SABADINI-SWICH

SABADINI BERNARDO
Venezia o Parma 1650-Parma 26 novembre 1718
Sacerdote. Studiò probabilmente a Venezia. ebbe relazioni coi maestri della scuola bolognese e in particolare con giacomo Antonio Perti (come risulta da una lettera dell’ottobre 1706, nella Biblioteca G.B. Martini di bologna). Compare nel 1673 in qualità di cantore del Duomo di Urbino. Il 1° luglio 1681 fu nominato organista alla corte dei Farnese e il 1° marzo 1689 subentrò a giuseppe Corso Celani nella direzione della cappella che tenne fino alla morte. Lo stesso anno divenne organista e vicemaestro di cappella (maestro dal 1692) alla chiesa della Steccata di Parma, di cui fu prebendario dal 1711. Valendosi della collaborazione dello scenografo Francesco Bibiena, fu l’anima degli spettacoli alla corte Farnese dal 1686 al 1700: particolare sfarzo ebbero le feste per le nozze di Odoardo Farnese nel 1690, per cui allestì l’opera Il favore degli dei e La gloria d’amore spettacolo festivo sopra l’acqua della Gran Peschiera. Dopo lo spettacolo acquatico La gloria d’amore, i festeggiamenti culminarono nella rappresentazione del dramma fantastico musicale, Il favore degli dei, paragonato per fasto e magnificenza al famoso Pomo d’oro, dato a Vienna per le nozze dell’imperatore Leopoldo nel 1666. Ma anche in questo caso la musica del Sabadini e il testo di Aureli servirono soprattutto di spunto alle grandiose invenzioni dei più celebri scenografi del tempo (i fratelli Mauro e Ferdinando Bibiena) e alle esibizioni di virtuosi di grido (come Siface e Pistocchi). Dopo Parma, presentò le sue opere a Torino, Roma, Genova e Pavia. Operista fecondo (fu autore almeno di trentaquattro opere), fu seguace di un costume teatrale che, ispirandosi alle descrizioni mitologiche, si limitava a seguire pedestremente i progressi della scenotecnica. In confronto comunque ad altri minori compositori dell’epoca, nelle sue pagine si nota un moto strumentale assai diffuso, specie nell’uso dei fiati, mostrandosi sensibile alla produzione dei maestri della scuola bolognese. Anche nel taglio formale seguì i criteri dei tempi: recitativi accompagnati dal basso continuo, arie, duetti, rari cori e molti balli. Il Sabadini fu autore delle seguenti composizioni: opere teatrali, Furio Camillo (libretto L. Lotti; Parma, 1686; altra versione in collaborazione con G. A. Perti, libretto M. Noris; Roma, 1696), Didio Giuliano (L. Lotti; parma, 1687), zenone il tiranno (L. Lotti; parma, 1687), hierone tiranno di Siracusa (A. Aureli; Piacenza, 1688), Il favore degli dei (A. Aureli; Parma, 1690), La gloria d’amore (A. aureli; Parma, 1690), Pompeo continente (A. Aureli; Piacenza, 1690), Diomede punito da Alcide (A. Aureli; Piacenza, 1691), Circe abbandonata da Ulisse (A. Aureli; Piacenza, 1692), Il Massimino (A. Aureli; Parma, 1692), Talestri innamorata di alessandro Magno (A. Aureli; Parma, 1693; secondo Manferrari e Sesini, Piacenza), Il riso nato fra il pianto (A. Aureli; Torino, 1694), Demetrio tiranno (A. Aureli; Piacenza, 1694), L’Eraclea o il ratto delle Sabine (G. C. Godi; Venezia, 1696; ripresa con musiche di A. Scarlatti, libretto A. Stampiglia; Parma, 1700), La virtù trionfante dell’inganno (Piacenza, 1697), L’Eusonia ovvero la Dama stravagante (M. N. P. C.; Roma, 1697), Il Domizio (G. Corradi; Venezia e Genova, 1698), Il Ruggiero (G. Tamagni; Parma, 1699), Gli amori di Apollo e Dafne (A. Passoni e P. Monti; Parma, 1699), Il Meleagro, in collaborazione con Martinenghi e Magni (Pavia, 1705). Incerta è l’attribuzione di La virtù coronata o sia Il Fernando (Parma, 1714). Rifacimento di opere di altri autori: Olimpia placata (A. Aureli; Parma, 1687, da Olimpia vendicata di D. Freschi), Teseo in Atene (A. Aureli; Parma, 1688, da Medea in Atene di A.G. Zanettini), Ercole trionfante (G.A. Moniglia; Piacenza, 1688, da Ercole in Tebe di A. Boretti), Amor spesso inganna (A. Aureli; Parma, 1689, secondo Sesini, Piacenza; col titolo Orfeo, Roma, 1689, da Orfeo di A. Sartorio), Il Vespasiano (G.C. Corradi e A. Aureli; Parma, 1689, dall’omonima di C. Pallavicino), Teodora clemente (Parma, 1689, dall’omonima di D. Gabrielli), La Pace fra Tolomeo e Seleuco (Piacenza, 1690, dall’omonima di C. Pollarolo). Inoltre le serenate: I sogni regolati d’amore (Parma, 1693), Non stupire, Po, Imeneo e Citerea, l’oratorio I disegni della divina Sapienza (1698), alcune cantate, cinque arie per soprano e Grave per organo.
FONTI E BIBL.: B. Ligi, La Cappella musicale del Duomo di Urbino, in Note d’Archivio 1925; N. pelicelli, Musicisti in Parma nel secolo XVII, in Note d’Archivio 1932-1934; A. Yorke-Long, Music at Court, Londra, 1954; L. Bianconi, L’Ercole in Rialto, in Venezia e il melodramma nel Seicento, Venezia, 1972; C. Sartori, Sabadini smascherato, in Nuova Rivista Musicale Italiana 1 1977, 44 e seg.; Archivio di Stato di Parma, Ruoli Farnesiani 1671-1682, fol. 478, 1683-1692, fol. 87, 309, 1693-1701, fol. 470, 1702-1712, fol. 87, 1713-1723, fol. 86; Archivio della Steccata di Parma, Mandati 1689-1690, 1691-1695, 1705-1713; G. Gaspari, I, 49 e 52, III, 197 e 235, IV, 28, 64 e 67; P.E. Ferrari, Spettacoli in Parma, 30; L. Balestrieri, Feste e spettacoli, 124 e 126; R. Eitner, VIII, 372; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 103; B. Bacherini, in Enciclopedia dello Spettacolo, VIII, 1961, 1355; Dizionario dei Musicisti UTET, 1988, VI, 517; Trionfo del barocco, 1989, 350.

SABADINI GASPARO
Parma 1696/1707
Fu organista del duca di Parma Francesco Maria Farnese dal 19 luglio 1696 fino al 15 gennaio 1707, giorno in cui fu licenziato.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 145.

SABADINI MARCO, vedi SABADINI BERNARDO

SABADINO o SABATINI o SABBADINI BERNARDO, vedi SABADINI BERNARDO

SABBADINI CARLO
Pama seconda metà del XVI secolo
Fabbricatore d’organi attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 267.

SABBIONI GIUSEPPE
Ranzano 1841-1899
Medico già al servizio nelle truppe del ducato di Parma, fu volontario nel 1867 a monterotondo e a Mentana con Garibaldi. Fu amico di Gian Lorenzo Basetti e di altri garibaldini. Esercitò saltuariamente la medicina, dedicando molto tempo all’insegnamento della storia naturale nel liceo di Parma e alla coltura dei bachi da seta.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Medici valli cavalieri, 1983, 53.

SACCA BARTOLOMEO
Parma 1424
Fusore di campane. Il Lopez, nel suo Battistero di Parma (1864, 118 e 119), ricorda che nell’archivio Capitolare del Duomo di Parma si trova una convenzione seguita il 19 ottobre 1424 tra gli operai della cattedrale e M.ro bartolomeo de Sacca per fondere due campane del Battistero, le quali si erano rotte: MCCCCXXIIII, die Jovis XVIIII Octubris. Cum verum sit quod ego Franciscus de Servideis Rector ac Massarius domus fabrice domine Sancte Marie de laborerio maioris ecclesie parmensis locaverim Bartolameo de Sacha Magistro Campanarum presenti et conducenti et in presentia domini dompni Macharii prepositi Baptismatis parmensis ad faciendum et reffetiendum duas campanas, una de quibus de pez. XXX et alia debet esse de pex. XII quando minus, pro quibus campanis stipulavi fiendis per ipsum ut supra sibi assignavi mense et die suprascripto pondera XVIIII et libras XI cupri pondrati in presentia dicti domini Macarii et aliorum et ultra supra scriptum cuprum sibi promisi dare pondera decem et libras XIIII cupri pro complemento prime campane, et pro alia campana sibi promixi dare cuprum necessarium et etiam ramum necessarium, quod potest esse ll XL vel circha, pro quibus duabus campanis fiendis per dictum Bartolameum modo et ordine suprascripto sibi promixi dare pro eius mercede et solutione pro quolibet pondere saldos viginti imper. ipso in faciendo dictas campanas bonas et sufficientes de pondere suprascripto omnibus suis expensis, sic pro bonis et sufficientibus possint colendari de bono sono.
Et in quantum dicte campane non essent bone et sufficientes ac laudabiles, tunc dictus Bartolameus teneatur ipsas reficere omnibus suis expensis. Et hoc in presentia dicti D. macharii propositi Baptismatis suprascripti, Domini Christophori de garumbertis et D. Bartolomei de gheriis Canonicorum dicti baptismatis testibus rogatis et vocatis et qui fuerunt presentes ad omnia suprascripta et etiam me Francisco de Servideis qui suprascripta scripsi in presentia suprascriptorum de voluntate suprascripti Bartolomei de Sacha conductore. in ecclesia suprascripti Baptisterii.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 67-68.

SACCA BERNARDINO
Parma 1424
Fonditore di campane. Lo Scarabelli Zunti scrive che nel 1424 fuse la campana del Battistero di Parma
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

SACCA GERARDINO, vedi SACCA GHERARDINO

SACCA GHERARDINO
Parma 1393/1412
Figlio di Giovanni e di Agnesina Gandolfi. Fusore di campane ricordato in alcuni documenti notarili: 5 gennaio 1402, Donna agnesina de Gandulfis de Ast figlia del fu Filippo abitante nella vicinanza di San Pietro nella città di Parma trovandosi inferma di corpo ma sana di mente detta il suo testamento nel quale providere volens accupiens ipsa domina Agnesina alla salute dell’anima sua instituisce e lascia Gerardinum de Sacha natum quondam Magistri Iohannis de Sacha parolarium et civem Parme viciniae suprascripte Sancti Petri tanquam pauperem Christi sibi heredem universalem in omnibus suis bonis mobilibus et immobilibus iuribus et actionibus quibuscumque, quemquidem gerardinum adhuc presens ex nunc sibi elegit in pauperem Iesu Christi, considerata presertim necessitate eiusdem et multitudine filiorum suorum inutili. Salvis tamen legatis infrascriptis e così: alla Chiesa di San Pietro della città di Parma lire 5 imperiali in subsidium reaptandi et reficiendi ecclesiam ipsam; altre lire 5 imperiali al Consorzio de’ Vivi e de’ Morti eretto in cattedrale nostra e quattro simili lire imp.i al Consorzio di Santa M. Maddalena nuper fundato et constituto in ecclesia eiusdem. Da ultimo nomina suoi esecutori testamentarii i Signori Pietro Bernieri, Luchino de Quartariis ed il sovranominato Gherardino de Sacha (rogito del notaio parmense Giuliano da Vigatto nell’Archivio Notarile di Parma). Il Sacca è quasi certamente quello stesso che nel 1393 fuse la campana detta del Sanctus, posta nella loggia della cupola in Cattedrale a Parma, e ricordato dal Pezzana nella sua Storia di Parma (I, 45 e 46 dell’Appendice). Il Sacca fece testamento il 21 febbraio 1412: Testam. Gherardino de Sacha f. q. d.ni Iohannis viciniae Sancti Petri (rogito di Giovanni da San Leonardo, archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 67.

SACCA GIAN ANTONIO
Parma 1478 c.-Ungheria post 1490
Fu lettore pubblico di giurisprudenza in Roma e in Padova, e quindi auditore del re Mattia Corvino in Ungheria.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 305.

SACCA GIAN FRANCESCO, vedi SACCA GIOVANNI FRANCESCO

SACCA GIAN LODOVICO, vedi SACCA GIOVANNI LODOVICO

SACCA GIOVANNI
-Parma ante 1402
Fusore di campane. È ricordato in un documento del 5 gennaio 1402 nel quale risulta già morto. Sposò Agnesina Gandolfi e abitò nella vicinia di San Pietro in Parma.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 67.

SACCA GIOVANNI FRANCESCO
Parma 1504c.-post 1540
Fu cancelliere del comune di Parma ed esercitò in patria il notariato. L’Affò, quando parla nelle sue Memorie degli scrittori e letterati parmigiani (IV, 305) di Lodovico Sacca esimio giureconsulto parmense, dice che il Sacca era nobile parmigiano e padre di Lodovico. Il Sacca fu anche nominato custode delle carte comunitative dell’Archivio del Comune di Parma. sposò Caterina o Virginia Rangoni. Morì in età piuttosto avanzata.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914, 8.

SACCA GIOVANNI LODOVICO
Parma 1468/1470
Calligrafo. Eseguì nel 1470 (die VII septembris) una elegante copia del famoso codice di terenzio, autografo, scritto da Francesco Petrarca nell’anno 1358.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Scrittori parmigiani, tomo 2°, XLIV e seg.; A. Pezzana, Storia di Parma, III, 1847, 275; C. Malaspina, Guida di Parma, 1869.

SACCA LODOVICO
Parma ante 1523-1614
Figlio di Donnino. Fu notaio e attuario del governatore di Parma nel 1583, come si evince dallo Statuto de’ Merciai, a carta 78. A Parma esercitò il notariato, rogando dal 1547 al 1605. Uomo di modesta cultura ma curioso e attento osservatore degli avvenimenti del suo tempo, il Sacca usò registrare nelle sue rubriche notarili notizie sui più svariati avvenimenti del tempo, corredandole spesso di personali annotazioni, veramente preziose per lo storico perché esprimono gli umori e i gusti di un uomo di media cultura, a contatto con ambienti e ceti diversi dei quali certamente riprese echi e atteggiamenti. Le notizie del Sacca stese in un latino semplice, povero se si vuole ma certo non per questo meno efficace, si riferiscono quasi sempre a cose e uomini che ebbero un qualche rilievo o significato nella vita cittadina di Parma: De anno supradicto 1584 et die jovis 13 settembre flumen Parmae inondavit totum pontem Capitis pontis, et ibant aquae desuper pontem Caprezuche a latere versus occidentem, et rupit partem pontis castri Parmae et nunquam fuit auditum tantam aquam in dicto flumine derivasse. Non mancano però notizie relative ad avvenimenti clamorosi del tempo: qui la testimonianza del Sacca acquista maggiore importanza, proprio per il sapore particolare che gli conferisce la sua stessa professione, con la relativa posizione culturale e sociale che sempre la caratterizza. È estremamente interessante così la ripercussione che hanno nelle rubriche del Sacca le vicende delle guerre di religione in Francia, aspramente e sanguinosamente combattute da cattolici e ugonotti, che è poi una sorprendente prova della rapidità con cui circolavano certe notizie e della particolare sensibilità che vi mostravano certi ambienti italiani ormai decisamente toccati dal dilagare dell’ondata controriformistica: De anno predicto 1562 Ugonoti existentes in partibus Francie aprehendiderunt civitatem Leoni et certa alia loca, et omnes christianos svalisari fecerunt, et officiales occiderunt non sine magno timore aliorum locorum; de dicto anno exercitus francorum christianorum rupit et indispersum missit exercitum ugonotorum vulgo luteranorum, non sine magna totius mundi letitia. Non meno interessante è l’annotazione relativa alla vittoria cristiana di Lepanto contro i Turchi, che costituisce un’altra prova dell’enorme ripercussione che ebbe tale vittoria in tutta l’Europa cristiana, fin nei borghi più sperduti: Die septimo mensis octobris anni predicti 1571, die dominico illustrissimus dominus Joannes Austriae frater regis Philippi hispaniarum et serenissimi veneti et generalis Sancti pontificis Pii quarti cum ducentis lignis armatis vel circa conflictum fecerunt vulgo giornatam cum armata Turchorum in loco dicto alla prensa et dictam armatam indisperso mandarunt, et ligna centum octuaginta vel circa prendiderunt et solummodo fuerunt salvata ligna viginti vel circa dictae armatae Turchorum et fuit facta leticia per totam christianitatem et terras ac civitatis illius.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 632; G. Passerini, Appunnti storici di notai parmigiani (Alessandro Malgari-lodovico Sacchi), in Archivio Storico per le Province parmensi I 1892, 47 e 58-74; Il Notariato, 1961, 505.

SACCA LODOVICO
Parma 12 maggio 1530-Parma 21 marzo 1614
Figlio di Gian Francesco e di Virginia (o caterina) Rangoni. Dopo gli studi di umanità e filosofia, si recò a Bologna nel 1546, dove frequentò le lezioni di Gabriele Paleotti e divenne chiaro giurista sotto l’egida dello zio giulio, professore di giurisprudenza a Bologna. Passò poi a Padova, ove ebbe a maestri Tiberio Daciano, Guido Panciroli e il Socino. Laureatosi e sposata Isicratea Malaspina, trattò cause di notevole rinomanza. La duchessa Margherita d’Austria lo nominò suo auditore in Abruzzo e lo incaricò di importanti affari alla corte di Napoli. Il duca Ottavio Farnese lo inviò a sua volta quale legato a Roma presso papa Gregorio XIII e nel 1579 gli affidò il governatorato di Piacenza. Anche il duca Alessandro Farnese, avendo avuto occasione di conoscerlo e di valutarlo in Fiandra, lo creò avvocato del fisco: come tale, ebbe a trattare l’annosa causa tra i Farnese e i Pallavicino. Ranuccio Farnese lo ebbe quale consigliere , segretario e auditore generale, con incarichi di ambasciatore presso papa Clemente VIII. Stimato da tre successivi duchi regnanti, oltreché da principi (a esempio, Francesco Maria dalla Rovere) e nobili, il Sacca conseguì la più alta reputazione e lasciò vari scritti, in prevalenza attinenti alla causa Pallavicino. Il Sacca ebbe solenni funerali nella chiesa di San Pietro in Parma. L’orazione funebre fu tenuta da cornelio Pico. In seguito furono pubblicate composizioni toscane e latine di molti ingegni in morte dell’Eccellentissimo Signor Consigliero Lodovico Sacca, raccolte et pubblicate per bartolomeo Guerresi, dedicate all’Illustrissimo et eccellentissimo Signor Don Ottavio Farnese (In Parma, appresso Anteo Viotti, 1614). Nella chiesa di San Pietro vi è il seguente epitaffio: Corpus Ludovici Saccae iuriconsulti peregregii qui populos samnites et Placentiae rexit ad summos pontifices et ad alios principes legatus fuit ius civile auxit consiliarius serenissimorum ducum Alexandri et Ranutii Farnesiorum usque ad obitum suum qui fuit LXXXIV aetat. suae anno die XXI mart.
MDCXIV.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, III, 305-307; Palazzi e casate di Parma, 1971, 399-400.

SACCA LODOVICO
Parma 1694/1723
Dal 1694 al 1723 fu lettore di medicina all’Università di Parma.
FONTI E BIBL.: F.Rizzi, Professori, 1953, 49.

SACCA LUDOVICO, vedi SACCA LODOVICO

SACCA TIBURIZIO, vedi SACCO TIBURZIO

SACCANI ANTONIO
Parma prima metà del XIX secolo
Calcografo, fu allievo del Toschi nella Scuola di Parma.
FONTI E BIBL.: P. Martini, L’Arte dell’Incisione in Parma, 1873; L. Servolini, Dizionario degli Incisori, 1955, 720.

SACCANI CARLO
Parma 26 maggio 1834-post 1883
Nacque da Antonio e Luigia Zamponini, il primo usciere alla Camera di Commercio, la seconda massaia. La famiglia abitò in borgo Bicchierai 12, successivamente in vicolo San Tiburzio 5, quindi in strada di Porta Nuova 33. Il Saccani iniziò a fare il fotografo poco prima del 1857. Nel 1860 operò, con la definizione di photographo, al n. 81 di strada San Michele. Il Saccani realizzò nel medesimo anno quello che è probabilmente il suo maggior risultato artistico, carico di valori documentari oltre che tecnici: una serie di immagini di Parma raccolte in un raro album. È il primo esempio di documentazione organica della città ottocentesca, ripreso in seguito solo da Marcello Pisseri. Sempre nel 1860, il saccani fotografò l’arco di trionfo allestito per la visita a Parma del re Vittorio Emanuele II. Le pose erano lunghissime e l’effetto trasformava le persone in fantasmi. Di nuovo, nel quinquennio successivo, il Saccani riprese monumenti e piazze cittadine, con pose diverse e risultati non meno efficaci. Nel 1864, dopo essersi associato al fratello Pio, il Saccani si allontanò da Parma: prima fu a Parigi e poi si spostò a Firenze per dirigere lo stabilimento Mazza Fotografia in via Parlamento 7. Non fece più ritorno nella sua città, se non da privato cittadino. Nell’aprile del 1869, da firenze, dedicò al duca Roberto di Borbone, in occasione delle sue nozze con Maria Pia, un Album del Ducato di Parma: trentanove fotografie di Parma, Sala Baganza, Colorno, castelguelfo e riproduzioni degli affreschi del correggio. Nel 1870 gli venne un pubblico riconoscimento al Primo Congresso Artistico Italiano e Esposizione d’Arti Belle in Parma per una serie di settantaquattro grandi fotografie raffiguranti le tavole di Francesco Scaramuzza sulla Divina Commedia (Inferno): episodio non privo di risvolti ambigui, dal momento che lo Scaramuzza era membro della giuria. Nello stesso anno si trasferì con la famiglia a San Lazzaro Parmense. Il Saccani risiedette a Reggio Emilia nel 1878, poi di nuovo a firenze nel 1883 (il primo febbraio il comune fiorentino chiese notizie a quello di Parma circa la situazione di famiglia, in quanto il Saccani si era nuovamente stabilito nella città toscana). A testimonianza dei legami con Firenze, vi è la dedica al Municipio di quella città di una nuova raccolta di fotografie realizzate dal saccani nel 1875 su disegni dello Scaramuzza (questa volta l’argomento fu, sempre relativamente alla Divina Commedia, il Paradiso). Dopo il 1883 del Saccani non si hanno più notizie.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1989, 42-43; R.Rosati, Fotografi, 1990, 101.

SACCANI GIOVANNI
Collecchio 1920-Collecchio 10 novembre 1996
Chiamato alle armi a diciannove anni e arruolato nella Marina, frequentò la scuola da radiotelegrafisti a La Spezia, giungendo, al termine del corso, terzo sui duecentocinquanta allievi. Scelse volontariamente di far parte del corpo dei sommergibilisti. Come radiotelegrafista, fu imbarcato sull’Antonio Siesa, comandato da Libero Sauro, figlio del patriota Nazario. a bordo dei sommergibili (oltre che sul Siesa fu imbarcato sui cosiddetti sommergibili tascabili) partecipò a numerose azioni di guerra sia nel Mediterraneo che nel Mar Nero, spingendosi anche oltre lo stretto di gibilterra: partecipò, tra l’altro, alle battaglie di alessandria d’egitto, di Trapani e di Capo Teulada. Fu anche decorato di Medaglia d’argento al Valor militare per le tante battaglie cui partecipò e per l’affondamento di una unità navale nemica. Finita la guerra, lavorò come capo cantiere nella ricerca petrolifera, vivendo quasi sempre all’estero: Algeria, marocco e Madagascar in modo particolare. La salma del Saccani fu tumulata nel cimitero di Collecchio.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 12 novembre 1996.

SACCANI PIETRO
Sorbolo 29 aprile 1863-Dogali 26 gennaio 1887
Figlio di Enrico e Marianna Ghiretti. risiedette a San Lazzaro Parmense. Partito per l’Africa, venne assegnato al 41° Reggimento Fanteria col grado di sergente. Cadde combattendo da valoroso. Alla memoria del Saccani venne decretata la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Per la splendida prova di valore data nel combattimento del 26 gennaio 1887 a Dogali, rimanendo ucciso sul campo. Fu ricordato nella lapide eretta dal comune di San Lazzaro Parmense e in quella del comune di Parma, nell’atrio del Palazzo Civico.
FONTI E BIBL.: Parmensi nella conquista dell’impe-ro, 1937, 44; Decorati al valore, 1964, 121; Gazzetta di Parma 27 settembre 1989.

SACCANI PIO
Parma 14 marzo 1840-post 1904
Figlio di Antonio, usciere alla Camera di commercio di Parma, e di Luigia Zamponini. Sposò Baldemina Moruzzi. Fu fotografo in strada San Michele 81. L’inizio della sua attività professionale avvenne certamente sotto la guida del fratello maggiore Carlo: nel 1866 il Saccani si associò con lui nella ditta Saccani Carlo & Pio fotografi. Dal 1867 al 1869 rimase solo a dirigere lo stabilimento perché il fratello Carlo si trasferì a Firenze. Nel 1870 portò lo studio fotografico in Piazza Grande (nei locali di strada San Michele 81 si stabilì Guido casali). Poi, dal 1872 al 1879, assieme alla famiglia, fece tappa dapprima a Bologna, poi a Reggio Emilia, per tornare successivamente a Parma nel 1880, di nuovo come fotografo in strada San Michele ma al n. 236 di Casa Mauri. Qui subito si distinse come specialista di ritratti in porcellana inalterabili. Dal 1883 si insediò in Borgo della Macina 21, nello studio di Carlo Antonietti che aveva cessato la lunga attività un anno prima. Alla fine del 1885 il Saccani fu in via Angelo Mazza al n. 17, dove la vedova di Giacomo Isola, Virginia Canali, aveva mantenuto con coraggio l’attività del marito, dopo la sua morte, per più di un anno. Il Saccani rilevò studio, attrezzature e archivio. Per qualche tempo operò da solo come Premiata Fotografia di Pio Saccani, fotografo di Sua Altezza reale il Duca d’Aosta, successore di Giacomo Isola ma dal 1886 si mise in società con Angelo Sorgato, erede di una consistente tradizione fotografica familiare. Nell’ottobre del 1887 il Saccani venne premiato con una medaglia d’argento all’Esposizione Industriale e Scientifica di Parma. Nonostante le ottime premesse tecniche (con il nuovo accordo la ditta diventò A. Sorgato-P. Saccani), la società durò poco: si sciolse il 1° ottobre 1888. Dal 1889 al 1904, anno di chiusura di ogni attività del Saccani, lo studio si trasferì in strada Vittorio Emanuele 23, sotto la denominazione di Saccani Pio di Antonio. La famiglia Saccani abitava in quel tempo al secondo piano di strada Garibaldi 103, nello stesso edificio in cui, al piano terra, proprio nel 1904, prese vita la ditta Vaghi & Carra, destinata ad assumere un posto di rilievo nella storia della fotgrafia di Parma.
FONTI E BIBL.: R.Rosati, Fotografi, 1990, 106.

SACCANI WALTER
Parma 13 settembre 1920-19 gennaio 1945
Fu audace partigiano (col nome di battaglia di Waldemaro) della brigata Giustizia e Libertà. Morì fucilato.
FONTI E BIBL.: T.Marcheselli, in Gazzetta di Parma 16 maggio 1988, 3.

SACCARDI ALESSANDRO
Parma XVII secolo
Pittore di storia, ornatista e figurista attivo nel XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti¸ Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 315 e VI, 242.

SACCARDI LAZZARO
ante 1598-Parma 1667
Insegnò all’Università di Parma prima istituzioni romane (1618-1622) e poi diritto canonico fino al 1667. Fu canonico della cattedrale di Parma (1650).
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Professori, 1953, 30.

SACCHELLI ABRAMO
Parma 1915-1991
Professore liceale di materie letterarie, scrisse manuali di latino, italiano e storia per le scuole secondarie. Giornalista e cultore di argomenti parmensi, lasciò saggi di storia letteraria.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 586.

SACCHETTI DOMENICO
Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 246.

SACCHETTI RENZO
Parma 1915-1967
Giovanissimo intraprese l’attività del padre Dante e dello zio Umberto, pionieri del motociclismo e concessionari negli anni Venti del Novecento delle prime ditte italiane costruttrici di motociclette. Nel 1934 vinse a Forlì la sua prima corsa motociclistica. Nel 1945 fu tra i fautori della ricostituzione del Moto-club Parma, di cui restò per anni attivo dirigente. Fu anche tra i fondatori della stazione sciistica di Schia e concessionario a Parma delle moto Guzzi e della Lambretta.
FONTI E BIBL.: F.e T. Marcheselli, Dizionario dei parmigiani, 1997, 277.

SACCHI, vedi LEPORATI FRANCESCO

SACCHI ALESSANDRO
Parma prima metà del XVII secolo
Orefice ornatista attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 317 e 318.

SACCHI ANTONIO
Parma 1487c.-22 novembre 1545
Figlio di Pompilio. Si laureò a Bologna in filosofia e medicina il 19 settembre 1509. La sua fama ben presto si diffuse ovunque, tanto che Carlo V lo onorò delle insegne di Cavaliere. Insegnò nello Studio di Bologna quale lettore di medicina pratica per il periodo 1526-1532.
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1930, 76.

SACCHI BIAGIO
Busseto-Parma 1878
Allievo nello Studio Toschi, cooperò nei disegni delle opere del Correggio (1844). Lasciò poi l’incisione per dedicarsi alla pittura.
FONTI E BIBL.: C. Ricci, La R. Galleria di Parma, 1896; Thieme-Becker, 29, 291; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 157; P. Martini-G. Capacchi, incisione in Parma, 1969.

SACCHI COSTANZA
Parma-post 1777
Nella stagione di primavera 1775 era seconda buffa al Teatro di via del Cocomero di firenze nei drammi giocosi Il geloso in cimento di Pasquale anfossi e nella Frascatana di giovanni Paisiello, mentre nell’estate cantò al Teatro di via Santa Maria nella burletta La locandiera di Antonio Salieri.Nel Carnevale del 1776 al teatro dell’Accademia del Castiglioncelli di Lucca fu ne La pescatrice e in Il tutore deluso. nell’estate 1776 fu al Teatro di Pistoia nell’isola dell’amore, opera comica a quattro voci in due parti con musica di Antonio Sacchini: interpretò la parte di Belinda nobile scozzese amata già da Giocondo poi dal medesimo abbandona-ta. In un documento del 26 agosto 1776 si legge: Domenica 11 del corrente nel teatro de’ signori Accademici Risvegliati furon dispensati gran quantità di sonetti in lode della signora Costanza Sacchi di Parma che rappresenta con universale soddisfazione le prime parti della Burletta. Il sonetto in elogio della medesima per il nobil pensiero e sostenuto stile ha incontrato l’approvazione de’ nostri favoriti d’Apollo. Nel Carnevale 1777 cantò a Pisa nel nuovo Teatro dei fratelli Prini in L’avaro.
FONTI E BIBL.: Chiappelli; G.N.Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 20 febbraio 1983, 3; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SACCHI FLAVIO, vedi SACCO FLAVIO

SACCHI GIOVANNI
Parma 4 luglio 1561-
Figlio di Giacomo e Caterina.Nato nella vicinia di Santa Croce da una famiglia non nobile, si dilettò della poesia latina.Compose, tra le altre cose, un epigramma per le nozze del marchese Gian Francesco Sanvitale con Costanza Salviati.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 113.

SACCHI GIUSEPPE POMPEO, vedi SACCO GIUSEPPE POMPEO

SACCHI LODOVICO, vedi SACCA LODOVICO

SACCHI LUCA
Parma 1662/1663
Figlio di Francesco. Fu banderaro in Roma, con bottega in via del Gonfalone. Nel 1662 o 1663 denunciò il furto di un secchio di rame.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 168.

SACCHI PROSPERO
Collecchio 1354
Fu canonico della pieve di Collecchio (Estimo del 1354). Questa pieve ebbe un numeroso clero addetto al suo servizio.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.

SACCHINI GIOVANNI
Parma 1733/1759
Sacerdote, fu maestro di canto dei dieci chierici addetti al servizio della Steccata in Parma. Sostituì il Della Nave la festa di Natale del 1733. Il Sacchini fu anche cappellano della chiesa della Steccata almeno fino al 1759.
FONTI E BIBL.: Parma, Archivio della Steccata, Mandati 1733-1759; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

SACCHINI MAURO
Parma 1705/1723
Sacerdote, fu cantore della Cattedrale di Parma dal 1705 al 3 maggio 1723.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

SACCHINI TORQUATO
Parma 21 ottobre 1817-Parma 2 agosto 1879
Figlio di Angelo e Marianna Pesci. Fu maggiore nell’Esercito italiano durante le guerre risorgimentali. Fu insignito di due medaglie d’argento al valor militare.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 114.

SACCHINI VIRGILIO
Parma 15 dicembre 1818-Parma 12 giugno 1883
Nato da distinta famiglia, a soli diciotto anni entrò nella Segreteria di Stato per l’interno del ducato di Parma. Si applicò nello studio delle discipline giuridiche, per le quali gli fu guida e maestro Ferdinando Albertelli. Passato alla Segreteria di Stato per gli affari esteri, a trentadue anni diventò capo dell’ufficio. Nel 1861 conseguì una ragguardevole eredità che gli permise di lasciare il lavoro. Eletto consigliere del comune di Golese, mantenne la carica fino al 1878. Nominato deputato stradale nel 1862, in breve volgere di anni sistemò la viabilità del comune. Più volte sostenne e fece valere gli interessi dell’amministrazione comunale: prima di morire ebbe il conforto di vedere ultimata col responso della Corte Suprema di Torino la lotta dei comuni foresi contro i comuni cittadini delle ex province parmensi, relativamente al concorso delle spese per il mantenimento dei ginnasi. Il Sacchini si prodigò per il comune di Golese anche per lo stabilimento di una condotta veterinaria, per i diritti e gli obblighi del comune relativamente alle canoniche parrocchiali e per le risaie. Il Sacchini fece anche parte (dal 1866 al 1878) del Consiglio della Provincia di Parma. Fu cavaliere dell’Ordine Costantiniano, commendatore dell’Ordine di Ferdinando delle Due Sicilie, d’Isabella di Spagna, di Francesco Giuseppe e dei Santi Maurizio e Lazzaro. Morì a sessantaquattro anni d’età.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani, 1884, 45-48.

SACCO ALESSANDRO, vedi SACCHI ALESSANDRO

SACCO ANTONIO
Parma 1522
Fu letterato e poeta di buon valore.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 4 1958, 236.

SACCO BERNARDO
-Parma 21 aprile 1780
Conte. Fu canonico della Cattedrale di Parma. Fu anche presidente del Monte di Pietà di Parma, che grazie alla buona amministrazione del Sacco tornò a prosperare dopo aver rischiato anche la chiusura.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 397.

SACCO BONAVENTURA
Parma 27 novembre 1632-Parma 24 agosto 1707
Figlio di Flavio e Barbara Simonetta. Fu uomo eclettico: dottore in filosofia (1652) e in legge, fu teologo e filosofo, cultore di matematica, di astronomia e anche di storia, tanto che lasciò interessanti scritti sui vescovi parmensi di cui si giovarono Maurizio Zappata e Benedetto Bacchini. Nel 1657 fu ammesso al Collegio dei Giudici di Parma. Il duca Ranuccio farnese lo nominò tra i giudici del Consiglio di Piacenza, carica cui il Sacco presto rinunciò per concentrarsi sugli studi teologici. Ebbe la prepositura della Cattedrale di Parma. Venne aggregato al Collegio dei Consorziali e, quale esperto in giurisprudenza, patrocinò pure qualche causa per la curia. Del Sacco si tramanda che avesse negato di concorrere alla dote di una nipote da monacarsi per non togliere denari ai poveri: tale asserzione può in effetti essere vera poiché dedicò in beneficenza ben ventimila scudi, tenendo per sé solo quanto gli occorreva per arricchire la biblioteca personale, ove dimenticava cibo e sonno. Nel 1706 figura esecutore testamentario del canonico conte Bartolomeo Tarasconi.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 295-296; Palazzi e casate di Parma, 1971, 402.

SACCO BONAVENTURA
Parma 1831
Marchese. Durante i moti del 1831 fu membro del consesso civico di Parma. Fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza dalla polizia, che ne diede la seguente descrizione: Uomo quasi imbecille, assai religioso e di buona morale. Fece parte del consesso civico, ma è da credersi che vi concorresse solo per il bene della città e mai per fini liberali.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in archivio Storico per le Provincie Parmensi 1937, 209.

