di interiezioni, di ‘eh’ interrogativi di distrazione (Rasi), di irresistibile comicità, il Sichel seppe trarre intensi effetti comici dalle sue stesse caratteristiche fisiche, come l’alta statura, la magrezza, il viso lungo e melanconico. Sposò l’attrice Emilia Saporetti.
FONTI E BIBL.: oltre a Rasi, cfr.: Annali del teatro italiano, 2 voll., Milano, 1921-1923; Boutet, IV, 1900; G. Cauda, Sulla scena e dietro le quinte, Chieri, 1914; Enciclopedia italiana, XXXI, 1936, 653; N. Leonelli, Attori, 1944, 358-359; B. molossi, Dizionario biografico, 1957, 139; eznciclopedia spettacolo, VIII, 1961, 1962.

SICHELINO, vedi SECHELINO

SICORÈ GIOVANNI
Bardi 20 giugno 1775-Parma 7 luglio 1834
Intrapresi gli studi a Parma, a soli diciotto anni ottenne la laurea in entrambe le leggi. Nel 1796 fu nominato Segretario del Regio Commissariato dei Confini. Avvocato d’ufficio, nel 1806 fu nominato Consigliere del Tribunale Collegiato di Fiorenzuola, poi di Borgo San Donnino, Piacenza e Parma. Fu quindi Consigliere del Tribunale di Prima Istanza, poi di Appello e infine nel Tribunale Supremo di Revisione.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1834, 234; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 418; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 420.

SICORÈ GIUSEPPE
Borgo Taro 5 luglio 1772-Parma 21 agosto 1855
Il 17 luglio 1793, assieme al fratello Giovanni, si laureò in ambo le Leggi. Datosi inizialmente all’esercizio del notariato, fu poi nominato commissario della Riva e del Ponte dall’oglio. Durante l’amministrazione francese fu giudice di pace. Fu infine nominato procuratore del Tribunale d’Appello, carica dalla quale si dimise nel 1835 per problemi di salute.
FONTI E BIBL.: A. Cavagnari, in Gazzetta di Parma 1855, 775; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 418-419; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 420.

SICURI ENZO
Parma 1907-Parma 1988
Nacque da Ubaldo, mediatore di cereali, ed Elvira Alfieri, stiratrice. Trascorse l’infanzia in borgo delle Grazie, primo di tre figli, con due sorelle minori. Frequentate le scuole elementari in San Marcellino, si dedicò ai più svariati mestieri, tra cui quello di saldatore autogeno presso la ditta Mezzi in viale delle rimembranze e quello di garzone di fornaio presso Zoni di strada Farini. Conobbe l’anarchico Dante Spaggiari nel laboratorio di incisore presso San Vitale e ne divenne il più fervente discepolo. Continuò a studiare alle scuole serali e ottenne la licenza della settima classe. Spaggiari gli insegnò che nella vita si può fare a meno di tutto, meno che dell’aria per respirare e il Sicuri cominciò così una vita randagia, dormendo nei sottoscala e raccogliendo cartoni da vendere alle cartiere. La sua figura, con un cappello di carta in testa e un abito di sacco (negli ultimi anni, di plastica nera), divenne popolare, così che i parmigiani lo battezzarono al mat Sicuri. Nel 1982 venne colpito da ictus cerebrale e dovette abbandonare la vita errabonda per farsi ricoverare all’ospedale Stuard di Parma. Nel 1985 venne pubblicato il libro Il nostro amico Enzo Sicuri (Benedettina editrice) di Tiziano Marcheselli e Giovanni ferraguti.
FONTI E BIBL.: T.Marcheselli, Dizionario dei parmigiani, 1997, 289.

SICURI GIACINTO
Parma seconda metà del XVII secolo /1724
Falegname già attivo nella seconda metà del XVII secolo, nell’anno 1724 realizzò il coro in S. Michele dell’Arco a Parma.
FONTI E BIBL.: L. Farinelli e P.P. Mendogni, 1981, 80; E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 259-260; Il mobile a Parma, 1983, 257.

SICURI GIULIO
Parma 1684
Architetto disegnatore. Percorse gran parte del parmense, segnandolo con numerosi interventi: nell’esate del 1684 fu lungo il canale maggiore, dove dimostrò, anche attraverso una semplice perizia riguardante una lite per diritti sulle acque, una sicura professionalità.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 261; P.Zanlari, Tra rilievo e progetto, 1985, 95.

SIDOLI FRANCESCO
Bardi 1817- Piacenza 1896
Nacque da Antonio e Teresa Tebaldi. Dal Cantone San Michele, a Piacenza, la famiglia si trasferì in Strada Diritta 41. Il Sidoli fu orologiaio e sua moglie Teresa Tononi (che sposò il Sidoli in seconde nozze) fece la rivenditrice d’oro. Iniziò l’attività di fotografo nel 1858, ma solo nel 1864 abbandonò il mestiere di orologiaio per dedicarsi completamente alla fotografia. Nel 1867 il negozio di orologeria, frattanto spostato al n. 6 di Strada Diritta, venne messo in vendita. Poco dopo venne ceduta definitivamente anche la parte di esso in cui il Sidoli da tempo coltivava un’avviata professione di fotografo. Locali e attività commerciale passarono al figlio che Teresa Tononi aveva avuto dal primo marito, Luigi Rossi. Nel periodo successivo la vita del Sidoli si svolse a Roma, dove operò come fotografo dapprima in Piazza di Spagna 32, poi in via del Babuino 76. Fin dal suo arrivo a Roma, il Sidoli collaborò con John Henry Parker per la realizzazione di una cospicua raccolta di fotografie della città e dei suoi antichi monumenti (pubblicò due anni dopo un catalogo di 1500 immagini). Morta la moglie, nel 1875 il Sidoli si stabilì di nuovo a Piacenza, dove continuò la professione lasciando il segno di una buona ritrattistica e di un’ottima vedutistica.
FONTI E BIBL.: G. Bertuzzi, M. Di Stefano, fotografi a Piacenza (1857-1900), Piacenza, TEP, 1982; M. Di Stefano, in Dizionario biografico Piacentino, 1987, 249; R.Rosati, Fotografi, 1990, 166.

SIDOLI FRANCESCO
Cereseto di Compiano 1874-Genova 1924
Alunno del seminario di Bedonia e del collegio Alberoni di Piacenza (1892-1899), venne ordinato sacerdote nel 1897, laureandosi poi in teologia e in diritto canonico all’Università apollinare di Roma. Professore di diritto canonico nel Seminario vescovile di Piacenza, fu anche Arciprete coadiutore della Cattedrale e assistente ecclesiastico del circolo operaio sant’antonino. Nominato vescovo di Rieti nel 1916, si caratterizzò per il potenziamento delle organizzazioni sociali (cooperative e casse rurali), per il rinnovamento liturgico delle parrocchie e per il fervente patriottismo durante la prima guerra mondiale. Il Sidoli fu promosso nel 1924 alla sede arcivescovile di Genova, ma morì poco dopo.
FONTI E BIBL.: Necrologio in Libertà 19 settembre 1924; G. Bettuzzi, I piacentini vescovi, Piacenza, 1938, 106; F. Molinari, Modernismo e antimodernismo in una diocesi di provincia: Piacenza, in L. mezzadri-F. Molinari, Il modernismo a Piacenza, piacenza, 1981; F. Molinari, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 249.

SIDOLI GIOVANNI
Compiano 1831
Fu detenuto nel forte di Compiano con altri studenti prima della rivolta del 1831 per lo spirito fazioso da loro manifestato. Una volta rimesso in libertà, fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 204.

SIDOLI TERESA
Sidolo-Travazzano 6 giugno 1852
Sposò un Rossi. Rimasta vedova, con testamento olografo del 19 agosto 1850 e codicillo del 13 dicembre 1851 lasciò l’intero suo patrimonio, consistente nel vasto latifondo e castello di Travazzano, con canoni enfiteutici, al se-minario di Bedonia, il cui reddito, tolti alcuni altri legati pii, fu destinato al mantenimento di alunni di Bardi e Bedonia in detto seminario. L’opera pia, come tale riconosciuta e che porta il nome della Sidoli, diede luogo a una serie continua di liti, di consulti e di pareri.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 420.

SIFOLON, vedi COPELLI LODOVICO

SIGEFREDO
ante 926-Parma gennaio/marzo 945
Fu Cancelliere di re Ugo. Il Sigefredo coprì la carica di cancelliere dal 7 agosto sino al 25 dicembre 926. In questo tempo accompagnò la Corte, controfirmando i diplomi di re Ugo: così il 7 agosto lo si trova a Verona, il 3 e il 4 settembre a Pavia, il 12 novembre in Asti (ove sottoscrisse un diploma Sigefredus cancellarius episcopus), il 28 novembre ritornò a Pavia (firmandosi Sigefredus vocatus episcopus et cancellarius), mentre il 25 dicembre, a Trento, è detto semplicemente cancelliere. Nel diploma di re Ugo del 17 febbraio 927 compare un nuovo cancelliere, Gerlano: ciò vuol dire che il sigefredo in quel periodo di tempo aveva già rinunciato alla carica di cancelliere. Il 12 novembre 926 il Sigefredo risulta infatti già eletto Vescovo di Parma. Il Sigefredo non rinunciò per ragioni politiche all’importante ufficio di cancelliere, dato che Re Ugo lo ebbe in grande stima e considerazione, tanto da chiamarlo, come si legge in diversi suoi diplomi, carissimo nostro fedele consigliere. Poiché il conte e il viceconte del contado parmense pretendevano di esigere per diritto alcune contribuzioni dalla Chiesa di Parma e di Borgo San Donnino, il Sigefredo intervenne presso re Ugo, il quale (da Pavia, il 12 maggio 928) concedette la publica functio alle dette Chiese e annullò ogni consuetudine in contrario, affinché tutte le rendite, immuni da qualunque gravame secolare, fossero lasciate integralmente a disposizione del Sigefredo. Si deve alle preghiere del Sigefredo se re Ugo donò il ves-covado di Sipar, la Pieve di Umago e l’Isola Paciana con le sue dipendenze alla Chiesa di Trieste, prendendola anche sotto la sua protezione (diploma dato a Pavia il 7 agosto 929). La regina Alda, la contessa Ermengarda e il conte Sansone ottennero a favore del Sigefredo la conferma di ogni diritto sull’abazia di berceto, il discrictum, il teloneo, l’ambito delle mura della città, Lugolo, la Corte regia, il prato regio, l’immunità e il diritto di inquisizione. Fu ancora a istanza del Sigefredo che re Ugo, con suo diploma da Pavia del 17 aprile 931, prese sotto la sua protezione le chiese di Sant’Antonio e di San Vittore in Piacenza, alle quali, oltre il diritto di inquisizione, confermò un diploma di Carlo III, nonché i diplomi e le carte distrutte dall’incendio o comunque perdute. Nel 931 il Sigefredo fu a Montecassino, dove consacrò l’altare di San Benedetto, che il prevosto Eodelperto aveva allora rinnovato. coll’intervento del Sigefredo e del conte sansone, il re Ugo e suo figlio Lotario confermarono il 28 aprile 932 al monastero di Santa Teodota in Pavia i possessi e i diritti avuti da lodovico III e concedettero due guadi per pesca nel Ticino e la libertà di navigazione e di pesca nel Po e nel Ticino. Il 16 gennaio 933 il re Ugo e Lotario, su richiesta del Sigefredo, donarono al monastero delle Sante Fiora e Lucilla in Arezzo la chiesa di Santa Maria in Montione, il Campo regio vicino a essa, la terra acquistata da Berta, madre del re Ugo, in monte Fiorentino e la selva di Mugliano e confermarono anche una terra in Querceto, donata dal marchese Bosone. Re Ugo, richiamato in Italia l’imperatore Rodolfo, si diresse in Lombardia. Passando da Parma, prese dimora nel nuovo palazzo vescovile riedificato dopo l’incendio. Fu in quella circostanza che Sarilone, conte di Palazzo, con vari giudici e notai e alla presenza dello stesso Re, sentenziò a favore della Canonica parmense di Santa Maria contro le pretese di Rodolfo, figlio di odilardo, sopra il molino posto fuori della città poco lungi da porta Pidocchiosa, che da carlomanno era stato ceduto in dono ad adalberto, cappellano di Vibodo, e da lui donato probabilmente al Capitolo della cattedrale. Il placito fu dato il 30 maggio 935 in domum sancte Parmensis eclesie, in turre noviter edificatam a domnus Sigefredus vir venerabilis eiusdemque sancte Parmensis eclesie episcopus hubi domnus Ugo gloriosissimus rex preerat sub quadam pergola vitis prope ipsa mater eclesia. La nuova torre fu dunque edificata dal Sigefredo annessa al palazzo vescovile che sorgeva presso la Cattedrale. Poiché il marchese Auscario cominciò a vantare pretese sul villaggio di lugolo e sulle pertinenze della badia di Berceto, il Sigefredo si recò a Pavia accompagnato da Adalberto, suo avvocato, e, alla presenza di re Ugo e di Lotario, poté dimostrare che la badia di Berceto e altri diritti non potevano essergli contrastati secondo la concessione che poco prima gli era stata rinnovata (16 settembre 930). Il diritto di possesso gli fu poi riconosciuto dal conte Sarilone con suo placito del 18 settembre 935. Il re Ugo e Lotario il 6 febbraio 936, da Pavia, confermarono alla Chiesa di Parma i possessi che Vulgunda, detta Aza, ebbe in usufrutto per la parte indivisa dal vescovo Vibodo e gli altri ereditati dalla contessa Berta, madre del re Ugo. Su richiesta del Sigefredo, il re Ugo e Lotario donarono al monastero dei santi Marino e Leone di Pavia (23 luglio 939) le rive del Ticino col ripatico e la località detta dei Caminelli. Al monastero di San Benedetto in Subiaco, sempre per intercessione del Sigefredo, il 25 giugno 941 donarono la corte di Sala con le sue dipendenze, riconfermando le precedenti donazioni di re, imperatori e fedeli. Ancora per intervento del Sigefredo e del conte Elisiardo, confermarono alla Chiesa di Pavia del 943 tutti i possessi, i diritti, i diplomi e le carte anteriori all’incendio della città e concessero il diritto di inquisizione e di immunità. Tanta fu la stima e l’amicizia che re Ugo ebbe per il Sigefredo che lo volle a capo della nobilissima comitiva che condusse Berta, sua figlia naturale, sposa a romano, figlio di Costantino Porfirogenito, nel 944 a Costantinopoli. Appena giunto a costantinopoli, il Sigefredo si trovò in mezzo ai tumulti suscitati contro Romano dagli zii materni per il possesso del trono. Il matrimonio fu comunque celebrato (settembre 944) e il Sigefredo si trattenne a Costantinopoli sino a quando l’imperatore Romano Lakapenos fu deposto (20 dicembre 944). Appena ritornato in patria, il Sigefredo morì.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Vescovi della chiesa parmense, 1936, 81-85; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 237.

SIGEFREDO
Parma ante 980-marzo/settembre 1015
Alla morte di Uberto (dicembre 980) venne eletto Vescovo di Parma il Sigefredo, soggetto nobilissimo, virtuosissimo e amatissimo di questa patria (Affò, il quale lo crede parmigiano di nascita, perché possedeva molti beni di sua proprietà nel contado e per la premura che ebbe nell’ornare e beneficiare la Chiesa parmense). Certamente fu Vescovo di Parma nei primi mesi del 981, giacché nel 1005 contava venticinque anni di episcopato: Praesulatus quoque domini Sigefredi secundi Sanctae Parmensis Aecclesiae Praesulis omnium largissimi XXV. Da Ottone II ottenne la conferma alla Chiesa di Parma delle donazioni, delle immunità e della giurisdizione sulla città e suo suburbio il 13 agosto 981: è chiaro che doveva già essere trascorso un certo tempo tra la sua elezione e il ricorso all’Imperatore. Il 31 luglio 982 Sigefredo diede a livello per ventinove anni alcune terre poste a Casale e a basilicanova, di proprietà della Chiesa parmense, a grimaldo. Subito dopo fece costruire presso e fuori le mura della città il monastero di San Giovanni Evangelista e chiamò ad abitarlo i Benedettini, nobilitando nel tempo stesso il suburbio che andava popolandosi di borghi. Il Sigefredo prepose ai monaci Giovanni, canonico, che ne fu il primo abate. In un sinodo che si tenne a Ravenna, il Sigefredo sottopose all’approvazione leggi utili al buon governo del monastero e, dopo alcuni anni, allorquando si portò in Italia Maiolo, già abate di Clunj, per fondare nuove abbazie e riformarne altre, il Sigefredo volle che le anzidette costituzioni fossero confermate dal suo voto. Fece inoltre edificare nel suburbio della città il monastero e la chiesa di San Paolo. Lo dice espressamente nell’atto di conferma dei beni al monastero (1005-1015): in territorio nostrae civitatis a me Sigefredo fundatum et honore Sancti Pauli dedicatum. Certo è che Sigefredo vi costruì un piccolo monastero, come è chiaro dalle seguenti parole: hoc cenobium paucarum virginum et Liudae abbatissae sacntissimae, viventi sotto la regola di San Benedetto. Nella chiesa di San Paolo fece poi trasportare le reliquie di Santa Felicola, discepola di San Pietro, dalla chiesetta a lei dedicata che sorgeva a Romolano, luogo situato sulla riva dell’Enza, di proprietà della Cattedrale. Alla solenne traslazione intervenne anche Simone, eremita armeno, che compì un miracolo risanando una nobile matrona di Montecchio: Episcopus Sigefredus nomine, Beatae Feliculae Virginis corpus a loco in quo quiescebat gloriosa celebratione transferens, cum in Ecclesia Sancti Pauli Apostoli decentissime conderet, Dei nutu contigit Beatum Simonem eidem translationi interesse. Sigefredo dimostrò grande generosità verso i canonici della Cattedrale, donando loro la cappella di Santa Cristina, di sua ragione, con alcune case annesse, costruita entro le mura della città, la decima che gli spettava quale procuratore fiscale e molti campi posti in diversi luoghi a Marliano, Stradella, Antoniano, Acqualena, Acquamorta e Stradarotta. La donazione ha la data del 31 marzo 987: ofero pro mercedem et remedium anime mee vel parentorum meorum. Il 10 maggio 987 il Sigefredo fu a Persiceto, dove acquistò per 100 libbre d’argento, da Officia, tutti i suoi beni, la metà delle case e terre col castello e la chiesa di Sala in quel di Modena e li donò alla Chiesa parmense. Nel contempo cedette alla venditrice a livello l’anzidetto acquisto coll’obbligo di pagare annualmente l’affitto convenuto nel giorno di Santa Maria di agosto o entro l’ottava al vescovado o ai suoi messi. Morto Ottone II e incoronato re il figlio il 24 dicembre 983, l’imperatrice Teofania fu eletta reggente. Fu col suo intervento che il Sigefredo ebbe da Quedlimburg il 5 aprile 989 la conferma dei diritti già concessi dagli imperatori alla sua Chiesa con l’aggiunta di Borgo San Donnino e sue pertinenze. Da Gisone acquistò a favore dell’episcopio sette masserizie a Pinaria, presso Sola (atto stipulato da Paradinie di Spilamberto il 19 giugno 989), pagandole 17 libbre venete d’argento da 240 denari ciascuna. Il 20 novembre 995 arricchì nuovamente la Cattedrale donando la corte di Viliniano e altri beni nel contado, ad Alberi di Vigatto, Panocchia, collecchio, Collecchiello, Talignano, Curatico, Sala, Antoniano, Mamiano, Pavariano, Maiatico, Tavernola, Noceto, Tanzolino, Campegine e Vestola. Ciò dimostra quanto fosse ricco il Sigefredo. Poiché si tratta soprattutto di possedimenti tra le vallate della Parma e della Baganza, si può supporre che il Sigefredo fosse discendente di Gherardo, figlio di Sigefredo, del contado di Lucca, che estese appunto il suo dominio in questa parte del contado parmense. Il Sigefredo intervenne al sinodo di Pavia tenutosi nel febbraio 997, gli atti del quale sono perduti. Tuttavia dalla lettera di papa Gregorio V scritta a Villegeso, arcivescovo di Magonza e suo vicario, si sa che cosa fu allora deciso e si conoscono i sette decreti in esso trattati. Fu oggetto di sanzioni disciplinari contro gli ecclesiastici sprezzanti i sacri canoni, di scomunica contro Crescenzio, che aveva invaso e depredato le terre della Chiesa, e di scomunica anche a re Roberto e suoi sostenitori per le nozze contratte con una sua consanguinea contro la proibizione apostolica, nozze ritenute incestuose. Il Sigefredo fu il sesto che sottoscrisse gli atti sinodali. È da ritenersi che la lettera papale fosse stata scritta subito dopo il sinodo, certamente tra l’8 febbraio e il 28 giugno. Gerberto, eletto arcivescovo di ravenna nell’aprile del 998, convocò il 1 maggio dello stesso anno un concilio provinciale nella chiesa di Sant’Anastasio, nel quale si ordinarono disposizioni pratiche sulla idoneità di coloro che dovevano essere ordinati sacerdoti e circa il ministero sacerdotale. Vi intervennero i vescovi suffraganei. Il Sigefredo, non potendo recarvisi di persona, vi inviò due suoi nunzi: Cristoforo e Guinizo, canonici della cattedrale. Maginfredo, giudice del sacro palazzo, il 31 gennaio 999, cedette i suoi beni posti in bardone alla canonica di Parma e li ricevette al tempo stesso a livello al prezzo di otto denari dal diacono Guntardo, prevosto, per voluntatem Sigefredi presulis ipsius ecclesie Parmensis, insieme ad altri beni in Aqualatula, per sé, suoi figli e nipoti legittimi fino alla terza generazione. Se Ottone III (da Verona, il 1° gennaio 1000) donò alla canonica di Parma la corte di Palasone, ciò si dovette per interventu Sigefredi sanctae Parmensis ecclesiae venerabilis episcopi. Il 24 settembre 1000 Corrado, prete e messo di Ottone III, con la licenza del Sigefredo e alla presenza, tra gli altri, di Martino, diacono e vicedomino dell’episcopio, riconobbe il diritto di proprietà a favore della canonica su la corte di Lama Giudiziaria nel Modenese, che Sigefredo I aveva concesso alla morte di Eriardo di Eginulfo de loco Gaudaceto. In una adunanza che il Sigefredo tenne nel 1002 cum fratribus nostris canonicis, trattò de diversis rationibus et vita et moribus. Fu allora che costoro si lamentarono delle doti perdute dalle chiese, concesse dai vescovi antecessori. Subito il Sigefredo emanò un’ordinanza allo scopo di rivendicare i beni di diverse chiese, prima tra tutte la pieve di San Pancrazio, unita al beneficio posseduto dall’arcidiacono Brunicone. Il Sigefredo fu anche maestro delle scuole. La dignità di maestro delle scuole rispondeva a quella di Magiscolae, Magiscolatus seu primiceriatus dignitas, onde al primicerio incombeva l’ufficio di instruere clericos, discipulos et scholares Maioris Ecclesiae Parmensis. Morto intanto Ottone III (23 gennaio 1002), la corona d’italia passò ad Ardoino, marchese d’Ivrea, e poi al re Enrico II, duca di Baviera. Il Sigefredo, per mezzo del marchese Tedaldo, suo consanguineo, seppe ottenere, prima ancora che enrico si portasse in Italia, un privilegio che lo investì della badia di Nonantola, già posseduta dal suo antecessore, privilegio dato da nimwegen il 28 febbraio 1003. Dall’imperatore Enrico II (incoronato in Pavia il 14 maggio) il 31 dello stesso mese il Sigefredo ebbe la conferma degli antichi diritti, aumentato il potere regio e la funzione pubblica maxime ex his, quibus eiusdem ecclesiae lacerabatur ex parte scilicet comitatus. Più precisamente gli fu concessa la podestà di deliberare, giudicare e definire circa le famiglie del Clero e i beni appartenenti al medesimo e sugli uomini della città e suo distretto in qualunque contado si trovasse, come se fosse presente il conte di palazzo (veluti si praesens adesset noster comes pallatii). l’imperatore concesse inoltre il diritto sulle vie regie, sui corsi delle acque e su tutto il territorio colto e incolto ivi adiacente e ogni altro diritto pubblico, che tutti gli uomini della città e suo distretto, infra tria miliaria, ovunque avessero ereditato, sia nel Parmense che nei contadi vicini nulla exinde functionem alicui nostri regni persone persolvant sive alicuius placitum custodiant nisi Parmensis ecclesiae espicopi qui pro tempore fuerit, sed habeat ipsius ecclesiae episcopus licentiam tamquam nostrum comes palacii, il diritto di eleggere e ordinare i notai e che il vicedomino del Sigefredo avesse lo stesso potere del messo imperiale nelle cause che legalmente non si potessero definire (ut sit noster missus et habeat potestatem deliberandi et definiendi atque diudicandi tamquam noster comes pallacii). L’11 giugno 1005 il Sigefredo donò alla chiesa di San Giovanni Battista un mulino sulle acque del Lorno: in acqua fluvioli positum de nostro vivario derivata iuxta castellum. L’atto è storicamente importante perché rivela come si divideva la Diocesi in quel tempo e quante e quali erano le pievi del contado sul principio del Mille. I nomi degli arcipreti secondo l’ordine che si legge nell’atto di donazione sono i seguenti: Alberto di colorno, Nyelberto di San Pancrazio, Gregorio di San Quirico, Berno di San Giovanni Battista, Vuarno di San Martino, Alprando di San Pietro di Carniano, Ranfredo di San Faustino, Bonizo di San Pietro, Viencio di sant’ambrogio, Giovanni di San Martino, Azo di San pietro e San Martino, Rozo di San Matteo, ge-rardo di San Martino, Stabile di Maria assunta, Costanzo di Santa Maria, Tetfredo di Santa Maria, Adto di San Martino, Agostino di Santa Maria, Martino di San Prospero, Andrea di San Pietro, Giovanni di San Vitale Baganza, Olprando di Santa Maria di Gaiano, madelberto di San Lorenzo e Andrea di San Martino. Il Sigefredo dotò il monastero di San Paolo della terra circonvicina, di tre mulini (quello di San Paolo, l’altro a nord del palazzo del vescovo e quello di Sant’Ulderico) e di non pochi poderi posti nel contado, compresi quelli donati al suo antecessore Uberto da Raterio, vescovo di Verona. L’atto di donazione non porta la data, ma è posteriore all’11 aprile 1005, essendo sottoscritto dall’arcidiacono Sigefredo, che era succeduto a brunicone. Nell’anno 1015 i canonici di Parma domandarono al Sigefredo che fosse loro concessa la terza parte delle oblazioni che le chiese di Berceto e di Borgo San Donnino raccoglievano durante la festa dei santi protettori moderanno, Remigio e donnino, dal mattino della vigilia a tutto il giorno della festa. Il sigefredo accolse la preghiera e ordinò che l’atto emanato, col quale s’intese ripristinare l’antica usanza, fosse dalle parti interessate sottoscritto e segnato col sigillo episcopale. Gariverto, servo e fedele della Chiesa parmense, che teneva alcune terre con case di sua proprietà a viconerso e a Marliano, oltre il rio Cinghio, il 4 marzo 1015 le cedette alla Chiesa e il sigefredo a sua volta diede in cambio altre terre e case situate a Bezolo, nel contado parmense. Il Sigefredo morì prima dell’autunno 1015, dopo trentacinque anni di episcopato. La sua salma fu collocata nello stesso avello che racchiudeva le spoglie mortali di Sigefredo, suo antecessore. L’epitaffio al Sigefredo si legge nel codice della collezione dei Canoni della chiesa parmense di burcardo: Magnus in angusto Sigefredus uterque sepulchro Exiguum fieri magna cadendo notat. His tua tunc Parma valuere valentibus arma: Unde Grisopolis quae vocitaris eras. Cura gregis, pietas inopis, vigilantia mentis Vere Pontifices hos viguisse probant. discite Pastores ad eorum vivere mores, servavere suas qui vigilanter oves.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Vescovi della Chiesa parmense, 1936, 99-106; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 237.

SIGEFRIDO, vedi SIGEFREDO

SIGFRIDO, vedi FOÀ ARISTIDE e SIGEFREDO

SIGIFREDO
-Reggio Emilia 1049
Fu eletto Vescovo di Reggio Emilia nell’anno 1030. Assai devoto a San Prospero, fece alzare il pavimento e l’altare della nuova chiesa dedicata al santo per proteggerne il corpo dalle frequenti alluvioni. Fu molto caritatevole verso i poveri e i pellegrini, ricevendoli spesso nella sua casa. Il Sigifredo appartenne forse alla famiglia Giberti o alla famiglia Baratti.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 46-47; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 270.

SIGIFREDO, vedi anche SIGEFREDO

SIGISMONDO DA PARMA
Parma 1474
Sacerdote, fu cantore e calligrafo in San petronio a Bologna. Fu appositamente chiamato a tali uffici dalla Fabbriceria. Tra l’altro annotò uno dei grandi libri di canto fermo, per la cui miniatura (oltre l’esatta posizione delle figure musicali, si richiedeva perizia calligrafica e buon gusto) ricevette il rimborso delle spese di viaggio il 16 giugno 1474.
FONTI E BIBL.: Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia patria per la Romagna 1870, 16; N.pelicelli, Musica in Parma, 1936, 6; F. Filippini e G. zucchini, Miniatori e pittori a Bologna. Documenti del XV secolo, Roma, 1968; Dizionario Bolaffi pittori, X, 1975, 296.

SIGNANINI PIETRO
Parma 1820/1835
Nel 1835 fu medico condotto a Fornovo e membro di quella Commissione di Sanità e Soccorso. Ebbe nel 1820 un premio di 230 lire per essersi distinto nelle vaccinazioni. Nel 1835, in occasione del colera, fece offerta di una parte dello stipendio per l’assistenza ai bisognosi.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 33.

SIGNIFREDI FRANCESCO
Parma 1743
Servì nel 1743 come Aiutante nelle truppe ducali di Parma.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.

SIGNIFREDI IGNAZIO
Parma 1703
Fu Capitano delle truppe ducali di Parma. Ricevette il titolo nobiliare con privilegio ducale del 13 aprile 1703.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.

SIGNORASTRI GIUSEPPE
Albareto-Vlaklar 9 maggio 1917
Figlio di Stefano. Sergente di Fanteria, fu decorato di Medaglia di Bronzo al Valor militare, con la seguente motivazione: Alla testa della sua squadra, dava esempio di fermezza e di coraggio, guidandola più volte all’assalto di un forte trinceramento nemico, finché cadeva colpito a morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 10, 790; Decorati al valore, 1964, 16.

SIGNORINI GAETANO
Luzzara 14 settembre 1806-Parma 16 agosto 1879
Nacque da Carlo, che era di origine piacentina e svolgeva a Luzzara l’attività di medico condotto. La famiglia si trasferì ben presto a Parma dove il Signorini prese a frequentare l’Accademia sotto la guida di Gian Battista Callegari, di Giovan Battista Borghesi e di Giovanni Tebaldi. Borghesi lo avviò a un ciclo narrativo di argomento religioso, indirizzandolo verso la pittura rinascimentale da cui il Signorini attinse larga intensità creativa.Riflessi culturali di provenienza raffaellesca e correggesca si notano infatti nei dipinti Sacra Famiglia con San Giovannino (olio su tavola di cm 146 x cm 108) e nel bel dipinto San giovanni Battista che ammonisce Erode, nella chiesa di Pieveottoville, dove il gruppo di figure è realizzato in un tipico paesaggio orientale. Dal 1835 in poi la duchessa Maria Luigia d’austria diventò sua affezzionata committente ordinandogli il S. Matteo, poi donato alla chiesa di Metti nel Comune di Pellegrino, e due anni dopo il S. Gerolamo per la chiesa di gossolengo, che fu visto dal pubblico nel 1838 assieme a parecchi ritratti e a una copia del Ritratto della Fornarina di Raffaello. L’anno seguente espose ancora un piccolo dipinto commissionatogli dal barone Testa rappresentante Cola di Rienzo che ritrova il fratello ucciso e inoltre eseguì la Sacra Famiglia ordinatagli da Maria Luigia d’Austria per la chiesa di San Pancrazio. Nel 1840, sempre per la Duchessa, dipinse una copia da un bassorilievo di donatello raffigurante la Madonna col Bambino (si tratta di un dipinto monocromato, poi ereditato da Leopoldo d’Austria). Continuò inoltre a partecipare a mostre collettive esponendo nel 1840 molti ritratti, mentre nel 1841 presentò un Autoritratto e un Ritratto di giovane a lume di candela. Ancora nel 1841 Maria Luigia d’austria gli commissionò un S. Pietro apostolo, posto nel 1842 in litografia dal Vigotti ed ereditato da Leopoldo d’Austria, e nel 1842 un S. Nicolò da Bari per la scuola dei Padri della Dottrina Cristiana. Sempre nel 1842 il Signorini espose nel Palazzo del Giardino una Carità, mentre l’anno dopo ripresero le ordinazioni ducali con il S. Antonio Abate per la chiesa di Strela nel comune di Compiano, il S. Lorenzo per quella di Gaione, nel comune di Vigatto (1844), esposto al pubblico l’anno seguente, l’Immacolata Concezione per le Suore di Carità di Parma (1845), il S. Rocco per la chiesa di Sesta Inferiore nel comune di corniglio (1846), e infine il Gesù che predica ai fanciulli per la Casa di Provvidenza di Parma (1847). Nel 1846 furono inoltre visibili al pubblico nel Palazzo del Giardino La Beata Vergine della Concessione, il Ritratto di un bambino, il Ritratto del Cav. Leonardi e un altro Ritratto. Nel 1848 in una sala dell’Accademia espose il grande dipinto col Gesù che consegna le chiavi a S. Pietro, allogatogli già dal 1847 dalla fabbriceria della chiesa di Ragazzola (fu tra l’altro molto ammirato). Qualche tempo dopo, recatosi a Parigi, ebbe modo di riprodurre due dipinti conservati al Louvre, il Piccolo mendicante del Murillo e il Ritratto del Barone De Vick di Rubens. Tali copie furono esposte nel 1852 presso l’Accademia parmense. L’anno seguente il Signorini espose alla mostra indetta dalla Società d’incoraggiamento alcuni minori quadretti e l’Enrico IV che visita il Duca di Joyeuse monaco, sorteggiato poi al Comune di Trecasali. Su iniziativa della medesima Società, partecipò nel 1855 alla mostra parmense tenuta nelle sale della Galleria con cinque ritratti e una testa di genere in stile fiammingo rappresentante un Macinatore di colori. Diventò nello stesso anno (3 aprile) insegnante di disegno elementare di figura e poco dopo professore accademico con voto. La presenza del Signorini alle mostre della Società continuò a essere abbastanza costante, intervenendo nel 1856 con il Regalo di cacciagione, sorteggiato al Comune di Busseto, e la Vanità, sorteggiato al conte Guido Barattieri, nel 1857 con ben quattordici ritratti e nel 1858 con altri tre ritratti fatti su commissione. Partecipò pure all’esposizione fiorentina del 1861 inviando le due copie dal Murillo e dal Rubens, eseguite nel 1853, nonché un Amore che calpesta vari emblemi. A Parma nel 1863 espose La Vanità, lo Studio di un vecchio e Una ciociara e nel 1871 Quattro ritratti nelle sale dell’Accademia. Infine nel settembre del 1877 fu confermato in ufficio col grado di Aggiunto al Professore di disegno e compì i Ritratti del Generale lombardini e della moglie. Presso il Museo Lombardi sono conservati il ritratto del Conte di Chambord (olio su cartone) e quello del conte di Bombelles, terzo marito di Maria Luigia, dipinto con la mano destra infilata nella marsina e il viso quasi inespressivo.Nella Galleria Nazionale di Parma è conservato il Ritratto di Jacopo sanvitale, letterato e patriota, di cui una copia è nel Museo Civico di Fontanellato, mentre risulta nella Pinacoteca Stuard il Ritratto del dottor Luciano Gasparotti. Meno nota e ancora da studiare è la produzione del Signorini paesaggista, documentata da un centinaio di tavolette con visioni della campagna romana, conservate nella Pinacoteca Stuard di Parma.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 9 maggio 1838, 170, 1 maggio 1839, 154, 27 maggio 1840, 181, 28 aprile e 1 maggio 1841, 151 e 155; C. Malaspina, 1841, 149; C. Malaspina, 4 giugno 1842, 181; L. Vigotti, C. Malaspina, 1842, tav. IV, 14; C. malaspina, 7 giugno 1845, 187; Il Giardiniere 16 maggio 1846, 74; P. Martini, 1847, 192; Il Vendemmiatore 16 giugno 1847, 192; G. Negri, 1852, 53, 55, 58, 59, 60, 62, 63, 63, 64, 65, 66; Gazzetta di Parma supplemento 7 gennaio 1853, 19 luglio 1855, 655, 17 luglio e 2 agosto 1856, 645, 646, 701, 8 ottobre 1857, 909; X, in L’Annotatore 1857, 143; Gazzetta di Parma 18 settembre 1858, 842; F. G., in Gazzetta di Parma 1858, 857; Esposione delle opere, 1858, 14; P. Martini, 1858, 43; P. Martini, 1862, 37; Gazzetta di Parma supplemento 5 marzo 1862, 11 e 13 luglio 1863, 615, 620; Atti della R. Emiliana Accademia, 1867, 7; Gazzetta di Parma 17 luglio 1871; P. Martini, 1873, 36; P. Bettoli, 31 ottobre 1877; Gazzetta di Parma 20 agosto 1879; L. Pigorini, 1879, 4-12; C. Ricci, 1896, 263; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, v. IX, 250, v. X, 139; G. Copertini, 1927, 200; G. Battelli, 1932, 244; N. Pelicelli, in Thieme-Becker, 1937, v. XXXI, 15; E. Bénézit, 1955, v. VII, 760; G. Copertini, 1958, 176; G. Ponzi, 1973, II, 28; Atti del R. Istituto di Belle Arti in Parma, 1878-1879; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 171-172; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 420-421; Gazzetta di Parma 16 giugno 1847; P. Martini, Guida di Parma, 1871, 38; C. Ricci, La R. Galleria di Parma, 1871; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1974, 3073; A.O. quintavalle, La Regia Galleria di Parma, Roma, 1939, 242-243; La Pinacoteca Stuard di Parma, catalogo, parma, 1961, 48; I. Petrolini, Museo Glauco lombardi, catalogo, Parma, 1972, 39 e 74; G. Ponzi, Prima rassegna dei dipinti dell’800 parmense, in Proposta 1973; G. Godi, Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’800, catalogo della mostra, Parma, 1974, 36-37; G.L. Marini, in Dizionario Bolaffi pittori, X, 1975, 300-301; M.Tanara Sacchelli, in Gazzetta di parma 29 marzo 1999, 3.

SIGNORINI GIOVANNI ANTONIO
Parma seconda metà del XVI secolo
Zecchiere attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 278.

SILIBRANDI GIUSEPPE, vedi SILIPRANDI GIUSEPPE

SILIPRANDI ANTONIO
Parma 1757
Fu incisore di sigilli, medaglie e conii alla Corte di Parma dal 1757.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 269; Arte a Parma, 1979, 393.

SILIPRANDI GIOVANNI
Parma seconda metà del XVIII secolo
Incisore di medaglie e coniatore, attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 269.

SILIPRANDI GIUSEPPE
Parma 28 aprile 1754-post 1799
Fu incisore della zecca di Parma dal 1784. Allievo dell’Accademia Parmense, discepolo di Benigno Bossi, riportò nel 1780 doppio premio per la pittura e per il bassorilievo. essendosi poi dedicato all’incisione, venne nominato incisore della zecca. Restano di lui anche alcune acquaforti, riproduzioni con carattere di esercitazione. Sono note soltando due stampe: la buona acquaforte da Raffaello, deposizione del sepolcro, e le Armi del Duca di Parma. Nel Thieme-Becker viene dato come anno di morte il 1792, mentre esiste un punzone per cinquina da lui firmato nel 1797 e la sua sigla compare su coni sino al 1799.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1751-1800, VIII, 269, ms. del Museo di Parma; C. Malaspina, Nuova guida di Parma, 1869, 175; Nag., Monog., 4, 1871; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 167; Arte incisione a Parma, 1969, 43; Thieme-Becker, vol. XXXI, 1937, 24; Dizionario Bolaffi pittori, X, 1975, 306; Arte a Parma, 1979, 391.

SILLA, vedi GRASSI ORESTE

SILVA ALESSANDRO
Bedonia 1636
Nobile, fu Canonico vicedomino e poi Vicario generale della Cattedrale di Piacenza. Fu ascritto al Collegio dei dottori e giudici nel 1636, giudicato per nascita, per dottrina e per probità, meritevole d’ogni cospicuo grado.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei piacentini, 1899, 421.

SILVA ANDREA
Parma 1650
Fu suonatore di viola da brazzo alla Cattedrale di Parma nella Pasqua del 1650.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

SILVA ANGELO
Parma 1831
Fu maestro nel Collegio Lalatta di Parma. Durante i moti del 1831 organizzò e partecipò alle riunioni che si tennero nella casa dei fratelli Campanini a porta San Michele e alle quali intervennero molti Reggiani e contadini armati. Il Silva non fu inquisito.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 205.

SILVA ANGELO
Berceto-Roma 8 gennaio 1935
Ingegnere, fu promotore, fondatore e direttore dell’Azienda Elettrica Comunale di Parma, che diresse dal 1° luglio 1905 al 29 agosto 1934.
FONTI E BIBL.: Dietro il sipario, 1986, 307.

SILVA ANTONIO
Bedonia 1 aprile 1795- Piacenza 28 giugno 1881
Fu per due anni nel Seminario di Piacenza, dopo avervi frequentato le scuole elementari e il Ginnasio. Entrò nel Collegio Alberoni di piacenza nel 1811. Si distinse anche per il suo estro poetico: si ricorda, tra gli altri, un suo sonetto pubblicato nel 1819 in lode del predicatore Finetti. Consacrato sacerdote, fino al 1823 insegnò grammatica italiana e latina nel seminario piacentino, poi divenne Segretario dei vescovi Scribani Rossi e Loschi. Nel 1838 il vescovo di Guastalla Pietro Zanardi lo nominò Vicario generale della sua diocesi. Il Silva vi organizzò il sinodo diocesano, particolarmente importante perché fu il primo che si tenne in quella diocesi. Nel 1844 divenne Vicario generale a Piacenza e si può affermare che fu il Silva a reggere la diocesi fino al 1848, essendo il vescovo Sanvitale malato. Durante i moti del 1848 fece parte dell’anzianato della città, appoggiando le deliberazioni del Comune in favore dell’annessione al piemonte. È sua l’allocuzione ai vicari foranei tenuta il 25 maggio 1848. Ritornati i borbone, il nuovo vescovo Antonio Ranza lo destituì dalla carica di vicario generale. Ritiratosi a vita privata, si dedicò agli studi di diritto canonico e civile, materie nelle quali divenne assai esperto, pubblicando anche diversi scritti. Ebbe nuovi incarichi in seno alla chiesa solo più tardi, quando venne nominato vescovo di piacenza Gian Battista Scalabrini. Fu consigliere di Stato sotto il governo di Maria Luisa di Borbone. Morendo lasciò diversi legati benefici e destinò i suoi libri in parte al collegio Alberoni, in parte alla Biblioteca comunale di Piacenza e in parte alla biblioteca del Seminario di Bedonia.
FONTI E BIBL.: A.G. Tononi, Cenni biografici intorno a Monsignore Antonio Silva, 1795-1881, in strenna Piacentina VIII 1882, 162-179; L. Mensi, dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 421; M. Bosoni, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 250.

SILVA FERDINANDO
Parma 7 aprile 1896-Bologna 13 febbraio 1980
Figlio di Gualtiero e Carolina Baraldi. Studiò all’accademia d’arte di Parma, dove fu allievo di Paolo Baratta. Poi l’attività di insegnamento lo portò ad Ancona, in Toscana e quindi (1938) a Bologna. Il mondo pittorico del Silva fu vario, dal paesaggio alla ritrattistica, senza esclusione per le scene e gli episodi della vita comune. Tutto interpretò secondo una visione ottimistica della vita, qualche volta in chiave leggermente ironica. Fu prevalentemente un pittore della natura: gli piacevano le colline dolci nei dintorni di Bologna, che frequentò con il materiale per dipingere, e i fiori e le nature morte che coglieva nella semplicità della sua casa. Agli amici dedicò il suo lavoro di ritrattista, eseguito con lo stesso amore che dedicava alla natura. Il Silva presiedette anche il Circolo artistico di via Clavature a Bologna, che accoglieva gli amanti delle arti per professione o per cultura. Artisticamente la sua personalità è da collegare con quel gruppo di pittori del capoluogo emiliano che, nati alla fine del XIX secolo, portarono avanti il discorso dell’arte dell’Ottocento filtrato in quegli elementi di novità che erano maturati con le ultime esperienze: Guglielmo Pizzirani, Alfredo Protti, Giovanni Romagnoli, Grazia Fioresi e Carlo Corsi. Il Silva fece pochissime mostre, una delle quali, nell’aprile 1972, alla Galleria Sant’Andrea di Parma, concepita come una manifestazione di affetto per la sua città. L’anno successivo ne realizzò un’altra a bologna, al Collezionista, prima di chiudersi definitivamente nel raccoglimento del suo studio e della sua casa.
FONTI E BIBL.: G. Copertini, Artisti parmigiani, 1927, 271-272; M. Bommezzadri, in Gazzetta di Parma 4 marzo 1980, 7.

SILVA FILIPPO, vedi SELVA FILIPPO

SILVA GEROLAMO, vedi SELVA GEROLAMO

SILVA GIULIO
Parma 17 giugno 1835-Palestro 30 maggio 1859
Figlio di Giuseppe ed Elena Galaverna. Fu tra i primi volontari accorsi da Parma nella primavera del 1859 per arruolarsi nell’esercito sardo. Si era da poco laureato in legge (1858), ma anziché entrare nella scuola militare di Ivrea, preferì arruolarsi come semplice soldato nel 9° Reggimento, brigata della Regina. Nella gloriosa giornata di Palestro, all’attacco alla baionetta del villaggio, il Silva cadde colpito al petto e spirò quasi subito.
FONTI E BIBL.: I Volontari, in L’Annotatore 18 giugno 1859, n. 23; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 420; A. Ribera, Combattenti, 1943, 357; P. Schiarini, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 289.

SILVA GIULIO
Parma 22 dicembre 1875-San Raphael 1954 c.
Figlio di Luigi. Dopo aver seguito gli studi di medicina, preferì dedicarsi alla musica: dal 1894 fu allievo, al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma, di De Sanctis, Setaccioli e Renzi.Nel 1902 vinse le medaglie d’oro nei concorsi di composizione di Roma e Catania e l’anno dopo tenne un concerto di sue musiche all’Accademia Filarmonica Romana.Intrapresa la carriera di direttore d’orchestra, debuttò dirigendo una stagione lirica a Roma e lavorò poi a Milano, Firenze e Trieste.Nel 1905 visse in Francia (maestro di cappella nella chiesa russa di Cannes) e in Germania per perfezionare gli studi sul canto e la sua didattica, vincendo nel 1913 il concorso per la cattedra al Conservatorio di Parma. Questo periodo fu fecondo di ricerche e di scritti. Collaborò con la Rivista Musicale Italiana: Il moderno canto artistico italiano (in XIX 1912), Intensità e sonorità, appunti di pedagogia del canto (in XX 1915), A proposito di sistemi antichi e moderni d’insegnare canto (in XXIII 1916), Vocalismo e italianità nella musica (in XXIII 1916) e Il canto a dizione; l’arte della mezza voce (in XXIII 1916).Nel 1913 pubblicò Il canto e il suo insegnamento (Torino, Bocca).Nel 1914 prese parte al I congresso internazionale di fonetica ad Amburgo e la sua relazione fu pubblicata in Archivi Italiani di Otologia e Laringologia (4-5 1914). Nel 1915, al convegno della Società di Fonetica di Milano, presentò una memoria su Pneumografia nell’insegnamento del canto (in Archivi Italiani di Otologia 4 1915). Nel 1918 si trasferì al Liceo di Santa Cecilia di Roma, cattedra rimasta vacante per il ritiro di Antonio Cotogni. Nel 1920 si recò al Conservatorio Mannes di New York, trasefrendosi poi definitivamente negli Stati Uniti. Nel 1926 passò a quello di San Francisco e nel 1928 pubblicò Il maestro di canto. Dal 1939 al 1954 insegnò nell’Istituto di San Raphael in California. Compose: Carmen, saeculare di Orazio, per soli, coro e orchestra, Quartetto in do minore per archi, Romanza, per violino e orchestra, e Novelletta, per violino, violoncello e pianoforte. Compose pezzi per pianoforte, per canto e pianoforte e mottetti a voci sole.
FONTI E BIBL.: Dizionario musicisti UTET, VII, 1988, 288; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SILVA GIUSEPPE
Vigatto 8 gennaio 1906-Parma 24 novembre 1975
Ancora ragazzo entrò nel mondo della tipografia e dimostrò subito di avere una spiccata vocazione e attitudine per quell’arte. Divenne poi stampatore nelle Officine grafiche dei Fratelli Zafferri, presso cui rimase fino al 1934, maturando tutta la necessaria preparazione per mettersi in proprio. Ma mentre l’azienda Zafferri era specializzata nella litografia, il Silva concentrò i suoi interessi sull’attività tipografica (1938). Animato da coraggio e spirito d’iniziativa, dapprima con un socio, poi da solo, aprì una propria tipografia in via Cavour a Parma, apportando innovazioni e perfezionamenti tecnici nei tradizionali sistemi fino ad allora adottati. La tipografia del Silva successivamente si sviluppò anche di dimensioni e da via Cavour si trasferì in via Rodolfo Tanzi, poi in via Piacenza e da ultimo nel vasto e moderno stabilimento ai Cavalli di Collecchio. L’Artegrafica Silva si impose subito per la qualità e il livello delle sue pubblicazioni: dalla rivista Industria conserve della Stazione sperimentale a Parma romantica e Parma romana di Luigi Grazzi, al Paolo Toschi della Medioli Masotti e ad altri pregevoli volumi. Inoltre diede alle stampe i primi libri dell’editore Franco Maria Ricci, che evidenziano un notevole grado di perfezione tecnica ed estetica. Il Silva fu guida e maestro per i suoi dipendenti, che appresero da lui, attraverso l’esempio e la pratica quotidiana, tutti quegli accorgimenti del mestiere che portano a una seria formazione e maturazione professionale, perizia e abilità tecnica. Fu per molti anni presidente del Comitato di istruzione professionale grafica, che curò e valorizzò con particolare sensibilità, istituendo corsi di aggiornamento e promuovendo iniziative di gruppo, come la partecipazione ai concorsi grafici banditi dal Centro studi Giovan Battista Bodoni. Prese parte assidua alle sedute del Consiglio direttivo del Museo Bodoniano e vi portò suggerimenti preziosi e un utile contributo di concretezza e di esperienza.
FONTI E BIBL.: A. Ciavarella, in Bollettino Museo Bodoniano 3 1975, 108-109; Cento anni di associazionismo, 1997, 408.

SILVA LONGINO
Corcagnano-Tripoli 21 ottobre 1911
Figlio di Gaudenzio. Soldato della 4a compagnia Sussistenza, fu decorato di Medaglia d’argento al Valor Militare, con la seguente motivazione: Nella giornata del 26 ottobre, noncurante del pericolo, non abbandonava la panificazione e tardava a prendere cogli altri soldati posizione di difesa dietro un riparo, rimanendo esposto e colpito da palla nemica, per cui poco dopo cessava di vivere.
FONTI E BIBL.: R. Vecchi, Patria!, 1913, 4; G. Corradi-G. Sitti, Glorie Parmensi nella conquista dell’Impero, Parma, Ediz. Fresching, 1937; Decorati al valore, 1964, 73.

SILVA LUIGI
Bedonia 1823/1831
Notaio. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Durante i moti del 1831 fu sottoposto a sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 210.

SILVA LUIGI
Parma 21 marzo 1827-Milano 1 febbraio 1881
Professore di belle arti, fu ufficiale nei cacciatori delle Alpi, Segretario degli Ospizi di Parma, autore del romanzo L’assedio di Parma (Parma, Ferrari, 1875) e del dramma lirico Giovanna la pazza, musicato da Emanuele Muzio (bruxelles, 1851). Questo libretto servì pure a Edoardo Guindani per la sua sfortunata regina di Castiglia. Nel 1852, sotto il regime di Carlo di Borbone, fu imputato di reato politico e subì la pena del bastone. Partecipò volontario alla guerra del 1859.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1884, 49; Il Presente 2 febbraio 1881, n. 32; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 420; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 183.

SILVA NARCISO
Corcagnano 5 settembre 1898-Monte Santo 26 ottobre 1917
Figlio di Gaudenzio e Severina Gennari. contadino, fu soldato nel 224° Reggimento bombardieri. Al fronte partecipò alle varie operazioni della sua zona e in un combattimento si distinse in modo particolare, tanto da meritarsi la medaglia d’argento al valor militare. Morì nel corso di un assalto ad arma bianca.
FONTI E BIBL.: A.Coruzzi, Caduti di Vigatto, 1924, 45.