SACCÒ CIPRIANO
Collecchio 17 marzo 1855-18 aprile 1932
Consigliere comunale di Collecchio, fu un integerrimo rappresentante popolare. Rimase in quella carica dal 19 ottobre 1920 al giugno 1923.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.

SACCÒ FLAVIO
Parma 1565-post 1652
Figlio di Agesilao. Si laureò in medicina nel 1596. Fu medico-archiatra della duchessa Margherita Aldobrandini e priore del collegium Medicorum. Prestò la sua opera durante l’epidemia di peste del 1630 e ne vergò un’interessante descrizione in latino, annessa al codice degli Statuti dello stesso Collegio medico. Si sposò con Barbara Simonetta, figlia di Paolo, anch’esso distinto chirurgo e consulente di casa Farnese.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 400.

SACCO FLAVIO
Parma 16 giugno 1673-post 1748
Nacque dal celebre medico Giuseppe Pompeo e da Cesarea Torri. Gli fu padrino il conte Giovanni Sanvitale. Compiuti gli studi di giurisprudenza, vi si laureò e l’anno 1708 fu ascritto al Collegio dei Giudici di Parma. Si dedicò specialmente agli studi di storia patria. Fu primo decurione e uno degli otto dottori dell’Anzianato di Parma. Dedicò al duca di Parma Filippo di Borbone la sua Istoria dell’origine e Dominanti di Parma, che non è che una cronaca a salti. Ebbe carteggio con celebri letterati e soprattutto col Bacchini.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 65-66.

SACCO GIAN PAOLO, vedi SACCO GIOVANNI PAOLO

SACCO GIOVANNI, vedi SACCHI GIOVANNI

SACCO GIOVANNI PAOLO
Remedello Sotto 1641-post 1703
È nominato nella Storia di Parma del Pezzana e nel volume di Gaetano Capasso sul Collegio dei Nobili di Parma, istituto dove il Sacco fu bidello. È da essi definito pessimo poeta e cervello balzano perché autore di una pletorica opera di ben settecento pagine (edita in Parma nel 1693 dagli Eredi Galeazzo Rosati) sotto il titolo I Passatempi di una Musa faceta. Il volume è dedicato al principe Odoardo Farnese. Lo zibaldone delle poesie ivi contenute, di argomentazioni e di spunti occasionali e disparati, non merita eccessiva considerazione dal punto di vista letterario e ancor meno poetico. È però di un certo interesse perché fornisce parecchie notizie sulla vita minuta e quotidiana del Collegio dei Nobili. Anche il titolo esplicativo, che segue al primo, non denota grandi pretese: I Passatempi di una Musa faceta, così in villa come in città, che vuol dire diverse composizioni in stile per lo più bernesco fatte fra l’anno in Parma e in Sala nel tempo delle vacanze da G. P. Sacco, bidello dell’Ill.ma accademia delli Signori Scelti nel Ducale Collegio dei Nobili di Parma. Nella dedica al Farnese, il Sacco definisce il proprio lavoro come un miscuglio di componimenti scomposti, pieni di facezie e di insipidezze. Il volume fu pubblicato, molto tempo dopo la sua definitiva stesura, a spese dello stesso Odoardo Farnese.
FONTI E BIBL.: G.P. Sacco, I Passatempi di una Musa faceta, Parma 1693; G. Capasso, Il Collegio dei Nobili di Parma, 58 e 97; A. Pezzana, Memorie degli scrittori, Parma, VII, 1833, 5; Archivio di Stato di Parma, Governo Farnesiano, Istruzione Pubblica, busta 9, Collegio dei Nobili, Carteggi vari; Collegii Nobilium Parmensis. Nomenclatura Universalis per Decennia distincta, Parma, Tip. Er. M. Vigna, 1685; Archivio di Stato di Parma, G.B. Martinelli, catalogo de’ Soggetti della Compagnia di Gesù stati Rettori del Coll. Ducale dei Nobili; Argomenti di pietà dati nel Ducale Coll. dei Nobili dalli Sig.ri Accademici Scelti, Parma, Rosati, 1711; Ragguaglio Hystorico della guerra fra l’Imperatore e i Turchi, Parma, 1683; L. Gambara, in Parma per l’Arte 3 1957, 127-136; F. da Mareto, Bibliografia, II 1974, 945.

SACCO GIUSEPPE POMPEO
Parma 14 maggio 1634-Parma 22 febbraio 1718
Nacque da Flavio, medico molto reputato, al quale il 19 agosto 1652 toccò la sorte di concedere egli stesso al figlio, appena diciottenne, la laurea Artium et Medicinae, ottenendone poi l’aggregazione al Collegio dei Medici di Parma il 2 settembre successivo. La madre fu Barbara Simonetta. Il Sacco fu chiamato dal duca Ranuccio Farnese, rinnovatore dello Studio parmense, alla cattedra di medicina teorica con una provvisione di cento scudi. Cominciò l’insegnamento a ventisette anni, il 3 novembre 1661, mettendosi subito a diffondere dalla cattedra il suo Novum systema medicum, intorno al quale pubblicò successivamente un’opera, suscitando, con le sue idee innovatrici, invidia, gelosie e inimicizie tra i devoti alle vecchie usanze, i quali lo giudicarono, nella migliore delle ipotesi, un grande stravagante. Al Sacco furono affidate le cure dei principini Pietro e Alessandro e fu inviato a Innsbruck ad accompagnare Margherita de’ Medici. Nel periodo che corre tra il 1668 e il 1687 lo si vede Lettore di Teorica al doppo pranzo nello Studio di Parma, con provvisione che sale da cento a quattrocento scudi. Nel 1687 il Sacco si ammalò di podagra e fu costretto al letto per sette anni (1687-1693). Si deve notare però che già nel 1680, col pretesto della lunga infermità patita, chiese di cambiare la sua lettura del pomeriggio in una della mattina, suscitando le più vive rimostranze nel collega alessandro Cittadella, il quale, cinquantenne e da quindici anni insegnante nelle ore del mattino, non volle sostituirsi col Sacco (lettera del 5 novembre 1680 del Duca al governatore di Parma). A quanto pare, non mancò effettivamente dall’insegnamento che nel 1687: nel 1694 era certamente già guarito. Durante la malattia, seguitò a dedicarsi alla sua opera di medicina ed è sicuro che il libro Novum systema fu dettato nel periodo nel quale il Sacco fu costretto al letto. Nel 1681 la facoltà di medicina gli decretò l’onore della lapide che venne collocata nel palazzo di San Francesco, sede degli Studi. Guarito del male che lo aveva a lungo angustiato, il Sacco venne chiamato (1694) all’Università di Padova a leggere medicina pratica, con un onorario di seicento fiorini, che in breve vennero portati a ottocento, con passaggio alla cattedra di teorica e l’onore della presidenza della facoltà medica. Apostolo Zeno, scrivendo di lui, non esita a chiamarlo uno dei più grandi uomini della nostra età. Il duca Francesco Farnese ne ottenne il ritorno a Parma (1701) come lettore alla prima cattedra di medicina, con uno stipendio di 3650 lire. Per questo suo ritorno in patria il Sacco fu molto festeggiato e poco tempo dopo (1704) elevato alla cattedra, vacante da molti anni, di lettore eminente di medicina. Poco prima di partire per la Spagna (1714), il medico parmigiano e suo allievo Giuseppe Cervi, essendo in quel tempo egli stesso Professor Medicinae Primarius, volle compiere verso il Sacco un atto di personale omaggio e devozione, quale non frequentemente si vede registrato negli annali universitari, facendo erigere un nuovo monumento optimo quondam praeceptori, octuagenario feliciter viventi. Ma il Sacco, varcata ormai l’ottantina, ebbe nuovamente a infermare per la podagra e ridursi al letto (divenendo per giunta quasi cieco in seguito a una cataratta senile), Francesco Maria Farnese, che tenne il Sacco in particolare considerazione, gli chiese la sua opera più importante per stamparla coi torchi della tipografia ducale: il Sacco diede allora opera, malgrado le sue condizioni fisiche (alle quali vanno probabilmente attribuiti i non pochi errori dell’edizione), al riordinamento di Medicina practica rationalis, che infatti fu pubblicato in quel tempo (1717) ex Typographia Celsitudinis, un anno prima della sua morte, avvenuta all’età di ottantacinque anni. modesto come era stato in tutta la sua vita, dispose nel suo testamento che nulla mihi carmina cecineritis; nullam adhibueritis laudationem, nec me proetioso cum vestimento sepeliveritis; nec privatum corpori meo tumulum constitueritis. Le sue ultime volontà non furono però rispettate: la sua salma venne tumulata con solenni esequie nella chiesa di San giovanni evangelista, la sua vita e le sue opere furono pubblicamente commemorate al Collegio dei Medici e all’Università di Parma, dove un suo insigne allievo, Gian Battista Pedana, lesse un discorso apologetico del Sacco in corretto latino, e infine in suo onore furono scritte tante poesie latine e italiane da formarne un grosso volume, che fu largamente distribuito. Il ritratto del Sacco può vedersi, insieme a quelli di altri illustri suoi colleghi, dipinto a fresco sopra una delle pareti del retrobottega della storica farmacia del convento di San Giovanni. Il muratori annoverò il Sacco, ascritto all’arcadia parmense col nome di Arasio Issuntino, nel catalogo dei grandi uomini, tra gli arconti della Repubblica letteraria d’Italia. Tutte le sue opere ebbero, lui vivente, molte edizioni e nel 1730 ne fu fatta una ristampa completa a venezia (tipis Baldeonianis). Il Sacco fu veramente una figura di grande rilievo: seppe imporre, malgrado le difficoltà e le non poche amarezze procurategli dai colleghi, un suo sistema, avviando la medicina a nuovi indirizzi, così da poter essere considerato un novatore di non comune tempra e vero fondatore di una scuola che ebbe nel suo tempo importanza non soltanto locale. Essa valse, con l’opera del Sacco e poi con quella dei migliori suoi allievi, a porre termine a un periodo nefasto causato dall’inerzia servile di medici empirici o teoretici, deviati da speculazioni filosofiche, preparando in tal modo il terreno all’avvento delle nuove teorie, basate sull’osservazione e sull’esperimento.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 323-329; C.Carini, L’Arcadia dal 1690 al 1890, 1891, 579-580; L.Gambara, Il lettore eminente G.Pompeo Sacco e la sua Scuola, in Aurea Parma 1926, 241-248; Aurea Parma 1 1931, 9-11; G. Berti, Studio universitario parmense, 1967, 105; M.O. Banzola, L’Ospedale Vecchio di Parma, 1980, 155.

SACCO GIUSEPPE POMPEO
Parma 1708c.-post 1781
Figlio del conte Flavio e di Lucrezia Bergonzi. Fu dottore del Collegio dei Giudici e il 25 febbraio 1771 fu nominato archivista comunale. Assurse alla carica di ministro di Stato quale immediato successore del Du Tillot, caduto in disgrazia dei duchi e allontanato da Parma nel 1771. Quale primo ministro nel triennio 1771-1773, è definito dal Benassi l’autore assai pio del memoriale del comune di Parma contro il Du Tillot e, nel campo della politica ecclesiastica interna, ligio alle idee e ai sentimenti ben noti di don Ferdinando il quale, dopo il licenziamento del grande ministro, si era abbandonato sempre più alla bacchettoneria, trascurando il governo. In effetti il Sacco non esercitò alcuna autorità e fu ministro succube o di comodo, tanto che si lasciò sostituire interinalmente dal De Llano per tre mesi, allo scopo di salvare la dignità della Spagna verso il papa (nel frattempo il Sacco fece opera di nepotismo aiutando i propri famigliari a collocarsi degnamente). Il 31 dicembre 1773 riprese la carica (secondo ministero Sacco) che detenne per sette anni, ossia per tutto il periodo delle controriforme, che determinò un arretramento sociale e distrusse l’opera del Du Tillot. anch’egli, come il suo predecessore, venne silurato mediante un intrigo di corte (1781), cedendo l’alto incarico al marchese Prospero Manara e ritirandosi a vita privata. Tuttavia ferdinando di Borbone lo tenne ancora amico carissimo e lo nominò marchese di Castellina.
FONTI E BIBL.: G.Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914; Palazzi e casate di Parma, 1971, 404; L.farinelli, Il carteggio Mazza, in Archivio Storico per le province Parmensi 1980, 207.

SACCO LODOVICO, vedi SACCA LODOVICO

SACCO MARCANTONIO
Parma 1621
Intagliatore. Nell’anno 1621 gli fu dato il saldo delle fatture Anchone come per sua lista per lavori compiuti in San Sepolcro a Parma, dove ebbe come aiutante Giovan Andrea da Cremona.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Materiali, II, 204-205; Il mobile a Parma, 1993, 254.

SACCO PIER GIOVANNI, vedi SACCO PIETRO GIOVANNI

SACCO PIETRO GIOVANNI
Parma 5 febbraio 1568-1612
Figlio di Cristoforo e Paola. Nacque da nobile e nota famiglia. Fu nipote di notai e congiunto di medici illustri, quale Flavio Sacco. Una sua figlia, Margherita, sposò Luigi terzi, conte di Sissa. Il Sacco amò la poesia latina e scrisse diversi epigrammi, tra i quali due per le nozze Sanvitale-Salviati.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 115.

SACCO POMPEO, vedi SACCO GIUSEPPE POMPEO

SACCO TIBURZIO
Busseto 1480c.-post 1537
Frate di San Domenico, va annoverato tra i primi iniziatori delle sacre rappresentazioni introdotte dalla Chiesa per porre un freno al malcostume nel quale era precipitata l’arte drammatica. Il contributo che il Sacco portò a quest’opera di rinnovamento fu la tragedia in volgare Sosanna, della quale si hanno due rare edizioni: la prima a cura dei fratelli Benedetto e Agostino Bindoni di Venezia (1524), la seconda di Damiano Turlini di Brescia (1537).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1958, 179; D. soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 404.

SACCO VINCENZO
Parma prima metà del XVIII secolo
Collaterale di Giuseppe Pompeo Sacco, fu giurista e insigne personalità della prima metà del secolo XVIII.
FONTI E BIBL.: C.Antinori-M.C.Testa, università di Parma, 1999, 152.

SACCOMANI MAURO
Parma-post 1833
Tenore, il 1° agosto 1833 cantò in un’accademia al Teatro Ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: Stocchi, 80; G.N.Vetro, dizionario.Addenda, 1999.

SACERDOTI CARLO
Borgo San Donnino 1851-1920
Consigliere comunale per un decennio, per più di dieci anni rappresentò inoltre Colorno in Consiglio provinciale. Candidato dei socialisti alla Camera, combatté accanite battaglie elettorali nel 1892 e nel 1895 contro il conte Alberto Sanvitale e nel 1897 contro domenico Oliva, soccombendo per pochi voti. quando il Partito Socialista, grazie anche all’azione di proselitismo del Sacerdoti, riuscì infine ad affermarsi, lo abbandonò, non ripresentandolo tra i suoi candidati. Nel 1905 fu nominato direttore del Bagno pubblico di Parma.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 136.

SACERDOTI GABRIELE
Colorno 1818-Parma 4 settembre 1877
Fu volontario nel 1848 nella 1a colonna e prese parte allo scontro di Santa Lucia. Nel 1853, saputo che Pietro Cocconi, segretario del protomedicato a Parma, era ricercato per aver preso parte attiva ai movimenti politici del 1848, lo condusse attraverso i monti nel territorio del re di Sardegna. Fu consigliere provinciale e del comune di Parma (1859) e sindaco di Colorno. Direttore della Gazzetta di Parma negli anni 1859-1860, fece del giornale una fiammeggiante bandiera di italianità. Ebbe redattori il magistrato Pietro monteverde e il medico Alessandro Cugini, il quale fu poi professore dell’Università e sindaco di Parma. Concorse a opere filantropiche: legò il proprio nome alla sistemazione del manicomio di Colorno e come medico si distinse nella lotta contro il colera.
FONTI E BIBL.: Il Presente 5 settembre 1877; Vessillo Israelitico 1877, 293; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 419-420; S. Foà, in Dizionario del Risorgimento, 4, 1937, 162; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 103; Parma. Vicende e protagonisti, 1978, II, 192.

SACHO MARCANTONIO, vedi SACCO MARCANTONIO

SACRAMORI SAGRAMORO, vedi SAGRAMORI SAGRAMORO

SACRAMORO DA PARMA
Parma 1452/1454
Condottiero il cui nome ricorre a proposito di molte imprese compiute sia al comando dei suoi soldati di ventura, sia al servizio di parecchi signori e capitani. Nel 1452 militò anche con Francesco Sforza. Nel 1454 fu contro gli Alidosi all’assedio di Imola.
FONTI E BIBL.: G.P. Cagnola, Storia di Milano dal 1023 al 1497, in Archivio Storico Italiano, III, 123-129; L. Cobelli, Cronache forlivesi, Bologna, 1874; E. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1893; C. Argegni, Condottieri, 1937, 75.

SACRATI FRANCESCO PAOLO
Parma 17 settembre 1605-Modena 20 maggio 1650
Probabile allievo di F. Manelli, inaugurò a Venezia nel 1639 il teatro dei Santi Giovanni e Paolo con l’opera Delia e nel 1641 il Teatro Novissimo (dove fu anche impresario sino al 1644) con La finta pazza. Verso il 1645-1648 appartenne probabilmente alle compagnie viaggianti dei Febi Armonici e degli Accademici Discordati e nel 1649 fu nominato maestro della cappella ducale di Modena. Sul Sacrati, operista d’indubbia importanza storica nell’ambito della scuola veneziana della prima metà del Seicento, di cui fu uno degli iniziatori insieme con F. Manelli, Monteverdi e cavalli, grava la perdita, quasi totale, della produzione, che ne impedisce la diretta valutazione dei meriti artistici. Vanno comunque ricordate, tra l’altro, La Delia, su libretto mitologico-amoroso, d’intonazione encomiastica, con personaggi comici, che inaugurò il veneziano teatro dei Santi Giovanni e Paolo (benché l’argomento e Scenario della Delia ne attribuisca la musica al solo F. Manelli, Allacci, bonlini e tutti i successivi storici del teatro veneziano confermano la paternità del Sacrati, ma è probabile una collaborazione tra lui e manelli), Il Bellerofonte, rappresentata al Teatro novissimo, su libretto fitto di mutazioni di scena, nella cui prefazione il Sacrati dichiara di non aver seguito altri precetti che i sentimenti dell’autore degli apparati né altra mira che il genio del popolo a cui s’ha ella da rappresentare, La Venere gelosa, pure per il Teatro Novissimo, nel cui libretto (scena 8a dell’atto III) sono menzionati gli strumenti che costituivano probabilmente il ricco organico orchestrale e nella cui prefazione il Sacrati precisa di aver adattato la scelta delle parole e la varietà dei metri alla bizzarria di chi doveva accompagnarle con le note, L’Ulisse errante, per il teatro dei Santi Giovanni e Paolo, su libretto eccezionalmente fine, psicologicamente centrato, metricamente pertinente a fine drammatico, nella cui preposta Avvertenza ai lettori si legge il celebre accostamento del Sacrati a Monteverdi, pur paragonati rispettivamente alla luna e al sole, Semiramide in India, per il San Cassiano, su libretto farraginoso e sconclusionato, tra i primi di soggetto orientale. Tuttavia, la maggior fama venne al Sacrati dall’opera probabilmente primo-nata, La finta pazza (rinvenuta da L. Bianconi), commedia in cinque atti destinata a inaugurare il Teatro Novissimo, su libretto mitologico baroccamente elaborato, con apparati e macchine grandiose di G. torelli, cui arrise un successo eccezionale, attestato dalle numerose repliche (dodici volte in diciassette giorni a Venezia e poi in parecchie città d’Italia) da parte della compagnia dei febiarmonici (alla quale appartenne lo stesso sacrati), con la celebre A. Renzi come ideale protagonista. Il 14 dicembre 1645 l’opera fu replicata a Parigi per volere di Mazzarino, al Palais du Petit-Bourbon, da una compagnia di comici italiani per una ristretta cerchia di spettatori, presente la regina Anna d’Austria, e fu quindi la prima opera italiana importata in Francia, oltre che uno dei primi saggi di opera comica. Per l’occasione, la concezione di questa cosiddetta festa teatrale veneziana fu modificata a scapito della musica, con parziale sostituzione di dialoghi parlati ai recitativi (conforme al gusto francese che non avrebbe tollerato uno spettacolo tutto cantato) e a vantaggio dei nuovissimi, esotici e fantasiosi balletti d’invenzione (alla fine di ogni atto) del coreografo G.B. Balbi e soprattutto delle mirabolanti risorse sceniche (peraltro già mostrate a venezia) del grand sorcier torel, che convertì l’opera in una comédie des machines, feconda di meraviglia. Dei cantanti, margherita Bertolotti (aurora nel prologo) fu lodata per la dolcezza della voce, Luisa Gabrielli Locatelli interpretò la parte di Flora con grande vivezza e Giulia Gabrielli assunse appassionatamente quella di Tetide. Prove indirette del valore dell’operista Sacrati, che verosimilmente si mosse nell’orbita dell’ultimo Monteverdi e del primo Cavalli, sono sia la folgorante carriera sia le lodi dei contemporanei: il principe Mattias de’ Medici giudicò La finta pazza, opera bellissima e Sacrati un virtuoso e uno de’ meglio compositori che vadino a torno. Fu autore delle seguenti composizioni: opere teatrali, La finta pazza (libretto di G. Strozzi; Venezia, 1641), inoltre (perdute) Delia o La Sera sposa del Sole, in probabile collaborazione con F. Manelli (libretto di G. Strozzi; Venezia, 1639), Il Bellerofonte (V. Nolfi; Venezia, 1642), La Venere gelosa (N.E. Bartolini; Venezia, 1643), Proserpina rapita (G. Strozzi; Venezia, 1644), Ulisse errante (G. Badoaro; Venezia, 1644), L’isola di Alcina (F. Testi; Panzano, presso Bologna, 1648), Semiramide in India (M. Bisaccioni; Venezia, 1648) ed Ergasto (Venezia, 1650). Perduti sono pure due libri di madrigali a uno-quattro voci e alcune arie.
FONTI E BIBL.: A. Ademollo, I primi fasti della musica italiana a Parigi, Milano, 1884; R. Rolland, Histoire de l’opéra en Europe avant Lully et Scarlatti, Parigi, 1895; H. Goldschmidt, Studien zur geschichte der italienischen Oper im 17. Jahrhundert, Lipsia, 1901-1904; H. Prunières, L’opéra italien en France avant Lully, Parigi, 1913; N. Pelicelli, Musicisti in Parma, in Note d’Archivio 1933; F. Liuzzi, I Musicisti in Francia, Roma, 1946; N. Pirrotta, in Enciclopedia dello Spettacolo; L.F. tagliavini, in MGG; Cl. Sartori, Un fantomatico compositore per un’opera che forse non era un’opera, in Nuova Rivista Musicale Italiana 1971; L. Bianconi-Th. walker, Dalla Finta pazza alla Veremonda: storie di Febiarmonici, in Rivista Italiana della Musica 1977; F. Bussi, L’opera veneziana dalla morte di Monteverdi alla fine del Seicento, in Storia dell’Opera diretta da A. Basso, I/1, Torino, 1977; F. Liuzzi, musicisti in Francia, 1946, 295; Dizionario UTET, XI, 1961, 299; Dizionario Ricordi, 1976, 574; F. Bussi, in dizionario dei musicisti UTET, 1988, VI, 526-527; Dizionario dell’Opera lirica, 1991, 788.

SACRI ANTONIO, vedi SACCHI ANTONIO

SAGLIA AGOSTINO
Borgo San Donnino 1862
Dottore, fu sindaco di Borgo San Donnino nell’anno 1862.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.

SAGRAMORI SAGRAMORO
Rimini 1424-Ferrara 25 agosto 1482
Figlio di Antonio dei Mendozzi de’ Sagramori, fattore di Carlo Malatesta signore di Rimini, che il poeta Basinio Basini descrive con foschi colori in una sua epistola a Nicolò V: mendocius audet Usuram foenusque triplex noctesque diesque Sumere, tamquam habeat tria guttura.
Proh pudor ater! Cerberus, aut monstrum crudele chimaera vocari Dignus homo, haud unquam perna fumante modesta. Secondo il Pico, il Sagramori fu segretario di Pandolfo Malatesta, signore di Rimini, e sposò una gentildonna milanese, senza per altro consumare il matrimonio perché contemporaneamente chiamato a Roma alla corte di papa Sisto III. Il 21 ottobre 1475 fu eletto vescovo di piacenza e il 14 gennaio 1476 fu traslato alla sede di Parma. Agostino Rossi, che si trovava a Roma in qualità di ambasciatore del duca, partecipò al comune questa notizia per lettera il 16 gennaio, dicendo: del qualle se possiamo benissimo contentare et de venustate, et de costumi, et de esemplare vita. Prese possesso della sua Chiesa per mezzo di un rappresentante il 1° aprile 1476 (Bonvicini, Note all’ughelli) ma non fece la sua solenne entrata in Parma che il 30 agosto 1478, poiché continuò a dimorare in Roma presso la curia pontificia quale oratore del duca Galeazzo Maria Sforza. Il Sagramori nominò suo vicario Giorgio Terdoni, dottore di leggi e canonico di Lodi, e suo procuratore Giuntino Giuntini di Pistoia, canonico di Rimini. Il Sagramori godette l’amicizia di uomini dotti, tra i quali il Filelfo. Il giorno dell’entrata in Parma, venne da porta San michele. Gli andò incontro tutto il clero, moltissimi ufficiali pubblici e un infinito numero di cittadini. Il Sagramori si portò alla chiesa di San Giovanni Evangelista, vestito con le insegne pontificali, quindi uscì per recarsi processionalmente alla cattedrale a prendere possesso della sua sede. Ma poco dopo il Sagramori partì da Parma per Roma quale legato del suo principe presso papa Sisto IV e col beneplacito del pontefice incaricò Benedetto da Cremona, vescovo di Tripoli, di governare la diocesi in sua vece. Il 12 aprile 1478 furono confermati dal Sagramori, dietro istanza di Ugolino Rossi, arcidiacono, e Pietro Piazza, entrambi canonici, sindaci e procuratori del Capitolo, gli statuti capitolari. ricondottosi a Parma, ove il 19 ottobre 1479 il Sagramori convocò i cittadini e li esortò al quieto vivere, alla pace e alla concordia. Per evitare trambusti, il Sagramori ordinò che fossero scelti due cittadini di ogni squadra che trattassero queste cose. Il sagramori era di parte ghibellina, e favorì le sue squadre. ascanio Maria Sforza, zio del duca di Milano e vescovo di Pavia, nel ritornare a Milano, entrò in Parma il 24 ottobre 1479, accompagnato da altri due vescovi, dal sagramori, dagli ufficiali e dai cittadini. I banditi si armarono e vollero accompagnarlo anch’essi. Lo Sforza, preso da timore, fece chiudere le porte del Palazzo vescovile, ma i banditi insultarono i provvigionati che custodivano le porte e ne ferirono nove. Tutta la città stette in armi durante la notte. Giunto il mattino, lo Sforza partì per Milano in compagnia del governatore Antonio Trotti (Pezzana, storia di Parma). A quell’epoca il Sagramori abbellì e in parte riedificò il Palazzo vescovile per dare conveniente ospitalità a principi e personaggi di passaggio: il 18 dicembre vi accolse giovanni Bentivoglio che si portava con numerosa e nobile comitiva a Milano. Il 1° maggio 1479 si portò a Parma in qualità di governatore antonio Trotti condottiere d’armi, consigliere aulico e capitano dei bolognesi. Fu ricevuto al suono di campane, di tamburi e di trombe, accompagnato dal Sagramori, da Rolando Rossi, dal podestà e da cento pedoni armati, con comitiva di duecento cavalli scelti tra i più notevoli cittadini di ciascuna squadra. Il 6 agosto dello stesso anno, Gian Pietro panigarola, che aveva il supremo governo delle truppe di Gian Galeazzo visconti, arrivato improvvisamente in Parma, chiamò nel palazzo del Governatore il sagramori e si lamentò con lui per il favore che egli dava ai nemici dello stato, per il suo intercedere per costoro e dei costumi del suo clero alquanto dissipati. Il Sagramori si difese con ardore. Prese la sua difesa anche il canonico Antonio Colla, che la notte seguente fu imprigionato nel castello di Cremona per ordine del Panigarola. Nel luglio 1479 il Sagramori deliberò col Capitolo e col Consorzio che si fondasse un beneficio, colle rendite del quale fossero istruiti trenta chierici, detti allora camilli, nella grammatica e nel canto, e vi deputarono Arcangelo de’ Spaggi, sacerdote peritissimo in grammatica, e suo fratello Alessio, maestro nell’arte oratoria. Nei primi giorni del 1480, dovendo il Sagramori stare quasi sempre assente dalla diocesi per servizio dei duchi, fece proporre alla Santa Sede Domenico da Imola, vescovo di Lidda, quale vescovo suffraganeo di Parma, assicurandogli annualmente sulla rendita della mensa episcopale un decoroso mantenimento. La proposta fu esaudita. Nel 1480 il Sagramori supplicò Gian Galeazzo Visconti per la riformazione dell’estimo delle terre e intervenne nell’ultimo consiglio generale dell’anno. L’11 maggio 1480 convenne con Cristoforo da Lendinara, maestro in tarsia, la costruzione di tutta l’intelaiatura che doveva racchiudere il nuovo organo della cattedrale. Furono promessi al Lendinara centocinquanta ducati veneti (legname e ferramenta sarebbero stati somministrati dai Santesi) per completare l’opera entro un anno. Acconsentendo il sagramori alla domanda fattagli dall’inquisitore Bernardo Gabrii, del convento di San Pietro Martire, gli concesse copia autenticata della bolla di papa Innocenzo IV in virtù della quale in alcune città ove stanziavano i frati dell’Ordine dei Predicatori, si erano formate compagnie di laici che si chiamavano della Croce e che avevano per scopo di assistere gli inquisitori contro gli eretici. Una di queste compagnie, già presente a Parma in antico, fu rinnovata nel 1480. Ciascuno dei crociati portava al lato destro una piccola croce serica di colore rosso. Il 2 giugno 1481 il Sagramori fu in Parma, ove convocò nel Palazzo episcopale il clero, invitandolo a riunirsi per i tre giorni successivi in Cattedrale e a portarsi in processione in segno di esultanza per la morte di maometto II (9 marzo 1481). Il 4 giugno 1481 fece una convenzione col maestro fusore Galli perché rifacesse la campana della cattedrale. Non avendo avuto effetto, ne fece un’altra il 14 dello stesso mese col maestro Martino Leone di Francia. Il 10 aprile 1482 il sagramori, con licenza del duca, si trasferì da milano a Parma per dare opera al proprio ministero nel tempo pasquale. Per arrecare qualche conforto alla desolata città, fece rappresentare nel terzo giorno delle festività di Pasqua lo spettacolo drammatico Abramo e Isacco nella piazza della Cattedrale, sopra un palco (si trattò probabilmente dello spettacolo di Feo Belcari, che si recitò la prima volta l’anno 1449 nella chiesa di Santa Maria Maddalena di Firenze). Il Sagramori morì all’età di cinquantotto anni a Ferrara, ove era da tempo ambasciatore ordinario del duca di Milano presso la corte Estense (vi ebbe come suo segretario Francesco Carpesano). È possibile che il Sagramori avesse contratto una qualche malattia contagiosa presso il campo della Lega, da dove il 23 luglio scrisse al duca di Milano che Roberto Sanseverino era gravemente ammalato. Il suo cadavere fu trasportato in Parma e sepolto nella cattedrale, dietro l’altare maggiore, senza alcuna iscrizione.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 235-236; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 789-811; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 240.

SAGRAMORO DA PARMA, vedi SACRAMORO DA PARMA

SALADDI ANDREA, vedi SALADI ANDREA

SALADI ANDREA
Parma 30 aprile 1501-Parma febbraio 1559
Figlio di Giovanni Antonio. Compì gli studi a Venezia sotto la guida di Claudio Merulo. In seguito ritornò a Parma dove fu cantore della chiesa della Steccata dal 1° maggio 1558. della sua produzione si conoscono due mottetti a cinque voci, pubblicati postumi nel prontuarium musicum dello Schadaeus (strasburgo, 1611).
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musicisti in Parma, in note d’Archivio 1931; N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 22-23; R. Eitner, Bibl. der Musik-sammeln werke, 828, Quellen-Lexikon VIII, 389; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 15; dizionario dei Musicisti UTET, 1988, VI, 540.

SALADI ANTONIO
Parma 1590
Fu soprano della Cattedrale di Parma nell’anno 1590.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

SALADI BATTISTA
Parma 1590/1591
Sacerdote. Fu tenore della Cattedrale di Parma nel 1590, poi passò alla chiesa della Steccata, ove lo si trova dal 10 gennaio al marzo 1591.
FONTI E BIBL.: Archivio della Fabbriceria del duomo di Parma, Mandati; N. Pelicelli, 43; N.pelicelli, Musica in Parma, 1936, 80.

SALADI BERNARDO
Parma 1455/1506
Detto de’ Bentevegnis dal nome del padre, fu prete, scrivano, miniatore e pittore, prima segretario del vescovo di Parma Delfino della Pergola, poi rettore della chiesa di San Pietro in Parma. Nel 1463 scrisse e miniò per il canonico del Duomo di Parma, Antonio oddi, alcuni corali (perduti). Nel 1455 il saladi fu in Roma al seguito del vescovo Delfino della Pergola in qualità di familiare. rimpatriato, sembra conseguisse allora la rettoria della chiesa di San Pietro. Nel 1494 rinunziò nelle mani del vicario vescovile, in favore del celebre Iacopo Caviceo, due benefici di patronato dei Caviceo, che il Saladi aveva goduto fino ad allora. Lo Scarabelli Zunti lo ricorda ancora citato in un atto del notaio antonmaria Raineri in data 22 settembre 1506.
FONTI E BIBL.: Thieme-Becker, XXIX, 1935; C. Malaspina, Guida di Parma, Grazioli, 1869; M. Lopez, Il Battistero di Parma, 93; A. Pezzana, Storia di Parma, III, 136, IV, 240; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 78; Dizionario Bolaffi dei Pittori, X, 1975, 110.

SALADI OTTAVIANO
Parma 1481c.-post 1521
Figlio, molto probabilmente, di Andrea. Nel 1507 sposò Antonia Ugoleto, sorella di francesco, e nello stesso anno pubblicò col cognato (Impensa Francisci Ugoleti Et Octauiani Saladi) le Fabulae di Esopo. Pubblicò in proprio due opere di Iacopo Caviceo: Il libro del Peregrino nel 1508 e il Confessionale nel 1509. La società col cognato riprese nel 1510 per la stampa delle Comoediae di Plauto, in cui compare un sole raggiante con volto umano, che è da considerare la marca tipografica dei soci, attivi fino al 1517. In società con Francesco Ugoleto pubblicò ancora gli Statuta Notariorum (1514), De partibus Aedium (1516), le heroides di Ovidio (1517) e un Plauto (1519). Nel 1521 pubblicò l’Opus seu doctrinale e Nuper diligenti castigatione opus excultum di alexander de Villadei.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della stampa, 1969, 286; F. da Mareto, Bibliografia, II 1974, 947; tipografia del Cinquecento, 1989, 80; C. Antinori, La tipografia parmense, 1990, 9-12; Enciclopedia di Parma, 1998, 587.