SILVA PIETRO
Parma 2 maggio 1887-Bologna 1 novembre 1954
Suo nonno materno era Francesco Caprara, farmacista, tipica figura di radicale ottocentesco, amico dei maggiori uomini della sinistra risorgimentale e fondatore del Presente. alunno del Collegio Maria Luigia, trascorse a parma la prima giovinezza, attingendo all’ambiente familiare la spinta dinamica della sua personalità, colorita da un innato idealismo. entrato per concorso alla Scuola Normale superiore di Pisa, ebbe a maestri in quell’università lo Zambaldi, il Flamini, il Salvemini e Amedeo Crivellucci, i quali ultimi esercitarono sulle sue idee e sui suoi studi un’influenza decisiva. Laureatosi in lettere nel 1911 con una ricerca sul Governo di Pietro Gambacorta in Pisa e delle sue relazioni con il resto della toscana e con i Visconti, di lì a poco (1912) vinse la cattedra di storia all’Accademia Navale di Livorno. Gli anni di Livorno furono tra i più fervidi e felici del Silva. Nelle lunghe crociere con gli accademisti il Silva poté prendere anche fisicamente contatto con quel mondo mediterraneo ed europeo che fu poi sempre il centro ideale delle sue ricerche. Già nel 1914 vinse il premio Gualtieri per gli studi storici e nel conseguente soggiorno a Parigi non solo si arricchì di nuove esperienze e di nuovi strumenti per i suoi studi, ma invogliò anche il fraterno amico Henry Bedarida a studiare il periodo della storia parmense nel quale l’umanista francese diventò poi un indiscusso maestro. Nel 1915 cominciò la sua collaborazione al Corriere della Sera, che durò fino al 1925, allorché Albertini e i suoi collaboratori furono estromessi dal fascismo. Nel 1923 il Silva vinse la cattedra di storia nell’Istituto Superiore di Magistero di Roma, del quale fu per alcuni anni Direttore e dove insegnò poi sempre, sviluppando senza posa la sua opera di docente e di storico. Nel 1928 riuscì primo in una terna per la cattedra di Bologna, ma la sua nomina fu bloccata da una frase di Mussolini ai proponenti: Ma non c’è proprio che lui? Allo stesso modo il rettore Rocco nel 1933 gli chiuse l’accesso all’Università romana, mentre a quella di Cagliari rinunciò per ragioni familiari. L’amicizia del principe ereditario Umberto di Savoja, di cui era stato insegnante, salvaguardò il Silva da guai peggiori. Nei primi tempi si dedicò a studi di storia pisana, più tardi, e saltuariamente, dedicò alcune ricerche alla città di Parma e in particolare all’amministrazione francese sotto Napoleone Bonaparte. Ma le ricerche del Silva si estesero ben presto alla storia nazionale, passando dagli studi medievali a quelli sul Risorgimento, verso il quale lo attirarono molteplici interessi, anche sentimentali e pratici. Primo tra tutti fu il desiderio di chiarire la posizione del problema risorgimentale nel giuoco della politica europea e di spiegare il contegno delle grandi potenze (Francia, Austria, Inghilterra) gravanti sulla penisola. In questo campo l’apporto del Silva, che unì alla sicura lettura dei testi diplomatici la chiarezza di sintesi che fu propria del suo pensiero, fu di rilevante peso. Gli archivi delle cancellerie di Vienna, di Parigi e di Londra furono da lui fruttuosamente scandagliati, con il risultato di mettere a fuoco i favori o gli ostacoli che le grandi potenze frapposero all’unità d’Italia. Ebbero così più forte rilievo l’ostilità del liberaleggiante Luigi Filippo verso il movimento liberale italiano, l’oscillare di Napoleone III tra il desiderio di vedere in Italia una costellazione di stati gravitanti verso la Francia e l’avversione per l’audace politica unitaria di Cavour, il giuoco diplomatico francese dietro il sipario della guerra del 1866, il lento ma irresistibile passaggio dell’Italia al principio del XX secolo dalla garanzia triplicista contro la Francia a una politica di convivenza e di buon vicinato con quest’ultima. Da tale lungo sondaggio sugli intrecci della politica europea venne al Silva l’idea di raccogliere in una sintesi suggestiva gli elementi storici comuni ai popoli del Mediterraneo, mettendo a fuoco non tanto la funzione preminente di questo mare nella formazione della civiltà quanto l’interdipendenza dei popoli che vi si affacciavano. Nacque così il volume Il mediterraneo dall’unità di Roma all’unità d’Italia, (Milano-Roma, 1927), che tanto contribuì alla fama del Silva anche al di fuori della cerchia degli studiosi: la visione unitaria di una vicenda tanto complessa e la sua individuazione attraverso un dato geografico non si lasciano fuorviare dall’attraenza di una tesi e la ricca esperienza del Silva lo salvaguarda da un facile naturalismo, anche se gliene fa correre il rischio. È un’esposizione articolata e scorrevole, in cui si vedono le grandi unità storiche (roma, Bisanzio, l’Islam, le repubbliche marinare, la Spagna, la Francia, la Turchia, l’inghilterra) riflettere nel Mediterraneo l’immensa varietà della loro genesi, fioritura e decadenza, fino all’unificazione italiana e all’affacciarsi, coi Dardanelli e con Suez, di nuovi e non meno scottanti problemi. Per le spiccate doti di didatta e di divulgatore, oltre che di oratore caldo e trascinante, il Silva ebbe fama di scrittore brillante, al che contribuì la sua collaborazione a periodici largamente diffusi (illustrazione Italiana, Voce, Lettura). Ne sono esempio, per l’esposizione chiara e vibrante, i profili di Napoleone Bonaparte e di Emanuele filiberto di Savoja, gli studi sulla politica francese e inglese nel Mediterraneo e quelli sul 1848 e le numerose raccolte di articoli e saggi dedicati in gran parte a figure e problemi della storia moderna e contemporanea. Lo stesso discusso libro sulla Monarchia, dettato a difendere i Savoja dall’accusa di aver giuocato sul fascismo e di meritarne la sorte, fu non tanto un atto di fede quanto di lealtà e amicizia verso colui al quale il Silva si sentì legato come da maestro a discepolo: la tesi che Vittorio Emanuele di savoja avesse voluto rispettare la volontà degli organi costituiti, opinabile perché nata dall’illusione costituzionale, è assunta dal Silva con sincero impeto e con commovente eloquenza. operarono in lui, più che preoccupazioni per l’immediato utilizzo politico, il gusto concreto della storia, il senso della vicenda di un popolo come continuità, che tanto meglio si definisce e si illumina quanto più prende coscienza dei propri legami col passato. Dallo studio dei documenti diplomatici si accentuò nel Silva la tendenza a sciogliere in un pensiero lineare aggrovigliati motivi storici e a disegnarne i contorni in una linea precisa e armonica. Al suo forte e attivo temperamento si accordarono le influenze di una formazione sostanzialmente illuministica ma sorretta da un largo empirismo, nella quale la lucidità francese trovò il suo punto di approccio con il pragmatismo anglosassone. Il Silva fu sepolto nel cimitero di Berceto. Tra le sue opere più significative, vanno inoltre ricordate: Ordinamento interno e contrasti politici e sociali in Pisa sotto il dominio visconteo (in Studi storici XXI 1913), La monarchia di luglio e l’Italia (Torino, 1917), Il Sessantasei (Milano, 1917), La politica di Napoleone III e l’Italia (Milano-Roma, 1927), L’Italia fra le grandi potenze, 1881-1913 (Roma, 1931).
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Italiana, Appendice I, 1938, 1004 e Appendice II, 1961; R. andreotti, in Archivio Storico per le Province parmensi 1955, 33-36; Parma per l’Arte 1 1955, 48; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 139-140; Dizionario UTET, XI, 1961, 892; N. Rosselli, in Saggi sul Risorgimento e altri scritti, Torino, 1946; W. Maturi, Pietro Silva, in Rivista Storica Italiana 4 1954; Nuova Rivista Storica 3 1954, articolo dedicato a Pietro Silva; G. Di Giovanni, La storia di Silva, in La Fiera Letteraria 47, 1954; F. Squarcia, Pietro Silva, in Aurea Parma VII-IX 1954, 174-177; F. curato, Pietro Silva, in Rassegna Storica del risorgimento 4 1955; N. Rodolico, Pietro Silva, in Archivio Storico Italiano I 1955; N. Valeri, Profilo di Pietro Silva, in Studi in onore di Pietro Silva, a cura della facoltà di Magistero della Università di Roma, firenze, 1957; Dizionario universale Letteratura contemporanea, 4, 1962, 489; Dizionario Bompani autori, 1987, 2128.

SILVA PROSPERO
Parma XIX secolo
Fu Direttore dell’Orchestra ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, Fasti musicali, 1875, 152.

SILVA ROSALINDA, vedi GROSSI ROSALINDA

SILVA SERGIO
22 marzo 1936-Piacenza 26 aprile 1984
Frequentò l’Istituto Toschi di Parma, conseguendo il diploma di maestro d’arte, ed entrò nell’azienda del padre Giuseppe, una delle più vecchie e famose tipografie di Parma. Dall’originaria sede di via Farnese lo stabilimento si trasferì in viale Piacenza: la ditta si era guadagnata, nel frattempo, stima e considerazione anche fuori dalla provincia. L’artegrafica Silva, nella quale erano confluite le giovanili energie e le aggiornate vedute del Silva (per il campo grafico-artistico) e del fratello Maurizio (per la parte amministrativa) seppe affrontare il trapasso alle nuove tecnologie con scelte avvedute. Insufficiente ormai anche la sede di viale Piacenza, nacque in località Cavalli di Collecchio un moderno e spazioso stabilimento. L’azienda assunse ben presto un livello nazionale e dalle sue rotative uscirono opere prestigiose, anche in quadricromia, di assoluta perfezione grafica, unita a un’esemplare tecnica di stampa. Banche, istituti vari, Università, ditte private e pittori famosi, per i loro cataloghi si rivolsero all’artegrafica Silva: i libri strenna della Cassa di Risparmio di Parma sulle più prestigiose opere d’arte cittadine, restano come esempio insuperato di buon gusto artistico e di correttezza grafica. La competenza professionale del Silva non si espresse solo nell’ambito della propria azienda: la Gazzetta di Parma lo ebbe per tredici anni amministratore delegato, prima con la presidenza di paolo Ficai e poi con quella di Guido guareschi (a quel periodo è legato il grande progresso tecnologico del giornale). imprenditore anticonformista, rappresentò un elemento di rottura nei confronti delle gerarchie imprenditoriali di Parma, alle quali non risparmiò dure critiche. Proprio pochi mesi prima (15 novembre 1983) del decesso, le frizioni con i vertici dell’Unione Parmense degli Industriali esplosero con le dimissioni del Silva dal ruolo di amministratore delegato della SEGEA (società controllata dall’Unione Industriali, editrice della Gazzetta di Parma). In polemica sulla linea del quotidiano locale e sull’opportunità di effettuare cospicui investimenti in nuove tecnologie, assieme al Silva si dimisero il presidente Guido Guareschi e il vicepresidente Pietro Bordi. Al di fuori della professione il Silva ebbe svariati interessi. Quelli culturali potevano, in un certo senso, riconnettersi con il mestiere, come il gusto per la pittura e per i bei libri. Morì in un incidente stradale. La salma del Silva fu inumata nel cimitero della Villetta di Parma.
FONTI E BIBL.: A. Curti, in Gazzetta di Parma 27 aprile 1984,5; Il Resto del Carlino 27 aprile 1984; Gazzetta di Parma 23 aprile 1987,9.

SILVAGNI CRISTOFORO
1588-Bologna 22 gennaio 1668
Frate cappuccino, sacerdote, ricordato per l’assistenza prestata agli appestati. Compì la vestizione il 13 giugno 1620 e la professione solenne a Faenza il 13 giugno 1621. Nel 1640 il Silvagni raccolse in un manoscritto (conservato in biblioteca Palatina di Parma) intitolato memorie, et Antichità de’ Silvagni diverse notizie e opere poetiche dei suoi antenati.
FONTI E BIBL.: Mussini, Memorie storiche, II, 25, 57; A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 454-455; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 82.

SILVAGNI GEMINIANO
Oriano di Solignano 1490/1520
Figlio di Cristoforo. Sacerdote. Nel 1490 ebbe la Rettoria di Solignano da un suo zio e nel 1520 la rinunciò con pensione di dodici scudi a un suo nipote. Fu autore di due poemetti, contenuti in un codice della Biblioteca palatina di Parma intitolato Memorie, et Antichità de’ Silvagni. Comincia così: Fragmento d’un Poema antico del Revd.o Do: Gemignano seluagni che può esser stato composto l’anno 1450 inc.a Racolto da me Fra Lod.co da Parma Lai: Capuccino della med.a Fameglia questo anno 1640. Xbre. Segue un secondo Fragmento d’un Poema Eroico Antico del Reud.o Do: Gemignano P.o Siluagni, che puo esser stato composto C.a à l’anno 1500. Il Silvagni fu persona dotta nelle lettere greche e latine. Nell’anno 1520 ottenne la cittadinanza di Parma.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 454-456.

SILVAGNI GIOVANNI
1591-Parma 1639
Figlio di Geminano. Laureato in medicina nel 1616, salì in tale fama che Odoardo Farnese gli assegnò nel 1639 una delle principali cattedre della facoltà medica aggiongendovi di più la lettura de’ semplici. Ma il Silvagni morì in quello stesso anno, in età di 48 anni. Fu anche chirurgo e medicava con maturità e maravigliosa sicurezza. Si dilettava di belle lettere, ne’ morali fu buon Economo, Etico, e Politico, e molto pratico nell’historie tanto sacre, quanto profane. Fu non mediocre conoscitore delle scienze matematiche, amò la poesia e fu peritissimo in Divinità ponendo studio particolare nella lingua ebraica. Si dedicò anche alla Giurisprudenza.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 455.

SILVAGNI LORENZO
Oriano di Solignano 1520/1586
Figlio di Cristoforo. Nell’anno 1520 ricevette la cittadinanza di Parma. Amico del Faelli e del Ponzio, compose un epigramma in morte di Margherita d’Austria, stampato dal Viotto di Parma nel 1586. Fu anche autore di un esastico in lode del Ponzio.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 455; Aurea Parma 3/4 1959, 191.

SILVAGNI LUDOVICO
Parma 1640
Fu cappuccino laico.Raccolse due frammenti di poemi eroici dell’antenato Geminiano silvagni, contenuti nel codice manoscritto in 4° intitolato Memorie, et Antichità de’ Silvagni (biblioteca Palatina di Parma).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, Vi/2, 1827, 454; F.da mareto, Bibliografia, II, 1974, 621.

SILVAGO, vedi SALVONI LUIGI BERNARDO

SILVANI CRISTOFORO, vedi SILVAGNI CRISTOFORO

SILVANI DANTE
Parma prima metà del XIX secolo
Calcografo, fu allievo del Toschi e addetto alla Calcografia della Scuola d’Intaglio in Parma. Fu essenzialmente un tecnico, ma resta del silvani un discreto bulino raffigurante Angelo pezzana.
FONTI E BIBL.: P. Martini, L’arte dell’Incisione in Parma, 1873; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; Arte incisione a Parma, 1969, 58; A.M. comanducci, Dizionario dei pittori, 1974, 3081.

SILVANI ERMINIO
Parma seconda metà del XIX secolo
Pittore e scultore attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 143.

SILVANI FELICE
Piacenza 1743-1798
Fu mandato a studiare a Napoli a spese del Governo Parmense sotto Du tillot. Fu giureconsulto e professore nell’Ateneo di Parma. Morì all’età di 55 anni. La Biblioteca Civica di Piacenza conserva un suo manoscritto intitolato Iuris pubblci praelectiones (1788-1789).
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 421.

SILVANI FERDINANDO
Parma 16 maggio 1823-Parma 23 gennaio 1899
Avuti i primi rudimenti del disegno presso la Ducale Accademia parmense, si dedicò all’arte dell’incisione. Calcografo, fu allievo di Paolo Toschi e collaboratore, con Raimondi, dall’argine e altri, dell’opera da lui intrapresa sugli affreschi del Correggio e del parmigianino. Oltre ai rami di questa serie, si ricordano San Napoleone martire (disegno di Francesco scaramuzza, 1866) e Apoteosi di Napoleone. Il Silvani fu anche buon pittore. Ebbe varie onorificenze: Socio d’arte della Regia Accademia di Belle Arti di Venezia e Accademico di merito residente dell’Accademia di Parma.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1851-1893, ms. nel Museo di Parma; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 167; Catalogo ufficiale della Esposizione di Parma, 1863, 95; P. Martini, L’arte dell’Incisione in Parma, 1873; C. Ricci, La R. Galleria di Parma, 1896; A. Melani, Nell’arte e nella vita, Milano, 1904, 276; A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Parma, 1905, 107; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, 1937, XXXI; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; Arte incisione a Parma, 1969, 59; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1974, 3081.

SILVANI GAETANO
Parma 22 settembre 1798-Parma 16 ottobre 1879
Calcografo. Fu allievo di Paolo Toschi e collaboratore dell’opera da lui intrapresa (1844) sugli affreschi del Correggio e del parmigianino alla Reale Galleria di Torino e alla Galleria Pitti. Tra le sue stampe si ricordano: portamento della Croce (da Sebastiano del Piombo), i ritratti di Colombo, Pietro Giordani, Carlo Alberto di Savoia, Nicolò Tachinardi (dal Bacchini), Una taverna con giuocatori (dal Teniers; inciso per la Reale Galleria di Torino del D’Azeglio), Interno di una chiesa protestante (da Saenredam, Reale Galleria di Torino del D’Azeglio), Ritratto di sconosciuto (dal Rubens, Reale Galleria di Torino del D’Azeglio), suonatore di ghironda (da David Teniers il giovane, Reale Galleria di Torino del D’Azeglio), Ritratto di S. Rosa (da C. Dolci, per la Galleria Pitti di Luigi Bardi), Ignoto (da Cristoforo Allori, Galleria Pitti di Luigi Bardi), Un cavaliere di Malta (da N. Cassano, Galleria Pitti di Luigi Bardi), Sacra Famiglia (da Michele di Rodolfo, Galleria Pitti di Luigi Bardi), e Una duchessa di Mantova (dal Pulzone, Galleria Pitti di Luigi Bardi).
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1851-1893, ms. nel Museo di Parma; Catalogo ufficiale della esposizione di Parma, 1863, 95; P. Martini, L’arte dell’incisione in Parma, 1873; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Appendice, Parma, 1880, 171-172; Le Blanc, Manuel de l’amat. d’est., 1888, III, 504 e seg.; C. Ricci, La R. Galleria di Parma, 1896; Nagler, Künstlerlex, III ediz., XVIII; A. Melani, Nell’arte e nella vita, Milano, 1904, 276; L. Callari, Storia dell’arte contemporanea italiana, Roma, 1909; Thieme-Becker, XXXI, 32; A. pelliccioni, Incisori, 1949, 167; L. Servolini, Dizionario illustato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; Arte incisione a Parma, 1969, 59; A.M. comanducci, Dizionario dei pittori, 1974, 3081-3082.

SILVANI GERMINIANO, vedi SILVAGNI GERMINIANO

SILVANI GIOVANNI
Parma 21 aprile 1898-Parma 4 luglio 1989
Figlio di Luciano e Rosa tagliavini. Entrato giovanissimo nel giornalismo, visse in prima linea i tormentati anni delle incandescenti dispute tra Gazzetta di Parma e Piccolo, attestandosi poi definitivamente all’ombra della prima, assorbita dal Corriere Emiliano nell’agosto 1928. La vita di Parma degli anni tra il 1920 e il 1940 ebbe nel Silvani un protagonista, mentre dal giornale passavano personaggi come Cesare Zavattini, Giovannino guareschi, Pietro Bianchi, Alessandro Minardi, Bruno Lunardi e Leonida Fietta. Il Silvani divenne redattore-capo del Corriere Emiliano, segnalandosi oltre che come organizzatore anche per la sua propensione a trattare vari argomenti, dalla musica allo sport. Il Silvani si trovò, all’indomani del 25 luglio 1943, a firmare il giornale: fu il periodo cosiddetto badogliano, seguito alla caduta del fascismo. All’alba del 9 settembre 1943, caduta la città di Parma in mano ai tedeschi, il Silvani, che aveva curato il numero uscito in quel giorno, su sollecitazione di amici antifascisti, prese la via di Roma, per sfuggire alla reazione dei fascisti e dei Tedeschi. Ma anche nella capitale la vita non fu facile: sfiorò addirittura la morte quando, in seguito all’attentato di via Rasella, i Tedeschi catturarono anche alcuni civili per vendicare la morte dei loro soldati con una fucilazione di massa. Fu solo per l’intervento di un amico che riuscì a sfuggire alla morte, quando era ormai intruppato con le altre incolpevoli vittime. Il Silvani restò a Roma fino alla liberazione del Nord Italia, quindi rientrò a Parma e alla Gazzetta di Parma. riottenne subito il posto di redattore-capo (direttori Ferdinando Bernini e Tito De Stefano), contestualmente lasciato libero da Egisto Corradi, che tentò l’avventura giornalistica a Milano. I rapporti con il Comitato di liberazione nazionale (erano i partiti a gestire il giornale), con una conflittualità interna pesante, non furono facili, ma il Silvani seppe procedere con buonsenso e professionalità. Prestò valida collaborazione anche alla ricostruzione del Parma Calcio, memore delle sue antiche esperienze e forte di un prestigio personale elevato. Cessato il Comitato di Liberazione Nazionale (1946), la gestione del giornale fu assunta da una cooperativa interna composta dai dipendenti, mentre alla direzione arrivò Biagio Riguzzi, un leader del movimento cooperativistico. Sempre saldamente sulla breccia, il Silvani cominciò ad accusare qualche frizione con gli editori quando la Gazzetta di Parma, messa all’asta come bene ex fascista, fu acquistata dalla Segea. Così nel 1956, direttore Mario N. Ferrara, il contrasto si rivelò insanabile: il Silvani se ne andò, ritentando di lì a poco l’avventura giornalistica in Venezuela, come redattore capo di un giornale per gli italiani, numerosissimi soprattutto in Caracas. Fu un’esperienza breve, traumaticamente interrotta dalla rivolta contro il presidente Jimenez, cui seguì il ritorno a Parma. Il Silvani divenne allora direttore dei corsi del Circolo stenografico Bolaffio, uno dei più antichi istituti privati di Parma, noto soprattutto per aver sfornato i più accreditati stenografi di Parma. Il Silvani lasciò dopo vari anni anche quell’incarico e si ritirò in pensione.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 7 luglio 1989, 5.

SILVANI GIUSEPPE
Parma 10 gennaio 1890-Milano 31 ottobre 1969
Fratello di Mario. Nel Regio Conservatorio di musica di Parma dal 1905 al 1913 fu allievo dello scuola di violoncello tenuta da Leandro Carini. privatamente, poi, studiò composizione con Spartaco Copertini. A Parma, nel 1915, sul settimanale La Cronaca diretto da Alessandro De Castro, iniziò la carriera del giornalista e del critico musicale. La Gazzetta di Parma ospitò più volte suoi scritti e Il Piccolo di Parma nel 1922 lo nominò suo critico musicale, carica che tenne per due anni. Il 16 dicembre 1923 riprese la pubblicazione, dopo un’interruzione di dieci anni, il settimanale d’arte Medusa, fondato e diretto (dal 30 luglio 1911 al 18 maggio 1912) dal fratello Mario, poeta e musicista. Su quel battagliero foglio il Silvani (sino all’11 novembre 1924) sostenne brillantemente campagne a favore del Teatro Regio e del Regio Conservatorio di musica di Parma, nonché del ripristino del suo Convitto musicale. Nel dicembre del 1924 il direttore del Regio Conservatorio Arrigo Boito, Guglielmo Zuelli, chiamò il Silvani a ricoprire interinalmente la carica di professore di storia della musica e di bibliotecario. Dal 1922 al 1924 fu Segretario del sindacato parmense dei giornalisti professionisti. A Parma fu tra gli organizzatori di diversi riusciti spettacoli lirici: al Teatro Regio, nel 1925, la memorabile commemorazione pucciniana con la Bohème (Carmen Melis, Angelo Mighetti e Rosina Torri) diretta da Leopoldo Mugnone, gli spettacoli per la stagione del Carnevale 1925-1926, e al Teatro Petrarca nella primavera del 1926 alcuni spettacoli diretti da Franco Ghione. Nel 1926 lasciò la sua città natale per portarsi a Milano, ove nel 1927 assunse la direzione del Giornale dell’arte e successivamente de Il Nuovo Corriere degli Artisti. Pizzetti gli confermò la sua stima dedicando alla Storia della musica che il Silvani scrisse in quegli anni una bella prefazione.
FONTI E BIBL.: G. Alcari, Parma nella musica, 1931, 183-184; G. Marchetti, in Gazzetta di Parma 14 aprile 1975, 3.

SILVANI GUGLIELMO
Parma 10 ottobre 1852-
Figlio di Ferdinando e Maria Pezzani. Dopo aver praticato per qualche tempo l’intaglio in Parma, passò a Torino come incisore dei punzoni della zecca.
FONTI E BIBL.: Arte incisione a Parma, 1969, 59.

SILVANI LODOVICO
Parma 2 settembre 1900-post 1973
Figlio di Luciano e Rosa Tagliavini. Laureato in lettere a Bologna, fu romanziere, poeta e giornalista, inviato del Resto del Carlino in India e quindi addetto presso il Consolato Generale Italiano di New York.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Poeti secolo nuovo, 1926, 104; Aurea Parma 6 1925, 335; F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 528.

SILVANI LORENZO, vedi SILVAGNI LORENZO

SILVANI LUCIANO
Parma 28 agosto 1857-1908
Figlio di Ferdinando e Maria Pezzani. Allievo del Raimondi, fu buon incisore a bulino. chiusa la scuola d’incisione a Parma, divenne insegnante al Conservatorio di Musica.
FONTI E BIBL.: Arte incisione a Parma, 1969, 59.

SILVANI LUCIANO
Parma 1908-Bereguardo 20 gennaio 1979
Studiò all’Istituto d’arte Paolo Toschi di Parma, allievo di Marussig e De Strobel, per alcuni anni, poi abbandonò la pittura per dedicarsi al restauro di dipinti antichi divenendo in breve uno dei più apprezzati restauratori italiani. Quindi tornò a dipingere, suscitando immediatamente l’interesse della critica qualificata con mostre alla Gussoni di Milano nel 1966, alla Rotta di Genova, pure nel 1966, alla Torre di Torino nel 1967 e alla Durini di Milano nel 1972. Un’attività silenziosa e costante, basata su un eccezionale credo pittorico: l’uomo, rappresentato con le spalle pesanti e i volti privi di lineamenti: Figure (come ha scritto Luigi Carluccio) che sorgono massicce dalle tele di Silvani, e che appartengono a un mondo che è certamente quello di dopo la cacciata dal paradiso terrestre, progenie dell’Adamo ed Eva del Masaccio, deformate, appesantite dall’usura esercitata da una condanna che dura da millenni. Masaccio è citato anche da Garibaldo Marussi, che ha scritto di alta suggestione, con l’incanto e la potenza delle figure coperte dal rozzo saio che occulta forme energiche, strutture ossee, fasci di nervi. In effetti, la cultura quattro e cinquecentesca, amata dal Silvani come restauratore, gli rimase addosso come autore, conducendolo, con l’essenzialità e la saldezza delle forme, a una sorta di pittura-scultura, dove appunto le figure, più che stese col pennello, paiono, nella loro purezza, stagliate con lo scalpello. Il Silvani fu sepolto nel cimitero della Villetta di Parma.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 27 gennaio 1979, 3.

SILVANI MARIO
Parma 1 settembre 1884-Parma 20 maggio 1913
Iniziò gli studi classici ma dopo il ginnasio, per quanto avesse una forte e geniale tendenza agli studi letterari, si diede decisamente alla musica, suo antico sogno, e conseguì nel 1908 il diploma di magistero in composizione a pieni voti nel Regio Conservatorio di Parma. È da notare il fatto che il Silvani, ancora così giovane e pur legato alla solenne tradizione della musica italiana, tese l’orecchio con interesse e curiosità a quanto avveniva in Europa in quegli anni e al movimento di rinnovamento che faceva capo a Giannotto Bastianelli nell’ambito della rivista La Voce. Scrisse una sonata per violino e pianoforte, un poema sinfonico al dramma di Maeterlinck, Monna Vanna, una messa di requiem, un notturno per violino e piano e il poema sinfonico Dafne e Cloe, ispirato al dramma pastorale di Longo Sofista. Diresse per la prima volta in Italia le Danze di Debussy per arpa ed archi. Il Silvani coltivò pure la poesia. Alcune sue liriche ebbero il posto d’onore nella Gazzetta del Popolo di Torino, e un suo volume di versi, Lux et umbra (Parma, 1907), ebbe il plauso della critica italiana. In un suo romanzo inedito, Episodi della vita di un’artista, con prefazione di Ildebrando Pizzetti, e in alcune sue novelle si dimostrò pure ottimo prosatore. Il Silvani iniziò con Pizzetti la stesura del libretto ippolito, tratto dalla tragedia di Euripide, quando pizzetti venne in contatto con Gabriele d’annunzio che gli propose un altro dramma sul medesimo soggetto, proposta alla quale pizzetti aderì, abbandonando il progetto già avviato col Silvani. Negli anni attorno al 1910 collaborò con critiche musicali alla Gazzetta di Parma e alla rivista. Scrisse La samaritana, che divenne il lavoro di maggior successo di Arnaldo Furlotti. La sua lirica Sera d’inverno fu musicata da Pizzetti (1908) e da Gastone Zuccoli (Trieste, Schmidl, 1938). Il 18 e 19 maggio 1912, in un concerto vocale e strumentale tenuto al Teatro Reinach di Parma, diresse una sua lirica per soprano e orchestra , L’alba di aprile, eseguita dalla marchesa Clementina Paveri Fontana. Per quel che riguarda la direzione, il suo nome è legato alla prima esecuzione in Italia delle Danze di Debussy per arpa e archi. Ingegno pronto e versatile, combatté strenuamente con un indipendente e battagliero settimanale d’arte, Medusa (che il Silvani fondò e diresse dal 30 luglio 1911 al 18 maggio 1912), in difesa dell’arte. Morì a soli 28 anni a causa di una infezione di tifo. Fu commemorato nella sala del Ridotto del teatro Regio di Parma dal poeta Ildebrando cocconi e con una esecuzione di musica del Silvani stesso.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 184-185; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 140; Gazzetta di Parma 14 aprile 1975, 3; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

SILVANI MENTORE
Traversetolo 1843-Parma 30 aprile 1905
Allievo di Girolamo Magnani presso l’accademia di Belle Arti di Parma, nel 1864 partecipò all’esposizione dell’Incoraggiamento con veduta di Calestano, che fu vinta dalla pinacoteca di Parma, nel 1867 con Sorpresa, estratta al comune di Borgo San Donnino, nel 1868 con inondazione a Parma, ancora alla pinacoteca di parma, e nel 1869 con Prime foglie, al comune di Fiorenzuola. Quest’ultima opera, oppure una replica, figurò pure, assieme a Nevicata, in mostra a Parma nel 1871. contemporaneamente il Silvani soggiornò a venezia, dove come scenografo dipinse alcune scene per l’opera Stella delle Alpi, che si dava al Teatro La Fenice. Nel 1875 fu presente a Parma dove espose Rivalta presa dal vero e Alla fontana nelle Puglie. Nel 1877 concorse, assieme a Icilio Attilio Bianchi e Settimio Fanti, al posto di aiuto alla cattedra di paesaggio, vincendolo ex aequo, ma il concorso venne invalidato dalla soppressione della cattedra medesima durante la trasformazione dell’Accademia in Istituto di Belle Arti. Due anni dopo espose povera Maria!, che fu estratta al Comune di solignano, e nel 1887 la Pinacoteca di parma si aggiudicò La vita nei campi, paesaggio. Nel 1889 poi dipinse una prospettiva con la veduta di montagne nell’altrio della casa del fontanella, mentre l’anno dopo venne sorteggiato all’istituto Toschi Il meriggio nella pianura del Ghiardo. Infine nel 1893 espose Una via di Cassio e un altro dipinto. Il Silvani alternò alla produzione di quadri quella a lui più consona di prospettivista e scenografo, che gli valse la nomea di essere uno dei migliori allievi del Magnani. D’altro canto il tardo tradizionalismo scenografico, desunto dagli esempi di massimo d’Azeglio, del Boccaccio e del drugman, contraddistingue anche dipinti di cavalletto, come Bosco con cavaliere (1872, Soragna, Palazzo Comunale) e, in minor misura, per il respiro romantico e la fresca pennellata d’impressione, Paesaggio collinare (1887, Parma, Palazzo dell’Amministrazione Provinciale) e Il mulino di Ugozzolo (Parma, Pinacoteca nazionale).
FONTI E BIBL.: Asmodeo, 1871; L. Pigorini, 25 novembre 1879; R. De Croddi, 1893, 372; E. scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, v. X, 147; G. Copertini, 7 dicembre 1967, 6; Il Diavoletto 12 novembre 1871; C. Ricci, La R. Galleria di Parma, 1896, 388, 389 e 391; B., Teatro e cose d’arte, in Gazzetta di Parma 29 gennaio 1875, 3; Franco, Un artista che si distingue, in Gazzetta di Parma 26 luglio 1889, 2; C. Alcari, Silvani Mentore, in Parma nella musica, Fresching, 1931, 185; U. Thieme-F. Becker, Silvani Mentore, in Allgemeines Lexicon der Bildenden Künstler, leipzig, E.A. Seemann, XXXI, 1937, 33; E. Bénézit, Silvani (Mentore), in Dictionnaire des peintres, sculpteures, dessinateurs et graveurs, Paris, Librairie Grund, VII, 1954, 765; G. Copertini, Mentore Silvani (1844-1905), in La pittura parmense dell’Ottocento, Parma, Cassa di Risparmio, 1971, 132; A.M. Comanducci, Silvani Mentore, in Dizionario illustrato dei pittori, disegnatori e incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, Patuzzi, V, 1974, 3082; G. Godi, Mentore Silvani (Traversetolo 1843-1905), in Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’ottocento, Parma, Amministrazione Provinciale, 1974, 98; Silvani Mentore, in dizionario Bolaffi dei pittori, Torino, Bolaffi, X, 1975, 306-307; Fabrizio e T. Marcheselli, Silvani Mentore (1843-1905), in Dizionario dei Parmigiani, 1997, 291; Silvani Mentore, in Enciclopedia di Parma, 1998, 625.

SILVANI SEVERINO
Calestano 19 luglio 1878-Parma 8 novembre 1965
Avviato all’arte dal padre, scultore in legno, frequentò i corsi all’Accademia d’Arte di parma, ove ebbe gli insegnamenti di Cecrope Barilli. Si perfezionò poi all’Accademia di belle Arti di Brera, a Milano. Trattò il quadro di genere e di soggetto religioso e le sue opere si trovano collocate presso privati e chiese parmensi e reggiane, quasi nascoste nell’anonimato. Di carattere schivo, non si preoccupò mai di alcuna partecipazione alle rassegne e mostre pubbliche. Una grande antologica dei suoi dipinti fu organizzata nella Galleria Camattini di Parma nell’aprile 1964.
FONTI E BIBL.: Catalogo antologica alla Galleria camattini, Parma, 1964 (T. Mazzieri); Parma per l’Arte II 1964, 143 e seg. (R. Allegri); Gazzetta di Parma 9 novembre 1965, 4; A.M.Comanducci, dizionario dei pittori, 1974, 3082.

SILVANO, vedi SALVONI LUIGI BERNARDO

SILVESTRI ACHILLE
-Parma 23 marzo 1883
Fu soldato valorosissimo nelle battaglie risorgimentali dal 1849 al 1866. Fu socio benemerito del Comitato di provvedimento.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 94.

SILVESTRI ADELMO
Parma-pot 1882
Tenore, nell’aprile 1882 cantò al Teatro di Tortona nel Poliuto e nella Lucrezia Borgia.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

SILVESTRI CAMILLO
Parma 23 dicembre 1808-Parma 10 settembre 1862
Si laureò in Medicina il 16 agosto 1832. Nel 1834 fu nominato medico condotto di roccabianca, incarico che mantenne per molti anni. Il 30 giugno 1848 fu nominato primo Medico straordinario dello Spedale civile in Parma e il 18 novembre 1849 membro della Sezione consulente della Commissione per gli esperimenti Chimici da istituirsi sulle produzioni morbose dei colerosi. Nel 1849 pubblicò l’opuscolo De’ Follicoli morbosi alle fauci, ne’ prodromi del cholera (cfr. Gazzetta di Parma 1849, p. 500). Il 18 dicembre 1854 fu nominato Consigliere della Sezione Medica del protomedicato. Morì all’età di 53 anni e fu sepolto nel cimitero di Parma.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 419-420.

SILVESTRI ETTORE
Parma 1831
Misuratore di fieno, durante i moti del 1831 servì come sergente nella Guardia nazionale di Parma. Secondo i rapporti di polizia, si distinse per caldo indipendente e perturbatore, meritorio di sorveglianza. Cattivissimo soggetto in ogni sua estensione.
FONTI E BIBL.: O Masnovo, Patrioti del 1831, in archivio storico per le province parmensi 1937, 206.

SILVESTRI GUGLIELMO
Parma 9 luglio 1763-1839
Calcografo, fu allievo di Benigno Bossi nell’accademia di Belle Arti di Parma. Fu premiato nel 1789 per alcuni studi di nudo e per un dipinto, Polifemo accecato da Ulisse. Tra le sue migliori incisioni, vanno segnalate ventidue Vedute della città di Modena, Vedute della Villa ducale di Sassuolo, di Magnano, di pontetorri e di Rivalta, Ritratto di Giovanni Pico, mater dolorosa e l’illustrazione per un opuscolo, relativo alla costruzione di grandi edifici, di Lodovico Bolognini. Nel 1827 intagliò la modesta Immagine del miracoloso Bambino Gesù nella Chiesa delle Cappuccine in Parma. accanto a cose di grossolano taglio popolaresco, non mancano incisioni fini e ben condotte, sia nel genere sacro che nella ritrattisca. Il Silvestri fu pure riproduttore di dipinti antichi.
FONTI E BIBL.: Censimento di Parma 1832, nell’archivio Comunale di Parma; E. Scarabelli-Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, 1851-1893, ms. nel Museo di Parma; G. Campori, Gli artisti negli stati estensi, 1855, 444; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, 1937, xxxi; Pelliccioni, Incisori, 1949, 168; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; Arte incisione a Parma, 1969, 43; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1974, 3082; Dizionario Bolaffi pittori, x, 1975, 308; P. Zani, 1819, I, XVII, 278; E. Bénézit, 1960, vii, 767; Arte a Parma, 1979, 380.

SILVESTRI ICILIO
Parma 28 gennaio 1849-Parma 1 luglio 1877
Figlio di Giacomo e Maria Aleppi. Nel 1866, appena diciassettenne, accorse tra le file garibaldine a combattere per l’Indipendenza d’italia.
FONTI E BIBL.: Il Presente 4 Luglio 1877, n.181; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 420.

SILVESTRO DA BORGOTARO, vedi MURENA GIACOMO

SILVESTRO DA PARMA
Parma 1556
Nel 1556 fu eletto procuratore generale della Congregazione benedettino-Casinense.
FONTI E BIBL.: M.Armellini, Bibliotheca benedictino Casinensi, 1873.

SILVESTRO DI SISSA
Sissa 1701
Sacerdote, fu suonatore alla chiesa della Steccata di Parma il 25 marzo 1701.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, mandati 1700-1702; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 1

SILVI ETTORE
Parma 1923-2 dicembre 1996
Fu maestro elementare prima alla scuola cocconi, poi direttore didattico a Berceto, San secondo, Sissa, Roccabianca e Colorno. La sua vita, passata accanto alla moglie Marta, fu un’esistenza di silenzi e priva di vicende eclatanti, di cui si ricorda solo la tesi su Tristan cobière. Per il Silvi il rapporto con la poesia doveva essere assoluto. La sua fedeltà alla letteratura ricorda un altro poeta schivo e solitario, Attilio Zanichelli. Nel 1997 uscì postumo (Reggio Emilia, Diabasis) il suo volume diapositive e sassofoni. Il volume del Silvi raccoglie tutta la sua opera, quattro sezioni di un unico, importante libro: diapositive e sassofoni, La tosse ai tropici, Figure e Colori. Arricchiscono il volume l’introduzione di Giuseppe Marchetti e un ricordo del Silvi come maestro elementare, scritto da Roberto Spocci.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 dicembre 1997, 15.

SILVI FRANCESCO
Parma 1868/1875
Negoziante di musica. Il Presente del 30 maggio 1868 riporta che aveva rilevato il deposito di musica e di strumenti a fiato sotto la ditta maestro Ruggieri Pietro, situato in Parma, Strada Maestra San Michele 23 al secondo piano, e che ne aveva assunto la continuazione per conto proprio e sotto la medesima ditta. Il Boccherini del 30 aprile 1875 scrive che il maestro Francesco Silvi di Parma, direttore di un Gabinetto musicale di quella città, venne insignito della medaglia d’oro e relativo diploma, come benemerito dell’arte, dalla Società Internazionale d’Incoraggiamento sedente in Napoli.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

SILVIA, vedi CABASSA ENRICHETTA

SILVINO DORICLEO, vedi BONVICINI GIUSEPPE

SIMONAZZI ARNALDO
Vigatto 22 dicembre 1883-Parma 1965
Ereditò la passione per la lavorazione del ferro dal padre Luigi.Verso il 1910, cominciò a estendere la sua attività nel campo della meccanica, al tempo dei primi motori a vapore e a scoppio, nonché ai macchinari per la lavorazione delle conserve e per caseifici, con opere di rinomanza per la genialità di realizzazione.Già intorno al 1930 egli costruì la prima dosatrice per il riempimento delle scatole di conserva e nel contempo le prime attrezzature per cantina: lavabottiglie con spazzolino, filtri, riempitrici e tappatrici manuali. Coadiuvato dai figli, si dedicò anche alle macchine agricole e in special modo ai motori e ai trattori leggeri che, dati i tempi di autarchia, venivano ricavati e costruiti con materiale di recupero.Dei quattro figli del Simonazzi, Ampelio e Lorenzo seguirono le orme paterne.
FONTI E BIBL.: L.Vignoli, notizie manoscritte.

SIMONAZZI LUIGI
Pedrignano 24 giugno 1854-Parma 1945
Figlio di Pompeo, continuò l’opera paterna nel campo della lavorazione del ferro.La sua specializzazione professionale fu rivolta soprattutto alla costruzione della prime serrature di sicurezza e cancellate in ferro, finemente lavorate.
FONTI E BIBL.: L.Vignoli, notizie manoscritte.

SIMONAZZI POMPEO
Gualtieri 9 settembre 1828-Parma 1909
Capostipite che diede il nome all’azienda artigiana che sorse a Baccanelli. Il Simonazzi diede avvio all’Officina Simonazzi, ditta di costruzioni meccaniche, intorno al 1850. Ingegnoso e abile, il Simonazzi si specializzò nella costruzione di attrezzi per l’agricoltura, che sapeva ricavare forgiando vecchi rottami.Ai suoi discendenti insegnò l’amore dell’arte del ferro, tramandando loro la sua esperienza.
FONTI E BIBL.: L.Vignoli, notizie manoscritte.

SIMONAZZI ROBERTO
Parma 28 novembre1866-Parma 8 dicembre 1941
Ordinato sacerdote il 21 settembre 1899, fu mandato cappellano a Sala Baganza, poi fu nominato Arciprete di Traversetolo e l’11 dicembre 1906 parroco di San Pietro in Parma. Si laureò in Teologia e fu membro del collegio Teologico di Parma. Fu insegnante di apologetica nelle scuole del liceo del seminario di Parma e Amministratore per vari anni nello stesso Seminario. Come Assistente ecclesiastico della Congregazione delle Ancelle dell’Immacolata, il Simonazzi rivelò la sua abilità amministrativa e organizzativa, tanto da meritarsi di essere considerato il cofondatore della congregazione stessa. Per le sue benemerenze fu insignito del Cavalierato della Corona d’Italia e nominato prelato Domestico di Sua Santità. Morì nell’Istituto Madre Maria Adorni.
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 202.

SIMONCELLI FRANCESCO
Orvieto 1527 c.-Parma gennaio/settembre 1578
Scultore e architetto attivo nella seconda metà del xvi secolo. Fu scultore di corte dei Farnese. Detto il Moschino, finì per assumere questo cognome, che trasmise al figlio Simone.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, Iv, 211.

SIMONCELLI SIMONE
Orvieto 12 novembre 1553-Parma 20 giugno 1610
Conterraneo di Ascanio Vitozzi (più vecchio di quindici anni ma che operò nello stesso arco di tempo), il Simoncelli ne condivise in parte la formazione, anche se da analoghe esperienze culturali di derivazione toscana e romana i due artisti pervennero a due modi di progettare e intendere l’architettura quasi antitetici. Il Vitozzi, esclusivamente architetto, sviluppò di questa cultura le componenti razionali di chiarezza strutturale, mentre il Simoncelli ne accentuò le possibilità plastiche ed espressionistiche di capriccio, giungendo a un esasperato anticlassicismo. Figlio di francesco e nipote di Simone Mosca, ambedue scultori e in minor misura architetti, il Simoncelli (detto Moschino) conobbe molto bene per eredità familiare e per diretta frequentazione l’ambiente manierista toscano, in particolare l’Ammannati e il Buontalenti, da cui citò addirittura alcuni particolari decorativi. Lo stesso modo di disegnare del Simoncelli si rivela molto vicino ai manieristi toscani della fine del Cinquecento, così come toscano si rivela il suo modo di comporre o scomporre i partiti architettonici nelle sue facciate e nell’interno dello scalone della Pilotta in Parma. Di notevole interesse è l’esperienza che ebbe come scultore nel Sacro Bosco di Bomarzo, quando era ancora giovane (prima del 1578). Quel mondo orridamente fantastico e capriccioso, insieme ad altre esperienze come la conoscenza delle idee e delle opere di Federico Zuccaro e l’incontro con il mondo d’immagine non classico fiammingo, ipotizzabile, dati gli stretti legami dei Farnese con i Paesi Bassi, può spiegare il carattere dissonante e antiarchitettonico che si riscontra soprattutto nelle sue ultime opere. A parte i contatti che può avere avuto al tempo del suo impegno a Bomarzo, il Simoncelli fece numerosi viaggi a Roma con lunghe permanenze nel 1594, nel 1597 e nel 1599-1600, importanti per la conoscenza diretta delle opere di Michelangelo (soprattutto l’ironica Porta Pia), delle quali il Simoncelli fece una lettura personale, non mediata dal gusto del Buontalenti e dell’Ammannati. In alcune sue opere infatti variò il grande maestro enfatizzandolo in una maniera che richiama un altro scultore-architetto, Jacopo del Duca, di cui non ebbe però il modo passionale e popolaresco di ripercorrere dall’interno le ricerche michelangiolesche. Michelangelo, dunque, sia direttamente che per tramite del manierismo fiorentino, è la matrice culturale fondamentale dell’architettura del Simoncelli, anche più che della scultura, dove non mancano gli influssi e il gusto decorativo del padre e del nonno, in certa misura legati a modi sansoviniani. A Roma infine ebbe modo quasi certamente di frequentare la cerchia di Federico Zuccaro, strettamente legato ai Farnese anche di Parma, come dimostra il fatto che il duca Ranuccio Farnese mandò nel 1595 a Roma il pittore Bartolomeo Schedoni a studiare presso di lui. Un nuovo incontro tra i due artisti avvenne nel 1607-1608 in occasione della permanenza di alcuni mesi dello Zuccaro a Parma, dove il 29 maggio 1608 tenne una conferenza all’Accademia degli Innominati riepilogando il suo libro pubblicato a Torino l’anno precedente: L’Idea de’ pittori, scultori, et architetti. Il Simoncelli può aver captato del metafisicheggiante pensiero dello Zuccaro il carattere polemico nei confronti dell’operato degli architetti romani della fine del cinquecento, i professionisti che liquidarono l’eredità e il messaggio plastico di Michelangelo. motivo di risentito stupore per i contemporanei, l’architettura del Simoncelli, se può sembrare avviata al barocco per certe libertà e movimento di profili come per certe celte tipologiche, è in realtà profondamente manierista, ne ha tutti i crismi di artificiosità, di ostentata drammaticità, di impotenza a trovare un nuovo linguaggio che non sia bizzarra licenza o enfatica amplificazione: è insomma l’aderente espressione di un momento culturale di crisi. Ma proprio questo portare alle estreme conseguenze un discorso interamente manieristico, se isola le opere del Simoncelli dalla produzione più tipica emiliana, che, seguendo una tendenza opposta, portò alla meravigliosa apoteosi di motivi scenografici di Gaspare Vigarini e dei Bibiena, trova notevoli analogie nell’incongruenze e nelle dissonanze delle architetture del Guarini, caratteristiche che lo legano, come chiarito dal Portoghesi e dal Wittkower, proprio a quella tradizione manieristica a cui appartiene il Simoncelli. In alcune sue opere si può anche vedere una convergenza di metodo con il Guarini nel comporre per zone in violenta opposizione. Il Simoncelli, suo padre Francesco e Giovanni Boscoli portarono a Parma quella figura comune a Firenze che è l’artista che si occupa di architettura con alle spalle non una preparazione specifica ma pittorica o scultorea e la immette nella nuova professione. Questi artisti si contrapposero ai professionisti locali come il Magnani e lo Smeraldi e naturalmente anche all’Aleotti e ai seguaci del Vignola: il Fornovo e il Testa. Il Simoncelli fu al centro di polemiche che dimostrano la divergenza profonda delle tendenze artistiche nel Ducato parmense a cavallo del Seicento e il ruolo importante che egli ebbe a Corte nel sorvegliare e nell’indirizzare la produzione artistica. Si può citare la lite con i monaci di San Giovanni Evangelista non contenti della sua facciata per la loro chiesa, giudicata da periti non conforme all’architettura. Interessante è anche l’ostilità, riportata dal Malvasia nella Felsina Pittrice e ricordata già nell’introduzione, tra il Simoncelli e agostino Carracci, venuto da Roma a Parma per decorare la volta di una stanza nel palazzo del Giardino. Qui Agostino Carracci trovò incontri, e incontrò disgusti da far scoppiare il cuore in un petto di bronzo. Quelli de’ concorrenti furono i minori, come consueti e in conseguenza antiveduti. Gli fu sempre contrario un certo Moschini statuario e Capoingegniere allora del Duca, al quale tutto si diferiva. Portava costui un tale Gasparo Celio, e lo preferiva ad Agostino, supponendo a S.A. esser altr’uomo che il Bolognese, ch’altro far ben non sapea che l’intagliare. Al di là del fatto personale e aneddotico, si possono leggere le linee di una precisa politica culturale del Simoncelli, inserito nello scontro tra due diverse concezioni del fare artistico: l’artificiosità e l’esasperazione formale del tardo manierismo e il naturalismo e il classicismo dei carracci precocemente aperti all’oratoria barocca. Il Simoncelli, seguendo la tradizione familiare, iniziò la sua attività artistica come scultore nel parco della villa Orsini a Bomarzo.Con una generosa raccomandazione di Vicino orsini, alla morte del padre, che fu scultore di corte, giunse a Parma dove venne assunto il 20 ottobre 1578 nei ruoli dei provvigionati della corte in qualità di scultore. Nel 1579 tornò però a Bomarzo, forse per finire qualche lavoro rimasto incompiuto. Tornato a Parma, divenne ben presto (probabilmente subito) collaboratore del Boscoli ai lavori per la fontana del Giardino e, alla sua morte, avvenuta nel 1589, ne divenne il continuatore. Il 18 gennaio 1586 morì a Ortona a Mare Margherita d’Austria, moglie del duca Ottavio Farnese, disponendo nel suo testamento che il suo corpo sia seppellito nella ecclesia di S. Sisto nella città di Piacenza dove per tale effetto vole et comanda che si faccia una sepoltura di Bronzo rilevata da terra con bella factura et proportione et con la statua integra, nella quale non si habbia da spendere meno di cinque mila scudi d’oro in oro. Lo stesso anno il nipote Ranuccio Farnese, reggente per il padre Alessandro, diede al simoncelli l’incarico di disegnare il monumento sepolcrale, che fu eseguito da collaboratori che lavorarono sotto suo controllo dal 1587 ai primi anni del Seicento. A quanto pare egli non rispettò le disposizioni della Duchessa riguardo il materiale da usarsi, che fu marmo e non bronzo, mentre la mancanza della statua integra della defunta è dovuta probabilmente al fatto che il monumento non fu terminato. È comunque difficile immaginare una collocazione adeguata della statua della Duchessa, sia come tradizionale figura giacente sul sarcofago, al posto dei leoni, che risulterebbe soffocata dalle altre due figure femminili semisdraiate ai lati sui timpani spezzati e ricurvi a rappresentare la Fedeltà e la Mitezza, sia come figura seduta, a cui mancherebbe una profondità adeguata. d’impianto ambizioso, ricco di rappresentazioni simboliche e di riferimenti allegorici alla vita di Margherita d’austria, figlia dell’imperatore Carlo v e governatrice delle Fiandre, questo monumento riunisce in modo un po’ disorganico le componenti culturali e il repertorio formale del Simoncelli: al mestiere e alla tradizione familiare si aggiungono motivi decorativi genericamente michelangioleschi e l’orrido espressionismo dei due torsi stravolti, legati al programma iconologico e probabile tributo all’esperienza bomarzesca. Probabilmente, il Simoncelli ebbe anche l’incarico di disegnare il monumento funebre per il duca Ottavio Farnese, morto nello stesso anno 1586. Per Ottavio Farnese e Margherita d’Austria realizzò anche i catafalchi. Nel 1593 disegnò un catafalco anche per il loro figlio, il generale Alessandro, che è forse da identificarsi con quello, interessantissimo, conservato a Monaco (S.G.S., n. inv. 4989), che rivela insospettate macabre qualità scenografiche. Fa parte di questo filone celebrativo anche il disegno, sempre di Monaco (S.G.S., n. inv. 34262), che probabilmente è uno schizzo del Bucintoro di cui si parla nei mastri farnesiani. Una convenzione del 17 febbraio 1592 tra Cosimo Masi, segretario del Duca, e lo scultore Achille Turbati, collaboratore del simoncelli, informa di un accomodamento della cappella del Santissimo Crocifisso di San Giovanni evangelista a Parma. Il Turbati si obbligò a lavorare a sue spese tutte le pietre e i marmi che sarebbero serviti per completare il lavoro e a porli in opera in tutto e per tutto conforme al disegno di detta cappella, quale sta in mano del Sig.r Simone Moschino, confidente delle parti. Non si sa se tale lavoro sia stato eseguito, comunque non v’è traccia in San Giovanni, dove le cappelle sono state tutte ridecorate in epooca posteriore. Parte del progetto di questa cappella è forse il disegno di Monaco (S.G.S., n. inv. 4943) della raccolta bibienesca. Questo disegno mostra tutte le caratteristiche del Simoncelli e forse la deposizione che si vede nell’ovale corrisponde alla cappella del santissimo Crocifisso e l’aquila che le sta sopra a San Giovanni Evangelista. La statua nella nicchia di sinistra porta un crocifisso. Nel 1593, questa volta su diretta commissione dei benedettini di San Giovanni Evangelista, il simoncelli si impegnò nel suo primo lavoro propriamente architettonico: l’ampliamento del monastero di Sant’Alessandro, che andò però completamente distrutto in epoca neoclassica per far posto al teatro Regio e al palazzo della provincia, entrambi del Bettoli.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, [216-218]; B. Adorni, L’architettura farnesiana, 1974, 167-172; Il Palazzo della Pilotta a Parma, 1996, 16.

SIMONCINI FRANCESCO, vedi SIMONINI FRANCESCO ANTONIO

SIMONE
Parma 1505
Carpentiere attivo in Roma. È ricordato come testimone in un atto del 10 luglio 1505.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 140.

SIMONE DA ENZA, vedi ENZA SIMONE

SIMONE DA PARMA
Parma 1379/1385
Insegnò a Parma nella seconda metà del xiv secolo come dottore di Decreti e passò poi all’università di Bologna. L’Affò (ii, 131) ha erroneamente creduto di poterlo identificare con quel Simone da Enza che fu vicario generale dei vescovi di Parma Giovanni Rusconi, fra Bernardo da Carpi e Delfino della Pergola e che morì arcidiacono della Cattedrale parmense nel 1438, a settant’anni, come afferma l’epitaffio riportato dall’Affò stesso. Già il Pezzana nella Storia della città di Parma (i, 130, ii, 128 e 420) ha rilevato la confusione fatta con un altro Simone da Parma, che nel 1379 fu vicario della Diocesi di Rimini. costui, per la concordanza delle date, potrebbe essere stato il Simone parmigiano che nel 1384 lesse Decretali nello Studio di Bologna e non il da Enza, che allora aveva poco più di quindici anni. Nel Primus liber secretus Iuris Pontificii, in cui sono notati tutti coloro che subirono gli esami dal Collegio di Diritto Canonico dal 1377 al 1528, si ricava che l’11 giugno 1383 fu esaminato e approvato il presbyter Simone de Parma Decanus Santi Iacobi de Carbonensibus (Archivio di Stato di Bologna, f. 11 r.). Il che ben si addice all’ex vicario della Diocesi riminese, per nulla invece al da Enza, il quale nel 1384 aveva una età troppo giovane per essere sacerdote, decano e dottore in diritto Canonico.
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1931, 233; A. Pezzana, Storia di Parma, i, 130, n. 57; U. Gualazzini, Corpus Stat., lxvii, n. 65; F. Rizzi, Professori, 1953, 13.

SIMONE DA PARMA, vedi anche ENZA SIMONE e PISANI SIMONE

SIMONETA GIACOMO, vedi SIMONETTA GIACOMO

SIMONETTA ANNA
-Parma 24 aprile 1845
Contessa, sposò il conte de Castagnola. Fu Dama alla corte di Parma. Fu sepolta con iscrizione nell’arco della Compagnia del sant’angelo Custode di ragione della contessa Sofia Bulgarini di Siena.
FONTI E BIBL.: Memoria intorno all’Anna de’ conti Simonetta ne’ conti de Castagnola, Parma, dalla Stamperia Carmignani, 1845; G.F. De Castagnola, in morte di Anna de’ conti Simonetta sua moglie, Parma, Carmignani, 1846; G. Negri, Compagnia S. Angelo Custode, 1853, 69.

SIMONETTA ANNA, vedi anche PALLAVICINO ANNA

SIMONETTA BARBARA, vedi SANSEVERINO BARBARA

SIMONETTA FRANCESCO
Parma seconda metà del xvii secolo
Ingegnere attivo nella seconda metà del xvii secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 262.

SIMONETTA GIACOMO
Parma 1600/1612
Detto anche il Simoneta. Fu pittore attivo nel 1600-1612.
FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, xvii, 1823, 290.

SIMONETTA GIOVANNI
Parma 21 agosto 1822-1884
Figlio di Giuseppe e Isabella Sanvitale. fu creato nell’anno 1877 cameriere di cappa e spada dal papa Pio ix, e confermato poi in quell’incarico da papa Leone xiii.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 861.

SIMONETTA GIUSEPPE
Parma 29 maggio 1790-Porporano1871
Figlio del conte Andrea e di Maria Guerrieri, fu l’ultimo discendente dell’illustre famiglia. Come il nonno paterno Giuseppe, che fu gentiluomo di camera di Filippo di Borbone, anche il Simonetta ebbe incarichi a Corte: la duchessa Maria Luigia D’Austria lo nominò Ciambellano, carica che mantenne fino alla morte della sovrana e che gli venne poi rinnovata da Carlo di Borbone. Uomo di grande cultura e sensibilità, fu per molti anni accademico d’onore dell’Accademia di Belle Arti di Parma. Ricevette diverse onorificenze, tra le quali la Commenda dell’Ordine costantiniano di San Giorgio. Sposò Isabella Sanvitale, figlia del conte Stefano, dalla quale ebbe un figlio, Giovanni. Fu proprietario della villa di Porporano, dove morì.
FONTI E BIBL.: P. Martini, Scuola delle Arti Belle, 1862, 37; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 50.

SIMONETTA ISABELLA, vedi SANVITALE ISABELLA

SIMONETTA MARIA, vedi GUERRIERI MARIA

SIMONETTA ORAZIO
Torricella di Sissa-Parma 19 maggio 1612
Figlio di Ottaviano. Militò in gioventù con Alessandro Farnese nelle guerre di Fiandra, comportandosi con onore. Implicato in una congiura contro Ranuccio Farnese, venne arrestato, torturato e infine impiccato.
FONTI E BIBL.: G.P. de Crescenzi, Corona della nobiltà d’Italia, Bologna, 1639; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; C. Argegni, Condottieri, 1937, 253.

SIMONETTA PAOLO
Parma o Piacenza fine del xvi secolo-post 1625
Notaio, si applicò anche alla Medicina e fu giudicato uno dei più valenti medici dei suoi tempi. Fu anche medico della corte di Parma. Compose inoltre sonetti col titolo di Scherzi poetici.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1959, 198-199.

SIMONETTA di TORRICELLA GIUSEPPE, vedi SIMONETTA GIUSEPPE

SIMONETTI ARNALDO
Corniglio 1917- Zona di Himara 23 dicembre 1940
Figlio di Felice.Caporale maggiore, fu decorato di medaglia d’argento al valore militare, con la seguente motivazione: Caposquadra fucilieri, dopo aver validamente contribuito a respingere un attacco nemico, nuovamente attaccato da forze preponderanti, ricevuto l’ordine di ripiegare, riusciva ad effettuare, dopo accanita resistenza, il movimento del suo reparto su una nuova posizione. Visto il proprio comandante di plotone rimasto solo a fronteggiare l’avversario, accorreva in suo aiuto con un fucile mitragliatore e, nell’ardimentoso gesto, si abbatteva sull’arma mortalmente colpito. All’ufficiale che lo soccorreva, rivolgeva nobili parole e inneggiava alla Patria.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1949, dispensa 4a, 610; Decorati al valore, 1964, 39.

SIMONETTI CARLO
Corniglio 1890-Monte Vodice 28 maggio 1917
Figlio di Virgilio.Alpino, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Quale portaferiti, coadiuvava con fermezza e coraggio il proprio ufficiale medico durante un violento bombardamento nemico e cadeva colpito a morte mentre tentava di salvare un commilitone.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 2a, 119; Decorati al valore, 1964, 39.

SIMONETTI FRANCESCO, vedi SIMONINI FRANCESCO ANTONIO

SIMONETTI GAETANO
Parma 1826
Nel 1826 fu medico a Berceto e fece dono di alcuni libri alla Biblioteca Manara di Borgo taro, istituita in quell’anno.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 33.

SIMONETTI PAOLO, vedi SIMONETTA PAOLO

SIMONI FRANCESCO, vedi SIMONINI FRANCESCO ANTONIO

SIMONI LUIGI
Parma 1788/1793
Falegname. Verso l’anno 1788 realizzò una cassa d’organo nella chiesa della Santissima Trinità dei Rossi in Parma, con intagli del Marchetti, e fu attivo in Palazzo Sanvitale. Nell’anno 1793 è ricordato per un pagamento per lavori in Palazzo Sanvitale.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato diParma, Carte della famiglia Sanvitale, busta 547; Bezzi, 1978, 114; Il mobile a Parma, 1983, 261

SIMONINI FRANCESCO ANTONIO
Parma 16 giugno 1686-Venezia o Firenze post 1755
Venne educato alla pittura dal Brescianino e da Ilario Spolverini a Parma, dove entrambi gli specialisti di battaglie operarono, nonché sullo studio di Jacques Courtois e delle incisioni di Callot. Si recò poi a Firenze dove soggiornò, lavorò e studiò le opere del Borgognone. Aprì quindi bottega a Bologna (forse tra il 1721 e il 1727), dopo aver vissuto per qualche tempo anche a Roma. Non esistono comunque elementi certi che consentano di precisare le date entro le quali effettuò questi spostamenti o di indicare la durata e la sequenza delle varie residenze. Mancano parimenti notizie circa la sua attività in questo primo lungo periodo. Approdò infine a Venezia, nella cui fraglia pittorica è menzionato dal 1740 al 1745. Ma vi risiedeva già da molti anni, come fanno fede le ricevute di pagamenti (datati 1733 e 1737-1741) fattigli dal feldmaresciallo conte Giovanni Mattia von der Schulenburg, al servizio del quale il Simonini operò. Se poi, come dimostrano anche numerosi suoi disegni manifestamente schizzati dal vero, accompagnò il condottiero tedesco, che guidò le truppe della Repubblica, nelle sue campagne contro i Turchi in Dalmazia e durante la difesa di Corfù (1715-1716), i suoi rapporti con Venezia anticipano addirittura il soggiorno bolognese. Il ritratto equestre del condottiero e nove delle battaglie dipinte per lui sono in deposito al Museo di Hannover e sono la base per una ricostruzione critica del Simonini, dalla tecnica pittorica ricca e sciolta e dai colori pastosi e vivaci. Molte opere del Simonini si trovano sul mercato e in collezioni private: un suo Mercato è nelle gallerie fiorentine e buoni affreschi decorativi a grisaille sono nella villa Pisani di Stra. Tre acqueforti sono citate da Le Blanc. Dal Simonini incisero F. Berardi, P.G. Palmieri, M. Pelli, T. Viero, F. Vivares, J. Magner, D.M. Zilotti (Serie di battaglie inventate e disegnate da F.S. e da altri celebri autori, Bologna 1760). Nei sei anni durante i quali è citato tra i pittori di Venezia, dipinse, secondo l’Orlandi, una sala in casa Cappello (1744; opera della quale non esiste più traccia) e compì (dopo il 1740) gli affreschi nella villa Pisani a Strà. Dopo la morte dello schulenburg (1747), attento collezionista di quadri e sculture per il quale il Simonini, oltre a quella di pittore e disegnatore di battaglie, svolse anche le funzioni di consigliere e restauratore, si recò a Firenze (1749). Sempre secondo l’Orlandi, nel 1753 dimorò ancora a Venezia. Se si considerano autografe l’iscrizione e la data a tergo delle due tele esposte alla relarte a Milano nel 1965, il Simonini fu ancora attivo nel 1755. Il suo linguaggio è innanzi tutto veneziano: la sua predilezione per i colori chiari, stesi a rapidi tocchi, fa pensare a Guardi, anch’egli protetto di Schulenburg. Il Simonini, tra l’altro, maestro di Casanova, fu anche acquafortista. Le sue incisioni, ben costruite e intagliate, sono piuttosto rare e ignorate dai comuni repertori
FONTI E BIBL.: P.A. Orlandi, Abecedario Pittorico, Venezia, 1753; L. Lanzi, Storia pittorica dell’Italia dal Risorgimento delle Belle Arti fin presso alla fine del xviii secolo, Edizione Quarta, Pisa, 1816, tomo iii, 108; S. Ticozzi, Dizionario degli Architetti, iii, 1832, 346; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 266, G. Fiocco; La pittura veneziana del ’600 e ’700, Firenze, 1929; G. Delogu, Disegni di francesco Simonini a Venezia, in Dedalo 12 1931, 827-840; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, xxxi, 74-75; Mariette, Abecedario 1858-1859; Basan, Diz., 1890; H.H. Füssli, Diz., 2, 1806-1821; Nagler, Diz., 16, 1846; Le Blanc, Man., 3, 1888; Mireur, Diz., 7, 1912; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, Museo di Parma, 1651-1700; F. Bartoli, Le pitture di Rovigo, Venezia, 1793; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 168; G. Lorenzetti, Venezia e il suo Estuario, Milano-Roma, 1927; A.O. Quintavalle, La R. Galleria di Parma, Roma, 1939; G. Lorenzetti, La pittura italiana del ’700, Novara, 1942; R. Pallucchini, I dipinti della Galleria Estense, Roma, 1945; Enciclopedia della pittura italiana, III, 1950, 2302; L. Magagnato, Disegni del Museo Civico di Bassano, Venezia, 1956; C. Donzelli, I pittori veneti del Settecento, Firenze, 1957; R. Pallucchini, La pittura veneziana del Settecento, Venezia-Roma 1960; A. Morassi, F. Simonini ein Schlachtenmaler des Settecento, in Pantheon 1 1961; T. Pignatti, La Fraglia dei pittori di Venezia, in Bollettino dei Musei civici veneziani, n. 3, 1965, 16-39; E. Bénézit, vii, 777; F. Cessi, in Le Muse xi, 105; A. Rizzi, Mostra della pittura del ’700 in Friuli, catalogo, Udine, 1966; S. Beguin, Notes sur Francesco simonini, in Arte Veneta 20 1966, 282-285; F. Haskell, mecenati e pittori, firenze, 1966, 47; G.M. Zuccolo Padrono, I disegni di A.F.Simonini, in Arte Veneta 21 1967, 185-194; M. Precerutti Garberi, Affreschi settecenteschi nelle Ville Venete, Milano, 1968; Arte e incisione a Parma, 1969, 43; Pitture, disegni e stampe del ’700, dalle collezioni dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste, catalogo, Gorizia, 1973; Dizionario Bolaffi, x, 1975, 329; M. Zecchini, Note su francesco Antonio Simonini, Milano, 1976; Architectural, ornament, Landscape, and Figure Drawings, middlebury College, Vermont, 1975, 67-68; Gli affreschi nelle Ville Venete dal Seicento all’Ottocento, Milano, 1978; E. Martini, La pittura del Settecento veneto, Maniago, 1981; La battaglia nella pittura del xvii e xviii secolo, 1986, 415-418; Dizionario pittura e pittori, V, 1994, 221.

SIMONIS
Parma 1788/1791
Nel 1788 cantò per l’Accademia Filarmonica di Parma nel concerto tenuto la prima domenica di quadragesima: venne retribuita con 5 pezze di Spagna. Il 6 marzo successivo si esibì in un’accademia d’onore e nel 1790 venne scritturata per cantare in tutti i concerti organizzati dalla società. Il 30 aprile 1791 la reggenza dell’Accademia deliberò di pagarla con 4 zecchini, dato che ha cantato diverse volte nelle serali accademie.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Accademia; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

SIMONIS FERDINANDO
Parma 28 novembre 1773-Parma 13 marzo 1837
Figlio di Georges, cornista dell’orchestra ducale di Parma, e di Domenica Marcheselli. Studiò, oltre che con il padre, con Rolla, Fortunati, Lanfranchi e Ghiretti. Nel 1789 divenne violista della Reale Orchestra di Parma e poi maestro al cembalo al Teatro Ducale, comparendo contemporaneamente nella veste di cantante in alcuni teatri cittadini. Appare nelle cronache cantore nel Teatro di Santa Caterina, nel Pigmalione di Sografi-Cimadoro, da J.-J. Rousseau, nel 1810, e l’anno successivo in una ripresa di Agnese di Paër. Nel 1812 aprì nella propria casa una scuola di musica che però ebbe vita breve, salvo per le lezioni di canto. Più tardi (2 maggio 1818), grazie all’appoggio della duchessa Maria Luigia d’Austria, divenne insegnante di canto e direttore artistico della Scuola di canto corale nell’ospizio delle Arti di Parma e maestro al cembalo, ossia responsabile delle voci e del palcoscenico, dell’Orchestra di Corte (nominato il 9 maggio 1816; tra il 1819 e il 1820 ne fu il direttore) sino al 1834. La funzione didattica pubblica, esercitata in maniera forse non sempre commendevole, gli attirò dal palazzo censure e rilievi assillanti. Fu anche maestro di cappella del Concerto privato della Duchessa (dal 2 dicembre 1816) e della chiesa della Steccata di Parma (1830-1836). La segnata ma nascosta incidenza del Simonis nella cultura musicale parmense va ricercata nelle funzioni plurime svolte da lui assiduamente e con burocratica efficienza, non soltanto quale sovraintendente e controllore dell’orchestra, ma anche come maestro privato della Sovrana, collaboratore nella definizione dei programmi delle accademie di Corte, nell’esecuzione al pianoforte ove occorresse e fornitore di musiche trascritte e arrangiate per quelle circostanze domestiche. Fu autore delle seguenti composizioni per orchestra: Concerto per pianoforte (1808), Grand Concert (1808), cinque Quadriglie; due Polonaises, De profundis per soli coro e orchestra (1835). Compose inoltre Cantata per la nascita del Re di Roma (testo di Bottioni, 1811), Marte e la pace, per il genetliaco di Napoleone (testo di Bottioni, 1812), Annunzio del vicino arrivo di S.M. la Principessa Imperiale Arciduchessa d’Austria Maria Luigia (F. Maestri, 1816) e liriche, tra cui due con accompagnamento di chitarra.
FONTI E BIBL.: C. Gallico, Le capitali della musica. Parma, 1985, 140-142; Dizionario musicisti Utet, vii, 1988, 297.

SIMONIS GEORGES
Francia ante 1754-Parma 25 maggio 1801
Fu suonatore di corno da caccia del Real Concerto di Parma dal 1754, con l’annuo stipendio di 5000 mila lire dal 1° aprile 1766. In Parma si sposò con Domenica Marcheselli della vicinia della Santissima Trinità ed ebbe due figli: ferdinando e Giovanni, anch’essi musicisti. Il Simonis fu anche suonatore d’arpa.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato parma, Ruolo A, i, fol. 154; H. Bédarida, Parme et la France, Paris, 1928, 489; Libri del Battistero alla data sopraindicata; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 209; dizionario musicisti Utet, vii, 1988, 297.

SIMONIS GIOVANNI
Parma 12 febbraio 1776-
Figlio di Georges, musicista alla corte ducale di Parma, e di Domenica Marcheselli. Fu tenuto a battesimo da Giovanni Grilliet e, in suo nome, da Giovanni Menot. Fu nominato il 22 dicembre 1800 suonatore di viola in soprannumero del Reale Concerto di Parma.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo B, I, fol. 255; Libri del Battistero; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 209; N.Pelicelli, Musicisti in Parma, in Note d’Archivio 1934; C.Gallico, P.Guarino e G.P.Minardi, F.Simonis musicista in Parma, parma, 1978; Dizionario Musicisti Utet, VII, 1988, 297.

SIMONIS LUIGIA
Parma 1837/1838
Arpista, nella stagione di Carnevale 1837-1838 suonò al Teatro Ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: Inventario; Stocchi; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

SINIGAGLIA GIUSEPPE
Correggio-post 1831
Visse a Parma, dove si distinse per fervore patriottico nei moti del 1831: Alzò un bastone con fettucce tricolori e così guidò la moltitudine nella piazza. nel veglione ultimo cercò di mettere la bandiera tricolore sul palco reale. Dovette, col ritorno della duchessa Maria Luigia d’austria, allontanarsi dal territorio del Ducato di Parma e Piacenza, essendo considerato uno dei maggiori coinvolti in quella rivoluzione. Inutilmente il padre cercò di impetrarne il ritorno dall’esilio.
FONTI E BIBL.: A del Prato, L’anno 1831 negli ex-ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, Parma, 1919; S.Foa, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 298; O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 205; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 185.

SINULEIUS GAIUS MICCALUS
Parma ii/iii secolo d.C.
Di condizione incerta, è il dedicante di un’epigrafe, perduta ma documentata come reperita nel centro cittadino di Parma, dedicata alla coniunx Praec[ili]a Severina, con la quale era vissuto due anni, otto mesi e ventidue giorni. La denominazione è pressoché sconosciuta: il nomen Sinuleius (se tale è la lettura esatta, data la lacuna del testo) non si riscontra in altre epigrafi dell’Italia settentrionale. Miccalus è cognomen pure quasi sconosciuto, non presente in Cisalpina.
FONTI E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 168.

SIRI FRANCESCO
Parma 2 novembre 1608-Parigi 6 ottobre 1685
Figlio di Ottavio e Maria Caterina. Entrò nell’ordine benedettino nel 1625, ma più tardi lasciò il monastero e si fece prete secolare. Ebbe il titolo di abate di Vallemagna. insegnante di matematiche a Venezia, entrato a contatto dell’ambiente diplomatico, prese a interessarsi degli avvenimenti politici contemporanei e a farne oggetto di speculazione e di relazione. A ciò probabilmente non fu estraneo l’impulso dell’ambasciatore francese. nel 1640 il Siri, con lo pseudonimo di Capitano Latino Verità, pubblicò Il politico soldato monferrino, in cui si fece patrocinatore di una lega tra il Papa, Venezia e la Francia, intesa a promuovere la libertà d’Italia contro la Spagna. Seguì Lo scudo e l’asta del soldato monferrino, in cui ribadisce polemicamente il medesimo assunto. Intanto veniva lavorando a quella vasta narrazione diaristica in 15 tomi, che s’intitola il Mercurio Politico e abbraccia gli avvenimenti dal 1635 al 1655: una lunga introduzione dà un ampio e ben rilevato quadro della situazione politica europea alla fine del Cinquecento. L’opera ebbe successo: la pubblicazione dei vari tomi fu attesa e celebrata come un grande evento. Entrato al servizio del re di Francia, fu nominato residente francese a Venezia e storiografo reale, ma venuto in sospetto della Serenissima per il suo continuo indagare intorno agli avvenimenti politici, riparò a Modena sotto la protezione di quel Duca (1647). Nel 1649 compì il primo viaggio in Francia e in seguito (1653) vi si stabilì. Alla pubblicazione del Mercurio Politico (1644-1682) accompagnò quella (1676-1679) degli otto tomi delle Memorie recondite, che vanno dal 1601 al 1640, per le quali si valse di importante materiale documentario. contengono notizie più importanti, ma assai più del Mercurio riescono disordinate e confuse. Del mercurio, che è l’opera più interessante, fu compiuta una riduzione in francese in 24 volumi e in francese furono tradotte le memorie recondite in 18 volumi a cura del Requier. Secondo E. Tesauro, sono di mano del Siri due libretti polemici contro una sua Lettera informativa per modo di apologia (1668), indirizzata al Siri, e alla relativa replica (Riflessi, 1671), cioè la Risposta del sergente maggiore Cristoforo Silva (1671) e i Controriflessi del sergente maggiore Cristoforo Silva (1673), pubblicati sotto il nome di Vercellino Maria Visconti. Il Siri dichi-ara apertamente di non aver usato molta diligenza nello scrivere, mentre si dà vanto di imparzialità e di incorruttibilità e ammette tuttavia di essere obbligato servitore della Francia. Bisogna riconoscergli buona informazione (si valse per primo di materiale archivistico francese concessogli dal Richelieu), giudizio sicuro e, a parte la dichiarata francofilia, obiettivo. Possiede ampiezza e acutezza di visione e, con M. Bisaccioni e G. Gualdo priorato, rappresenta l’ultima generazione di storici italiani che della storia ebbero una visione universale.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, Parma, 1789-1797, v; A. ronchini, Vittorio Siri, in Atti e memorie delle Regie deputazioni di Storia patria per le province modenese e parmense, 1870; G.Claretta, Sui principali storici piemontesi, Torino, 1878; J. Flammermont, Les correspondances des agents diplomatiques ètrangers en france avant la Rèvolution, Parigi 1896; C. Morandi, Una polemica sulla libertà d’Italia a mezzo il Seicento, in Nuova Rivista Storica ii 1927; B. Croce, Storia dell’età barocca, Bari, 1929; Enciclopedia italiana, xxxi, 1936, 885; Dizionario Utet, XI, 1961, 940; Galletti, Monastero di S.Giovanni Evangelista, archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 68; dizionario Bompiani degli Autori, 1987, 2138; Storia civiltà letteraria, 1993, ii, 619.

SIRI VITTORIO, vedi SIRI FRANCESCO

SIROCCHI PIETRO
Parma 1841
Tipografo. Fu torcoliere presso la vedova di Giovan Battista Bodoni nel 1841.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della stampa, 1969, 305.

SISMONDO DA PARMA
Parma-post 1474
Cantore nel 1474 prestò servizio nella cappella di San petronio a Bologna.Era retribuito con 2 lire.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

SISSA PIETRO
Castellucchio novembre 1915-Milano 14 aprile 1989
Si trasferì a Traversetolo nel 1936, seguendo il padre, che fu segretario comunale in questo paese per molti anni. Frequentò l’Università di Parma e si laureò in Giurisprudenza. Al termine degli studi venne richiamato nel Corpo degli alpini e prese parte alla seconda guerra mondiale. Subì una lunga prigionia in germania, che si protrasse fino alla fine della guerra. Su quel travagliato periodo scrisse due libri: La banda di Dohren, pubblicato nel 1951 nella collana Gettoni di Einaudi, col quale si aggiudicò il premio Viareggio Opera prima, e Sapore di mele, uscito nel 1981. Il Sissa cominciò a scrivere in giovane età e questa passione lo accompagnò per tutta la vita. Con il primo libro, seguito poi da molti altri, si fece ben presto conoscere dal grande pubblico, che apprezzò la sua produzione letteraria, la quale è molto vasta e spazia tra diversi generi. Quello con il quale ottenne il maggiore successo fu la letteratura per bambini, i cui titoli più noti sono: Storia di una scimmia, Mostarda e Profumo alla fiera di Gonzaga e il racconto a tema ecologico Questo nostro paradiso, adottato dalle scuole medie inferiori. L’ultimo lavoro, che gli valse il premio Andersen per la più bella fiaba dell’anno, fu Quando un gatto diventa re, edito da Mondadori, casa editrice con la quale collaborò a lungo, scrivendo anche diversi racconti pubblicati su riviste letterarie. Sulla Gazzetta di Parma scrisse novelle e critiche d’arte. Tra le dimensioni di questa attività divenuta ben presto vocazione, il Sissa tramò una sottile ma resistente vena narrativa, la quale, senza aderire ad alcuna moda, suscita e sostanzia un lavoro di grande sensibilità e di profondo magistero poetico.
FONTI E BIBL.: G. Marchetti, in Gazzetta di Parma, 15 aprile 1989, 4.

SITONI NICCOLÒ
Parma seconda metà del xv secolo
Orefice attivo nella seconda metà del xv secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 328.

SITTI GIUSEPPE
Parma 4 ottobre 1865-Parma 1 dicembre 1944
Entrò giovanissimo nel corpo degli impegati municipali del Comune di Parma e fu destinato all’Archivio con modeste funzioni d’ordine, mentre reggeva le sorti Enrico Scarabelli Zunti, ordinatore sapiente e paziente.Aquella scuola il Sitti apprese tutto quello che poi gli fu utile nella carriera e negli studi.Pur essendo sfornito di istruzione scolastica, il Sitti si fece con la pazienza e la tenacia una buona cultura e soprattutto acquistò assoluta padronanza della raccolta cui egli venne preposto col grado di archivista nel 1909 e che tenne onorevolmente fino al 2 luglio 1931, quando fu giubilato.Il Sitti è noto agli studiosi per le sue non poche pubblicazioni, le quali costituiscono notevoli e preziose raccolte di materiale, cui lo storico può attingere con sicurezza: bibliografia generale parmense (1904, in collaborazione con Stefano Lottici Maglione, nella quale sono indicate sistematicamente oltre seimila opere concernenti Parma), Archivio Comunale di parma (1914, storia della raccolta cui dedicò la vita, corredata dall’elenco degli archivisti a partire dal 1545), Il Risorgimento italiano nelle epigrafi parmensi (1915, corredato degli elenchi dei concittadini che presero parte ai moti politici del 1821 e dei volontari delle campagne della patria indipendenza), Caduti e decorati parmigiani nella guerra di Liberazione 1915-1918 (1919, con fotografie), Parma nel nome delle sue strade (1929, costituente uno stradario ordinato e storicamente esauriente e interessantissimo), Glorie parmensi alla conquista dell’Impero (in collaborazione con Giovanni Corradi, del 1937, che si rifà alla conquista dell’Eritrea nel 1887, ricordando pure i missionari) ed Eroismo dei legionari parmensi nella guerra di Spagna (1940, complemento alle raccolte precedenti). Infine va ricordato l’omaggio che il Sitti dedicò al suo maestro, pubblicando gli elenchi dei Consoli, Governatori e Podestà di Parma dal 1100 al 1935, raccolta lasciata inedita da Enrico Scarabelli Zunti e completata dal Sitti.
FONTI E BIBL.: Aurea parma 1945, 52; A. Scotti, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1949/1950, 35-36; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 140.

SIVALLI LUIGI
Cremona 10 dicembre 1811-Parma 5 gennaio 1877
Calcografo, fu allievo di P.Toschi.Collaborò all’opera maggiore del maestro sugli affreschi del correggio e del Parmigianino.Incise, tra l’altro, il S.Girolamo (dal Correggio) e il ritratto di C.Bombelli.Collaborò alla R.galleria di Torino del D’Azeglio (Vittoria della Rovere, da Sustermans) e alla Galleria Pitti di Luigi Bardi (Cardinale Ippolito de’ medici, da Tiziano).Fu premiato all’esposizione del 1861 in Firenze per l’incisione Madonna del S.Girolamo dal Correggio. Divenne uno dei maggiori collaboratori del Toschi.Buon ritrattista e riproduttore egregio del Correggio e del Parmigianino, fu invece men che mediocre illustratore di volumi (lavorò per diversi editori lombardi incidendo su acciaio e su rame acciaiato).
FONTI E BIBL.: P.Martini, L’Arte dell’Incisione in Parma, 1873; L.Callari, Storia dell’arte contemporanea in italiana; Esposizione italiana tenuta in Firenze nel 1861, Firenze, III, 1865; Le Blanc, Manuel de l’amat. d’est., III, 1888, 527; Gazzetta di parma 20 gennaio 1851 e 18 gennaio 1858; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1801/1850, ms. nel Museo di Parma; U. Thieme-F.Becker, Künstler-Lexicon, 31, 1937, 108; Catalogo ufficiale dell’Esposizione di Parma del 1871; A.alessandri, Scolari cremonesi nella celebre scuola di P.Toschi in Parma, in La Rivista di cremona 6-7 1928, 20; A. Peliccioni, Incisori, 1949, 169; L. Servolini, dizionario incisori, 1955, 760; Arte incisione a Parma, 1969, 59.

SIVELLI EUGENIO
Parma 5 febbraio 1835-Verona 1918
Figlio di Giuseppe e Sdelaide Casali.Fece le campagne risorgimentali del 1860-1861 e quella del 1866 e in entrambe fu decorato.Raggiunse nel 1895 il grado di Maggiore generale in posizione ausiliaria.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia militare, Milano, s. a.; A. Ribera, Combattenti, 1943, 359.

SIVELLI LUCIANO
Parma 19 febbraio 1831-Parma 2 agosto 1900
Figlio di Giuseppe e Adelaide Casali. partecipò come ufficiale di fanteria alle campagne del 1866 e del 1870.Raggiunse il grado di Tenente generale nella riserva.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia militare, Milano, s. a.; A. Ribera, Combattenti, 1943, 359.

SLAWITZ BRUNO
Noceto 21 ottobre 1907-Milano 30 agosto 1968
Figlio di Emilio, presidente dell’Unione Sportiva Nocetana, e di Annita Bongrani. Nel 1916 si trasferì con la famiglia a Milano e dopo gli studi liceali intaprese la carriera di giornalista sportivo. Il suo esordio nel mondo del giornalismo avvenne in giovanissima età con la Gazzetta dello Sport, ma la sua brillante carriera, proseguita in altri quotidiani sportivi (Stadio, Tuttosport), è legata soprattutto al Guerin Sportivo, settimanale che faceva opinione e svolgeva funzione anche di critica e di costume. Dalle colonne del Guerin Sportivo, che diresse per una ventina di anni e che per motivi di salute lasciò nel 1967, un anno prima della morte, sostenne fiere battaglie e vivacissime polemiche aventi come unico fine il bene del calcio e dello sport nel suo insieme. Quando lo Slawitz lasciò il Guerin Sportivo, al suo posto venne chiamato Gianni Brera. Lo Slawitz, oltre che giornalista dalla vena brillante, fu anche grande appassionato di musica lirica, intenditore tra i più preparati e critico tra i più autorevoli. Fu consulente di un’importante casa discografica, amico dei più noti cantanti lirici, appassionato e raffinato collezionista di dischi di musica lirica e sinfonica. Prima di morire, lo Slawitz espresse la volontà, rispettata dai familiari, che la sua collezione discografica fosse donata al Comune di noceto. Si tratta di un patrimonio di valore inestimabile: 1265 dischi a 78 giri con le voci dei massimi cantanti (Caruso, Gobbi, Callas, Gigli, Pertile,Rossi Lemeni, Stabile, Schipa, Tamagno, Tebaldi e tantissimi altri), 377 opere complete dei più celebri musicisti (Bellini, Cilea, Beethoven, Bizet, Mascagni, verdi, Wagner, Puccini, Leoncavallo, mendelssohn), 450 titoli di musica sinfonica (bach, Brahms, Dvorak, Handel, Schubert, vivaldi, Strawinsky). La discoteca comunale, collocata nei locali della rocca, fu intitolata allo Slawitz. Lo Slawitz fu sepolto nel cimitero di Noceto.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II 1947, 1005; G. Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 283-284; Gazzetta di Parma 5 agosto 1998, 19.

SMAGLIATI GIANMARIO, vedi SMAGLIATI GIOVANNI MARIO

SMAGLIATI GIOVANNI MARIO
Parma 1476/1482
Mercante. Secondo il da Erba, scrisse una Cronica in volgare dal 1476 al 1482, la quale potrebbe essere stata un volgarizzamento o un compendio del Diarium Parmense ab anno 1477 ad 1482 auctore Anonymo, tratto da un coevo manoscritto del conte Francesco Torelli e pubblicato nel tomo XXII dei Rerum italicarum Scriptores (Milano, 1733).

FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 27.

SMAGLIATI GIULIO
Parma 8 febbraio 1548-post 1576
Figlio di Giovanni Antonio e Lucia. Nacque da famiglia illustre, cha vantava un Gianmario e un Leone (autori delle Cronache di Parma, rispettivamente dal 1476 al 1482 e dal 1494 al 1498). Studiò lettere, filosofia e legge. Nel 1574 promosse con E. Visdomini e G. aessandrini l’Accademia degli Innominati e due anni dopo, presso Viotti in Parma, pubblicò un piccolo volume di Rime. In seguito si allontanò dall’Accademia per dedicarsi alla giurisprudenza.

FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1959, 20, e 1 1958, 37; F. da Mareto, Bibliografia, II 1974, 1005; Letteratura italiana Einaudi, II, 1991, 1645.

SMAGLIATI LEONARDO
Parma 1450/1458-Parma ottobre/dicembre 1524
Scrisse una interessante cronaca di Parma, comprendente il periodo tra il 1494 e il 1518. In essa annota, con metodo e scrupolo, avvenimenti locali e di politica italiana, fornendo per molti di essi giudizi moralistici e ispirati da un sincero favore verso le classi popolari. Quel poco che si conosce sulla vita dello smagliati si deve alla diligenza di Umberto benassi, che nel 1899 pubblicò a puntate sul quotidiano Gazzetta di Parma (nn. 94-111) un interessante studio, poi raccolto in volumetto, frutto di ricerche d’archivio e denso di acute considerazioni sull’opera dello Smagliati. Il vero nome dello Smagliati non era Leone ma Leonardo (il primo costituiva un appellativo familiare). Se per far parte del Consiglio generale della Comunità bisognava aver compiuto venticinque anni e lo Smagliati fu eletto per la prima volta a tale ufficio nel 1501, si deve dedurne che nacque prima del 1476: il suo accenno al freddo eccezionale dell’inverno 1476 contenuto nella Cronaca potrebbe poi dimostrare che a quell’epoca era in grado di possedere memoria dell’avvenimento. Se poi si considera che nel 1488 era già padre di una bimba, cui impose il nome di Margherita, è realisticamente corretto porre la sua nascita tra il 1450 e il 1460. Abitò nella vicina San giorgio, al centro della città, e a poca distanza da casa, in piazza Grande, tenne la bottega di libraio. La professione dovette permettergli una certa agiatezza: fu infatti proprietario di beni immobili che nel 1503 donò a un nipote a lui sommamente caro, Giovan Maria smagliati, con patto di usufrutto a proprio favore, vita natural durante. Le favorevoli condizioni economiche gli permisero anche di prestare spontaneamente denaro alla Comunità parmense nel 1522, per sovvenire alle spese di una guarnigione di soldati stanziata sul territorio. Si può pensare che godesse di una certa posizione di prestigio nella corporazione dei mercanti di cui fece parte in qualità di maestro, per cui partecipò alla vita politica, schierandosi a favore delle Tre Parti (una delle due tradizionali fazioni in cui era divisa la città che, con i Rossiani, ricalcavano le ancora più antiche divisioni di ghibellini e guelfi) e fece parte (per dodici anni, dal 1501 al 1513) del Consiglio generale della Comunità. Fu anziano in due occasioni, nel 1502 e nel 1507, ogni volta per un periodo bimestrale. Durante il suo secondo anzianato, fece aprire il pozzo di Baratron, sulla piazza Grande, che non tralascia di ricordare nella Cronaca all’occasione, come una sua creatura. Nel 1511 fu deputato alla Sanità ma di questo incarico non fa cenno nella sua opera, come pure di minori uffici esercitati. La Comunità dovette aver fiducia in lui: sicuramente ebbe libero accesso ad atti e documenti, come potrebbero dimostrare certi passi della Cronaca, e nell’assolvere i suoi compiti certo dimostrò lo stesso scrupolo e lo stesso amore per la giustizia di cui diede prova nella sua opera. La cui redazione, iniziata nel 1494 e proseguita fino al 1518 e oltre, riverbera l’età non più giovanissima dello Smagliati. La sua morte avvenne nel 1524. Il 10 settembre di quell’anno era ancora vivo. Nei registri del comune si trova un’ordine di pagamento relativo alla restituzione della somma prestata nel 1522, consistente in 15 denari, ma al 16 dicembre i registri riportano lo stesso mandato di pagamento riferito, questa volta, heredibus domini Leoni Smayati.
FONTI E BIBL.: S. Di Noto, Leone Smagliati, 1970, 12-14; T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 98.

SMAGLIATI LEONE, vedi SMAGLIATI LEONARDO

SMAYATI, vedi SMAGLIATI

SMERALDI ANTONIO
-Parma xvi secolo
Frate carmelitano del Convento di Parma, dotato di grande dottrina e fine oratore, fu più volte eletto Definitore nei Capitoli. Fu sepolto nella chiesa dei Carmelitani in Parma.

FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 76.

SMERALDI ETTORE
Parma 11 ottobre 1577-Parma ante febbraio 1636
Figlio dell’architetto Smeraldo. È ricordato dalle fonti come pittore e incisore ma nulla è noto della sua attività pittorica. Resta dello Smeraldi il frontespizio del Dialogo ove si tratta della theorica e prattica di musica di Pietro Ponzio (stampato a Parma nel 1595); una complessa incisione in rame recante il titolo al centro di una quadratura architettonica alla sommità della quale è il ritratto dell’autore tra due figure allegoriche raffiguranti l’Aritmetica e la Musica e numerosi emblemi musicali, firmata hector smiraldus sculpsit. Di sua mano è anche il secondo foglio dello stesso libro, recante emblemi musicali. Ereditò dall’illustre genitore la professione di ingegnero, che svolse in gran parte presso la Corte estense nei primi decenni del XVII secolo, e l’interesse tecnico scientifico per i fenomeni idraulici. Ideò una macchina per sollevare l’acqua. Il moto era dato dal tiro di un cavallo posto su di un soppalco. Questo azionava un albero verticale su cui era calettata una ruota in legno dentata con pioli, il cui moto rotatorio era trasmesso, per mezzo di un rocchetto o pignone, all’albero principale posto in posizione orizzontale, sopra il quale passa il cavallo che tira d.a rota. All’albero principale era fissata la ruota sollevatrice composta da una serie di quattro spirali di Archimede che innalzavano l’acqua fino all’asse e a quell’altezza la scaricava all’esterno tramite un tubo con quattro fori: di q.le boche esce l’acqua.

FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, vol. XXXI, 1937, 154; Z., I/17, 1823) 306; A. Pezzana, Memorie degli scrittori parmigiani, VI, parte II, Parma, 1833, 575; E. Scarabelli Zunti, documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, museo di Parma, volume 1601-1650; Archivio di Stato di Parma: Ettore Smeraldi e la sua famiglia; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 169; Dizionario Bolaffi Pittori, X, 1975, 337; P. Zanlari, Tra rilievo e progetto, 1985, 328.

SMERALDI FRANCESCO
Parma 1599-Parma 17 maggio 1630
Figlio di Smeraldo. A partire dal 1619 fece parte della Società di Gesù, con sede a Parma. Teologo, esercitò azione di grande carità nelle campagne. Professò umane lettere a Ravenna e a Bologna. In seguito, a Parma insegnò filosofia, Teologia e Matematica e contemporaneamente fu destinato quale Moderatore in consiglio. Morì all’età di 31 anni, senza aver potuto realizzare il desiderio di recarsi nelle Indie.

FONTI E BIBL.: P. Alegambe, Heroes Societatis Jesu, 1658, 295.

SMERALDI GIACINTO
Parma 1578/1598-post 1628
Figlio di Smeraldo. Datosi in gioventù allo studio della pittura (Scarabelli), abbracciò poi la professione del padre, del quale fu collaboratore nell’Ufficio de’ Cavamenti. Se ne ha conferma nel nono libro delle Ordinazioni di quell’Ufficio: la tornata del 15 marzo 1628 (c. 57) fu tenuta praesentibus etiam magnificis Dominis Smiraldo et Hyacintho patre et filio de Smiraldis ejusdem Officii Peritis.

FONTI E BIBL.: A.Ronchini, Smeraldo Smeraldi, Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria 1872, 500.

SMERALDI GIOVAN BATTISTA o GIOVANNIi, vedi SMERALDI GIOVANNI BATTISTA

SMERALDI GIOVANNI BATTISTA
Parma 1512/1524
Figlio di Ruffino. Nel 1512 fu membro del Consiglio dei cittadini di Parma pro conservatione civitatis e pare abitasse nelle vicinanze di San Marcellino. Tra il 1522 e il 1524 fu castellano in Reggio Emilia per incarico della Sede Apostolica.

FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 24; gazzetta di Parma 19 febbraio 1996, 5.

SMERALDI GIOVANNI SMERALDO GASPARO
Parma 18 dicembre 1553-Parma 23 giugno 1634
Figlio di Giuseppe o di Giovanni Smeraldo, appartenente a una famiglia della piccola nobiltà decaduta. Secondo le notizie del Ronchini, nel 1577 iniziò a lavorare come orafo nella bottega di Gianalberto Pini. In questo periodo produsse diversi oggetti d’oro e d’argento per l’Opera parrocchiale del duomo. Nel 1581 eseguì il braccio d’argento per la reliquia di Santo Stefano. Nel 1582 lavorò come incisore su invito di Giulio cesare Gonzaga per la zecca di Pomponesco. I due appaltatori della zecca, Domenico Rossi e Antonio Vuarna, lo raggirarono facendogli incidere monete false. Lo Smeraldi lavorò anche per le zecche di Correggio (1594-1595) e di Parma (1587-1592). Disegnò nel 1588 la mappa del territorio di Casalmaggiore e nel 1589 iniziò la pianta della città di Parma. Nel 1589 disegnò la pianta di Monticelli d’ongina: fin dal 1580 aveva iniziato a interessarsi alla cartografia e all’ingegneria idraulica. Nel 1590 presentò al duca Ranuccio Farnese il desegno del corso del Po, già iniziato nel 1588. Collaborò nel 1591 con l’ingegnere giovanni Antonio Stirpio alla fabbrica della cittadella, lavorando soprattutto al profilo dei bastioni. Nel 1592 venne imprigionato, probabilmente per le ruberie che si verificarono nella fabbrica della Cittadella in quel periodo. Nello stesso anno gli fu inflitta un’altra pena: domicilio coatto per inadempienze fiscali. Nel 1596 disegnò la mappa di Chiaravalle della Colomba e lavorò alla chiesa delle Cappuccine Nuove. Il 19 luglio 1597 venne nominato ingegnere presso l’ufficio dei cavamenti ducali, dove restò fino alla morte. Nel 1598 rilevò la foce del Parma sul Po e l’anno seguente disegnò la mappa dell’Oltrepò piacentino. Disegnò nel 1601 la corografia del canale di Medesano. Nel 1601 costruì la torre mozza del Duomo e dedicò al duca Ranuccio Farnese la celebre pianta della città di Parma, già disegnata dal 1589 al 1592. Rilevò nel 1603 la pianta di Fontevivo. Nel 1604 rilevò tutto il corso del canale Naviglio da Parma a Colorno, progettò un giardino per il Duca a Fontevivo, eseguì il diversivo del cavo Gambalone che risanò 11000 biolche di terreno ma che, per il suo mancato funzionamento, provocò una grossa diatriba con Giovanni Battista magnani, poi pubblicata. Partecipò nel 1606 al concorso per la ricostruzione del Palazzo comunale appena distrutto dal crollo della sua torre. Nel 1606 disegnò alcune piante del palazzo del Comune e la mappa di Medesano. Nel 1607 disegnò la mappa di Castelguelfo. progettò nel 1610 un canale a uso industriale sul fiume Trebbia a Perino. Delineò nel 1612 due mappe simili del mezzano e rilevò il fiume Enza tra Montechiarugolo e Montecchio. disegnò nel 1613 gli argini della Bonassola. Nel 1617 rilevò il tratto dell’Enza da martorano sino al Po. Nel 1621 rilevò il territorio di borgo San Donnino. Nel 1627 disegnò la mappa della bonificazione ferrarese e venne incaricato dal Duca di Modena di coordinare la bonifica delle Valli Ferraresi su proposta del marchese Bentivoglio. Rilevò nel 1628 il corso del fiume Parma. Infine nel 1632 progettò un canale nei pressi del Taro a Collecchiello, disegnò la casa del podestà di Zibello e rilevò il corso del canale Maggiore. Lo Smeraldi fu un bravissimo disegnatore, influenzato nella tecnica grafica dall’Aleotti, che fu suo amico. Lo Smeraldi compilò con cura minuziosa i Diarii, il cui studio sistematico porterebbe a una precisa conoscenza della condizione professionale dell’ingegnere a cavallo del Seicento. Intagliò anche in legno e in ottone, soprattutto eseguendo fregi, stemmi e marche tipografiche per la stamperia Viotti.

FONTI E BIBL.: L.Molossi, Vocabolario topografico, 1834, 253; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani, 1877, 422-423 e525; A. Pezzana, continuazione degli scrittori parmigiani, VI, parte 2, 917-921; L. Scarabelli, di Smeraldo Smeraldi ingegnere parmigiano, Parma, 1845; A. Ronchini, Smeraldo smeraldi, in Atti e memorie delle Regie Deputazioni di storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi VI 1872 (che tratta soprattutto della sua vasta attività d’orefice); T. Bazzi-U. Benassi, Storia di Parma, 1908, 304; Arte e incisione a Parma, Parma, 1969, 31; B. adorni, L’architettura farnesiana, 1974, 191; Palazzi e casate di Parma, 1971, 620-621; Io, Smeraldo smeraldi, ingegnero et perito, 1980, VII; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 29 gennaio 1990.

SMERALDI LORENZO
Parma ante 1551-post 1628
Figlio di Giovanni Matteo. Chiamato dal giovio Smeraldo da Parma, fu valoroso colonnello e Luogotenente di Sciarra Colonna durante l’assedio di Firenze, al servizio d Carlo V. partigiano dei Rossi per tradizione familiare, divenne poi gran sostenitore di casa Farnese, che servì con la qualifica di cameriere del duca Odoardo. Tra i provvigionati del Duca è indicato con l’appellativo di Magnifico.

FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 24-25; Gazzetta di Parma 19 febbraio 1996, 5.

SMERALDI LORENZO
Parma 1557
Iniziò l’ascesa sociale della famiglia. Nel 1557 fu incaricato del vettovagliamento dell’esercito ducale di Parma.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 19 febbraio 1996, 5.

SMERALDI LORENZO
Parma 1561/1623
Fu Gentiluomo di Camera di Ranuccio farnese (1618). Dello Smeraldi esiste una lettera del 1561 indirizzata al cardinale Alessandro farnese.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 19 febbraio 1996, 5.

SMERALDI LUCIO
Parma 1562/1571
Figlio di Lorenzo. Fu condottiero di fanti nella guerra contro gli Ugonotti, nonché valoroso soldato nella battaglia navale di Curzolari o Lepanto, contro i Turchi (8 ottobre 1571).

FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 25.

SMERALDI LUCIO
Parma 1618
Dottore.Nell’anno 1618 fu podestà di Borgo San Donnino.

FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.

SMERALDI MARCANTONIO
Parma prima metà del XVII secolo
Architetto e ingenere attivo nella prima metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 340

SMERALDI MARCANTONIO o MARC’ANTONIO, vedi anche SMERALDI MARCO ANTONIO

SMERALDI MARCO ANTONIO
Parma ante 1566-Parma post 1574
Frate carmelitano. Fu teologo e filosofo. operò nelle città di Ferrara, Mantova, bologna, Brescia, Milano e più in generale nell’italia settentrionale. Fu maestro lettore delle sentenze nel Collegio di Bologna. Più volte fu scelto come Definitore in vari Capitoli per la sua saggezza. Appartenne alla Congregazione Carmelitana di Mantova. Fu sepolto a Parma con grandi onori. Lo Smeraldi fu anche scrittore di versi latini. Se ne possono vedere alcuni in Oratio Angeli Bergomensis Carmelitae de divinae sapientiae et Beati Hieronymi laudibus (1574, Bononiae, Apud Joannem Rossium) e anche in Oratio in solemnitate Divi Hieronymi authore Jovita Gorzono (1566, Bononiae, Typis Benatii). nel 1566 era studente nel convento di San Martino di Bologna sotto l’insegnamento delGorzoni. Il Falcone, nella Cronica Carmelitana (f. 739) narra che fu celebratissimo Teologo, in Cattedre, e dispute, acutissimo Filosofo, ed eloquente dicitore de’ pergami predicando nelle prime Città di Lombardia, diffinitore in più Capitoli.
FONTI E BIBL.: G. Falcone, Cronica Carmelitana, 1595, 739; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 791.

SMERALDI ORAZIO
Parma 27 gennaio 1592-Parma 12 maggio 1672
Figlio di Giovanni Smeraldo Gasparo, celebre architetto, e di Dorotea. Dimorò in Roma per studiarvi umanità e filosofia. Decise quindi di rientrare a Parma per farsi gesuita (16 ottobre 1609). Dopo il noviziato in Novellara e in Piacenza, segnalandosi per intelligenza e cultura già vasta, insegnò letteratura nei collegi piacentino, parmense e reggiano. Di questi tre collegi fu anche rettore. Venne incaricato di comporre gli elogi epigrafici per i due monumenti a Ranuccio e Alessandro Farnese a Piacenza, opera del Mochi: havemo stimato molto convenevole a sì grand’opera far comporre dal Padre Orazio Smeraldi Gesuita parmeggiano, l’inclusi elogi che sono l’espressiva dell’impresa e far designare il carattere in forma maiuscola col quale si dovranno intagliare nel bronzo a lettere d’oro essi elogi. Lo Smeraldi fu precettore per undici anni e confessore di Francesco Maria Farnese. Fu infine Rettore del Collegio dei Nobili di Parma dal 1637 al 1646 e ancora dal 1650 al 1658. Pubblicò Vitam commitissae Lucretiae Scottae (Piacenza, typis Ioannis Bazachi, 1670). Lasciò inoltre i seguenti scritti inediti: (in Biblioteca Palatina di Parma.) De Principi e progressi del Collegio de’ Nobili di Parma, ms. 561, De Philosophiae laudibus, Parma, 1606, ms. Parmense 120, De Beata catharina Virgine ac Martyre Patronaque studiorum, alia, Oratio, I - II, ms. Parmense 120.

FONTI E BIBL.: P. Ribadeneira, Bibliotheca Scriptorum Societatis Iesu, 1676, 352; I. Affò, Memorie, V, 196-197; G. Capasso, Il Collegio dei Nobili di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1904; G. Berti, Studio Universitario Parmense, 1967, 36; Palazzi e casate di Parma, 1971, 621.

SMERALDI SCIARRA
Parma ante 1545-1562
Figlio di Lorenzo. Fu Capitano di Fanteria e combatté in Italia e alle Sirti, in Africa, dove fu fatto prigioniero. Lo Smeraldi finì ucciso, forse in battaglia.

FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 25.

SMERALDI SMERALDO, vedi SMERALDI GIOVANNI SMERALDO GASPARO

SMERALDO DA PARMA, vedi SMERALDI LORENZO

SMERANDI TOMMASO
Parma prima metà del XVIII secolo
Pittore attivo nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 202.

SMIDT OTTAVIO
Parma 1604/1612
Detto anche Otavio Tedesco.Attivo in Parma all’inizio del Seicento.D.Fabris riporta una lettera del 13 novembre 1604 dalla quale risulta la consegna ad Andrea Falconieri sonatore di un leuto novo et due casse, et un fondo à un altro leuto.Dello Smidt si conosce solo una bella tiorba custodita al Museo Civico Medioevale di Bologna con etichetta manoscritta Ottavio Smidt in Parma 1612.Dello strumento solo parte della cassa e ponticello risulterebbero originari: il manico è ottocentesco.considerando i fori nel ponticello, poteva essere armato per undici cori doppi oppure per sei cori tastabili e cinque doppi di bordone.
FONTI E BIBL.: G.Antonioni, Dizionario dei costruttori, 1996, 132.
SMIRALDI, vedi SMERALDI

SMIT JACOPO
Parma prima metà del XIX secolo
Pittore ornatista e decoratore attivo nella prima metà del XIX secolo. Ebbe alle proprie dipendenze il Borghesi.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 252.

SMITH GIACOMO, vedi SMIT JACOPO

SMITI, vedi SMITTI

SMITTI CRISTOFORO
Parma 1595/1614
Fratello di Michele. Orefice attivo nel periodo 1595-1614.

FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVII, 1823, 309.

SMITTI GIOVANNI
Parma seconda metà del XVI secolo.
Orefice attivo nella seconda metà del XVI secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 295.

SMITTI MICHELE
Parma-1614
Fu, come il fratello Cristoforo, orefice i parma.

FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVII, 1823, 309.

SNIDER LINA, vedi BALESTRIERI LINA

SOBATI ANTONIO SANTE
Borgo San Donnino 22 agosto 1697-Piacenza 23 dicembre 1782
Frate cappuccino, fu predicatore e guardiano. Compì a Carpi la vestizione (11 luglio 1717) e la professione solenne (11 luglio 1718).

FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 719.