SALADINI TOMMASO
Ascoli Piceno gennaio/giugno 1647-Parma 21 agosto 1694
Nacque dalla nobile famiglia dei conti di Rovetino. Andò a Roma in prelatura e vi compì un regolare corso di studi. Fu governatore di Cesena e vicelegato di Ravenna. Già referendario dell’una e dell’altra segnatura e prelato della curia romana, il 23 giugno 1681 (all’età di trentatré anni) fu promosso da papa Innocenzo XI al vacante vescovado di Parma. Il duca Ranuccio Farnese lo aveva caldamente raccomandato al pontefice. Il Saladini fu consacrato il 7 luglio del medesimo anno e il 16 luglio prese possesso della Chiesa di Parma per mezzo del suo procuratore speciale e vicario generale Giulio dalla Rosa. In tale occasione tutto il clero fu chiamato alla Cattedrale con la campana detta Ugolina e dopo il Te Deum recitò un’orazione in ringraziamento l’arcidiacono Pallavicino. Il 16 ottobre 1681 il saladini entrò privatamente in città. Il 21 ottobre elesse suo cerimoniere Luca Righelli, consorziale e rettore della chiesa parrocchiale della Santissima Trinità, e il 22 dello stesso mese fece il suo solenne ingresso alla cattedrale. Il 22 novembre 1681 il vicario Dalla Rosa, a nome del Saladini, avvisò il Capitolo che presto si sarebbe proceduto a un nuovo estimo degli ecclesiastici secondo il decreto emanato dalla curia romana. Nel 1686 il duca Ranuccio Farnese diede la chiesa di Santa Maria addolorata alle cappuccine, che erano venute da guastalla a Parma facendovi fabbricare e dotando l’attiguo convento. Le monache presero possesso del convento il 20 luglio 1686, essendo stata portata in processione alla cattedrale poco prima della loro venuta dal Saladini l’immagine di Maria col Bambino dipinta a fresco su di un muro nella cappella Aleotti, detta della Madonna degli Angeli (delle monache di Sant’Alessandro; fu sostituita con un’altra all’altare maggiore, dipinta da Sebastiano Ricci). Il 22 luglio 1688 le Riconosciute, che avevano un’angusta abitazione presso la chiesa di San Michele di Porta Nuova, passarono al conservatorio di San Benedetto, con l’approvazione del Saladini. Nel 1689 il Saladini si recò ad Ascoli, da dove, con lettera del 24 dicembre, ringraziò i canonici degli auguri che gli avevano mandato in occasione delle feste di Natale. Nel 1691 il Saladini celebrò il sinodo diocesano, che egli compose personalmente e scrisse di proprio pugno (fu pubblicato il 15 agosto 1691 da Galeazzo Rosati, tipografo vescovile). Il Capitolo, su richiesta del saladini, gli presentò alcune riflessioni sopra vari articoli delle costituzioni sinodali, che giudicò doversi moderare: il Saladini assecondò alcune istanze e altre no. Il manoscritto con le note a margine del Saladini si conserva nell’Archivio Capitolare di Parma. L’11 novembre 1693 si fece la processione delle Quaranta Ore con i soli consorziali, senza l’intervento del capitolo, mentre il Saladini si era recato nuovamente ad Ascoli. In seguito i canonici si dolsero col provicario che, senza interpellare il Capitolo, aveva concesso quella facoltà. Il 28 novembre 1693 il Saladini, che era ritornato in sede, fu informato del fatto accaduto. Con molto tatto, egli riuscì a far desistere i canonici da ogni ricorso, ponendo così fine a una vertenza che comunque durò circa dieci mesi. nell’aprile 1694 il Saladini fece un decreto col quale ordinò ai consorziali di regolare meglio il loro servizio in Cattedrale, di cantare le ore canoniche e le messe tanto conventuali quanto non conventuali e di prestarsi al servizio della Cattedrale, pena la sospensione a divinis nunc pro tunc ai contravventori (in caso di disobbedienza, minacciò anche la privazione dei benefici e altre pene da infliggersi ad arbitrio del papa). Copia del decreto fu rilasciata ai due massari del consorzio e il Saladini ne ordinò anche l’affissione alle porte della Cattedrale. Il 26 marzo 1694 morì il canonico massaro Francesco Zunti: il Saladini assegnò il suo canonicato al conte Francesco del Becco. Per politici riguardi, al Saladini fu data privata sepoltura. Gli si fecero poi magnifici funerali dai canonici, nella Cattedrale, e dai consorziali, nella chiesa di San Giovanni Evangelista, il 27 settembre 1694. L’arciprete Maurizio Santi cantò la messa solenne, con musica di bernardo Sabadini, maestro di cappella del duca. recitò l’orazione funebre Pietro Maria toscani, dottore in teologia e in ambo le leggi, protonotario apostolico e consorziale (fu fatta poi stampare dai consorziali e dedicata al duca Ranuccio Farnese). Le iscrizioni a lato del feretro furono composte dal poeta Francesco maria Lemene. Anche la comunità di Parma ne celebrò con decorosa e splendida pompa le esequie nel tempio della Steccata. Fu sepolto nella cappella di Sant’Agata, presso l’altare dalla parte del vangelo. Il Saladini lasciò alla sua morte quattro carrozze e quattro cavalli, duemila once di argenteria per una somma di 32000 lire e la biblioteca personale, valutata cento doppie (5400 lire). Tutta la biancheria e le suppellettili del Saladini furono trafugate dal suo cameriere, Alfonso Ricci, che riuscì a fuggire a Voghera.
FONTI E BIBL.: G.M.Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 284-306; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 242.

SALAFFI ROSA
Parma 1770
Nel 1770 era allieva della Reale scuola di Ballo di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

SALATI BERNARDO, vedi SALADI BERNARDO

SALATI ENRICO
Parma 1847/1856
Sotto Maria Luigia d’Austria fu presidente di Grazia e Giustizia e Buon Governo, presidente dell’Interno e consigliere di Stato. Fu inoltre nominato cavaliere dell’ordine costantiniano di San Giorgio. Prima di partire (7 giugno 1847) per i bagni di Meidlingen, Maria Luigia d’Austria lo nominò membro della Reggenza alla quale aveva affidato l’amministrazione dello Stato durante la sua assenza. Sotto il governo di Carlo di Borbone (1848) fu presidente di Grazia e Giustizia e Buon Governo. Dopo la morte di Carlo di Borbone (25 marzo 1854), sotto la reggenza della vedova Luisa Maria di Berry, il Salati fu confermato al Dicastero di Grazia e Giustizia.
FONTI E BIBL.: A.V. Marchi, Figure del ducato, 1991, 116.

SALATI GIAMBATTISTA, vedi SALATI GIOVANNI BATTISTA

SALATI GIOVANNI BATTISTA
Parma 1485 c.-Parma post 1545
Il nome del Salati compare nei capitoli di riforma della ragioneria della Magnifica Comunità di Parma dell’anno 1545 (Archivio di Stato di Parma, fondo Archivio Comunale di Parma, busta 490). La riforma fu deliberata dagli Anziani del secondo trimestre dell’anno 1545. In essa si legge quanto segue: Né in questa reformatione et ellettione sovradette vogliono gli magnifici Antiani et s’intendi essere in alcuno modo preiudicato el salario o una honoranza che da questa Magn.ca Comunità ogn’anno ha messer Joanne Battista Salato, antico Raggionato et benemerito d’essa, anzi vogliono et intendono che gli sia pagato ogn’anno secondo è stato fin qui, durant’il tempo di sua vita senza che più faci fatica alcuna in quell’ufficio, parendogli onesto che quelle persone che hanno ben servito et fidelmente questa città sieno in lor vecchiezza anchora richonosciuti in memoria della lor servitù e fedeltà. Il Salati, ragioniere del comune di Parma, si vide così riconfermato dagli Anziani (secondo trimestre 1545) il privilegio della pensione a vita in riconoscimento della sua fedeltà e del suo lavoro al servizio della comunità di Parma. La delibera fu presa probabilmente nel luglio 1545, quando Parma era ancora soggetta alla Chiesa (nel documento si cita il cardinale legato Marino Grimano nostro legato et benefattore).
FONTI E BIBL.: Malacoda 52 1994, 38-39.

SALATI MARIO
San Lazzaro Parmense 21 gennaio 1921-botteghino di Porporano 19 giugno 1944
Fu partigiano del comando provinciale squadre di azione partigiane, organizzate clandestinamente nel territorio occupato dai Tedeschi, che attuarono, in modo particolare, atti di sabotaggio e audaci colpi di mano. Il Salati morì fucilato. È ricordato da una lapide sistemata sul bordo della strada per Traversetolo, in località Botteghino, con questo testo: Salati Mario perché i posteri ricordino chi fece olocausto della sua giovane esistenza per la libertà dei popoli 21 gennaio 1921-19 giugno 1944. La popolazione di Porporano e Malandriano ricostruirono ciò che vili mani distrussero luglio 1964.
FONTI E BIBL.: Strade di Parma, III, 1990, 18.

SALATI OTTAVIANO, vedi SALADI OTTAVIANO

SALATI STEFANO
Parma 2 marzo 1780-
Figlio di Luigi. Nel 1805 fu chirurgo aiutante maggiore negli ospedali francesi. Nel 1809 fu promosso chirurgo maggiore. Nel 1812 fu chirurgo delle guardie del Dipartimento del Taro e nel 1814 chirurgo del Battaglione Parma.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 34.

SALATI UGO
Cozzo di Tizzano 1911-Tortoreto Lido 5 ottobre 1995
Il Salati si laureò in lingue a Milano, dove poi risiedette stabilmente. Iscritto alla Famija Pramzana, presiedette per quasi dieci anni l’Associazione culturale italo-francese dell’università di Parma e colloborò con la Gazzetta di Parma per le Cronache tizzanesi, ospitate nella terza pagina del giornale. Nella sua lunga carriera accademica studiò anche in Svizzera e a Parigi. Il Salati insegnò francese, oltre che all’Università Cattolica e alla Bocconi (dal 1965 al 1981, anno del pensionamento), alla facoltà di economia e commercio dell’Ateneo di Parma. Alternò alla redazione di rigorosi testi di ricerca, liriche in dialetto tizzanese. Tra i suoi libri, sono da ricordare un testo sulla storia della Francia, un dizionario francese-italiano curato per la Garzanti, Un poeta a Cuba, traduzione di poesie del poeta De Pestre, e i volumetti in dialetto Che vitti signùr del 1978, Insù a gh’è bell! del 1982 e S’a n’fussa p’r al dir dla geinta. Il Salati fu sepolto nel cimitero di Tizzano.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 7 ottobre 1995, 8.

SALAVOLTI GIOVANNI
Roncaglio 1809-Bazzano 5 gennaio 1891
Successe a Giovanni Comastri nell’arcipretura di Bazzano: Io Giovanni Salavolti, di Roncaglio, nominato arciprete di questa chiesa plebana nel concorso avuto il 25 luglio 1833 e preso di questa il possesso il 6 ottobre, domenica prima del mese, in cui già secondo antico uso si solennizzava la festa della B. Vergine del SS. Rosario ed incominciai ad effetto mandare la potestà cedutami dal Rev.mo Sig. Filippo Cattani, vescovo di Reggio Emilia lo stesso giorno 6 ottobre 1833, ricevuto nella stessa solennità il possesso parrocchiale dal Sig. priore di Roncaglio don Francesco Guadagnini. Resse la parrocchia cinquantotto anni. Morì in età di ottantadue anni. Gli atti di battesimo da lui redatti furono 1251 (con una media di ventuno nati l’anno), gli atti di matrimonio 351 e gli atti di morte 1329.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 41.

SALAVOLTI ORAZIO
Roncaglio 29 gennaio 1857-Vigatto 1 gennaio 1927
Figlio di Battista e Domenica Re. Fu ordinato sacerdote il 12 aprile 1884. Fu per otto mesi cappellano a Mezzano, per un anno e mezzo economo a Torricella e per otto anni parroco a Gramignazzo. Il 29 giugno 1896 fu chiamato dal vescovo Francesco Magani a reggere la parrocchia di Vigatto. Appassionato cultore di studi storici, legò il suo nome all’opera Cenni storici sugli antichi pievati e castelli della diocesi di Parma, per la quale ebbe a collaboratore Antonio Soragna. Del lavoro del Salavolti uscì solo il primo volume (1904), ristampato con poche aggiunte nel 1906. Sull’Eco, foglio della curia vescovile di Parma, fu iniziata nel 1926 la pubblicazione dei manoscritti che avrebbero dovuto formare il secondo volume.
FONTI E BIBL.: A. Schiavi, Vigatto, 1989, 140-158.

SALERNI AZZO
Cremona-Borgo San Donnino post 1450
Nato da famiglia notabile originaria di cremona. Secondo quanto afferma il Laurini, il Salerni fissò la propria residenza a Borgo San Donnino nel 1450, avendo ottenuto in investitura i feudi di Fiorenzuola, di Castelnuovo Fogliani, di Zibello, di Noceto e altri minori.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 404.

SALETTI CLAUDIO, vedi SELETTI CLAUDIO

SALETTI RINALDO
Borgo San Donnino 29 luglio 1887-Guardasone 1956
Nato da famiglia della piccola borghesia, il Saletti compì la prima parte degli studi ginnasiali presso il seminario di Borgo San Donnino senza comunque terminare l’iter dei corsi. La sua adesione al socialismo avvenne nella prima gioventù: presto si fece conoscere e apprezzare tra i compagni che lo nominarono segretario della sezione giovanile socialista di Borgo San Donnino. In quella veste promosse conferenze, allacciò rapporti con i dirigenti di Parma, inviò corrispondenze al giornale della Federazione socialista parmense L’Idea, che poi, assieme ad altri giornali di partito, provvide a diffondere nella sua zona. Impiegato presso la cooperativa muratori, partecipò attivamente allo sviluppo dell’iniziativa sindacalista sollecitato dall’arrivo di Alceste de Ambris alla direzione dell’organismo camerale. Nel periodo dello sciopero del 1907, quando le leghe inflissero, dopo anni di arretramenti, una prima sconfitta al padronato, il Saletti tenne conferenze a Bargone sul tema dell’agitazione agraria e, in settembre, a Scipione e a San nicomede di Salsomaggiore sul tema dell’organizzazione operaia. Da San Faustino si trasferì a Parma nel settembre del 1908, dopo essersi sposato con Vittorina Alinovi. Qui assunse l’incarico di funzionario della Camera del Lavoro e curò l’amministrazione nei difficili mesi seguiti al disastro del 1908. La sua attività non si esaurì nell’arduo incarico di riuscire a fare fronte alle tante pendenze contratte con il grande sciopero, nell’assicurare sussidi alle famiglie dei carcerati e nel garantire la base materiale per la ripresa della vita dell’organismo camerale (che, soprattutto per la stampa dell’Internazionale, si trovava assillato da difficoltà e debiti). Il Saletti si impegnò infatti anche nell’opera di propaganda, assieme ad Angelo Faggi e Amilcare de Ambris che dirigevano in quel periodo la Camera del lavoro del Borgo delle Grazie, e continuò a interessarsi della Federazione nazionale giovanile socialista, l’organismo di osservanza sindacalista, che tenne a Parma nel dicembre del 1908 il IV Congresso nazionale. In quell’occasione il Saletti fu relatore sul punto Rapporti della Federazione con le organizzazioni economiche e presentò un ordine del giorno che venne approvato. Fu in quelle direzioni che il Saletti rivolse il suo impegno. È infatti possibile seguirlo nelle conferenze che tenne con discreto successo (come annota l’autorità di pubblica sicurezza, che dal novembre del 1908 dispose su di lui la vigilanza) così come è possibile trovarlo negli uffici dell’edificio di Borgo delle Grazie alla prese con spinosi problemi di amministrazione, così ben risolti da autorizzare i dirigenti parmensi del sindacalismo rivoluzionario a offrire ai compagni di tutta Italia il modello parmigiano della Cassa unica e di altri strumenti amministrativi e di reperimento di fondi. Perseguitato dall’autorità inquirente, durante la stretta reazionaria che aprì il secondo decennio del XX secolo, il Saletti si trovò a subire una serie di procedimenti giudiziari per aver firmato articoli, per essere il gerente responsabile del giornale sindacalista e per aver tenuto comizi. I reati addebitatigli furono quelli di istigazione a delinquere, attentato alla libertà di lavoro, vilipendio alle istituzioni, apologia del regicidio e eccitamento all’odio tra le classi sociali. Eletto membro del Comitato centrale della Federazione nazionale giovanile socialista, il Saletti scrisse articoli sul giornale La Gioventù socialista e intervenne ai comizi sui temi dell’antimilitarismo, che furono i più ricorrenti nell’azione dei giovani sindacalisti parmensi. Nominato poi nel Comitato direttivo della società di mutuo soccorso La progressiva (un’istituzione cittadina diretta dai sindacalisti rivoluzionari), il Saletti tornò a impegnarsi nell’azione cooperativa, divenendo in breve tempo il massimo responsabile del settore tra gli organizzatori che si richiamavano all’esperienza dell’azione diretta. Lo scoppio della prima guerra mondiale vide il Saletti in linea con i più prestigiosi dirigenti del sindacalismo parmense nel sostenere la necessità di abbandonare la scelta neutralista. In questa campagna di propaganda per la posizione interventista il Saletti si destreggiò assai bene, nonostante che buona parte della gioventù che si riconosceva nell’organizzazione sindacalista avesse allentato i legami e non avesse aderito all’impostazione adottata dal gruppo dirigente. La scelta interventista del Saletti mosse dalla convinzione che mai la classe dirigente italiana e, particolarmente, la monarchia si sarebbero decise a intraprendere un’azione a fianco della Francia, individuata come la patria della democrazia. La firma del Saletti appare, assieme a quelle di Alceste de Ambris, Pietro Nenni, alfredo Bottari, Tullio Masotti, Attilio deffenu, Cesare Rossi, Maria Rygier e Paolo mantica, sotto una dichiarazione dell’aprile del 1915 che costituisce un po’ il manifesto dell’interventismo democratico-rivoluzionario. Nella dichiarazione, sottoscritta da sindacalisti rivoluzionari e da esponenti dell’estrema sinistra repubblicana, si afferma che la richiesta di intervento non ha niente a che vedere con le pretese di espansione nazionale, ma si rifà esplicitamente alla parole pronunciate da Asquith alla Camera dei Comuni sulla guerra democratica per la difesa del Belgio e della Francia. Tre sono i punti fermi stabiliti nella dichiarazione: non domandiamo alla monarchia nulla di utopistico o di ripugnante alla sua natura, se la monarchia non seguiterà la strada indicatale (più che da noi, dal categorico imperativo dell’ora storica), dimostrerà che l’interesse dinastico è in contrasto con l’interesse nazionale, e segnerà per ciò stesso la sua condanna, rendendo palese agli occhi di tutti la necessità di eliminarla, non ci lasceremo irretire o deviare da qualunque diversivo che tolga all’intervento dell’Italia il carattere di liberazione dall’egemonia degli imperi centrali e di lotta contro il militarismo tedesco. Per questa dichiarazione, nella quale le autorità ravvisarono gli estremi per il reato di vilipendio alle istituzioni, il Saletti subì un’ennesima denuncia, che comunque non ebbe modo di procedere per l’entrata dell’Italia in guerra. Il Saletti, coerente con l’atteggiamento interventista di tutti i dirigenti della Camera del Lavoro, si arruolò volontario e fu assegnato al 61° Reggimento di fanteria di stanza a Parma, per essere poi inviato al fronte con il grado di sottotenente. In guerra ebbe occasione di farsi apprezzare per il coraggio e lo spirito di abnegazione. Rimase anche prigioniero degli Austriaci. Si guadagnò una medaglia d’argento e una di bronzo al valor militare per atti di valore sul campo. In Italia e a Parma il Saletti rientrò solo nel gennaio del 1919 e, dopo essere stato congedato, riprese l’attività alla Camera del Lavoro dedicandosi al grande piano di sviluppo del movimento cooperativo sindacalista. Nel 1919, con la collaborazione tecnica di Giacomo Ferrari, creò il Consorzio tra le cooperative di lavoro e di produzione che occupò migliaia di operai in lavori di parecchi milioni di lire. La vittoria dei fascisti e la distruzione di tutte le conquiste del movimento operaio costrinse anche il Saletti a lasciare il suo paese per l’esilio. Si rifugiò a Parigi dove assunse l’incarico di direttore del Consorzio tra le cooperative di lavoro e produzione della provincia di Parma, che ebbe in Alceste de Ambris l’animatore principale. Più volte, negli anni successivi, rientrò in Italia, per visitare la madre inferma o per altri motivi. Nel corso di uno di questi viaggi dichiarò alle autorità di avere ormai abbandonato ogni attività politica, di non esercitare più la funzione di responsabile delle cooperative e di essersi dedicato al commercio dei vini italiani in Parigi. Le periodiche relazioni che l’ambasciata inviò alla prefettura di Parma confermavano questa versione, per cui verso la metà degli anni Trenta, il Saletti cessò di essere vigilato. In Italia tornò per stabilirsi definitivamente nel 1952, dopo che l’attività impiantata in Francia aveva toccato un notevole successo sino a divenire una delle più rinomate case d’importazione ed esportazione di vini, e si ritirò nella sua villa a Guardasone di Traversetolo.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 136; U. Sereni, Il movimento cooperativo a Parma, 1977, 251-254; Camera del Lavoro di Fidenza, 1997, 22.

SALETTI SANTE
Colorno 1 ottobre 1792-post 1841
Muratore, sposò nel 1813 Anna Braibanti, dalla quale ebbe cinque figli. Fu in servizio alla corte di Maria Luigia dal 1823 e fino almeno al 1841 come garzone di cucina.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 314-315.

SALIMBENE DA PARMA, vedi ADAM OGNIBENE

SALLUSTIUS LALUS
Parma I secolo d.C.
Figlio quasi certamente di Cassia Catulla e di T. Sallustius Pusio, entrambi liberti, è ricordato insieme a essi in un’epigrafe funeraria attribuibile al I secolo d.C. Lalus Sallustios, pure liberto, nacque probabilmente in condizione schiavile e fu manumesso in seguito da una patrona appartenente alla gens Gavia: è uno dei due casi documentati in Parma di manumissione operata da una mulier. Il nomen Gavius, di origine etrusca, documentato in un’altra epigrafe parmense e a Veleia, è molto comune in tutta la Cisalpina e in particolare a Verona, dove la gens Gavia è da annoverare tra le dominanti del periodo giulio-claudio. Lalus è cognomen caratteristico dell’onomastica infantile, come probabilmente in questo caso, usato tuttavia anche per i liberti. Documentato solo in questo caso a Parma, è raro nell’Italia settentrionale.
FONTI E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 100.

SALLUSTIUS TITUS PUSIO
Parma I secolo d.C.
Di condizione libertina, tonsor, dedicò ancora in vita un sepolcro, insieme alla liberta [c]assia Catulla, per sé e per Gavius Lalus, databile per le caratteristiche dell’epigrafe (T longa, hederae distinguentes, assenza della adprecatio ai Mani, la formula vivus fecit o vivi fecerunt, nonché la regolarità del ductus) al I secolo d.C. È probabile, anche se questo non può essere affermato con assoluta certezza, che cassia Catulla fosse coniunx del Sallustius e che gavius Lalus ne fosse il figlio. La gens Sallustia, diffusa ovunque, documentata tuttavia in questa sola epigrafe in Parma, fu presente nella regio VIII a Brescello, Modena, Bologna e rimini. Pusio è cognomen assai raro per quell’età, testimoniato forse solo in questo caso nella regio VIII. Trattandosi di un tonsor, potrebbe essere inteso forse anche come ragazzo di bottega (nell’antichità le botteghe di barbiere erano assai frequenti). Resta tuttavia aperta la duplice possibilità che si tratti di un barbiere o di un tosatore di pecore e, data la ricca produzione di lane del Parmense, si tende a considerare anzi probabile la seconda attività. Le misure del sepolcro di dodici piedi per lato sono modeste e forse le più diffuse nella zona. La qualità invece del marmo dell’epigrafe, bianco di Verona, depone per una certa disponibilità finanziaria di questo liberto.
FONTI E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 157.

SALMI VITO
Parma 1925-Bardi 4 maggio 1944
Di professione tornitore, a soli diciannove anni militò tra i partigiani e salì tra i monti della Val Ceno. Arrestato durante un rastrellamento da nazi-fascisti, venne interrogato e, non confessando i nomi dei compagni di lotta, fucilato nei pressi di Bardi.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 20

SALONE DA PARMA
Parma VI secolo
Al Salone viene attribuita un’antica traduzione delle Favole di Esopo (Biblioteca ambrosiana di Milano). Tra i primi letterati che si interessarono al Salone, vi fu Tommaso Ravasini, che in proposito indirizzò la seguente lettera a Lodovico Muratori: Nonnullae Aesopi Fabulae elegiaco versu concinnatae circumferuntur, tot in locis, temporibus, et formis editae, ut omnium propemodum in manibus, et sermone versentur. De authore inter Scriptores non convenit. scaliger eas Accio cuidam affingit, nec a Scaligero videntur dissentire Baillettus, et Aegidius menagius: sed omnes opinati sunt perperam; siquidem ex Lilii Gyraldi Historia Poetarum habemus, cui et plurimi viri docti adstipulati sunt, eum fuisse quendam Romulum, sive Salonem, qui cum saeculo circiter undecimo Athenis studiis humanioribus navaret operam, Apologos ex Aesopo desumptos, sive ut aliis placet suo marte adinventos, elegis descriptis, filioque Tyburtino nuncupavit. Quod vero ad earum elegantiam attinet, Gyraldi judicium nihil moror, parmenses ideo irridentis, quod hunc Poetam, ut ipse videtur innuere, aspernabilem anxie sibi conati sint vindicare: plurima enim in eodem apparet perspicuitas, candor et facilitas; et quod caput est, plures e re ipsa deductae sententiae, quae ad informandos mores mirifice faciunt. Non inficior quin brevitatem aliquando inepte affectaverit, et nonnulla pariter reliquerit dicta quae abhorrent a bono saeculo. Sed haec vitia, si tempori rationem habeas, venia digna, non mediocribus virtutibus redimit. Eo insuper accedit, quod et Scaliger, et Aegidius Menagius acerrimi Scriptorum censores, hujusmodi fabulas impense laudaverint. Ubi etiam Jacobus marazzanus S. J. qui notas nonnullas ad easdem attexuit, locuplectavitque aliis adjectis Fabulis elegiaco a se versu descriptis. Sed de his satis superque. Venio nunc ad illud quod me magis movet, an scilicet hic Romulus sive Salo civibus Parmensibus accenseri jure possit. Te, Lodoice Muratori, utpote qui omnigena doctrina es excultus, et tot tantasque perlustraveris bibliothecas, rogo atque obtestor, ut si qua cognoveris mihi ad hoc conficiendum usui fore, notum facias, et si quas poteris eruere, suppedites notitias: non male enim de patria mereri videbor, si hunc qualemcumque Poetam civibus meis vindicabo. Etiamnum adolescens inter volumina Gaudentii Roberti carmelitae vidi hasce elegias una cum Salonis parmensis praefixo nomine; quin Saloniam gentem sub initium saeculi proxime elapsi in agro parmensi habitasse compertum habeo prope apenninum. Atqui haec conjecturae leviores sunt quam ut valeamus assequi ipsummet Salonem fuisse nostrum conterraneum. Hujusmodi libellus manuscriptus asservatur, si Rigaltio credimus, in Bibliotheca Victorina Parisiensi sine authoris nomine, veterique charactere exaratus: unde elici potest Scaligerum hallucinatum fuisse, dicentem eum fuisse Accium quendam Scriptorem neotericum. Nil ultra habeo quod in medium afferam, nec diutius tibi viro occupatissimo obstrepere volo. Il Muratori rispose (1710) al Ravasini avanzando qualche fondato dubbio attributivo: Rure in urbem reversus accipio litteras tuas, easque gratissimas, quod sentiam te bene habere, videamque te in patriae tuae ornamentum nonnulla meditari. Petis autem quid ego sentiendum putem de vetusto illo Poeta, qui Aesopi Fabulas elegiaco metro redditas Latio donavit: sed ita simul rem tute occupasti, ut vix habeam quod eruditioni tuae suggerendum videatur. Attamen dicam, difficlie plane esse illius Scriptoris nomen statuere, difficilius etiam patriam. Haec omnia in incerto: at certum quidem est, ut jam monuisti, errare illos, qui hominem opinantur florente lingua, ac regno Latinorum floruisse; neque pluris habendam earum sententiam, qui postremis hisce duobus aut tribus saeculis illius aetatem tribuunt. His obstat codicum vetustorum fides, illis inelegantia latini sermonis. Mihi autem in praesentia ad manum non sunt ejus carmina: quod pudet fateri; sed memini me olim in antiquum incidere codicem ms. Ambrosianae Bibliothecae, ubi eadem, ni fallor, legebantur. Immo et eorum specimen in schedas meas derivavi, quod ita habet: De Lupo, et Agno. Est lupus, est agnus. Sitit hic, sitit ille. Fluentem Limite non uno quaerit uterque siti. Reliqua omitto. Haec tu confer cum editis. Ego ab Avieni versibus jam tum hosce diversos animadverti. Ibi nullum auctoris nomen. Codex ante annos quadringentos conscriptus mihi videbatur. praecedebant autem carmina alia, quorum exordium: Aethiopum terras jam fervida torruit aestas, In Cancro Solis dum volvitur aureus axis. Nempe erat haec Ecloga inter Pseustin Pastorem, et Virginem Alethiam, de sacris historicisque rebus canentes. Subsequebantur Apologi metro conscricti, quorum habes exemplum; et in Auctore ingenium ego suspiciebam, at non parem linguae latinae elegantiam. Alium ms. codicem ambrosiana servat, cui titulus: Liber virtutum, et allegationum Auctorum, fere aureus nuncupatus, compositus, et cumulatus per nobilem dominum Johannem de Grapanis civem Mediolani, qui ab illustrissimo domino Duce Mediolani propter hujusmodi floridi Operis extitit recompensus. Congesti illuc multi versus ex Auctoribus variis, quorum opera non pauca nunc frustra desiderantur, et nomina ipsa cecidere. Occurrunt inter alios Auctor libelli de Nugis Philosophorum, Maximianus Poeta, Amarius versilogus, versificator fabularum Aesopi. Postremis hisce verbis designari illum, de quo nobis est sermo, non injuria suspicor: quare et hinc discimus, ignotum fuisse illius nomen Johanni de Grapanis, hoc est homini circiter annum vulgaris Aerae 1400, ut conjicio, florenti. Sed quando nullam a te fieri mentionem video Gasparis Barthii eruditssimi viri, accipe quid ille habet lib. III cap. XXII adversariorum: In potestatem meam (scribit ille) venit Fabularum Poeta priscus in obsoletissimas membranas exaratus, sed valde barbarus atque ineptus. Tum ejus specimen producit. Ut juvet et prosit conatur pagina praesens Fabula I Dum rigido fodit ore fimum, dum quaeritat escam, Dum stupet invento jaspide, Gallus ait: Tu vide an haec pertineant ad poetam nostrum. Si vero is est, mitiorem e Barthio expectassem censuram? subdit ille. Talis est universa illa poesis, et jam quidem edita, et recensita a Neveleto Doschio. Si quis me Auctoris nomen roget, dicam bernardum esse, cujus ad oculum similes versus de Castoris fabula producit Silvester Giraldus (a Lilio Gregorio diversus) et heic forte exciderunt. Sed ne quis Auctorem certiorem quoque ignorare possit, quae de eo reperi adjungam. Tum haec in iis membranis legi affirmat: Aesopus magister Atheniensium fuit. Quidam vero Imperator Romanorum rogavit magistrum Romalium, ut sibi aliquas jocosas Fabulas conscriberet ad removendas publicas curas. Magister Romalius non audens precibus tanti viri contradicere, auctorem graecum in latinum transtulit. Atque haec sunt quae mihi in hanc rem ad te perscribenda occurrunt, amatissime Ravasine, sed non sine molestia, quod nihil de illius Poetae patria tibi desideranti significare possim. Il Ravasini, non ritenendo particolarmente autorevole l’autorità del Barzio e reputando il Salone lo stesso che Romolo o Romalio, scrisse nuovamente al muratori: Quod vero ad nostrum Salonem, sive Romulum attinet, de Barthii censura, eruditi quidem, sed parum emunctae naris viri, nihil laboro. Ejusdem Adversaria non vidi; reliqua tamen Opera, Commentarios scilicet, et Notas ad Authores plerumque sequioris aevi consarcinatas legi data opera, in quibus tot varias lectiones ad libidinem confictas, et tot latinae linguae dehonestamenta deprehendi, ut mihi venerit in mentem aliquando nonnihil conscribere de Barthii erroribus. In realtà, sia il Ravasini che il muratori ignorarono che già più di due secoli prima Taddeo Ugoleto, dando vita alla biblioteca di Buda per il re d’Ungheria Mattia corvino, aveva potuto appurare che il Romolo e il Salone erano due personaggi distinti. entrambi avevano tradotto le Favole di Esopo, ma il primo lo aveva fatto in prosa e il secondo in versi. Per di più l’Ugoleto rintracciò presso Tommaso Mattacoda una Vita di Esopo assai antica, dove si confermava che il Salone, stando in Atene, aveva tradotto in versi latini le Favole di Esopo: Quod autem quaeris Romulus ne Aesopi Fabellas soluta oratione an carmine elego latinas fecerit, ut plerique omnes opinantur, paucis respondebo, ne in minima re, aut parum utili, observationis pene puerilis crimine accuser, tamquam e musca facturus elephantum. Romulus hic homo, ut illa ferebant tempora, haud indoctus, Aesopi Fabellas absque controversia soluta oratione interpretatus est, quemadmodum in multis cum publicis, tum privatis biliothecis vidimus, quarum nomina citare noluimus, ut aliter credentes opinioni suae libentius faveant, persasumque habeant (si Diis placet) Fabellas Aesopi elego carmine scriptas romuli esse interpretationem; cum tamen constet salonem municipalem nostrum illarum esse authorem. Quod nedum veteres inscriptiones testantur, sed et codex vetustus de Vita Aesopi, qui est apud Thomam Mactecodam bonarum litterarum professorem haud ignobilem. Ejus codicis verba adscripsi, ne quis id a me forte fictum suspicetur. Salo autem Poeta parmensis dum studeret Athenis easdem Fabulas de graeco in latinum nostris moribus aptando metrice composuit. Del Salone rimane incerta l’età in cui visse. L’Affò propende, per motivi stilistici, per il VI secolo.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1789, 17-25; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 19-29; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 360-361.

SALSI DANTE
Traversetolo 1920-Parma 20 novembre 1995
Autodidatta, compì la sua prima formazione politica e ideale in montagna, nella 47a brigata Garibaldi, a contatto con gli uomini della resistenza e dell’antifascismo. Il legame instaurato in quei mesi di dura esperienza, dal marzo 1944 all’aprile 1945, restò attivo e operante per tutta la vita (ebbe una lunga militanza nel Partito Comunista). Alla fine della guerra lavorò provvisoriamente alla Biblioteca palatina di Parma, dove scoprì la propria vocazione di bibliotecario. In quel tempio delle cultura incontrò Alfredo Zerbini, di cui divenne amico e appassionato estimatore. Lavorò poi all’Ispettorato provinciale dell’Agricoltura di Parma, dove progettò e costruì, negli anni sessanta, la Biblioteca Bizzozero, alla quale conferì il suo aspetto definitivo, ottenendone il passaggio sotto l’amministrazione del comune di Parma. In seguito, per incarico dell’istituto Gramsci del Partito Comunista Italiano (1975), fondò e diresse la biblioteca Umberto Balestrazzi, mettendo a disposizione degli studiosi, come primo nucleo, il fondo librario dell’insigne dirigente e storico del movimento operaio parmense, giunto a lui in eredità personale. La stima di cui godette dentro e fuori le mura cittadine gli consentì di acquisire alla biblioteca fondi librari e documentari di straordinario interesse (Pesenti e Cesarini-Sforza in primis). Le iniziative da lui promosse, dalla semplice presentazione di libri alle più impegnative imprese editoriali (la collana storica della Balestrazzi) rappresentarono altrettanti successi personali. Fu autore di diversi scritti e saggi.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1995, 371; V. cervetti, in Aurea Parma 1 1996, 80-81; enciclopedia di Parma, 1998, 588.