SOCII, vedi SOZZI

SOENS GIOVANNI o HANS o JAN, vedi SOENS JEAN

SOENS JEAN
s’Hertogenbosch 1547 o 1548-Parma gen-naio/aprile 1611
Dopo il suo apprendistato ad Anversa presso Jacob Boone e Frans e Gillis Mostaert, il Soens partì per Roma. Vi giunse (forse prima del 1573) nel periodo in cui i protagonisti dell’ambiente artistico romano erano Girolamo Muziano, Lorenzo Sabbatini e Federico Zuccaro, mentre i principali fiamminghi presenti erano Dionisio Calvaert, Cornelis Cort, Hans Speckaert, Bartolomeus Spranger, Otto van Veen (poi pittore di Corte di Alessandro Farnese a Bruxelles) e Mathijs Bril. A incidere profondamente sull’attività del Soens furono, tra questi, soprattutto il Muziano, paesaggista, l’incisore Cort (il principale divulgatore della conoscenza delle opere dei pittori attivi a Roma in quel periodo), il Calvaert e il Bril. Quanto agli artisti delle generazioni precedenti, furono in particolare Raffaello e, nel periodo parmense, Correggio, Niccolò dell’Abate e forse Agostino Carracci a lasciare un’impronta sulla sua opera. In poco tempo il Soens si conquistò una certa fama di paesaggista, come testimonia il suo primo biografo, Carel van Mander, che lo conobbe personalmente a Roma: Qui egli ha fatto molte cose, particolarmente lavori di piccole dimensioni a olio su rame ed altro, e dipinse molto per dei gran signori; anche nel palazzo del papa parecchie cose sul muro bagnato. Fra l’altro ci fece vedere alcuni paesaggi da lui dipinti a fresco in un fregio in una delle stanze del papa. Questi paesaggi e altri ancora (che fecero o fanno parte della decorazione della Sala Ducale) il van Mander poté vederli, ancora in opera, dal ponteggio, verso il giugno del 1574, poco dopo essere giunto a Roma da Firenze. In quest’ambiente il Soens lavorò sotto la direzione del Vasari e del suo capo di équipe, il bolognese Sabbatini, e in collaborazione con Mathijs Bril e dionisio Calvaert, nonché con il piemontese Cesare Arbasia, che imitava lo stile del Soens. Dal 1° aprile 1575 fu a Parma al servizio di Ottavio Farnese. Il 6 ottobre del 1576 venne consegnata al Soens una somma per comprare colori su ordine del Duca. Tra il 1575 e il 1579, il Soens dovette rivelarsi in qualche modo come pittore di figure. Durante un’assenza del duca Ottavio Farnese da Parma nel 1579, il priore e gli ufficiali della chiesa di Santa Maria della Steccata scelsero, su raccomandazione del Duca, il Soens per il restauro e l’ingrandimento delle portelle interne dell’organo eseguite dal Parmigianino, da adattare all’organo costruito dopo la morte di questi. Nel novembre del 1579 il Soens iniziò il lavoro, come attesta il rogito di allogazione stipulato l’8 gennaio dell’anno seguente e al quale datano anche i pagamenti. Inoltre gl affidarono ex novo le ante esterne per lo stesso organo nuovo. Pur essendo andati perduti i Maestri fanrnesiani del 1579-1582, il Soens figura sul Ruolo di Provvigionati 1578-1582. Talora il versamento dello stipendio è arretrato, ma in seguito il Soens venne remunerato senza interruzioni fino al 31 dicembre 1586. Il 5 giugno del 1585 il Soens venne pagato per aver dipinto più corsaletti et morioni cartoni per la Sig.ra Principessa, cioè Margherita, figlia di alessandro Farnese. Inoltre il 28 dello stesso mese il Duca rimborsò al Soens le spese affrontate per dipingere il soffitto di una delle stanze della Porta di Santa Croce nelle mura della città di Parma, al limite del Giardino Ducale, dove Ottavio Farnese aveva una sua abitazione. È recuperabile forse anche l’opera sconosciuta del Soens che si trovava all’interno dell’edificio, che è abitazione privata. Il 3 novembre 1586 il Soens fu compensato per un viaggio a Venezia per l’acquisto di colori. Tacciono per gli anni seguenti le carte d’archivio e non soltanto a causa della dispersione di esse: alla fine del 1586 il Soens fu infatti licenziato in seguito all’austerità economica instaurata da alessandro Farnese dopo la morte del padre. Non è molto chiaro quando il Soens venne reintegrato nel servizio di Corte. In ogni modo, quando nel 1588, insieme ad architetti e altri artisti eminenti in quegli anni a Parma (lo scultore e architetto del Duca, Simone mos-chino, quello del Comune, Giovanni battista barbieri, Michelangelo Muciasi, anch’egli architetto del Comune, Giovanni Boscoli, architetto al servizio del Duca, l’orefice e zecchiere ducale Andrea Casalino, il pittore parmense Giambattista Tinti e Anton Maria Panico, pittore del vescovo di Parma), il Soens venne scelto per fare una perizia sui dipinti in un lotto di beni mobili e immobili, la cui vendita però non avvenne, egli viene indicato come a servizio del Duca. Poco dopo, nella sua Idea del Tempio della Pittura, pubblicata nel 1590, il Lomazzo menziona Giovan fiammingo, rarissimo in far figure picciole e paesi, che serve ora ad Alessandro, duca di Parma. Nel 1594 il Soens eseguì sei storie per il Bucintoro che il duca Ranuccio Farnese teneva nelle acque del Po. In quegli anni il Soens si dedicò anche alla realizzazione di grandi scene religiose per le chiese, come la Resurrezione di Cristo del 1590, già nella chiesa di San Francesco del Prato di Parma e poi alla Galleria Nazionale. L’8 giugno 1594 gli vennero consegnati diversi colori per il valore di 4 scudi e 8 soldi per fare una pittura per il Duca. Il 16 novembre 1596 il Soens si sposò con Isabella Gonzate, cittadina parmense. Nel 1597 stimò un disegno dell’ingegnere, architetto e cartografo ducale Smeraldo Smeraldi. Poco tempo dopo la Corte gli pagò i colori per tredici quadri, perduti, rappresentanti le imprese del defunto duca Alessandro. Fino a quel momento il Soens non figura né sui Libri Mastri né sui Ruoli e pare che sia tornato al servizio ducale al più tardi nel 1596, dato che nell’aprile 1600 la Corte gli versò anche gli arretrati dal 1596 in poi con quote trimestrali, con un salario minore rispetto a quello anteriore al licenziamento, ma probabilmente con la libertà di lavorare anche al di fuori della Corte. Sui Ruoli non è più indicato come pittore di paesi ma semplicemente come pittore. Dal periodo del duca Ranuccio Farnese rimane la documentazione di altre tre opere, perdute o non ancora identificate: i pagamenti per un ritratto del Duca in piedi e un altro a mezza figura, che rivelano un lato altrimenti ignoto delle attività pittoriche del Soens. Un’altra notizia si riferisce alla decorazione della loggia centrale del Palazzo del Giardino di Parma, distrutta forse dalle modifiche architettoniche della seconda metà del Settecento volute dall’eccentrico duca Ferdinando di Borbone e apportate dall’architetto francese Ennemond A. Petitot a quella che in seguito divenne parte integrante della Sala Grande, oppure scomparsa sotto l’imbiancatura settecentesca, come tanti altri affreschi del Palazzo. Dalla descrizione delle sale del Palazzo lasciata dal conte Tessin, risulta quanto fosse suggestiva quella decorazione: una grande loggia interamente arquata: qui Giovanni Fiamengo ha dipinto degli ampi paesaggi con certi palazzi en eloignement li alberi si elevano nella volta e nel centro in alto fra le nuvole si trovano diversi amorini. Non meraviglierebbe se gli affreschi del Soens fossero stati ispirati in qualche modo ai paesaggi delle sale attigue dipinte dal Mirola e Bertoja, che erano tutto sommato i loro antenati. All’aprirsi del nuovo secolo, mentre continuava a essere al servizio della Corte, il Soens dipinse alcune pale d’altare per le chiese di Piacenza (1601, 1606) e Parma (1607), dove nel 1601 comprò una casa nella vicinanza di San Michele dall’arco. Dopo il 30 di giugno 1606 il Soens non figura più né sui Mastri farnesiani né sui Ruoli: forse fu eclissato prima dalla presenza di Agostino Carracci (che dipinse il soffitto della Sala dell’Amore nel Palazzo del Giardino, ma che morì nel 1602, prima di aver potuto condurre a termine la decorazione della sala) e da altri pittori operanti a Parma per il duca ranuccio Farnese, quali Cesare Baglione, gaspar Celio, e in seguito da quella di giambattista Trotti detto Malosso, che fu al servizio del Duca a partire dal 1604. Secondo alcuni, il Soens avrebbe trascorso con la famiglia gli ultimi suoi anni a Cremona. Mentre le notizie circa il suo trasferimento a Cremona sono piuttosto vaghe, esso viene praticamente escluso dall’atto rogato da un notaio a Parma il 9 maggio 1611 nel quale la moglie viene istituita tutrice del figlio erede, pochi mesi dopo il decesso del Soens, che evidentemente non aveva lasciato testamento. Come allegato, è aggiunta all’atto una lista dei mobili che si trovavano nella casa degli eredi, la stessa casa che il Soens aveva comprato nel 1597 e dove vi erano, tra le altre cose, i suoi vestiti d’inverno e d’estate e inoltre i materiali di bottega: sei tavolette, dipinti di paesaggio e altri, alcuni soltanto abbozzati, una serie delle quattro stagioni, tele, tavole, cornici, le pietre per macinare i colori, i colori stessi, sessanta disegni a olio e pastello, alcuni libri di disegni e di stampe e 1685 disegni e 1077 stampe sciolti.

FONTI E BIBL.: U.Thieme-F.Becker, Künstler-Lexikon, volume XXXI, 1937; S.Beguin, Jean Sons paysagiste oublié, in Oud Holland 1956; A.Ghidiglia Quintavalle, Le ante d’organo del Parmigianino e del Sons alla Steccata, in Bollettino d’Arte 1968; Dizionario Bolaffi dei pittori, X 1975, 367-638; K. van Mander, Het Schilder-Boeck, Haarlem, 1604 (ristampa anastatica Utrecht, 1969, 288 v., 289 r.); S.Ticozzi, 249; E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, volume IV, c. 305; B.W.Mejer, Giovanni Soens, in B. Adorni (a cura), S.Maria della Steccata a Parma, Parma, 1982, 206-208; G.Bertini, La Galleria, 105, 122, 150, 154, 167, 200, 205, 249, 250, 251, 254, 277, 283, 284, 298; La pittura in Italia, p. 841; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 365-367; B.W.Meijer, Parma e Bruxelles, 1988, 53-56 e 201-202.

SOENS RINALDO
Parma 1597 c.- Parma 2 dicembre 1666
Figlio di Jean e di Isabella Gonzate. Pittore attivo nella prima metà del XVII secolo. Nel 1620 sposò a Parma Vittoria Aritieri.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, volume IV, 305 v.

SOFIA DI NEUBURG, vedi NEUBURG DOROTHEA SOPHIE

SOLARI CLAUDIO, vedi CESSARI ALDO

SOLARI FILIPPO
Parma seconda metà del XVI secolo
Architetto civile attivo nella secoda metà del XVI secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 303.

SOLARI STANISLAO
Genova 22 gennaio 1829-Marore 23 novembre 1906
Nato da una famiglia borghese (il padre era capitano marittimo), compì i suoi studi a genova presso il Collegio della Marina militare, da dove uscì nel 1848 con il grado di guardiamarina. Sule navi della Marina sarda patecipò alle campagne di guerra 1848-1849, 1853-1854 e 1859-1860, meritando due medaglie d’argento (una nell’assedio di ancona, l’altra in quello di Gaeta) e una di bronzo, al passaggio del Garigliano. Nel marzo del 1868 diede le dimissioni dalla Marina e, dopo avere viaggiato a lungo in Europa, Asia e america per informarsi sulle condizioni di vita dei diversi popoli, acquistò il podere del Borgasso, nelle vicinanze di Parma, dove trascorse tutta la vita, assolvendo ai compiti di consigliere comunale di San Lazzaro e di consigliere provinciale di Parma. Si dedicò dapprima a studi di agronomia e alla ricerca di nuovi sistemi di coltivazione che sperimentò direttamente nel suo podere e che dal 1878 cominciò a divulgare attraverso una lunga serie di pubblicazioni. Allargò successivamente il suo campo d’indagine alla sociologia e all’economia politica e giunse alla formulazione di un’interpretazione della questione sociale che, proprio per la rilevanza accordata al fattore etico-religioso nella determinazione delle leggi economiche e dei comportamenti sociali, lo mise in contatto con l’élite dirigente e intellettuale cattolica, particolarmente Toniolo e Ceruti. Spirito profondamente religioso e quindi sicuro della presenza di un ordine provvidenziale della socialità che garantisce all’uomo abbondanza e gratuità dei mezzi di sostentamento e una creazione che è armonica con i fini che l’uomo deve raggiungere, sostenne una lunga polemica contro la teoria malthusiana della sperequazione tra bisogni umani e risorse naturali e indicò nel non corretto sfruttamento delle capacità produttive della terra (per altro unica vera fonte di ricchezza) la sola causa dell’insufficienza economica e della conseguente definizione di rapporti competitivi e conflittuali nei livelli internazionale e sociale. Il nuovo metodo di coltivazione razionale, proposto dal Solari, che doveva permettere uno sfruttamento intensivo senza l’impiego di grandi capitali, consisteva nella rotazione della cultura di leguminose (che producono un’induzione gratuita di azoto nel terreno) e di cereali (che invece hanno bisogno di assorbire azoto dal terreno), rotazione accompagnata dalla doppia anticipazione dei concimi, cioè dall’anticipazione dei concimi necessari a entrambi i raccolti. ritenne inoltre che il solo aumento della produzione, attuato da proprietari intelligenti e preparati ma in un contesto di conservazione dei rapporti di classe e delle forme di organizzazione sociale esistenti (con una presenza dunque soltanto esecutiva e non partecipativa delle classi subalterne), fosse fattore determinante di soluzione della questione sociale. Questa sua convinzione rigida, accompagnata dal rifiuto della diffusione del capitalismo nelle campagne, dell’industrializzazione e dell’urbanesimo, considerati tutti elementi di sovvertimento dell’ordine naturale, definiscono il suo allineamento sulle posizioni più conservatrici dello schieramento cattolico e la misura della sua polemica intransigente nei confronti delle proposte di riorganizzazione corporativa della società, della discussione sulle funzioni sociali della ricchezza (contro un’accettazione senza limiti del diritto di proprietà) e del problema della distribuzione (e non solo della produzione) dei beni, sostenuti da cristiano-sociali e democratici cristiani. Infatti la sua elaborazione teorica, se incontrò il consenso illimitato di un certo numero di seguaci che costituirono a Parma il movimento neofisiocratico cattolico, ebbe invece un’alterna fortuna nei suoi rapporti con le altre componenti del movimento cattolico. Accettata limitatamente al metodo di coltivazione nel I congresso dell’Unione cattolica per gli studi sociali tenutosi a Genova nel 1892, ottenne invece un più largo consenso nel XIV Congresso cattolico italiano svoltosi a Fiesole nel 1896, per opera soprattutto del Cerutti. Per deliberazione del congresso, il settimanale La cooperazione popolare, col nuovo sottotitolo Rivista cattolica di agricoltura pratica, fu trasferito a Parma, ebbe una redazione formata prevalentemente da solariani e divenne strumento di diffusione e propaganda delle teorie neofisiocratiche. Nel gennaio del 1898 entrò a far parte della direzione della Federazione nazionale delle Unioni cattoliche agricole aderenti all’Organizzazione cattolica, allora costituita a Parma. Tuttavia l’adesione alla sua dottrina diminuì, prevalendo tra i cattolici la tendenza ad accettarne soltanto le conoscenze agronomiche e a tentarne l’attuazione pratica come uno dei mezzi di soluzione della questione agraria. Il rilievo che la sua personalità comunque raggiunse nella società italiana contemporanea, cattolica e laica, fu sottolineato dalla concessione della decorazione Pro Ecclesia et Pontifice e dalla nomina a cavaliere del lavoro. La sua dottrina venne particolarmente diffusa da C.M.Baratta, direttore del collegio salesiano di Parma. Dei suoi scritti vanno ricordati: Le idee di un rustico capagnolo parmense (Sambolino, Genova, 1878), Otto anni di agricoltura nel Parmigiano (Tip. del Movimento, Genova, 1880), Sproloqui di un villano intorno all’agricoltura italiana (Tip. del Movimento, Genova, 1881), Lettere agronomiche (in Bollettino del Comizio agrario parmense 1882, 91-100), Il progresso dell’agricoltura nell’induzione dell’azoto (Battei, Parma, 1892), Economisti e sociologi di fronte all’agricoltura (Adorni, Parma, 1892), La natura e gli effetti dell’errore agricolo nell’odierna questione sociale (Fiaccadori, Parma, 1894), Conseguenze economiche, morali e sociali risultanti dalla diffusa applicazione del principio di induzione nella fertilizzazione del suolo e la questione sociale (Fiaccadori, Parma, 1896), Nuova fisiocrazia.Studi e note (Fiaccadori, parma, 1901), Il diritto di proprietà.Studio sociale (Buffetti, Treviso, 1902) Agricoltura vecchia, Agricoltura nuova.Conseguenze (fiaccadori, Parma, 1906).

FONTI E BIBL.: E.Blanchini, Il metodo di agricoltura Solari e la questione agraria nell’economia pubblica e rurale in Italia, Torino, 1898; S.Solari. Cenni cronologici, in Rivista di agricoltura n. 12 1906, 766-769; S.Solari, in Il cittadino 25 novembre 1906; S.Solari, in La Liguria del popolo 2 dicembre 1906; G.Caroglio, Il pensiero agrario sociale di S.Solari, Parma, 1907; C.M.Baratta, Il pensiero e la vita di S.Solari.Ricordi personali, Parma, 1909; Solari Stanislao, in Enciclopedia Italiana, Appendice, Roma, 1938, 1007; J.Bocchialini, S.Solari. Tappe di un’idea, in Aurea Parma 1956, 298-301; A.Zussini, L.Caissotti di Chiusano e il Movimento Cattolico dal 1896 al 1915, Torino, 1965, 55-64, 222; L.Bedeschi, I pionieri della DC. Modernismo cattolico (1896-1906), Milano, 1966, 561-573; F.Pasetto, Le scoperte agrarie di S.Solari, in Rivista di storia dell’agricoltura 10 1970, 341-358; F.Canali, S.Solari e il movimento neofisiocratico cattolico (1878-1907), in Rivista di storia della Chiesa in Italia n. 1 1973, 28-78; D.Sparpaglione, Il beato L.Orione, Paoline, Roma, 1980, 152-153; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 140-141; Dizionario ecclesiastico, III 1958, 912; J.Bocchialini, Disegno d’un ordine nuovo nelle vie del Cristianesimo, Colle Don Bosco, 93-96; G. Berti, Appunti di attività murriana, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1972, 274; L.garibbo, in Dizionario storico del Movimento cattolico, III/2, 1984, 809-811.

SOLAZZI GINO
Verona 1877-Parma 1956
Fu dapprima professore di diritto costituzionale nell’Università di Sassari (1911). Dal 1919 fu professore di diritto amministrativo dell’Ateneo di Parma e dal 1923 Preside della Facoltà di Giurisprudenza. benemerito nel campo degli studi, lasciò al suo attivo molte opere di carattere giuridico e sociale.

FONTI E BIBL.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 141.

SOLCI SCARPA CATERINA EMILIA
Parma 1752-1803
Letterata, moglie di Giovanni Scaroni. È ricordata per un Saggio intorno alla Compassione del Cassina (Venezia, Valvasense, 1781).

FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Bibliografia, II 1974, 1010.

SOLDATI ANTON ATANASIO o ANTON ATTANASIO, vedi SOLDATI ATANASIO

SOLDATI ANTONIO
Parma 1627
Fu Podestà dell’Arte dei fabbri ferrai di Parma nell’anno 1627.

FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 866.

SOLDATI ANTONIO
Parma 1826/1872
Fu consigliere ducale (1872) e cavaliere del-l’ordine Costantiniano di San Giorgio di Parma. Ottenne dalla duchessa Maria Luigia d’Austria un privilegio (18 aprile 1846) col quale fu creato barone. Il Soldati fu anche direttore della Camera dei Conti di Parma (1826-1838).

FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 353; Parma per l’arte 4 1954, 143, 144.

SOLDATI ANTONIO ATANASIO o ANTONIO ATTANASIO, vedi SOLDATI ATANASIO

SOLDATI ATANASIO
Parma 24 agosto 1896-Parma 27 agosto 1953
Figlio illegittimo di Filippo Basetti e di Fiora Soldati. Soldati, in effetti, non è il cognome paterno ma quello della madre, che prestava servizio presso i Basetti, cospicua famiglia di Vairo. Nel 1895 una relazione amorosa tra la ventisettenne Fiora Soldati e Filippo Basetti (scapolo ormai cinquantasettenne) non poté essere celata più a lungo: la donna, incinta di un paio di mesi, venne prudentemente allontanata da Vairo e trovò ospitalità, fino al momento del parto, presso la famiglia sabbioni di Ranzano. Infine fu avviata presso l’ospizio degli Esposti in Parma, dove mise alla luce un neonato cui venne assegnato il nome di Atanasio (il nome dello zio del padre) Frontani. Il 17 ottobre dello stesso anno la madre riconobbe il figlio, che in tal modo acquistò il suo cognome. Il padre, tuttavia, per provvedere al futuro del neonato, donò a Fiora Soldati una casetta a Parma, in Borgo degli Uccellacci. Dal padre, poeta sciolto e arguto e ottimo pittore (studiò a lungo sotto la guida dello scaramuzza, che era di casa nella sua ospitale villa di Vairo), ereditò quindi, insieme con l’innato trasporto per la pittura, quello studiolo che si affacciava dai tetti verso la fiancata sud della chiesa di San Giovanni, da cui trasse ispirazione per tanti schizzi e studi tipici della sua prima maniera, ai tempi in cui fu studente di architettura a Parma. Partecipò quindi quale volontario alla prima guerra mondiale quale ufficiale di artiglieria. Si laureò (1921, università di Parma) in architettura. Nel 1922 espose dieci piccoli quadri a Parma e nello stesso anno progettò con l’architetto Mora la facciata della chiesa di Sant’Alessandro, che però non fu mai realizzata. Nel 1925 si trasferì a Milano, dove insegnò per diciotto anni decorazione alla Scuola del libro dell’Umanitaria. Dopo aver tenuto una mostra personale alla galleria del Milione a Milano nel 1931, il Soldati si trovò a far gruppo con altri artisti (O.Licini, O.Bogliardi, V.Ghiringhelli, M.Reggiani) che, orientandosi verso la pura astrazione di ispirazione genericamente neoplastica si allinearono tra le più valide forze di reazione al Novecento. Il Soldati ebbe come punto di riferimento l’architettura. Il quadro per lui è soprattutto una selezione di immagini, un rapporto tra ritmi di linee, piani e colori e la profondità e il volume rimangono solo virtuali. Le forme geometriche sono simboli di una purezza intellettuale. Le opere del Soldati hanno anche una ascendenza metafisica, concepita come una struttura spaziale sospesa dove navigano forme e colori. Ma egli meditò soprattutto sulle esperienze della Bauhaus, di Mondrian, di Klee e Kandinsky. Le mostre collettive del 1932 e 1934 alla Galleria del Milione e del 1935 nello studio di Casorati a Torino, alle quali partecipò, sono importani tappe della storia dell’astrattismo italiano, di cui il Soldati fu quindi fin dagli inizi uno dei protagonisti. Successivamente abbandonata ogni sfumatura metafisica, assunse una posizione di leader all’interno delle correnti d’avanguardia, qualificando sempre di più la propria produzione in rapporto alla cultura internazionale.La tensione costante del Soldati e il rifiuto di una facile ripetitività, si chiarirono nella cosiddetta crisi metafisica degli anni dopo il 1939, quando ritrovò nella purificazione di metodo le ipotesi dilatate che ribadivano le motivazioni costanti della sua poetica. Durante la seconda guerra mondiale il suo studio venne bombardato e molte opere andarono perdute. Si trasferì a Solbiate Olona, poi a Losana, in provincia di Pavia, e partecipò alla resistenza (fu eletto presidente del comitato di Liberazione nazionale di Brera). Nel 1947 tornò a Milano e tenne una personale alla Galleria Bergamini. Fondò, nel dicembre 1948, insieme a Dorfles, Monnet e Munari, il Movimento Arte Concreta. Tra le molte manifestazioni cui il Soldati fu presente da allora fino alla morte, si citano tra le più importanti (oltre alle tante alla Galleria Bergamini di Milano) la mostra Italienische Kunst der gegenwart a Monaco nel 1950, la mostra Arte astratta e concreta in Italia nel febbraio 1952 alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma, le Biennali di Venezia (dove il Soldati vinse nel 1952 un premio acquisto) e le quadriennali di Roma. Le composizioni degli ultimi anni sono improntate al movimento (allegro e fuga, 1950). Le forme si semplificano e il colore acquista una posizione di primo piano. Nelle Composizioni del 1952 e 1953, le sue architetture astratte emergono da fondi rossi e gialli. Alla fine del 1949 il Soldati venne operato per un tumore ai polmoni: nel 1952 espose una sala personale alla Biennale di venezia, nonostante fosse gravemente ammalato. Nel 1965 il Centro Culturale Olivetti di Ivrea organizzò una retrospettiva comprendente oltre settanta opere. Opere del Soldati si trovano nella Galleria Nazionale d’arte moderna di Roma, nella Galleria d’arte moderna di Milano, nel museo civico di Torino, nella Pinacoteca Stuart di Parma, nel museo di San Paolo nel Brasile, oltre che in molte collezioni private.

FONTI E BIBL.: G.Marchiori, Atanasio Soldati, in Panorama dell’arte italiana, 1951, Torino, 1951, 121; L.Anceschi, Opere recenti di Soldati alla Galleria Bergamini, in Arte concreta 1951-1952, 51; G.Dorfles, Atanasio Soldati, in Arti Visive 3 dicembre 1952-gennaio 1953; E.Colla, Memorie di Atanasio Soldati, in Arti Visive 6-7 1953, 2; A.Perilli, Ricordo di Soldati, in La Fiera Letteraria 20 settembre 1953; N.Ponente, Atanasio Soldati, in Commentari V 1954, 55-64; L.Venturi, Soldati, Milano, 1954; L.Anceschi, Le ultime opere di Soldati, in Arte Concreta 1954, 45; E.Prampolini, L’opera di Soldati in una rassegna postuma, in I 4 Soli 3 1954, 3; A.Galvano, Preliminari ad una analisi di Soldati, in Letteratura 19-20 1956, 105 e segg.; T.Sauvage, Pittura italiana del dopoguerra, Milano 1957, 482-483, 521 e passim; H.Vollmer, Künstler-Lexikon der XX. Jahrh.s, IV, Lipsia, 1958, 313; G.C.Argan e N.Ponente, Italia, in L’arte dopo il 1945, Milano, 1959, 87, 88, 93, 104; N.Ponente, Peinture moderne. Tendances contemporaines, Ginevra, 1960, 22-25; U.Betti in Aurea Parma novembre-dicembre 1922; C.andreotti, in Gazzetta di Parma 11 aprile 1924; G.Mesirca, in Bo 27 marzo 1925; G.Saviotti in corriere del Lunedì 1 ottobre 1928; G.Boccabianca, in Giornale d’Italia 21 luglio 1931; B.Giandebiagi, in Corriere Emiliano 3 aprile 1932; L.Bolgiani, in Voce aprile 1932; C.Carrà, in Ambrosiano 13 aprile 1932; E.Persico, in Casa Bella aprile 1932; C.bernard, in Tevere 5 luglio 1933; C.Belli, in Bollettino del Milione 16 novembre 1933; L.Sinisgalli, in italia Letteraria 11 marzo 1934; A.Gatto, in Italia letteraria 6 ottobre 1934; G.Nicodemi e M.Bezzola, La Galleria d’Arte Moderna, Milano, 1939; R.Giolli, in Domus gennaio 1939; Morosini, in corrente 31 dicembre 1939; A.Sartoris, in Origini ottobre 1940; A.Sartoris, in Elementi dell’architettura funzionale, 1942; R.Carrieri, in Tempo 3 dicembre 1942; P.Viola, in Gazzetta di Parma 26 gennaio 1943; Kilo, in Voce dell’Oltrepò 26 aprile 1946; G.Galeazzi, in Cittadella dicembre 1946; Valsecchi, in Oggi 3 dicembre 1946; S.Cairola, Artistiitaliani del nostro tempo, Bergamo, 1946; Aci, in Pittura, 15 dicembre 1946; R.Carrieri, Forme, Milano, 1949; enciclopedia pittura italiana, III, 1950, 2321; B.molossi, Dizionario biografico, 1957, 141-142; l’arte Moderna, XIV, 1967, 536; Enciclopedia Italiana, Appendice II, 1961, 765-766; A.Gatto-V.Sinisgalli, Soldati, in Pittori nuovi di Campo Grafico, Roma, 1934; Bollettino della Galleria Il Milione, n. 37; C.L.Ragghianti, in SeleARTE 16 1954; G.Marchiori, Arte e artisti d’avanguardia in Italia, milano, 1960; G.Ballo, Pittori italiani dal futurismo ad oggi, Firenze, 1956; P.C.Santini, Atanasio Soldati, Milano, 1965; Arte moderna in Italia, 1967, 332; Arte incisione a Parma, 1969, 67-68; Gazzetta di Parma 1 marzo 1970, 6; Valli dei Cavalieri 1 1971, 62-63; Il Gazzettino 21 gennaio 1943; U. Galetti-E. Camesasca, Enciclopedia pittura italiana, Milano, 1951; A.M.Comanducci, Dizionario dei pittori, 1974, 3104-3105; N.Ponente-L.Mallè, Atanasio Soldati, catalogo della mostra, 1969-1970; Catalogo nazionale Bolaffi d’Arte moderna, n. 10, Torino, 1975, 351-352; M.Dall’Acqua, Terza pagina della gazzetta, 1978, 314-315; Dizionario Guida Pittori, 1981, 129; Grandi di Parma, 1991, 104; Dizionario pittura e Pittori, V, 1994, 268.

SOLDATI CARLO
Parma prima metà del XVII secolo
Ingegnere civile e militare attivo nella prima metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 342.

SOLDATI EROTEIDE
Parma seconda metà del XIX secolo
Baronessa. Fu pittrice e accademica d’onore dell’Accademia di Belle Arti di Parma.

FONTI E BIBL.: P.Martini, Scuola delle arti belle, 1862, 37.

SOLDATI GROTEIDE, vedi SOLDATI EROTEIDE

SOLDATI LUIGI
Parma 1831
Durante i moti del 1831 fu tra i disarmatori della truppa. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato senza requisitoria.

FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 207.

SOLDATI MICHELANGELO
Parma-post 1751
Nel 1751 tenne l’impresa dei Reali Teatri di parma assieme a Giuseppe Gualazzi.

FONTI E BIBL.: Cirani, 51; G.N.Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

SOLDI ALDO
Roccabianca 1895-Bosco Lancia 14 novembre 1915
Figlio di Leopoldo e di Adele Cacciali. il 27 gennaio 1915 fu chiamato alle armi, dopo essersi distinto in coraggio e valore nella vita civile. Due anni prima si era infatti meritato un premio al valore civile che il ministro celesia gli conferì con la seguente motivazione: Il giovane Soldi Angelo è meritevole di encomio e di onore altissimo, per avere il 15 luglio 1913, in Roccabianca (Parma), salvato il giovanetto Toscani Oliviero che, inesperto nel nuoto, spintosi durante il bagno nel Po, in un punto pericoloso, era stato travolto dalla corrente. Anche in guerra il Soldi diede prova di coraggio e di spirito di sacrificio, combattendo valorosamente col 10° Reggimento fanteria della brigata Regina nel settore del medio Isonzo. Trovò morte gloriosa presso San Martino del Carso, dopo essersi guadagnato il grado di Sergente per il mirabile contegno tenuto in una precedente azione.

FONTI E BIBL.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 50.

SOLEISCARPI GIUSEPPE
Parma XIX secolo
Fu rifugiato politico a Marsiglia, qualificato come ardente rivoluzionario.

FONTI E BIBL.: S. Carbone, Rifugiati italiani in Francia, 1962.

SOLMI AGOSTINO
Parma prima metà del XVII secolo
Pittore attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 344.

SOLONA PIER DONATO, vedi SOLONATI PIER DONATO

SOLONATI GIUSEPPE
Parma 1741
Fonditore di campane attivo nella prima metà del XVIII secolo. Nel 1741 fuse la campana della torre della rocca di Montechiarugolo. Successivamente lavorò a Vienna, dove diventò l’ispettore della I.R.Fonderia.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 203; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SOLONATI PIER DONATO
1665-Parma 17 novembre 1738
Fonditore di metalli e di campane attivo nella prima metà del XVIII secolo. Nella chiesa di San Francesco del Prato in Parma vi era una sua campana del 1724, mentre, datate l’anno successivo, se ne trovavano nella chiesa di Chiaravalle della Colomba. Il 25 marzo 1725 pattuì con la Comunità di Carpi la fusione di due campane per la torre del Duomo, che il 12 giugno furono fuse in modo perfetto.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 204; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SOMIGLIANI FRANCESCO
Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 265.

SOMMI GIUSEPPE
Parma 11 gennaio 1915-Parma 20 maggio 1987
Cominciò, giovanissimo, a suonare il mandolino, per poi passare, non appena la voce glielo permise, a cantare nel coro (dei bambini prima, dei ragazzi poi) che, sotto la direzione di Annibale Pizzarelli, all’occorenza prestava la suo opera durante le stagioni del Teatro Regio di Parma. Mentre una sera cantava in strada con alcuni amici, fu notato dal maestro guglielmo Zuelli che lo fece entrare al conservatorio di Parma, dove era direttore. Gli inizi nello studio strumentale furono piuttosto incerti: prima la viola, poi il fagotto. Fu infine assegnato alla classe di contrabbasso, dove trovò la sua strada. Ebbe a maestro Antonio Bettella, titolare anche al Liceo comunale di Piacenza, docente di grande esperienza e dalla notevole attività internazionale. Diplomatosi nel 1935, dopo due anni di tirocinio, il Sommi nel 1940 fu chiamato alle armi e fino al 1945 suonò solo saltuariamente. Appena finita la guerra, fu nominato per concorso primo contrabbasso dell’orchestra sinfonica di Milano, con impresario Remigio Paone e direttore Fernando Previtali. In questo complesso, che ospitò i più grandi direttori d’orchestra del mondo, che si alternarono alle direzioni di concerti sinfonici e di musiche da camera, il Sommi rimase per quattro anni. Ebbe modo di farsi subito apprezzare e gli giunsero così (1948) gli inviti dal Teatro alla Scala di Milano e dall’Orchestra sinfonica della Rai per entrare a far parte del loro organico. Il Sommi scelse la Rai ed ebbe modo di seguire in questo complesso programmi del massimo interesse. Assieme a Cesare Ferraresi, il Sommi fece parte anche del gruppo ristretto delle prime parti dell’orchestra che, per dieci anni, svolse una importante attività cameristica presso le più affermate Società dei concerti di tutta Italia. A sessant’anni andò in pensione e subito tornò ad abitare a Parma.

FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, in Gazzetta di Parma 22 maggio 1987, 4.

SONCINI AMLETO
Parma 1 gennaio 1895-
Partecipò alla prima guerra mondiale prendendo parte ai combattimenti di Oppachiasella, San Michele, Vippacco, Ortigara, Piave e altri ancora. Rimase due volte ferito e fu decorato di tre medaglie di bronzo al valore militare e della Croce di guerra. Fu iscritto al Partito nazionale Fascista, Fascio di Milano, dalla costituzione. Membro del Direttorio del fascio di Milano nel 1920 e nel 1922, fu nominato nel 1921 Comandante della squadra d’azione Millo. Appartenne alla Milizia col grado di ufficiale. Fece parte del movimento sindacale fascista sin dal momento in cui avvenne la costituzione della Commissione Naionale Sindacale Fascista. Fu Segretario del Sindacato Nazionale Fascista Poligrafici.

FONTI E BIBL.: E. Savino, Nazione operante, 1928, 454.

SONCINI ANGELO
Parma 1831
Partecipò ai moti del 1831 in Parma, e fu tra gli inquisiti di Stato.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 867.

SONCINI BENEDETTO
Parma 1774/1800
Fu Anziano dell’Arte dei Librai di Parma e autore di una Memoria sull’Arte stessa (1774).

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 867.

SONCINI CHERUBINO
Parma 1609-Parma 14 ottobre 1677
Fu monaco benedettino dal 1626. Dedicò molto del suo tempo allo studio e, sotto la direzione del suo maestro Benedetto Castello, divenne assai reputato nelle matematiche. Fu inoltre profondo interprete delle sacre scritture. Visse in grande povertà e frugalità. Assunse gli uffici di Calcolatore e di Priore e quindi fu nominato Abate del Monastero di San giovanni Evangelista di Parma nel 1672. Fece fare diversi lavori nel Monastero: tra questi, la sostituzione dell’altare in legno dedicato ai Santi Benedetto e Giovanni con un nuovo in marmo. Morì all’età di 68 anni.

FONTI E BIBL.: M. Zappata, Corollarium Abbatum, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 117-118.

SONCINI GIUSEPPE
Parma 21 febbraio 1820-Felino 14 marzo 1888
Figlio di Vincenzo e Marianna Mori. Medico, esercitò la sua professione a Parma. Convinto repubblicano, prese parte nel 1849 alla difesa di Roma contro i Francesi. Nel maggio 1860 si unì ai Mille, ma a Talamone se ne distaccò per seguire la piccola colonna comandata dallo Zambianchi nella diversione contro lo Stato pontificio. Fallito quel tentativo, raggiunse Garibaldi in Sicilia colla spedizione Corte e seguì, come medico, tutta la campagna nell’italia meridionale, prodigandosi nell’assistenza dei feriti e degli ammalati. Poi tornò a esercitare la sua professione, ma nel 1866 militò ancora una volta nelle schiere garibaldine e combatté nel Trentino.

FONTI E BIBL.: Parma a Garibaldi, Parma, Battei, 1893; G.Pittaluga, La Diversione, Note garibaldine sulla campagna del 1860, Roma, Casa editrice Italiana, 1904, 200; F.Dalla Valle, I nostri Morti, Parma, Donati, 1907; G.Sitti, Il Risorgimento italiano nelle epigrafi parmensi, Parma, Officine Grafiche Fresching, 1915, 421; L.Giuffrè, I medici nell’epopea garibaldina del 1860, Palermo, Casa editrice A.Trimaschi, 1933, 37; E.Michel, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 316; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 194; U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 10.

SONCINI LUIGI
Parma 1831
In seguito ai moti del 1831 in Parma, fu inquisito e arrestato come disarmatore della truppa nel giorno 13 febbraio e altro dei principali facinorosi.

FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio storico per le Province Parmensi 1937, 206.

SONCINI MARIO
Parma 13 febbraio 1854-Parma 19 aprile 1912
Figlio di Pancrazio. Uscito dalla celebre scuola di scenografia di Gerolamo Magnani, fu tra gli allievi prediletti del grande pittore. Dimostrò spiccate attitudini all’arte della prospettiva. Il 19 gennaio 1887 venne nominato insegnante aggiunto di architettura nel Regio Istituto di Belle Arti di Parma, posto che conservò sino alla sua morte. Dipinse spesso per gli spettacoli del Teatro Regio di Parma e per quelli allestiti al Ricreatorio Garibaldi.

FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 186; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 142.

SONCINI PANCRAZIO
San Pancrazio 12 maggio 1831-Parma 3 febbraio 1891
Appena diplomato (1851) all’accademia di Belle Arti di Parma, eseguì (1853) importanti restauri nel cinquecentesco Monastero di San giovanni, nel Teatro e nella Corte d’Appello. vincitore nel 1857 di una borsa di studio governativa, il Soncini soggiornò per un triennio a Roma in veste di pensionato del governo ducale di Parma, dove frequentò corsi di specializzazione approfondendo successivamente a Firenze le conoscenze acquisite e disegnando dal vero piante, prospetti e particolari decorativi dei principali monumenti della città. Durante il soggiorno romano il Soncini progettò e diresse nella vicina Tivoli il tempio di Vesta, per conto della Santa Sede sotto il pontefice Pio IX. Tornato a Parma, dopo una lunga fase di studi estesi al campo tecnico e in particolare alla scienza delle costruzioni, il Soncini ottenne nel 1863 l’incarico della cattedra di Architettura all’Accademia di belle arti, dimostrando notevoli capacità didattiche, che gli valsero, nel 1865, la nomina di Accademico d’onore. Dopo quattordici anni di insegnamento (1863-1877), quasi in dispregio di un’attività egregiamente e appassionatamente svolta, la commissione governativa negò al soncini il passaggio in ruolo all’Accademia. A nulla valsero le unanimi proteste degli insegnanti di tutte le discipline dell’Istituto parmigiano. Pur amareggiato per l’immeritato insuccesso, il Soncini poté dedicarsi con maggiore impegno alla libera professione, riscuotendo successi in città e provincia, dovunque ammirato per il suo indiscusso talento di architetto allineato con le avanguardie dell’eclettismo. Tra le sue opere più significative sono da ricordare: la facciata della chiesa parrocchiale di San Secondo, modifiche al Teatro di fontanellato (1864) e al Duomo di Guastalla, la villa Costella a San Lazzaro Parmense, palazzo Campanini in via Cavour a Parma e l’impegnativa realizzazione del Teatro Reinach, costruito nel periodo 1868-1871 sull’area della distrutta chiesa di San Pietro Martire. Tenendo conto delle caratteristiche ambientali preesistenti, il Soncini risolse con abilità un problema urbanistico in una zona che fu per secoli uno dei nodi spinosi del centro storico. Il blocco murario dell’edificio fu inserito come quinta settentrionale della piazza con la facciata principale posta parallelamente a quella dell’ex palazzo Ducale. Si accedeva al teatro da un ampio loggiato sostenuto da pilastri e da cinque arcate di classica proporzione, che armonizzavano con le linee dell’edificio bettoliano. La tessitura esterna della costruzione, a due piani, era formata da un attico con balaustra a pannelli in ferro battuto. Nella facciata sovrastante il porticato, scompartita da lesene con capitello, erano ricavate ampie porte-finestre incorniciate da ricche e sporgenti modanature. Un ampio cornicione, con statue appoggiate sui plinti, mascherava le falde del tetto. Come è documentato da numerose foto d’epoca, sul fianco rivolto a ovest nell’ingresso secondario era ancorata una lunga pensilina in ferro e vetro di gusto floreale, opera di notevole pregio artistico, realizzata da maestri artigiani locali nello spirito di un’antica tradizione. L’esterno del teatro, in muratura intonacata, di gusto neoclassico, formava, pur nella diversità dei materiali impiegati, un corpo unico con lo spazio interno, caratterizzato strutturalmente da un’orditura di travi e di piedritti metallici. Per la sua notevole ampiezza, il Reinach poteva ospitare 1500 posti, ricalcando la forma canonica del teatro ottocentesco: una grande cavea semicircolare raccordata agli estremi da segmenti rettilinei, che ne aumentavano la profondità, contornava l’alzato definito da quattro ordini di palchi compreso il loggione. Il Teatro Reinach fu distrutto nel 1944 da un bombardamento aereo. C’è però da ricordare un’altra cospicua attività del Soncini: un’attività di ristrutturazione di facciate e sovralzo di case compiuta negli anni tra il 1873 e il 1889. In quel periodo il Soncini intervenne su tutta una serie di edifici del centro storico di Parma arricchendone i prospetti, fino a quel momento piatti e anonimi, con un lessico formale più vario, costituito da modanature orizzontali, cornicioni aggettanti su mensole, finti bugnati in intonaco, fasce di partizione verticale, mostre alle finestre. Alcuni documenti riguardano edifici scomparsi, come la chiesa di Sant’Agostino nell’omonimo piazzale. Anche questo materiale è comunque importante per delineare in modo compiuto la complessa personalità del Soncini. Tra gli interventi più riusciti si segnalano le facciate del palazzo al n. 14 di strada Cavestro (che fu sede della congregazione di San Filippo Neri), di casa Violi in piazza Ghiaia, di casa campanini (poi Dalla Giacoma) in via Cavour, di casa Biazzi in via Collegio dei Nobili e di casa Marchelli in strada della Repubblica. Si tratta di operazioni che possono essere definite eclettiche, ma che sicuramente colpiscono per la raffinatezza di certi particolari (a esempio, le persiane sagomate in modo da seguire il disegno delle cornici che contornano le finestre) e per l’equilibrio delle componenti ricercato e attuato con scelte mai banali. La gerarchizzazione tra i vari piani comporta un progressivo alleggerimento dei motivi decorativi plastici dal basso verso l’alto. Il piano terra, distinto dal resto dell’elevato mediante l’inserimento di una cornice e attraverso una differente trattazione formale, è comunque pensato in armonia con tutto il resto dell’edificio. Così come il coronamento è sempre risolto elegantemente con fasce a più modanature, spesso ritmate da mensole preziosamente lavorate. Il linguaggio stilistico del Soncini è pressoché inconfondibile. I suoi edifici si riconoscono facilmente poiché hanno tutti la medesima impronta, pur nella varietà delle soluzioni adottate. E benché in taluni casi siano stati alterati, soprattutto per quanto riguarda l’assetto dei piani terra, restano tra gli esemplari più significativi di architettura ottocentesca della città di Parma. Non si trattò comunque solo di operazioni di maquillage stilistico. La facciata di casa Violi spicca nella cortina di edifici che prospetta su piazza Ghiaia, con una presenza forte, che si fissa nella mente per le finestre rotonde dell’ultimo piano, già molto vicine ai dettami del Liberty e straordinarie perché realizzate nel 1873, in un’epoca non ancora propriamente segnata dai canoni dell’Art Nouveau, almeno in Italia.

FONTI E BIBL.: A.Pariset, Dizionario Biografico, 1905, 107-108; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 186; Dizionario architettura e urbanistica, VI 1969, 30; Parma. Vicende e protagonisti, 1978, III, 323; Corriere di Parma 1987, 79-80; C.Lucchini, in Gazzetta di Parma 24 marzo 1998, 5.

SONCINI VIGENIO
Ugozzolo 20 maggio 1880-Parma 20 agosto 1934
Studiò nel Seminario di Parma, ove fu ordinato sacerdote il 20 dicembre 1902 da monsignor Magani. Fu insegnante nel Seminario di Berceto, poi cappellano nella Collegiata di San Giuseppe in Parma e professore di storia civile nel Seminario di Parma. Fu direttore dei settimanali cattolici Il Popolo di Parma, Vita Nuova e Realtà (1904), e fu corrispondente dell’avvenire d’Italia e dell’Osservatore Romano. Dal 3 dicembre 1919 fu parroco di Santa Cristina e anche Canonico onorario del Battistero. collaborò a giornali e riviste, pubblicando diligenti studi di carattere storico, artistico, biografico e letterario su fatti e cose di Parma. Sue sono le seguenti opere: La Chiesa del Santo Sepolcro in Parma (Parma, Fresching), Poviglio (Parma, Cooperativa, 1926), Parma eucaristica (Parma, Fresching, 1924), La Cupola e Il Pulpito del Duomo di Parma, e Vicofertile e la sua Chiesa (1910). Per il terzo centenario della nascita del gesuita P.Segneri pubblicò coi tipi dell’internazionale un’opera poderosa, nella quale tratta ampiamente delle sacre missioni nel Parmense di monsignor Nembrini e P.segneri, delle relazioni di Corte e di altri affari pubblici e pubblica lettere inedite, con ab-bondante bibliografia. Il Soncini fu autore anche di altri scritti storici, artistici, biografici e letterari, pubblicati in riviste e in giornali e poi anche in estratti: Cenni biografici in morte di Mons. Luigi Canali (1905), L’altare di maria Bambina in San Bartolomeo di Parma (1906), Narrazione popolare della vita di San Bernardo degli Uberti (1906), Istituti d’istruzione e d’educazione cristiana per la gioventù (1909), Mons. Domenico Maria Villa (1909), I Santi Martiri Cornigliesi Lucio ed Amanzio (1924), Un pergamo di Benedetto Antelami nella Cattedrale di Parma (1929), La fanciullezza del Duca Ferdinando di Borbone (1929), L’episodio Dantesco del Conte Ugolino tradotto in dialetto parmigiano da Francesco Scaramuzza (1930), I Canonici regolari di Parma e Piacenza dall’inizio delle loro fondazioni all’anno 1483 (1931), La politica del Clero e del Vescovo Vitale Loschi nei moti del 1831 a Parma (1932). Al Soncini il vescovo Conforti affidò l’incarico di scrivere la storia della Chiesa Parmense (Archivio Storico per le Province Parmensi, volume 22 bis 1922, 612). La Deputazione di Storia Patria di Parma fin dal 18 gennaio 1908 lo annoverò tra i suoi corrispondenti e il 26 aprile 1925 lo promosse membro attivo. morendo, lasciò la sua ricca biblioteca a monsignor Evasio Colli, che la donò nel 1957 al seminario urbano.

FONTI E BIBL.: P.Piombini, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1935, 89-94; Aurea Parma 1 1935, 40-42; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 142; I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 200.

SONCINI WILLIAM
Casale di Mezzani 1913-Pisa 25 gennaio 1997
Figlio di Egidio, segretario comunale a mezzani. Maturò la sua vocazione artistica all’interno della famiglia di origine.Il nonno paterno era Pancrazio Soncini, noto per aver progettato il teatro Reinach, ma anche autore di numerosi rifacimenti di facciate nel centro storico di Parma, nonché di alcuni significativi interventi in edifici della provincia, nella chiesa di San Secondo Parmense, nel Duomo di Guastalla e nel teatro di fontanellato.Compiuti gli studi superiori a Parma, frequentò per due anni la facoltà di Architettura di Torino.Pittore e scultore, collaborò a giornali e riviste in qualità di giornalista-pubblicista.In tale veste scrisse articoli anche per la Gazzetta di Parma.Dal 1944 al 1964 abitò stabilmente a Torino e negli anni tra il 1964 e il 1997 visse in prevalenza a Pisa, dove realizzò un atelier alla periferia della città. Grande importanza per la sua formazione culturale ebbe il viaggio, non solo di diletto ma soprattutto di conoscenza, che lo vide approdare nei diversi continenti per studiare gli aspetti innovativi dell’architettura contemporanea, nonché il repertorio iconografico dei popoli antichi.Il Soncini, che si firmava con il nome d’arte di Napoleone Inciso, non abbandonò mai la pittura, appresa negli anni giovanili, e si dedicò alla scultura soltanto nella piena maturità, sotto la guida di Luigi Froni, ottenendo notevoli apprezzamenti dalla critica.Espose le proprie opere in numerose mostre a Milano, Parigi, New York, Roma, Zurigo, Basilea e Osaka e, per quasi vent’anni, alle rassegne dell’antiquariato a Saluzzo.Alcune sue sculture si trovano in collezioni pubbliche, un crocefisso, un portacandele e un portamessale in bronzo sono nella chiesa del Casale di Mezzani e una statua a ricordo della moglie Giuliana, è collocata nel cimitero della Villetta di Parma, nella tomba di famiglia.Nell’aprile 1985 il Soncini donò a papa Giovanni Paolo II un Crocefisso.Di lui scrissero numerosi critici, tra i quali Carlo Munari, nicola Micieli e Vincenzo Marotta.Una mostra postuma delle opere del Soncini si tenne nello Studio Laboratorio di Anna virando, a Torino, nel periodo dal 22 settembre al 12 ottobre 1998.In tale occasione fu anche prodotto un catalogo con due significativi scritti di Angelo Mistrangelo e di Cinzia orlando. Le opere esposte, prevalentemente bronzi realizzati con la tecnica della cera persa e dunque pezzi unici, rivelano influssi mutuati sia dall’arte classica che dall’arte contemporanea.Per quanto riguarda i contatti con la prima, le sculture del Soncini fanno pensare all’arte etrusca e greca (con la ripresa del mitico tema della Nike), per quanto invece riguarda le connessioni con la modernità, vengono in mente le lunghe e filiformi figure di giacometti.Come però sottolinea Cinzia Orlando nel catalogo, le figure del Soncini, leggere e sottili, quasi evanescenti, non hanno la stessa fragilità spettrale che anima quelle di giacometti: c’è nelle opere del Soncini un senso di leggiadria e di gioia che non si trova nelle sculture dell’artista svizzero, certo più angosciose e tormentate. La rappresentazione della figura femminile sembra un tema fondamentale del lavoro del Soncini, che si articola sostanzialmente in due filoni ricorrenti: le maternità e le ballerine.In entrambi emerge un grande senso di vitalità: come movimento o addirittura virtuosismo acrobatico nelle pose delle danzatrici, come forza generatrice nel ciclo delle maternità, mai rappresentate secondo uno schema iconografico fisso.La madre ora tiene il bambino in braccio, accostando il proprio viso a quello di lui, ora lo solleva in cielo tenendolo tra le braccia, ora lo racchiude in un protettivo abbraccio, accovacciata su se stessa.Nell’attenzione affettivamente profonda e sincera del Soncini verso il mondo femminile c’è freschezza, allegria, disinvoltura, forza e sensualità (Orlando).

FONTI E BIBL.: A.Guerci, in Gazzetta di Parma 19 maggio 1997, 5; C.Lucchini, in Aurea Parma 1 1999, 139-141.

SONNACCHIOSO, vedi COLLA GIOVAN BATTISTA

SONS o SONSI, vedi SOENS

SOPERCHI PAOLO BENIGNO
Parma-post 1790
Tenore, detto Il Parmigianino, nel 1790 cantò a Napoli nel Teatro Nuovo sopra Toledo in Il cartesiano fantastico.

FONTI E BIBL.: Sartori; G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

SOPERCHI STEFANO, vedi SUPERCHI STEFANO

SOPERCHY PAOLO BENIGNO, vedi SOPERCHI PAOLO BENIGNO

SORAGNA, vedi MELI LUPI

SORAGNINO
Parma 1702/1708
Fu musico della Cattedrale di Parma dal febbraio 1702 al 1708.

FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

SORBA LEONARDO
Carignano 1922-Nairobi 9 agosto 1973
Dopo aver conseguito la maturità al Liceo scientifico Marconi di Parma, frequentò il primo biennio di ingegneria civile all’università di Parma, per ultimare poi gli studi all’ateneo di Bologna, dove conseguì la laurea nel dicembre del 1951. Precedentemente, prima della seconda guerra mondiale, aveva cercato di entrare all’Accademia navale di Livorno, ma essendo di salute cagionevole era stato costretto a ritirarsi. In seguito allo scoppio del conflitto, fu chiamato alle armi e partecipò alla campagna di Russia, meritando anche una medaglia d’argento al valor militare sui campi di battaglia di Kiev. Dopo la laurea conseguì la specializzazione in calcolo del cemento armato. Le sue capacità e la sua preparazione non tardarono a imporlo all’attenzione di numerose compagnie nazionali e straniere. Ebbe così modo di progettare e costruire, soprattutto all’estero, dighe, ponti e opere pubbliche di notevole valore. Al suo nome è legata la realizzazione dei tre imponenti grattacieli che dopo il 1960, anno dell’indipendenza nigeriana, costruì a Lagos quale sede del governo e del parlamento. Per conto di una grande compagnia inglese, il Sorba lavorò anche in Africa, in Inghilterra e in Australia. Negli ultimi anni di vita si stabilì in Kenia.La salma del Sorba fu provvisoriamente sepolta in un cimitero alla periferia di Nairobi e successivamente trasportata in Italia, dove fu tumulata nel cimitero di Carignano.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 11 agosto 1973, 4.

SORBA LUCIANO
Parma 10 luglio 1931-Parma 15 giugno 1986
Nel 1931 nasce la Sorba gomme fondata dal padre Umberto. Giovanissimo interrompe gli studi di ingegneria per entrare in azienda, che sotto la sua guida diventa un punto di riferimento per tutti gli automobilisti parmigiani e reggiani. Prematuramente scomparso, lascia in eredità signorilità e intelligenza imprenditoriale raramente riscontrabili.

FONTI E BIBL.: G.P.Coriani, notizie manoscritte, 1999.

SORBA UMBERTO
Parma 28 dicembre 1906-Parma 31 luglio 1975
Diede vita a una importante azienda per la costruzione di pneumatici.Fu anche in Africa Orientale, spinto da spirito d’avventura non meno che da ragioni professionali.

FONTI E BIBL.: G.Orlandini, in Almanacco parmigiano 1990-1991.

SORDO, vedi LUCCHINI BRUNO

SORDO DA PARMA
Parma-post 1567
Fusore di metalli attivo nella seconda metà del XVI secolo. Nel 1567 fuse la campana grande del palazzo Gotico di Piacenza. Nel 1632, per utilizzare il bronzo avanzato dalla costruzione dei cavalli, la campana venne fusa per costruire quella gigantesca, opera di Alessio Alessi.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 306; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SOREGNI GIOVANNINO
Costamezzana 1304
Notaio attivo in Parma nell’anno 1304.

FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 869.

SORENTI VITTORIO
Salsomaggiore 8 aprile 1923-Luneto di Bore 14 luglio 1944
Figlio di Giovanni. Partigiano della 31a brigata Garibaldi Forni, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Ad improvviso attacco si lanciava con la propria squadra contro preponderanti forze nemiche riuscendo a farle retrocedere. colpito a morte, cadeva al suolo trovando ancora la forza di pronunciare parole di incitamento alla lotta.

FONTI E BIBL.: Decorati al Valore, 1964, 112-113; Caduti della Resistenza, 1970, 91.

SORGO LODOVICO
Parma prima metà del XVI secolo
Maestro da muro attivo nella prima metà del XVI secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, III, 299.

SORMANI ALFONSO
Soragna 1862-Soragna 1904
Nel 1885 fece parte, come volontario, del primo corpo di spedizione in Africa comandato dal colonnello Saletta.

FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e comu-ne, 1986, II, 301.

SORMANI ANTONIO
Borgo San Donnino 16 marzo 1732-Napoli 25 maggio 1795
Frate cappuccino, predicatore, fu per molto tempo cappellano militare della Corte di Napoli. Compì a Carpi la vestizione (8 giugno 1748) e la professione solenne (8 giugno 1749). Fu consacrato sacerdote a Lodi il 22 febbraio 1755.

FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 319.

SORMANI BATTISTA
Soragna 1842-Soragna 1901
Fu sindaco di Soragna dal 1889 al 1896 e, per diversi anni, anche presidente dell’Opera parrocchiale.

FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comu-ne, 1986, II, 301.

SORMANI GIAMBATTISTA
Soragna 23 febbraio 1765-Soragna 23 marzo 1837
Appartenente a una distinta famiglia di Soragna che poté vantare anche ascendenze di nobiltà, il Sormani esercitò l’arte della medicina, distinguendosi per le sue apprezzate doti professionali e umane. Fu uomo colto nelle lettere e figura di spicco nella vita sociale soragnese: occupò infatti le cariche di consigliere comunale, di amministratore del Consorzio dei poveri e di membro della Commissione speciale di Sanità e soccorso.

FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e comu-ne, 1986, II, 301.

SORMANI GIUSEPPE
Soragna 1784-Soragna 1858
Fratello di Giambattista. Fu Podestà di soragna dal 1825 al 1827.

FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comu-ne, 1986, II, 301.

SORMANI LUIGI
Soragna 1813-Soragna 1864
Figlio di Giambattista. Fu Podestà di Soragna per quasi undici anni, dal 1846 al 1857.La lapide posta sulla tomba del Sormani, esistente nel cimitero del capoluogo, ricorda questa civica carica da lui ricoperta.

FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comu-ne, 1986, II, 301.

SORMANI MORETTI FERDINANDO
-Parma 26 maggio 1878
Conte. Accorse nel 1866 soto la bandiera di garibaldi, prendendo parte a quella campagna risorgimentale.

FONTI E BIBL.: Il Presente 29 maggio 1878, n. 147; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 421.

SOSTER ANTONIO MARIA LUIGIA
Parma 18 luglio 1761-post 1789
Violinista, figlio di Giovanni e Gioseffa Terenghi.Il 19 agosto 1789 esercitava la professione a Piacenza.

FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

SOSTER GIOVANNI
Parma 1727-post 1780
Dal 1780 lavorò a Piacenza come maestro di ballo.

FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

SOTTILE ANTONIO
San Secondo 1560
Fu buon poeta latino e buon poeta italiano, lodato dal compatriota Angelo Rinieri in un sonetto. Scrisse diversi sonetti (uno in lode dei Rossi) e una Canzone piena di lamenti amorosi.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3-4 1959, 193.

SOTTILI ANTONIO
Berceto 1575
Fu arciprete di Berceto. Cessò dalla cura di Berceto per morte o rinuncia verso il 1575.

FONTI E BIBL.: G. Schianchi, Berceto e i suoi Arcipreti, 1927, 87.

SOTTILI PIETRO
Parma 25 novembre 1803-post 1873
Allievo nello Studio Toschi, predilesse l’incisione lineare. Fu attivo ancora nel 1873, come insegnante di disegno. Studiò all’Accademia di Belle Arti di Parma. Tra le sue stampe si ricordano: Candelabro (da Albertolli, 1821), capitello corinzio (da Albertolli, 1821), Tomba di guido da Correggio nella Steccata a Parma, tomba di Bertrando Rossi nella Steccata a parma (per le Famiglie celebri del Litta) e medaglie.

FONTI E BIBL.: Archivio comunale di Parma, 1811, 1822, Censimento; Documenti nell’accademia di Belle Arti, Parma; E.Scarabelli Zunti, documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, Parma, 1851-1893, ms. nel Museo di Parma; P. Martini, l’arte dell’Incisione in Parma, 1873; U.Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, 1937, XXXI; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; Arte incisione a Parma, 1969, 60; A.M.Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1974, 3128.

SOZI o SOZII, vedi SOZZI

SOZZANI NINO
Salsomaggiore 1889-Parma 24 maggio 1977
Nato da famiglia di tradizioni militari, il Sozzani a ventidue anni ricevette i primi encomi nella guerra di Libia (1911-1912) per il comportamento quasi di sfida dimostrato in più occasioni davanti a un avversario mobilissimo e inafferrabile. Solo per una fortuita combinazione si sottrasse alla sorte dei suoi compagni d’arme presi prigionieri dai Turco-Arabi a Sciara-Sciat. Nelle guerra 1915-1918 partì con i primissimi reparti per il fronte della III Armata (da Gorizia al mare) e prese parte a tutti i combattimenti per la conquista delle munitissime posizioni austriache che sbarravano la strada per Trieste. Il Sozzani fu promosso prima Tenente, poi Capitano e quindi maggiore. Nel giugno del 1918 il Duca d’Aosta, comandante della III Armata, appuntò sul petto del Sozzani la medaglia d’argento al valor militare per l’eroica difesa del settore di Candelù di Piave. Dal 1936 al 1939 fu comandante del 2° Reggimento bersaglieri di stanza a Roma, nella caserma di San Francesco a Ripa, col grado di Colonnello. Nel 1939 sbarcò a Durazzo al comando di un reggimento di bersaglieri. Lo Stato Maggiore gli affidò importanti e delicati compiti militari in quella terra di grande importanza strategica. Dal settembre 1940 al novembre del 1942 fu in Sardegna al comando della Divisione Sabauda e della Cremona ed esplicò l’immane opera di preparazione difensiva dell’intera isola. Dopo la battaglia di El Alamein, al Sozzani, promosso Generale, fu affidata una grande unità operativa. Nel 1943 fu inviato sulle posizioni di Akarit e del Mareth in Tunisia, dove, sotto il comando del generale Messe, venne impostata una battaglia d’arresto contro l’VIII Armata inglese di Montgomery. Dal marzo al maggio le truppe italiane, formate con i resti di unità sfaldatesi e reduci dal calvario di una ritirata di 2500 chilometri sotto gli attacchi provenienti da terra e dal cielo, furono chiamate a compiere uno sforzo formidabile. Alla vigilia della battaglia, il Sozzani, comandante di una divisione di formazione e responsabile del settore più importante dello schieramento, ebbe notizia della morte del suo unico figlio, sottotenente pilota, caduto in combattimento, ma non abbandonò il posto di comando. Dopo cinque giorni di lotta disperata, gli Italiani furono nettamente vittoriosi sugli Inglesi. Per le sue alte virtù di comandante energico e capace dimostrate sul campo del Mareth, il Sozzani venne decorato dell’Ordine militare di Savoja.

FONTI E BIBL.: E. Mangiarotti, in Gazzetta di Parma 24 giugno 1977, 5.

SOZZI ALESSANDRO
Bedonia 5 marzo 1886-Strela di Compiano 19 luglio 1944
Sacerdote della Diocesi di Piacenza, fu parroco di Strela. Fu fucilato dai Tedeschi il 19 luglio 1944 insieme a un Padre della Missione.

FONTI E BIBL.: Martirologio del clero italiano, 1963, 208.

SOZZI ANDREA
Parma 1482/1485
Tipografo. Stampò a Venezia del 1482 al 1485. Si conoscono della sua officina le istituzioni di Giustiniano (1482), la Lectura famosissimi iuris utriusque doctoris D. Cristophori Porchi (1484), i Sermones di Leone papa (1485) e la Lectura del Bartolo sopra i tre libri del Codice, con aggiunte (1485). È probabile che fuggisse da Parma quando la fazione dei Rossi fu perseguitata dalle altre tre, che saccheggiarono le case avversarie, tra le quali nel Diario Parmense è annoverata anche quella di Gian Antonio de Sociis. È forse lo stesso che nel 1485 fu a Norimberga: il Maittaire riferisce di un libro impresso in questa città per Andream de Sociis.

FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori, III, 1791, XLI-XLIII; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 235; A. Ciavarella, Storia della tipografia, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1967, 256.

SOZZI CARLO
Parma-Parma 24 giugno 1598
Prevosto mitrato, resse la Chiesa di Borgo San Donnino dal 1582 al 1598. Prima dell’elezione a Prevosto, aveva ricoperto nella diocesi di Parma varie dignità e fu anche onorato del titolo di Protonotario apostolico. Il 10 gennaio 1584 celebrò a Borgo San Donnino il sinodo.

FONTI E BIBL.: D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 30.

SOZZI CARLO
Parma 1635
Governatore di Rètimo per la repubblica di Venezia, mosse da Candia con C. C. Fenaroli conducendo meno di 600 fanti al soccorso della Canea attaccata improvvisamente dai Turchi sulla fine del giugno 1635.Rafforzò la posizione di Calami sulla baia di Suda, preparando la base principale delle operazioni e mantenendone la difesa.

FONTI E BIBL.: G. Gualdo Priorato, Dell’historia, III, 443; A. Valori, Condottieri, 1940, 382.

SOZZI FEDERICO
Parma ottobre 1911-Parma 23 marzo 1997
Compì gli studi ginnasiali e liceali al Liceo Romagnosi di Parma, valendosi dell’alto magistero di insigni docenti. Gli furono compagni di classe, tra gli altri, Attilio Bertolucci e Adolfo Jenni, che negli anni a venire sarebbero diventati tra i maggiori esponenti della cultura letteraria a Parma. Immatricolatosi nel novembre 1929 alla facoltà di Giurisprudenza dell’università di Parma, si laureò nell’ottobre di quattro anni dopo con una tesi di Diritto commerciale dal titolo L’azione di arricchimento in materia cambiaria, ottenendo il massimo dei voti. Entrato nell’avviato studio legale del padre, ottenne nel 1937 l’iscrizione all’albo dei procuratori legali e, nel 1943, a quello degli avvocati. Allo scoppio del secondo conflitto mondiale il Sozzi fu richiamato alle armi come Tenente di artiglieria da montagna e inviato sul fronte jugoslavo, ove si meritò la Croce di guerra. Rientrato a Parma, riprese la professione, che lasciò nel 1987. Accanto a essa, esercitata con grande preparazione ed estremo rigore, il Sozzi assunse incarichi e responsabilità di rilievo in enti e istituzioni. Dal 1953 al 1982 fu Giudice conciliatore, dal 1973 membro del Consiglio di amministrazione, vicepresidente della Giunta esecutiva e consigliere a vita dell’ordine Costantiniano di San Giorgio. Fu inoltre presidente di Italia Nostra dal 1975 al 1991. Fu raffinato collezionista di libri. A fianco di rari testi parmigiani, possedette antiche e preziose edizioni della letteratura moderna francese, della quale, assieme al fraterno amico Virginio Marchi, fu appassionato cultore.
FONTI E BIBL.: F. Razzetti, in Aurea Parma 1 1997, 71-72.

SOZZI GIOVAN BATTISTA
Parma 1522/1568
Figlio di Simone. Fu Anziano del Comune di Parma negli anni 1544, 1560 e 1568 e scrisse una breve Cronaca di Parma dall’anno 1522 al 1568 (copia in Biblioteca Palatina di Parma). Vi si narra come il 20 giugno 1532 il Sozzi fosse stato creato Cavaliere e Conte Palatino da Carlo V e dallo stesso Imperatore confirmata l’arma col cimiero e donata l’aquila negra in campo d’oro per lui e per i suoi discendenti. Nel 1558 fu inviato dal Comune di Parma, assieme a Paolo Bergonzi, a Piacenza, per portare le condoglianze a Margherita d’Austria dopo la morte di Carlo V. Nel 1560, essendo Anziano, fece rifare sulla Parma il Ponte di Mezzo che era in rovina e nel 1568, con denaro proprio e degli altri Anziani del Comune, fece costruire una cappella nelle carceri del Comune per i prigionieri.

FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 654.

SOZZI GIOVANNI
Corano Borgonovo 2 novembre 1783-
Entrato nella Guardia Imperiale Francese, fece le campagne sulle coste dell’Oceano nel 1805, quelle di Austria e Prussia nel 1806 e 1807, di Spagna nel 1808 e, come Sottotenente e poi tenente dei tiragliatori del Po, quella di germania nel 1809. Finalmente, come Capitano dell’11° Reggimento leggero, combatté in Russia, rimanendo ferito da un proiettile che gli attraversò il petto il 25 novembre 1812 al passaggio della Beresina. Membro della Legion d’Onore, passò allo stato maggiore della 25a divisione militare nel 1813, ma, dimessosi dal servizio francese, nel 1815 fu nominato capitano del Reggimento Maria Luigia di Parma e nel 1823 Comandante del Castello di Bardi.

FONTI E BIBL.: E. Loevison, Gli Ufficiali napoleonici Parmensi, Parma, Tip. Parmense, 1930, 34-35; E. Loevison, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 319.

SOZZI GIOVANNI SIMONE
Parma 1497-Parma 1587
Figlio di Giovan Battista. Fu uomo di lettere, versato particolarmente nella poesia latina. Morì a 90 anni ed ebbe trentasei figli da due mogli. Fu sepolto in Sant’Alessandro di Parma, con la seguente iscrizione sepolcrale: Io. Simon Succius, fertilis et eximius Poeta. In un sonetto fa le lodi di Donato Veronese e lo eccita a pubblicare i suoi versi saporosi, sinceri, nitidi, expolitos. Il Sozzi sposò una Fulchini.

FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1959, 108.

SOZZI GIROLAMO
Parma 1622
Dottore di Leggi e Canonico, scrisse versi latini nel 1622. Due epigrammi del Sozzi si leggono in fronte all’Oratio in funere Raynutii Farnesii di Gabriele Longhi.

FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 932.

SOZZI GIUSEPPE
Parma-1842
Fu allievo dei Barnabiti nel Collegio Maria Luigia in Parma.

FONTI E BIBL.: R. Notari, Un jeune ami de S. Joseph: Joseph Sozzi, élève des Barnabites, Parme, 1842; A. Micheli, I Barnabiti a Parma, Fidenza-Salsomaggiore, 1936, 70; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1015.

SPADA FRANCESCO
Borgo San Donnino 12 marzo 1834-Vignale di Traversetolo 14 settembre 1907
Di famiglia benestante, nacque da Carlo e Domenica Antonia Vaienti. Frequentò nel 1855 l’Accademia parmense di Belle Arti. Dopo aver abitato con i genitori in vari punti della città, nel 1857 lo Spada fu proprietario di un appartamento al primo piano di borgo Riolo 12. Il 24 agosto dello stesso anno guadagnò una medaglia di seconda classe per Miologia, disegno superiore di figura all’accademia. Combatté come volontario nelle guerre d’indipendenza. Dopo qualche altro successo nella pittura, nel 1865 iniziò l’attività fotografica (la Camera di Commercio di Parma lo menziona solo dal 1867). Nel 1861 sposò Paolina Soresina, che gli diede quattro figli. Inizialmente le sue fotografie recano sul retro l’indirizzo di borgo Riolo 17, ma ben più consistente fu l’attività svolta nello studio di borgo San Giovanni 10, a pochi metri dal recapito precedente. Da un certo momento gli indirizzi si uniscono a testimonianza di un lavoro intenso, distribuito in due studi. Benché non disdegni alcun soggetto, la sua specialità è rappresentata dai ritratti di bambini. Sono del 1873 le fotografie dei piccoli giannino, Albertina e Guglielmina Sanvitale, figli del conte Alberto e di Laura Malvezzi. Tale propensione risulta del resto anche da una nota in margine al Primo Congresso Artistico Italiano di Belle Arti di Parma (1870): Spada Francesco di Parma. Serie di ritratti in fotografia di piccolo formato e in molte parti di fanciulli. Menzione onorevole, per diligente e bella esecuzione. A partire dal 1878 lo Spada dichiarò all’addetto dell’Ufficio camerale di non ritraer reddito dalla sua industria. contemporaneamente le sue fotografie sono marchiate Fotografia A. Testa alias Spada francesco borgo Riolo n° 17 e Borgo San Giovanni n° 10, Parma. Ingrandimento di Ritratti. La Matricola della Camera di commecio nel frattempo continua a registrare, dal 1878 al 1880, prima Antioco poi Romeo Testa, sempre agli indirizzi di borgo Riolo e borgo San Giovanni: forse un trucco dello Spada per evitare la tassa. Altra cosa non spiegabile sono i vuoti lasciati dallo Spada nei registri camerali degli anni 1886-1888. Nel 1889 lo Spada fu socio di Enrico Calzolari nell’omonimo stabilimento fotografico di borgo della Macina 31 - borgo del Leon d’Oro, con ingresso al giardino, Casa Podestà. La Calzolari & Spada chiuse definitivamente l’attività il 15 novembre 1893: subentrò loro Eugenio Fiorentini. Dopo venticinque anni di attività lo Spada si ritirò nella casa di Vignale di Traversetolo, circondato dall’affetto dei familiari, tra cui la primogenita Annita, sposa al dottor Giuseppe Martini e madre del musicista Renzo, apprezzato compositore e direttore d’orchestra novecentesco, nelle cui memorie Bel tempo andato la morte del nonno pittore è ricordata con commosse parole.

FONTI E BIBL.: G.Martini, in L’Emilia 15 ottobre 1907, n. 205; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 421; R. Rosati, Fotografi, 1990, 139.

SPADA GIUSEPPE
Pellegrino 1652/1653
Fu Commissario in Pellegrino dal 1652 al 1653.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 13.

SPADA INNOCENZO, vedi MARTINAZZI INNOCENZO

SPADA LUIGIA o MARIA LUIGIA, vedi VALSOVANI MARIA LUIGIA

SPADA SIMONE, vedi MARTINAZZI SIMONE

SPADARO ANGELO
Parma seconda metà del XVI secolo
Stampatore di corami attivo nella seconda metà del XVI secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, Iv, 307.

SPADON VERA
Parma 1909/1951
Pittrice. Frequentò l’Accademia di Belle Arti di Venezia, studiando pittura con Virgilio Guidi. Iniziò la carriera artistica nel 1929 partecipando alla Mostra Sindacale di Venezia. Fu poi presente a tutte le altre mostre sindacali sino al 1943. Espose pure alla Mostra degli Artisti Veneti tenutasi a Padova, alla Triveneta, alla Esposizione Intersindacale di Firenze e alla Nazionale di Milano del 1941. Visse al Lido di Venezia.
FONTI E BIBL.: E. Padovano, Dizionario artisti contemporanei, 1951, 330.

SPADON WELMA
Borgo San Donnino 28 luglio 1911-Venezia 12 marzo 1997
Pittrice. Studiò pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia, avendo a maestro Virgilio Guidi. Dal 1933 al 1943 partecipò a tutte le mostre sindacali tenutesi a Venezia, esponendo pure a Padova alla Mostra degli Artisti Veneti e a Milano, alla Esposizione Nazionale indetta dal Sindacato delle Belle Arti. Visse al Lido di Venezia.

FONTI E BIBL.: E. Padovano, Dizionario artisti contemporanei, 1951, 330.

SPADON WILMA, vedi SPADON WELMA

SPAGGI ARCANGELO
Parma 1479/1493
Sacerdote. Il 1° luglio 1479 venne chiamato a insegnare grammatica e musica a trenta chierici, detti camilli, addetti al servizio della cattedrale di Parma, con lo stipendio di 21 ducati d’oro all’anno. Il 3 dicembre 1493, come magister scholae, fu investito della carica di Canonico primicerio.

FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, V, 1849, 218-219; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 6.

SPAGGI ARCANGELO
Parma 28 luglio 1515-1560/1580
Poeta, ricordato dal da Erba: Arcangelo di Spagi detto de Canosa giouane ingeniosissimo et litterato, et sottomaestro de l’entrate d’Ottauio di Farnesi duca; quale scrisse latino molti epigrammi; et uolgare una comedia intitolata la Burla et altre rime. Sembra che lo Spaggi fosse già morto quando il da Erba compilò il suo compendio, poiché ne parla al tempo rimoto, senza accennare che fosse ancora vivente. Lo Spaggi fu Sottomaestro delle entrate del duca Ottavio Farnese nel 1559.

FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 652.

SPAGGIARI DANTE
Parma 19 gennaio 1877-Parma 21 febbraio 1956
Figlio di Giacomo ed Ermelinda Ghiretti. autodidatta, dotato di ingegno e di una memoria prodigiosa, ebbe un piccolo laboratorio, ove lavorò per oltre cinquant’anni a incidere metalli preziosi, in uno sgabuzzino a pianterreno nell’antica canonica della chiesa di San Vitale. La stanzetta dava sulla strada attraverso una finestrella munita d’inferriate dinanzi alla quale, seduto sul suo sgabello, stava lo Spaggiari intento al suo delicato lavoro d’orafo. Noto come persona alquanto originale, lo Spaggiari creò attorno a sé un piccolo cenacolo di persone, con le quali si dilettava a parlare di filosofia, di musica, di teatro e di altri argomenti ancora, ricevendo continuamente visite, anche di persone di molto riguardo, le quali ricavavano motivo di grande interesse nelle schermaglie dialettiche che avevano con lui. A prima vista, poteva apparire sconcertante (nello Spaggiari ci fu molta tendenza al paradosso), ma la sua cultura, per quanto disordinata e raffazzonata, era solida. possedette poi un istintivo buon senso e una polemica prontezza al ragionamento che gli permisero di sostenere elucubrazioni intorno ai più svariati argomenti dello scibile umano. Una sua raccolta di aforismi fu pubblicata da Primo Taddei, a cura di Ferdinando Bernini, sotto il titolo Dante Spaggiari, filosofo ed esteta (Parma, 1945). Anche il teatro fu, per lo Spaggiari, una palestra di commenti e dispute accese. Memorabili rimasero i suoi battibecchi nei loggioni, durante spettacoli lirici e di prosa. Fecero parte del suo cenacolo Spartaco Copertini e Mario Silvani, letterati e musicisti, il poeta Casalini e tanti altri artisti del tempo.

FONTI E BIBL.: G. Copertini, in Parma per l’arte 2 1956, 90; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 142-143; V. Bianchi, Le veglie di Bianchi, 1974, 154-156; Al Pont ad Mez 2 1984, 35.

SPAGGIARI IGINO
Colorno 1832-
Esibitore di coattive presso l’Esattoria di Parma. Ufficiale garibaldino, fu volontario nelle campagne del 1859 e 1860. Nel 1864 fu sottoposto a sorveglianza dalle autorità di polizia perché ritenuto oltranzista.

FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 219.

SPAGGIARI TULLO
San Lazzaro Parmense 1906/1938
Figlio di Achille e di Severina Petrolini. Primo Caposquadra del III gruppo cannoni da 65/17, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Sott’ufficiale addetto al R. M. V. eseguiva un difficile rifornimento di munizioni ad una batteria in appoggio ad un battaglione di assalto, contrattaccando nuclei avversari che si opponevano al suo passaggio. Avendo notato, sull’itinerario percorso, un motociclista cadere al lato della strada, ritornava con pochi uomini alla ricerca del milite, che rintracciava e portava in salvo non senza arditamente difendersi e reagire contro il fuoco degli avversari che tentavano di accerchiarlo (Strada di Tortosa, 18 aprile 1938).

FONTI E BIBL.: G.Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.

SPAGI ARCANGELO, vedi SPAGGI ARCANGELO

SPAGNOLI ARNALDO
Parma 11 ottobre 1906-Parma 26 novembre 1989
Dopo essersi avvicinato a interessi musicali nell’adolescenza, frequentò l’Istituto d’arte Paolo Toschi, diplomandosi in scenografia nel 1925. Nel 1930 ottenne la menzione onorevole al Concorso Perpetuo di Parma, partecipando a tutte le mostre sindacali nell’Emilia romagna. Nel 1934 espose ai Littoriali della cultura e arte a Firenze. Durante la seconda guerra mondiale subì un lungo periodo di prigionia in Germania: lo Spagnoli soffrì fisicamente, ma completò spiritualmente un bagaglio di artista che in precedenza era costituito soprattutto da temi paesaggistici. Con i disegni realizzati nei campi di prigionia e i lavori elaborati dopo, sulla base dei ricordi personali, lo Spagnoli formò negli anni successivi alla seconda guerra mondiale una interessante testimonianza pittorica, esponendo queste opere particolari, spesso crude nei temi e nel colore lancinante, in alcune mostre (tra le quali si ricordano quella alla galleria Giordani di Parma e l’altra, con il figlio Stefano, anch’egli pittore, alla Galleria del Teatro di Parma). Nel 1946 lo Spagnoli riprese l’attività a Parma, esponendo, tra l’altro, alle Biennali sulla resistenza a Bologna e a Parma e tenendo mostre personali a Milano, Parma e Firenze. Le sue ultime partecipazioni furono quelle con l’associazione parmense artisti, costituitasi nel 1979 e attiva con grandi rassegne tematiche nell’ambito delle quali lo Spagnoli si segnalò per una pittura fresca, piena di colore, di derivazione impressionista.

FONTI E BIBL.: Catalogo personale Galleria camattini, Parma, 1962; A.M.Comanducci, Dizionario dei pittori, 1974, 3136 e 3138; T. Marcheselli, in Al Pont ad Mez 2 1990, 45-46.

SPAGNOLI RENZO
San Lazzaro Parmense-Taga Taga 12 febbraio 1936
Figlio di Guglielmo. Capo Squadra della 101a Legione Libica, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Capo squadra in combattimento era d’esempio ai dipendenti per coraggio e disprezzo del pericolo. Cadeva colpito a morte, mentre alla testa della sua squadra si lanciava al contrattacco.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale, Dispensa 66a, 5314; Decorati al valore, 1964, 71.

SPAGNOLINI ANTONIO
Parma 1668/1670
Statuario, intagliatore in legno e pittore attivo nella seconda metà del XVII secolo. È ricordato nel 1670 per un pagamento per fattura ed intaglio del tabernacolo per l’esposizione del SS.mo nella chiesa della Steccata a Parma.

FONTI E BIBL.: Testi, 1922, 239; E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 266; Il mobile a Parma, 1983, 255.

SPAGNOLO, vedi CAPACCHI BARTOLOMEO

SPAGNOLO GIACOMO
Rotzo 31 gennaio 1912-San Lazzaro Parmense 22 marzo 1978
A undici anni entrò nella casa apostolica saveriana di Vicenza, a sedici emise la professione religiosa e l’11 novembre 1934 venne ordinato sacerdote. Si laureò in missiologia presso l’università di Propaganda Fide a Roma e iniziò gli studi di ingegneria che non poté portare a termine perché chiamato a svolgere l’ufficio di Rettore della casa-madre dei Saveriani a Parma. Per venti anni ricoprì l’ufficio di consultore generale nel suo istituto e in periodi diversi gli vennero affidati altri incarichi. Fin dal 1942 cominciò a farsi strada in lui l’idea di realizzare la fondazione del ramo femminile dell’istituto saveriano. Quando ebbe modo di conoscere, attraverso documenti, che il progetto era stato pure coltivato dal fondatore dei Saveriani, Guido Maria Conforti, la sua idea ne uscì rafforzata. Nel luglio 1945 diede inizio alla nuova opera insieme con Celestina bottego. Da allora si dedicò in particolar modo alla formazione delle sorelle della Società missionaria di Maria, visitandole anche sul campo di lavoro, soprattutto dopo il 1968, anno in cui ottenne di essere esonerato da compiti di responsabilità all’interno del suo istituto. Lo Spagnolo redasse le costituzioni delle missionarie di Maria e diverse lettere circolari scritte dal 1957 sino alla morte.

FONTI E BIBL.: L. Gori, in Dizionario Istituti di Perfezione, VIII, 1988, 2007.

SPALAZZI RICCARDO
1884-Parma 1 settembre 1918
Figlio di Luigi. Impiegato, fu Sergente maggiore nel 62° Reggimento Fanteria. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare e proposto per la Croce di guerra. Morì in seguito a malattia contratta al fronte o durante il viaggio per una breve licenza. Lo Spalazzi era già stato ferito a Passo Buole, sul Carso e sull’altipiano di Asiago.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 e 4 settembre 1918; Commemorazione Consiglio Comunale, seduta 26 ottobre 1918; G.Sitti, Caduti e decorati, 1919, 233.

SPARTACO, vedi BERTANI GINO

SPECIOTTI ALESSANDRO
Parma 1789/1824
Nel 1789 l’Accademia Filarmonica di Parma lo nomino al posto del copista Obermajer, in momentanea assenza.Nel gennaio 1824 fu assunto quale suggeritore al Teatro Ducale di Parma.

FONTI E BIBL.: Inventario, 1992, 40, 71.

SPECIOLI o SPECIOTTI ANTONIO o GIACOMO ANTONIO, vedi SPICIOTTI GIACOMO ANTONIO

SPEDIA SATRIA, vedi SATRIA

SPEDIUS TITUS
Parma I secolo a.C./V secolo d.C.
Figlio di Vibus. Libero, fece costruire per sé e per l’uxor Satria, entrambi ancora in vita, un sepolcro con epigrafe ornata da due protomi e sormontata da un timpano triangolare, nel quale erano rappresentate due colombe beccanti un grappolo d’uva. L’epigrafe, perduta, fu trovata fuori dalla Porta Santa Croce, a occidente della città di Parma, secondo la testimonianza del Ferrarini: nella sua riproduzione colpisce la differenza d’età tra i due coniugi. Spedius è nome gentilizio diffuso soprattutto in Italia meridionale e raro in Cisalpina. Il patronomico Vibius, qui praenomen, è presente come nomen nella regio VIII solo nella Tabula Veleiate. A Parma è documentato il cognomen Vibianus. Da ricordare inoltre il pretoriano parmense M. Vibius Antiquus. L’assenza del cognomen e l’essenzialità dell’iscrizione orienterebbero per una datazione tardo repubblicana, cui tuttavia contrasta la decorazione del timpano, di carattere tipicamente cristiano.

FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 169.

SPELTINI PIETRO
-Parma 21 febbraio 1905
Tenente colonnello della riserva, fu soldato valoroso dell’indipendenza nazionale nelle campagne del 1849, 1859 e 1866.

FONTI E BIBL.: G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 76.

SPERANDIO ANGELO
Pellegrino 1390/1395
Fu sacerdote e teologo. Dopo il 1390 resse per più anni la diocesi di Piacenza in nome del vescovo Pietro Maineri di Milano, che, essendo protomedico di Gian Galeazzo Visconti, risiedette continuamente in Milano. Lo Sperandio fu anche Abate di Tolla.

FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 325.

SPERANZA FRANCESCO
-Parma 19 dicembre 1998
Laureatosi a Pavia, assistente a Bologna di Geometria e professore di Geometria differenziale a Messina, giunse a Parma in qualità di docente di Matematiche complementari presso il Dipartimento di Matematica dell’Ateneo, ruolo che ricoprì fino al momento della morte. Occupatosi inizialmente di Geometria differenziale, richiamandosi alla scuola geometrica italiana, dalla fine degli anni Sessanta partecipò attivamente e incisivamente al vasto movimento d’innovazione della didattica matematica in Italia, con testi, interventi, progetti di formazione degli insegnanti promossi dall’Unione matematica italiana, formulazione dei nuovi programmi della scuola media, organizzazione e riforma del sistema universitario. Autore di libri di testo, scrisse anche opere rivolte alla preparazione e all’approfondimento culturale degli insegnanti: la sua instancabile attività in questo senso creò una scuola di pensiero che rese l’Ateneo di Parma un importante punto di riferimento culturale. Va ricordato, inoltre, il suo forte interesse per la filosofia della matematica e per il suo sviluppo storico. Fondatore del gruppo di Epistemologia della matematica, fece parte della Commissione scientifica dell’Unione matematici italiani, del Consiglio direttivo della Società italiana di logica e filosofia della scienza, del Consiglio direttivo nazionale Mathesis e della commissione italiana per l’insegnamento della matematica.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 21 dicembre 1998, 9.

SPERONI
Parma prima metà del XVIII secolo

Pittore attivo nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 21v.

SPERONI, vedi anche MUZZI GIOVANNI BATTISTA

SPERONI ANDREA
Parma 1490/1520
Pittore, detto il Moro Barbero. Il 31 aprile 1500 e il 29 e 31 aprile 1506 fu pagato 8 lire imperiali dal Comune di Parma per dipinti eseguiti sulla facciata dell’ufficio delle bollette del Comune (archivio di stato di parma, archivio comunale, Ordinazioni Comunali; registro di spese fatte dalla fabbrica del Duomo e dal Comune, 1403-1541, c. 78 v., e Libro Ratio dati et recepti 1502-1514). Il 12 ottobre 1517 fu testimone a un rogito di Giovanni martino Garbazza (archivio di stato di parma). Il 18 luglio e il 16 agosto 1519 lo Speroni e Cesare Balestrieri si obbligarono solidalmente verso Agapito de Guadiis, creditore di 400 lire imperiali a Vincenzo balestrieri. Poi lo Speroni e la moglie si obbligarono a liberare Genesio Balestrieri da qualunque solidarietà che avesse contratto per loro (archivio di stato di parma, rogito di Galeazzo Piazza). Nel 1520 lo Speroni assicurò la dote alla moglie Orsolina: 600 lire imperiali, una casa posta nella vicinia della Cattedrale, un appezzamento di terreno in Poviglio e un’altra casa posta in Poviglio (archivio di stato di parma, rogito del notaio Galeazzo Piazza).
FONTI E BIBL.: U.Thieme-F.Becker, Künstler-Lexikon, vol. XXXI, 364, 1937; Dizionario Bolaffi pittori, X, 1975, 397; C. malaspina, Guida di Parma, 1869, 176; E. scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, vol. III, c. 377; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 368.

SPERONI ANTONINO
Piacenza prima metà del XVIII secolo-post 1789
Fu allievo prima di P. Ferrari poi di Callani presso l’Accademia di Belle Arti di Parma. Premiato nel 1787 per il nudo a pari merito col Pasini, vinse due anni dopo il premio di composizione.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane; Archivio dell’accademia di Belle Arti, Atti, vol. 1, 1770-1793; Arte a Parma, 1979, 199.

SPERONI ANTONIO, vedi SPERONI ANTONINO

SPERONI PIETRO
Parma 1558/1571
Detto de’ Rizzi, fu suonatore di trombone della chiesa della Steccata in Parma dal 27 gennaio 1558 al 1571. Con testamento del 1 settembre 1572 lo Speroni lasciò alla Steccata i suoi beni qualora non avessero avuto eredi Angelo e Giulio Pinetti.

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 22; Comp. dei Legati, fol. 38 (Archivio della Steccata); N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 18.

SPICCIOTTI GIACOMO ANTONIO, vedi SPICIOTTI GIACOMO ANTONIO

SPICIOTTI GIACOMO ANTONIO
Parma 26 luglio 1520-5 ottobre 1576
Detto Spirto Gentile. Nato da Gianfrancesco e Laura. Allievo del Correggio, per Scarabelli Zunti si tratta di un pittore di vaglia, di un bravo artefice correggesco, di cui non si conoscono opere fuori Parma. Eseguì nel 1556 una pala d’altare raffigurante Madonna con bambino tra i Ss. Francesco e Macario per la cappella della Concezione in San Francesco del Prato (Parma, in Pinacoteca dal 1912), pagatagli 100 lire imperiali. L’opera è descritta dalle seguenti fonti: Descrizione di 100 quadri (manoscritto del 1725), prima attestazione dell’opera, situata nella cappella della concezione (ancona dalla parte del Vangelo) in San Francesco del Prato; A. Sanseverino descrive l’opera raffigurante Crocefisso con i SS. Antonio e Francesco sull’altare di sinistra della cappella della Concezione; l’Affò la descrive nella cappella della Concezione sull’altare a destra come una Beata Vergine con Bambino, S. francesco, un santo eremita e diversi angeli di scuola certamente correggesca e molto bella; C. Ruta dice che il quadro è dell’Anselmi e raffigura S. Girolamo e S. Caterina (commettendo un errore); G. Bertoluzzi lo descrive, attribuendolo al Soens. Lo Spiciotti è citato in un atto notarile del 18 febbraio 1555. Il 17 dicembre 1561 fu pagato dalla Corte farnesiana 25 scudi per un ritratto che fece del Principe, qual S. Ecc.za lo mandò alla Duchessa d’Urbino (archivio di stato di parma, Mastro, 1561-1564, c. 64: Spese straordinarie). Il 19 giugno 1567 fu pagato dal tesoriere del Comune di Parma 12 lire imperiali per aver dipinto il camino della camera del governatore. Lavorò per il conte di Novellara eseguendo dipinti, poi perduti. Nell’Inventario de’ quadri esistenti nel Palazzo del Giardino di Parma regnante Ranuccio II si legge: n. 70 di un Spirito Gentile. Un quadro alto braccia uno, once quattro e mezza, largo braccia una, oncie una e mezza. Una Madonna, quale tiene davanti in piedi il bambino con la mano destra, qual porge l’anello al deto di S. Caterina, che li sta in ginocchio davanti (archivio di stato di parma, Galleria de’ quadri e Medagliere de’ Farnesi). Il duca di Parma Pier Luigi Farnese gli diede l’incarico di dipingere il ritratto della primogenita Vittoria, andata sposa nel 1547 a Guidobaldo della Rovere, duca di Urbino (documento ritrovato e poi smarrito da Scarabelli Zunti, citato nel suo manoscritto).

FONTI E BIBL.: Enciclopedia pittura italiana, III, 1950, 2341; U.Thieme-F.Becker, vol. XXXI, 1937, 367; A.O. Quintavalle, La Regia Galleria di Parma, Roma, 1939; Dizionario Bolaffi pittori, X, 1975, 397-398; Descrizione per alfabeto di cento quadri nella Galleria Farnese di Parma quest’anno 1725, ms. presso la Biblioteca della Soprintendenza ai Beni artistici e Storici di Parma, c. 52; I. Affò, Il parmigiano, 116; A. Sanseverino, Il parmigiano istruito, 1778, parte II, 99; C. Ruta, 1780; G. Campori, Gli artisti, 24; G. Campori, Raccolta di cataloghi inediti, Modena, 1870, 262; G. Campori, Lettere artistiche inedite, Modena, 1866, 505; G. Bertoluzzi, Guida di Parma, 116 e 155 ss.; P. Zani, parte I, vol. IX, 342, vol. XVII, 370, 405; C. Malaspina, Nuova guida di Parma, 1869, 176; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, voll. III, c. 222, IV, cc. 168-169; Rassegna d’arte 5/8 1912; Bollettino d’arte, 26 1932-1933, 96, 98; G. Bertini, La galleria, 208, 257; Archivio Storico per le Province parmensi XLVI 1994, 332-333.

SPICIOTTO ANTONIO o GIACOMO ANTONIO, vedi SPICIOTTI GIACOMO ANTONIO

SPIESS DANIELE
Parma 8 maggio 1826-
Figlio di Johannes e Luisa Corsini. Fu in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria dal 1 gennaio 1847 come sottoaiutante di cucina.

FONTI E BIBL.: M.Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 315.

SPIESS JOHANNES
Vienna 21 marzo 1787-post 1820
Cuciniere. Si sposò nel 1820 con Luigia corsini di Parma, dalla quale ebbe quattro figli. Fu in servizio alla Corte di Parma dal 1816 come aiutante della cucina.

FONTI E BIBL.: M.Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 315.

SPIGA
Parma prima metà del XVII secolo

Pittore attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, (archivio di stato di parma, archivio comunale, 353.

SPIGARDI ANTONIO
Roccabianca 1831
Podestà di Roccabianca, si distinse durante i moti del 1831: armato di sciabola e cinto di fascia tricolore gridava alla libertà nel suo comune. Si pose alla testa della Guardia Nazionale ed arringò quei villani. Roccabianca si è distinta nella rivoluzione. È quindi ritenuto altro dei capi della rivolta in quel paese. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria.

FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 205.

SPIGARDI PASQUALE
Roccabianca 25 giugno 1802-Parma 13 dicembre 1869
Fu Canonico della Basilica Cattedrale di Parma, Prevosto del Collegio di San Gerolamo presso la chiesa di San Pietro apostolo in Parma e Cavaliere dell’Ordine Georgiano di costantino Magno. Morì per improvvisa apoplessia all’età di 67 anni. Fu sepolto nella cattedrale di Parma (il canonico Guido Bianchi ne dettò l’epigrafe).

FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 176-177.

SPINABELLI LODOVICO
Casagalvana 2 febbraio 1871-1948
Nato da Francesco e Maria Valenti, entrò in seminario a Parma grazie all’aiuto del rettore Andrea Ferrari. Lo Spinabelli fu parroco di Ranzano (dal 1898 al 1932) e poi di Ruzzano. Nell’anno 1928 il vescovo Guido Maria conforti esortò i parroci della Diocesi a scrivere la storia della parrocchia e della chiesa cui erano preposti. Pochi, tuttavia, risposero a tale esortazione. Lo Spinabelli invece si mise all’opera frugando alacremente nel ben munito archivio parrocchiale e nell’anno 1931 diede alla stampa, presso la tipografia Galaverna di Langhirano, un libretto di 95 pagine dal titolo Ranzano e la sua chiesa. Più che una storia vera e propria (il villaggio di Ranzano resta quasi soltanto sullo sfondo), è una diligente cronistoria della chiesa e soprattutto dei parroci di Ranzano: una piccola miniera di interessanti notizie, che forse mai nessun altro avrebbe messo insieme. Il libro ha un’ampia dedica all’arcivescovo Conforti. Molti lavori alla chiesa di Ranzano furono fatti per opera dello Spinabelli, il quale però lasciò la parrocchia senza aver potuto ricostruire il campanile (abbattuto perché pericolante nel 1908), che venne innalzato dal suo successore, Angelo Chierici, nel 1935.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 539; Valli dei Cavalieri 14 1995, 44-45.

SPINAZZI
Parma prima metà del XIX secolo
Pittore attivo nella prima metà del XIX secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 261.

SPINAZZI ARISTIDE
Parma 6 novembre 1858-Algeri 1919
Figlio di Pompeo e Albina Baruffini. Studiò dal 1869 al Conservatorio di Parma con Raniero cacciamani (corno) e Giovanni Rossi e Giusto Dacci (composizione), diplomandosi nel 1876 con la lode, il diploma di benemerenza e il primo premio del lascito Barbacini. Dal 1877 fu primo corno d’armonia al Teatro Municipale in Algeri e sostituto al direttore d’orchestra. Diresse pure i Concerti pubblici e l’operetta al Nouveau Théâtre. Diede lezioni di armonia, pianoforte e di strumenti a fiato. Apprezzato compositore, fece rappresentare al Municipale di Algeri le opere Meyel (5 atti, libretto di M. Cardon, 1890), che ebbe grande successo, Marceau (4 atti, sopra episodi della Rivoluzione francese) e Silia (3 atti, soggetto italiano). Compose molta altra musica di vario genere e fu ricercato orchestratore. Lo Spinazzi respinse sempre i reiterati inviti alla naturalizzazione algerina, benché connessi a promesse di lauti vantaggi materiali e di onorificenze.

FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale musicisti, 2, 1929, 534.

SPINAZZI MAURO
Parma ante 1566-Cesena post 1611
Divenne monaco benedettino nel 1566. Nel 1607 fu eletto Presidente della Congregazione benedettino Casinense. Fu Abate di San pietro Inglasciate e quindi fu nominato nel 1608 Abate del Monastero di San Giovanni evangelista in Parma, che resse fino al 1611.

FONTI E BIBL.: M. Zappata, Corollarium Abbatum, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 110.

SPINAZZI PIETRO
Colorno 29 giugno 1787-post 1866
Figlio di Luigi. Nel 1803 fu volontario al servizio di Francia, nel 1812 fu promosso caporale e nel 1814 Aiutante Sottotenente delle guardie del Corpo di Parma. Due anni dopo divenne Sottotenente del Reggimento Maria Luigia di Parma. Prese parte alle seguenti campagne: 1805 Coste dell’Oceano, 1806-1808 dalmazia, 1809 Germania, 1811-1812 spagna (vi fu ferito). Nel 1821 fu pensionato. Lo Spinazzi fu poi Capitano nei volontari parmensi del 1849 e nei Cacciatori delle Alpi nel 3° Reggimento. Entrò quindi nell’esercito regolare, ma poco dopo se ne staccò per ritornare tra i volontari: luogotenente di Bixio, assunse ai primi di agosto del 1860 il comando dell’ex brigata Tharrena e con quella si batté a Maddaloni il 1° ottobre, menzionato poi dal Bixio tra i prodi e i valenti. Nel 1866 lo si ritrova alla testa del 2° Reggimento. Ma l’età assai avanzata e alcuni segni di demenza determinarono in lui un comportamento gravemente irresponsabile: giunse al Caffaro a fatti compiuti e lanciò un proclama vano e magniloquente. A Bezzecca poi la sua colpa fu grave. Giunse presso il luogo del combattimento alla vigilia della battaglia dopo lunghe marce nei monti, ma Garibaldi attese inutilmente il suo soccorso. Il 22 luglio Garibaldi trovò a Pieve di Ledro lo Spinazzi, che non seppe dare una spiegazione plausibile del suo mancato intervento. Garibaldi lo mandò agli arresti, facendo assumere al generale Haug il comando del reggimento, commentando l’accaduto così: Nel contegno del colonnello Spinazzi pare vi fossero sintomi di demenza poiché la condotta antecedente di quel capo, per quanto sapessi, non era stata da vigliacco.

FONTI E BIBL.: G. Castellini, Eroi garibaldini, 1911, 102-104; E. Loevison, Ufficiali, 1930, 35.

SPINELLI ANDREA, vedi SPINELLI GIOVANNI ANDREA

SPINELLI BARTOLOMEO
Parma 1482 c.-post 1533
Figlio di Leandro. Fu ingegnere e architetto civile, sicuramente attivo nel 1525-1533.

FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVII, 1823, 367.

SPINELLI GIOVANNI ANDREA
Parma 15 febbraio 1508-Venezia 1549 o 1572
Figlio di Bartolomeo e Ceoche. Scultore, fonditore e medaglista. Nel 1534 andò a cercare lavoro a venezia, ove ottenne un ufficio nella Zecca, di cui fu maestro e incisore, eseguendo molti conî sin verso il 1542. Nel dicembre 1541 eseguì una statuetta del Cristo Risorto in bronzo per il Coro della Steccata di Parma. Per lo stesso tempio lavorò anche la statuetta di marmo bianco, rappresentante il Redentore, che, con inciso ai piedi il nome dello Spinelli, si eleva nel mezzo di una delle pile dell’acqua santa. Poi passò a dirigere la Zecca di Parma, coi da Gonzate (1545-1546).

FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 428; C.Ricci, Storia dell’architettura, III, 1859, 400; U. Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 339-341; R. Musa, Medaglisti parmigiani, 1941; A.M. bessone, Scultori e Architetti, 1947, 468; Parma nell’arte 1 1972, 31; R.Lasagni, Bibliografia parmigiana, 1991, 280.

SPINELLI NICOLÒ
Parma XVI secolo
Medaglista. Nel Museo imperiale di Berlino vi è una sua medaglia rappresentante Cassandra Fedele.

FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e Architetti, 1947, 468.

SPINETTA TERESA, vedi D’ORSI MARIA TERESA

SPINETTI GIUSEPPE
Parma seconda metà del XIX secolo
Giramondo, provetto nell’arte dell’imbonire. Verso la fine dell’Ottocento tenne a Milano, in via XX Settembre, il Grande Palazzo delle Scimmie, dove mostrò bertucce, cani, maiali, serpenti, capre e gallinacei. Li ammaestrava con l’aiuto della moglie.

FONTI E BIBL.: P. Tomasi, in Al Pont ad Mez 2 1986, 98.

SPINGARDI NELLO
Roccabianca-Porte di Salton 24 ottobre 1918
Sergente del 6° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Sotto violento fuoco nemico di mitragliatrici e artiglierie conduceva, con calma ed ardimento, la propria squadra all’assalto di una formidabile posizione. Per primo varcava, con mirabile fermezza, un passaggio obbligato violentemente battuto da una mitragliatrice avversaria trascinandosi dietro la squadra, finché colpito a morte vi lasciò gloriosamente la vita.

FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1921, Dispensa 4a, 144; Decorati al valore, 1964, 108.

SPINOLA GIAMBATTISTA
Parma seconda metà del XVII secolo
Ricamatore attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 267.

SPINOLA GIAN ANDREA, vedi SPINELLI GIOVANNI

SPIRTO GENTILE, vedi SPICIOTTI GIACOMO ANTONIO

SPOCCI ENRICO
Parma 11 novembre 1946-Parma 21 giugno 1982
Arbitro internazionale di baseball e softball. La sua ascesa ai vertici mondiali come arbitro fu rapidissima. Lo Spocci nel baseball fece di tutto: l’allenatore e il manager, ma tutte le sue energie le profuse nell’arbitraggio. Fu l’unico italiano invitato nel 1981 a dirigere una gara durante i campionati mondiali di Cuba.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 gennaio 1993.

SPOLVERINI ALESSANDRO, vedi MERCANTI ALESSANDRO

SPOLVERINI o SPOLVERINO ILARIO o ILARIONE, vedi MERCANTI ILARIO GIACINTO

SPOTARELLI EMILIO
2 luglio 1847-Parma 10 luglio 1908
Volontario nelle schiere garibaldine, combatté da eroe nella battaglia di Condino.

FONTI E BIBL.: G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 194.

SPOTTARELLI RICCARDO
Parma 9 febbraio 1907-post 1943
Nato da Anello e Maria Visca. Manovale. Emigrato nel 1930, risiedette a Montecarlo. Nell’ottobre 1936 si arruolò nella Colonna italiana Rosselli. Fu nel Battaglione Matteotti fino al marzo 1937, passando poi nel Battaglione Garibaldi come mitragliere della Compagnia comando. Fu ancora mitragliere nel 4° Battaglione della Brigata Garibaldi. Combatté a Fuentes de Ebro, nell’estremadura, a Caspe e infine sull’Ebro. In quest’ultimo fronte, a quota 404 della Sierra Cabals, rimase ferito alla gamba sinistra il 9 settembre 1938. Fu ricoverato successivamente negli ospedali di Las Planas, Mataró e Sagaró.Inviato in Francia con un convoglio sanitario, fu internato ad Arles, poi ad Argelès e a Gurs, finché si arruolò nelle compagnie di lavoro dell’esercito francese. Arrestato dopo la disfatta francese, fu tradotto in Italia e confinato a Ventotene.

FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 136-137; A. Lopez, Colonna italiana, 1985, 38.

SPOTTI GIOVANNI
Parma 1797/1818
Organista, lo si trova a suonare alla Steccata di Parma il 17 novembre 1797. Ottenne la sopravivenza del Ramis il 2 giugno 1808, in sostituzione di Giuseppe Gaiani. Il 1° gennaio 1811 fu nominato coadiutore del Giavarini ed eletto organista con lo stipendio di 45 lire al mese per tutto il 1812-1814. Poi lo si trova a suonare nelle solennità: il 15 agosto 1815, il 24 dicembre 1816, per l’Assunta del 1817 e il 21 maggio 1818. Compose Chirie, Gloria e Credo in Cesolfaut del sig. Giovanni Spotti (1798, partitura e parti).

FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1797; Archivio delle Fabbriceria della Cattedrale, Mandati 1801-1805 e 1806-1810; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 170, 248 e 296.

SPOTTI GIUSEPPE
Parma 1889/1892
Allievo interno del Conservatorio di musica di Parma, si diplomò in tromba nel 1889. Dopo aver suonato in Italia in orchestre e bande, nel dicembre 1892 fu in Venezuela flicorno solista della banda di Caracas, dove dava momenti di vera gioia e dolce entusiasmo. Tra i suoi pezzi più applauditi vi era La mezzanotte.

FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SPOTTI GIUSEPPE
Parma 13 novembre 1917-Milano 6 ottobre 1958
Iniziò a sei anni gli studi di pianoforte, che proseguì sino al conseguimento del diploma (in pianoforte nel 1934 e in composizione nel 1941) al Conservatorio della città natale. Nel maggio 1937 si dette al cinema teatro Petrarca la seconda serata cinematografica del Gruppo Universitario Fascista.Il 29 il Corriere emiliano scrisse: Un elogio merita anche il giovane fascista Giuseppe Spotti, del nostro conservatorio, che ha commentato il film con gusto e maestria. Il 18 gennaio 1946 suonò al festival del cinema di Parma, durante la proiezione di due film di René Clair. Fu solo nel dopoguerra che poté iniziare l’attività pubblica e fu ancora a Parma, dove si esibì come pianista-cantante in un locale notturno. Qui fece anche i suoi primi passi nel mondo del jazz, per il quale conservò poi uno sconfinato amore. Dopo qualche tempo decise però di lasciare Parma per cercare fortuna in qualche centro di maggiore importanza: si aggregò a diversi complessi con i quali peregrinò per i locali notturni nei vari centri di villeggiatura (Milano, Venezia, Svizzera e Germania). Nel 1949 giunse a Milano, dove iniziò come pianista in un noto night club e cominciò a farsi conoscere nell’ambiente musicale anche per la sua prima canzone, che ottenne subito un buon successo. S’intitolava Le tue mani e segnò uno dei più riusciti tentativi di creare la canzone moderna italiana. Le tue mani ebbe però degli importanti precedenti in alcuni tentativi compiuti dallo Spotti nella composizione di brani jazzistici per sola orchestra. Due di questi, Uranio e Plutone, ebbero anch’essi un buon successo presso il pubblico degli amanti del jazz, che fu il primo ad apprezzare a pieno le qualità dello Spotti. Il successo di Le tue mani rivelò l’autore di canzoni e così lo Spotti decise di restare definitivamente a Milano e di occuparsi con maggiore impegno a questa particolare attività. Nacquero così La voce del cuore, presentata da Lucia Mannucci al primo festival internazionale di Venezia, Amo la solitudine, presentata alla radio dall’orchestra di Carlo Savina e Tentazione d’amore. Queste tre canzoni non ripeterono il successo di Le tue mani, ma lo Spotti le considerò sempre i suoi lavori più belli. Il Quartetto Radar, che con lo Spotti ebbe in comune qualche anno di intenso lavoro e di successi, presentò a ogni occasione brivido blu, altro motivo di successo creato dallo Spotti, che fu anche la sigla della trasmissione Quattro voci e un pianoforte, presentata alla radio dai Radar e dallo Spotti. Anche Toni Dallara incise Brivido Blu. Nel 1952 si dedicò alla carriera di solista, facendo nel 1956 una lunga tournée cui diede il titolo Dal Seicento al jazz, alternando musica classica, leggera e jazz. Lavorò alla radio e alla televisione e nel 1956 diventò direttore della casa discografica Ariston. Fu anche arrangiatore per complessi vocali e strumentali.