SALSI ITALO
Massenzatico 6 febbraio 1865-Parma 11 maggio 1962
Nato da famiglia di modeste condizioni, si diplomò maestro elementare il 18 agosto 1885. Fondato nel 1889 un circolo laico, partecipò in seguito alle vicende della cooperazione e dell’organizzazione socialista del suo paese natale, assai importante nella genesi e nello sviluppo del movimento operaio emiliano. Entrato nei ruoli delle scuole elementari del comune di Reggio Emilia (ancora amministrato dai moderati), fu continuamente trasferito da una sede all’altra a causa delle sue idee socialiste. Partecipò al II Congresso nazionale del Partito Socialista Italiano (Reggio Emilia, 8-10 settembre 1893) e aderì alla tattica della lotta di classe da esso confermata. Collaborò attivamente con C. Prampolini alla fondazione di nuovi circoli socialisti, come a Villa Cella, sua ultima sede scolastica. Spesso segnalato all’autorità didattica da delatori come fanatico anticlericale e acceso divulgatore di idee anarchiche, il Salsi fu viceversa mite e tollerante di carattere ed evoluzionista quanto a orientamento politico. A seguito delle leggi eccezionali crispine e dello scioglimento dei circoli socialisti, il Salsi fu deferito alla Commissione provinciale per l’assegnazione al domicilio coatto, che lo condannò a due anni di confino a Porto Ercole (febbraio 1895) con A. vergnani e altri. Venne immediatamente aperta una sottoscrizione di solidarietà per la famiglia: i socialisti e simpatizzanti di Villa Cella si tassarono per complessive venti lire al mese e da tutta la provincia arrivarono offerte alla redazione della Giustizia, mentre si formarono comitati di solidarietà tra i maestri di Padova, Roma, Cremona, Milano e soprattutto di Parma. In vista delle elezioni generali politiche del 26 maggio 1895, Prampolini rinunciò in favore del Salsi alla candidatura nel collegio di Reggio Emilia. La candidatura-protesta del Salsi, come quella di N. Barbato a Milano e le altre analoghe, suscitò in tutto il paese larghi consensi, benché fosse proibita la propaganda sui nomi dei condannati. Al primo scrutinio il Salsi ottenne 1271 voti contro 1406 del moderato Levi e 112 del frondista Gherardini: indetto il ballottaggio per il 2 giugno, il Salsi risultò eletto con 1852 voti contro 1794. Liberato dal domicilio coatto, fu accolto con grandi manifestazioni popolari a Reggio Emilia e a Parma. La rivista parmense Frusta pedagogica lanciò l’iniziativa, largamente accolta dagli ambienti magistrali italiani, di provvedere al mantenimento del Salsi facendone il deputato dei maestri, per i quali (notava La Campana) vi erano troppi diritti da acquisire e troppi soprusi da far cessare. Effettivamente il Salsi si occupò più volte, a Montecitorio, delle questioni di categoria ma anche dei problemi più generali della scuola, chiedendo tra l’altro la revisione dei programmi, l’obbligo scolastico fino al dodicesimo anno di età, la promiscuità dei sessi anche nelle scuole normali, l’abolizione delle differenze tra maestri e maestre e tra insegnamento urbano e rurale. Alla scadenza del mandato declinò l’offerta di una nuova candidatura. Con le elezioni del 21 marzo 1897 il seggio del collegio di Reggio Emilia passò pertanto a Prampolini, che a sua volta aveva rinunciato alla candidatura nel collegio di Guastalla a favore di A. Sichel. L’autorità didattica rifiutò al Salsi l’attestato di lodevole esercizio, per cui l’amministrazione comunale moderata, nello stesso 1897, lo licenziò dall’insegnamento. Avendo vinto in pubblici concorsi una cattedra a Concordia e una a Parma, entrambi i comuni deliberarono di assumerlo, ma le nomine furono annullate per motivi politici dai rispettivi consigli provinciali scolastici. Dopo sei mesi di disoccupazione, si trasferì nel 1899 a Parma con la famiglia (la moglie Desolina e cinque figli), dove fu assunto alle dipendenze del comune. strettamente vigilato dalla polizia come individuo pericolosissimo alla pubblica sicurezza, continuò a svolgere attività politica e sindacale nella commissione esecutiva della Camera del lavoro di Reggio Emilia, poi in quella di Parma (1900). Quando questa passò al sindacalismo rivoluzionario se ne distaccò entrando nel direttivo dell’Unione socialista parmense, di indirizzo riformista. Nel novembre 1905 fu eletto segretario del circolo del capoluogo. Partecipò alla propaganda antimilitarista e si occupò contemporaneamente di cooperazione agricola, acquistando larga popolarità in tutta la Bassa come conferenziere e organizzatore. Quando venne rinnovata la Commissione esecutiva camerale nell’agosto 1903, il Salsi fu il nome più votato dalle leghe e ottenne 3438 suffragi, seguito da Faraboli con 3381 e da Giuseppe Maia con 3378. Il dibattito preparatorio del Congresso nazionale di Bologna vide la Federazione parmense con un corpo dilaniato da rotture e contrapposizioni. Le sezioni di Borgo San Donnino, Casale e Parmetta, Diolo di Soragna, Pieve Ottoville, Polesine, ragazzola, Ravadese, Soragna e Zibello, con il circolo elettorale di San Secondo e il gruppo di Siliprandi in città, furono favorevoli alla mozione Bissolati, che esprimeva la disponibilità a collaborare con il governo Giolitti. Le sezioni di Parma, Casaltone, Fontanellato, Noceto, Sala Baganza, San Prospero, Viarolo, Collecchio, Fontanelle, Roccabianca, San Pancrazio, Tortiano, Madregolo e San Lazzaro si dichiararono d’accordo con la formula dell’intransigenza, che, nella provincia parmense, fu sostenuta da Pietro Fontana, Lagazzi e giuseppe Maia, mentre l’onorevole Berenini e Romeo Soglia furono gli esponenti delle posizioni più moderate. Benché potesse vantare, anche rispetto agli uomini più impegnati del socialismo parmense, una maggiore esperienza, il Salsi continuò a evitare il campo della polemica e dedicò la sua opera alla diffusione della cooperazione, aiutato in questo da Giovanni Faraboli, il rappresentante del movimento contadino della Bassa. La cooperazione divenne così il terreno dell’attività del Salsi, che fu nominato membro della Commissione esecutiva della Federazione provinciale tra le cooperative (assieme a Pasquale Ferretti, Giuseppe Franzoni, Zeffirino Alodi e Angelo mambriani) e presidente del Consorzio tra le cooperative di consumo, sorto alla fine del 1904 con il compito di garantire alle cooperative di consumo della provincia un unico centro di approvvigionamenti. A un incarico di direzione nel Partito Socialista il Salsi tornò alla fine del 1906, quando venne chiamato assieme a Faraboli, Bò, Lagazzi, Capriotti, Zanlari, Rosa, Allodi, Peracchi e Ghidini, a far parte del Comitato direttivo della Federazione. Il Salsi non solo non poté approvare le proposte dei sindacalisti rivoluzionari, ma ebbe persino difficoltà a comprenderne la genesi e non ne condivise, comunque, sia il rifiuto del partito, sia ancora di più, quell’ansia spasmodica di scontro frontale, che sembrava pervadere molti di essi. La sua formazione reggiana, che i sindacalisti consideravano alla pari di un tradimento dello spirito rivoluzionario o del proletariato, lo immunizzò da certe teorizzazioni, ma anche gli impedì di avvertire come le conquiste dei lavoratori reggiani e il carattere del movimento che ruotava intorno a Prampolini e alla Giustizia, intriso di evangelismo applicato nella versione cooperativa e fiducioso di un prospero avvenire, non potessero essere trapiantati nella provincia di Parma, dove la classe proprietaria e capitalistica intendeva a ogni costo riaffermare la sua legge e il suo diritto. Il Salsi visse così tutto il travaglio dei socialisti di Parma, che videro ridurre ai minimi termini la loro influenza tra i lavoratori della città e riuscirono a stento a mantenere in vita molti circoli della provincia, mentre solo nella Bassa contarono su un forte sostegno di massa. Quando le leghe della Bassa, con l’appoggio dei nuclei di lavoratori usciti dalla Camera del Lavoro sindacalista, cercarono, nell’inverno del 1908, di dar vita a un nuovo organismo su basi provinciali, il Salsi, assieme al quadro più attivo del socialismo parmense, si impegnò attivamente e al Congresso di fondazione della nuova Camera del Lavoro dell’aprile 1909 tenne la relazione sulla Cooperazione di consumo. Privato del sostegno del proletariato parmense, il socialismo parmigiano si fece sempre più espressione delle organizzazioni della Bassa, mentre in città si fece avanti un gruppo di giovani intellettuali che si richiamava alle posizioni della sinistra rivoluzionaria. Anche con loro (Gustavo Ghidini, Evaristo Spagnoli, Ferdinando Laghi, Ildebrando Cocconi) il Salsi non riuscì a stabilire un terreno d’intesa, così come non si ritrovò sulle posizioni ormai prevalenti in campo nazionale dopo il Congresso di Reggio Emilia. Nel 1909 collaborò all’opera del Comitato di solidarietà a favore dei lavoratori perseguitati per aver partecipato allo sciopero agrario dell’anno precedente. Fu a più riprese amministratore e direttore dell’Idea, settimanale (poi quotidiano) della Federazione socialista e delle organizzazioni confederali parmensi. Diresse anche la locale scuola cooperativa su incarico dell’istituto nazionale di credito per la cooperazione e presiedette la federazione provinciale delle Società di Mutuo Soccorso. Il Salsi partecipò nel novembre del 1912 al Congresso di fontanelle, dove venne costituita la Federazione autonoma, nella quale confluirono le organizzazioni politiche ed economiche orientate verso le posizioni riformiste dell’onorevole Berenini, uscito dal Partito Sociclista per solidarietà con Bissolati e Bonomi, espulsi nel Congresso di Reggio Emilia. Nel 1914-1915 partecipò alla propaganda neutralista e pacifista richiamandosi ai principi dell’internazionalismo operaio: richiesto di un intervento per il numero del 1° maggio 1917 della Parola proletaria (giornale socialista italiano di Chicago), indirizzò al direttore V. Buttis una cartolina (che fu intercettata e non inoltrata), nella quale contrappone alla guerra, scatenata dal capitalismo dei vari paesi per l’egemonia nel campo dell’industria e del commercio, i valori dell’internazionale operaia e i vincoli di fratellanza e di solidarietà fra i lavoratori di tutto il mondo. Con la fine della guerra, nel parmigiano lo sviluppo del movimento cooperativo socialista fu addirittura impetuoso, tanto che alla fine del 1920 erano attive quarantasette cooperative di consumo con oltre ottomila soci, nove cooperative per le affittanze agricole con oltre millecinquecento soci, mentre oltre tremila erano i soci delle cooperative di lavoro. Di questa fervida stagione della cooperazione parmense, il Salsi fu uno dei più validi protagonisti: si impegnò a stringere i legami tra le varie cooperative, che soffrivano di tendenze municipaliste, ad attrezzarle in modo da allargare il loro campo di azione e a preparare i nuovo quadri dirigenti. Sotto la sua direzione venne organizzato un corso dei cooperatori al quale parteciparono ventotto allievi. Il corso durò quarantacinque giorni e furono impartite lezioni di contabilità, merceologia e legislazione sociale. Tra gli allievi che seguirono le lezioni vi fu Dante Gresta, che poi assunse responsabilità di direzione nel movimento sindacale parmense. Dopo la guerra il Salsi prese parte alle lotte di corrente all’interno del Partito Socialista Italiano, schierandosi con l’ala riformista, aderendo quindi al Partito Socialista Unitario dopo il XIX Congresso (Roma, 1-4 ottobre 1922). I fascisti lo minacciarono più volte. Con l’avvento del regime fascista e delle leggi eccezionali fu costretto a chiedere l’anticipato collocamento a riposo per evitare la destituzione dall’impiego, che lo avrebbe privato della pensione. pur non nascondendo le proprie idee, non partecipò all’attività antifascista clandestina e dopo la liberazione, ormai ottantenne, non rientrò nella politica attiva, sebbene sia i socialisti che i socialdemocratici continuassero a consideralo come una bandiera del vecchio socialismo reggiano e parmense. Morì all’età di novantasette anni.
FONTI E BIBL.: La Giustizia 24 febbraio, 10 marzo, 25-26 maggio, 1-2 e 8 giugno, 21 luglio, 5 ottobre 1895; La Campana 10-11 giugno, 1-2 e 14-15 luglio 1895; A. Angiolini, Socialismo e socialisti in Italia, Roma, 1966, ad indicem; ESMOI, Attività parlamentare, I, ad indicem; B. Riguzzi, sindacalismo e riformismo nel Parmense, Bari, 1931, 130; B. Bottazzi, I vecchi socialisti prampoliniani, Reggio Emilia, 1945, 15-16; R. Marmiroli, Prampolini, Firenze, 1948, 85-86 e 91-92; R. Marmiroli, Socialisti e non, controluce, Parma, 1956, ad indicem; L’Idea 18 ottobre 1952; Il Resto del carlino 12 maggio 1962; A. Ferretti, Massenzatico nella Reggio rossa, Reggio Emilia, 1973, 53-54; U. Sereni, Il movimento cooperativo a Parma, 1977, 254-261; R. Cavandoli, in Movimento operaio italiano, IV, 1978, 463-465.

SALSI REMO
Traversetolo-Coston d’Arsiero 18 maggio 1916
Caporale maggiore di fanteria, fu decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con la seguente motivazione: Già distintosi in precedenti combattimenti, cadeva vittima del proprio ardimento, durante un intenso fuoco d’artiglieria avversaria.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1917, dispensa 30a, 2476; Decorati al Valore, 1964, 126.

SALTARELLI SIMONE
Firenze 1261-Pisa 24 settembre 1342
Figlio di Guido, nobile e ricco. A vent’anni si sposò, ma subito dopo abbandonò la moglie, i parenti e le ricchezze, rifugiandosi presso i padri domenicani, vestendone l’abito in Santa Maria Novella nel 1281. Qui si consacrò a una vita di pietà e di studio. Prima fu eletto priore del monastero, poi provinciale della provincia romana e infine procuratore generale dell’ordine nella curia papale. Papa Clemente V, ad Avignone, se ne servì negli affari più importanti e delicati. Ottenne grazie e lodi da molti principi. il 7 settembre 1316 fu eletto da papa Giovanni XXII alla sede episcopale di Parma, vacante dal 17 di agosto. Il 3 ottobre dello stesso anno, da Avignone, il pontefice avvertì il Saltarelli di aver spedito le lettere testimoniali per la consacrazione a Nicolò, vescovo di Ostia, insieme alla licenza di lasciare la curia pontificia. Il Saltarelli si trovava ancora ad Avignone il 20 gennaio 1317, dove ottenne (obtenta Simonis, ep.i Parmensis) dal papa, a favore di Lapo Bini, suo nipote e cittadino fiorentino, una prebenda nella chiesa di Ferrara. Nello stesso giorno il papa diede al Saltarelli la facoltà di testare e di rilasciare il permesso di percepire i frutti da benefici aventi dignità ecclesiastica a tre chierici. Giovanni XXII gli concesse inoltre la provvisione di una prebenda nella chiesa veronese per Donato Bini, cittadino di Firenze, nipote del Saltarelli, e nominò i vescovi di Verona, Mantova e Reggio giudici conservatori del Saltarelli. Gli diede infine la facoltà di concedere il tabellionato a persone di sua fiducia. Il Chronicon parmense così descive l’ingresso solenne in Parma del Saltarelli: A’ 17 febraro 1317 in giobia, che fu la giobia ghiotta il venerabile padre Symone Saltarello di Fiorenza de l’ordine de predicatori, Dei gratia, episcopo di Parma, la prima volta venne a Parma, e con grande honore et gaudio fu ricevuto et una domenica a’ 27 febraro la prima volta predicò e cantò la messa solenne nel Domo dove la gente per la moltitudine non potean capire, e quela domenica celebrò nel suo palacio episcopale il prandio al potestà, al capitanio, a tutti gli anciani del Comune, advocato de’ mercanti, anciano de’ giudici, proconsole de’ notari, podestà di 4 mestieri, agli 8 del popolo, al capitanio de la Società di 2000 a i canonici e clerici del Domo, e più altri religiosi de ogni ordine e convento di Parma, a l’abate di Santo Iohane e suoi monachi e più altri. Il 24 marzo 1317, col consenso dei canonici, concedette facoltà a giacomo degli Antichi di fondare un beneficio in Cattedrale a onore di Dio, della Beata Vergine e di san Giacomo, attribuendo a se stesso saltarelli il diritto di elezione e istituzione. giovanni XXII, con suo breve dato da Viterbo il 1° aprile 1317, esaudì l’istanza delle badesse e monache di Sant’Uldarico (col consenso del Saltarelli), stabilendo che le monache non potessero essere più di dodici fin quando non fossero accresciute le loro rendite. Inoltre il 13 aprile 1317 il papa ordinò che non fosse permesso in alcun modo di molestare la badessa e il convento delle monache con clausura dell’ordine di Santa Chiara e San Damiano, dette le minorisse, e per questo si rivolse al saltarelli. Il 1° maggio 1318 il pontefice elesse il castellano clugense e il Saltarelli giudici conservatori del vescovo di Ferrara. Il 6 febbraio 1318, con approvazione del Saltarelli, la compagnia della disciplina vecchia cominciò a costruire l’oratorio dei Santi Cosma e damiano, presso il quale andò a stabilirsi. Poiché gli esecutori testamentari di Gaspara da Boretto non potevano adempiere un pio legato istituito dalla medesima per la fondazione di un beneficio in Cattedrale (aveva lasciato una casa e pochi beni, insufficienti allo scopo), il saltarelli, con suo decreto del 25 maggio 1318, unì quella casa e gli altri beni al beneficio dell’arcidiacono, con l’obbligo al beneficiato di una messa la settimana e un anniversario per l’anima della benefattrice. Il 4 luglio 1318, da avignone, il pontefice scrisse al priore del convento maggiore certosino nella diocesi di grazianopoli e agli altri priori, fratelli e conversi dell’ordine certosino sparsi nelle diverse parti del mondo per avvertirli di aver nominati i giudici conservatori (tra gli altri, figura anche il Saltarelli). Quando si innalzò una campana sopra una torre di legno all’angolo del Palazzo degli Anziani al fine di avvisare ogni mattina i lavoratori per tempo e per indicare le ore della colazione e del pranzo, il Saltarelli concesse una particolare indulgenza: Il giorno di Natale, giorno di domenica in quell’anno (1318) cominciò a suonare la cosidetta campana della Pace per tre volte nel mattino, e il vescovo concesse l’indulgenza di quaranta giorni a chi avesse recitato tre volte il Pater Noster e l’Ave Maria (chronicon parmense). Da Avignone, il 21 maggio 1319 Giovanni XXII ordinò al Saltarelli di togliere la sentenza d’interdetto lanciata contro il comune e il popolo di Parma perché avevano prestato aiuto a Can Grande della Scala, a Passerino di Mantova e a Matteo visconti, causando gravi danni al popolo bresciano. Il 12 luglio il papa nominò i giudici conservatori a favore dei maestri e dei frati dell’Ospedale teutonico gerosolimitano (tra i vescovi e arcivescovi, si trova anche il saltarelli). Il 13 settembre il papa ordinò al Saltarelli e al Capitolo che tutto il denaro ricavato dalle decime nella città di Parma e nella diocesi a favore della Terra Santa fosse spedito alla Camera Apostolica, rendendo ragione dell’intero computo. Il 19 settembre 1319, da avignone, Giovanni XXII scrisse al Saltarelli, al vescovo di Bologna e a mastro Aimerico di castrolucio, suo cappellano, perché, previe informazioni, confermassero o meno l’elezione di Guido da Meliis, monaco nel monastero di Sant’Apollonio di Canossa, che vi era stato eletto abate. Erano allora vicari del Saltarelli frate Giacomo, priore della canonica di Santa Felicola, e Pietro, arciprete della pieve di collecchio. Il papa, da Avignone, il 19 giugno 1320 scrisse al Saltarelli perché lo informasse intorno alla concessione dell’oratorio e sue adiacenze, già appartenuto ai frati dell’ordine del Sacco di Parma, oratorio allora abbandonato per la morte di tutti i frati. Il Saltarelli intervenne il 24 agosto, festa di san bartolomeo, alla consacrazione dell’altare maggiore della chiesa di San Pietro Martire dei padri domenicani. Il 27 settembre dello stesso anno il Saltarelli approvò lo Statuto del Capitolo della Cattedrale col quale fu stabilito che le singole prebende avessero divisi e distinti i loro beni, come pure che fossero riconosciute le chiese di giurisdizione del Capitolo per evitare le discordie sorte nel passato tra i canonici. Il 21 ottobre il Saltarelli, col consenso del Capitolo, fece una locazione per nove anni dei beni posti a Mezzano che appartenevano alla mensa vescovile e dei diritti sulle acque del Po a Ruggiero Servidei, Paganino Toccoli, armanino Bravi e Marsiglio de’ Marsigli, per l’affitto annuo di centotrenta lire imperiali. Alla costante ricerca di sedare le continue turbolenze tra le fazioni cittadine, il Saltarelli ottenne dal papa il 4 aprile 1321, da Avignone, la dispensa del terzo e del quarto grado di consanguineità nel matrimonio da lui combinato tra il nobile Andreasio Rossi, cittadino di Parma, e la nobildonna Vanina, figlia di Gianquirico Sanvitale. E quando il 26 gennaio 1322 fu celebrato il matrimonio, il Saltarelli offrì il Palazzo episcopale per festeggiare le nozze con un grandioso banchetto. intervennero mille e seicento invitati, tra i quali 366 dame. Il 20 maggio 1321 fu vicario generale del Saltarelli, Omodeo, priore della chiesa di Santa Maria di Olmeneta nella diocesi di Cremona. Il 26 luglio 1321 morì nella sua terra di Castelnovo Giberto da Correggio. Ai suoi funerali intervenne anche il Saltarelli: Il 26 luglio 1321 veniva a morire a Castelnovo di Coreggesi all’ora del vespro Giberto da Correggio e ai funerali il giorno dopo intervenne il vescovo Saltarelli con quello di Reggio e varii abati, priori, chierici e molti baroni (Chronicon parmense). Nel 1319 il Saltarelli accolse in Parma i frati di Armenia dell’ordine di San Basilio. Due anni dopo (8 ottobre 1321) il pontefice, da avignone, gli ordinò di costringere, previa ammonizione, l’abate del monastero di cavana dell’ordine di San Benedetto a non impedire a giovanni di Leone e ai suoi frati di Armenia, che dimoravano in Parma, di costruire nella parrocchia soggetta al monastero di Cavana (San Basilide). Da Castel sant’angelo, il 4 novembre 1321 il Saltarelli, Aicardo, arcivescovo di Milano, e Guido, vescovo di Asti, ricorsero al papa contro matteo Visconti. Il 25 gennaio 1322, sempre da Avignone, Giovanni XXII scrisse al saltarelli di aver concesso la dispensa circa i natali non legittimi di Nicola, Vinciguerra e Copino, scolari, nati da Giberto da Correggio, perché potessero ricevere gli ordini e ottenere l’investitura di un beneficio. Due giorni dopo ottenne la stessa dispensa anche Giovanni, figlio di Nicola degli Azoni, chierico parmigiano. Poiché erano intercorse diverse cause tra il vescovo di Pisa, Oddone, e il comune e il popolo di quella città, giovanni XXII, volendo definire la questione, il 6 giugno 1323 trasferì Oddone al patriarcato di Alessandria e lo stesso giorno il saltarelli dal vescovado di Parma all’arcivescovado di Pisa. Al Saltarelli venne consegnato il 6 luglio dello stesso anno il pallio dal cardinale Napoleone di sant’adriano, da Iacopo, cardinale di San Giorgio in Velabro, e dal cardinale di Santa Maria in Vialata. Nell’anno 1324 il Saltarelli si portò ad Avignone e non ritornò alla sua Chiesa che nel 1327, nel quale anno aprì la visita pastorale. Anche a Pisa non gli mancarono i problemi. Proprio nel 1327 il papa pose l’interdetto alla città per aver accolto Lodovico il Bavaro: in quell’occasione il Saltarelli fuggì con tutti i familiari e, non senza pericolo, e si rifugiò a Siena, poi a Massa Veternese e quindi ad Avignone col suo amico Lorenzo da viterbo, dell’ordine dei predicatori, il quale gli era stato accanto anche a Parma. Per non avere assecondato all’invito dell’imperatore che lo aveva richiamato a Pisa, fu privato dell’arcivescovado e di tutti i beni (la Chiesa arcivescovile fu data il 24 dicembre 1327 a Gherardo Orlando, vescovo di Adria). verso la fine del 1329 il Saltarelli poté ritornare a Pisa e fu poi creato (nel 1330) amministratore del monastero di Pomposa nella diocesi di Comacchio. Il 15 giugno 1330 lo si trova in Firenze, dove, insieme ai vescovi di quella città, di Fiesole e di Spoleto, fece la ricognizione del corpo di san Zanobi, vescovo di Firenze, che fu collocato in un’arca marmorea nello stesso luogo. Il Saltarelli arricchì la cattedrale di Pisa di molti vasi d’argento e regalò argenteria anche ai frati del suo ordine. A sue spese fece costruire la torre e fondere le campane di Santa Maria novella, ove aveva fatto la professione al suo ordine. In Firenze fece anche fabbricare una casa per sua residenza, da utilizzare quando si portava in quella città. Morì ottuagenario e in concetto di santità. Dal Brocchi e da altri scrittori dell’ordine domenicano è posto tra i beati fiorentini. Fu sepolto in Santa Caterina di Pisa, chiesa dell’ordine domenicano, ove, ancora vivente, si era preparato un sontuoso sepolcro a sinistra dell’altare di San Pietro martire, riportante la seguente iscrizione: pisana ecclesia moerore gravi tanto viduata pastore suspiria traxit hic iacent cineres et ossa reverendissimi in Christo Patris et Domini Domini fratris Simonis Saltarelli florentini Ord. Praed. primum Episcopi parmensis postmodum pisarum Archiepiscopi, et totius Sardiniae primatis ac in eaden legati, qui sine querela vixit annos circiter octoginta decessit dominicae incarnationis anno MCCCXLII die XXIV septembris. Hun locum ex testamento suo pro / sui cadaveris sepultura elegit, et / Andreas olim Bini de Saltarellis de Florentia eiusdem ex fratre nepos voluntatem patrui executioni mandavit.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 146 e 231; N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa parmense, 1936, 282-289; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 239.

SALTERINI FERDINANDO
Collecchio 31 maggio 1914-Gaiano 28 aprile 1945
Nato da Pindaro e da Imelde Viola, abitò sempre a Parma. Compiuti gli studi superiori, scelse la carriera di ufficiale dell’Esercito nella specialità delle truppe corazzate. Dopo aver partecipato alla guerra come capitano carrista, nel settembre del 1943 tornò a casa e rimase appartato, pur simpatizzando per la resistenza, alla quale nel giugno del 1944 aderì il fratello più giovane, Vittorio. Nel dicembre 1944 o più probabilmente nel gennaio 1945, su sollecitazione del fratello, divenuto nel frattempo vice comandante della 12a Brigata Garibaldi Ognibene, assunse la carica di capo di stato maggiore di quella Brigata col nome di battaglia di Turno. Il 28 aprile partì da Parma già liberata per prendere contatti col Battaglione Bragazzi, impegnato negli ultimi combattimenti della Sacca di Fornovo sulla destra del Taro, nei dintorni di Neviano Rossi, o forse per ritrovare la moglie e i due figli sfollati nella zona di Fornovo Taro. Fu appunto vicino a Gaiano che, mentre procedeva in auto sulla statale della Cisa, venne colpito da una raffica di mitragliatrice sparata dalle alture circostanti, probabilmente da uomini della divisione repubblichina Italia. A suo ricordo, sul luogo della morte venne elevato un cippo marmoreo.
FONTI E BIBL.: E. Cosenza, La Sacca di Fornovo Aprile 1945, Parma, 1975; I caduti della Resistenza di Parma 1921-1945, Parma, 1970, 89; Parma partigiana. Albo d’oro dei caduti nella guerra di liberazione 1943-1945, Parma, s.a., 111; Archivio dell’istituto Storico della Resistenza, Parma, sezione II, RQ-RIc5, Ruolino 12a Brigata Garibaldi; associazione Nazionale Parttigiani Italiani, Parma, Scheda personale e Ruolino 12a Brigata Garibaldi; testimonianze orali di Bruno Bergamaschi e Luigi Rastelli; La guerra a Collecchio, 1995, 258.

SALTINI UGO
Parma 1867-1954
Di nobile famiglia, medico-chirurgo, per moltissimi anni fu a capo dell’Ufficio sanitario del comune di Parma. Organizzò la Colonia elioterapica, diresse la Scuola di tracomatosi, la Colonia marina di Massa e altri istituti sanitari. Uomo di vari interessi, anche al di fuori della sua professione, dal 1913 al 1922 fu critico drammatico della Gazzetta di Parma e per lungo tempo collaborò con articoli di vario genere, ma soprattutto d’indole teatrale, a giornali e riviste cittadine. Nel 1947, allorché si ritirò in pensione, donò la sua pregevole raccolta di opere e di ricordi teatrali al comune di Parma.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 137.

SALVARANI LUIGI
Parma 1940-Susanna di Grottaglie 1970
Penultimo dei sei fratelli Salvarani (con Renzo, Emilio, Antonio, Gianni e Mario) che dal 1958 crearono a Parma una delle industrie più efficienti d’Europa nell’ambito dei mobili componibili per cucina, impiantando un doppio stabilimento a Parma, a lato dell’autostrada del Sole, e circa 2600 punti vendita in Italia e all’estero. L’azienda dei Salvarani nel 1970 aveva oltre 2000 dipendenti. Il Salvarani e la moglie Brunetta Corain morirono in un incidente stradale presso Grottaglie di Taranto, mentre erano in Puglia per affari.
FONTI E BIBL.: B. Raschi, Ricordo di un amico, in Parma bell’arma 1970, 36-37; F. da Mareto, bibliografia, II 1974, 956; T. Marcheselli, dizionario dei Parmigiani, 1997, 278-279.

SALVATORE
Fornovo 1453/1487
Figlio di Martino, fu boccalaro a Fornovo. È citato in un documento del 18 novembre 1453 e in un altro del 1487 come expertus in arte de ministerio bocalarum et laborerium terra.
FONTI E BIBL.: L. De Mauri, L’amatore di maioliche, Milano 1924; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 372.

SALVATORE DAPARMA, vedi BERTONCELLI MICHEL ARCANGELO GIUSEPPE e MONICI CARLO

SALVATORI ALESSANDRO
-Parma post 1629
Sacerdote, fu soprano e suonatore di trombone della Cattedrale di Parma. Nel suo testamento del 6 luglio 1629, ricevuto dal notaio Giovanni Busana, lasciò alla chiesa della steccata di Parma il suo trombone, con l’obbligo di far celebrare alla sua morte cento messe.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 106.

SALVI IRMA, vedi FERRARI IRMA

SALVINI ANTONIO
Parma 1796/1797
Intagliatore in legno. Nel 1796-1797 collaborò con Odoardo Panini per la realizzazione nella chiesa della Steccata di Parma dei capitelli dell’altare maggiore, di ventisei candelieri, di una croce e di sei portapalme.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 261.

SALVINI CARLO
Parma 25 agosto 1804-Parma 30 gennaio 1855
Figlio di Ferdinando e Camilla Corsini. Dottore in teologia, fu uno dei cento consorziali addetti alla Cattedrale di Parma. Fu inoltre segretario della curia episcopale, il cui archivio ordinò con cura. Il Salvini amò le belle arti e coltivò la meccanica.

FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 117.

SALVINI DANTE
San Lazzaro Parmense 12 settembre 1902-Ebro 18 settembre 1938
Nato da Cirillo e Irene Fava. Emigrato in francia, risiedette a Nîmes. In Spagna combatté in una formazione non meglio precisabile delle Brigate Internazionali. Risulta ufficialmente disperso durante i combattimenti presso l’Ebro.
FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 132.

SALVINI LUIGI
Borgo San Donnino 5 giugno 1921-Castelleone di Suasa 14 agosto 1944
Figlio di Cesare. Studente universitario della facoltà di ingegneria, il Salvini, allo scoppio della seconda guerra mondiale, venne arruolato nel 12° Reggimento bersaglieri di stanza a Reggio Emilia e poi fu mandato in Croazia. ritornato in Italia con il grado di sergente verso la fine del 1941, frequentò l’Accademia militare di Modena e alla fine del 1942 diventò ufficiale effettivo nel 5° Bersaglieri. Dopo tre mesi di scuola di applicazione a Parma, fu trasferito nel 4° Bersaglieri e venne mandato nel 1942 in Dalmazia, a Sebenico e a Spalato. L’8 settembre 1943 l’esercito italiano si trovò tra due fuochi: i Tedeschi da una parte e i partigiani slavi dall’altra. Assieme ai suoi compagni il Salvini consegnò le armi ai partigiani, i quali si impegnarono di condurli con motopescherecci in Italia. Buona parte del reggimento venne imbarcata e, nonostante i mitragliamenti dei Tedeschi e le barriere minate, riuscì a raggiungere le coste italiane. Il 23 settembre il Salvini sbarcò a Bari e dopo qualche giorno venne trasferito a Miggiano, presso Lecce. Il Salvini si arruolò volontario nel corpo Italiano di Liberazione e venne impegnato in prima linea presso Colle al Volturno e Monte Marrone, dove gli Italiani meritarono un encomio ufficiale dal comandante delle forze alleate. Il Corpo Italiano di Liberazione fu poi trasformato in Divisione Legnano e venne inviato al fronte Adriatico. Il Salvini morì in combattimento sul fiume Cesano, presso Castelleone, e venne sepolto nel cimitero di Jesi. Al Salvini venne conferita alla memoria la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: comandante di una pattuglia di esplorazione, dopo avere assolto con successo l’importante compito affidatogli, di iniziativa e con alto senso di solidarietà, interveniva su di un altro obiettivo, ivi richiamato dal fuoco di una pattuglia laterale. Nel nobile intento di appoggiare l’azione dei camerati, con sprezzo del pericolo si lanciava su di una postazione tedesca. A pochi metri da una mitragliatrice cadeva colpito da una raffica mortale, riconfermando, col supremo sacrificio, il già provato valore, le virtù di abnegazione e di altruismo.
FONTI E BIBL.: Decorati al Valore, 1964, 45; caduti Resistenza, 1970, 117; Gazzetta di Parma 24 ottobre 1986, 20; Gazzetta di Parma 10 agosto 1994, 19.

SALVINI PROSPERO
Parma 1653
Pittore. È ricordato in documenti dell’anno 1653. Affrescò un San Francesco nel Battistero di Parma. Negli inventari della famiglia del Bosono sono citati due suoi dipinti: una madonna col Bambino dormiente e un Cristo morto (da B. Schedoni).
FONTI E BIBL.: Thieme-Becker, XXIX, 1935; Dizionario Bolaffi Pittori, X, 1975, 129.

SALVIUS MARCUS FORTUNATUS
Parma IV/V secolo d.C.
Liberto, morto forse a cinquantacinque anni di età, dedicatario di un’epigrafe, perduta, postagli dal figlio, con i fratres, e dalla co<n>iu(n)x, per i caratteri paleografici e contenutistici (formule D.M. e B.M.) databile a tarda età imperiale. Il Salvius fu forse questore della via Ascicola parmense. Salvius è nomen diffuso soprattutto nel Nord Italia, documentato con buona frequenza in tutta la Cisalpina. Fortunatus, molto frequente soprattutto in Italia, Africa e Dalmatia, è nome caratteristico di schiavi e liberti.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Parma Romana, 1972, 147; Arrigoni, Parmenses, 1986, 159.