FONTI E BIBL.: G. Tomaselli, in Gazzetta di Parma 14 ottobre 1958, 3; G. Calzolari, Il cineclub di Parma e altri circoli, Parma, PPS, 1995, 17, 51; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SPOTTI LUIGI
Parma 19 luglio 1895-16 dicembre 1943
Figlio di Angelo. Ragioniere, noto in Italia, Francia e Germania per i suoi studi grafologici. Lo Spotti è presentato come inventore di un nuovo metodo grafologico da Gaston Foa sul n. 101 1939 de La Graphologie scientifi-que. Egli viene citato anche da Peter Wormser e Marianna Leibl rispettivamente in pubblicazioni del 1947 e 1955. È inoltre ricordato da Leonida Villani su La giustizia penale del 1939 a proposito dell’istituzione di una Scuola superiore di grafologia (che poi non fu attivata). Ancora Leonida Villani nel 1939 scrive che a quella data lo Spotti per ragioni di salute non era più interessato alla scuola di grafologia. Nel 1941, su Sapere, lo Spotti scrisse di avere in preparazione un trattato di grafologia (forse anche con indicazioni di patografologia) e Leonida Villani nel 1939 scrive infatti su La giustizia penale che esisteva un’opera ancora inedita dello Spotti, per la quale Sante de Sanctis, uno psichiatra di Roma, prima della sua scomparsa aveva dettato una prefazione. Dello Spotti rimangono i seguenti articoli: Alcune deviazioni sessuali rivelate dalla scrittura (in L’infanzia anormale luglio-dicembre 1928) 157-175), La grafologia e la scuola (in Infanzia anormale 2 1929, 94-116), Importanza della rilevazione grafologica nello studio del giudizio e condotta morale (in Archivio Generale di neurologia Psichiatrica e Psicoanalitica 12 1933, 12-26), Les lois de l’écriture (in Revue internationale de Criminilastique, 1932), Le malattie nella scrittura (in Sapere 30 novembre 1941, 270-271). La moglie, Ernesta Moluschi, era maestra elementare e certamente fornì al marito spunti e suggerimenti in ambito pedagogico e anche grafie di bambini da prendere in esame.

FONTI E BIBL.: S. Lena, in Gazzetta di Parma 12 novembre 1998, 34, e 29 dicembre 1998, 34.

SPOTTI NAPOLEONE
Parma 1909-post 1943
Figlio di Dante. Fante del 277° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Servente di mitragliatrice partecipava, durante l’aspra fase di un ripiegamento, a sanguinosi combattimenti di retroguardia contro soverchianti e aggressive forze nemiche. In cruento combattimento notturno, nonostante la superiorità avversaria e le gravi perdite subite dal reparto, sostituiva il tiratore e col fuoco della sua arma, efficientemente ed a lungo cooperava a mantenere la posizione avanzata conquistata, consentendo ai rinforzi provenienti da tergo di travolgere la resistenza nemica (Don Sckeliakino, 17-23 gennaio 1943).

FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964, 98; bollettino Ufficiale 1956, Dispensa 20a, 2162.

SPOTTI PINO, vedi SPOTTI GIUSEPPE

SPOTTI ROMEO
Parma 1912-Tete Dure 24 giugno 1940
Figlio di Ernesto. Camicia Nera della 80a Legione Camicie Nere, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Porta feriti, durante violenta reazione nemica accorreva con magnanimo slancio per soccorrere e trasportare un compagno gravemente ferito. Mortalmente colpito nel generoso tentativo, rivolgeva il supremo pensiero alla Patria, dicendosi lieto di offrirle la vita. Già volontario della guerra d’Etiopia.

FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1941, Dispensa 88a, 6140; Decorati al valore, 1964, 99.

SPOTTI TANCREDO
Soragna 1895-Soragna 1947
Valente fabbro e apprezzato artista del ferro battuto, lasciò a Soragna e altrove numerose testimonianze della sua opera: suoi sono vari lampadari nelle sale della Rocca Meli Lupi, la cancellata del fonte battesimale e arredi nella chiesa di San Giacomo, nonché geniali serrature per mobili. Significativo del suo valore fu il 2° premio della sua categoria che gli venne assegnato nella Mostra nazionale dell’artigianato svoltasi nel 1936 a Milano.

FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comu-ne, 1986, II, 301.

SPREAFICHI EMILIO
Parma 1900/1936
Ingegnere, Capomanipolo della 214a Legione Vittorio Veneto, Divisione Tevere, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Combattente della grande guerra, volontario, subalterno in una batteria di Camicie nere, partecipava, al comando del proprio reparto appiedato, a difficili e sanguinose azioni in soccorso di un presidio che stava per essere sopraffatto. Raggiuntolo dopo lunga marcia, compiuta rintuzzando il fuoco avversario, con impeto giovanile partecipava all’assalto della posizione perduta. La teneva quindi per quindici ore, contro un nemico molto superiore in forza e imbaldanzito dal precedente successo. Costante esempio di coraggio, sprezzo del pericolo, audacia (Moggio-Las Addas, 6-7 luglio 1936).

FONTI E BIBL.: G.Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.

SPREAFICHI ENRICO
Parma 15 ottobre 1825-Parma 4 luglio 1890
Ingegnere, prese parte attiva ai moti politici del 1848, fu carcerato e combatté nelle vie di Parma contro gli Austriaci. Appartenne per moltissimi anni ai consigli del Comune e della Provincia di Parma. Divenne assessore la prima volta nel 1840 e fece per diverso tempo le veci del sindaco Sanvitale, assente. In una elezione suppletiva a scrutinio di lista nel 1889 venne contrapposto a Cesare Sanguinetti.

FONTI E BIBL.: Corriere di Parma 6, 10, 11 luglio 1890; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 40; Gazzetta di Parma 9 dicembre 1920, 1-2.

SPROCHINO, vedi GHISALBERTI ANGELO

SPUMINO, vedi ANDREOLI MIRKO

SQUARCIA FRANCESCO
Berceto 3 marzo 1901-Parma 27 gennaio 1970
Si trasferì giovanissimo a Parma dove frequentò il liceo classico presso il convitto Maria Luigia, conseguendovi brillantemente la maturità, tanto da guadagnarsi una borsa di studio per la Scuola normale di Pisa. Studiò alla Scuola Normale superiore di Pisa, ove fu allievo di Attilio Momigliano (il quale lo cita nella sua Storia della letteratura italiana, dichiarando di far sue certe conclusioni di un lavoro dello Squarcia sui commentatori petrarcheschi del Cinquecento). Laureatosi in lettere, ritornò a Parma e iniziò al Maria Luigia l’attività di insegnante di latino e italiano, una cattedra che mantenne per oltre trenta anni. Inoltre, subito dopo la seconda guerra mondiale, fu nominato preside del Liceo e anche in questo incarico riuscì a distinguersi. contemporaneamente, si dedicò assiduamente, con scritti su riviste e giornali, a un’attiva partecipazione alla vita letteraria. Fine letterato, critico profondo e scrittore sensibile grazie ai suoi lunghi studi, fu considerato uno tra i più autorevoli competenti in letteratura italiana dell’Ottocento e ottenne ambiti riconoscimenti anche in campo nazionale. Collaborò infatti a una storia della letteratura edita da Loescher e accettò, senza riuscire a portare a termine questa fatica, di curare il volume dedicato all’ottocento nella storia della letteratura di Garzanti. Nel 1952 pubblicò un interessante volume dedicato agli Scrittori romantici, dove espose il risultato dei suoi studi su Pascoli, leopardi, Manzoni, Tommaseo, Foscolo, verga e Carducci. Non ebbe lo Squarcia ambizioni accademiche, perciò non condusse un lavoro sistematico diretto a perseguire una specializzazione su un argomento o su uno scrittore, ma seppe spaziare con uguale competenza e penetrazione, in pagine nervose ma insieme elegantissime, sorvegliate ed estremamente mature, su argomenti e temi diversi. Di ciò resta testimonianza nel già ricordato volume sugli Scrittori romantici, ma soprattutto in un infinito numero di saggi, di articoli e di recensioni che andò pubblicando su L’Orto, Oggi, primato, Illustrazione italiana, Paragone, palatina, La Fiera letteraria, Aurea Parma, Archivio storico delle province parmensi, Dai ponti di Parma, Il Raccoglitore e in molte altre riviste e raccolte, di cui riconobbero il singolare valore critici delle più diverse estrazioni e tendenze. Basti pensare a certi avvii metodologici presenti negli Scrittori romantici, in cui chiaramente vengono delineate certe prospettive implicite e come sotterranee nella letteratura dell’ottocento: la disparità delle soluzioni proposte dai maggiori poeti del primo Ottocento fu sofferta e scontata dalla seconda generazione, a cui i maestri avevano lasciato un senso di disorientata stanchezza e il peso di nuovi e irrisolti problemi. Con passione di contemporaneo lo Squarcia seppe indagare, recensendo la Cronica edita dal Bernini, entro l’umore mordace e lo spirito alacre e innamorato della vita di Salimbene de Adam: queste memorie sono, nella loro varietà tumultuosa, uno specchio non comparabile del secolo, e non nel movimento remoto del pensiero, ma nell’urto della vita, a cui è offerta una testimonianza accanita e partecipe, grazie alla quale le idee finiscono quasi sempre per prendere il volto e il peso degli uomini che le incarnano. Lo Squarcia, così attento e aderente interprete e cronista di ogni espressione di vita letteraria, fu anche un cultore sensibilissimo, informato e dotto della letteratura parmigiana. Si ricordano infatti certi suoi giudizi acuti, spregiudicati e sorprendentemente nuovi su Giordani, uomo difficile, allorché, studiando l’intimità dell’uomo, la sua linea psicologica, il suo dramma e il suo limite, si fa più accosto, nel suo lavoro di scavo, all’animo di lui, concludendo: non è vano evocare la sua pena nel sentire che lo pensano e lo vogliono grande scrittore e nel sapere di non esserlo, di non avere la forza per esserlo. Gli studi sono stati, dice lui, la sua furiosa passione e il suo oppio. Forse, in tale direzione parmigiana, alcune delle pagine più intense e insieme più riccamente sfumate lo Squarcia scrisse in una sua Testimonianza per Barilli: Strettamente legata a quella di Verdi è in Barilli la mitizzazione di Parma, con la sua teatralità, il suo lustro, i suoi stracci; con l’allegria, i gesti, il sarcasmo della sua gente. Peraltro, entro la vibrazione di tale adesione immediata, interviene la precisazione di un’interpretazione in profondità, di ben altro orizzonte: Ma non si può dimenticare che Barilli è venuto sulla scena letteraria come un temperamento che giuoca la propria vicenda sui margini infuocati della vita, nelle fiamme rosse del tramonto più che nella quiete meridiana. Ha bisogno di vedere l’uomo sulla scena, non solo metaforica, del mondo tra ombre ora grottesche ora sfumate, ora spiritate ora dolci, ma sempre evocate in una luce d’artificio. A rendere conto poi di certa personalissima allure del lavoro d’interpretazione dello Squarcia, vanno rilette certe sue pagine carducciane, ove giunge a scoprire (e tra i primi), in Visione, trasalimenti assorti, brividi sottili che dissolvono il vecchio realismo in un incanto romantico già vicino ai limiti del decadentismo, mentre non trascura di segnalare con fermezza il valore di certe costanti umane: E se la letteratura col suo ronzio continuo, con le sue meccaniche bravure molte volte ne imbarazzò i sentimenti, è anche vero che egli lottò lungamente e aspramente per difendersene e distaccarsene, cercando la propria verità e sostanza di uomo nel contatto con la natura e col ricordo; ed anche la storia diventa per lui ricordo, sollecitazione di immagini note. D’altra parte, a proposito di un romanzo di Enrico Pea, lo Squarcia sa, con apparente nonchalance, seguire, anche attraverso l’intelligente sorriso, i sintomi caratterizzanti di una mobile e raffinata prospettiva letteraria: Quell’andare e venire, quell’accennare, abbandonare e riprendere non sono estranei al gusto dell’evocazione e della magia, a cui ogni tanto Pea ci richiama, maliziosamente spostando i piani e giocando con il soggetto con aria quasi distratta, come il gatto con il gomitolo. Ma non si dimentichi certa sottile finezza e incidenza di precisazione sulla Querela gattopardesca, che s’insinuano con l’estrema naturalezza di un’interpretazione dall’interno entro lo snodarsi di un discorso affabile e pacato, dischiudendo una molteplicità di piani e diramazioni: in questi modi allusivi e rapidi si viene disegnando il mosaico di una Sicilia senza speranza, ma non senza cuore. In Tomasi la luce immobile e polverosa è rotta e variata da deliziosi barocchismi, da eleganze rococò, da spiragli di grazia, di ironia affettuosa, di ottocentesca tenerezza. conversevolezza e umanità si accompagnarono in Squarcia a una religione delle umane lettere, a un suo gusto personalissimo educato a intendere e a percepire le ragioni stilistiche, a un saper vedere che derivava da un lungo esercizio, da un amore e da uno svariare di esperienze, da una sua irrequietudine fantastica che sostenne e nutrì quel pungente bisogno di chiarimento consapevole che volle attingere in sede critica. La lucidità dell’argomentazione nello Squarcia si accompagnò al vivo articolarsi di una penetrazione umana e, a un tempo, alla più sensibile partecipazione verso il rilievo delle connotazioni stilistiche, secondo la lezione di Giuseppe De Robertis. Ma appare singolare il fatto che in lui, oltre certe finissime sfumature, dosature e increspature della pagina, corra il calore interno di una convinzione verso cui gravita il battito della ricerca, che si distende poi nella luce placata della metafora critica originale: essa esprime il dono personale di un critico-letterato e il segno tangibile di un superiore distacco, ma insieme di un immedesimarsi, dinnanzi al nascere di un’esperienza nuova, con le linee di un paesaggio umano ritrovato. In primo luogo, infatti, nello Squarcia, a legare insieme il diramarsi delle sue molte disposizioni alla ricostruzione saggistica della fisionomia di uno scrittore, stanno la coscienza e la continuità di un discorso interno, di un bisogno contemplativo, che si arricchisce di umori e sapori terrestri e che non rinuncia a un personale criterio di valutazione tale da investire molti piani, senza mai esaurirsi nell’astrattezza di una tesi precostituita o di una formula critica. Fu direttore di Aurea Parma e fondò, insieme ad Arrigo e Mario Colombi Guidotti, la pagina Il Raccoglitore, pubblicata per molti anni dalla Gazzetta di Parma, alla quale collaborarono scrittori destinati a un grande avvenire e che lo Squarcia seguì sino alla fine.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 28 gennaio 1970, 5; M. Turchi, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1970, 31-35; Aurea Parma 1 1983, 74.

SQUARCIA JOAN
Parma 1765/1802
Figlio del fabbro ferraio della Corte di Parma. Realizzò splendidi orologi di gusto evoluto. Fu assunto al servizio del duca Ferdinando di Borbone nel 1793, col compito di provvedere alla cura degli orologi e delle armature di Palazzo. Un interessante orologio porta la sua firma, seguita da fece in Parma 1794.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3; F.e T.Marcheselli, Dizionario dei parmigiani, 1997, 297.

SQUARZA
Colorno 1831

Segretario del Barvitius, direttore del giardino Ducale di Colorno, si distinse a Colorno in favore della rivoluzione durante i moti del 1831.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 205.

SQUASSONI FELICE
-Napoli 3 agosto 1863
Fece le campagne risorgimentali del 1848, 1849 e 1859.

FONTI E BIBL.: Il Patriota 10 settembre 1863, n. 242; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 421.

SQUASSONI FERDINANDO
Cortemaggiore 1810-post 1859
Studiò violino per due anni con Germano Liberati e poi con Ferdinando Melchiorri. A quattordici anni, nel 1824, sostenne l’esame per aspirante della Ducale Orchestra di Parma e il maestro Simonis lo definì un genio. Con decreto del 9 dicembre 1837 fu nominato al posto di primo dei secondi violini, già di Giovanni Battista Tronchi. Ottimo violinista, attivo anche in concerti da solista (Teatro Ducale di Parma, 13 marzo 1834), risulta che nel 1832 fece parte della Ducale Orchestra di Parma. Nel novembre 1835, a seguito di concorso, fu giudicato idoneo da Paganini per occupare il posto di primo violino direttore, ma fu data la precedenza al secondo classificato, Gaetano Burlenghi, in quanto lo Squassoni percepiva già uno stipendio. Il 4 marzo 1838 si doveva rappresentare l’Otello di Rossini con la direzione di De Giovanni: essendo questi indisposto, fu sostituito dallo Squassoni, violino di spalla, che non aveva potuto assistere alle prove, in quanto a sua volta ammalato. L’esito comunque fu ottimo. Altra prova come direttore la dette il 19 ottobre 1839 nelle feste per il ritorno di Maria Luigia d’Austria. questa abilità lo portò a essere nominato direttore dell’orchestra dell’Accademia filarmonica Ducale di Parma, della quale era socio onorario. In due stagioni fu direttore d’orchestra titolare: in quelle d’autunno 1846 e 1847. Diresse anche a Pontremoli, Firenze e in altri teatri. L’8 ottobre 1853, alla stagione di inugurazione del Teatro Carlo III di Fiorenzuola d’arda con l’Attila di Verdi, fu concertatore, direttore e impresario della stagione (ritornando nel 1857 e 1862), cosa che fece anche al Teatro di Carpi tra il 1855 e il 1858. Dal decreto del 18 novembre 1856, con il quale la duchessa Luisa Maria di berry ampliò l’organico dell’orchestra, risulta essere il vicedirettore e primo violino in seconda. Nel 1859, per la stagione di primavera del Teatro Regio di Parma, che prevedeva tre opere (due di genere buffo e una seria), si presentò come rappresentante dell’impresario Angelo Burcardi di Milano. Fu una stagione sfortunata che, invece del previsto 2 giugno, dovette cessare il 2 maggio causa l’incalzare de’ torbidi politici esse opere non poterono essere eseguite e i cantanti si rivolsero al pretore per essere soddisfatti delle loro competenze, dopo che lo Squassoni aveva dovuto far chiudere il teatro. La Duchessa volle concedere una somma per retribuire almeno gli artisti del coro.

FONTI E BIBL.: R. Biblioteca Palatina di Parma, almanacchi di Corte dal 1840 al 1859; P.E. Ferrari, Gli Spettacoli, 138 e 144; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 277; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SQUASSONI GIOVANNI
Parma prima metà del XIX secolo/1863
Ceroplastico. Nel 1863 all’Esposizione industriale di Parma presentò alcune figure copiate dal vero che gli meritarono gli elogi di quanti ebbero a vederle.

FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1992, 201.

SQUAZZONI GIOVANNI
Parma 1831
Impiegato di Finanza. Venne indicato dalla Direzione Generale della Polizia come cooperatore allo scoppio e alla propagazione della rivolta in relazione ai moti del 1831. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria.

FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 207.

SQUERI MARIO
Bedonia 1920-Parma 26 maggio 1993
Maestro, non poté iniziare l’attività di insegnamento perché, appena ventenne, fu chiamato alle armi e inviato sul fronte jugoslavo. Raggiunse il grado di Tenente di fanteria nella prima divisione Re. Partecipò a diverse azioni di guerra distinguendosi per coraggio e acume tattico. Durante un combattimento fu ferito piuttosto seriamente al braccio destro. Per questa sua azione fu decorato sul campo, dichiarato invalido al servizio attivo e rimpatriato. Rientrato a Bedonia nel 1943, aderì al movimento partigiano che si stava formando nella zona. Fu da subito uno dei principali artefici della formazione del gruppo Monte Penna. Per la sua esperienza ebbe il comando di un gruppo di ardimentosi e portò a termine con successo diverse azioni di guerriglia. Partecipò all’assalto ed espugnazione della caserma dei carabinieri di Santo Stefano d’aveto e guidò molte altre azioni sino a essere il protagonista della battaglia di Montevaccà, avvenuta nel giorno di Pasqua del 1944. In quella occasione fu ferito da una pallottola in un fianco e stava per essere sopraffatto da un nemico nel corpo a corpo quando un compagno si avventò sul nemico e lo sgozzò con il pugnale, salvando lo Squeri da morte sicura. nell’estate del 1944 venne chiamato a Bardi e fu destinato al comando della Divisione Val Ceno, con il grado di Aiutante di battaglia, comando che tenne fino alla Liberazione. Nel 1945, al termine della guerra, rientrò nella vita civile e, dopo un anno di esperienza come insegnante elementare nella scuola di Ponte Ceno, fu assunto al Centro contabile della banca Commerciale Italiana di Parma, dove rimase fino alla pensione. Lo Squeri, pluridecorato al valore militare, fu sepolto nel cimitero di Bedonia.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 30 maggio 1993, 29.

STABI GIULIO
Parma 1548/1558
Sacerdote. Fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma dal 1548 al 26 agosto 1558.

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La Cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 20; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 16.

STABIANI LEONARDO
Parma XV secolo
Figlio di Luigi. Fu Dottore dei Canoni.

FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 24 e 100.

STABIELLI PRIMO
Noceto 1922-Noceto 12 novembre 1989
Neanche ventenne fu mandato, col grado di Sergente, a combattere in Africa. Poi risalì la Penisola con le truppe alleate di liberazione. Quella esperienza di combattente gli procurò più di una decorazione. Per quasi trenta anni fu dipendente, addetto all’ufficio amministrativo, dello stabilimento militare di Noceto. Come pittore, fu un cantore della natura, con quei suoi boschi così densi di suggestioni, quei suoi paesaggi sprofondati nel verde intenso e quella sua campagna schietta e solenne. Nei suoi quadri c’è sempre un sincero amore per la natura, un sentimento nobile e perfino austero, l’ottimale vicenda delle emozioni e tentazioni vissute a contatto con la vita campestre e fermate liricamente sulla tela: la felice poesia delle cose viste, sentite e amate. Lo Stabielli fu anche collaboratore della Gazzetta di Parma con sapide vignette e disegni.

FONTI E BIBL.: G. Mellini, in Gazzetta di Parma 13 novembre 1989, 22.

STABILE
Parma 998/1000
Fu giudice in Parma negli anni 998-1000.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 875.

STABILE
Bardone 1005
Fu Arciprete di Santa Maria di Bardone nell’anno 1005.

FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 875.

STADIANI PAOLO
Parma 1498
Sacerdote, fu buon calligrafo e Custode del Coro della Cattedrale di Parma nel 1498. La biblioteca Palatina di Parma possiede un ufficio latino della Beata Vergine elegantemente scritto dallo Stadiani, in pergamena con alcuni ornamenti in miniatura. A conclusione del codice stanno queste parole: Ego donus paulus stadianus presbiter et civis parmensis ac custos chori ecclesiae cathedralis parmensis Nobili dominae susanae de sancto uitale moniali in sancto quintino scripsi ac complevi hunc librum die XXVII iulii MCCCCLXXXXVIIJ. Laus deo. L’Affò (nella Vita di S. Bernardo, f. 174) cita questo Ufficio a riprova che anticamente si invocava il nome di San Bernardo tra i vescovi nelle litanie dei santi.

FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 274.

STAGNETTI GIACOMO
Borgo San Donnino 1518
È ricordato in un atto notarile del 1518 come vasaio. Secondo il Campori, tenne fornace a Borgo San Donnino.

FONTI E BIBL.: A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 318; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 378.

STANGA TRECCO IRMINIA, vedi MANARA IRMINIA

STANGHELLINI EZIO
Parma 11 settembre 1893-Bosco di Usuk 6 agosto 1916
Figlio di Adriano. A Parma fece gli studi classici e si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza. chiamato alle armi fin dai primi mesi dello scoppio della prima guerra mondiale, fu nominato, dopo un breve corso, sottotenente. Entrato a far parte del 94° reggimento di fanteria, dimostrò il proprio eroismo in molti combattimenti e in special modo in ardite operazioni notturne, nelle quali spiccò, col coraggio, anche l’intelligente abilità. Appunto in una di quelle sortite notturne, lo stanghellini trovò la morte. Nella notte tra il 5 e il 6 agosto 1916 la sua compagnia stava compiendo un’esplorazione nei pressi del Rio Piccolo di Santa Lucia, quando venne a contatto con forze nemiche soverchianti: lo Stanghellini coadiuvò validamente il comandante e riuscì a sventare un tentativo di accerchiamento. Sotto il grandinare dei proiettili nemici, percorse le linee, combattendo e incitando, fin quando non fu colpito mortalmente. Fu sepolto nel cimitero n. 2 di Valle Doblar. Alla sua memoria fu conferita la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Facendo parte di una pattuglia notturna ne coadiuvava, con intelligenza, calma ed esemplare coraggio, il comandante, concorrendo a sventare il pericolo di un accerchiamento da parte di forze nemiche soverchianti. Animato da elevato senso del dovere, sotto violente raffiche di fuoco, sprezzante del pericolo, percorreva la linea incuorando i soldati con la parola e con l’esempio. Colpito mortalmente, si preoccupava solo che il suo moschetto non fosse lasciato in mano al nemico, e diceva: muoio contento di aver fatto il mio dovere! Già distintosi più volte in ardite operazioni notturne. Il 5 novembre 1917 gli fu conferita la laurea a titolo d’onore.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 20, 23 e 26 agosto, 7 settembre 1916, 4 febbraio e 7 e 13 novembre 1917; Giornale del Popolo 26 agosto 1916; Per la Vittoria 26 maggio 1917; Per la Riscossa 17 febbraio 1918; Annuario della R. Università di Parma 1916-1917, 5-7, e 1917-1918, 5-13; G.Sitti, Caduti e decorati, 1919, 235; Caduti Università Parmense, 1920, 70-71; Decorati al valore, 1964, 99.

STASI RODOMONTE
Parma prima metà del XVI secolo/1575
Fu pittore di buon valore. Antonio Cerati scrive: si apprezzano di Rodomonte pittore parmigiano alcune pitture da lui fatte in Vicenza. Al 17 marzo 1575 risale la legittimazione, da parte del conte palatino Giovanni Battista Sozzi, di Battista de Stasiis, figlio di rodomonte de Stasiis e di Francesca Ficarellis, il cui marito era da otto anni lontano da Parma in luogo ignoto (Archivio di Stato di Parma, rogito di Giovanni Alberto Rocca). Lo Stasi, che era figlio del maestro Battista della vicinia di San Bartolomeo della Ghiaia, dettò poi il suo testamento con cui istituì erede universale il bambino legittimato (Archivio di Stato di Parma, rogito di Giovanni Alberto Rocca).

FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XV, 1823, 286; A. Cerati, Opuscoli, Parma, Carmignani, 1809/1810, I, 230; E. Arnaldi, Descrizione delle architetture di Vicenza, 1779, parte II, 25 (vengono descritti alcuni dipinti nella Basilica di Vicenza, tra cui Cristo in croce e angeli); C. Malaspina, Nuova guida di Parma, 1869, 175; E. Scarabelli Zunti, vol. IV, c. 229; U.Thieme-F.Becker, Künstler-Lexikon, vol. XXVIII, 465; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 354.

STATORIA CORINTIS
Parma II/III secolo d.C.
Di condizione incerta, uxor (probabilmente) di P. Roscius Gratus, è ricordata in epigrafe, perduta, fatta fare da questi per disposizione testamentaria. Statorius è nomen diffuso in Italia, raro tuttavia in Cisalpina. Corintis è cognomen etnico grecanico, più comune nella forma Corinthus, Corinthius, Corinthia, soprattutto diffuso per schiavi e liberti. In Aemilia sono tuttavia pochi i casi documentati, sempre, tranne questo di Parma, nella seconda forma. È cognomen raro in Cisalpina a nord del Po. Da notare sono le formule b(ene) c(ognita) e t(estamento) f(ieri) i(ussit), caratteristiche della piena età imperiale.

FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 170.

STAVOLI GEROLAMO
Parma-post 1642
Laureato in legge. Ottenne credito e diede prova di valore nell’avvocatura, e, soprattutto, nell’amministrazione pubblica.

FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 90.

STAVOLI MARCELLO
Parma 1584
Si addottorò in ambo le leggi nell’anno 1584.

FONTI E BIBL.: R.Pico, Appendice, 1642, 50.

STECCONI NANDO
Busseto 1905-Torino 1961
Viene considerato il primo suonatore di jazz apparso a Parma. Si affacciò alla ribalta musicale con il maestro Angelo Bocelli. Fu anche compositore e batterista, ma non disdegnò sax alto, trombone, clarino e un antico strumento, la sega. Dopo aver girovagato per mezza europa, allo scoppio della seconda guerra mondiale si trovò in Germania e solo dopo molte peripezie rientrò in Italia, stabilendosi a Torino. Qui per molto tempo fece parte del complesso di Rosa Clot, sino a che decise di ritirarsi e di aprire una scuola di ballo. Diresse anche un’orchestra, conosciuta in Piemonte e in svizzera. Molto abile come ballerino, partecipò a varie manifestazioni di danza, piazzandosi ai primi posti per balli antichi e moderni.

FONTI E BIBL.: F.e T. Marcheselli, Dizionario dei Parmigiani, 1997, 297.

STECCONI PIETRO
1605-Busseto 16 novembre 1679
Dapprima Canonico della collegiata di Busseto, fu eletto Prevosto nel 1665, lasciando in quella parrocchia, in quindici anni di ministero, numerose testimonianze della sua munificenza. Appartenente a cospicua famiglia, fondò nella chiesa di Busseto i canonicati di San Pietro, Sant’Antonio, San Filippo Neri e San Girolamo, che dotò di pingue dote. Con atto a rogito del notaio Bernardino Quaglia, istituì nel novembre 1672 due benefici semplici sotto i titoli di San Giuseppe e San francesco, conferendo il diritto di nomina degli investiti ai duchi Farnese e riservando alla propria famiglia il solo giuspatronato di uno dei quattro canonicati. Accrebbe inoltre il patrimonio immobiliare della prepositura mediante la donazione di un vasto podere e destinò a più decorosa abitazione del parroco pro-tempore la canonica. La sua salma riposa nella collegiata bussetana presso l’altare dedicato a Santa Maria Goretti, a quel tempo in sant’antonio.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 445.

STEFANINI GUIDO
Parma 1923-Milano 17 luglio 1981
Grafico e pittore. Autodidatta, dapprima si dedicò alla caricatura: partecipò in questa veste (i suoi profili erano arguti e taglienti) all’esposizione nazionale di Trieste del 1947 e del 1948. Nel 1951 lo Stefanini si trasferì in Venezuela, ove lavorò per oltre un decennio nella direzione artistica dell’Ars puplicidad. A Caracas partecipò a mostre collettive di artisti contemporanei con disegni e tempere: esposiciòn colectiva de Arte libre (1960) e Grafica 1 al Museo de Bellas Artes (1961). Al suo ritorno in Italia, nel 1962, diventò responsabile del settore grafico nell’ufficio pubblicità della casa editrice Fabbri di Milano, partecipando in prima persona, con i suoi sintetici e popolari bozzetti, ad alcune delle più famose campagne pubblicitarie in campo nazionale. contemporaneamente continuò l’attività di pittore: personali a Parma nel 1964, a Soragna nel 1965, a Milano nel 1966, a Como nel 1967, a Milano e a Roma nel 1968, a Monza e a Parma nel 1969, a Gallarate e Algeri nel 1970, a Milano e a Parma nel 1971, a Napoli, Tradate e Milano nel 1972, a Bergamo e Milano nel 1973, a Catania, Milano e Parma nel 1974, a Trento e Milano nel 1975, ad Agrigento e Fidenza nel 1976, alla Certosa di Pavia, a Giarre, e a San Francisco (dove espose disegni originali con altri cinque artisti italiani) nel 1977, ancora a Milano e a Parma nel 1978. Lo Stefanini si aggiudicò moltissimi premi: dalla Parete di Milano nel 1963-1964, al premio per il disegno Joan Mirò di Barcellona 1968, 1969, 1971 e 1972, Campione d’Italia, Biennale San Michele di Oleggio, Rassegna di maestri contemporanei itinerante in Sicilia 1972, gli artisti della D’Ars di Milano a Parigi 1973, premio nazionale per la grafica Io e lei di Milano 1975, 8a Rassegna Primavera Unesco di Parigi 1977, Avanguardia 2 di Milano e Città di Alassio nel 1978. Lo Stefanini fu artista assai personale per la grafica acuta che veniva dalla caricatura, semplice nella chiarezza delle linee e complessa nell’affastellamento compositivo e nei significati umani, e per la sua facilità di artista pubblicitario, dalle idee che sfociano in immediatezza e immancabile eleganza. Lo Stefanini fu soprattutto un esteta: il suo disegno è continuamente alla ricerca di armonie e di ritmi, partendo però da basi umane. Sotto gli apparenti svolazzi si nota spesso una punta di malinconia. Le figure sono donne dal capo chino, uomini-simbolo dalle infinite braccia, entro cui raccolgono un paesaggio invisibile, tagli drammatici di volti e di membra, e satira sociale in un corpo magari immerso nelle medaglie. C’è l’uomo moderno, disperato e compiaciuto, dalla vita sottile, che appare sempre sul punto di spezzarsi, dall’umorismo immediato e pur raffinato, dalla necessità di voler bene alla gente, pur deridendola. Morì a 58 anni per collasso cardio circolatorio e fu sepolto a Parma.

FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 21 luglio 1981, 4.

STEFANO
Parma 790
Fu sacerdote e Canonico della Cattedrale di Parma nell’anno 790.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 876.

STEFANO
Parma 880
Fu Suddiacono e Canonico della Cattedrale di Parma nell’anno 880.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 876.

STEFANO DA ENZOLA, vedi ENZOLA STEFANO

STEFANO DA PARMA
Parma 1472
Miniaturista attivo a Venezia nell’anno 1472.

FONTI E BIBL.: B. Cecchetti, Saggio di cognomi ed autografi di artisti in Venezia nei secoli XIV-XVI, in Archivio Veneto, 410 e 413; P. D’Ancona, Dizionario miniaturisti, 1940, 199.

STEFANO DA PARMA, vedi anche CASSOLI PORTA CORNELIO

STERILE, vedi LALATTA GIULIO CESARE

STERNO FILIPPO, vedi BONI ORESTE

STETUR ENRICO
Toscana-Gaiano ante 1961
Detto il Toscanino perché venuto dalla toscana, visse e operò a Gaiano. Fu artigiano operoso e industrioso, artista del legno con intagli pregevoli (mobili, armadi, cassapanche, poltrone). Espose anche in mostre fuori provincia ed ebbe premi e lodi. Fu nominato Cavaliere per meriti professionali. Restano dello Stetur in Gaiano, Ozzano e dintorni molti mobili di ottima fattura.

FONTI E BIBL.: F. Botti, Collecchio, Sala Baganza, Felino, 1961, 76.

STEVANI ENRICO
Nibbiano 26 novembre 1830-Pisa 11 novembre 1861
Studiò medicina all’Università di Parma. Nel 1848 fu volontario bersagliere con lamarmora e nel 1849 combatté alla difesa di Roma con Garibaldi. Esule in Francia dopo l’uccisione del duca Carlo di Borbone (1854), si presume che lo Stevani abbia contribuito a salvare il Carra, uccisore del Duca. Fu Capitano medico nella legione anglo-italiana in Crimea. rimpatriato nel 1859, fece parte della giunta di governo a Parma dopo la partenza della duchessa Luisa Maria di Borbone. Fu anche segretario del Manfredi e successivamente del farini, fino all’annessione dell’Emilia al piemonte. Successivamente fu Console a Livorno.

FONTI E BIBL.: Necrologio, in Il Paese 23 novembre 1861; L. Mensi, Dizionario biografico dei piacenti-ni, 1899, 429-430; Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 210-211; R. Delfanti, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 253.

STEVEZZOLI LUIGIA
Parma 26 febbraio 1886-Parma 31 gennaio 1973
Figlia di Michele, dottore in legge e proprietario terriero, e di Albina Zilocchi, di nobile famiglia piacentina, entrambi ferventi cattolici. Seguita spiritualmente dal sacerdote Spigardi, entrò in monastero il 18 marzo dell’anno 1905. Vestì l’abito religioso francescano il 21 settembre dello stesso anno, sostituendo al nome di Luigia quello di Maria Eletta. trascorse oltre sessantotto anni di vita claustrale in evangelica semplicità e in profonda e operosa contemplazione. Per venti anni maestra delle novizie, fu tra le sorelle monache testimone autentica di fede, carità, gioiosa penitenza e mitezza di cuore. Morì, dopo sei giorni di agonia, in concetto di santità, lasciando dietro di sé l’esempio e il ricordo di un cammino costante e fino all’ultimo fedele nell’umile osservanza della Regola, delle Costituzione dell’ordine e delle consuetudini della sua fraternità.

FONTI E BIBL.: R. Lecchini, Cappuccini a Parma, 1982, 99-122.

STEVEZZOLI MARIA ELETTA, vedi STEVEZZOLI LUIGIA

STEVEZZOLI MICHELE
Cella di Noceto 9 aprile 1839-1925
Dottore in legge. Nel 1897 sposò la contessa Albina Zilocchi di Piacenza, dalla quale ebbe sei figli, due maschi e quattro femmine. Fu proprietario terriero con possedimenti a Cella di Noceto e Fontevivo, dove il 13 ottobre 1884 entrò a far parte del consiglio comunale. Il 3 maggio 1887 venne eletto assessore effettivo e rappresentante del Comune nel comitato forestale e il 19 ottobre 1880 gli fu affidato il compito di revisore dei conti per quell’anno. Rifiutò altre nomine nel 1880, finché ascese alla carica di Sindaco (dal 21 febbraio 1893 al 28 luglio 1895). Non meno intensa fu la sua vita religiosa, tanto a Fontevivo quanto nella parrocchia di San Quintino in Parma, dove fu presidente dell’Opera parrocchiale e prestò pure la propria attività per le necessità della chiesa. Fu, come la moglie, profondamente cattolico, di pietà molto sentita e praticata in parole ed esempi, ciò che arricchì l’educazione cristiana impartita ai figli. Lo Stevezzoli fu molto stimato dai vescovi Magani prima e Conforti poi. Morì a 86 anni.

FONTI E BIBL.: R. Lecchini, Suor Maria Eletta, 1984, 13-15.

STIRPIO ANGELO
Busseto 1560 c.
Fratello di Francesco, Giovanni Antonio e Petreio. Lavorò per diverso tempo nelle Fiandre. Ritornò poi a Parma e si mise in evidenza per la sua praticità e capacità nei negozi. Essendo il maggiore d’età dei fratelli, aiutò gli altri a conseguire incarichi e onori.

FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 53.

STIRPIO ANGELO
Busseto 1589 c.-post 1612
Figlio di Giovanni Antonio. Fu sospettato di cospirazione contro Ranuccio Farnese, in collegamento coi Gonzaga e con Barbara Sanseverino. Fu per questo imprigionato.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 878.

STIRPIO FRANCESCO
Busseto 1564 c.-
Fratello di Giovanni Antonio, Angelo e Petreio. Si addottorò in leggi a Bologna nel 1586. Fu ammesso nel Collegio dei Dottori e ottenne anche un canonicato nella Cattedrale di Parma. Divenne famoso per aver difeso e fatto assolvere dal Sacro Tribunale dell’inquisizione di Roma il piacentino Pietro Antonio Pietra. A Parma esercitò per lungo tempo e fino alla morte il Vicariato della Curia episcopale. Morì in ancora giovane età.

FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 52 e 128.

STIRPIO GIOVANNI ANTONIO
Busseto 1563 c.-Francia dicembre 1592
Studiò matematiche e architettura civile e militare, forse sotto Giovanni Boscoli. Passò nelle Fiandre come Ingegnere con Alessandro Farnese. In diverse imprese ebbe modo di dimostrare l’eccellenza del suo ingegno, per cui il Farnese, fatto Duca di Parma e volendo in quella città erigere una fortezza a similitudine di quella di Anversa, commise allo Stirpio il rilevarne i piani. Inviato a Parma, in breve lo Stirpio portò a compimento la nuova fortezza (1591). Fu quindi inviato da Alessandro Farnese a Rouen per studiarvi le modalità d’assedio di quella città (24 aprile 1592). Sfuggito una prima volta in modo fortunoso alla morte, poco tempo dopo (sempre nel corso di un sopralluogo alle fortificazioni nemiche) cadde colpito in piena fronte da una palla di archibugio. Non rimane dello Stirpio alcuno scritto.

FONTI E BIBL.: Casa, La cittadella di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1894, 125-126; M. Corradi Cervi, Guida di Parma artistica, Parma, 1967; Dizionario Architettura e Urbanistica, VI, 1969, 84; Biblioteca 70 3 1973, 99-100.

STOCCHI
Parma 1850/1857
Fu tipografo in Parma (1850-1857) e pubblicò diversi volumi.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 878.

STOCCHI ALESSANDRO, vedi MOLOSSI LORENZO

STOCCHI CATERINA
Parma 1755 c.-
Si interessò di letteratura e fu aggregata all’Accademia degli Arcadi di Parma col nome di Laurinda Timbrea. Il 21 novembre 1775 sposò Angelo Mazza.

FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1988, 149; R. giordani, Opere scelte di L.U. Giordani, 1988, 349; Palazzi e casate di Parma, 1971, 128; T.Marcheselli, in Gazzetta di Parma 25 aprile 1984.

STOCCHI FORTUNATO
Parma-post 1855
Attrezzista, lavorò al Teatro di Reggio Emilia nelle stagioni di Carnevale del 1845, del 1846 e del 1848.Nel 1855 fece domanda per essere assunto come portiere del teatro Regio di Parma.

FONTI E BIBL.: P.Fabbri e R.Verti, Inventario, 1992, 393.

STOCCHI GIACOMO
Langhirano 7 aprile 1819-post 1869
Notaio, repubblicano, nel 1869 su di lui fu inviato il seguente rapporto di polizia alla Questura di Parma: La sua condotta morale è abbastanza soddisfacente. Egli ha opinioni politiche avverse al governo attuale, in casa tiene riunioni di persone influenti del partito repubblicano. È proprietario abbastanza agiato ed esercita la professione di notaio. Ha l’abitudine di passare i giorni in casa propria con persone del partito repubblicano fra cui il dott. Clodoaldo Leoni e Antonio Tarasconi suoi congiunti. Partì il giorno 14 aprile 1869 per Parma dove rimase parecchi giorni.

FONTI E BIBL.: C. Melli, Langhirano nell’Ottocento, 1987, 56-57.

STOCCHI GIUSEPPE
Parma 1694 c.-post 1761
Nacque da Pietro Alfonso. Sposò Colomba, figlia di Paolo Monti, il quale lo lasciò erede di un ingente patrimonio e del suo cognome. Lo Stocchi, rimasto vedovo in giovane età, abbracciò lo stato ecclesiastico. Ebbe una patente di familiarità dal duca Antonio Farnese in data 26 aprile 1720. Con patente del cardinale Alessandro Albani del 24 agosto 1735 fu dichiarato suo gentiluomo d’onore, mentre con breve di papa Clemente XII del 25 maggio 1735 venne nominato Protonotario apostolico. il 14 marzo 1761 (per atto di Giacomo Taverna) lo Stocchi fece donazione inter vivos a favore del figlio legittimo Pietro, nato da lui prima di essere ecclesiastico, il 5 agosto 1721.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 483.

STOCCHI GIUSEPPE, vedi anche STOCCHI MONTI GIUSEPPE

STOCCHI ITALO
Parma 22 febbraio 1855-Parma 13 novembre 1917
Diplomato in pianoforte e violoncello alla Regia Scuola di Musica di Parma nel 1875, fu distinto insegnante di pianoforte e maestro di canto corale e anche valente primo violoncello nell’Orchestra del teatro Regio di Parma e nelle migliori orchestre italiane.

FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 186.

STOCCHI LUIGI
Langhirano 1831
All’epoca dei moti del 1831 fu arrestato come uno degli autori della rivolta avvenuta in Langhirano. Fu posto in stato di accusa l’8 agosto e fu arrestato e processato. In forza del decreto d’amnistia 29 settembre 1831 venne messo in libertà e sottoposto ad alcuni precetti.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 207.

STOCCHI OTTAVIO
Langhirano 18 settembre 1906-Modena 4 marzo 1964
Scacchista. Arbitro internazionale dal 1956, fu fecondo e geniale compositore di problemi, soprattutto in due mosse. Produsse un migliaio di lavori, di cui un centinaio ottennero primi premi in importanti concorsi internazionali e almeno altri 400 vinsero premi minori. Proprietario terriero, dedicò alla composizione scacchistica tutto il suo tempo libero, distinguendosi per l’originalità delle idee, la tecnica e la facilità costruttiva. Realizzò vari tasks (sei interferenze di pedone a donna nera, cinque schiodature indirette di donna bianca, diagonali e orizzontali, tredici varianti di pedoni bianchi). Diede il nome a una difesa caratteristica, da lui illustrata in esempi rimasti classici: autoblocchi nella stessa casa, con doppio duale evitato. Nel primo celebre esempio (Wladomoschy Szachy, 1937) nelle tre varianti tematiche un duale è, a turno, impedito da inchiodatura indiretta di pezzo bianco e l’altro da guardia diretta. Introdusse un elemento originale nel tema Fleck-Karlstrom, con l’applicazione anche a una variante del principio della riduzione alla unità di più matti possibili, dopo una mossa qualunque di un pezzo nero. Nell’Antologia dei problemisti italiani, edita nel 1963, sono pubblicati sei suoi problemi famosi premiati col primo premio negli anni 1934, 1937, 1947, 1952, 1953 e 1957. Tra l’altro lo Stocchi prese parte a concorsi banditi in Nord America, in Brasile, in australia, in Inghilterra, Ungheria, Polonia, Russia, Germania, Grecia e Spagna. Fu in continuo contatto con problemisti italiani ed esteri, specialmente russi. L’ultimo suo lavoro, inviato alla Federazione scacchistica cecoslovacca, risale al 29 dicembre 1963. Fu pure collaboratore di riviste e giornali italiani. Morì all’età di 57 anni.

FONTI E BIBL.: Dizionario scacchi, 1971, 481; gazzetta di Parma 17 gennaio 1994, 17.

STOCCHI PIETRO
Parma 1831
Nel 1831 fu membro del consesso civico di Parma. Definito dalla Polizia liberale assai caldo, sebbene non inquisito, non cessò però di essere sospetto e fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.

FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 206.

STOCCHI PIETRO ALFONSO
Parma 1668 c.-post 1745
Figlio di Michele. Venne eletto Tenente delle Corazze ducali di Parma e dall’inquisitore ecclesiastico Giacinto Maria Longhi fu nominato Revisor capsarum telonii (Archivio stocchi, Patente del Santo Ufficio, 1° giugno 1745).

FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 483.

STOCCHI MONTI GIAMBATTISTA
Parma 25 agosto 1749-
Figlio di Pietro e di Giovanna Barchini. Nel 1775 venne arruolato Alfiere di una delle compagnie urbane di Parma dal duca ferdinando di Borbone. Con patente dello stesso del 29 agosto 1778 fu nominato Tenente. A Corte ricoprì l’incarico di Usciere di Camera. Ebbe i figli Pietro, Marco e Giuseppe.

FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 483; Gazzetta di parma 2 giugno 1997, 5.

STOCCHI MONTI GIUSEPPE
Parma 18 gennaio 1788-Parma 15 aprile 1862
Nato dal luogotenente Giambattista e da Lucia Naudin. Apprese le prime lettere da esperti maestri, ma presto interruppe gli studi per abbracciare la carriera delle armi. Allorché nel 1808 Napoleone Bonaparte assegnò la Corona della Spagna al fratello Giuseppe e gli Spagnoli insorsero con grande animosità contro le truppe imperiali, lo Stocchi Monti, che nel 1807 aveva militato al servizio del vice re d’Italia quale Brigadiere nella compagnia delle Guardie Nazionali e il 1 gennaio 1808 era passato al servizio di Francia nei Dragoni di Toscana, fu arruolato nel 28° Reggimento dei Cacciatori a cavallo per la campagna militare di Catalogna, agli ordini del generale Ruille e Serran. Rimase invece nelle Asturie alle dipendenze del generale Bonnet e il suo valore rifulse specialmente al Ponte di Massaneda: il 25 aprile 1810, dopo avere oltrepassato il ponte che era difeso da due cannoni, si lanciò arditamente col suo manipolo attraverso le schiere nemiche, impadronendosi di tre carri di munizioni e facendo quaranta prigionieri, tra i quali cinque ufficiali. La divisione del generale Bonnet era impegnata in una lotta senza quartiere contro le truppe del brigadiere spagnolo Porlier, detto il Marquesito, il quale da tempo impediva al condottiero francese di progredire dalle Asturie nella Galizia. Il 20 febbraio 1811 il Marquesito, alla testa di una banda di 4000 uomini tra i quali i granatieri del Reggimento Cantabria, investì il piccolo posto fortificato di Llanes difeso da una compagnia di volteggiatori del 120° Reggimento al comando del capitano Zannet. Il Bonnet inviò quattro compagnie, precedute da un drappello di quindici cacciatori del 28° Reggimento agli ordini dello Stocchi Monti, il quale affrettò la marcia e arrivò col solo suo plotone. Lo stocchi Monti, desideroso di comunicare con il presidio di Llanes e sicuro di essere aiutato dalle quattro compagnie che lo seguivano, si slanciò, sciabola alla mano, sotto una grandine di fucilate, in mezzo alle colonne spagnole. Con i pochi cacciatori a sua disposizione, lo Stocchi Monti attraversò la colonna nemica, si congiunse ai volteggiatori e, piombando con loro sulla coda delle truppe spagnole attaccate di fronte dalle sopraggiunte quattro compagnie, le mise in fuga. Nello stesso anno 1811, per molti atti di valore compiuti al Puello nelle Asturie (8 aprile) e al ponte d’Urbigo in Castiglia (2 luglio), lo Stocchi Monti fu nominato Luogotenente (decreto imperiale del 20 luglio) e proposto per la croce della Legione d’onore dal generale Bonnet, che gliene diede comunicazione il 6 gennaio 1813. La proposta fu accolta il 20 febbraio 1813. Ma una grave ferita riportata sul campo (una palla di fucile gli passò la coscia nel combattimento del 22 luglio 1812 a Salamanca lasciandolo storpio) obbligò lo Stocchi Monti ad abbandonare la carriera così onorevolmente iniziata e a ritornare in patria. Lo si rileva da una lettera del ministro della Guerra francese del 15 aprile 1813, con la quale è accordata al tenente Stocchi una gratificazione, per una sola volta, di lire 450 perché l’ufficiale, non trovandosi nelle condizioni richieste per ottenere la pensione di ritiro, deve essere riformato senza pensione. Ritornato alla vita privata e unitosi in matrimonio nel 1815 con la nobile Teresa Levacher, dalla quale ebbe numerosa prole, lo Stocchi Monti fece parte del corpo degli ufficiali alla dipendenza del barone Ferrari, comandante della piazza di Parma e tenente colonnello del Reggimento della duchessa di Parma Maria Luigia d’Austria. Con decreto ducale dell’11 dicembre 1830 venne nominato Podestà del Comune di Marore. Per l’ardire e la prudenza dimostrati nell’occasione di un grave incendio avvenuto in Parma nel 1821, il conte Neipperg incaricò lo Stocchi Monti di costituire in Parma le Guardie del fuoco, istituzione ancora nuova per l’Italia. All’adempimento del mandato, lo Stocchi Monti dedicò le cure più assidue e i pompieri da lui addestrati e dei quali fu nominato primo tenente (rescritto del 26 marzo 1832) ottennero consensi e plausi dalla cittadinanza e i più alti elogi dal conte di Bombelles, maggiordomo di Maria Luigia d’Austria. Dal comando dei pompieri lo Stocchi Monti, decorato il 7 dicembre 1835 con la croce di Cavaliere dell’Ordine Costantiniano, fu elevato nel 1836 all’ufficio di direttore della Scuola Militare di Parma e promosso al grado di Maggiore. Anche nel nuovo posto si conquistò subito, per le sue non comuni qualità, la stima e la fiducia dei governanti. Il conte di Bombelles gli scrisse frequentemente, congratulandosi con lui per l’ottimo funzionamento della Scuola e chiedendogli particolareggiate notizie degli insegnanti e dei singoli allievi. Maria Luigia d’Austria volle premiare la lunga e meritoria opera dello Stocchi Monti confermando, con diploma del 18 novembre 1842, i titoli di nobiltà della famiglia e dei suoi discendenti. Morta l’Arciduchessa e allontanato il duca Carlo di Borbone, lo Stocchi Monti, che sempre aveva dato alte prove di patriottismo prendendo parte ai moti rivoluzionari del 1831 combattendo contro gli Austriaci (dai quali soffrì ferite e prigionia), fu nel 1848 onorato dal Governo Provvisorio con la nomina a presidente del Comitato di Guerra perché potesse prestare alla Patria in quell’epoca solenne l’esperienza delle cose militari di cui era fornito. Quando, dopo il disastro di Novara, il barone austriaco Stuzemer assunse nel 1849 il comando della provincia di Parma e conferì allo Stocchi il grado di Tenente colonnello, egli abbandonò sdegnosamente la direzione della Scuola Militare, ritirandosi a vita privata.

FONTI E BIBL.: G. Adorni, in Gazzetta di Parma 1862, n. 87; L.Molossi, Vocabolario topografico, 1834, 292; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani, 1877, 518-519; A. Micheli, in Aurea Parma 2 1928, 70-75; E. Loevison, Ufficiali, 1930, 35; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 483; O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio storico per le Province Parmensi 1937, 204-205; G. Sitti, Il Risorgimento italiano nelle epigrafi parmensi, Parma, 1915; E. Loevison, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 352.