SALVO DA MARANO, vedi MARANO SALVO

SALVONI ERCOLE
Noceto 1900/1933
Compositore, fratello di Secondo, fu autore di valzer (Tripoli, Giocondità), mazurche (Pace, Fascino), Olimpia, one step, e Lampo, polca.
FONTI E BIBL.: B/S, 27; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SALVONI LUIGI BERNARDO
Parma 26 settembre 1723-Parma maggio 1784
Nacque da Simone e da Isabella Lansich, vedova Bellici. Ancora fanciullo (1734), si trasferì con la famiglia a Piacenza, ove il padre aprì una caffetteria che ebbe grande rinomanza. Fu convittore nel Seminario di Parma, ove si trovava nell’anno 1743 (vi pubblicò sonetti e canzoni). Uscitone, continuò a vestire per diverso tempo l’abito clericale. Ritornò poi a Piacenza ove divulgò nel 1744 la sua tragedia Massinissa, che il Salvoni ideò e scrisse in un mese per commessione venutagli da Venezia. Quattro anni dopo, rilevata la stamperia bazachi di Piacenza, si pose a stampare libri: il primo pubblicato fu una Scelta di leggiadrissime Canzoni di celebri autori viventi fatta e pubblicata da Luigi Bernardo Salvoni (1747). Vi si trovano in fine otto delle sue Canzonette e alcune Cantate. Nel 1753 pubblicò alcuni suoi Componimenti drammatici scritti per ordine e servigio della Real Corte di Sant’Ildefonso. Nel 1766 si trasferì in Parma. Fu accademico Fluttuante e Infecondo.Fu anche emonio col nome di Ormindo Ferredo e Arcade di Roma con quello di Nisalvo Euritense. A piacenza, ove esercitò l’arte della stampa assieme al fratello uterino Andrea Bellici, fu ascritto alla Colonia Trebbiense dell’Arcadia col nome di Silvago. Il Salvoni fu un mediocre poeta. Il Bramieri, parlando di lui nelle Memorie per servire alla storia letteraria (f. 8 del Settembre 1800) dice che le sue poesie (Opere poetiche, 1777) s’alzano di rado sopra la mediocrità, e che sono nondimeno seguite da molte lodi del troppo facile Metastasio. L’insigne poeta drammatico aveva contratto amicizia col Salvoni allorché questi intraprese a Piacenza nel 1750 una inelegante e scorretta edizione dei Drammi metastasiani. Le Opere poetiche del Salvoni furono lodate anche dalle Novelle letterarie (Firenze, 1777), che, soprattutto per i versi sciolti, lo giudicarono buon poeta. In una lettera da Genova del 2 febbraio 1754 si legge che si trovava in quel tempo a Parma per dirigere quell’opera in musica (Archivio di Stato di Parma, Carteggio Borbonico, genova, 1751-1777, b.145). La notizia dell’attività in ambito teatrale è confermata sia da una nota apposta in un carme di nozze dedicato al patrizio lucchese Cristofaro Balbani, in cui il Salvoni scrisse che l’Autore ebbe l’onore di regolare e dirigere nel Teatro di Lucca una splendidissima opera in musica, che da un mandato di pagamento di 1912 lire a suo favore del Teatro ducale di Parma, relativo al Carnevale 1756-1757.In occasione delle feste per il matrimonio ducale del 1769 diresse le musiche e nel Carnevale del 1770 collaborò ancora per il Teatro di Parma e fu retribuito per aver accomodato i due drammi giocosi fatti diversi cambiamenti per adattarli al primo buffo. Nel 1754, essendo diventato agente generale per l’Emilia e la Lombardia della casata Sforza Cesarini, cedette la tipografia (la stamperia continuò l’attività con il marchio Bellicci Salvoni fino ai primi anni del secolo XIX).Da una lettera del 26 dicembre 1776, riguardante la stampa dei libretti e dei manifesti per i Teatri ducali di Piacenza, risulta che era cognato dell’impresario Lorenzo Sirena.Tenne il posto presso la casata Sforza Cesarini fino al 1774, anche se dal luglio 1773 era stato nominato direttore dei Teatri Ducali.Nel 1774 fu incaricato da Ferdinando di Borbone di formare una compagnia italiana, basata sulle scuole di canto e ballo funzionanti nel ducato, per riprendere la serie degli spettacoli, come aveva fatto il Delisle con quella francese.La compagnia era stipendiata dalla Corte e avrebbe dovuto funzionare dalla Pasqua del 1774 a quella del 1777.L’esito di questa Accademica unione teatrale al servizio di SAR non fu felice: fu sciolta il 5 agosto 1774 e il progetto accantonato (Archivio di Stato di parma, Spettacoli e Teatri borbonici, b. 3).Come liquidazione il salvoni fu nominato direttore della Posta delle Lettere.Nel 1783 scrisse il testo di una cantata in occasione della nascita del secondogenito del Duca (Piacenza, già presso Andrea Bellicci Salvoni) che, musicata da Francesco Fortunati nella prima parte e da diversi autori nella seconda, fu eseguita dalla Nobile Accademia Filarmonica di parma. Nel 1748, su libretto di Francesco Saverio Baldini, musicò un dramma di cui si ignora il titolo, come pure se venne eseguito o meno, e l’anno dopo scrisse L’arrivo di enea in Italia (piacenza, presso salvoni), componimento drammatico di Luigi Bernardo Salvoni Parmigiano fra gli arcadi silvano, per onorare la venuta del Duca a Piacenza.Anche di questo non si sa se venne musicato in qualche cantata di circostanza. Nel 1754 il suo dramma Artaserse fu musicato da Domenico Fischietti e altri e rappresentato al teatro Ducale di Piacenza.Scrisse il libretto (edito a Piacenza) per il dramma giocoso Le gare degli amanti, musicato da Francesco Fortunati e rappresentato da una compagnia che lui stesso diresse nel 1772 al Teatro Ducale di Parma.Pubblicò (presso Bellicci Salvoni) opere poetiche di luigi Bernardo Salvoni, direttore del R.Ufficio delle Lettere di Parma: nel primo volume sono compresi i libretti del Tolomeo (messo in scena a Reggiolo nella stagione di Fiera del 1778) e de L’isola di Circe, nel secondo volume il dramma Fedra e una poesia dedicata al compositore Giuseppe Carcani (dopo l’ascolto delle sue musiche), oltre a cantate e canzoni. Da un decreto del 6 maggio 1788 risulta che venne accordata la pensione vedovile a domitilla Salvoni per un importo di 3 mille lire all’anno per il marito direttore della Posta delle Lettere.dato che, ai sensi del decreto del 17 ottobre 1781, salvo casi eccezionali indicati volta per volta, la pensione equivaleva a un terzo del soldo percepito dal marito, si deduce che il Salvoni godesse di un soldo veramente eccezionale (Archivio di Stato di parma, Decreti e Rescritti).Il Paciaudi lasciò memoria di lui in un’epigrafe.Un ritratto, eseguito da Simon Ravenet, è inciso sull’antiporta delle Opere poetiche (volume I).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 249-251; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 378-379; L.Cerri, in Strenna Piacentina 1899, 21-24; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

SALVONI SECONDO
Noceto 1900/1933
Diplomato in corno nel 1917 al conservatorio di Parma, oltre a suonare in orchestre, fu autore di diversi ballabili, molti dei quali editi dalla casa editrice cui aveva dato vita.compose i valzer chimere (1933), Cuore soavità, osmana, mazurka, Ardente (1933) e passa l’amore, one step.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SAM, vedi PINI ALBERTO LUIGI

SAMACCHINI ERCOLE
Parma seconda metà del XVI secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 304.

SAMBUCHI GIUSEPPE
Tizzano Val Parma 14 dicembre 1891-Tizzano Val Parma 28 maggio 1967
Si diplomò giovanissimo (1910) in oboe presso il Conservatorio di Parma, dove ebbe compagni di studio Ghione e Del Campo. successivamente svolse attività concertistiche in tutta l’Europa del Nord e principalmente in Svezia, dove gli fu offerta la cattedra presso il conservatorio di Uppsala. L’improvviso scoppio della prima guerra mondiale e il conseguente richiamo della riserva lo riportarono in Patria a vestire l’uniforme militare, dapprima sul fronte macedone, quindi su quello italiano, ove seppe distinguersi in numerosi fatti d’arme, quali quelli delle Giudicarie ePasso Buole, fino alle tremende battaglie per la conquista del Grappa. Terminata la guerra, fu insegnante al Conservatorio di Trento, da dove si trasferì nel 1922 a Roma, dove entrò a far parte della banda dei Carabinieri, in cui militò come primo oboe fino al collocamento a riposo avvenuto nel 1952. Fu presente a tutti i concerti che nel trentennale arco di attività la banda tenne in Italia e all’estero. Lasciata la divisa, tornò a vivere a Tizzano, dove diede vita alla sezione Carabinieri in congedo, di cui fu anche presidente. Il Sambuchi fu inoltre presidente della sezione ex combattenti e reduci.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 174; La scomparsa a Tizzano del prof. G.Sambuchi, in Gazzetta di Parma 29 maggio 1967, 2; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 957.

SAMBUCHI PIER GIOVANNI, vedi SAMBUCHI PIETRO GIOVANNI

SAMBUCHI PIETRO GIOVANNI
Gubinaria di Tizzano 13 luglio 1840-29 luglio 1907
Fu orologiaio e buon falegname. Nel 1898, autonomamente e da autodidatta, compì un tentativo di volo con un apparecchio ad ali completamente articolate. L’azione motrice era affidata a una potente molla che il Sambuchi si riprometteva di ricaricare durante il volo, analogamente a quanto si pratica nella ricarica degli orologi. I vari rotismi cilindrici e conici, che servivano a trasmettere il moto alle ali articolate, furono fatti costruire a Genova, mentre il rimanente dell’apparecchio fu costruito dal Sambuchi alla Gubinaria di Tizzano, dove abitava e aveva la sua proprietà. Portatosi con l’apparecchio sullo spiazzo del Castello di Tizzano, il Sambuchi spiccò il volo: l’apparecchio procedette in avanti per un certo tratto, ma poi, mancata l’azione motrice della molla, precipitò. Il Sambuchi rimase ferito e l’apparecchio andò in frantumi.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Tizzano, 1970, 85-86; Gazzetta di Parma 25 maggio 1987, 3.

SAMECK NELDA, vedi ROMANI NELDA

SAMORÉ ANTONIO
Bardi 4 dicembre 1905-Roma 3 febbraio 1983
Nato da Gino, segretario comunale, e giuseppina Basini.Frequentate le scuole elementari a Bardi, a undici anni entrò nel Seminario vescovile di Piacenza. Fu ammesso (1921) al collegio Alberoni di Piacenza, ove completò gli studi liceali e il ciclo teologico. Ricevette l’ordinazione sacerdotale il 10 giugno 1928 e nel 1929 fu assegnato come vice parroco a San Savino in Piacenza, appena dopo aver conseguito la laurea in sacra teologia. È del 1930 il primo suo scritto di cui si abbia notizia, pubblicato in un giornale locale: una perorazione per la costruzione della nuova chiesa di Bardi (Un progetto, in Eco di Bardi, numero unico, 10 agosto 1930, 3). A ventisette anni fu chiamato al servizio della Santa Sede e inviato presso la Nunziatura Apostolica in Lituania, ove rimase per sei anni come addetto e poi come segretario della Nunziatura stessa. Fu in quel periodo che ebbe a compiere missioni e viaggi nei paesi baltici e in Polonia. Il ricordo, la stima e l’amicizia per quelle nazioni gli rimasero per tutta la vita ed ebbero conseguenze positive anche a distanza di molti anni. Nel 1938 conseguì la laurea in diritto canonico all’Ateneo Lateranense in Roma. Dopo una breve permanenza nella Nunziatura Apostolica di Berna, fu chiamato in Segreteria di Stato, prima sezione, ove rimase per nove anni cruciali: gli anni della seconda guerra mondiale. Tracce e indicazioni sull’attività del Samoré in quegli anni si trovano nella monumentale pubblicazione degli Atti e documenti della Santa Sede relativi alla seconda guerra mondiale (pubblicati tra il 1967 e il 1981). Nella prima parte del terzo volume il Samoré, allora minutante presso la Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici straordinari, viene citato come destinatario di un incarico delicato. Si trattava di una notizia che il nunzio apostolico Borgongini Duca aveva trasmesso il 1° ottobre 1940 al cardinale Maglione, segretario di Stato: il governatore tedesco del territorio polacco, ministro Hans Frank, che faceva professione di cattolico, intendeva far giungere al papa l’assicurazione che ogni Suo augusto desiderio sarebbe stato accolto da lui nel miglior modo. Di fronte alla comunicazione di Borgongini Duca, Tardini, stretto collaboratore del Maglione, postillò la lettera con queste parole: Mons. Samoré suggerisca qualche cosa che si potrebbe chiedere al Dott. Frank. Dunque già allora al Samoré vennero affidati compiti delicati e che richiedevano intuito diplomatico e psicologico, che non si possono definire soltanto di carattere esecutivo. Dagli Atti pubblicati, risulta che nel luglio 1943 il Samoré fu l’incaricato della Segreteria di Stato per gli affari della Polonia e poco dopo (ormai non più minutante ma attaché) si occupò anche della sorte degli ebrei deportati in Germania. A guerra appena finita, Myron Taylor, rappresentante del presidente degli Stati Uniti presso la Santa Sede, richiese una relazione sui punti di vista del papa sulla Russia e sul comunismo. La risposta fu affidata al Samoré, che preparò una nota il cui abbozzo fu sottoposto a Tardini il 23 giugno 1945. Stesa il 28 in bella copia, fu presentata a papa Pio XII, che l’approvò apportando due sole modifiche. Ricco di quella intensa esperienza fatta durante nove anni di attività, nel 1947 il Samoré fu promosso consigliere di Nunziatura e inviato nella Delegazione Apostolica degli Stati Uniti. Il 30 gennaio 1950 fu nominato arcivescovo titolare di Tirnovo e trasferito in Colombia come nunzio apostolico. Tra i documenti della Segreteria di Stato, si trovano non poche minute, relazioni e lettere scritte in uno stile asciutto, essenziale e chiaro, quale era quello del Samoré. Ebbe a maestro in quegli anni monsignor Tardini e apprese, non senza pene e fatiche, la disciplina della sobrietà e della riservatezza: una nota diplomatica che gli chiese di preparare per richiamare energicamente l’attenzione del Governo tedesco sulle crudeltà e le prepotenze attuate in Polonia, Tardini gliela fece rifare diciassette volte prima che il testo venisse definitivamente approvato (l’episodio è ricordato anche da Nicolini nella biografia del cardinale Tardini). In Colombia il Samoré si trovò a essere la voce ufficiale della Santa Sede: rimangono i testi di un centinaio di allocuzioni, discorsi, omelie, scritti e radio-messaggi, diluiti in un periodo di meno di tre anni. Sono discorsi diplomatici, prolusioni e relazioni e toccano, oltre che argomenti religiosi, iniziative caritative, incoraggiamenti al progresso sociale e culturale, illustrazioni di carattere storico, interpretazioni dei documenti pontifici e il discorso di risposta all’Università che gli conferì la laurea honoris causa in filosofia e lettere. In quegli scritti e discorsi si colgono due aspetti caratteristici del Samoré: molti suoi interventi furono fatti per promuovere opere nuove o per consacrare opere puntualmente compiute, col dinamismo che sempre lo contraddistinse, inoltre nei discorsi e negli scritti di allora anticipò le principali tematiche affrontate negli anni seguenti nelle encicliche papali e nello stesso Concilio ecumenico (la pace tra le nazioni, l’impegno nel sociale, l’apostolato dei laici, i problemi dei giovani, la missione della Chiesa nel mondo moderno). Nel marzo del 1953 il Samoré venne chiamato dal papa all’ufficio di segretario della congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari, in quella prima sezione della Segreteria di Stato che lo aveva visto operare fin dal 1938 come minutante. In tale ufficio rimase durante il pontificato di Pio XII, poi con Giovanni XXIII e ancora con Paolo VI, finché non fu nominato cardinale nel Concistoro del 26 giugno 1967. Nel 1956 riprese a diffondere la sua voce pubblicamente e a mezzo della stampa, perché, sia pure conservando l’ufficio di segretario della Congregazione per gli Affari ecclesiastici Straordinari, dovette adempiere missioni esterne o collaterali e occuparsi di altri incarichi di rilevo che imponevano attività pubbliche. Fu infatti membro della Commissione preparatoria della Conferenza generale dell’episcopato latino-americano (tenuta a Rio de Janeiro nel luglio-agosto 1955), poi segretario, vice presidente e infine presidente della commissione per l’America Latina (dal 1958 al 1969), consultore delle Sacre Congregazioni per la Dottrina della Fede, in quella per i Vescovi e in quella per la Chiese Orientali, fu presidente della Pontificia Commissione per la Russia, consulente della Commissione preparatoria del Concilio e membro della commissione Conciliare per l’Apostolato dei Laici. È da rilevare come tra tanti gravosi impegni affidatigli, il Samoré non rallentò quelli pastorali e di carità: l’idea di promuovere la costruzione di un accogliente sito per i vecchi in Bardi (Villa Mater Gratiae) è del 1957 (l’inaugurazione è del settembre 1960), nel 1963 progettò la costruzione della Casa della Gioventù (l’inaugurazione avvenne nella Pasqua del 1965) e nel 1967 progettò la costruzione della Scuola materna, inaugurata nel settembre del 1973. Ma contemporaneamente a Roma diresse Villa Nazareth e il convento delle suore di Vetralla. In quegli stessi anni, tra i molti scritti e discorsi, iniziò la sua partecipazione alle attività della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi. La prima relazione è del 17 settembre 1961, in una seduta nel Castello di Bardi promossa in suo onore. Il Samoré parlò del collegio notarile istituito dall’imperatore Mattia l’8 novembre 1616 a Bardi e ricevette da Roberto andreotti, presidente della Deputazione, il diploma di membro emerito onorifico. Negli anni successivi intensificò i rapporti e nel 1974 presentò in una solenne seduta a Parma, la Bibliografia generale delle antiche Province Parmensi, opera di padre Felice da Mareto. Per restare nell’ambito dei suoi interventi culturali nell’area di Parma, nel 1975 presentò nella badia di torrechiara il libro di Angelo ciavarella su Luigi Battei, libraio, tipografo, editore. Poi iniziò la serie delle sue relazioni alla deputazione e delle sue pubblicazioni, con le quali pose vaste e solide basi per le ricerche future sulla storia dello Stato Landi: tra queste, l’Atlante storico dei territori di Bardi, Borgo Val di Taro e compiano che è la sua maggiore opera di carattere storico. Concorsero a queste ricerche e studi la felice coincidenza dell’affetto per la terra natale, la sua passione per la storia, la capacità a renderla piana e attraente anche per il lettore non aduso e la disponibilità che egli ebbe dell’accesso agli archivi (non soltanto a quello vaticano e a quello Doria Landi Pamphily). Per la Deputazione di Storia Patria, vanno ancora ricordate la presentazione di un’altra pregevole opera di Felice da mareto, Chiese e conventi di Parma, la celebrazione del millennio dell’insigne abbazia di San giovanni Evangelista di Parma, e infine la commemorazione con cui il 14 dicembre 1980 illustrò la vita e le opere di padre Felice da Mareto. Tutto ciò nella continuità dei suoi impegni ecclesiastici come prefetto, dal novembre 1968 al gennaio 1974, della Sacra Congregazione per la Disciplina dei sacramenti, carica che comportava responsabilità senza limiti territoriali e di essenziale rilevanza per la Chiesa e per i cattolici di tutto il mondo. Si occupò di Studi cateriniani, del collegio Alberoni (la cui Storia, curata da padre Felice Rossi di Piacenza, seguì con assidua attenzione), del Centro Studi della Valle del Ceno, che fu solennemente inaugurato il 23 aprile 1973 e che presiedette per dieci anni, promuovendone tutte le iniziative culturali (dieci pubblicazioni), le mostre, le conferenze, i concerti, ma soprattutto stimolando e seguendo le attività intese a restaurare il castello di Bardi. Fu uomo aperto a tutti gli aspetti, i problemi, le attese e le istanze della vita moderna: lo ricordò così Giulio Andreotti nella commemorazione che tenne il 2 luglio 1983 a Bardi, a proposito dell’interesse che il Samoré non disdegnò di avere per lo sport (del gennaio 1973 è un suo scritto sulla Spiritualità nello sport nella rivista Panathlon International, e tenne un solenne discorso a Olimpia nel luglio 1978, durante la XVIII sessione dell’associazione Olimpica Internazionale). Il 23 gennaio 1974 fu nominato bibliotecario e archivista della Chiesa. Sotto la regia del samoré, archivio e biblioteca vaticani vissero eventi importanti: mostre di codici pregevolissimi, esposizioni di documenti, convegni, congressi, celebrazioni per il quinto centenario della Vaticana e l’inaugurazione, alla presenza del pontefice il 18 ottobre 1980, del nuovo deposito dell’Archivio Segreto, consistente in 4500 metri quadrati di superficie e di 50 chilometri lineari di scaffalature. Nel 1978 papa Giovanni Paolo II mandò il Samoré in america Latina, come suo rappresentante, per aiutare Argentina e Cile nella ricerca di un’intesa nella difficile controversia che li opponeva per il possesso del canale di Beagle e di alcune isole vicine, nella regione della Terra del Fuoco. Il felice esito della missione dimostrò ancora una volta la sua abilità in campo diplomatico. Questo successo gli valse il profondo riconoscimento delle due nazioni, che gli intitolarono piazze e vie delle loro metropoli. Per suo desiderio, il Samoré fu sepolto nel monastero del carmelo a Vetralla, dove riposa anche il cardinale Tardini, suo maestro spirituale. Nel decimo anniversario della sua scomparsa Argentina e Cile intitolarono a suo nome il passo Puyehne, che segna il confine tra i due stati sudamericani.
FONTI E BIBL.: Sull’attività del Samoré nella diplomazia vaticana e presso la Santa Sede, cfr. Actes et documents du Saint-Siège, 1950 e seguenti (in particolare i volumi III e XI) Numerosi sono gli scritti di storia locale, per un quadro complessivo dei quali, cfr. G. Nicolini, Scritti del Card. Antonio Samoré, Bardi, 1982. Sul Samoré, cfr. A. Sodano, Nel X anniversario della morte del Card. Samoré, in La Famiglia bardigiana, 45, 1993, 9-10; G. Montalvo, L’opera del Card. Samoré nella mediazione papale tra Cile e Argentina, in La Famiglia bardigiana, 45, 1993, 10-11; A. Silvestrini, Una vita al servizio della S. Sede e della Chiesa, in La Famiglia bardigiana, 45, 1993, 12-13; Il Cardinale Samoré, Piacenza, 1984; P. Pellizzari, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1983, 57-69; M. Caffagnini, in Gazzetta di Parma 19 settembre 1993, 34; A. Silvestrini, in Studium 3 1993, 345-354; B. Perazzoli, in Dizionario storico del Movimento Cattolico. Aggiornamento, 1997, 440.

SAMPERI ELENA
Genova 1951-San Paolo 30 ottobre 1987
A Mossale apprese i primi insegnamenti di pittura dal suo vicino di casa, Arnaldo Bartoli, artista dotato di una forte capacità di sintesi poetica.La passione per l’arte la portò a laurearsi in lingue straniere e storia dell’arte a Genova. Poi andò a Londra per insegnare ma anche per partecipare ai grandi dibattiti sul sociale, sulla medicina alternativa e sul ruolo della donna. Fu socia del Women’s images e prese parte alle mostre itineranti Women’s images of men (1980) e Pandora’s Box (1984-1985). Quindi lasciò l’Inghilterra per il Brasile (1986). Si interessò di medicina alternativa, di riflessologia e aromaterapia. L’incontro con nuove problematiche, tra cui la distruzione della foresta amazzonica, sono all’origine dei temi degli ultimi lavori, che furono esposti in una mostra postuma a Londra nel marzo 1988. Morì a soli trentasei anni in un incidente stradale. Fu sepolta a Mossale Superiore.
FONTI E BIBL.: P.P. Mendogni, in Gazzetta di Parma 21 luglio 1988, 3.

SANBONIFACIO GIOVANNINO
Parma seconda metà del XV secolo
Boccalaro attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 323.

SANDEI
Parma 1780
Fu cantore alla Cattedrale di Parma il 4 giugno 1780.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

SANDEO FELINO MARIA
Felino 1444-Roma 6 settembre 1509
Professore di diritto canonico a Ferrara (1466) e di diritto romano a Pisa (1474), fu poi nominato uditore di Rota, referendario utriusque Signaturae, canonico di Ferrara, vice uditore della Camera apostolica, vescovo di Atri e Penne (1495) e infine di Lucca (1499). Fu a fianco della Santa Sede nelle questioni con Ferdinando I di Napoli e con Carlo VIII di Francia. Per confermare verso il primo il buon diritto della Santa Sede contro il cosiddetto privilegio della monarchia sicula, scrisse l’opera De regibus Siciliae et Apuliae (Milano, 1485, e Hannover, 1601), ove riassume gli avvenimenti dal 537 al 1494. In materia di diritto scrisse un Commento alle Decretali (Venezia, 1497-1499; Lione 1519, 1535 e 1587), dei Consilia (Lipsia, 1553, e Venezia, 1582), delle Repetitiones ad alcuni punti particolari del diritto (Bologna, 1498), una Concordantia iuris, civile e canonico, che è rimasta inedita, e alcuni saggi della storia diplomatica del tempo. A Lucca raccolse i codici che formarono il primo fondo della Biblioteca capitolare, da lui detta Feliniana.
FONTI E BIBL.: I.F. Schulte, Die Geschichte der Quellen und Literatur des can. Rechts, II, Stoccarda, 1875, 351; N. Hilling, Felinus Sandeus auditor der Rota, in Archiv. f. kath. Kirchenrecht 84, 1904, 94-106; E. Cerchiari, Cappellani Papae et Apost. Sedis auditores, II, Roma, 1920, 71-72; P. Palazzini, Benedictus de Benedictis, in Apollinaris 19 1947, 267; Hurter, II, 1171-1173; P. Palazzini, in Encilcopedia Cattolica, X, 1953, 1753; Grandi del cattolicesimo, 1955, 408; Dizionario Ecclesiastico, III, 1958, 692; EBCU, 1978, 445.

SANDEO LODOVICO
Ferrara 1445 c.-1482
Fratello del celebre canonista Felino Maria. Si distinse sia nelle lettere greche che in quelle latine e coltivò la poesia. Fu assai stimato dagli Este, in particolare dal duca Borso. Strinse amicizia con molti illustri personaggi del suo tempo. Pur essendo concittadino e amico del Tibaldeo, non ne seguì la scuola, ma si attenne alla lezione più pura e nobile del Petrarca. Non fu privo però di nei, sia nella lingua che nella felicità e sceltezza delle rime. Morì di peste insieme ad altri dieci componenti della sua famiglia. I suoi versi furono stampati postumi a Pisa nel 1485 e furono dedicati ad Alberto d’Este. La Biblioteca Estense conserva, secondo quanto testimonia il Quadrio, diversi manoscritto di sue rime.

FONTI E BIBL.: Parnaso italiano. Lirici, XI, 1846, 999.

SANDONI FRANCESCA, vedi CUZZONI FRANCESCA

SANDRI GIUSEPPE
Madregolo 1832/1858
Possidente. Fu sindaco di Collecchio (talvolta facente funzione di podestà) dall’11 giugno 1832 fino almeno all’anno successivo. Fu consigliere anziano dal 1854 al 1858. Il 23 marzo 1858 cedette al comune di Collecchio una porzione di terreno per il rassettamento della strada di Roma a Madregolo.

FONTI E BIBL.: U. Delsante-R. Barbieri, Collecchio, storia e immagini d’altri tempi, Collecchio, 1978; U. Delsante, Dizionario dei Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3; Indice analitico ed alfabetico della Raccolta generale delle leggi per gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla degli anni 1814 al 1835, I, Parma, 1837; Malacoda 10 1987, 73.

SANDRINI EVASIO
Fontanellato 24 novembre 1922-Fornovo di Taro 8 novembre 1944
Figlio di Dario. Partigiano della 31a Brigata Garibaldi Forni, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Con pochi uomini non esitava ad attaccare un forte nucleo di nemici. Circondato ed avendo rifiutato di arrendersi, veniva colpito a morte. Fulgido esempio del più puro eroismo.
FONTI E BIBL.: Decorati al Valore, 1964, 47-48; Caduti Resistenza, 1970, 90.

SANELLI FERDINANDO
Parma 14 maggio 1816-Maranhão 15 dicembre 1861
Dopo aver studiato composizione privatamente con giuseppe alinovi, fu corista e poi suggeritore nel Teatro Ducale di Parma (1835-1836). Nel 1839 si trasferì a Mantova in qualità di maestro dei cori. Dopo un breve soggiorno a Milano e in Messico, si fermò a parigi per perfezionarsi nella composizione. Prima del ritorno in patria si recò in inghilterra (1843). Tornato in Italia, fu colto nel 1854 da un attacco di follia. Nel 1858, ristabilito, cantò il 25 aprile a Parigi nell’otello di rossini la parte di Rodrigo, sostituendo Balart, ed ebbe l’incarico di maestro direttore e concertatore d’orchestra dell’impresa Mariangeli per i teatri di Pernambuco e di San Luigi di maranhão in Brasile. Tre anni dopo, colto di nuovo da follia e malato di cancrena a un piede, morì. Le sue opere ebbero quasi sempre un buon successo iniziale, senza riuscire peraltro a mantenersi in repertorio a causa della genericità del loro stile. Il Sanelli compose le seguenti opere: Le Nozze improvvise (montagnana, Teatro sociale, novembre 1838), La Cantante (G. sacchèro; Milano, Teatro Re, 2 febbraio 1841), I Due sergenti (F. Romani; Torino, Teatro Regio, carnevale 1842), ermengarda (Martini; Milano, Teatro Alla Scala, 10 novembre 1844), Luisa Strozzi (Martini; Parma, Teatro Regio, 27 maggio 1846), Gennaro Annese (Firenze, Teatro pergola, 5 aprile 1848), Il Fornaretto (A. Codebò; Parma, Teatro Regio, 24 marzo 1851; anche col titolo Piero di Vasco), La tradita! (A. Codebò; Venezia, Teatro La Fenice, 2 marzo 1852), Camoëns (A. Codebò; Torino, Teatro Regio, 25 dicembre 1852), Ottavia (G. peruzzini; Milano, Teatro Alla Scala, 11 febbraio 1854), Gusmano il buono (G. Peruzzini; mantova, Teatro Sociale, 10 febbraio 1855; in edizione riveduta, Parma, Teatro Regio, 14 febbraio 1857, col titolo Gusmano il prode).
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, Fasti Musicali; G.B. Janelli, dizionario biografico dei Parmigiani, 1884, 48-49; N.Pelicelli, Musicisti in Parma, in Note d’Archivio 1936; Enciclopedia dello Spettacolo, VIII, 1961, 1471; Dizionario dei musicisti UTET, 1988, VI, 567; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SANELLI GUALTIERO, vedi SANELLI FERNANDO

SANGIORGI ANTONIO GIOVAN BATTISTA
Parma-Parma 1845
Maestro compositore. Nel 1840 diede alle scene due opere: Il contestabile di Chester (a Reggio Emilia) e Il Colombo (a Parma).
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, Fasti musicali, 1875, 147.

SANGIORGI LUCIANO
Bologna 1921-Parma 19 marzo 1992
Sposò la figlia del pittore e fotografo Libero Tosi e visse, con lei e i figli, sempre a Parma. controcorrente, alla ricerca di una cifra musicale personalissima, il Sangiorgi fu uno dei primi esecutori della musica jazz in Italia. Prima della seconda guerra mondiale, in casa Sangiorgi, che già da bambino suonava il piano, arrivavano, clandestinamente, i dischi di George Gershwin. L’amore del Sangiorgi per questo genere musicale fu immediato e contagioso. Con amici prese a frequentare cantine dove si suonava lo swing e il boogie woogie. Nel 1943 Sangiorgi firmò un contratto per l’EIAR: cinquecento lire per ogni esibizione. Già famoso, nel 1947 il Sangiorgi si esibì trionfalmente al San Carlo di Napoli e alla Fenice di Venezia con grandi orchestre sinfoniche: Gershwin accanto a Sibelius e Vivaldi. Nel curriculum del Sangiorgi, estroso pianista, non mancano le incisioni (per la Durium e per la Cetra) ma i suoi pezzi di bravura furono certamente le esibizioni dal vivo. Straordinario manipolatore, improvvisatore, genio della rapsodia, seppe ricreare, magari da appunti di viaggio, atmosfere estrose e trasognate. Nel 1991 venne celebrato, con un concerto nel chiostro degli Agostiniani a Viterbo, per i cinquant’anni di carriera. Il Sangiorgi eseguì brani dell’amato Gershwin, di Bernstein e di Ellington.
FONTI E BIBL.: D. Barioni, in Gazzetta di Parma 20 marzo 1992, 7.

SANGIORGIO GIANANTONIO o GIANNANTONIO, vedi SANGIORGIO GIOVANNI ANTONIO

SANGIORGIO GIOVANNI ANTONIO
Milano-Roma 14 marzo 1509
All’età di ventotto anni insegnò leggi canoniche a Pavia. Il Panciroli e il Doujat lo citano come autorevole dottore col nome di cardinalis Alexandrinus o più spesso col semplice titolo di Praepositus (dalla prevostura di sant’ambrogio che occupò in Milano), per le opere che lasciò a illustrazione dei decretali, nonché di peculiari argomenti. L’Oldoino, nell’Ateneo romano, lo chiama sui aevi Jurisconsultorum Princeps. Da papa Sisto IV nel 1479 fu nominato vescovo di Alessandria: in quella città più che mai vive la memoria della religione, e liberalità sua, per i sontuosi e ricchi paramenti, e vasi d’argento, che ha donati alla chiesa cattedrale, e per l’ampio sito, che a sue spese comprò, contiguo al medesimo tempio, per fabbricarvi una canonica, nella quale abitando tutti i canonici, fossero più comodi e pronti all’assistenza del coro (Ghilini, Teatro di uomini letterati, tomo I). Creato dallo stesso papa uditore della Rota romana e referendario apostolico, lasciò la sede di Alessandria. Poi papa Alessandro VI lo promosse al cardinalato (1493). Per i papi alessandro VI e Giulio II sostenne importanti uffici e varie legazioni. Fu nominato vescovo di Parma da Alessandro VI il 6 settembre 1499 e prese possesso della Diocesi per procuratore il 22 settembre 1499. In rapida successione gli furono poi assegnate le rendite dei vescovadi di Alba, Frascati, Palestrina e Sabina, col titolo di patriarca gerosolimitano. Sembra lasciasse alla Cattedrale di Parma bellissimi paramenti e altre ricche suppellettili. Rifece in massima parte la grande fabbrica del vescovado e lo ridusse nella forma attuale. secondo il Pico, Giulio II, assente da Roma e impiegato personalmente nel recuperare Perugia e Bologna, affidò al Sangiorgio il governo di Roma. Fu sepolto nella chiesa di San Celso in Roma, presso il ponte di Castel sant’angelo. Camillo Porcario recitò a sua lode un’orazione. Gli fu posto quest’epitaffio: Hic sepultum est corpus R. Domini D. Jo. Antonii de S. Giorgio Mediolanen. Episc. Sabin. S. R. E. Card. Alexandrini nuncupati societas salvatoris ad Sancta Sanctorum heres e testamento B. P. posuit MDX. VII Kal. Decembris. Il Sangiorgio lasciò tutti i suoi beni alla società sotto l’invocazione di San Salvatore.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 237-238; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 5-11; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 240.

SANGUINETTI CESARE
Parma 9 gennaio 1853-1921
Figlio di Guglielmo e Carolina Manara. laureatosi in legge a vent’anni, percorse una rapida e brillante carriera di avvocato. Oratore fascinoso, logico e stringente, ebbe un periodo di grande popolarità. Fu presidente dell’ordine degli Avvocati dal 1900 al 1908, anno in cui abbandonò la professione e si ritirò a vita privata. Dal 1881 al 1894 fu consigliere comunale e dal 1882 al 1884 consigliere provinciale. Fu inoltre deputato al Parlamento per il Collegio di Parma nelle legislature del 1889 e del 1892 (si schierò nelle file repubblicane). Il Sanguinetti fu anche letterato: lasciò due volumetti di poesie (Violetta e Ombre leggiere).
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 137.

SANI EZIO
Noceto o Parma 27 marzo 1919-Parma 28 aprile 1945
Figlio di Riccardo Sani e Ines Soncini. calzolaio, l’8 dicembre 1944 sposò Irma Gina Ponzi. Subito dopo il matrimonio il Sani, date le sue idee politiche, fu costretto a scappare in montagna, con un fratello, verso Lagrimone. Il Sani aderì poi alla Brigata Parma Vecchia che doveva impedire l’accesso a Parma delle forze nemiche, facilitando l’ingresso dei partigiani della montagna e degli alleati. Tornò a Parma il 26 aprile 1945. La moglie lo rivide soltanto il 28: si incontrarono in borgo parente, al funerale di un altro partigiano, Aristide Rossi. Dopo poche ore il Sani fu ucciso da un cecchino delle brigate nere appollaiato sul tetto dell’ex pretura. Il Sani si accingeva ad attraversare il ponte di Mezzo, quando il fascista gli sparò, colpendolo al braccio sinistro e al cuore.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 21 gennaio 1984.

SANI LUCIANO
Parma 1881/1914
Fu bracciante e poeta. Tra il 1901 e il 1914 pubblicò diversi suoi scritti.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 509.

SANI PAOLO
Roma 1855c.-
Visse per lungo tempo a Collecchio ove sposò la contessa Maria Bondani. Prestò servizio come tenete nell’Esercito regio. Nel 1883 scrisse un opuscolo dal titolo Fagiani…dorati? Osservazioni postume dell’imputato nella causa Carrega-Sani. La causa di cui tratta il Sani riguarda la sua imputazione da parte dei marchesi Carrega di aver ucciso un fagiano sulla strada che separava i poderi del Sani dalla tenuta boscosa dei Carrega. Il Sani fu condannato dal Tribunale di Parma. Con l’opuscolo confutò le accuse dei suoi avversari con logica stringente e stile vivo, piacevole e spigliato, ricco di citazioni in francese e corredato da una vastissima bibliografia venatoria di ogni nazione europea. Nella Biblioteca Palatina di Parma esisteva un altro scritto del Sani, La scuola di guerra (Battei, 1881), che, benché figuri nel catalogo, non risulta reperibile. Sembra comunque che il Sani abbia scritto numerosi romanzi, uno dei quali, Il delitto dell’albergo dell’Aquila d’Oro, ambientato in Collecchio.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma, 14 marzo 1960, 3.

SANI RICCARDO
Noceto 1889-Monte Cengio 30 maggio 1916
Figlio di Ernesto. Granatiere del Reggimento granatieri, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Portaordini al comando di un battaglione, eseguiva il suo speciale servizio in modo esemplare. Animato da profonda devozione verso il suo comandante, lo seguiva in un pericoloso spostamento durante il quale cadeva colpito a morte. Vittima del dovere e della sua devozione.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1917, dispensa 78a, 6456; Decorati al Valore, 1964, 63-64.

SANINI GAETANO
Parma 23 aprile 1782-post 1866
Figlio di Antonio e Luisa Menori. Argentiere, fu titolare di una bottega senza dubbio assai attiva, dovendosi a lui attribuire, oltre a un cospicuo nucleo di oggetti della chiesa della Steccata di Parma, alcuni lavori conservati in altre chiese del Parmense: a esempio il paliotto della Cattedrale di Borgo San Donnino (cfr. G. Cirillo-G. Godi, 1984, 27), il turibolo con navicella della chiesa di San Pietro a Vigatto (cfr. G. Cirillo-G. Godi, II, 339), il calice della chiesa di San Bernardo di Fontevivo e il turibolo con navicella della chiesa parrocchiale di San Nazzaro di Sissa (cfr. schede Catalogo Soprintendenza Beni Artistici e Storici). Il Sanini divenne, presumibilmente dagli inizi del XIX secolo, l’argentiere di fiducia dell’ordine Costantiniano, come risulta dagli inventari del primo Ottocento, in cui figura come pesatore ufficiale e controllore della qualità dell’argenteria, succedendo in tal ruolo a Maurizio Vighi. Il Sanini realizzò, tra l’altro, una serie di lampade per la Steccata, che fu acquistata a spese della Gran Cancelleria dell’ordine Costantiniano, come si deduce sia dall’iscrizione sulla coppa sia dall’Inventario datato 1830, ma aggiornato con note di epoca successiva. Il Sanini rivela nelle lampade, come negli altri suoi lavori, scelte formali e decorative sobrie, proprie del gusto neoclassico: forme rigorose, non prive di eleganza, sono arricchite dai tipici motivi ornamentali a perlinature, baccellature, girali affrontati, corone d’alloro, mai esuberanti, ma piuttosto equilibratamente accostati a nitide e lucide superfici.
FONTI E BIBL.: Archivio dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, Parma, serie XVI, busta 10 inventario 1830; Per uso del santificare, 1991, 98-99.

SANINI GIUSEPPE
-Parma 19 gennaio 1842
Fu per oltre vent’anni parroco della Ghiaia di Fontanellato. Compì studi severi nelle discipline letterarie, filosofiche e morali. Fu in particolare cultore delle lingue orientali: pubblicò una traduzione di Salmi, che fu però confutata dal De Rossi.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 361.

SANINI GIUSEPPE
Parma 7 ottobre 1825-Genova 21 ottobre 1910
Figlio di Giovanni e Maria Villani. Laureato in legge. L’amor patrio lo spinse a partecipare di propria iniziativa alle guerre del 1848-1849, ma l’esito non favorevole di esse lo disilluse e lo indusse a diventare proscritto e a rifugiarsi in Grecia. Quando gli eventi ritornarono favorevoli, rientrò in patria, a combattere nelle schiere di Giuseppe Garibaldi. Partecipò alla battaglia del Volturno, dopo la quale venne proposto capitano di Stato maggiore e decorato sul campo di medaglia al valore militare. Nella vita civile si distinse prestando la sua opera per molti anni quale direttore del ricreatorio G. Garibaldi di Parma. Nel 1864 il sanini fu tenuto sotto sorveglianza dal Ministero dell’Interno perché fervente repubblicano.
FONTI E BIBL.: Il Presente 26 ottobre 1910, n. 87; C.Guerci, in Il Presente 29 ottobre 1910, n. 88; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 420; P. dangiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 207; t. marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 40.

SANINI MARIO
-Parma 31 agosto 1889
Fece da volontario la campagna risorgimentale 1870-1871.
FONTI E BIBL.: Corriere di Parma 2 settembre 1889, n. 201; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 420.

SANINI OSVALDO
Candia 1875-post 1926
Figlio del garibaldino Giuseppe. Ebbe educazione classica e si laureò in legge. Fu giornalista e poeta di un classicismo superato, chiuso sia alla lirica dannunziana sia a quella del Carducci. Il suo verseggiare è spesso vigorosamente foscoliano e riproduce non di rado, non senza fortuna, la maniera più forte del marradi, quale appare dai sonetti di Vita nuova, Nella steppa, Monte Luco, e nelle quartine di Crepuscolo Marino. Il suo pensiero è sempre robusto e il suo pessimismo si direbbe leopardiano, se non fossero frequenti il fremito e lo sdegno al posto della serenità elegiaca del Leopardi. Pessimismo che sembra nutrito del dolore di un’anima fiera e che è elevato dal magistero di un’arte incorrotta dagli allettamenti di qualsiasi decadentismo, ma al tempo stesso sdegnosa di qualsiasi, anche nobile, modernità.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Poeti del secolo nuovo, 1926, 47-48; J. Bocchialini, in Aurea Parma 3 1925, 129.

SANINI PELLEGRINO
Parma 2 agosto 1818-post 1864
Figlio di Giovanni e Maria Villani. Negoziante di granaglie, nel febbraio 1864 fu tenuto sotto sorveglianza dal Ministero dell’Interno perché fervente repubblicano.
FONTI E BIBL.: P. dangiolini, Ministero dell’interno, 1964, 207.

SAN MARCO UGOLINO, vedi RUGGERI UGOLINO

SANQUILICI PAOLO
San Quirico di Trecasali 1565-Roma 1630
Il 12 maggio 1590 fu pagato quattro lire per aver miniato le lettere maiuscole del privilegio di cittadinanza parmigiana in favore dei fratelli Camillo e Pompeo Pellegrini di Verona (archivio di Stato di Parma, Archivio del comune, Ordinazioni Comunali, serie LVII; raccolta manoscritti, fascicolo Sanquilico, 1590, carta 90). recatosi in età giovanile a Roma, apprese dallo scultore Camillo Mariani l’arte di modellare. Non tardò ad aver nome di buon ritrattista in busti di cera dipinti. E perché era uomo faceto e sapeva contraffare ogni linguaggio e rallegrare la conversazione, trovò aperta la via della corte papale: fu fatto canonico di Santa Maria in cosmedin e bussolante di più pontefici. Fu particolarmente benvoluto alla corte del principe cardinale Maurizio di Savoja. Fece anche alcuni lavori in bronzo, apprese l’architettura e disegnò e insegnò fortificazioni. Delle sue opere, rimangono a Roma in Santa Maria Maggiore (sagrestia) la statua del papa Paolo V in metallo e in San Giovanni dei Fiorentini (cappella Sacchetti) un Cristo in croce di metallo, tratto da un modello di Prospero Bresciano. Morì in età di sessantacinque anni, durante il pontificato di Urbano VIII.
FONTI E BIBL.: Baglione, Vite de’ pittori, 1642, 210; S. Ticozzi, Dizionario degli architetti, III, 1832, 210; A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 384, 417 e 445; E. Scarabelli Zunti, IV, 271; Künstler-Lexikon, XXIX, 416 (con bilbiografia precedente); Archivio storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 362-363.

SANQUIRICO PAOLO o DA PARMA, vedi SANQUILICI PAOLO

SANROMERI GIOSEFFA, vedi SANTOMERI GIOSEFFA

SANSEVERINI, vedi SANSEVERINO

SANSEVERINO ALESSANDRO SAVERIO GAETANO
Parma 17 aprile 1742-Parma 3 agosto 1814
Nacque dal conte Giuseppe e dalla contessa Laura Leni, nella parrocchia di San Giovanni. Casa Sanseverini risulta, dall’elenco degli alloggi assegnati agli alti ufficiali delle truppe che occuparono il ducato nel 1745, in borgo Riolo 19. Il Sanseverino venne avviato, per rango e per censo, alla carriera militare, che percorse fino ad alti gradi. Dal matrimonio con Cecilia Cantelli, figlia del conte francesco, nacquero il 4 marzo 1768 Giuseppe melchiorre Luigi Maria e il 14 aprile 1770 eleonora Teresa Maria, destinata a vestire gli abiti monacali di Sant’Orsola. Indole mite ma appassionato di arte e storia, manifestò ben presto curiosità e fermenti conoscitivi che elaborò in modo personale. Sulla scia di quello che don Luigi Gozzi, un poligrafo legato all’ambiente della corte, accanito raccoglitore di antiche cronache e manoscritti rari, stava realizzando con esiti più convincenti in ambito cartografico, il Sanseverino si ritagliò un suo spazio in campo storiografico-cronachistico, mettendosi a frugare tra memoriali e documenti antichi, collezionandoli, interrogando manoscritti, quadri e statue, con l’intento di riproporre poi in modo sistematico le conoscenze acquisite, a metà strada tra sapere scientifico e sapere popolare. Il credito di cui godette è dimostrato dalle sovvenzioni ducali alla pubblicazione della sua unica opera a stampa. Il duca approvò infatti nel 1777 il preventivo dello stampatore giuseppe Braglia, relativo alla spesa occorrente per stampare il Diario Istorico Cronologico del conte Alessandro Sanseverini: si calcolò un occorrente di sessanta risme di carta piacentina per un totale di 2300 lire. Ma resistenze e opposizioni, sintomi anche di conflitti non solo in ambito letterario, ne ostacolarono la realizzazione. È lo steso amministratore francese Moreau de Saint-Méry a svelarne i retroscena in una miscellanea manoscritta dedicata alle vicende parmigiane. Moreau ricorda come il duca avesse sollecitato il Sanseverino alla pubblicazione del suo Parmigiano istruito. Il conte Giuseppe Pompeo Sacco, governatore e poi ministro di Grazia e Giustizia, intervenne a più riprese facendo invece pressioni sulla famiglia perché dissuadesse il Sanseverino dall’iniziativa, accusandolo di aver circonvenu l’Infant e arrivando infine a far requisire tous les papiers del sanseverino, salvo poi restituirgliele ancora cachetés, ma con un giudizio di non utilità per la chose publique. Il Sanseverino, che vinse a stento il desiderio di bruciarle, alla fine si vide arrivare l’autorizzazione del duca alla pubblicazione. Il Parmigiano istruito nelle notizie della sua patria sparse nel presente Almanacco istorico-cronologico venne edito da Giuseppe Braglia a Casalmaggiore, perché les presses de Parme etoient occupées, in due volumetti in ottavo, nel 1778. Moreau conclude questa nota precisando che l’opera era costata 3200 lire di Parma che il duca doveva pagare, ma che il conte Sacco ne aveva rimborsate solo 1400. Il sanseverino nell’introduzione all’opera, dedicata al duca Ferdinando di Borbone, dichiara come il desiderio di accrescere le proprie cognizioni sul passato della sua città lo avesse portato, attraverso ricerche onerose e dispendiose, a trovarsi possessore di documenti e notizie che erano in grado di fornirgli materia sufficiente alla formazione di una non disgradevole seguita Istoria Parmense. Conscio però della complessità dell’impresa, forse non adatta alle sue forze, con un’allusione anche alla sua salute cagionevole, aveva ripiegato spargendo gli accennati Monumenti nel presente almanacco. Dalla tiepida accoglienza dei contemporanei, l’opera ricevette invece pungenti e aspre stroncature nel periodo successivo, soprattutto tra i cultori delle belle arti. Paolo Donati nella prefazione alla sua guida di Parma, facendo il punto sull’editoria del genere, cita anche il Parmigiano istruito, ma commenta: Il suo autore prometteva di continuarlo ne’ susseguenti anni, dando contezza delle pitture e architetture della nostra Patria; ma di poco conto e fallaci furono le prime, e lo sarebbero state le posteriori, perché, privo qual egli era, delle tante cognizioni a sì grand’uopo necessarie, diede in madornali errori, riferendo di buona fede tutto ciò che gli veniva detto. Nel 1783, già tenente colonnello del Terzo Suburbano di Parma, il Sanseverino sollecitò e ottenne dal duca la divisa di capitano di Truppa Regolata, che gli consentì di mostrare dignità pari ai Capitani Urbani e nello stesso tempo maggiore autorità con i subalterni. La sua fu una carriera costruita con zelo e attenzione, alla quale solo i problemi di salute e un figlio un po’ vivace misero dei freni. Il 14 febbraio 1788, infatti, vide umiliato il suo ruolo professionale e frustrato quello paterno quando il figlio Giuseppe venne fermato e condotto prima nel convento dei padri minori riformati di Castell’Arquato e in seguito nelle prigioni nuove del Castello di Piacenza, per aver disobbedito alle intimazioni del ministro Cesare Ventura che gli rimproverava di frequentare compagnie disonorevoli al suo rango. Per non pregiudicarne la salute, venne trasferito nel convento dei riformati di Borgonovo, ma in disaccordo con il superiore, troppo rigoroso e sofistico, venne ricondotto nel Castello di Piacenza. Nominato soldato volontario contro la sua volontà, insofferente a qualsiasi limitazione di libertà, ai disagi e alle fatiche della vita militare, su istigazione di un coetaneo, disertò il 7 aprile 1789, ma venne arrestato e rinchiuso nel Castello di montechiarugolo. Gli appelli del Sanseverino al duca, nel settembre 1789, perché considerasse con clemenza la situazione del figlio, riuscirono a ottenerne la libertà, ma solo di giorno e con obbligo di non uscire dal paese. Il marchese Tommaso Calcagnini, comandante del reggimento Reale di Ferdinando di Borbone e comandante della Piazza del Ducato, sostenne le richieste del Sanseverino, convenendo sulla severità del castigo già inflitto, ma suggerì anche di non insistere con la carriera militare ormai irreparabilmente compromessa. La moglie del Sanseverino, Cecilia Cantelli, morì il 21 agosto 1796, a cinquantadue anni. Il Sanseverino, perseguitato dalla malattia, dopo quasi sedici anni di servizio chiese l’esonero dall’incarico per la sua cagionevolezza di salute. Il conte Giacomo Cantelli, ispettore delle milizie e collaterale generale, ne appoggiò la richiesta e il 15 febbraio 1799 il duca firmò il benservito, permettendogli di conservare i gradi e gli onori di tenente colonnello delle milizie. Il 24 giugno 1800, tuttavia, in istato di guarigione e con il suo posto ancora vacante, ottenne la reintegrazione nei ranghi e nel 1803 venne nominato colonnello. Con la malattia imparò a convivere, limitando più gli impegni mondani che la sua attività professionale. Nel 1804, in piena epoca repubblicana, chiese al suo superiore razioni di pane, come lumi e altro per la Compagnia de’ Granatieri aquartierati a San Francesco cento venti. Nel settembre dello stesso anno ricordò all’amministratore generale la disponibilità del Corpo dei Granatieri Suburbani a essere utilizzato come Truppa viva in occasione del passaggio a Parma di papa Pio VII, che si stava recando a Parigi per l’incoronazione di Napoleone Bonaparte. Nel marzo del 1805 inviò le proprie considerazioni al collaterale generale lodovico Cantelli, che poi le trasmise al moreau, relative al nuovo Decreto di riforma agl’Esenti dal Carico della capitazione, e Mobigliare. Seppur esili tracce nella quotidianità della sua professione, questi documenti forniscono la testimonianza dell’impegno costante e dell’attenzione che vi profuse. E con altrettanta dedizione ricercò e raggruppò memorie e testimonianze storico-artistiche. Giambattista Bodoni, presentandolo al professor Malacarne, al quale volle indirizzarlo per fargli sperimentare gli effetti dei bagni di Abano sui suoi malori, lo ritrae in termini affettuosi e lusinghieri, confessando di essergli legato non già per la nobiltà de’ suoi natali, né per i molti pinguissimi beni de’ quali le fu largo Fortuna, ma sibbene per l’ottimo suo cuore, per la sua generosa umanità, e per l’amore ardentissimo con cui ha sempre riguardato e conserva i monumenti di questa sua illustre Patria avendo in ogni tempo raccolto e conservato i più antichi e pregevoli monumenti che vi esistono ancora sparsi qua e là, ed ignoti alla maggior parte degli esteri e dei Parmigiani stessi. Al sanseverino, del resto, Bodoni si rivolse per avere indicazioni su quadri e attribuzioni di autori, innescando un rapporto di reciproco scambio di informazioni. L’arrivo di Moreau de Saint-Méry a Parma, nel 1801, in qualità di residente della Repubblica Francese prima e di amministratore generale poi, senza dubbio rappresentò per il Sanseverino un momento di particolare fervore creativo e nel contempo anche di appagante gratificazione. Moreau trovò in lui un alleato e un complice: la comune passione per le notizie patrie e l’intenzione di redigere una storia del ducato, per la quale l’amministratore stava cominciando a radunare documentazione, stimolarono il Sanseverino ad assecondarne le curiosità e ad agevolarne le ricerche. Gli segnalò bibliografie e procurò libri, come la Storia de Letterati, la Storia di Parma e la Storia di Guastalla, tutti del padre Ireneo Affò, Il Flaminio da Parma, manoscritti e riproduzioni di iscrizioni, dipinti e di particolari architettonici. Ricevette anche somme di denaro, come risarcimento del materiale o per pagare i collaboratori. Alle note visive, appunti grafici appena acquerellati, riproduzioni di lapidi e dettagli di iscrizioni, che da tempo raccoglieva, si aggiunsero anche mappe, planimetrie, facciate, vedute, piante e spaccati, come quelli del Battistero che inviò all’amministratore il 31 dicembre del 1803. La dedizione al Moreau fu tale da donargli l’intera sua raccolta. Angelo Pezzana, che non glielo perdonò, tracciò del Sanseverini un ritratto severo e impietoso: Se a questo suo tanto zelo, egli avesse accoppiata la coltura, la critica e l’esattezza che richieggionsi ne’ così fatti studii avrebbe potuto recare gran lume in ogni ramo della nostra Storia. Alla quale avrebbe pure prestato non leggere servigio se nel satisfare a’ desideri dell’Amministratore gen. Moreau di S. Méry, che radunava memorie per la storia medesima, a vece di presentarlo di molti antichi e preziosi Atti originali che quegli recò poscia in Francia, e che indarno io procacciai di ricuperare alla comune Patria, fosse stato contento a dargliene copia. Le memorie che l’amministratore aveva portato in Francia ritornarono a Parma nel 1847, a seguito della vendita dell’archivio Moreau da parte della vedova allo Stato. Il Sanseverino lasciò ai posteri raccolte di notizie manoscritte, poste insieme per pura sua istruzione, di carattere ecclesiastico e civile e molto materiale per la storia dell’arte: Storia di Parma dal principio al secolo XVIII (Biblioteca Palatina, Parma, manoscritto parmense 528-529), Estratti delle cose rimarchevoli ricavate da certo libro intitolato Giornale di Parma 1701-1724, redatto nel 1802 (Biblioteca Palatina, Parma, manoscritto parmense 433), Cronaca parmigiana dal 1760 al 1784 (Archivio di Stato di Parma, Archivio del Comune, 4212), Memorie istoriche parmigiane (Archivio di Stato di Parma, Archivio del Comune, 4211) e Chiese ed edifici pubblici di Parma (Archivio di Stato di Parma, 3 volumi), annoverante figure, piante, prospettive e notizie sulle architetture parmigiane. particolarmente quest’ultima fatica testimonia di un suo vedutismo, attrezzato sotto il profilo tecnico e capace di fresca schematizzazione grafica.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 653; Arte a Parma, 1979, 281-282; R. Lasagni, Bibliografia parmigiana, 1991, 263; V. Bocchi, in Ossessione della memoria, Parma, 1997, 61-65.

SANSEVERINO BARBARA
Milano gennaio/agosto 1550-Parma 19 maggio 1612
Figlia di Gianfrancesco e di Lavinia sanseverino, trascorse la fanciullezza nella rocca di Colorno. Il 6 settembre 1564, non ancora quindicenne, andò sposa al cinquantenne cavaliere conte Giberto Sanvitale di Parma, vedovo di Livia Belgioioso, con diritto di successione alla contea di Sala. Poiché il Sanvitale aveva domicilio a Parma nel palazzo Bernieri, la Sanseverino, con grande sfarzo, vi prese stanza. Dal matrimonio nacque Girolamo (1567), che tanti crucci procurò alla sanseverino. A Parma la Sanseverino si prodigò in opere benefiche di ogni tipo, fino a farsi zelatrice di raccolte di offerte per il recupero di prostitute alla vita virtuosa. Quando Giberto Sanvitale nel 1572 dovette recarsi a Roma, la Sanseverino lo seguì ed ebbe modo di intervenire ai ritrovi di dame e cavalieri mettendo in evidenza sia la sua avvenenza che la buona cultura e intelligenza. Durante il soggiorno romano, la Sanseverino ebbe esaltazione nel canto dei poeti che l’incontrarono: il patrizio veneto Maffeo Veniero le dedicò una splendida canzone nel suo dialetto, Curzio Gonzaga la magnificò in numerosi sonetti e Girolamo Catena la esaltò con epigrammi latini. quando, tornata da Roma, la Sanseverino si recò nel 1576 a Ferrara accompagnata da Eleonora, sua figliastra, il poeta principe del tempo, Torquato Tasso, fu stordito dalla bellezza di entrambe, ma particolarmente dalla sanseverino, cui dedicò uno splendido sonetto. Mentre si trovava nel suo feudo di Colorno, si dedicò anche all’interpretazione dell’arte scenica: rivelò squisita sensibilità ed eccezionali doti di interprete, tali che rendere possono una donna singolare nel suo sesso, o rarissima. La rivelazione di queste capacità fece dedicare alla sanseverino la terza parte delle rime scritte dal poeta bresciano Gian Mario Agacio. Addirittura il Guarino si gloriò di avere giudizio dalla sanseverino sull’opera sua Il pastor fido. Dal suo matrimonio con Giberto Sanvitale, nel 1571, all’età di vent’anni, ebbe anche una bambina, cui fu messo il suo stesso nome. Di questa bambina un poeta del tempo scrisse: Gentil fanciulla, in cui si trova espresso l’altero nome e la beltà materna. La scialba personalità di Giberto Sanvitale, mai libera da bigotte suggestioni religiose, e i trionfi e le lodi della sanseverino inevitabilmente minarono la solidità del loro matrimonio: la Sanseverino cominciò a essere insofferente di abitare a Sala e, quando non poté sostare a Parma, amò starsene a Colorno (1577). Giberto Sanvitale e il figlio Girolamo la sollecitarono a restare a Sala, ma tutto fu inutile, finché la Sanseverino arrivò alla decisione di chiedere il divorzio, pretendendo la restituzione della propria dote e degli arredi nozzereschi. Intervennero inutilmente nella contesa un cardinale e il marchese Giuliano Pallavicino. Quando la Sanseverino non seppe più a che cosa aggrapparsi per motivare la propria decisione, affermò di avere scoperto che le sue nozze con Giberto sanvitale dovevano essere annullate perché incestuose in quanto tra il padre gianfrancesco sanseverino e la prima moglie di Giberto Sanvitale vi era una consanguineità derivante dalla comune origine viscontea. Il vescovo di Parma Ferrante Farnese non riuscì a smontare il pretesto della Sanseverino. Intervenne allora il papa che ordinò al vescovo di fare chiudere la Sanseverino in un convento, ma proprio in quei giorni Giberto Sanvitale morì (1585). Lasciò per testamento erede di tutti i beni il figlio Girolamo, con l’impegno di corrispondere alla sorella Barbara ventiduemila scudi a titolo di dote. Successivamente la Sanseverino poté avere dal figlio Girolamo gli alimenti e la restituzione della dote. Per il cattivo governo del figlio Girolamo nel feudo di Sala, la sanseverino temette che nello sperperare tutto il suo patrimonio egli arrivasse anche a dilapidare la dote che era stata lasciata alla sorella. Fu il duca Alessandro Farnese a intervenire perché la dote della giovanetta fosse messa in salvo, fino a che Barbara andò sposa a un ricco francese nel 1589. Anche la Sanseverino sborsò in dote diecimila scudi per la figlia. La sanseverino si dedicò alle cure del suo feudo di Colorno in un periodo di grande miseria: sovvenne famiglie bisognose e, in esecuzione di una volontà della madre, fondò in Colorno anche un Monte della Pietà. Si legò di un’amicizia più che affettuosa con Vincenzo gonzaga, figlio del duca di Mantova, ben più giovane di lei, divenendone non solo amante ma confidente e consigliera in affari di cuore. Più bella e più fresca che mai, venne esaltata dal Gonzaga allorché era sui quarant’anni.Fu lei, con grande spregiudicatezza, a favorirne gli amori con la reggiana Ippolita Torricella, a mettergli vicino come favorita Agnese de Argotta, marchesa di Grana, e a raggiungerlo con bellissime giovani parmigiane a Maderno sul Garda. Ebbe non comune cultura e rese la corte di Colorno un ritrovo di eletti ingegni. Mise in auge l’Accademia degli Amorevoli ed ebbe il vezzo dei cenacoli letterari. Le furono amici, tra i tanti, Ferrante Gonzaga, bernardino Baldi, Battista Guarini e Angelo Ingegneri. Vincenzo Gonzaga le accordò tutte le esenzioni sui beni personali che ella già aveva o poteva avere nel suo ducato. Intanto cominciò a svilupparsi un’aspra contesa tra il duca ranuccio Farnese e la Sanseverino a proposito della proprietà del feudo di Colorno. ranuccio Farnese, di carattere sospettoso e chiuso, pose gli occhi su Colorno per molteplici ragioni: per una lotta contro l’ultima feudalità locale e i suoi intenti d’indipendenza e di prepotenza (lotta che iniziò nel 1602 con l’obbligo ai feudatari di non assentarsi dal ducato senza giustificato motivo e che continuò nel 1606 col limitarne i diritti di caccia), per desiderio di acquisire alle vuote casse ducali il patrimonio dei Sanseverino e dei Sanvitale che erano i più cospicui in tutto il ducato, e per la necessità di dover prendere una serie di precauzioni militari rinforzando i presidi verso il Po (con questa scusa aveva posto in Colorno un commissario con un drappello di soldati). ranuccio Farnese avanzò le sue pretese, infirmando inizialmente le concessioni date da Ottavio Farnese e istruendo un regolare processo sulla loro validità. Anche cittadini colornesi trovarono modo di lamentarsi con Ranuccio farnese di certi torti a loro giudizio ricevuti dalla Sanseverino: grave ingiustizia fu ritenuta dagli abitanti di Mezzano de’ Rondani, di copermio, delle Vedole e di altri centri l’aver loro imposto la Sanseverino di fare alcune carreggiature per Parma e Colorno, minacciando pena di cento scudi d’oro a ciascuno dei non obbedienti. Sentendosi abbandonata anche dal figlio Girolamo, cercò un aiuto, e nel 1596 decise così di sposare il conte Orazio Simonetta, che già la corteggiava ed era tanto invaghito di lei che, avendo avuto da altra donna una figlia naturale, le aveva imposto il nome di Barbara. Ranuccio Farnese, appellandosi a semplici pretesti, operò sia contro la Sanseverino, che era semplice usufruttuaria del feudo di Colorno, sia contro il figlio Girolamo e il nipote gianfrancesco, che avrebbero dovuto, uno dopo l’altro, divenire i titolari del feudo stesso. venuto a sapere la questione, il conte di fuentes, governatore di Milano per la corona di Spagna, intimò al duca Ranuccio Farnese di desistere dalle sue pretese, giudicate illogiche e illegittime. Così, finché visse il Fuentes, sia la sanseverino che Girolamo e gianfrancesco non ebbero più minacce. morto però il fuentes, Ranuccio Farnese riprese le sue rivendicazioni e propose di affidare la diatriba a un collegio di giuristi di Padova, che egli si riprometteva di corrompere avendo avuto prova della loro corruttibilità in altra occasione. mentre a Roma i cardinali Gonzaga e montalto si votarono alle ragioni Sanvitale-sanseverino, come Ranuccio Farnese aveva previsto, il collegio dei giuristi si schierò dalla sua parte con trentatré voti contro diciassette. Quando Girolamo Sanvitale apprese la sentenza, si mise a trattare con Ranuccio Farnese si predispose a ricevere al posto di Colorno una rendita corrispondente, con l’aggiunta di una giurisdizione su Collecchio, e ad avere la dignità marchionale di Colorno vita naturale durante, in quanto Sala stessa si sarebbe trasformata da contea in marchesato. Gianfrancesco sanvitale, figlio di Girolamo e nipote della sanseverino, prese una posizione ben diversa dal padre, rendendosi conto che, morti la Sanseverino e il padre, a lui non sarebbe restato nulla. Cominciò dunque a pensare che non gli restava che disfarsi dell’iniquo duca. Resosi conto della ruggine che esisteva tra i duchi di Mantova e quello di Parma, lasciò trasparire al duca Vincenzo gonzaga il suo rancore per ranuccio Farnese e il Gonzaga gli lasciò capire che lo avrebbe aiutato nel suo intento. Inoltre gianfrancesco sanvitale, che aveva sposato una nipote del principe della mirandola, ottenne incoraggiamento anche da quest’ultimo. Lo stesso duca di Modena gli lasciò capire che non lo avrebbe ostacolato nell’impresa. L’attentato avrebbe dovuto compiersi durante la cerimonia del battesimo di alessandro, figlio del Farnese. Al sacro rito avrebbero partecipato il duca, il cardinale Odoardo Farnese e Ottavio, figlio naturale dello stesso Ranuccio Farnese. Nel mezzo della funzione, esecutori assoldati avrebbero dovuto balzare in chiesa e uccidere tutti i partecipanti. Ad azione riuscita, soldati già predisposti, avrebbero occupato il castello e gli altri palazzi principali della città di Parma. Ma, per una banale circostanza, il battesimo non ebbe luogo nella chiesa e nell’ora stabilite, per cui l’impresa dovette essere rinviata. Si era persino stabilito che, a impresa compiuta, Parma sarebbe stata proclamata repubblica oligarchica, Piacenza sarebbe stata annessa al ducato di Mantova, Castro e le terre dipendenti sarebbero state date al papa e i domini d’Abruzzo al duca di Modena. sfumata l’occasione del battesimo, si cominciò a studiare il modo di uccidere il duca nell’abbazia di Fontevivo, retta dai cappuccini, dove Ranuccio Farnese si rifugiava quando, com’era solito, lo assalivano crisi di fanatismo religioso. Nel frattempo Girolamo Sanvitale, che pure aveva lasciato sospettare di cedere alle lusinghe del duca, venuto a sapere della congiura in preparazione, decise di prendervi parte attiva e nel Carnevale del 1611 invitò a casa sua tutti coloro che sapeva esservi propensi: tra gli altri, la Sanseverino, il marchese Gianfrancesco Sanvitale, Orazio Simonetta, marito della sanseverino, Pio Torelli e il piacentino Teodoro Scotti. In quel convito si concordò di assoldare uomini pronti al colpo di mano. gianfrancesco Sanvitale andò a Mantova e ottenne da quel duca millecinquecento scudi in contanti. Una parte tenne per sé, una parte dette al sacerdote Gigli e un’altra parte al suo fidato servitore Onofrio Martani da Spoleto: ognuno avrebbe dovuto assoldare gli uomini necessari all’impresa. Avvenne però che quasi contemporaneamente il cugino di Gianfrancesco Sanvitale, Alfonso Sanvitale, in grave disaccordo con la moglie Silvia Visdomini, decise di farla uccidere. Mentre Silvia Visdomini si trovava con la madre a villa San Maurizio di reggio, fu compiuto un attentato ai loro danni: la madre morì, mentre Silvia Visdomini se la cavò con gravi ferite. ranuccio Farnese, venuto a conoscenza del fatto e sapendo dei preesistenti rancori tra Alfonso Sanvitale e la moglie, fece arrestare il Sanvitale insieme a Oliviero Olivieri, sospettato di avergli tenuto mano. Per ragioni diverse fu arrestato anche Onofrio Martani insieme ad altri soldati. Nel fare il processo a questi soldati il giudice, il nobile Filiberto Piosasco, trovò nella tasca di uno dei giudicandi delle schede convenzionali attinenti all’ingaggio per L’affare importantissimo che era la cosa del duca. Insistendo nell’interrogatorio, il Piosasco venne a scoprire i termini della congiura e in breve cominciarono gli arresti dei sospetti. Il Martani, sottoposto a feroce tortura, finì col denunciare per primi Gianfrancesco e Alfonso Sanvitale, che furono arrestati e consegnati al Piosasco, il quale poté allora allargare l’indagine sulle dimensioni della trapelata congiura. L’arresto del nipote gianfrancesco fu un colpo terribile per la Sanseverino che, nell’interessarsi di lui e nell’illusione di poterlo difendere, commise qualche imprudenza. Ranuccio Farnese, pertanto, dispose ogni sorveglianza sui movimenti, sulle relazioni e sulle parole della Sanseverino. Gianfrancesco e Alfonso Sanvitale, orribilmente martoriati dalle torture, fecero delle confessioni, per cui il 9 novembre 1611 furono arrestati anche il conte Orazio Simonetta, marito della Sanseverino, il conte Pio Torelli di montechiarugolo, il conte Masi da Correggio e il conte Scotti di Piacenza. Non molto tempo dopo il tesoriere del duca, Bartolomeo Riva, spedì al Piosasco una nota di delitti di cui egli imputava la Sanseverino. Il Piosasco l’11 febbraio 1612 ordinò la carcerazione della sanseverino, di suo figlio Girolamo e della di lui moglie Benedetta Pia. Il giorno 13 febbraio, mentre la Sanseverino si trovava a Parma nel suo palazzo nelle vicinanze di Santo Stefano, un manipolo di guardie comandato da pellegrino Barbetta irruppe nel palazzo, sequestrò i servi, segregò in una stanza tutte le donne presenti, arrestò la Sanseverino e la diede in custodia al servo Giovanni Marchetti. La sanseverino fu tradotta nel Castel Nuovo di Parma. In quel castello fu portata, qualche giorno dopo, anche la giovane nuora Barbara, moglie di Girolamo Sanvitale, mentre quest’ultimo, con gli altri arrestati, fu rinchiuso nelle carceri della Rocchetta. Il giorno dopo il giudice Piosasco, accompagnato dal notaio Moreschi, si recò al castello e iniziò gli interrogatori della Sanseverino. Come risulta dagli atti del processo, gli interrogatori furono condotti con metodi diversi: a volte blandi e suadenti, a volte minacciosi e feroci. la sanseverino continuò a proclamare la sua non colpevolezza, pure ammettendo il suo rancore per le manifestazioni di inimicizia che il duca aveva espresso nei suoi confronti. Dagli atti stessi risulta che la Sanseverino crollò soltanto quando le mostrarono le rivelazioni di accusa a suo carico che erano state fatte dai suoi più stretti familiari, quali il marito Orazio Simonetta, il figlio Girolamo e lo stesso nipote gianfrancesco Sanvitale, già sottoposti a orribili torture. l’incalzare dell’inquisizione, i raggiri del personale di custodia, le blandizie e le minacce ridussero la Sanseverino al punto di doversi sentire meritevole di ogni pena per l’offesa maestà del duca e macchiata di ogni vergogna davanti ai suoi sudditi. Il 4 maggio 1612 filiberto Piosasco pronunciò col voto del consiglio di Giustizia la sentenza, per la quale, dichiarati i prigionieri rei di lesa divina e umana Maestà, li condannò, oltre alla confisca dell’avere, ad essere trascinati per la città a coda di cavallo, sopra un graticcio di vimini, sino al luogo del supplizio, ove sarebbero stati appesi, poi squartati, e i quarti esposti, secondo l’uso, al pubblico terrore. Senonché il duca, cui bastava disfarsi di loro, confermò la sentenza capitale e ne vietò le sevizie. l’esecuzione della sentenza fu fissata il 19 maggio. Nella notte del 15 la Sanseverino fu consegnata dal castellano Cesi al Ravizzotti, aiutante nelle ducali milizie, e condotta nella rocchetta, dove il custode Genesio Mazza la chiuse nella prigione. Dopo due notti e un giorno, il 17 maggio fu stretta ai ferri. Al mattino del 18 le si apprestò il Pane degli Angeli nella cappella delle carceri e le fu assegnato un confessore permanente. A notte inoltrata il Mazza consegnò in Rocchetta a Gaspare Antonio Custodi, capitano, presente il notaio Agostino Neroni, la Sanseverino insieme con gli altri. Fu condotta al palazzo del criminale, in piazza, e venne tratta per prima al supplizio. Della Sanseverino restano due piccoli ritratti. Uno, nella Rocca di Fontanellato che fu dei sanvitale, raffigurante un volto affilato che si affonda in un ampio colletto serrato da una trina di merletto, dallo sguardo e dal lieve sorriso enigmatico, quasi leonardeschi, con perle al collo, pendagli alle orecchie e i capelli raccolti a trecce e riccioli, il secondo, che è una piccola miniatura, al museo Glauco Lombardi.
FONTI E BIBL.: A. Ademollo, La bella Adriana, Città di Castello, 1888; F. Odorici, Barbara sanvitale e la congiura del 1611 contro i Farnesi, Milano, 1863; A. Valeri, I Farnese, Firenze, 1934; F. Orestano, Eroine, 1940, 318; G.B. Janelli, dizionario biografico dei Parmigiani illustri o benemeriti nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, Genova, 1877, 362-371 e 525; A. Ronchini, Vita della contessa Barbara Sanseverino, in Atti e memorie della R. Deputazione di storia patria per le province modenesi e parmigiane I 1863; M. Bandini, Poetesse, 1942, 210; M. Pellegri, Colorno villa ducale, 1981, 27-29; Al Pont ad Mez 2 1988, inserto; P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 2 marzo 1992, 5.