STOCCHI MONTI GIUSEPPE, vedi anche STOCCHI GIUSEPPE

STOCCHI MONTI MARIO
Parma 20 ottobre 1880-1950
Figlio di Giuseppe ed Elvira Ferrari. Si diplomò geometra presso l’Istituto Tecnico di Parma. Dopo una breve attività professionale nel campo dell’architettura e quella che lo vide impegnato come tecnico della Cassa di Risparmio di Parma (1926-1930), si ritirò a vita privata nella sua casa di campagna. Lo Stocchi Monti fissò il suo modello costruttivo guardando agli esempi proposti da Pietro Fenoglio, in particolare alla sua casa di Torino del 1902. Definito come uno dei più interessanti progettisti emiliani e di non eguale capacità inventiva negli spazi interni (Godoli), lo Stocchi Monti viene spesso citato come uno dei pochi sperimentatori parmigiani dell’Arte Nuova, soprattutto in considerazione delle prime opere realizzate tra il 1911 e il 1916. Portata a vessillo dell’architettura liberty parmigiana, Villa Stocchi Monti, tra viale Rustici e viale Magenta, che la bibliografia data al 1911, fu progettata per la famiglia Stocchi Monti che, abituata a vivere nel centro cittadino, considerava la nuova palazzina in periferia e quindi poco adatta a essere abitata come casa di città. Tra gli elementi decorativi dipinti, come le margherite del fronte meridionale e quelli plastici, le finestre circolari e i motivi fitomorfi e zoomorfi, coesistono ancora stilemi di origine tardo eclettica, tipicamente umbertina, che ne contraddistinguono l’opera. Di Villa Ghirardi Pomarelli (1916, su viale Barilla), attribuita fino a ora allo Stocchi Monti, esiste un altro progetto per lo stesso lotto, risalente allo stesso anno, a firma dell’architetto Olindo Tomasi. Quegli elementi tipici dell’ecclettismo di stampo umbertino, che secondo Vandelli sopravvive nella cultura e nel fare progettuale dello Stocchi Monti, si ritrovano in altre opere più tarde. Sono abbandonate le finestre circolari, le decorazioni sinuose e floreali del liberty, per lasciare spazio agli stilemi della tradizione tardo ottocentesca. È il caso a esempio di Palazzo Stocchi Monti-Menoni, risalente al 1930-1931, in via Cairoli n. 11 e di Palazzo Pedretti in borgo Posta, del 1936. L’intervento sul primo sembra essersi limitato al ripristino della facciata asimmetrica, dove i tre livelli sono tradizionalmente segnalati con ordini differenti: la fascia di base in intonaco di cemento, il bugnato del primo piano a intonaco di cemento bocciardato con finestre semplicemente riquadrate dalle bugne e sovrastate da decorazioni plastiche con festoni, il piano secondo a finestre timpanate e l’ultimo livello con analogo motivo decorativo a ghirlande del piano terra, ma semplificate. Elemento topico è il mascherone antropomorfo che si trova in chiave dell’arco a tutto sesto dell’ingresso. Analoga impostazione si ritrova nel secondo: bugnati sfalsati a correre e cornici riquadranti le finestre con mensole sostenute da elementi fitomorfi e timpani ricurvi. Non si ritrova qui la stessa ricchezza e il vasto vocabolario decorativo delle opere precedenti, forse in considerazione del fatto che si trattò di due interventi su edifici storici preesistenti e non di nuove progettazioni. All’interno, sulla corte, decentrata rispetto al corridoio d’ingresso, si affaccia il loggiato costituito dalle stesse esili colonne che si trovano nella loggetta di facciata sullo spigolo occidentale, che rappresenta l’elemento singolare e di movimento nella tradizionale partitura del fronte su strada.
FONTI E BIBL.: G. Capelli, Architetti del primo Novecento, 1975, 185-186; G. Capelli, Il mobile parmigiano, 1984, 66; Gli anni del Liberty, 1993, 132.

STOCCHI MONTI PAOLO, vedi STOCCHI MONTI GIAMBATTISTA

STOCCHINI, vedi GALLI GIUSEPPE

STOPACIO FRANCESCO
Parma 1514/1553
Pittore. Il 26 agosto 1514 venne pagato 6 lire per insegne del Comune di Parma sul portone di Porta Nuova (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Ratio dati et receptis 1502-1514, c. 155; Registro delle spese del Comune e della Cattedrale 1504-1514, c. 184). Il 29 agosto 1515 venne pagato 23 lire e 10 soldi imperiali dalla Comunità di Parma per aver dipinto gli stemmi di Giuliano de’ Medici insieme al pittore Temperelli. Nel 1537 fu pagato 24 lire e 14 soldi imperiali per stemmi e insegne del Legato pontificio (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Debita et credita, 1534-1537, c. 169). Il 1° aprile 1538 venne pagato con Michele Chiovino e giovanni Maria Cornazzano per aver eseguito lavori in occasione dell’incontro a Busseto tra papa Paolo III e l’imperatore Carlo V (Archivio di Stato di Parma, Archivio comunale). Nel 1539 fu pagato per aver dipinto le quattro aste per la processione del Corpus Domini (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Ordinazioni Comunali, 1538-1539, c. 127). Nel 1540 fu pagato 48 soldi per lo stesso scopo e per aver dipinto gli scudetti della torre. Anche il 28 giugno 1541 ricevette un pagamento di 36 soldi imperiali per le aste della processione del Corpus Domini (Ordinazioni Comunali, c. 176). Il 14 settembre 1541 fu pagato per aver dipinto le camere del palazzo del Governatore, dell’uditore e del Luogotenente poste nel Palazzo del Governatore della città di Parma (Ordinazioni Comunali, 1540, c. 245). Il 24 settembre 1541 fu pagato 30 soldi imperiali per insegne poste sopra il palio donato nella festa dell’assunzione (Ordinazioni Comunali, c. 247). Il 23 dicembre 1541 ricevette 30 soldi imperiali per insegne dipinte sul palio dell’Assunta. Il 29 marzo 1542 fu pagato 9 lire e 18 soldi imperiali per aver dipinto quattro impanatas di tela nel Vescovado di Parma per il Legato pontificio (33 campi con diverse insegne a 6 soldi per ogni campo; Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Ordinazioni Comunali, c. 86). Il 30 dicembre 1552, il 29 giugno e il 28 settembre 1553 fu pagato dal Comune di Parma per l’affitto di due letti fulciti (Archivio di Stato di Parma, Archivio comunale, Mastro di entrate e spese 1551-1559, c. 111, c. 135, c. 139).

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, vol. III, c. 381; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 369-370.

STOPAJ, vedi BONAZZI ETTORE

STOPAZINO FRANCESCO, vedi STOPACIO FRANCESCO

STORALI GIOVANNI
Parma prima metà del XVII secolo
Scolaro di Cesare Baglione. Fu pittore di prospettive e di architetture, attivo nei primi anni del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: S. Ticozzi, 259; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 370.

STORAZZI PIETRO
Parma 1816/1817
Tenore, cantò al posto di Gardigliani nel carnevale del 1816 nella parte di Iarba nell’opera Didone di F. Paër. Nel 1818 fu al Teatro nuovo di Firenze nelle Nozze di Figaro (basilio) di Mozart.
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, I nostri fasti, 153; P. E. Ferrari, Gli Spettacoli, 58 e 104; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 283.

STORCHI AMILCARE
Parma 1899/1920
Fu eletto deputato di Parma nella XXV legislatura. Giornalista, militò nel partito socialista. Fu redattore dell’Avanti!.

FONTI E BIBL.: C. Pompei e G. Paparazzo, I 508 della XXV legislatura, Torino, 1920; A.A. Quaglino, Chi sono i deputati socialisti della XXV legislatura, Torino, 1919; Treves, I deputati al Parlamento delle legislature XXIII, XXV e XXVI, tre volumi, Milano, 1910, 1920 e 1922; A. Malatesta, Ministri, 1941, 161.

STRABUCCHI ALESSANDRO
Parma 1511-Parma 17 ottobre 1591
Nato da Biagio, della vicinia della Santissima trinità. Il 15 dicembre 1567 venne pagato dal massaro dei padri Serviti per stabilire sette cappelle, corniciare cinque altari, cornisare sette piloni, fare cinque bardelle. Pagate 26 lire ad alessandro Strabucchi per aver dipinto 13 paliotti e 12 panchette (Archivio di Stato di Parma, archivio dei Serviti di Parma, Lista delle spese del massaro dei Serviti, libro 7, n. 7). Nel 1583 è documentato un pagamento allo Strabucchi decoratore da parte della Casa farnesiana (Archivio di Stato di Parma, Mastro 1583-1586). Il 10 settembre 1590 fu testimone a un atto notarile (Archivio di Stato di Parma, rogito di Giovanni Alberto Rocca). Fu sepolto nella chiesa dei padri Predicatori nella cappella della confraternita di Santa Croce (necrologi della chiesa parrocchiale di Ss. trinità).

FONTI E BIBL.: P. Zani, vol. XVIII, 53; E. scarabelli Zunti, vol. IV, c. 312; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 370.

STRABUCCHI GIAMBATTISTA o GIANFRANCESCO, vedi STRABUCCHI GIOVAN FRANCESCO

STRABUCCHI GIOVAN FRANCESCO
Parma 1537/1582
Figlio di Bartolomeo. Fu allievo ed erede di Francesco Mazzola, insieme a Giuseppe Zanguidi e a Giambattista Barbieri (Affò). Il 27 marzo 1537 fu pagato dal Comune di Parma 2 lire imperiali per aver dipinto alcune lettere nel fregio della camera dell’udienza degli Anziani (Archivio di Stato di Parma, archivio Comunale, Debita et credita del comune di Parma 1534-1537, c. 142). È forse identificabile con il Mastro Giofrancesco pittore pagato il 20 luglio 1557 per aver dipinto la Colombara a San Lazzaro (Archivio di Stato di Parma, Mastro 1575-1560, c. 19). Il 27 settembre 1582 è ricordato come figlio di bartolomeo della vicinia di San Marcellino in qualità di testimone a un atto di Gian Andrea Zarotti (Archivio di Stato di Parma). È indicato come probabile esecutore dei disegni del parmigianino in Santa Maria della Steccata a Parma, insieme a un Giuseppe, forse Zanguidi detto bertoja, che compare in un documento relativo alla doratura mediante stagnoli il 30 marzo 1538, e a Giovanni Battista Barbieri.

FONTI E BIBL.: I. Affò, Vita del Parmigianino, 105; P. Zani, vol. XVIII, 53; E. Scarabelli Zunti, vol. IV, c. 313; U.Thieme-F.Becker Künstler-Lexikon, III, 504; Santa Maria della Steccata a Parma, Parma, 1982, 122; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 371.

STRABUCCHI GIUSEPPE
Parma seconda metà del XVI secolo
Falegname attivo nella seconda metà del XVI secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 315.

STRACCONI FRANCESCO
Parma 1727/1734
Sacerdote. Fu contrabbassista alla Cattedrale di Parma dal 13 aprile 1727 al 3 maggio 1729 e alla Steccata di Parma dal 1730 al 1734.

FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 179.

STRADELLA ALESSIO
Borgo Taro-27 agosto 1580
Fu ecclesiastico insigne, teologo, predicatore e Vicario generale degli Eremitani di sant’agostino in Genova. Fu elevato alla dignità di Vescovo di Nepi e Sutri il 28 luglio 1575. scrisse diverse opere.

FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 430.

STRADELLA VINCENZO
Borgo Taro 1539
Medico, figura tra gli Anziani di Borgo taro in un atto del 1539.

FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 33.

STRADELLI ERMANNO
Borgo Taro 8 dicembre 1852-Umirisal 24 marzo 1926
Lo Stradelli nacque, come attesta l’atto di stato civile, dal conte Francesco, possidente, e dalla n.d. Marianna Douglas Scotti di Vigoleno, proprietaria, nel palazzo situato nella strada principale del Borgo. Padrino di battesimo fu il nonno Angelo, che lo ricordò in modo particolare nel testamento registrato nel dicembre 1861 a Borgo taro: Venendo il giorno che il caro nipote Ermanno compirà il 21 anno di età incarico il detto mio figlio, di lui genitore, a pagargli la somma di lire 9000, ricordandogli l’affezione dell’avo che lo tenne al sacro fonte. Compì gli studi secondari nel Collegio Santa Caterina di Pisa. Le sue letture predilette erano libri di viaggi che parlavano di foreste vergini, di deserti silenziosi, di indios e di animali favolosi. Si iscrisse alla Facoltà di legge dell’università di Pisa. Nel periodo seguente fu attratto dalla poesia, ciò che lo portò, a ventiquattro anni, a pubblicare un libro di versi, Una gita a Rocca d’Olgisio, cui fece seguito, nel 1877, un’altra raccolta, dal titolo Tempo sciupato. Lo studio del diritto non riuscì ad avvincerlo: improvvisamente lasciò l’Ateneo pisano e tornò a Borgo taro. Deciso a diventare esploratore, geografo ed etnografo, studiò con impegno topografia e farmacia, inoltre si esercitò nella fotografia e si appassionò alla omeopatìa. Progettò di andare in Africa ma la madre si oppose. Pensò poi al Brasile. Studiò spagnolo e portoghese, si procurò mappe e portolani e, nel 1878, dopo aver accuratamente preparato il materiale geodetico, fotografico e farmaceutico, sotto l’ègida della Regia Società Geografica Italiana, partì per l’America Meridionale, desideroso di svelare i misteri delle foreste amazzoniche. Approdò a Manaos. Si fermò per un certo periodo presso i missionari francescani per ambientarsi e impratichirsi nella lingua portoghese, quindi, con alcuni di essi, risalì il corso del Rio Purùs e dei suoi affluenti di destra e di sinistra: il Marmoria-Mirim e l’Ituxy. Oltre a studiare il territorio che attraversava, raccolse archi, frecce, amuleti e altro materiale che venne poi esposto alla grande Mostra Colombiana di Genova del 1892, classificò passaros e coleotteri e si prodigò per curare gli ammalati indigeni. Purtroppo, durante un naufragio, la farmacia portatile, gli strumenti topografici, le casse per conservare il materiale e tutti gli averi che erano sulla canoa, andarono perduti. Lo Stradelli fu pertanto costretto a ritornare a Manaos. Con una nuova spedizione, si inoltrò sul Rio delle Amazzoni e sullo Juruà. Soggiornò tra i seringueros, i raccoglitori di caucciù, sempre acquistando e catalogando materiale prezioso sotto l’aspetto antropologico. Colpito dalle febbri violente delle paludi, lo Stradelli dovette nuovamente tornare a Manaos. Nell’aprile del 1881, con altri compagni, fu di nuovo in marcia sull’Uaupes e sul suo affluente Tikié, sempre pieno di interesse verso tutto e tutti: subì il fascino delle tribù dei Tarnà e dei Tucanos, si innamorò dei luoghi e della gente e, per meglio capire quella civiltà, iniziò a studiare la lingua locale. Le lettere che mensilmente inviò alla madre a Borgo taro contengono lunghi e minuziosi racconti di quanto faceva, dei luoghi che visitava e delle persone che conosceva. Solo alla fine del 1881 ritornò nella capitale amazzonica. manaos ospitava allora la Commissione ufficiale istituita per delimitare i confini con il Venezuela. Dell’équipe facevano parte valenti ufficiali, tra i quali Dionysio Cerqueira. Il Cerqueira, colto, coraggioso, infaticabile camminatore, amico degli indios, divenne il compagno inseparabile dello Stradelli, il quale, invitato a unirsi alla Commissione, accettò con entusiasmo in quanto l’occasione gli offrì l’opportunità di visitare regioni sconosciute sul Rio Padaniry, sul suo tributario Marany e sui rii Branco e Negro. Poco dopo il suo rientro a Manaos, lo Stradelli si preparò a un’altra spedizione e, via fiume, tornò sull’Uaupes. La malaria però lo costrinse a soste forzate a itacoatiara e presso la foce del Madeira, dove iniziò a riordinare i suoi appunti di viaggio e a pensare seriamente alla stesura di un voluminoso vocabolario. Rimessosi in salute, collaborò con il grande studioso J. Barbosa rodriguez per creare il Museo Botanico di Manaos. All’inizio del 1884 decise di ritornare in Italia ma Barbosa Rodriguez, deciso a trattare la pace con gli indomiti Crichanas del Rio jauapery che da oltre venti anni spargevano il terrore con le loro scorrerie nel territorio tra carvoeiro e Ayrio, lo invitò a seguirlo. percorrendo lo Jauapery, si rese conto della bellezza dei luoghi ma anche degli insensati e violenti sistemi di civilizzazione sino ad allora usati. Da quella esperienza scaturirono interessante rilievi e appunti di carattere etnologico e antropologico sugli indios. In agosto lo stradelli, dopo sei anni di assenza dall’Italia, ritornò a Borgo Taro. Riprese gli studi giuridici, si laureò a Pisa e fece pratica forense a Genova con l’avvocato Orsini. Con il marchese Augusto Serra Cardinali organizzò (e finanziò, come sempre) un’importante spedizione al fine di scoprire le origini del Rio Orinoco risalendolo in tutta la lunghezza e la pose sotto il patrocinio della Regia Società Geografica Italiana. Nel febbraio del 1887 lo Stradelli si imbarcò a Marsiglia, con destinazione La Guaira, in Venezuela. Il 3 marzo fu a Caracas, dove si occupò attivamente della parte burocratica della spedizione. Il presidente della repubblica, Guzman Blanco, gli facilitò le cose oltre ogni speranza, concedendogli di buon grado permessi e autorizzazioni. Si trovava ancora nella capitale, quando lo raggiunse la notizia che Chaffanjon aveva scoperto le sorgenti dell’Orinoco nel dicembre dell’anno precedente. Lo Stradelli mise in dubbio la cosa, ritenendo che lo scienziato francese fosse arrivato solamente nel punto già raggiunto molto tempo prima da altri. Estremamente amareggiato, anche per la defezione del marchese Serra e per il mancato arrivo degli strumenti e dell’attrezzatura necessari, lo Stradelli tentò ugualmente di realizzare il suo progetto. Si trasferì a Ciudad Bolivar e di qui seguì l’itinerario Puerto Samuro, Maypure e Rio Vichada, affluente dell’Orinoco. Qui, per forza maggiore, dovette abbandonare l’impresa. Attraverso Yavita e San Carlo, passò la frontiera, raggiunse Cucuhy, il posto militare più avanzato del Brasile, Porto Alegre e quindi Manaos, deciso però a ritornare nel territorio con una spedizione più attrezzata e preparata (24 febbraio 1888). Il suo era stato un viaggio al limite dell’impossibile, denso di pericoli di tutti i generi, che egli però descrive con estrema semplicità nelle sue relazioni e lettere, sdrammatizzando le cose e facendo interessanti osservazioni sullo stato degli indios, abbrutiti da un falso progresso. Due mesi dopo lo Stradelli si aggregò al maggiore Alfredo Ernesto Ourique per una spedizione sul Rio Branco, al fine di studiare l’opportunità di fondarvi una colonia militare. Il viaggio, piuttosto difficile per la turbolenza e l’ostilità degli indigeni che facevano parte del gruppo, si concluse nel villaggio di Sao Marcos. Ritornò sull’Uaupes ancora nel 1890-1891. Naturalizzato brasiliano, due anni dopo poté convalidare la sua laurea ed entrare nell’apparato burocratico: il 29 luglio 1895 fu nominato Promotore pubblico del secondo distretto in Manaos e il 24 settembre fu sul fiume Purùs. Come promotore e avvocato fu in contatto con il mondo del commercio e dell’industria. Notando che il settore del caucciù era in mano a Inglesi e Statunitensi, lo Stradelli pensò a un trust italo-brasiliano che avrebbe potuto accentrare tutta la produzione locale. Nel 1897 tornò in Italia per sottoporre a Pirelli il suo progetto ma l’industriale lombardo, per varie ragioni, rifiutò. Ritornò in Amazzonia pochi mesi dopo, dedicandosi alla magistratura e allo studio del materiale raccolto in tanti anni. Nominato Promotore pubblico di Teffé (18 novembre 1912), vi si trasferì, sistemandosi in una casetta posta sulla sommità di un monte. Visse completamente solo, occupandosi della casa, degli acquisti e della cucina, scendendo in paese soltanto per svolgervi la sua attività, per acquistare i viveri e per cercare libri e manoscritti. Nel suo eremo isolato scrisse e collaborò con l’importante rivista del Diritto di Bento di Farias, la più rinomata di tutto il Brasile. Nel 1920 lo Stradelli terminò la sua opera più impegnativa, il vocabolario, in cui non si trovano soltanto vocaboli ma migliaia e migliaia di annotazioni e di testimonianze sugli indigeni. Più che di un vocabolario si tratta di una vera e propria enciclopedia, risultato di mezzo secolo di osservazioni e di amore verso la terra amazzonica, e costituisce un’importantissima e preziosa fonte di informazioni. Non trovò però un editore. Solo dopo la sua morte, l’amico Nogueira riuscì a far pubblicare il poderoso manoscritto in occasione delle celebrazioni per il centenario dell’indipendenza del Brasile (Vocabularios do lingua geral-portoguez nehêengatu e nehêengatu-portoguez, Rev. Ins. Geog. Brasil, Rio de Janeiro, 1929, 5-758; pare che di quest’opera, che vide la luce tre anni dopo la morte dello Stradelli, non sia arrivata in Italia copia alcuna). Il 4 luglio 1923 lo Stradelli fu esonerato dal suo incarico di Promotore pubblico. A 73 anni, con il fisico provato e la salute malandata, si convinse, dopo le insistenze del fratello gesuita Alfonso, a rientrare in Italia. Si portò a Manaos, ma alla visita medica alla quale dovette sottoporsi per ottenere il nulla-osta sanitario obbligatorio per la partenza, venne trovato ammalato e internato nell’improvvisato lebbrosario di Umirisal, presso Manaos. In un piccolo bungalow, con la sola compagnia dei suoi libri e dei ricordi, visse in assoluta povertà, sino al momento della morte.

FONTI E BIBL.: G. Farruggia, L’opera e la misteriosa scomparsa del conte E. Stradelli, il piacentino che esplorò il Rio Negro, in La Scure 12 aprile 1927; A.T. Seppilli, L’esplorazione dell’Amazzonia, Torino, 1964; Marzia De Ambrosi, I viaggi in Amazzonia di E. Stradelli, in F. Surdich, Miscellanea di storia delle esplorazioni, Genova, Bozzi, 1975; S. Zavatti, Uomini verso l’ignoto. Gli esploratori del mondo, Ancona, Bagaloni, 1979, 376; H. Coudreau, Voyages à travers les Guyanes et l’Amazonia, Paris, 1886; C. Artocchini, Stregato dall’Amazzonia il “figlio del grande serpente”, in Libertà 23 settembre 1985; C. Artocchini, E. Stradelli, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1985, 345-354.

STRADELLI FRANCESCO
Borgo Taro 1817-
Conte. Secondo il Calendario di Corte di Par-ma del 1852 fu Ciamberlano di Corte e brigadiere con rango di luogotenente delle Guardie del Corpo della I Compagnia di Parma.

FONTI E BIBL.: C. Artocchini, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1985, 345-354.

STRADELLI NICOLA
Borgo Taro 1578
Capitano, ebbe una parte di primo piano nella sollevazione dei Borgotaresi contro i Landi nel 1578. Fu colui che cercò di calmare gli animi dopo l’uccisione del capitano Marco Antonio Misuracchi. L’episodio portò alla fine della dominazione dei Landi su Borgo taro.

FONTI E BIBL.: C. Artocchini, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1985, 345-354.

STRAMIERI FRANCESCO
Parma 1581
Si addottorò in ambo le leggi il 22 novembre 1581.

FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 55.

STRAMIERI GIULIO
Parma 1554
Si laureò in ambo le leggi nell’anno 1554.

FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 39.

STREMERI FRANCESCO
Parma 1536
Lo Stremeri è ricordato nel secondo tomo delle Memorie per servire alla storia di Lucca (f. 382). Fu Pretore di Lucca nel primo semestre del 1536 e con ogni verosimiglianza è lo stesso di cui parla l’Affò a f. 10 del tomo 4° delle Memorie degli scrittori e letterati di Parma.

FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 304.

STREMERI GIULIO
Parma 1563
Nel 1563 fu Consultore dell’Arte della Lana di Parma.

FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 304.

STREPPONI CLELIA MARIA JOSEPHA
Lodi 6 settembre 1815-Sant’Agata di Villanova sull’Arda 14 novembre 1897
Avviata allo studio del canto e del pianoforte dal padre, il compositore Feliciano, completò la sua educazione musicale al Conservatorio di Milano (1830-1834), grazie a una borsa di studio. Nel 1834 si presentò a Lodi in due concerti e debuttò ad Adria con l’Elisir d’amore. Nel gennaio 1835 eseguì al Comunale di Trieste la Matilde di Shabran, dove rivelò ogni pregio artistico, fra cui un trillo meravigliosamente granito (Bottura). A Trieste si incontrò con l’impresario Bartolomeo Merelli, che la lanciò al Kärntnertortheatre di Vienna, arengo di celebrità. Dopo aver cantato a Venezia, Brescia, Mantova, ancora a Trieste (stagione 1836-1837: Sonnambula e I Capuleti e i montecchi) e per breve tempo a Bologna, la strepponi si affermò primadonna di cartello nella primavera 1838 all’Argentina di Roma, con la Lucia, al fianco di Moriani e di Ronconi. Morta la Malibran, declinanti la Pasta e la Ronzi, appena agli inizi la Frezzolini, ella dovette affrontare con poche altre (la Grisi, la Ungher, la Tacchinardi Persiani, la Tadolini) un repertorio sempre più pesante e non sempre adatto alla sua vocalità. Ebbe sì la voix bien posée, le style large et expressif (Fétis), ma lo smalto chiaro e dolce e la potenza non illimitata dei mezzi la costrinsero all’impiego di quei sons poussés avec effort che abbreviarono la sua carriera. La Norma, cantata a Cremona nell’autunno 1838 costituì probabilmente un campanello d’allarme. Tanto che, scritturata alla Scala di Milano nella primavera 1839, ripiegò su un repertorio più congeniale: Lucia, Puritani, Elisir e Pia de’ Tolomei. Milano ammirò in lei la purezza cristallina del timbro, l’impeccabile musicalità e quella viva animazione interiore cui le ingegnose risorse dell’attrice conferivano un anticipato colore verdiano. I primi contatti con Verdi risalgono a quel periodo: il giovane compositore poté far sentire l’Oberto a lei e a Ronconi, che segnalarono lo spartito a Merelli, caldeggiandone l’allestimento. I due anni successivi alla prima dell’oberto, cioè il 1840 e il 1841, furono per la strepponi, come per Verdi, assai tormentosi. Mentre Verdi era rimasto vedovo della Barezzi e la sua seconda opera naufragava alla Scala, la salute della Strepponi destò gravi preoccupazioni e foschi presagi. L’8 agosto 1841 scrive ad Alessandro Lanari: Basta, un anno a questi tempi sarò forse nel numero dei più, ed ogni pretesa, ogni contrasto finisce al di là del sepolcro. Poveri miei figli! Povera mia famiglia! Dove quel figli, al plurale, ribadito in altre lettere (sempre al Lanari, 20 aprile 1841: mi lascia cantare ad onta del mio stato e delle mia cattiva salute fino all’ultimo momento; e 26 marzo 1842: abbi in vista una madre di due figli), rivela che, oltre al bambino nato dalla sua relazione con Merelli, la Strepponi ebbe, pur non essendo sposata, dei figli (tre e forse anche quattro), sulla cui paternità si discute: alcuni li ritengono tutti figli dell’impresario Merelli, altri del tenore Moriani. Pare, invece, secondo la tesi riferita dalla Coghi Ruggiero, che fossero figli di Camillo Cirelli, modesto agente teatrale. Tra le molte opere da lei cantate in quel periodo spicca il Nabucodonosor di Verdi (1842, prima esecuzione): nella parte di abigaille, tra le più rocciose che siano state scritte per soprano drammatico, la Strepponi profuse tutte le sue energie. Dove i mezzi naturali non la sorressero pienamente, si difese con l’accento imperioso e col plastico rilievo del declamato. Che ciò potesse bastare per un’interpretazione completa, tuttavia è dubbio: alle generiche lodi dei critici meno esigenti, che parlarono di voce limpida, penetrante, soave (proprio là dove sarebbero occorsi suoni gagliardi, ferrigni, a tratti addirittura selvaggi), fa riscontro l’accusa di Romani nel Figaro: Il duetto di Nabucco e di Abigaille farebbe senza dubbio maggiore effetto quando Ronconi non fosse solo a cantarlo. Resta tuttavia un mistero come la Strepponi riuscì a portare in fondo quelle prime otto recite di un’opera così inadatta alla sua gola delicata, specie quando i medici della Scala, dopo esauriti tutti gli esami, dichiararono all’unanimità che morrei etica, qualora non abbandonassi al momento la mia professione (a Lanari, 14 marzo 1842). Oppressa dal peso della famiglia, la Strepponi partecipò, nell’aprile-maggio 1843 a ventidue rappresentazioni del Nabucodonosor al Teatro Regio di Parma. Passò quindi a Verona e nel 1844 a Palermo e a Bergamo per cantarvi, oltre alla Lucrezia Borgia, anche il nuovo, trionfante Ernani. In seguito a una nuova crisi di stanchezza tra il 1845 e il 1846 (Nabucco e Lombardi ad alessandria e a Modena), abbandonò le scene. Colpa della sintassi vocalistica verdiana, fu detto da molti e specialmente da Fétis (La Strepponi s’y abandonna sans réserve; elle en éprouva bientôt les effets, car en 1846 elle n’était déjà plus que l’ombre d’elle même). A Parigi insegnò canto. Nel 1847 si rifugiò a Passy con Verdi (che sposò soltanto il 29 aprile 1859, a Collanges-sous-Salève) e un anno dopo iniziò a Sant’Agata una stabile convivenza. Da allora fu per il maestro anche una segretaria intuitiva e una diplomatica arguta, brillante e abilissima. Padroneggiando il francese (gli Escudier la definirono une parisienne parfaite), fu lei a insegnarlo al marito e a facilitargli i laboriosi contatti con l’Opéra. Ma conosceva anche l’inglese e leggeva molto. Specialmente le sue lettere della maturità sono la viva testimonianza di uno spirito d’osservazione e d’un talento di scrittrice assai rari nelle donne di teatro. Quanto alla delicatezza degli affetti e alla perenne gratitudine per Verdi (Luzio parlò della Traviata come di un documento sotto alcuni aspetti biografico), basterà accennare all’atteggiamento riservato che ella seppe tenere all’epoca della rottura tra Verdi e Mariani a causa della Stolz. Morì di una polmonite acuta e venne sepolta nella cripta della casa di riposo dei musicisti di Milano.

FONTI E BIBL.: E. De Amicis, Giuseppina strep-poni, Milano, s.d.; G.M. Ciampelli, Le opere verdiane alla Scala, Milano, 1929; Lodi a Giuseppina strepponi, in La sagra del Bel Canto Italiano, Lodi, 1930; M. Mundula, La moglie di Verdi, Milano, 1941; A. Luzio, Carteggi verdiani, Roma, 1947; E. Gara, La misteriosa giovinezza di Giuseppina strepponi, in Il corriere della sera 27 gennaio 1951; G. Stefani, Giuseppina strepponi, in Verdi e Trieste, Trieste, 1951; R. Paoli, La prima maniera della Peppina, in La Scala febbraio e marzo 1954; R. Barbiera, Figure e figurine del secolo XIX, Milano, 1908; E. Cecchi, G. Verdi, Firenze, 1877; G. Monaldi, G. Verdi nella vita e nell’arte, Milano; G. Monaldi, Verdi e le sue opere, Firenze, 1877; A. Pongin, G. Verdi, vita aneddotica con note ed aggiunte di Folchetto; F. Orestano, Eroine, 1940, 369; Dizionario UTET, XII, 1962, 172; Gera, Cantarono alla Scala, 1975, 63-71; Enciclopedia spettacolo, IX, 1962, 488-489; Dizionario Ricordi, 1976, 637; F. Walker, The Man Verdi, Londra, 1962; M. Medici, “Quel prete” che sposò Verdi, in Bollettino dell’Istituto di Studi Verdiani 1970; Cl. Sartori, La strepponi e Verdi a Parigi nella morsa quarantottesca, in Nuova Rivista Musicale Italiana 1974; M. De Angelis, Le carte dell’impresario, Firenze, 1982; J. Budden, in GROVE; Dizionario musicisti UTET, VII, 1988, 564-565; P. Adkins Chiti, Almanacco delle virtuose, 1991, 194 e 247; A.V.Marchi, Figure del Ducato, 1991, 322; Dizionario opera lirica, 1991, 872; A. Ceruti burgio, in Gazzetta di Parma 3 gennaio 1994, 5; C. Donati, in Gazzetta di Parma 10 gennaio 1997, 23.

STREPPONI GIUSEPPINA, vedi STREPPONI CLELIA MARIA JOSEPHA

STRIMERI GIOVANNI ANTONIO
Parma 1444/1476
Fu Massaro nel 1459 e Console nel 1476 dell’Arte della Lana di Parma. Quasi certamente è lo stesso che nel 1444 fu uno dei quattro deputati a correggere gli Statuti delle Arti della Città di Parma.

FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 304.

STRINATI ANTONIO
Bardi 1897/1915
Granatiere. Fu decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare durante la campagna di Libia, con la seguente motivazione: Per aver dato bella prova di coraggio durante il combattimento nel quale rimase gravemente ferito (Bu Homar, 12 maggio 1915).

FONTI E BIBL.: Libro d’oro Reggimento Granatieri, 1922, 91.

STRINATI LODOVICO
Bardi seconda metà del XVI secolo
Fu distinto grammatico, attivo sul finire del XVI secolo.

FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 431.

STRINIERI SESTILIA
Parma 12 marzo 1555-post 1580
Figlia di Giulio e di Laura Luschi. Sposò Crisippo Selva, medico e letterato, vissuto ai margini della Corte farnesiana e dell’accademia degli Innominati. La Strinieri fu ispiratrice del marito e compositrice ella stessa di versi. È lodata dal poeta Muzio Manfredi nel suo canzoniere Cento donne cantate (Parma, Viotto, 1580, 217).

FONTI E BIBL.: A. Ceruti Burgio, in Malacoda 80 1998, 27-28.

STROBEL ARNALDO GIUSEPPE
Parma 20 luglio 1871-Roma 13 gennaio 1946
Nacque da Peregrin e da Adelinda Valdagni. Intraprese la carriera militare nel Corpo degli Alpini fino a raggiungere il grado di Generale di Brigata. Ebbe, nella sua lunga carriera, vari comandi nel Nord Italia e infine a Roma e a Tripoli, ove concluse la sua vita militare. Ricevette anche il titolo di Commendatore. Prese parte alla guerra d’Africa, nel corso della quale fu decorato di una prima medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Nel passaggio a viva forza dell’uadi Bu-Msafer, sotto il fuoco degli arabi trincerati al castello di Kerba, con calma, slancio e decisione precedeva coraggiosamente la compagnia che animava con la parola e con l’esempio (Ettangi, 18 giugno 1912). Neppure un anno dopo gli fu accordata una medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: In combattimento diede prova di calma, serenità e coraggio ammirevoli, trascinando all’attacco i suoi dipendenti con la parola e con l’esempio (Assaba, 23 marzo 1913). Nella prima guerra mondiale combatté sull’Adamello e infine al Pal Piccolo ricevette una croce di guerra (30 luglio 1916). Nel 1904, per poter sposare Maria Pigorini, fervente cattolica, si fece battezzare. Si sposarono il 21 maggio 1904 a Milano, nella chiesa di San Fedele. Lo Strobel pubblicò il libro I Cappellani Alpini nella Campagna 1915-1918 (X Reggimento Alpini, Roma, 1941). Fu sepolto nel cimitero del Verano a Roma.

FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937; G. Pisano-G. Lombi, Penna Nera, Milano, 1968, 1168; A. Gatti, Caporetto, Bologna.

STROBEL DANIELE
Parma 30 marzo 1873-Camogli 8 giugno 1942
Daniele Strobel von Haustadt und schwanenfeld, di nobile famiglia tirolese, fu il secondogenito del naturalista Peregrin e di Adelinda Valdagni, di nobile famiglia trentina, la quale fu amica e compagna della femminista ed educatrice Laura Mantegazza. Gli Strobel appartennero a un antico casato tirolese proveniente da Rattenberg e disposero a Innsbruck di un Fidecommesso fino al 1920. Il nonno dello Strobel, Michael von Strobl, fu cassiere imperiale dell’arciduca e viceré Rainer e consigliere amministrativo della duchessa di Parma Maria luigia d’Austria per il Governo di Vienna. La nonna fu Elisabeth von Webern, zia del compositore Anton von Webern. Lo zio paterno, Joseph, fu funzionario austriaco nel Tirolo e a Trieste. Particolarmente importante per lo Strobel fu la zia paterna Marie, di Innsbruck, che con molta attenzione ne seguì lo sviluppo artistico. Nel 1905, alla morte di lei, lo Strobel ricevette una cospicua eredità che gli consentì di finanziare la costruzione della sua nuova villa a Vignale di Traversetolo. Nella villa paterna, sempre a Vignale si muoveva una multiforme società di scienziati e personalità della Mitteleuropa e delle Americhe, personaggi di spicco dell’ambiente culturale che avevano rapporti e relazioni con il padre, co-fondatore della Facoltà di Scienze Naturali a Buenos Aires e più tardi Rettore Magnifico dell’università di Parma, nonché membro dell’akademie Deutscher Naturforscher und Ärtze in Innsbruck. La conoscenza del fecondo clima familiare, attraversato da molteplici interessi scientifici e culturali, in cui si mosse lo Strobel aiuta a meglio comprendere le intime ragioni di alcune sue profonde scelte. La prima opera artistica dello Strobel, un ritratto, è del 1881, realizzata all’età di 7 anni e 10 mesi. La datazione fu apposta dal padre sul disegno, conservato presso la fondazione Cassa di Risparmio di Parma (Inv. F.). Lo Strobel frequentò il Regio Collegio Maria Luigia dal 1880 al 1886, per poi iscriversi nel 1887 all’Istituto di Belle Arti di Parma, dove ebbe come guida Cècrope Barilli. Per aver raggiunto negli studi il punteggio di 170/180 meritò nel 1891 il premio di primo grado e il premio di incoraggiamento per la letteratura e la storia. E proprio la passione per la storia lo spinse alla creazione di grandi dipinti con scene che si rifanno a personaggi ed episodi storici: basti ricordare Guanto di sfida e La leggenda di Teodorico. Così come trovò motivo di ispirazione nell’incarico ricevuto nel 1907 dall’editore Luigi Battei di illustrare la Storia di Parma che andavano redigendo Tullo Bazzi e Umberto Benassi. Lo stesso impegno storico lo mise nella realizzazione delle pitture della Sala del Consiglio della Camera di commercio (Sala Strobel della Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza) del 1925 o nell’incarico delle riproduzioni della Sala d’Oro del castello di Torrechiara per l’Esposizione Regionale ed Etnografica di Roma del 1911, ove lavorò a fianco di Amedeo Bocchi e dei più quotati artisti parmensi. Nel 1891 e 1892 si trasferì a Roma per completare gli studi accademici e si iscrisse al Circolo Artistico di via Margutta 54. Mentre frequentava la Scuola del Nudo dell’Accademie de France e la Scuola libera con modello vivente al Regio Istituto di Belle Arti, fece la conoscenza del pittore Antonio Mancini (che realizzò due ritratti dello Strobel a pastello e contribuì a meglio formarne lo stile). A Roma approfondì il rapporto di amicizia, che durò tutta la vita, con Amedeo Bocchi, il quale gli dedicò in quegli anni un ritratto, sempre a pastello. Fu poi la volta di un soggiorno spagnolo di alcuni mesi. Fece quindi ritorno a Vignale, e nel 1892 ricevette il primo riconoscimento significativo a coronamento dei suoi studi dal Municipio di Parma col Premio Artistico Perpetuo per il dipinto La piccola vedetta lombarda. Fu il primo di una lunga serie di riconoscimenti che punteggiarono la sua prolifica carriera. Nel 1900 venne nominato Socio Onorario della Regia Accademia di Belle Arti a Milano e nel 1903 Accademico di Merito di quella di Parma: l’attestato reca la firma del suo maestro Cècrope Barilli. Lo Strobel ebbe le sue radici nel Nord e come artista fu figlio dello storicismo. La sua carriera, sviluppatasi a cavallo tra il XIX e il XX secolo, è un esempio significativo della temperie culturale della sua epoca. Lo Strobel, oltre alla lingua italiana, ebbe conoscenza di quella francese, tedesca e spagnola. Per essere aggiornato sul dibattito culturale e approfondire i suoi interessi, si abbonò a numerosi periodici di cultura, da Cenobio, ad Arte della decorazione, La fiamma-Monthly Review of Fine Arts e Jugend-Münchner Illustrierte Wochenschrift. Ebbe l’occasione di conoscere personalmente Böcklin, ma fu attraverso la rivista Jugend che iniziò a legarsi sempre più al mondo artistico tedesco e austriaco imparando a stimare pittori come F. von Stuck, Hans Makart, Hans Marées, Franz Matsch, Leo Putz, Egger Lienz o Giovanni Segantini. Apprezzò il Liberty, e si lasciò trascinare da un sottile spirito wagneriano. In Strobel l’episodio storico poteva diventare un pretesto e una cornice a quella prima intenzione, che risultava in se realistica, di un realismo un po’ esaltato, eccedente, acceso e con dei residui di agitazione romantica. Vi contribuiva anche un elemento espressionistico, non nel senso del movimento moderno che prese quel nome, ma in quello di una generica eccedenza di espressione, tipica della tradizione tedesca, cui lo Strobel più che ad ogni altra straniera risultò legato. Ereditò dal padre la curiosità per tutto ciò che era cultura. Non cattolico, ma di spirito religioso, rimase fedele all’insegnamento sociale dei suoi genitori. Quando a Parma, all’inizio del XX secolo spirò un vento puritano e si volevano coprire alcune pitture delle chiese, lo Strobel, insieme a un sacerdote illuminato, contrastò vivacemente tale ignoranza. Per lo Strobel l’arte non ha un significato de l’art pour l’art, come problema isolato della vita, ma come dovere sociale ed etico e si dimostrò sempre sensibile alle vicende del tragico quotidiano. Il padre fu legato al movimento pacifista dell’austriaca Berta von Suttner, premio Nobel per la pace nel 1905, e la feconda attività di propaganda pacifista che respirò tra le mura domestiche, segnò profondamente il suo animo e le sue inclinazioni. Lo Strobel, poi, approfondì la tematica pacifista durante il periodo di studio all’Accadémie de France di Roma, partecipando all’Albergo Quirinale al congresso che la Suttner organizzò sul finire del 1891. Anche gli scritti pacifisti di Henry Richard, che circolavano nella casa dei genitori, indirizzarono decisamente il suo carattere, come la lettura di International Reduction of Armaments. Ecco quindi insorgere lo Strobel contro gli orrori della guerra con dipinti di ampio respiro, come Faida di Comune (premio Fumagalli alla Permanente di Milano nel 1906), o Rogo d’eroi, ispiratogli dalla guerra russo-giapponese nel 1905 (Premio per la Pace ex equo, Milano, 1906), che meriterebbe forse una maggiore considerazione nel panorama della sua attività. Nell’autunno del 1917 la ritirata di Caporetto gli ispirò alcune tra le sue tele più commosse e vibranti, quali Vespro di guerra, Cavalli abbandonati e Cavallo morente. Ancora, dietro l’Elia Rossi Passavanti scrisse di suo pugno: Soit a pied, soit a cheval, mon honneur est sans egal. Anche il grande dipinto Sopra gli spalti delle mura di Parma. Il Boia, esposto a Parma al Ridotto del Teatro Regio nel 1909 (nelle Collezioni d’Arte della Cassa di Risparmio, Inv. CRP 40960), non è altro che un grido dal profondo dell’animo dello Strobel contro la pena di morte. I colori stessi, la dominante tonalità rossa e l’espressione del volto del boia dovevano indurre l’osservatore, secondo le intenzioni del pittore, a una profonda meditazione sull’argomento. Alla morte del suo maestro Cécrope Barilli, lo Strobel venne chiamato dal 1° novembre 1911, quale supplente di Figura, a prenderne il posto al Regio Istituto di Belle Arti di Parma. Nel 1917 fu incaricato anche dell’insegnamento di Ornato e Decorazione. Il 5 ottobre 1925 fu trasferito, in qualità di secondo aggiunto di Figura, all’Accademia di Belle Arti di Milano, ove rimase fino al 1938, ottenendo il titolo di Professore Emerito dell’Accademia di Brera e la nomina a Cavaliere dell’Ordine della Corona. Nel 1927 ricevette la nomina per l’insegnamento di ornato e dal 1930, per ragioni di salute, si concentrò esclusivamente sul corso diurno, lasciando l’insegnamento serale che aveva seguito fino a quel momento. Venne frequentemente chiamato a far parte di commissioni giudicatrici di concorsi. Nel 1895 morì a Vignale il padre. Poco dopo la madre si trasferì a Milano, ove morì il 27 gennaio 1908. Così, con l’incarico all’Accademia di Milano del 1925, cominciò lentamente l’allontanamento da Parma. Rimase comunque la villa di Vignale, che lo Strobel tenne fino agli anni Trenta. Nel 1922 a Traversetolo sposò Luisa Vecchi. Oltre ai temi storici, allo Strobel particolarmente congeniali, altri filoni scandirono la sua multiforme attività. Il ritratto femminile fu elemento ricorrente e significativo nella sua produzione pittorica. Così, oltre al ritratto a olio della madre (1892) e Rose e spine (alla Galleria d’Arte Moderna di Roma), ecco il bellissimo ritratto liberty della futura moglie, Luisa Vecchi, del 1919 (nelle Collezioni d’Arte della Cassa di Risparmio inv. CRP 40959) con il quale vinse alla Mostra del Ritratto femminile della Villa Reale di Monza nel maggio 1924. Lo Strobel ritrasse ancora la moglie in due pastelli negli anni Venti e alla fine degli anni Trenta. Dedicò un ritratto anche al fratello Arnaldo e alla nipote Rosa. Ritrasse pure il nipote Pellegrino per due volte, nel 1906 e nel 1910. Fuori delle mura domestiche, numerosi sono i ritratti ufficiali per i quali venne richiesto. Ritrasse tra gli altri il Re e Mussolini e di ognuno realizzò due differenti versioni. Così come esistono due suoi ritratti a Luchino Visconti a cavallo. Fece anche la riproduzione del ritratto di Nicolò Paganini e della marchesa Eugenia paravicino di Persia. Suo è anche il ritratto del padre, custodito al Museo di Storia Naturale dell’università di Parma. Più volte menzionato dal padre nella documentazione scientifica sull’Argentina, l’interesse per il Gaucho si trasmise allo Strobel, che ne rimase affascinato. Lo Strobel lo riprodusse sia in forme plastiche (una scultura venne poi acquistata dal Re), che nella pittura e mantenne i rapporti, che erano stati del padre, col mondo culturale argentino. Vastissima è la produzione collaterale dello Strobel. Disegnò etichette per liquori, per scatole Mode progettò giocattoli in legno. Realizzò illustrazioni per importanti riviste e periodici. Sue tavole vennero pubblicate su Amica, sulla Domenica del Corriere e sul corriere dei Piccoli. Si prestò a illustrare le scoperte scientifiche compiute in Africa dal capitano Bottego e produsse un mosaico, con l’imponente figura di S. Giorgio, per la tomba (famiglia Medioli) al cimitero della Villetta di Parma. Disegnò cartoline di guerra a vantaggio degli invalidi e delle vedove, per associazioni di combattenti e umanitarie e dipinse soggetti religiosi per alcune chiese del Parmense. Particolarmente bella e curiosa è la produzione di conigli in ceramica, sempre firmati, che iniziò nel 1930. Il cavallo, che ritorna tanto spesso nei titoli dei suoi quadri, fu il suo soggetto preferito e pochi altri artisti seppero esprimere pittoricamente il nobile animale, in movimento o in lotta o in affettuoso abbandono, con la plastica evidenza dello Strobel. Negli anni Trenta iniziò una nuova esperienza legata al mondo equestre: la Società di incoraggiamento Razze Equine gli affidò l’incarico prestigioso di dipingere i cavalli vincitori al Gran Premio di San Siro e di Merano. I cavalli dello Strobel vennero così riprodotti anche su calendari e cartoline della Società di incoraggiamento, con grande successo e attenzione dei collezionisti pubblici e privati. La sua attività artistica a largo raggio lo portò a tenere mostre in numerose città d’Italia e d’Europa: Zurigo, Parma, Roma, Torino, Milano, Firenze, Rimini, Venezia, Londra, Monaco di Baviera e Buenos Aires. Nel 1930 lo Strobel organizzò una importante mostra con ben 60 opere esposte alla galleria Pesaro e al Museo Poldi-Pezzoli di Milano. Parma nel 1961 gli dedicò una significativa mostra retrospettiva, tenutasi alla Galleria Camattini. Le sue opere, spesso di grandi dimensioni, fanno parte di raccolte pubbliche e private in Italia e all’estero. Nel 1938 lasciò Milano per trasferirsi a Camogli, ove già risiedeva la cugina Tina Ströbel, pittrice di fiori e di paesaggi. Camogli, lo accolse come si addice a una grande personalità e lo invitò a partecipare alla fondazione del locale Museo Marinaro con due sue opere: mareggiata e San Prospero. Nel 1941 partecipò per l’ultima volta alla III Mostra di Belle Arti di Milano con due tele: Camogli e Paesaggio Ligure, ormai intrise dei colori della riviera. Morì a Camogli dopo aver terminato, pochi giorni prima, l’ultima grande tela, I cavalieri dell’Apocalisse, iniziata sotto la profonda emozione provata assistendo, dalla finestra della sua casa, al bombardamento navale di Genova. Camogli glì dedicò onoranze funebri imponenti.

FONTI E BIBL.: Archivio Strobel, Stadt Arkiv, Innsbruck; Archivio Daniele Strobel, Fondazione Cassa di Risparmio di Parma, Donazione Victor von Strobel; A. Colasanti, La Galleria d’Arte Moderna, Milano-Roma, 1923; G. Copertini, Le pitture di Carmignani e de Strobel nel palazzo della Camera di Commercio, in Aurea Parma 10 1926, 34-40; A. Lancellotti, Le Biennali veneziane dell’ante guerra, Alessandra, Ariel, 1926, 24; Enciclopedia Italiana, XII, 1931, 689; G. Marangoni, Daniele De Strobel, catalogo della mostra, Milano, 1931; G. Allegri Tassoni, Mostra dell’Accademia parmense, catalogo, Parma, 1952; La Pinacoteca Stuard di Parma, catalogo, Parma, 1961; R. Allegri, Mostra del ritratto parmense dell’800, in Parma per l’Arte 1963; J. Busse, Internationales Handbuch aller Maler und Bilhauer des 19. Jahrunderts, Wien, 1933, Ad vocem; A.M. Comanducci, Dizionario illustrato dei Pittori e Disegnatori e Incisori Italiani moderni e contemporanei, Milano, Patuzzi, 1974, 1040; A.M. Comanducci, Dizionario critico e documentario. I Pittori Italiani dell’Ottocento, Milano, Artisti d’Italia, 1934, 199; U. Thieme-F. Becker, Allgemeines Lexikon der Bildenden Künstler, Leipzig, 1938, Ad vocem; Per l’Arte Comitato parmense per le Arti e le Lettere. Mostra retrospettiva di Daniele de Strobel. 4-8.VI.1950, catalogo, Parma, Stab. Grafico cooperativo, 1950, presentazione di G. Copertini; A. Tirelli, Daniele de Strobel, in Parma per l’Arte II 1951, 59-62; U. Galetti-E. Camesasca, Enciclopedia della pittura italiana, Milano, 1951, Ad vocem; B. Molossi, Dizionario dei Parmigiani, Parma, Tipografica parmense, 1957, 143; Dizionario Enciclopedico Bolaffi dei Pittori e degli Incisori Italiani dal XI al XX sec., Milano, Mondadori, 1970, X, 456-457, con bibliografia; T. Mazzieri, Il romantico ritorno di Daniele de Strobel a Parma, in Gazzetta di Parma 26 febbraio 1969; Dizionario Enciclopedico Bolaffi dei Pittori ed incisori italiani dall’XI al XX sec., Torino, Bolaffi, 1972, vol. 10, 456-457; L. Molga (Felice da Mareto), Bibliografia generale delle antiche Province Parmensi, Parma, Deputazione Storia Patria, 1974, II, 1036; R. Tassi, Magnani, Bocchi, de Strobel. Tre pittori tra Ottocento e Novecento, Parma, Cassa di Risparmio di Parma, 1974, 97-128 e nota storica sulla realizzazione della Sala Strobel a cura di V. Banzola alle pp. 136-137; G. Godi, mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’ottocento, Colorno, Palazzo Ducale, 1974, 123-124; Enciclopedia Universale dell’Arte, Milano, De agostini, 1980-1981, Ad vocem; V. von Strobel, Daniel v. Strobel, ein Romantischer Maler der Deutschen Schule, in Atti dell’Accademia degli Agiati di Rovereto n. 231, v. 21 1983, 131-134; C. alessandrini, Revival, Accademia e Futurismo mancato, in Dietro le barricate, Parma 1922, catalogo Mostra Parco Ex Eridania, Parma, 1983, 110-123; Österreichisches biographisches Lexikon, Wien, 1984, Ad vocem; T. Marcheselli, Le strade di Parma, Parma, Benedettina, 1990, 118; Barilla, cento anni di pubblicità e comunicazione, a cura di A.I. Ganapini e G. Gonizzi, Milano, Pizzi, 1994, 49, 99, 421; G. Capelli, Il ritorno del Crociato. Restaurato il mosaico di Strobel, in Gazzetta di Parma 16 gennaio 1991, 3; G. Godi e C. mingardi, Le collezioni d’Arte della Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza, Parma, Guanda, 1994, 74, scheda 85; V.von Strobel, Daniele de Strobel e la Sala Conferenze, 1995, III-XI e XVIII; G. Capelli, in Gazzetta di Parma 24 marzo 1998, 5.