SANSEVERINO FEDERICO
Napoli 1450-Roma 7 agosto 1516
Fu cardinale diacono (9 marzo 1489), canonico della Cattedrale di Parma e commendatario della badia di Fontevivo. Fu sostenitore di papa Alessandro VI e francofilo. Fu privato del cardinalato il 24 ottobre 1511 e di nuovo fatto cardinale il 27 giugno 1513.
FONTI E BIBL.: Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.

SANSEVERINO FRANCESCO MARIA
Parma-Parma 1673
Insegnò all’Università di Parma almeno dal 1645. Dapprima professò istituzioni, ma nel 1646 fu lettore primario di diritto civile. Dal 1657 al 1673 ebbe ufficio di avvocato fiscale. Nel 1670-1671 trattò nello Studio parmense Rub. et I. C. qui admitt. ad bonorum possess. Rimane del Sanseverino una allegazione In Buxet Bonorum vacantium.
FONTI E BIBL.: Bolsi, 38, 48; Archivio di Stato di Parma, Mandati 1619-1715, numero 90, Ruoli de’ Provigionati, numeri 19, 22; F.Rizzi, Professori, 1953, 37.

SANSEVERINO GIAN ALBERTO, vedi SANSEVERINO SIMONE GIOVANNI ALBERTO

SANSEVERINO GIAN FRANCESCO
Colorno 1525 c.-1570
Figlio di Giulio e di Ippolita Pallavicino di Scipione. Si distinse nella carriera delle armi e fu maestro di campo al servizio dell’imperatore Carlo V e di Filippo II di Spagna.
FONTI E BIBL.: M. Pellegri, Colorno villa ducale, 1981, 33.

SANSEVERINO GIAN FRANCESCO, vedi anche SANSEVERINO GIOVANNI FRANCESCO

SANSEVERINO GIAN GALEAZZO, vedi SANSEVERINO GIOVANNI FRANCESCO

SANSEVERINO GIOVANNI ALBERTO, vedi SANSEVERINO SIMONE GIOVANNI ALBERTO

SANSEVERINO GIOVANNI FRANCESCO
Colorno 1474 c.-Napoli 1500
Figlio naturale di Roberto Ambrogio. Militò sotto Luigi XII di Francia e morì a Napoli mentre era al servizio di quel re. Fu sepolto in Santa Chiara. Dalla moglie Barbara Gonzaga di Bozzolo ebbe vari figli, tra cui il discendente per il feudo di Colorno, Roberto Ambrogio.
FONTI E BIBL.: Colorno. Memorie storiche, 1800, 78; Pellegri, Colorno villa ducale, 1981, 32.

SANSEVERINO GIUSEPPE
Parma 1776/1821
Fu Gentiluomo di Camera allla Corte di Parma dal 1776, tra gli Esenti della compagnia delle Guardie del Corpo delle Altezze Reali con la carica di Sottotenente della compagnia dei Volontari di Colorno dal 1778 e Colonnello Comandante della Piazza almeno dal 1817 al 1821.Fu inoltre commendatore dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio con incarichi di vicetesoriere nel Consiglio stesso e autore del manoscritto Plan de toutes les figures d’une contredanse a cheval executée par son Altesse Royal Madame l’Infante Archiduchesse d’Autriche avec vint trois cavaliers devant le palais du Jardin Royal de Parme le 15 fevrier 1778.
FONTI E BIBL.: V.Bocchi, in Ossessione della Memoria, Parma, 1997, 65.

SANSEVERINO IPPOLITA, vedi PALLAVICINO IPPOLITA

SANSEVERINO ROBERTO
Caiazzo o Napoli 1417-Rovereto 9 agosto 1487
Figlio di Leonetto e di Elisa Sforza, figlia di Muzio Attendolo e sorella di Francesco che fu poi Duca di Milano.Trasferitosi da Napoli a Milano al servizio di Attendolo Sforza, combatté per conto di lui contro gli Aragonesi di Napoli.Nel 1458 compì un viaggio in terrasanta, di cui rimane l’interessante descrizione Viaggio in Terrasanta fatto e descritto per roberto da Sanseverino (Bologna, 1888). Per i suoi meriti ottenne nel 1451 il feudo di Colorno.Ritiratosi poi dal servizio degli sforza, combatté per la Repubblica di Genova che si era ribellata alla dominazione degli stessi Sforza.Dovette poi fuggire a Venezia, ove venne eletto Capitano generale della repubblica e per essa morì combattendo alla difesa di Rovereto.Dalle sue tre successive mogli e da un numero imprecisato di amanti sortì una copiosa messe di figli legittimi e non.

FONTI E BIBL.: P. Amat di San Filippo, Biografie di viaggiatori, 1875, 65; Palazzi e casate di Parma, 1971, 180; M. Pellegri, Colorno villa ducale, 1981, 32.

SANSEVERINO ROBERTO AMBROGIO
1500-Busseto 1532
Dopo avere militato al soldo della Chiesa, dell’Impero e della Repubblica Veneta, si pose al servizio di Francesco I di Francia che lo creò generale della cavalleria italiana. Morì a soli trentadue anni d’età, dopo una cena con il marchese Del Vasto, non senza sospetto di veleno. A Parma gli vennero tributati grandi onori.
FONTI E BIBL.: M. Pellegri, Colorno villa ducale, 1981, 33.

SANSEVERINO RUBERTO, vedi SANSEVERINO ROBERTO

SANSEVERINO SIMONE GIOVANNI ALBERTO
Parma 28 ottobre 1553-Parma 5 marzo 1622
Figlio di Giovanni Battista e di Anna. Fu buon letterato e diede privatamente lezioni di logica e scienze. Fu medico di Odoardo e Ranuccio Farnese, ricercato anche da altri sovrani (tra i quali, Francesco Maria duca di Urbino e Cosimo dei Medici) e insegnante all’università di Parma. Fu anche appellato Urbano perché, secondo quanto riporta Ranuccio Pico, il padre, essendo cieco, diede il nome Orbano alla famiglia, che poi cambiò in Urbano, come più conveniente. Nel 1579 fece domanda d’iscrizione al Collegio dei Medici di Parma, ma non fu accettato mancando la nobiltà della famiglia, che era uno dei requisiti richiesti. Nel 1598 una grave e strana malattia colpì Ranuccio Farnese (che non era mai stato veramente bene e che anche in seguito fu sofferente a varie riprese) e i medici chiamati a consulto non venivano a capo di nulla. Fu allora interpellato il Sanseverino, che riuscì a ristorare le forze del duca, il quale il 24 settembre 1599 ordinò che il Sanseverino fosse iscritto al Collegio con l’anzianità della prima richiesta e gli fece assegnare la prima cattedra di medicina dell’Università di Parma nel 1602. Rimasto vedovo della prima moglie, il 15 marzo 1615 sposò in seconde nozze Anna Pallavicino di Polesine. È effigiato nell’antica farmacia di San Giovanni e fu sepolto in San Pietro Martire a Parma, dove un’iscrizione così lo ricorda: Joanni Alberto Sanseverino Urbano equiti philosophoque medico praestantissimo qui postquam serenissimos tres Duce Urbini primo Franciscum Mariam Parmae deinde Ranutium Hetruriae demum Cosimum Italia universa demirante praesentiss. morti eripuisset cum exinde fidei suae creditam sereniss. Farnesiorum familiam maximeque Odoardum nunc Parmae regnantem medica ope insignite juvasset scientia et arte clarus rarum medicina e prima sede docendi munere per annos viginti obito repentina morte sublatus obijt anno aetatis LXX salutis MDCXXII septimo idus sept.

FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 328-332; Parma nell’arte 3 1965, 206-207; R. Pico, Appendice, 169-174; G. Berti, Studio universitario parmense, 1967, 104-105; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 12 agosto 1986.

SANSEVERINO URBANO, vedi SANSEVERINO SIMONE GIOVANNI ALBERTO

SANSI GIACCO, vedi SANSI GIACOMO

SANSI GIACOMO
Parma 1670
Detto anche Giacco. Fu pittore di architetture e di ornati attivo nell’anno 1670.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Encilcopedia metodica di Belle Arti, XVIII, 1823, 16.

SANSO GIACCO, vedi SANSI GIACOMO

SANTE DA BORGO SAN DONNINO, vedi MAESTRI CARLO

SANTE DA PARMA
Parma-Monte Compatri 25 agosto 1241c.
Frate francescano illustre per virtù, e per miracoli celeberrimo. Il suo corpo riposa nel convento di Monte Compatri, nei pressi di Roma. Il Martirologio francescano ne fa onorata menzione al 25 di agosto. È chiamato venerabile e beato. Tra i miracoli attribuitigli, il Bresciano menziona quello avvenuto nel giorno della domenica delle Palme: avendo piantato un ulivo nell’orticello della sua cella, la mattina seguente lo si vide già fiorito e adulto.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 9; A.Bresciani, Vite dei santi, 1815, 42; Beato Buralli 1889, 214.

SANT’EVASIO AMBROGIO
Parma prima metà del XVI secolo
Scultore attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 362.

SANTI
Parma XVII secolo
Fu liutista alla corte ducale di Firenze nel XVII secolo (Bonini, Prima parte de Discorsi e regole sopra la musica).
FONTI E BIBL.: Bonini, manoscritto della biblioteca Ricciardiana di Firenze; R. Eitner, VIII, 419; Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 151.

SANTI DOMENICO
Riana di Monchio 1 maggio 1746-Parma 10 novembre 1835
Nacque da Carlo e da Lucia Cocconi, in una modesta famiglia del ceto medio. Compì gli studi in Parma, si fece sacerdote e fu ascritto nel Collegio dottorale di Sacra Teologia. Si specializzò in scienze morali e gli fu affidato l’insegnamento dell’etica all’Università di Parma nel 1785. Venne poi scelto quale preside della facoltà filosofica. Successivamente fu precettore ambito dei conti Sanvitale e pallavicino. Fu nominato censore della stampa e ispettore delle scuole inferiori di Parma. Nella chiesa di San Sepolcro in Parma esiste una lapide del Santi con epigrafe. Nella Biblioteca Palatina di Parma si conservano le sue propositiones ex Morali Philosophia (Parmae, 1793).
FONTI E BIBL.: Lettera di P. Giordani a P. Custodi in Parma e Lettera di P. Giordani a C. Rasori in Parma (ambedue in Bollettino Storico Piacentino 1909, 241, pubblicate da G. Ferretti); Supplemento Gazzetta di Parma 12 dicembre 1835; Montali Riccardi, Il Prof. Santi Don Domenico, in La Giovane Montagna 1 1939; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 371; F. Rizzi, Clero in cattedra, 1953; Berti, Atteggiamenti del pensiero nei ducati di Parma e Piacenza, 1958, I, 98-99; Gazzetta di Parma 5 agosto 1974, 11.

SANTI FERNANDO
Cornocchio di Golese 13 novembre 1902-Parma 15 settembre 1969
Il padre, ferroviere, rimase vedovo pochi anni dopo la nascita del Santi e solo con molti sacrifici riuscì ad avviarlo al conseguimento della licenza tecnica. Rievocando le ristrettezze economiche sopportate come perseguitato politico durante i primi anni del fascismo, il Santi così descrisse nel 1965 il suo ambiente di origine: Quella nuda povertà era per me cosa naturale. Mio padre l’aveva ereditata da suo padre. Di mia madre non dico. I suoi erano braccianti della Bassa verso il Po, gialli di secolare polenta sotto la scorza nera dell’aria e del sole. A quindici anni, nel 1917, si iscrisse al Partito Socialista Italiano (incominciai iscrivendomi agli adulti perché il circolo giovanile non esisteva più, prima assottigliato e poi disperso dalle chiamate alle armi per la guerra) e nella lotta contro la guerra si formò alla scuola dei socialisti riformisti parmensi (G. Albertelli, G. Ghidini, G. Faraboli e B. Riguzzi), che lasciò un’impronta duratura sulla sua concezione politica: ne assorbì quel gradualismo rivoluzionario (come egli stesso l’avrebbe più tardi chiamato) che era tipico del riformismo padano di quegli anni e che non perdeva mai di vista i valori dell’autonomia di classe e dell’iniziativa delle masse. Con la fine della guerra e la ricostituzione del movimento giovanile, il Santi divenne segretario della federazione parmense della Federazione Italiana Giovanile Socialista (1921), entrando a far parte del Comitato centrale di quest’ultima. Vicesegretario della Camera del Lavoro di Parma (1920, a fianco di A. Simonini) e collaboratore del suo settimanale L’Idea, incorse più volte in denunce per eccitamento all’odio di classe. Nello schieramento interno del Partito Socialista Italiano rimase però attestato su posizioni moderate: nell’ottobre del 1921 partecipò ai lavori del XVIII Congresso del Partito Socialista Italiano portandovi il saluto della Federazione Italiana Giovanile Socialista, la quale, dopo la scissione di Livorno (in cui la grande maggioranza dei giovani passò al Partito Comunista Italiano), aveva ricostituito le proprie file per opera di una minoranza che, affermò il Santi, riteneva allora e ritiene oggi ancora fermamente che il Partito Socialista Italiano sia il partito della classe operaia, il partito della lotta di classe. Un anno dopo, al Congresso di Roma che sancì la nuova scissione del Partito Socialista Italiano, aderì al Partito Socialista Unitario. Dopo aver partecipato alla resistenza contro le squadre fasciste di Balbo sulle barricate di Parma, si impiegò nel 1924 come redattore del quotidiano democratico e riformista cittadino Il Piccolo, diretto da T. Masotti. All’indomani del delitto Matteotti, lasciò Parma per Torino, dove le fonti di polizia lo segnalano per breve tempo segretario del locale sindacato tranvieri. Durante la sua permanenza nel capoluogo piemontese fu arrestato insieme a G. Saragat, ma poco dopo rilasciato. Alla fine del 1924 si trasferì a Milano, dove fu (1925) l’ultimo segretario della federazione provinciale del Partito Socialista Unitario prima della sua soppressione. In occasione dei funerali di A. Kuliscioff fu aggredito e percosso dagli squadristi. Dopo le leggi eccezionali, il Santi riuscì per qualche tempo a mantenere contatti con altri gruppi socialisti disseminati nel paese, approfittando della sua professione di viaggiatore di commercio che gli consentiva di spostarsi di città in città senza destare sospetti. In collegamento con G. Faravelli e A. Greppi, del Partito socialista dei Lavoratori Italiani, e con R. Fiorio, del Partito Socialista Italiano, lavorò per superare gli strascichi della scissione del 1922 e ricostituire l’unità delle disperse forze socialiste rimaste in Italia. Con l’insuccesso di questi tentativi, anche il Santi fu inghiottito nel lungo e silenzioso esilio interno della maggior parte dei quadri dirigenti socialisti. Fermato ancora a Foligno nel novembre del 1934 e subito rilasciato, nel febbraio del 1936 fu radiato dal novero dei sovversivi. Alla fine del 1941 riannodò in modo più regolare i contatti mai del tutto interrotti con i vecchi compagni e con Greppi e R. Veratti partecipò alle riunioni che si tennero in casa di Ivan Matteo lombardo e F. Lami Starnuti in vista della riorganizzazione del Partito Socialista Italiano. Nell’estate del 1943 partecipò alla ricostituzione del Partito Socialista, risultante dalla fusione del Partito Socialista Italiano con il movimento di Unità Proletaria, ma dopo l’8 settembre fu costretto a riparare in Svizzera. A Lugano assunse la carica di segretario del Comitato per l’assistenza ai profughi politici italiani. Nel settembre del 1944 raggiunse l’Ossola libera e di lì riuscì a passare clandestinamente in Italia, dove partecipò alla lotta per la liberazione di Milano e fu tra i redattori del primo numero dell’Avanti! legale. Segretario della Camera del Lavoro di Milano subito dopo il 25 aprile, nel 1947 assunse, in sostituzione di O. Lizzardi, la carica di segretario generale aggiunto della Confederazione generale Italiana del Lavoro a fianco di G. di vittorio. Da quel momento la sua vicenda biografica si identifica in modo completo con la storia della maggiore confederazione sindacale italiana: deputato al Parlamento per la circoscrizione di Parma dal 1948 al 1968, membro della direzione del Partito Socialista Italiano dal gennaio 1948 al maggio 1949 e poi ancora dal gennaio 1951 all’ottobre 1968, membro dell’esecutivo della Federazione Sindacale mondiale e del consiglio di amministrazione dell’ufficio Internazionale del Lavoro, il Santi dedicò però la parte di gran lunga prevalente delle sue energie alla direzione della confederazione Generale Italiana del Lavoro. Tutto il suo discorso sindacale e politico dopo la fine della guerra è in fondo legato, come ha notato V. Foa, all’aggiornamento, in qualche modo, dei valori democratici e socialisti della tradizione padana, nelle nuove condizioni di un capitalismo industrializzato e organizzato. Anche negli anni più duri della guerra fredda si batté per affermare una concezione della democrazia sindacale che assorbiva la parte più vitale della tradizione riformista: per una democrazia cioè non formale ma fondata sulla consapevolezza delle masse, sulla loro iniziativa creatrice, sulla loro piena partecipazione alla formazione delle scelte collettive quali mezzi per valorizzare, in termini di azione e di lotta, l’immenso patrimonio di energie potenziali del proletariato (barbadoro). Sull’attuazione coerente del metodo democratico e sulla rivendicazione della capacità del sindacato di elaborare autonomamente una sua linea rivendicativa e riformatrice, nel fermo rifiuto di ogni discriminante ideologica e di ogni ipotesi di subordinazione dell’organizzazione di classe a istanze a essa estranee, il Santi fondò la sua concezione dell’unità sindacale. Strenuo difensore del suo mantenimento di fronte alle prime minacce di scissione (a lui, oltre che a Di Vittorio, si deve il tentativo di compromesso con la corrente cristiana noto come modus vivendi, che ritardò di qualche mese l’uscita di questa dalla confederazione Generale Italiana del Lavoro), anche dopo la rottura del 1948 non rinunciò mai a battersi per la ricomposizione. Il richiamo al riformismo padano è ben presente anche nella concezione che il Santi mostrò di avere delle riforme di struttura, quale traspare a esempio dalla relazione da lui svolta al Congresso Nazionale della Confederazione Generale Italiana del lavoro a Genova (1949), quando fu lanciata l’iniziativa del Piano del Lavoro: una concezione dinamica, che rifiutava di isolare le conquiste graduali di nuovi rapporti di lavoro e di vita delle masse dall’obiettivo della trasformazione socialista. Ma il saldo legame con la tradizione che aveva improntato la sua formazione di dilettante e di dirigente non impedì al Santi di avvertire con singolare lucidità l’emergere di esigenze e di problemi nuovi: così fu tra i primi a cogliere i limiti della strategia sindacale centralizzata che era prevalsa fino alla metà degli anni Cinquanta e nella relazione al Congresso Confederale di Roma (1955) si sforzò di definire un rapporto soddisfacente ed equilibrato tra la generalizzazione delle lotte da un lato e l’articolazione delle rivendicazioni in modo rispondente a un processo di sviluppo sempre più differenziato dall’altro. nell’ultimo periodo della sua attività il Santi fu chiamato a confrontarsi con i problemi posti dalla necessità di definire una coerente posizione del sindacato di fronte al discorso della programmazione: problemi resi per lui più delicati dall’ingresso del partito cui apparteneva, il Partito Socialista Italiano, nel governo di centro-sinistra. Rivendicando l’esigenza di una politica di piano che non si presentasse come pura e semplice razionalizzazione delle scelte capitalistiche, bensì come affermazione della priorità della scelta pubblica e delle riforme di struttura, rifiutò sempre ogni artificiosa contrapposizione tra salari e investimenti e ogni condizionamento della dinamica rivendicativa. Al VI Congresso Nazionale della Confederazione generale Italiana del Lavoro (Bologna, 1965) il Santi annunciò la propria irrevocabile decisione di ritirarsi, per ragioni di salute, dalla segreteria. Nel suo discorso, tutto proiettato nella prospettiva, che da anni non era sembrata così vicina, dell’unità sindacale, uscì in un’affermazione che rifletteva nel modo più chiaro il senso della sua milizia di dirigente operaio e socialista: La più grande soddisfazione sarebbe quella di poter avere la certezza che un bracciante, un operaio, un lavoratore solo, nel corso di questi diciotto anni, abbia detto per una volta sola di me: è uno dei nostri, di lui ci possiamo fidare. Trascorse gli ultimi anni della sua vita sempre più appartato dalla vita politica attiva, in una posizione di riserbo critico verso molte scelte del Partito Socialista Italiano, e principalmente verso quella dell’unificazione con il Partito Socialista Democratico Italiano, che sul piano sindacale sembrò comportare il rilancio della prospettiva, da lui sempre risolutamente respinta, del sindacato socialista.
FONTI E BIBL.: prefazione di V. Foa e introduzione di I. Barbadoro a L’ora dell’unità. Scritti e discorsi di Fernando Santi, Firenze, 1969; Critica sociale 5 ottobre 1969, 557-558; S. Turone, Storia del sindacato in Italia (1943-1969), Bari, 1973, ad indicem; A. Forbice, I socialisti e il sindacato, Milano, 1969, ad indicem; I congressi della CGIL, I-VII, Roma, 1949-1966; Dizionario storico politico, 1971, 1146; A. Agosti, in Movimento operaio italiano, IV, 1978, 507-510; P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 15 settembre 1988, 3; P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 16 settembre 1990, 3; Grandi di Parma, 1991, 102-103.

SANTI IGNAZIO FELICE
Parma 1702/1734
Fu docente di istituzioni romane all’Università di Parma dal 1702 al 1710. Poi divenne primo segretario di Stato e consigliere del Consiglio di Gabinetto del duca Francesco Maria Farnese. Nel 1734 fu giubilato con tutti gli onori e i titoli.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Registro de’ Recipiati e Mandati per il 1702-1703, Registro dei Mandati 1701-1720, Ruoli de’ Provigionati n. 29, 1, numero 30, 179; F. Rizzi, Professori, 1953, 32 e 65.

SANTI RAINALDO
Sambuceto di Compiano 1242
Architetto, lavorò nel 1242 alla cupola del Duomo di Piacenza.
FONTI E BIBL.: L. Cerri, L’architetto Rainaldo Santi e la cupola del duomo, Piacenza, S.T.P., 1912; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 965.

SANTINELLI GIOACCHINO
Parma 12 settembre 1725-Pieve di Guastalla 17 marzo 1813
Frate cappuccino. Compì la vestizione a guastalla il 15 agosto 1742 e la professione di fede il 15 agosto 1743. Fu consacrato sacerdote a borgo San Donnino il 21 settembre 1748. Fu predicatore, lettore a Parma e a Piacenza, guardiano a Parma e a Guastalla, definitore (1771 e 1783), congiudice, teologo degli ordinari di Guastalla Francesco Tirelli e Francesco scutellari. Nel 1760 predicò la Quaresima nella collegiata di San Bartolomeo di Busseto con applauso universale, essendo stato conosciuto dalli spassionati per uomo dottissimo, ed aggradito da tutti li ceti di persone per li suoi argomenti ben maneggiati non meno che fruttuosi, si per li dotti che per li popolari. E di più fu a tutti di somma edificazione co’ suoi buoni esempi e ritiratezza dal secolo. Morì in odore di santità.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Biblioteca cappuccini, 1951, 132; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 187.

SANTINELLI MARIO
Parma 1 dicembre 1685-Gallipoli 29 giugno 1745
Frate cappuccino laico, nel 1720 fu compagno dei missionari in Tunisi, indi (1735) del ministro provinciale e poi (1741) del vescovo di Gallipoli Antonio Maria Pescatori mantegazza, anch’egli cappuccino e alunno della Provincia Parmense. Compì a Carpi la vestizione (13 dicembre 1704) e la professione di fede (13 dicembre 1705).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 382.

SANTINI CESARE
Santa Maria della Fossa 19 marzo 1890-Bazzano 15 agosto 1953
Fu ordinato sacerdote il 28 novembre 1920. Fu combattente nella guerra 1915-1918. La nomina ad arciprete di Bazzano lo raggiunse mentre era parroco a Monchio delle Corti. Fece l’ingresso solenne a Bazzano il 7 dicembre 1936, festa del titolare sant’Ambrogio: gli conferì il possesso reale monsignor Giovanni Barili, vicario generale della diocesi di Parma. Il Liber chronicus lasciato dal Santini è ricco di annotazioni su fatti accaduti negli anni 1936-1953 e di iniziative da lui curate per il bene spirituale della parrocchia. Convinto che la predicazione fosse un mezzo efficace di apostolato, tenne nei diciassette anni della sua parrocchialità cinque missioni solenni (1937, 1938, 1939, 1940 e 1941) e un congresso eucaristico nel contesto delle parrocchie della zona (5 maggio 1940), con la partecipazione nella giornata di chiusura di quindici sacerdoti, di tutta la popolazione della parrocchia e di quella dei paesi limitrofi.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 61 e 65.

SANTINI EGIDIO
Borgo San Donnino XV/XVI secolo
Fu autore di un’ode saffica latina (Ill.mo et Clar.mo Juveni Philippo Rubeo Comiti), che il Pezzana procurò per la Biblioteca parmense. È molto probabilmente lo stesso ricordato negli Epigrammi latini del Veggiola (1536): Sanctini Sacerdotis Burgensis.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 453-454.

SANTINI EGIDIO
Vigatto-Pod Kaksmck 21 agosto 1917
Soldato nel 112° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Porta ordini addetto al Comando di Reggimento, percorreva ripetute volte zone battutissime dall’artiglieria nemica, offrendosi quando più grave era il pericolo, instancabilmente, assicurando il sollecito collegamento tra il Comando di reggimento e i comandi superiori, e dando splendide prove di alto valore personale.
FONTI E BIBL.: A. Coruzzi, Caduti di Vigatto, 1924, 53.

SANTINI VINCENZO FELICE
Parma 23 maggio 1798-Monaco di Baviera ottobre 1836
Cantante (basso), celebre nel genere buffo, esordì a Venezia (teatro San Benedetto, 14 aprile 1817) nell’Inganno fortunato di Rossini. Si hanno scarse notizie sulla sua carriera in Italia: lo si ritrova solo nel 1826 al Teatro alla Scala di Milano in Giulietta e Romeo di Vaccaj e in Margherita d’Anjou di Meyerbeer. Avuta l’approvazione del maestro Morlacchi, fu da questi scritturato per il teatro di Dresda. Qui cantò per diversi anni, passando poi al Teatro Italiano di Parigi, dove esordì il 22 aprile 1828 quale Figaro nel Barbiere di Siviglia. A detta del Bettòli, possedette una bellisima voce rimarchevole specialmente nelle note gravi che scendeva sino al contro re. Comunque anzichenò sguaiatello nell’azione e ne’ gesti, che avevano piuttosto del lazzo, quando si metteva di proposito in una parte, giungeva a farsi plaudire quanto ed anche più de’ migliori cantanti che in quel torno calcavano le scene parigine. Il Santini fu particolarmente apprezzato nell’aria del basso nella Zelmira di Rossini. Rimase a Parigi fino al 1831. Dopo essersi prodotto su altre scene, nel 1834 ritornò in Germania e cantò con successo al Teatro di Monaco. Morì a soli trentotto anni.
FONTI E BIBL.: P. Bettòli; Tintori; C. Schmidl, dizionario universale musicisti, 3, 1938, 680; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 20 febbraio 1983, 3.

SANTINO
Parma 1515/1517
Figlio di Beltrame. Fu carpentiere attivo in Roma. Figura quale testimone in due atti notarili del 1515 e 1517.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 140.

SANTINO DA PARMA
Parma 1600
Il Bocchia nella sua opera Drammatica a Parma (p. 92), fa menzione di Santino da Parma, comico e ballerino, vissuto verso l’anno 1600. Nello scenario della Pazzia di Isabella, pare fosse cosa impossibile mettere d’accordo una pavaniglia spagnola (danza grave e seria) con una gagliarda (ballo pieno di vivacità) di santino.Anche nei dialoghi sul modo di recitare le commedie, lasciati da leone di Somma (biblioteca Palatina di Parma, ms.), tra gli interlocutori figura un Santino.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 giugno 1922, 4.

SANTINO DAPARMA, vedi anche GARSI SANTINO

SANTO DA PARMA, vedi SANTE DA PARMA

SANTO DA VIGATTO
Vigatto-post 1266
Un capitulum del 1266 lo nomina trumbeta del Comune di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Banda, 1993, 171.

SANTOMERI GIOSEFFA
Parma- post 1774
Indicata come Sanromeri.Non risulta tra le pensionanti della Reale Scuola di Ballo di Parma.Danzò nella primavera del 1765 in Bajazette, nelle feste per le nozze ducali del 1769 fu terza ballerina (fu retribuita con 1720 lire, più 512 lire per la dilazione; Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri borbonici, b. 5) e nel luglio 1774 lavorò nel ballo dato in onore dell’arciduca di Milano (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri borbonici, bb. 4-5)
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

SAN VITALE, vedi SANVITALE

SANVITALE ALBERTINA, vedi NEIPPERG ALBERTINA MARIA

SANVITALE ALBERTO
Parma ante 1229-Parma 16 maggio 1257
Secondo figlio di Guarino e di Margherita Fieschi, sorella di papa Innocenzo IV. dapprima si diede al mestiere delle armi, poi abbracciò la carriera ecclesiastica. Ottenne un canonicato nella Cattedrale di Parma. Il 7 settembre 1231 prestò il suo consenso a un atto di investitura delle decime e dei frutti di tutte le terre che i canonici possedevano nella villa di Enzola a favore di Giovanni, chierico di Castel Rignano, al quale, nello stesso tempo, fu conferito il beneficio sacerdotale fondato in Cattedrale nel medesimo anno dall’arcidiacono Bonifacio da Cornazzano. Verso la fine di maggio del 1233, come canonico, si sottoscrisse nel testamento di Gherardo Custode, che fondò un beneficio in Cattedrale con una dotazione di cinquanta biolche di terra a sant’Eulalia. Il Sanvitale nel 1238 era ancora arcidiacono della Cattedrale, poiché il 16 agosto approvò la donazione fatta da sopramoggio di Basilicanova dei beni comperati dai frati di San Francesco per la chiesa di Santa Maria Maddalena. Resosi vacante il vescovado di Parma con l’annullamento dell’elezione di bernardo Vizio Scotti, il papa scrisse al capitolo parmense il 1° dicembre 1234 con l’ordine di provvedere all’elezione nel termine di quindici giorni. Di fatto si passò subito all’elezione del Sanvitale, che venne poi confermata dal pontefice. Corse voce che l’impegno di annullare l’elezione di Bernardo Vizio avesse avuto origine dal voler favorire il nipote del papa che, al dire di fra Salimbene, molto dotto non era ma bensì di bella presenza e di singolare onestà: Praedictus Papa abstulit Episcopatum Parmensem Bernardo Vitio de Scotis, qui erat frater de Martorano, et iam habebat illum sibi datum a Gregorio de Montelongo in Lombardia Legato, et dedit Alberto de Sancto Vitale ex sorore sua, suo nepoti, quia caro et sanguis revelavit tibi. Il papa il 9 febbraio 1244 diede l’incarico al Sanvitale di ingiungere all’arciprete e al Capitolo di San Prospero di Reggio Emilia che entro otto giorni eleggessero il loro vescovo, perché altrimenti vi avrebbe provveduto il Sanvitale stesso. Il Sanvitale fu semplicemente eletto e confermato dal papa perché non fu mai promosso ad altro ordine che al diaconato, né si curò in seguito di farsi ordinare sacerdote, per cui non fu neppure mai consacrato vescovo, tenendo solo il titolo di Eletto e facendo compiere nella sua Chiesa da vescovi suffraganei le funzioni episcopali. Il Sanvitale ottenne dal papa Innocenzo IV una ordinanza, del 26 aprile 1244, in cui si legge: Volentes ut Parmensis Ecclesia debitis ossequiis maxime in Missarum solempniis non fraudetur presentium autoritate statuimus. Il pontefice, con lettera dal laterano del 13 maggio 1244, ordinò al Sanvitale di togliere dal monastero delle cistercensi di San Siro di Fontanelle i chierici addetti all’ospedale e collocarli in chiese della sua diocesi distanti dal monastero per evitare scandalo. Il sanvitale fu generoso verso l’ospedale di Borgo San Donnino: il 2 giugno 1244 diede l’investitura di tutte le terre del Palazzo vescovile poste nella pieve suddetta (cioè tutti i frutti delle decime e di decimazione) a Bianco, rettore e amministratore dell’ospedale, con l’onere di una libbra di cera nuova da consegnarsi nell’ottava di Santa Maria d’Agosto. Poiché i frati domenicani di Santa Maria Nuova in Capo di Ponte si rivolsero al papa per rifabbricarsi un convento e una chiesa decorosa, Innocenzo IV il 6 luglio 1244 scrisse al Sanvitale, al Capitolo e al clero di Parma affinché assecondassero il priore e i frati a trovare un luogo migliore e più adatto. Intanto Innocenzo IV, sfuggendo all’imperatore Federico II, ribelle alla Chiesa, da Genova si trasferì a Lione per celebrarvi un concilio generale. Il Sanvitale, nipote del papa, si mosse con grande prudenza e coraggio affinché fosse tenuto il concilio: il papa il 17 luglio 1245 proferì sentenza contro Federico, privandolo dell’impero e di tutti gli altri stati, come sospetto di eresia, spergiuro e nemico della Chiesa, assolvendo i sudditi dal giuramento e ordinando sotto pena di scomunica di negargli ubbidienza. Per ritorsione contro i guelfi parmigiani che già aveva espulso, Federico non solo confiscò loro tutti i beni ma si appropriò anche di quelli della Chiesa, occupando il Palazzo vescovile di Parma, esigendo le entrate, imponendo gravezze alle chiese e lanciando bandi rigorosissimi contro chiunque avesse avuto contatti con la parte avversaria. limperatore esiliò da Parma e da Reggio i Sanvitale e i Rossi, parenti del papa e i da Correggio e i Lupi di parte guelfa. Il Sanvitale, dopo aver persuaso il papa a revocare l’atto di elezione a badessa del monastero delle clarisse di Bordeaux della sorella Cecilia, ripartì da Lione. Giunse nel marzo 1247 a Milano, dove si fermò e da dove si occupò della sua diocesi, avendone avuto licenza dal papa sino dal 21 marzo 1246 da Lione (super his aliis etiam extra Parmensem Diocesim constitutis cum expedire vices tuas plenam tibi concedimus auctoritate presentium facultatem). Il papa il 30 maggio 1247 scrisse al Sanvitale avvertendolo di avergli concesso la facoltà di conferire a persone idonee le prelature e gli altri benefici ecclesiastici della città e diocesi di Parma, fino a che la persecuzione suscitata da Federico quondam imperatore non si fosse calmata. Quando re Enzo, lasciato dal padre a custodia del parmigiano, partì per rinforzare l’assedio al castello di Quinzano, nel territorio di Brescia, i Rossi, i Lupi, i da Correggio, i Sanvitale, Giberto da Gente e tutti i banditi, provvedutisi d’armi e di soldati, si portarono da Piacenza a Noceto, ove Ugo, fratello del Sanvitale, venne acclamato loro capitano. Si posero in marcia il 15 giugno 1247 e ruppero al Borghetto del Taro le squadre ghibelline guidate dal podestà Testa, aretino, da Ugo Mangiarotto e da Bartolo Tavernieri. Giunti alle fosse del capo di Ponte, che trovarono asciutte, salirono i ripari e, senza trovarvi resistenza, si recarono ai palazzi del Vescovo e del Comune, occuparono le porte e le torri e, assoggettata la città, crearono loro podestà Gherardo da Correggio. Nel luglio Riccardo, conte di San Bonifacio di Verona, guidò per la via di Guastalla i suoi soldati e quelli di Mantova, accolto con grandi feste dai Parmigiani. Poco dopo giunse da Piacenza un soccorso di quattrocento cavalli e da Milano arrivarono il cardinale Gregorio da Montelongo e Bernardo Rossi con altri mille cavalli. Non mancarono gli aiuti di Azzo d’Este e dei fuoriusciti di Reggio e dei bolognesi. Il comune di Genova prima inviò centocinquanta balestrieri e poco dopo altri trecento, come pure fecero i conti di Lavagna, parenti del papa (Alberto Fieschi si portò a Parma in persona, facendo alzare in più luoghi le mura diroccate della città). Il 2 agosto 1247 l’imperatore Federico II, alla testa di un poderoso esercito, pose l’assedio alla città di Parma. Il 18 febbraio 1248, con una improvvisa sortita portata direttamente al campo imperiale, le truppe ghibelline furono messe in fuga e la città di Parma liberata dall’assedio. Il papa il 13 marzo dello stesso anno 1248 scrisse al Sanvitale e a Guglielmo, vescovo di Reggio Emilia, ordinando loro che i cittadini di Cremona, i quali dopo la sentenza di deposizione di Federico II avevano prestato in qualunque maniera aiuto all’Imperatore, fossero privati di tutti i feudi ecclesiastici, da conferire ai soldati cremonesi devoti alla Chiesa. L’anno dopo il Sanvitale fu presso il papa a Lione, dove ottenne che fosse promosso alla dignità di abate di Nonantola Cirsacco da Marano. Avvenuta la morte dell’imperatore Federico II nelle Puglie, il papa rientrò in Italia e si condusse a Genova (maggio 1251) ove incontrò il Sanvitale e il fratello Obizzo, canonico della Cattedrale e cappellano pontificio, suoi nipoti. Il 23 giugno il papa, che si tratteneva ancora a Genova, col consenso del Sanvitale, anch’egli presente, concesse al prevosto e canonico Pietraccio de’ Torselli l’usufrutto di tutte le case di ragione della Chiesa di Parma che erano state assegnate a Obizzo e gliene diede l’investitura. Poi il papa si portò verso Milano e il Sanvitale, insieme al fratello, tornò a Parma passando da Berceto. Nell’anno 1251 il sanvitale confermò alla fabbrica della cattedrale le investiture e le concessioni già fatte, cioè la decima e i frutti della decima di tutte le terre poste nelle paludi della città presso porta Santa Cristina, i pascoli di San Prospero, delle Saldine e la palude di Fognano. Il 10 ottobre 1252 il Sanvitale sentenziò nella causa tra Giovannino e l’abate del convento di San Ponzio de Tomeriis per la chiesa di Santa Maria de Corbiano, della diocesi Agathensis. Il papa, da Perugia, il 5 novembre ne confermò la sentenza. Per desiderio del Sanvitale, il papa il 20 dicembre, sempre da Perugia, permise a guglielmo, cappellano del Sanvitale, di percepire come se fosse personalmente residente i frutti della prebenda Conchensis, della prebenda di Guisa nella diocesi di Lione e dell’arcipretura di Cusignano della diocesi di Parma. Nell’anno 1253 Giberto da Gente, podestà dei Mercanti, si adoperò per pacificare i parmigiani con i fuoriusciti e il 18 maggio 1253 il papa conferì facoltà al Sanvitale di assolvere i fuoriusciti dalle censure contratte per avere aderito all’imperatore Federico e al figlio Corrado. Nel 1254 il Sanvitale istituì nella chiesa di San Tomaso di Gattatico, allora della diocesi di Parma, due chierici. Intanto Giberto da gente, che aveva saputo farsi proclamare signore perpetuo di Parma, prima mostrò di favorire la parte guelfa e la Chiesa, ma cominciò dopo non molto a intaccarne l’immunità. Il Sanvitale e buona parte del Capitolo della Cattedrale uscì da Parma e si recò dal papa per richiederne l’intervento, ma poco dopo Innocenzo IV morì (7 dicembre 1254). Il nuovo eletto, Alessandro IV, da Napoli, il 12 aprile 1255, gli chiese di procurare a giacomino di Galegana, chierico povero della sua diocesi, un qualche beneficio ecclesiastico che non competesse a nessun altro in qualcuna delle sue chiese, facendolo ricevere come chierico e fratello. Il 28 maggio dello stesso anno il papa, che aveva stabilito nella sua costituzione de consecrandis episcopis il tempo entro il quale gli eletti erano obbligati a farsi consacrare a vescovo, scrisse al Sanvitale di ritenersi esentato da tale obbligo. Nel 1256 il Sanvitale fu in Roma e di là inviò una lettera in data 21 marzo al suo vicario Gherardo, arciprete di Fornovo, con la quale gli ingiunse di ricevere tra i canonici di Berceto Nantelmino, figlio di Guglielmo Rustico di Solignano, e di metterlo in possesso di una prebenda vacante. Il sanvitale si era portato a Roma per ottenere la conferma dei privilegi personali avuti anteriormente e la concessione di provvedere le chiese della città e diocesi di prelati e sacerdoti e di sostituirli con più idonei. Tornato a Parma, si trovò presente il 23 marzo 1257 all’atto di fondazione di due benefici istituiti all’altare di Santa Barbara da Alberto d’Ungheria, canonico di Parma e notaio del papa: In presentia venerabilis Patris Domini Alberti Dei gratia Electi. Il Sanvitale fu sepolto in fondo al Coro della Cattedrale di Parma, in quella parte che guarda la chiesa di San Francesco del Prato, con la seguente iscrizione in versi leonini: Hic iacet Albertus post mortem vivere certus Qui fuit Electus Parmensis vir bene rectus Vir sobrius castus vir vitans undique fastus Vir gremiis plenus, largus largitor egenis Dogmate maturus inter contagia purus Hinc Anselmorum pater et genus extat avorum Mater de Flisco comitissa ex sanguine prisco Pontificisque nepos summi quartus fuit Innocentius ipsius clarus frater genitricis In quinquaginta septem cum milleducentis Et maii mensis octo geminis fugientis.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 37, 51-52 e 228; N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa parmense, 1936, 217-230; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 238.