STROBEL PELLEGRINO, vedi STROBEL PEREGRIN

STROBEL PEREGRIN
Milano 22 agosto 1821-Vignale di Traversetolo 8 giugno 1895
La famiglia Strobel è una nobile famiglia tirolese originaria di Rattenberg e Innsbruck, rappresentata in gran parte da funzionari austriaci. Lo Strobel nacque, quale quarto figlio di otto fratelli e sorelle, a Palazzo Marino, la sede nel Lombardo-Veneto della Casa Imperiale Asburgica, ove il padre, Michael von Strobl zu Haustatt und Schwannefeld, era stato trasferito dal Tirolo con la carica di cassiere imperiale dell’Arciduca Rainer. Michael Strobl, che tra l’altro fu ufficiale degli Schützen di Andreas Hofer e combatté contro i Franco-italo-bavaresi nella Compagnia del conte Welsberg, fu cancelliere a Bolzano e, nel periodo di Milano, consigliere amministrativo dell’Arciduchessa di parma Maria Luigia d’austria. Il nome di Peregrin gli fu imposto alla nascita in quanto suo padrino fu Peregrin von Menz, alto funzionario artistico, amico del padre. La madre era Elisabeth von Webern, di nobile famiglia tirolese e zia del grande compositore Anton von Webern. A Milano, tra Palazzo Marino, San Fedele e la Villa Reale si muoveva una multiforme società mitteleuropea, che andava dalla famiglia Asburgo, a Radetzky, a Carl Mozart (figlio del compositore), al conte Firmian, al conte del Tirolo Mohr, al Manzoni e alla buona borghesia lombarda. In questo ambiente poliglotta e mitteleuropeo crebbe e si sviluppò la fanciullezza dello Strobel. Come era obbligo per tutti i figli dei Tirolesi, anche lo Strobel frequentò il rinomato ginnasio a Merano, con ottimi risultati. Durante questo periodo si concretizzò la sua passione per le scienze naturali, che erano assai diffuse presso la Corte di Vienna grazie al duca Leopoldo e a suo figlio Francesco stefano e al famoso Naturalienkabinett. Lo Strobel ebbe come guida e maestro ideale nelle scienze naturali lo zio Leonhard Liebener di Innsbruck, noto naturalista, e il grande esploratore Alexander von Humboldt, amico di famiglia. Già nel 1832, a soli dieci anni, lo Strobel divenne Socio della Zoologisch-Botanische Verein zu Wien. Dopo la maturità, frequentò le università di Innsbruck e Pavia, per laurearsi dapprima in giurisprudenza (1842) e più tardi in scienze naturali. L’Università di Pavia era allora un’università austriaca molto attiva, in cui si muoveva un ambiente progressista-liberale, in parte legato alla Chiesa Evangelica. A quest’ultima appartenne anche lo Strobel, che giunse a diventare curato e fu, in seguito, uno dei fondatori della comunità evangelica parmense. Fu inoltre socio fondatore della Società della Cremazione a Milano, i cui membri erano di provenienza mitteleuropea. Lo Strobel rimase alunno di concetto presso la Delegazione Imperiale del Governo Austriaco dal 1845 al 1847, indi, per un decennio, fu Coadiutore dell’Imperial Regia Biblioteca di Pavia. Nel contempo divenne Socio Corrispondente dell’Accademia degli Agiati in Rovereto, la più antica Accademia del Tirolo, fondata dall’imperatrice Maria Teresa. Le sue prime osservazioni scientifiche furono: Delle Conchiglie nei dintorni di Innsbruck (1843-1844), Notizie malacostatiche sul Trentino (1851) e Beitrag zu Mollusken Fauna von Tyrol, quest’ultimo lavoro scritto insieme al fratello Joseph. Nel 1853, a Pavia, fondò a sue spese il primo Giornale di Malacologia in lingua italiana, che accoglieva corrispondenze da tutta Europa, tra cui zeitschrift fur Malakozoologie di Menke und Pfeiffer, K. u. K. Akademie der wissenschaften Wien e Journal de conchyliogie. Il giornale rimase in vita due anni, pubblicando tra l’altro sedici note redatte dallo Strobel e numerose notizie bibliografiche. A soli trentatrè anni era già noto nel mondo scientifico internazionale, tanto da essere membro della Naturforschende Gesellschaft in Halle an der Saale, dell’accademia Imperiale Leopoldinae Carolinae naturae curiosorum in Breslau, dell’Akademie nordische Alterhumsforscher in Kopenhagen, del-l’akademie Deutscher Naturfoscher und Artze in Innsbruck, della Società Malacologica Italiana, dell’Ateneo di Bergamo, della Società Italiana di Scienze Naturali e Miembro Corresponsal Academie Nacional de Ciencias Buenos Aires e Miembro de Sociedad Farmaceutica Argentina. Fu inoltre socio onorario di molte associazioni naturalistiche e alpinistiche, oltre che di fondazioni a scopo sociale ed educativo, come il Collegio Maria Luigia di Parma. Fu anche iscritto alla massoneria. Nel 1857 venne chiamato alle scuole facoltative di Piacenza, come professore di storia naturale. Nel 1858 fu tra i soci fondatori della Società Italiana di Scienze Naturali di Milano. Nel 1859 a Parma, ove già il padre Michael era stato consigliere dell’Arciduchessa Maria Luigia d’Austria, gli venne offerta la prima cattedra universitaria. Ebbe la nomina a professore di Storia Naturale presso la Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’università di Parma (Decreto dittatoriale del 6 dicembre 1859). Nel 1863 fu nominato professore di Mineralogia, Geologia e zoologia e Direttore del Gabinetto di Storia naturale presso l’Università di Parma (Decreto sovrano del 19 gennaio 1863). Si innamorò di molte donne, non sempre ricambiato. Questa irrequietezza sentimentale lo portò spesso a desiderare grandi viaggi e a congedarsi da città e paesi. Verso la fine del 1864 lasciò l’università di Parma per trasferirsi in Argentina: su invito del rettore dell’Università di Buenos Aires, Juan Maria Gutierrez, e del suo caro amico, il noto scrittore e medico Paolo mantegazza, accettò infatti di contribuire alla fondazione e allo sviluppo della facoltà di Scienze Naturali. Il soggiorno in Argentina, terra in gran parte sconosciuta, significò per lo Strobel, oltre che realizzare il sogno di giovinezza di conoscere il Nuovo Mondo, una grande occasione per le sue ricerche scientifiche. Durante il viaggio dall’Europa all’america si fermò nell’isola di San Vincenzo, una delle maggiori del Capo Verde, ove gli parve di riscontrare delle analogie con le terremare che aveva iniziato a studiare in Emilia. Pubblicò queste osservazioni a Parigi nel 1865. Nei circa due anni di permanenza in Sud America allargò la sua attività a molti campi della ricerca naturalistica partecipando a spedizioni che lo portarono fino in Patagonia e nella terra del Fuego. È interessante notare che nel corso di queste esplorazioni fu tra i più entusiasti naturalisti a servirsi della fotografia, che era al suo inizio. L’apparecchio fotografico si rivelò subito il giusto supporto operativo, che permise ai naturalisti di acquisire documentazione più precisa del disegno e si rivelò di particolare utilità per l’Antropologia e l’Etnologia. Essa offriva, tra l’altro, il vantaggio di poter inviare le immagini rapidamente ai diversi colleghi. Dall’Argentina, lo Strobel invitò il suo amico e collega del Tirolo, il padre francescano naturalista Vinzenz Gredler, ad andare a insegnare all’Università di Buenos Aires. Non riuscì tuttavia a realizzare quel desiderato binomio scientifico. Nella sua prima lezione all’università di Buenos Aires parlò di Darwin: un tema che divideva e univa studenti e ricercatori. Della Patagonia, come scrisse nei suoi libri sull’argentina (1865-1867 e 1869) lo affascinarono le montagne, che gli ricordavano quelle del Tirolo. Gli amici naturalisti di Buenos Aires, avendo scoperto un lago al 48° parallelo sud, in Patagonia, lo intitolarono Lago Strobel in suo onore. La morte del padre Michael nel Tirolo lo costrinse tuttavia a fare ritorno in Europa per affrontare, quale più anziano dei fratelli, la successione del Fidecommesso della famiglia Strobel a Innsbruck. Prima di lasciare Buenos Aires costituì la Fondazione Peregrino Strobel, il cui fine era quello di assegnare una borsa di studio per i più meritevoli tra gli studenti della Facoltà di Scienze Naturali (Il Presente 26 dicembre 1881). Infine ritornò definitivamente a Parma attorno al 1868, dopo aver peregrinato per le diverse città europee. All’Università di Parma gli venne assegnata la cattedra di Geologia. Nel 1871 fu nominato Direttore della Scuola di Farmacia del-l’università di Parma per il triennio 1871-1872/1873 - 1874 (Decreto sovrano del 22 novembre 1871). Conseguì poi la laurea in Scienze Naturali presso l’Università di Parma (10 marzo 1872). Nel 1874, fu dispensato, dietro sua richiesta e per motivi di salute, dall’insegnamento della Zoologia, affidato al professore di Anatomia Comparata (Dispaccio ministeriale del 29 ottobre 1874). Nel 1875 fondò, insieme a Gaetano Chierici e al suo vecchio allievo, Luigi Pigorini, il Bullettino di Paletnologia Italiana. Nello stesso anno, a Pisa, fu tra i fondatori della Società Malacologica Italiana. Fu anche Direttore del Museo di Storia Naturale di Parma e come tale collaborò alla stesura delle notissime guide di viaggio in lingua tedesca di Karl Baedeker (Leipzig), specialmente per la guida Ober-Italien. Nel 1878 fu nominato Preside della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’università di Parma per il triennio 1878-1879/1880-1881 e a tale carica fu poi rieletto per il triennio 1890-1891/1892-1893. Nel 1891 fu eletto all’unanimità Rettore dell’Università di Parma per il triennio 1891-1892/1893-1894 (Decreto sovrano del 2 luglio 1891), carica a cui rinunciò dopo il primo anno per motivi di salute. Nel 1894 donò al Museo di Storia Naturale dell’Università di Parma una ricca e preziosa Collezione di Conchiglie extramarine da lui raccolte ed illustrate, nonché i suoi libri di Storia Naturale (Verbale dell’Adunanza del Consiglio di Facoltà di Scienze del 15 aprile 1894). A uno stato di salute apparentemente debole (soffrì di una ipertrofia al cuore, sindrome che gli permise ugualmente di fare viaggi avventurosi), contrappose un’intelligenza vivacissima e una forte memoria. Oltre a conoscere le lingue antiche, greco e latino, parlava perfettamente tedesco, italiano, francese, inglese e spagnolo e possedeva alcune nozioni di ungherese e di turco. Lo Strobel fu autore di almeno 195 pubblicazioni, scritte in cinque lingue: di particolare importanza sono i suoi scritti sulle terremare e quelli sulla malacologia, gli studi relativi alla distribuzione geografico-fisica dei molluschi terrestri e d’acqua dolce dell’Alta Italia e inoltre le indagini di paleo-zoologia relative ai resti faunistici nei depositi preistorici d’Italia. Tra i suoi meriti va anche annoverato quello di aver fondato una pubblicistica periodica di scienze naturali in lingua italiana. Lo Strobel intraprese studi naturalistici, antropologici, archeologici ed etnologici. Tra i suoi allievi più noti vi furono Luigi Pigorini e Omboni, tra i colleghi a lui più vicini il viennese G. Jan di Milano e l’astronomo e fisico Pietro Pigorini, già rettore dell’università di Parma. La sua attività di ricerca costituì un ponte tra l’Europa e il Nuovo Mondo, come ben si può leggere presso il vecchio Rettorato dell’Università di Parma, sotto il monumento che gli Argentini gli dedicarono nel 1899. Il suo motto, come missionario della cultura, fu Wo du bist, musst du deine Pflicht tun (ovunque tu ti venga a trovare, devi fare il tuo dovere). L’epoca in cui lo Strobel visse era il tempo dei grandi sviluppi delle scienze naturali e della tecnica, che risvegliò molte speranze, portando a credere che la cooperazione delle Scienze potesse significare anche intese politiche di pace. Molti dei naturalisti aderirono ai movimenti pacifisti e questa fu anche la scelta dello Strobel, che ebbe contatti, anche attraverso la cugina Maria Strobel di Innsbruck, con il movimento dell’austriaca Berta von Suttner, premio Nobel per la Pace. Seguì anche attentamente le conferenze di Londra di Henry Richard sulla International Reduction of Armaments, del 1879. Lo Strobel, uomo attento agli avvenimenti del suo tempo, percepì perfettamente l’ondata di liberalismo che andava addensandosi su tutta la Mitteleuropa e che sfociò con le ribellioni del 1848 e prese lo spunto di essere nato a Milano per opporsi alla restaurazione austriaca nel Lombardo-Veneto. Espresse in suo ermetico diario il tormento di queste e di altre scelte, come quando, nel 1883, dovette andare a rappresentare la città di Parma al Parlamento a Roma, prendendo una decisione che comportò grossi contrasti in seno alla famiglia Strobel, che si trovava in Austria. Egli affermò spesso di non avere una patria, se non la bandiera delle sue ricerche scientifiche. Alla Camera prese posto all’estrema sinistra. un’altra nota che può chiarire il carattere dello Strobel nella sua vita di spirito indipendente e insofferente è il discorso pubblico che pronunciò all’inaugurazione dell’anno accademico 1891-1892 in qualità di Rettore Magnifico dell’Università di Parma. In esso, esprimendo una visione molto avanzata delle riforme sociali e scolastiche, suscitò grande scandalo, al punto che dovette difendersi da numerosi attacchi reazionari. Tra l’altro, fu anche promotore e sostenitore dell’abolizione dello studio del greco nei licei. Lo Strobel sposò, ormai cinquantenne, la giovane Adelinda Valdagni, appartenente a una nobile famiglia trentina, rappresentata da medici e farmacisti. Ebbero due figli, di cui il secondo, Daniele, divenne un famoso pittore. Lo Strobel morì per sindrome cardiaca. Fu cremato e sepolto in un loculo monumentale nel cimitero dell’università di Parma. Fu una cara amica di famiglia, Caterina Pigorini Beri, a pubblicare sulla Gazzetta di Parma (15 giugno 1895) una sua commossa commemorazione, ricordandolo alle autorità e ai cittadini di Parma. Nello Strobel si condensarono ampiamente le due culture, tedesca e italiana, anche se convissero con molta difficoltà: razionalmente e filosoficamente appartenne alla cultura tedesca mitteleuropea, sentimentalmente fu legato alla letteratura italiana della sua epoca e appassionato a quel mito dell’Arcadia intesa come immagine ideale che i viaggiatori nordici avevano della natura mediterranea e della riscoperta del mondo antico.

FONTI E BIBL.: A. De Gubernatis, Dizionario biografico scrittori, 1879, 968; S. Sapuppo Zanghi, La XV legislatura italiana, Roma, 1884; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; A. Malatesta, Ministri, 1941, 162; Aurea Parma 2 1987, 132-135; T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 110; F. Pariset, Per il prof. pellegrino Strobel, in Per l’Arte 7 1895, 183; L. Jung, Prof. Cav. Nob. Pellegrino de Strobel, in Annali dell’università di Parma, 1896, 93-96; I. giuffrida, Pellegrino Strobel e i suoi corrispondenti, in Aurea Parma LXXI 1987, 131-157, che riporta l’elenco degli scritti di Strobel; Aurea Parma 1 1992, 22; Le terremare, 1994, 61-66; Gazzetta di Parma 28 ottobre 1995, 12.

STROBL, vedi STROBEL

STROZZI BARABA, vedi TORELLI BARBARA

STRUZZI ALBERTO
Parma 1560 c.-Madrid 1638
Lo Struzzi, che a Parma possedette beni immobili, fu rappresentante di Ranuccio Farnese a Bruxelles, dove si conservano le lettere del Duca a lui indirizzate. Giunse nei Paesi Bassi al seguito di Alessandro Farnese e partecipò a quelle operazioni di diplomazia segreta che offrirono al grande generale la possibilità di occupare alcune città senza ricorrere alle armi. Il matrimonio con Luisa Haller permise allo Struzzi di entrare a far parte della ricca classe di nobili-mercanti al servizio della monarchia spagnola. In seconde nozze sposò una dama di Corte dell’arciduchessa Isabella. L’inventario della sua fornita biblioteca di Bruxelles permette di conoscere i suoi interessi culturali, così come l’elenco dei quadri i suoi gusti artistici. Come rappresentante degli arciduchi Alberto e Isabella, partì nel 1614 per Madrid portando in dono al figlio del Re destinato alla carriera militare, Fernando, un esercito in miniatura composto da soldatini di legno, da lui fatto eseguire. Questa opera mirabile andò distrutta nel 1884 in un incendio scoppiato nella sala dove era conservata. Morì prima di riuscire a tornare nei Paesi Bassi, come avrebbe desiderato. La richiesta da parte del Sovrano e di uomini di governo di fornire consigli in campo economico diede luogo alla sua vasta produzione di trattati sulle monete, sul commercio, sulla popolazione, sull’industria, nonché su temi politici, che si conservano manoscritti in varie biblioteche europee. Solo il suo Dialogo sobre el comercio destos reinos de Castilla fu stampato nel 1624 a spese delle Cortes di Castiglia e ristampato l’anno successivo. Rappresentando a Madrid gli interessi commerciali e industriali dei Paesi Bassi spagnoli, lo Struzzi si presenta come sostenitore della pace e della libertà degli scambi e avversario di misure che imponessero limiti al commercio con i Paesi Bassi del Nord. Gli anni del soggiorno spagnolo dello Struzzi furono caratterizzati da una grave crisi finanziaria per il Regno asburgico, in quanto la necessità di sostenere gravose spese militari si scontrò con la difficoltà di disporre di adeguati mezzi finanziari, ottenibili solo mediante nuove tasse. Evitare un ulteriore indebolimento del tessuto economico del paese e dei territori appartenenti alla monarchia spagnola è il fine che si prefiggono le proposte avanzate negli scritti dello Struzzi. Alla base dei suoi memoriali, che a un primo esame potrebbero apparire frammentari e dettati dalle necessità del momento, vi sono invece precisi modelli economici. Nell’Archivio di Stato di Parma si conserva una lettera dello Struzzi a Ranuccio Farnese del 1607, che accompagna l’invio da Bruxelles di un ritratto di Alessandro Farnese inciso su una pietra dura. Nello stesso archivio, lettere di Cosimo Masi forniscono notizie relative alla prima moglie dello Struzzi, Luisa Haller: prima del matrimonio fu badessa del convento di Soleilmont, ottenne quindi l’autorizzazione a togliersi il velo e a sposarsi. Suo fratello Leoluca fu governatore di Piacenza e questo spiega l’interesse della Corte farnesiana per le vicende monastiche della nobildonna fiamminga.

FONTI E BIBL.: M. A. E. bacigalupe, Alberto struzzi. Un precursor barroco del capitalismo liberal, Avisos de Flandes 4, Leuven University Press, Leuven, 1995; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 356; G.Bertini, in Aurea parma 2 1996, 224-225.

STRUZZI GIOVANNI
Parma prima metà del XVII secolo
Intagliatore attivo nella prima metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 356.

STRUZZI GIOVANNI STEFANO
Parma 1511/1519
Durante l’anno scolastico 1511-1512 lo si trova insegnante di Grammatica pro quarteriis, vale a dire in una di quelle scuole di grammatica che il Comune di Bologna istituì in ognuno dei quartieri della città per l’istruzione elementare e preparatoria all’Università. Tali docenti non facevano parte dello Studio universitario benché i loro nomi, come quello dello Struzzi, si incontrino nei Rotoli (cfr. I, 213 e seg.). Nel biennio 1512-1514 e poi in quello 1517-1519, lo Struzzi fu dignissimus Rector dell’Università degli Artisti e dei Medici di Bologna, più precisamente degli scolari ultramontani, con l’incarico di insegnare medicina nei giorni festivi.

FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1930, 76.

STRUZZO, vedi STRUZZI

STUARD GIUSEPPE
Parma 26 marzo 1790-Parma febbraio 1834
Nacque da Domenico e da Barbara Paralupi. A sei anni ereditò dal padre, molto probabilmente, qualcuno dei 52 quadri inventariati nel 1768 in casa del nonno Pietro, raffiguranti ritratti, soggetti sacri, fiori, architetture e paesaggi. Per quanto riguarda i rapporti di domenico Stuard con l’arte, non restano altre tracce che le note dell’esborso sostenuto per il rinnovo totale del Casino di Villeggiatura a San pancrazio. A cura dell’architetto Angelo Rasori, vi lavorarono nel 1788-1789 il pittore quadraturista Giovan Battista Modini e il falegname-mobiliere Francesco Gardelli. Ancora di ordine pratico appaiono i rapporti della madre-tutrice con artigiani e artisti, a parte la committenza all’affermato Domenico Muzzi per il proprio ritratto, pagato di certo con la sostanza del figlio, come del resto è provato per la cornice. Ai vari immobili di proprietà lavorarono dal 1797 al 1802, oltre al Rasori, l’intagliatore Ferdinando Dumas, il doratore Antonio Salvini e il falegname Davide de Bernardi. La Paralupi non mancò di dare allo Stuard, presso il Collegio dei Nobili di Parma, una educazione artistica, se egli già a undici anni, nel 1802, ordinò cornici e vetri e se l’anno dopo ricevette carte da disegno n. 20, una tavola da disegnare, ed una crociera. alla morte della madre, fu sotto la tutela del canonico Maberini e di Pietro Cantù. Di fisico infelice, rachitico e affetto da una malattia che spesso lo privava della parola, seppe tuttavia, durante tutta la vita, dare prova di profondo senso civico e di grande generosità. Nel 1808, a tre anni dalla morte della madre, si recò in viaggio a Napoli e quando vende al Sig. C.te Jacopo San Vitali l’Opera del Marino l’ Adone, sembra che fossero già in atto quegli scambi di materiali tipici di un provetto collezionista di libri. Data la saggezza dimostrata come amministratore dei cospicui beni familiari, la Congregazione della Carità lo fece suo confratello con compiti di carattere amministrativo (18 febbraio 1820), che lo Stuard assolse lodevolmente fino a quando fu costretto a dimettersi per ragioni di salute (1833). Il 31 agosto 1829 fu chiamato a far parte del Consiglio degli Anziani del Comune di Parma e il 6 gennaio 1830 fu ammesso a far parte della Società del Gabinetto letterario. Durante i moti del 1831 cadde in sospetto della polizia per le sue idee liberali ma, nel medesimo anno, il podestà di Parma barone Bolla nominò lo Stuard membro della Fabbriceria del Duomo e il 10 maggio dello stesso anno, per volontà della duchessa Maria Luigia d’Austria, fu chiamato a far parte della Commissione amministrativa degli Ospizi Civili. Tra il 1826 e il 1827 compilò, a modo di lettera, una dissertazione riguardante il quadretto posseduto dal parmigiano Malpeli attorno al pittore Michele Desubleo da vero e proprio storico dell’arte: vi cita brani da noti testi del Malvasia, dell’orlandi e del Lanzi, oltre naturalmente dalle guide locali del Ruta, dell’Affò e del Donati e dal raro volume seicentesco del Bordoni, che si rivela utile a chi si interessa del malnoto pittore bolognese, il cui oblio critico era appunto già lamentato dallo Stuard. Il 1828 risulta piuttosto intenso per lo Stuard bibliofilo. Gli arrivarono libri da Roma, dal Robertson e dal conte Scutellari, mentre nel 1829 si impossessò de l’Opera Felsina Pittrice Ediz.e rarissima detta del Boccalajo più la Critica del C.o vittoria rarissima ancor essa, per la quale fu in trattativa a Bologna già dal 1827. Sempre nel 1829 comperò 6 Fascicoli della Galleria di Firenze. Di pari passo si mosse la sua attività nel campo della grafica, che emerge nei documenti con una certa precisione solo nell’ultimo decennio di vita, come del resto per le altre pratiche di collezionismo. Nel 1827 si sa che lo Stuard fu in rapporto con l’incisore Francesco Rosaspina, forse a Bologna, espletando per questi commissioni presso il principe Asioli a Modena e presso il De Lama a Parma. L’anno dopo fece rilegare in carta verde le incisioni del Bonavera con gli affreschi del Correggio nella cupola del Duomo di Parma. Nel 1829 acquistò un Cartone rap.e la B. V. di Cignani, o di Guido e comprò dalla Ved.a Giovanelli la Grande Stampa (Unica conosciuta) vedi Puncilioni, rappresentante Un Appostolo del Penacchio sud-ovest, della Cupola del Duomo, e più un Disegno di Caracci dell’altro Penacchio rap.e S. Bernardo speso in tutto. L. 400 (N.B. della sola stampa Giovanelli domandava L. v.e 20,000, dopo la morte sua fu stimata L. 3.000. !!! ecco la stabilità del valore negli ogetti di belle arti. Ancora nel 1829 ricevette in regalo da Tognini uno schizzo, poi comperò due bellissimi Paesi a penna del Palmieri (forse quelli del Museo Lombardi) e uno schizzo del Guercino o del Tiarini. Nel 1833 donò a Moreo in Milano quei tanto preziosi schizzi del nostro divino Correggio. Contemporaneamente il Molossi annota che lo Stuard è pur anco possessore di una gran parte de’ cartoni che servirono al divino Correggio per dipinger la cupola del duomo. Se molte particolarità non concorresser pure a dar fede della originalità di questi cartoni salvati per miracolo, te ne persuaderebber certi pentimenti, e certi tratti che vi guizzan con tanta franchezza, quasi lampi di genio creatore. Quale collezionista di dipinti, lo Stuard lasciò la prima traccia a diciotto anni, nel 1811: Comprato un quadro in Lavagna presentante la B.V. il bambino, e S. Giovannino. Tra i pezzi scambiati o alienati dallo Stuard, è interessante ricordare, nel 1828-1829, quelli di cui viene citato l’autore presunto o la fonte iconografica oppure il soggetto: una Copia dello sposalizio di S. Caterina del Correggio, esiste in Francia fatta da Girolamo Mazzola Bedoli e una copia dal Barocci, un Incendio di Sodoma del Tempesta, il ritratto di un Putto in piedi al Naturale dello schedoni, due teste del Bertoja in un solo quadro, una Testa del Badalocchi, una testa di dafne, un Quadro piccolo rappresentante un allegoria ove la Gloria strappa le Ali al tempo sembra scuola di Rubens, una Testa di Leonello spada, una Galatea, un bellissimo Paese del fidanza e infine tre Chiaroscuri di Girolamo mazzola che ornavano una copia del S. girolamo di Correggio. Dall’ultima citazione è deducibile trattarsi in realtà di una pala in pendant con quella di Alessandro Mazzola Bedoli nei depositi della Galleria Nazionale (inv. n. 910), rappresentante al centro il Riposo durante la fuga in Egitto del Correggio e nell’incorniciatura cinque figure monocrome d’invenzione. Infatti vengono ricordate su due altari in San Pietro Martire, per cui la provenienza è da connettersi a quella dei frammenti di Francesco Longhi, acquistati appunto solo tredici giorni dopo (rispettivamente il 3 e il 16 dicembre 1829). Un poco più complicate appaiono le vicende inerenti a fornitori, corrispondenti e luoghi di approvvigionamento dello Stuard. Tra le sue carte peraltro rimane una interessante perizia di quadri e disegni appartenuti al conte Carlo Sanvitale del 1710, stesa dal noto storiografo d’arte padre pellegrino Orlandi, di cui altra copia è presso la Sovrintendenza di Parma. Potrebbe forse essere in rapporto con le compere, una lista di dipinti, con tanto di prezzi, di proprietà di Pietro Rubini (morto nel 1819). Quasi sicuramente lo è invece l’inventario analogo dei quadri Morenghi del 1827. Infatti vi appaiono nature morte del Fiammingo Maestro del Boselli, un Quadro con Pesci del Boselli e una serie di quattro paesaggi, forse del Tempesta. A margine dei fogli Morenghi lo Stuard sfoggia un suo arduo rilievo critico a proposito di due copie dal Correggio, eseguite nella così detta maniera forte seicentesca di deleteria imitazione bolognese. Lo Stuard mostra altri aspetti della sua personalità di storico dell’arte in una lettera (presso collezione privata) inviata il 21 aprile 1819 al pittore Francesco Callani. Apre menzionando miei scartafacci, (all’appoggio però di buoni Autori) di quali scrissi nel mio giro delle Città Venete all’occasione ch’ivi studiai la Loro Scuola. Le notizie che seguono concernono la famiglia dei Bassano, infarcite di varie osservazioni critiche e di confronti di opere dal vero, previo l’ausilio, appunto, delle fonti bibliografiche. In fine promette che continuerà sui Bellini, dei quali per breve analisi che se ne voglia fare non sono sufficienti tre fogli eguali a questo. Nove anni dopo comperò proprio dalla raccolta del Callani il cosiddetto abozzo originale del Lanfranco, raccolta che, come accenna il biografo Bertoluzzi, era di formazione paterna, allo scorcio del settecento. Le zone ove si fornì maggiormente lo Stuard, almeno nell’ultimo decennio, sembrano quelle di Guastalla, ove abitava il cugino dottor Paralupi, e di Modena, seppure non manchino rapporti con Piacenza e viaggi a Milano. Nell’inverno del 1824 scrive al cugino: nello stesso tempo amerò vedere i quadri di Luzara, e le armi da taglio, e da fuoco, così ad un tempo vedrò produzioni delle Belle arti, e dei mezzi principali di loro distruzione. L’anno dopo, ancora in Luzzara, ambì avere un dipinto di proprietà della cognata di Belli, le cui caute trattative furono appunto affidate al cugino, che in seguito venne pregato di desistere di fronte al costo troppo elevato, avendone preferito lo Stuard un altro meglio conservato e di maggior valore finanziario. Il Paralupi nel 1829 scrisse per mandare a prelevare presso lo Stuard un buon pittore, il cui nome risulta indecifrabile, voglioso di farsi notare in paese straniero. Da Viadana gli scrisse invece Francesco Morini, ansioso di venire a vedere le tante sue belle cose da esso lui acquistate. Attorno al 1825 lo Stuard corrispose con l’avvocato Nardi a Modena in merito a riflessioni fatte sia riguardo al suo bellissimo quadro fiammingo, sia riguardo al prezzo, che ritenne troppo alto per le proprie possibilità. Di queste opere diede notizia nell’autunno 1826 all’amico Giuseppe Molteni in Milano, pittore e celebre restauratore: Sento come ella mi previene per fare una gita nel modenese per acquisstar quadri. Quantunque difficilmente io possa tenerle compagnia mentre mi sarà di vero piacere d’indirizzarlo in tutti quei luoghi del Modenese in cui a mio cognito esistere belli quadri, e di cui se ne possa fare una buona spesa, ciò per dimostrare almeno la sua solidarietà di collezionista. Poco dopo avvertì quindi il Nardi, che così avrebbe potuto vendere tutta, o in parte, la sua bella raccolta. Di altri affari extraprovinciali esiste traccia nel 1828: comprato un boschereccio dal Parroco dei Ronchi. Cadde invece nel vuoto l’invio da parte di un amico carissimo, di cui non è citata la residenza, di tre dipinti che lo Stuard, l’anno dopo, criticò pungentemente: le Sante Immagini che rappresentano sono veramente Celestiali, e perciò prive del benché minimo mondano valore. Al mio debole parere quello che hanno di pregievole si è d’essere li stessi unicamente proprj alla Devozione di un buon Cristiano, e totalmente scevri da qualunque qualità che potesse tentare il vile interesse o giovare all’avarizia umana. Giuseppe Cattani nel 1832 si schermì per aver ricevuto in dono questa bellissima Vergine spirante per ogni lato una calma soave di Paradiso, mentre N. Lorenzelli riferì su di un quadro che lo Stuard avrebbe potuto avere al prezzo già convenuto. Per alcuni fornitori, Uldrigo e moroni, la residenza in Parma è plausibile, per altri appare sicura: Germano Razzi nel 1830 ricevette il saldo per la tavola col Paesaggio del Fidanza e la contessa Teresa Casanova fu retribuita per il bozzetto dello Schedoni. Sembra per altro del tutto attendibile che ella possa essere la consorte del conte Antonio Casanova, a cui lo Stuard affittò nel 1823 un appartamento al piano nobile della sua casa in strada Santa Croce al n. 51. Ma la provenienza più prestigiosa resta senza dubbio alcuno quella delle preziose tavole toscane tre-quattrocentesche dalla straordinaria raccolta del marchese Alfonso Tacoli Canacci, realizzata a Firenze, in particolare verso il 1785-1786, grazie alle soppressioni leopoldine. Già nel 1784 il Tacoli Canacci procurò da Modena dipinti antichi al duca di Parma Ferdinando di Borbone e, in maggior numero, da Firenze nel 1786-1787 e nel 1788, compresi tre dei pezzi che poi pervennero nelle mani dello Stuard. Rompendo gli indugi, egli compilò nel 1789 un catalogo manoscritto di offerta a Carlo IV di Spagna, circa due anni dopo un secondo catalogo per lo stesso, nel 1792 un terzo per il duca ferdinando di Borbone, e infine nel 1796 e nel 1798 due cataloghi a stampa per il mercato libero. L’offerta a Ferdinando di Borbone ebbe a sortire i suoi effetti, se, tra l’altro, nei cataloghi del 1791 e del 1792 appaiono gli ultimi cinque pezzi che divennero proprietà dello Stuard. Per una sola delle otto tavole trovate sul mercato dallo Stuard, quella di Pietro di giovanni d’Ambrogio, è noto l’anno d’acquisto (1829). Questo però basta per arguire che lo Stuard arrivò a tale lungimirante intuizione collezionistica senz’altro dopo il 1821, quando venne resa pubblica in Galleria buona parte dell’ex raccolta Tacoli Canacci. Forse lo Stuard ne possedette un nono pezzo: Una Porta santa, che si divide in tre scomparti dipinta a tempera in tavola che rappresenta la Vita di G. Cristo, lavoro molto sofferto, scomparso tra il 1834 e il 1850. Quale sede per le sue collezioni lo Stuard comperò il 31 ottobre 1822 dai conti Pellegrini le case ai numeri 47, 49 e 51 di strada Santa Croce, situate di fronte alla chiesa dell’Annunziata. Negli anni appena seguenti si occupò con vivo interesse di ammodernare la sua futura abitazione neoclassica. Ne affittò un appartamento a Giuseppe Conti nel 1831. Quasi contemporaneamente, nell’estate del 1826, fu affaccendato a dirigere i restauri dell’appartamento di Basili, non presente a Parma, che videro in particolare la creazione e l’arredamento di un boudoir, ove operò anche il mobiliere Musini. Nel mentre, la facciata della casa verso il torrente, con probabilità adiacente alle sue, fu decorata dal pittore Bonardi. Al Basili lo Stuard riferì compiaciuto: il continuo andirivieni di tutti questi artisti, i due ferraio, il sellajo, falegname, indoratore, imbiancatore, muratore e tutti i loro rispettivi garzoni, formano un completo di cose di far scappare dalla disperazione l’uomo il più flemmatico di questo mondo. Ciononostante si disse soddisfatto perché il boudoir è riuscito della massima bellezza. Nel 1828-1829 si dedicò al rinnovo radicale della casa al numero 49, di cui affittò nel 1831 un appartamento del primo piano a Vincenzo Baroni. Utilizzò gli artisti Janelli, pittore-decoratore, drugman, marmorino, Giovan Battista Boni, doratore, Giuseppe Anzola, falegname, e altri. Sulla qualità dell’arredamento non restano in pratica testimonianze. Qualche notizia esiste sull’argenteria (Comperati 12. Cucchiarini d’arg.to a L. 25. il D.o et L. 4. l’uno di fattura e marca GS. dall’Oref.e Sig.r Sanini) e anche sull’oggettistica da collezione (compro un Basso rilievo di rame a cisello opera Greco-Gottica, rarissima; inoltre: cornice nera pel basso-rilievo in rame, oppure al fallegname Fiorini fattura dello scanzino con entro lo stipo antico a lapis lazulli L. 120). Ritornando alla quadreria, è possibile notare la serie di eleganti cornici dorate, in stile Impero, custodite, assieme ai loro piccoli dipinti, in cassette di noce con vetri, e la numerosa serie in stile analogo, di semplice modello a sguscia, argentate a mecca, ovvero velate. Sia lo Stuard, sia gli esecutori testamentari le registrano puntualmente tra il 1828 e il 1834: principale autore ne fu ferdinando Fagandini, forse lo stesso che già dal 1811 lavorò per la famiglia, mentre il doratore-argentatore fu il Boni. Invece le cornici piccole decorate in rilievo con motivi a stampino, sono identificabili senza dubbio con le cosiddette Cornici di Germania, di cui Mauroner fornì tre esemplari nel gennaio 1828 e che appunto vennero subito dopo incassettate col vetro. Della manutenzione delle tele si occupò Carlo Martini, che nel 1834 rilasciò una ricevuta per aver pulito, riverniciato e ritoccato un Ritratto mezza figura grande del vero. Lo Stuard stese un testamento nel 1824 lasciando come erede universale Teresa Melli, ma in quello del 1827 concesse tutto alla Congregazione di San Filippo Neri di Parma, salvando alcuni legati in favore della Melli. Alla sua morte la beneficiata maggiore fece apporre una lapide al primo pilastro a sinistra dell’entrata nella chiesa dell’Annunciata recante la definizione di Viro Bonarum Artium Apprime Scienti, ma entrò subito in controversia con la seconda erede, vantando pretese anche su parte dell’arredamento. Solo più tardi i dipinti, separati da altri oggetti d’arte e d’arredo, tra i quali i preziosi quanto problematici cartoni correggeschi finiti all’altra erede, Teresa Melli, furono trasferiti nel Palazzo di via dei Quattro malcantoni, sede ottocentesca della Congregazione di San Filippo Neri.

FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 206; La singolare e nobile figura del benefattore Giuseppe Stuard, in Gazzetta di Parma 8 maggio 1958, 3; F. Cocconi, Giuseppe Stuard e la sua Pinacoteca, in Parma nel mondo 5 1962, 8-11; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1037; Palazzi e casate di Parma, 1971, 550-551; La pinacoteca Stuard di Parma, 1987, 13-18; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 224; F. Barocelli, in Gazzetta di Parma 28 agosto 1996, 5; A. Tacoli Canacci, Catalogo ragionato dei pittori della scuola toscana, 1792, Archivio di Stato di Parma, Raccolta Manoscritti, nn. 101 e 101 bis; G.B. Borghesi, Quadri Stuard, estratto dall’inventario, 6 giugno 1834, in Archivio Carte Stuard presso Archivio Congregazione San Filippo Neri, Parma; Eredità e Donazioni, V, fondo archivistico presso Archivio Congregazione San Filippo Neri, Parma (XVIII secolo-1961); Archivio Pinacoteca Stuard, presso Archivio Congregazione San Filippo Neri, Parma; Biblioteca Palatina di Parma, Carteggio Affò; E. Scarabelli Zunti, Materiale per una guida di Parma, cc. 173-175, in Archivio Soprintendenza Beni Artistici e Storici, Parma; P. Donati, Nuova descrizione della città di Parma, Parma, 1824; G. Bertoluzzi, Nuovissima guida per osservare le pitture delle chiese di Parma, Parma, 1830; L. Molossi, Vocabolario topografico dei ducati di Parma Piacenza e Guastalla, Parma, 1832-1834; P. Grazioli, Parma microscopica, Parma, 1847; G. Copertini, Capolavori sconosciuti nella Pinacoteca Stuard di Parma, in Aurea Parma 3 1926; G. Copertini, La Pinacoteca Stuard di Parma, Parma, 1926; G. Copertini, Felice Boselli, in La strenna piacentina dell’anno XIII, 1935; A. Scharf, Filippino Lippi, Wien, 1935; W. Suida, opere sconosciute di pittori parmensi, in Crisopoli 2 1935; A.O. Quintavalle, La Regia Galleria di Parma, Roma, 1939; A.O. Quintavalle, Mostra parmense di dipinti noti ed ignoti dal XIV al XVIII secolo, catalogo della mostra, Parma, 1948; C. Brandi, quattrocentisti senesi, Firenze, 1949; R. Offner, A ray of light on Giovanni del Biondo and Niccolò di Tommaso, in Mitteilungen des Kunsthistoriches Institutes in Florenz VII 1956; C. Volpe, Per Pietro di Giovanni d’ambrogio, in Paragone 75 1956; F. Zeri, Una precisazione su Bicci di Lorenzo, in Paragone 105 1958; G.C. Cavalli, Bartolomeo Schedoni, in F. Bologna, Maestri della pittura del Seicento emiliano, catalogo della mostra, Bologna, 1959; L.V. Roncoroni, La Galleria Stuard, in Gazzetta di Parma 1967; F. Zeri, Sul catalogo dei dipinti toscani del secolo XIV nelle Gallerie di Firenze, in Gazette des Beaux-Arts LXXXI 1968; F. Arisi, Felice Boselli, pittore di natura morta, Piacenza, 1973; A. Ghidiglia Quintavalle, Sebastiano Ricci a Parma, in Atti del Congresso internazionale di studi su Sebastiano Ricci e il suo tempo, Udine, 1975; L. Fornari Schianchi, La Pinacoteca Stuard di Parma, in Arte e pietà, i patrimoni culturali delle Opere Pie, catalogo della mostra, Bologna, 1980; E. Schleier, Due opere “toscane” del Lanfranco, in Paragone 359-361 1980; G.P. Bernini, Giovanni Lanfranco (1582-1647), Parma, 1982; A. Talignani, La collezione di dipinti toscani del marchese Alfonso Tacoli Canacci, in Parma nell’Arte, 2, 1986; L. Ravelli, Bartolomeo Arbotori picentino, estro di Evaristo Baschenis. Ipotesi sulla formazione del pittore bergamasco, in Atti dell’Ateneo di Scienze, Lettere e Arte XLVII 1986-1987; G. Cirillo-G. Godi, La Pinacoteca Stuard di Parma, con appunti di storia di L.V. Roncoroni, Parma, 1987; F. Barocelli, La Pinacoteca Giuseppe Stuard, in Parma, ieri, oggi, domani, III, 1995; F. barocelli, La Pinacoteca Giuseppe Stuard di Parma, Milano, 1996; F. Barocelli, in Aurea Parma 3 1996, 240-260.

STUARDI GIUSEPPE, vedi STUARD GIUSEPPE

STUBENPECH AMBROGIO, vedi STUBENPEGH AMBROGIO

STUBENPEGH AMBROGIO
Borgo San Donnino 1721
Coniatore di medaglie e intagliatore di suggelli attivo nel 1721.

FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVIII, 1824, 65.

STURIONI ANTONIO MARIO
Parma 1482/1509
Fu poeta latino. Pubblico Antonii Marii sturioni Parmensis de Pomposo Doctoratu et ornatu vitae Reverendi et illustris Philippi Trivultii Prothonotarii Carmen, senza data ma del principio del XVI secolo, in carattere semigotico. È un poemetto in quattro carte, la prima delle quali da una parte è bianca e dall’altra ha una dedicatoria dello Sturioni, Praestantissimo et integerrimo jurisconsulto D. Urbano Trivultio, la seconda e terza carta contengono il poemetto, la quarta è bianca. Lo Sturioni scrisse inoltre un poema panegirico in lode di Gian giacomo Trivulzio, rimasto manoscritto: Ad illustrissimum Armipotentem Dominum D. johannem Jacobum Triultium: Marchionem Viglevani Marescalchum Francorum: Dictatorem dignissimum: Fidelis Antonii Marii Sturioni Parmensis Panegyris. In questo poema lo Sturioni canta le imprese del Trivulzio, cominciando dall’anno 1508, allorché questi capitanò l’esercito francese in Verona a soccorso dei Veneziani, contro l’imperatore Massimiliano. Parla poi più a lungo della lega di Cambrai e della battaglia d’Agnadello, che sembra il principale oggetto del poema. Il poema contiene quasi settecento versi esametri, preceduti da un epigramma in due distici. L’ossequio dello Sturioni ai trivulzio fa ragionevolmente pensare che egli godesse il favore di questa Casa. È probabile che lo Sturioni avesse conosciuto Gian Giacomo trivulzio sin da quando questi fu Governatore di Parma (1482).

FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 456-457.

SU, vedi DESÙ

SUBACCHI ITALO
Bardi 30 novembre 1921-Sidolo 20 luglio 1944
Fu chierico del 2° Corso teologico nel seminario Maggiore di Parma. A Prelerna trascorse le ultime vacanze estive del 1943. Qualche giorno dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, passarono da Prelerna due soldati inglesi. Il Subacchi, per agevolarli nel passaggio nei posti di blocco o eluderne la sorveglianza, si privò delle due uniche talari e del cappello che aveva, per darli a loro. Finite le vacanze, rientrò a ottobre in seminario, per il nuovo anno scolastico. Rastrellato dai Tedeschi nell’estate seguente, fu fucilato insieme a due sacerdoti bardigiani, Giuseppe Beotti, parroco di sidolo, e Francesco Delnevo, parroco di porcigatone. I due sacerdoti, colpiti in punti vitali, morirono all’istante. Per il subacchi invece l’agonia si protrasse per quasi due ore, tra pietosi lamenti e invocazioni strazianti, senza che alcuna persona del luogo potesse soccorrerlo.

FONTI E BIBL.: Martirologio del Clero italiano, 1963, 210; F. Barili, in Il Seminario di Parma, 1986, 141-142.

SUBINAGO GIACOMO
Borgo San Donnino 1377/1406
Prevosto mitrato, resse la Chiesa di Borgo San Donnino dal 1377 al 1406.

FONTI E BIBL.: D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 28.

SUCCI GIOVANNI SIMONE, vedi SOZZI GIOVANNI SIMONE

SUDATI FEDERICO
Parma 1659/1683
Sacerdote, cominciò come cantore il 24 marzo 1659 e fu alla Steccata di Parma fino al 15 gennaio 1683. Il Sudati cantò nel prologo del dramma Amalasunta del Policci sostenendo la parte di Apollo. L’opera venne rappresentata nel Teatro dei Nobili nel 1680. Il Sudati è detto servitore del Duca di Parma.

FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati, 1654-1662; L. Balestrieri, Feste e spettacoli, 122; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 99.

SUMONIA APRA
Mulini Bassi di Parma IV/V secolo d.C.
Di condizione incerta, coniunx di M. Pacuvius Primus, che le dedicò un’epigrafe insieme al liberto Pacuvius Ianuarius. Sumonia è nomen assai raro, documentato in questo solo caso in tutta la Cisalpina. Apra è cognomen piuttosto raro, corrispondente al maschile Aper, più comune. Documentato con scarsa frequenza in entrambi i generi in Cisalpina oltre il Po, si riscontra raramente anche in Aemilia
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 170.

SUPER POLLIA PARMA
Parma 136/150 d.C.
Libero, soldato pretoriano o urbaniciano parmense, di cui restano solo il cognomen, la tribus e la domus in un frammento di latercolo militare risalente alla metà del II sec. d.C., rinvenuto sul colle Oppio a Roma. Il Super appartenne alla Centuria Paterni: l’inizio della ferma è da riportare al 136 d.C., data sicura per l’indicazione del consolato di Commodo. Manca l’indicazione del corpo ma l’affinità di questo documento con altri latercoli militari ritrovati e il fatto che i militari in esso elencati siano di origine prevalentemente italica, fa propendere per l’ipotesi che si tratti di milizie del pretorio. Il cognomen Super, caratteristico soprattutto delle regioni celtiche, è documentato a Parma anche per un altro personaggio.

FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 171.

SUPERCHI ANTONINO, vedi SUPERCHI ANTONIO

SUPERCHI ANTONINO
Parma 1770-1807
Fu miniatore di buon valore.

FONTI E BIBL.: U.Thieme-F.Becker, Künstler-Lexicon, 1938, XXXII; E. Bénézit, Dictionnaire des peintres 1962, VIII; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1974, 3191.

SUPERCHI ANTONIO
Parma 11 gennaio 1816-Parma 5 luglio 1893
Nato da famiglia benestante, seguì un normale curriculum di studi e frequentò anche l’università di Parma. A diciotto anni cominciò a studiare canto con Antonio De Cesari e Luigi Tartagnini. Il debutto avvenne nella stagione 1836-1837 al Teatro La Fenice di Venezia nella Lucia di Lammermoor e Sonnambula. Il successo fu immediato e da quel momento lo si trova su tutte le scene dei teatri italiani. Nel 1838 aprì la stagione all’Argentina di Roma con Lucia in un cast che fu poi vicino al Verdi dei primi anni: la Strepponi, Moriani, ronconi e il Superchi. L’opera fu poi ripresa al Teatro Apollo di Roma. Sempre all’Argentina cantò nei Puritani di Bellini, che in quell’occasione ebbe il titolo di Elvira Walton. Tornò in questo teatro cogliendo molte lodi nel 1840 nel barbiere. Con la stessa prestigiosa compagnia, nella stagione di Fiera 1839 fu al nuovo Teatro comunale La Fenice di Senigallia nella Lucia ed Elisir d’amore di Donizetti e nel giuramento di Mercadante. Fu anche a Firenze, livorno, Verona, Padova, Palermo (nel 1842-1843 al Real Teatro Carolino), Venezia (1843-1844, al Teatro La Fenice nei Lombardi ed Ernani), Cremona (nel 1845-1846, in Attila, Ernani e Lucia), Trieste (1847, Due Foscari, Nabucco e Orazi e Curiazi di Mercadante) e Roma (1847-1848, Teatro Apollo, in una stagione di quattro opere verdiane, in cui l’Attila non ebbe successo). Nel Carnevale 1849-1850 il Superchi cantò tutta la stagione alla Scala di Milano e, tra le altre, nelle opere verdiane Ernani e Nabucco. Oltre che in Italia, cantò al Teatro del Liceo di Barcellona dove raccolse successi per due anni. Mentre era in Spagna scrisse una commedia, Tre lupi della società, che egli stesso recitò in lingua castigliana con grande successo. Anche a Londra, al Her Majesty’s Theatre, portò il pubblico all’entusiasmo nella Favorita e nell’Ernani (1846-1847). All’apice della carriera, il 17 dicembre 1848 si presentò ai suoi concittadini in tre serate di beneficenza del Barbiere. Gli altri esecutori erano tutti parmigiani, riuniti in società. Il Superchi tornò ancora al Teatro Regio di Parma nella stagione 1850-1851 nell’Ernani, Luisa Miller, Lucrezia Borgia, Fornaretto e Elmira. La voce era però in fase calante e così il Superchi si ritirò dalle scene. Il 20 gennaio 1856 venne nominato per sovrano rescritto quale Ispettore Onorario del Teatro Regio di Parma, del quale due anni dopo divenne titolare. Tenne anche una apprezzata scuola di canto nella quale conta vari allievi, così fra artisti che dilettanti. Da tale lavoro venne collocato in pensione nel 1889. Toscanini, studente, gli dedicò nel 1885 otto liriche per canto e pianoforte. Fu uno dei maggiori baritoni del XIX secolo. Diversi compositori scrissero per lui: Verdi la parte di Carlo V nell’Ernani, Pacini La regina di Cipro, Raimondi Francesca Donati e Giuditta, Fodale Matilde di Monforte, Mandanici Maria degli Albizzi, Ricci L’amante di richiamo, Sanelli Elmina di Sarmiento e Fornaretto. Ebbe una bellissima mezza voce dalla quale traeva effetti deliziosi e seppe interpretare mirabilmente ogni carattere, sia nel vecchio che nel nuovo repertorio. Al momento del decesso per polmonite, la Gazzetta Musicale di Milano, al termine di una biografia laudativa, scrisse: In Antonio Superchi l’uomo non era inferiore all’artista; e pochissimi furono così spontaneamente, così teneramente amati, perché pochissimi come lui, nessuno più di lui era degno di amore e di stima.

FONTI E BIBL.: Alcari; Bettòli; Cambiasi; Cametti; Dacci; Ferrari; Levi; Radiciotti; Rinaldi; Santoro; Tiby; Cronologie del Teatro Regio di Parma e La Fenice di Venezia; Enciclopedia dello spettacolo; A. pariset, Dizionario biografico, 1905, 108-109; C. Schmidl, Dizionario universale musicisti, 2, 1929, 564, e 3, 1938, 723; Aurea Parma 1/2 1941, 54; M. Ferrarini, Parma teatrale ottocentesca, 1946, 200; Aurea Parma 2 1948, 162-163; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 113; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 13 marzo 1983, 3; Toscanini, 1980, 51; A.V.Marchi, Figure del Ducato, 1991, 324.

SUPERCHI LAZZARO
Parma 1831/1848
Partecipò, ancora studente, ai moti del 1831. Di sentimenti liberali, una volta divenuto medico, fu volontario nella guerra del 1848 nella 1a Colonna Parmense.

FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 882.

SUPERCHI PIETRO
Parma 27 ottobre 1807-Parma 14 aprile 1880
Studiò giurisprudenza in Piacenza, ma fu anche sempre appassionato di letteratura classica latina e italiana e discreto pittore ritrattista. Costretto a provvedere ai fratelli per la morte di entrambi i genitori, il Superchi si impiegò presso la famiglia del barone Gaetano Testa. In seguito si recò a Firenze, dove per due anni studiò agraria sotto la guida del marchese Ridolfi, Rientrato a Parma, fu invitato dal marchese Gian Francesco Pallavicino, presidente dell’Università di Parma, a tenere una serie di conferenze di agraria assieme a camillo Rondani. Il Superchi fu quindi nominato professore di agricoltura pratica e contabilità agraria presso l’Istituto Agrario di Parma.

FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 172-174.

SUPERCHI STEFANO
Cortemaggiore 1736-Parma 1788
Fu allievo del Ghidetti. Oltre che come architetto, si fece notare come incisore.

FONTI E BIBL.: Accademia Parmense di Belle Arti, 1979, 59; Arte incisione in Parma, 1969.

SUPERCHI VALENTINO
Parma 16 novembre 1824-Parma 4 maggio 1850
Fratello del baritono Antonio, fu ammesso alla Regia Scuola di musica di Parma nel 1840, istituto dal quale si ritirò prima di terminare gli studi. Aveva intrapreso brillantemente la carriera artistica in teatro quando scoppiarono i moti del 1848. Si arruolò volontario e combatté in Lombardia, dove fu colpito da una polmonite che ne causò la morte.

FONTI E BIBL.: Dacci; Bettoli, Fasti musicali, 1875, 156; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 27 febbraio 1983, 3.

SUPERCHY, vedi SUPERCHI

SUPPONE
Parma 882
Figlio di Adalgiso. Fu Conte di Parma nell’anno 882. Sposò Betta, dalla quale ebbe il figlio Adalgiso.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 882.

SUTTIUS PUBLIUS SUPER
San Polo di Torrile I secolo a.C./I secolo d.C.
Di condizione incerta, figlio di Publius e Iulia Vibiane e fratello di P. Suttius Vibianus, morto in giovane età, cui pose insieme alla madre un’epigrafe ritrovata a circa dieci chilometri a nord della città di Parma. Il nome Suttius è documentato solo in rarissime testimonianze epigrafiche in tutta la Cisalpina. Super è cognomen diffuso, particolarmente documentato nelle regioni celtiche, poco diffuso in Cisalpina, raro in Aemilia.

FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 172.

SUTTIUS PUBLIUS VIBIANUS
San Polo di Torrile I secolo a.C./I secolo d.C.
Figlio di Publius. Di condizione incerta, fu dedicatario di un’epigrafe, per caratteri paleografici e contenutistici (ductus ordinato, interpunzione a coda di rondine, formule caratteristiche) databile alla prima età imperiale, postagli dalla madre Iulia Vibiane e dal fratello P. Suttius Super, scoperta a circa dieci chilometri a settentrione della città di Parma. Il nomen Suttius è documentato, oltre che in questa, solo in rarissime testimonianze epigrafiche in tutta la Cisalpina. Il cognomen Vibianus, che riprende quello materno, molto diffuso, è probabilmente derivato dal nomen Vibius, documentato nella Tabula Veleiate insieme a vibianus. P. Suttius Vibianus morì all’età di diciannove anni, due mesi e ventidue giorni.

FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 173.

SUZZI GIOVANNI SIMONE, vedi SOZZI GIOVANNI SIMONE

SUZZONE
Parma 1148
Prevosto Magister scholae, fu Canonico della Cattedrale di Parma nel 1148.

FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 883.

SWICH ENRICO
Borgo San Donnino 1876-Grafemberg 6 agosto 1916
Figlio di Giuseppe. Sottotenente della Milizia Territoriale, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Attaccava con grande ardimento una posizione e sorpassava con mirabile slancio la trincea nemica per cercare le caverne-ricovero impedendo così l’accorrere sulla prima linea di rinforzi avversari che avrebbero potuto ostacolare la nostra avanzata. Veniva poi colpito a morte all’ingresso di una caverna, dopo avere assolto il suo compito.

FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1917, Dispensa 43a, 3789; Decorati al valore, 1964, 45.

SWICH PRIAMO
Busseto 1908-post 1938
Figlio di Luigi e di Ida Panizzi. Centurione del 5° Reggimento Camice Nere, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di compagnia, in un aspro combattimento per l’occupazione di una importante posizione, manovrava con perizia il proprio reparto, che portava sotto alle linee nemiche, conquistandole poi con irruente assalto. In una successiva azione, occupava altra importante località, piombando con la compagnia sull’abitato ancora tenacemente difeso dal nemico. Incurante del pericolo, audace fino ad essere temerario, rimaneva costantemente esposto sotto il fuoco nemico per meglio osservare e condurre alla vittoria i propri uomini (Muniesa - andorra - Alcaniz - Valdeargorfa - Mazaleon - gandesa - Tortosa, 12 marzo - 18 aprile 1938).

FONTI E BIBL.: G.Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.