SANVITALE ALBERTO
-Parma 1295
Figlio di Antonio. Fu ucciso nel tumulto che ebbe luogo tra il partito guelfo, che voleva introdurre in Parma gli Estensi, e quello dei ghibellini, tumulto nato poco dopo che il vescovo Obizzo Sanvitale, suo prozio, era stato scacciato da Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE ALBERTO
Parma 28 agosto 1834-Parma 25 settembre 1907
Figlio di Luigi e di Albertina Neipperg. Di nobile e ricca famiglia, si laureò in matematica e in ingegneria e poi entrò nell’Esercito Sardo come ufficiale di artiglieria (1859). Prese parte alle campagne del 1859 e del 1866. Avendo già raggiunto il grado di capitano, abbandonò la carriera militare per dedicarsi in Parma agli uffici amministrativi e alla gestione di varie opere pie. Per quattro legislature (dalla XVI alla XIX) rappresentò alla Camera dei Deputati il collegio di Parma, militando nelle file del partito liberale moderato. Fu abbastanza assiduo ai lavori della Camera. Fu consigliere comunale dal 1869 al 1892, assessore dal 1870 al 1886 e consigliere provinciale per molti anni. Divenne deputato di Parma in una elezione supplettiva a scrutinio di lista nel 1887. Fu rieletto nel 1890 e ancora nel 1891 e nel 1895 a Parma Nord. Presiedette gli Asili Infantili e la Casa di Provvidenza di Parma. Fece uso liberale dei suoi averi in opere di pubblica e privata beneficenza.
FONTI E BIBL.: T. Sarti, Il Parlamento subalpino e nazionale. Profili e cenni biografici, Terni, Tip. de l’Industria, 1890, 851; Gazzetta di Parma 27 e 29 settembre 1907; G. Sitti, Il Risorgimento italiano nelle epigrafi parmensi, Parma, Off. Grafica fresching, 1915, 137; Gazzetta di Parma 9 dicembre 1920, 1-2; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 123; E. Michel, in Dizionario risorgimento, 4, 1937, 205; A. de Gubernatis, Dizionari biografici, due volumi, Firenze, 1879, e Roma, 1895; L.F. Pallestrini, I nostri deputati: XIX legislatura, Palermo, 1896; A. Malatesta, Ministri, 1941, 108; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 137.

SANVITALE ALESSANDRO
1553-Curzola 1571
Figlio di Alfonso, partecipò giovanissimo alle guerre contro i Turchi, al servizio dei duchi di Savoja, e morì alla battaglia di Lepanto a soli diciotto anni.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; C. argegni, Condottieri, 1937, 135.

SANVITALE ALESSANDRO
Fontanellato 1573 c.-post 1635
Figlio di Luigi e di Corona della Somaglia. Nel 1622 fu inviato dalla corte di Parma al duca di Savoja per partecipare la morte del duca Ranuccio Farnese. Nel 1623 fu eletto capitano dei Corazzieri della Guardia. Nel 1632 fu inviato a Torino al duca Vittorio Amedeo di Savoja per congratularsi per la nascita del primogenito. Nel 1635 fu eletto governatore delle Armi in Piacenza. Il duca Odoardo Farnese, in benemerenza della devozione mostrata per la casa Farnese, gli concesse l’acquisto dalla Camera ducale della metà di Fontanellato, che dal 1612 era stata confiscata ad Alfonso Sanvitale, suo cugino. In questo modo l’intera signoria di Fontanellato fu riunita nelle mani del Sanvitale.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE ALESSANDRO
Fontanellato 13 agosto 1645-2 marzo 1727
Nacque dal conte Luigi e da Lucrezia Cesi. Fu celebre negli studi matematici, meccanici e musicali. Nella meccanica superò i più esperti artefici: in hisce facultatibus versatissimus, et expertissimus erat, manumque suam mechanicis praesertim operationibus ita admovebat, ut ipsos peritiores artifices superare visus sit (Museo Mazzuchelliano). Ebbe al suo servizio Lotto Lotti, bolognese, che gli dedicò il suo poema della liberazione di Vienna, scritto in lingua bolognese (impresso in Parma per gli Eredi del Vigna, 1685). Il Malatesta, nella sua dedicatoria del volgarizzamento delle Selve di Stazio, fatto dal Biacca (Milano, 1732), dice del sanvitale queste parole: Ognuno sa quanto fosse nelle Matematiche versato il Conte Alessandro, quanto innamorato delle belle lettere, e quanto egli sia stato generoso Mecenate degli uomini dotti; quindi ha egli meritato l’applauso delle più fiorite Accademie, le quali ad eternare la di lui memoria lo hanno onorato, ancor vivente, col far coniare medaglie al di lui nome; speziosi monumenti, che ai soli grand’uomini convengonsi. Il Chiappetti (a foglio 224 della sua architettura Militare, 1712) descrive una nuova foggia di cannone inventato dal sanvitale nell’anno 1711. Il Sanvitale fu anche violinista, compositore e mecenate illustre. Gli vennero dedicate buon numero di pubblicazioni di musiche strumentali: l’opera 7 di L. Penna (1673), l’opera 12 di G. M. Bononcini (1678), l’opera 7 di G. B. Vitali (1682), l’opera 5 di G. B. Bassani (1683), l’opera 2 di G. B. Bononcini (1685) e l’opera 1 di L. Taglietti (1697). Il Sanvitale pubblicò Messe piene a 8 voci opera 5 (Bologna, Monti, 1684). restaurò nel 1687 il castello di Fontanellato e vi edificò un teatro. Sposò Paola Simonetta, figlia del conte giacomo, di Milano.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 12-13; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 383-384; Enciclopedia della Musica, 4, 1964, 113.

SANVITALE ALESSANDRO
Parma 17 settembre 1731-9 ottobre 1804
Fu grande cultore delle lettere e in particolare della letteratura francese. Raccolse una notevole biblioteca di opere di autori francesi. Morì per attacco apoplettico.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 387-388.

SANVITALE ALFONSO
Parma ante 1519-1560
Figlio di Gianfrancesco e di Laura Pallavicino. Legato da amicizia e parentela a Ottavio farnese, gli fu sempre vicino e nel 1545 combatté per lui contro Carlo V, che gli voleva togliere il dominio di Parma.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591; E. Bicchieri, Vita di Ottavio Farnese, Modena, 1864; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1637, 130-131.

SANVITALE ALFONSO
1530-Sartiano 26 dicembre 1555
Figlio di Girolamo. Da giovanetto fu paggio d’onore di Ferdinando d’Austria. Tornato in Italia, difese con grande valore il suo castello di Sala, assediato dai Farnese alleati col re di Francia, e li costrinse a ritirarsi (1552). Al comando di due compagnie di Tedeschi seguì l’armata di Andrea Doria che combatté il corsaro Dragut, battendolo all’isola di Ponza. Passò quindi alla guerra di Siena e poi a quella di Piemonte contro i Francesi, difendendo con magnifico risultato la fortezza di Valfenera. Carlo V lo creò cavaliere di Sant’Jago. Nel 1555, quando l’armata turca, dopo aver depredato la Toscana, si recò in Corsica, il Sanvitale le andò incontro con i suoi Tedeschi e, dopo un gagliardo combattimento in cui dimostrò ancora una volta il suo coraggio, la debellò quasi interamente, volgendola in fuga e facendone appendere le insegne conquistate nella chiesa di San Sepolcro, a perenne ricordo della valorosa impresa. Ritornato nelle file di cosimo dei Medici, mentre si preparava all’assedio di Sartiano, venne colpito da un’archibugiata che lo condusse a morte all’età di soli venticinque anni.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; E. Bicchieri, Vita di ottavio Farnese, Modena, 1864; M.E. da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto della Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 130.

SANVITALE ALFONSO
1574 c.-Parma 19 maggio 1612
Figlio di Ottavio e di Vittoria Appiani. accusato di congiura, fu decapitato nel 1612 assieme a Gerolamo e Gianfrancesco Sanvitale, vittima con tutta probabilità degli interessi dei Farnese.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE AMALIA
Parma 1757 c.-post 1817
Figlia di Alessandro e Costanza Scotti. Fu dama di palazzo dell’imperatrice e nel 1817 dama della Crociera.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE ANGELO
Parma primi anni del XV secolo-1446
Figlio di Gian Martino. Allievo di Braccio da Montone, ne acquistò la valorosa perizia militare e con lui, nel 1420, prese parte alla conquista di Bologna, quando questa città si ribellò alla Chiesa. Passò poi al servizio di Niccolò Piccinino. Con Francesco e Giacomo, figli di quest’ultimo capitano, fu poi al servizio del re Alfonso I di Napoli, per il quale contribuì a recuperare gran parte del regno (nel 1424 fu all’assedio dell’Aquila) combattendo contro Renato d’Angiò e poi contro Francesco Sforza, da lui sconfitto nella Marca di Ancona. Passò quindi al soldo di Lionello d’Este, dando sempre prova di valida esperienza militare. quando morì l’ultimo Visconti di Milano, lasciando Parma agli Estensi, Lionello d’Este non poté accettarla per motivi politici ma il Sanvitale difese gagliardamente la sua città assalita (con Fiorenzuola e Colorno) dagli Sforzeschi, che però alla fine lo spogliarono dei suoi domini. Andò allora a servire la repubblica veneta contro Francesco Sforza, alleandosi ai da Correggio. Ebbe allora il comando di quattrocento uomini e il soldo di quaranta fiorini per lancia.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; B. Corio, Storia di milano, Venezia, 1565; M.E. da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877, 377; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, XX; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; Rosmini, Storia di Milano, Milano, 1820; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Simonetta, Vita di Francesco Sforza, Venezia, 1544; F. Thomassino e G. Turpino, Ritratti di cento capitani, Roma, 1635; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; P. Totti, Ritratti ed elogi di capitani illustri, Roma, 1635; C. Argegni, Condottieri, 1937, 131.

SANVITALE ANA, vedi SANVITALE GIOVANNA

SANVITALE ANNA ELEONORA
Sala 1558-Ferrara 19 marzo 1582
Nacque da Giberto e da Livia da Barbiano, figlia di Pier Francesco conte di Belgiojoso. Essendosi il padre circondato di cultori delle lettere, ai quali fu largo di protezione, non meraviglia il fatto che la Sanvitale fosse educata negli studi con singolare cura. All’età di quattordici anni sapeva già scrivere elegantemente orazioni e versi latini, traduceva cicerone e conosceva la filosofia aristotelica. Tali doti ebbero pomposa descrizione da Girolamo Catena in una lettera a lei indirizzata da Città della Pieve il 1° ottobre 1574: Nunc autem id tibi persuadebis, nullam extitisse neque superiori aetate, neque nostra, quae ingenium tuum, literas, eloquentiam adaequet, aut majoribus naturae adjumentis ac praesidiis provenerit. Ipse saepe sum admiratus, te vix quatuordecim annos natam et latinam linguam probe, et etruscam callentem, Ciceronis libros diligenti lectione evolvisse, quam Arist. de moribus scripsit philosophiam didicisse, veteris ac novi Testamenti historiam memoria tenere, orationes, epistolas candido stylo fecisse, carmina fudisse. Et nunc Euclidis operi studere, et post velle astrorum cursus metiri, ac sphaerae cognitioni incumbere. quaenam ergo mulier, o praestantissima Virgo, tecum conferenda est? Immo vero qui vir unquam floruit, tam paucis annis tot claris virtutibus ornatus? Quid de singulari humanitate dicam, quid de suavissimis moribus, quos omnes video cupiditate honoris, pudicitiae et gloriae inflammatos, tam erudita simplicitate conditos, tam dulci severitate temperatos? Ut si Modestia ipsa filiam desiderasset, effiegiem moris, sermonis, gravitatis, integritatis, animique sui, non aliam quam te voluisset. Tu virginalis verecundiae exemplum; habitus, vestitus liberalis. praeterea haec animi pulchritudo cum corporis eximia pulchritudine convenit, quae non tantum venustas mulieribus, quam virilis dignitas dicenda est: ita omnes partes inter se cum summo lepore summa gravitate admixta consentiunt, ut nulla quidem species excogitari possit ornatior, cum ex utroque formae splendore constare videatur. Nel gennaio 1573 Giulio Thiene, che era al seguito di Alfonso d’Este a Roma per rendere omaggio al pontefice Gregorio XIII, incontrò per la prima volta la Sanvitale che si trovava a Roma col padre e la matrigna, impegnati in una causa civile. La Sanvitale, allora tredicenne, produsse certamente una forte impressione nell’animo del giovane feudatario scandianese. L’aggregazione allora avvenuta del Thiene alla nobiltà romana contribuì certo a lusingare ancor più l’amor proprio della sanvitale, la cui matrigna, barbara Sanseverino, non meno colta di lei, mise a rumore tutta la Roma aristocratica cinquecentesca per quel fascino irresistibile che ella seppe esercitare su tutti. La Sanvitale assimilò certamente della raffinata matrigna le qualità che occorrevano a una gran dama per brillare nel suo entourage ma, quanto ai costumi morali, per quello che se ne ricava dagli scritti, fu assai diversa dalla contessa di Sala: se si eccettua una garbata civetteria, null’altro trapela di men che corretto attraverso gli studi condotti con certosina meticolosità da coloro che hanno ricostruito storicamente le vicende della Ferrara cinquecentesca. Assai avvenente, la Sanvitale fu dunque destinata sposa a Giulio Thiene, conte di Scandiano, che sposò (febbraio 1576) a scandiano. Gli sposi si trasferirono poi alla corte di Ferrara, ove Giulio Thiene risiedeva: Era nel febbrajo di quell’anno giunta a Ferrara Donna Eleonora Sanvitali, sposa novella di Giulio Thiene Conte di scandiano, giovinetta bellissima, d’alto animo, e di leggiadre e gentilissime maniere, ed oltre a ciò assai versata negli studj delle buone lettere e delle scienze. Eravi ella stata accompagnata dalla Signora Barbara sanseverino Contessa di Sala sua matrigna, Dama che per bellezza, per vivacità, per ingegno, e per un certo maestoso portamento non la cedeva punto alla figliastra. Tutta Ferrara al loro arrivo si pose in curiosità per la fama già percorsavi del merito di queste Dame, e particolarmente della Contessa di Sala, che in Roma, ove s’era trattenuta alquanti mesi, s’aveva acquistato il titolo d’una delle più belle e più assennate matrone d’Italia. Ora nelle feste, che si fecero in quel Carnovale alla Corte, la Signora Barbara comparve con una nuova acconciatura di capelli in forma di corona, la quale unita alla bellezza del sembiante e alla maestà della persona le dava tutta l’aria d’una Giunone. Né minor comparsa vi fece la Signora Leonora, bellissima anch’ella, e a cui accresceva molto di vaghezza l’età giovinetta, e una certa verginale modestia assai piacevole a’ riguardanti, ma sopra tutto il labbro inferiore, che alquanto ritondetto si sporgeva in fuori con molta grazia. Questa corona e questo labbro furono l’oggetto della meraviglia, e de’ discorsi degli oziosi Cortigiani, e di quasi tutta la Nobiltà Ferrarese; e il Duca medesimo non poté dissimulare il piacer provato per quella vista: onde il Tasso prese volentieri occasione di scrivere in questo proposito alcuni Sonetti, ch’ebbero meritamente grandissimo applauso, massime presso il Duca, il quale udendoli leggere, gliene mostrò particolare godimento; il che Torquato volle partecipare al suo amico Scalabrino, dicendogli in una lettera dell’ultimo di Febbrajo: Ho fatto due Sonetti, uno alla Contessa di Sala, ch’avea la conciatura delle chiome in forma di corona, l’altro alla figliastra, c’ha un labrotto quasi all’Austriaca; e con occasion d’udirli il Duca m’ha fatto molti favori; ma io vorrei frutti e non fiori. Non mando i Sonetti, perché non mi risolvo se son belli o no. Questo so bene, ch’avendoli io detti mal mio grado al Maddalò, gli ascoltò con volto severissimo. Ma sia che si voglia, non so chi facesse molto di meglio. Oltre a questi due ne fece un altro bellissimo per la medesima Signora Leonora Contessa di Scandiano in occasione che in quello stesso Carnovale comparve molto leggiadramente mascherata ad una danza, dicendole che non v’era volto o foggia alcuna da maschera, per vaga ed avvistata che ella si fosse, la quale potesse agguagliare, non che accrescere la sua naturale avvenentezza. Cotali componimenti gli aprirono ben presto l’adito alla grazia e alla famigliarità di questa virtuosissima Dama, la quale, come già dicemmo, era assai intendente, e si dilettava di scrivere anch’essa in verso e in prosa con molta eleganza. Ma questa novella ventura non servì che ad aumentar maggiormente la rabbia e l’invidia de’ suoi emoli; i quali mal sofferendo di vederlo così accetto alle due Principesse, e in tanta grazia delle Dame più belle e più riguardevoli della Corte, posero in opera più che mai le loro macchine ribalde per abbatterlo ed atterrarlo (Serassi). La Sanvitale divenne in breve assai nota anche perché corse voce che a lei fossero rivolti gli infelici amori del Tasso, che dalla sua prigione le scrisse una lettera, assieme ad alcune poesie, in cui dice: mando a V. S. questo picciol volume di rime, opera anzi di Febo, e d’Amore che d’alcun arte: e la prego, che voglia con ogni studio procurare, che l’emenda degli errori sia non men cara, di quel che gli errori siano stati spiacevoli, a coloro massimamente, i quali ella può sapere, che più m’incresce di avere offesi. Di queste rime molte sono in lode della Sanvitale. Due sonetti furono poi ripubblicati dal Venturi (foglio 113 della Storia di Scandiano). Il Manso, il giacomozzi e lo stesso Pezzana, analizzando filologicamente alcuni sonetti del Tasso, ritengono che il poeta sia stato realmente innamorato della Sanvitale. Nel 1582 Marfisa d’Este concesse in affitto a Giulio Thiene il palazzo Schifanoja, che il popolo chiamò allora la Scandiana, identificandolo in volgare metonimia, coi nuovi abitatori. Nella sontuosa sua nuova dimora, la ventiduenne Sanvitale morì dando alla luce una bambina. La salma fu subito trasportata a Scandiano dove fu inumata entro il sepolcro di casa Thiene, nella cattedrale. La Fachini collocò la Sanvitale tra le sue Donne Italiane rinomate in letteratura, dove afferma che si istruì anche nelle matematiche e nella Sagra Storia.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 660-666; Aurea Parma 4-5 1939, 148-153; G. Canonici Fachini, prospetto biografico delle donne italiane rinomate in letteratura, Venezia, 1824; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri o benemeriti nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, Genova, 1877, 380-382; M. Bandini, Poetesse, 1942, 214; P. Litta, Famiglia Sanvitale ramo di Sala e Colorno, tavola IV; Aurea Parma 4-6 1943, 79; Gazzetta di Parma 3 febbraio 1953, 3.

SANVITALE ANNA MARIA GIOSEFFA
Parma 14 aprile 1700-Parma 3 agosto 1769
Figlia del conte Luigi e di Carona Avogadri, sposò Francesco Terzi, conte di Sissa. Fu ascritta all’ordine della Croce Stellata, tra le matrone d’onore della corte parmense, e scelta da Filippo di Borbone come custode aggiunta della figlia Elisabetta. La Sanvitale morì a sessantanove anni d’età e fu sepolta nella cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 135.

SANVITALE ANSELMO
Parma 1202
Figlio di Ugo. Nel 1202 fu uno dei testimoni intervenuti per convalidare la pace che si compose in Cremona per opera del podestà di Parma tra i Reggiani e i Modenesi, che erano venuti a contesa.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE ANSELMO
ante 1229-Parma post 1295
Figlio di Guarino e di Margherita Fieschi. Nel 1279 fu canonico e custode del Capitolo di Parma e vicario generale del vescovo Obizzo sanvitale, suo fratello. Nel 1295 fu prevosto della Chiesa di Parma. Visse lungamente a Roma.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE ANTON FRANCESCO, vedi SANVITALE ANTONIO FRANCESCO

SANVITALE ANTONIA, vedi CORREGGIO ANTONIA

SANVITALE ANTONIO
Parma 1294
Figlio di Ugo. Durante una solenne giostra tenuta a Ferrara nell’anno 1294 fu fatto cavaliere da Azzo d’Este.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.

SANVITALE ANTONIO
Parma 1347 c.-14 settembre 1397
Figlio di Giberto. Fu condottiero al servizio di Bernabò Visconti, duca di Milano, e per lui combatté in Lombardia contro i guelfi. Nella battaglia di Bastia di Solarolo, presso Modena, rimase prigioniero (1363). Nel 1378 partecipò all’assedio di Verona contro gli Scaligeri, meritandosi il cingolo militare. Nel 1387 fu capitano del popolo in Firenze.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Archivio della famiglia sanvitale, in Parma; Biblioteca Palatina di Parma, manoscritto 1193; B. Corio, Storia di Milano, venezia, 1565; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, XVIII; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; G.B. Pigna, Historia dei principi d’Este, Ferrara, 1570; F. sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. simonetta, Storia delle imprese di Francesco Sforza, venezia, 1544; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. argegni, condottieri, 1937, 131.

SANVITALE ANTONIO
Parma 1470
Figlio di Stefano e della sua seconda moglie, orsina Lecco. Fu protonotario apostolico e canonico della Cattedrale di Parma. Nel 1470 fu tra i testimoni intervenuti a firmare il giuramento della città di Milano al primogenito del duca Galeazzo Maria Sforza.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE ANTONIO FRANCESCO
Parma 10 febbraio 1660-Urbino 17 dicembre 1714
Nacque da Luigi e da Margherita Talenti, sposata in seconde nozze. Dopo i primi studi letterari fatti in Parma, entrò nel 1676 nel collegio Clementino di Roma, dove studiò filosofia e divinità. Tornato in patria nel 1682, si diede agli studi di giurisprudenza sotto Francesco Bonvicini e dopo due soli anni si laureò (31 dicembre 1686). Dopo essere stato ordinato sacerdote a Parma e aver tenuto per qualche tempo la carica di segretario di legazione del cardinale Rinaldo d’Este, dal vescovo Saladini fu nominato esaminatore sinodale e censore dei libri. Dopo aver viaggiato per l’Italia, la Germania e l’Ungheria, ritornò a Roma, dove fu prima canonico di San Pietro, poi referendario apostolico, votante di segnatura, vescovo d’Efeso (1704), nunzio alla corte di toscana e vicelegato in Avignone (dal re Luigi XIV fu lodato per il modo con cui espletò la legazione avignonese). Fatto il 6 maggio 1709 arcivescovo e legato di Urbino, salì poco dopo al cardinalato (22 luglio 1709). Nel 1711 il Sanvitale ritornò per breve tempo a Parma. Durante questo soggiorno fece iniziare i lavori di restauro e riedificazione della chiesa di sant’antonio Abate, per i quali spese oltre diecimila scudi romani. Scrisse parecchie omelie e publicò il Sinodo nel 1713. Il Norcia (congressi letterari) e Pier Antonio Gaetani (Museo mazzucheliano) lo ricordano come distinto letterato. Fu sepolto nella cattedrale di Urbino con la seguente iscrizione: Hic ossa arida cardinalis Antonii Francisci Sanvitalis Parmensis Archiepiscopi Urbini expectant audire verbum Dei. Obiit die XVII. mensis Decembris anno MDCCXIV.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 384-385; L. Barbieri, Pparmigiani cardinali, 1894, 15; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 13-16; G.gonizzi, Francesco Sanvitale, in gazzetta di Parma 25 ottobre 1968, 3.

SANVITALE AZZONE
Parma-Borghetto di Taro 1247
Figlio di Zangaro. Allorché l’imperatore federico II si impadronì di Parma nel 1245, fu costretto a lasciare la città insieme ai parenti e ai suoi partigiani guelfi. Si unì quindi al cugino Ugo Sanvitale, che, raccolti i fuoriusciti, tentò di riprendere Parma. Dopo aver sconfitto i ghibellini a Borghetto di Taro, venne ucciso sul campo di battaglia.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877; P. Litta, famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; E. tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 131.

SANVITALE BARBARA, vedi SANSEVERINO BARBARA

SANVITALE BENEDETTA, vedi PIO BEDETTA

SANVITALE BERNARDINO
1455 c.-Fornovo 6 luglio 1495
Figlio di Giberto e di Donella Rossi. Militò al servizio di Carlo VIII. Venne ucciso nella famosa battaglia del Taro, detta anche di fornovo.
FONTI E BIBL.: C. Argegni, Condottieri, 1937, 135; Il conte Bernardino dei Sanvitale massacrato nella battaglia di Fornovo, in Gazzetta di Parma 11 agosto 1959, 3.

SANVITALE BONA, vedi LOMBARDI BONA

SANVITALE BRUNORO, vedi SANVITALE PIER BRUNORO

SANVITALE BRUNORO PIETRO, vedi SANVITALE PIETRO BRUNORO

SANVITALE CAMILLO
-Reggio Emilia ultimi anni del XVIII secolo
Figlio naturale di Gacomantonio. Legittimato in seguito dal padre, assunse il cognome della sua casa abbandonando quello di Olivieri, che aveva avuto alla nascita. Non gli fu però permessa la residenza in patria. Entrò quindi nella Compagnia di Gesù. Fu buon oratore.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE CARLO
Parma 8 novembre 1555-Zara 1608
Figlio di Alfonso e Girolama Farnese. giovanetto di appena quattordici anni servì la repubblica veneta nella guerra di Cipro contro i Turchi (1570, combatté a Zara e a margaritino), passando poi come cavaliere di ventura al servizio della Spagna nelle guerre di Fiandra (combattendo a Maastricht fu ferito). Tornato in Italia al soldo dei Veneziani, fu governatore di Padova e governatore delle armi in Dalmazia (1591). Morì forse a Zara all’età di cinquantatré anni.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; F. Sansovino, dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, condottieri, 1937, 131-132.

SANVITALE CARLO
Fontanellato 1663-23 giugno 1727
Figlio di Luigi e di Lucrezia Cesi. Nel 1699 fu cavaliere gerosolimitano e maestro di Camera del duca Francesco Farnese di Parma, cui fu molto affezionato. Morì all’età di sessantaquattro anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE CARLO FRANCESCO
Fontanellato XVII secolo
Figlio di Alessandro e di Margherita Rossi. Fu rettore nel XVII secolo della Cappellania sotto il titolo della Annunziata in Santa Croce di Fontanellato.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE CECILIA
Parma 1229/1247
Figlia di Guarino. Fu monaca nel monastero di Santa Chiara di Parma. Nel 1247 le clarisse di Bordeaux la richiesero per loro badessa a papa Innocenzo IV, il quale decise invece, su richiesta del fratello della Sanvitale, Alberto, di destinarla al monastero delle clarisse che si stava per fondare a Chiavari, di cui la sanvitale fu dunque la prima badessa. Morì scomunicata per non aver voluto ammettere una religiosa che il visitatore di Lombardia avrebbe voluto trasferire nel monastero di Chiavari.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I; M.Dalla Maggiora, Cecilia Sanvitale terribile badessa, in Gazzetta di Parma 18 giugno 1951, 3.

SANVITALE CESARE
Fontanellato ante 1590-1644
Figlio di Luigi e Corona della Somaglia. Nel 1590 fu nominato cavaliere gerosolimitano e nel 1610 governatore di Sabbioneta.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE COSTANZA, vedi SCOTTI di MONTALBO COSTANZA

SANVITALE DONELLA vedi ROSSI DONELLA

SANVITALE ELEONORA, vedi SANVITALE ANNA ELEONORA

SANVITALE ERCOLE
-Fontanellato 1530
Figlio di Gianfrancesco. Nel 1526 fu prevosto della chiesa di Fontanellato. Morì forse avvelenato.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE EUCHERIO
Parma inizi del XVI secolo-Avignone 5 gennaio 1571
Figlio di Galeazzo. Fu nominato canonico nel 1532 e due anni dopo prevosto di fontanellato, carica che lasciò nel 1545 al fratello Pirro per riprenderla nel 1546 e quindi restituirla nel 1562. Fu nominato cameriere e assistente al soglio da papa Paolo III e dal 1540 risulta anche abate commendatario della Gironda. Fu ambasciatore del duca Ottavio Farnese presso il re di Francia e ricevette il 26 agosto 1556 le istruzioni concernenti l’adesione del re di Francia e del duca di Parma ai trattati di accordo con Carlo V e la restituzione di piacenza che il re di Spagna deteneva. Essendo stata apprezzata la sua diplomazia, il Sanvitale, che ricevette il suo primo ordine sacro il 25 giugno 1561, fu eletto vescovo di Viviers, secondo il supplemento del Gallia, il 1° luglio 1565, ma questa data deve ritenersi inesatta poiché molti documenti di archivio lo designano col titolo di vescovo di Viviers dal 1564. Infatti il 6 dicembre 1564 una indulgenza plenaria con remissione di tutti i peccati, anche gravissimi, esclusi quelli riservati nella bolla In Coenae, fu accordata da papa Pio IV ai fedeli che dopo essersi confessati e comunicati avessero assistito alla prima messa detta nella chiesa di Viviers dal vescovo Sanvitale. Il re di francia dette la sua appovazione alla nomina il 7 febbraio 1565 e permise l’esecuzione delle bolle pontificali. Comunque, la presenza del Sanvitale nella sua diocesi è segnalata solo nel corso del 1565. I disordini dovuti alle lotte religiose che agitarono particolarmente la diocesi di Viviers, lo indussero a prendere la sua residenza ad Avignone dopo aver nominato Pierre Verrier suo vicario generale. Si sa inoltre che l’11 novembre 1565 confermò i privilegi e le libertà agli abitanti di Largentiére. Nell’Armorial dei vescovi di Viviers dell’abate Roche il Sanvitale è descritto come un signore di robusta costituzione, di grande statura, sufficientemente colto, cortese e molto affabile, amante della musica e della caccia. Altresì liberale e molto amato dalla nobiltà del paese. Le testimonianze scritte relative al periodo dell’episcopato del Sanvitale sono piuttosto rare e ciò ha contribuito a renderlo poco conosciuto. Sono stati peraltro trovati vari documenti: una transazione con i signori di Largentiére, un atto di quietanza di rendite della diocesi, il risultato di un affare con i suoi sudditi di Bourg-Saint-Andéol e il testamento, ritrovato tra le minute del notaio Joannis di Avignone dall’abate Requin. Gli abitanti di Viviers, avendo dovuto subire nel 1562 le devastazioni delle truppe del barone des Adrets, qualche mese dopo la nomina del loro nuovo vescovo e signore, nell’agosto 1565 indirizzarono al Sanvitale una richiesta allo scopo di ottenere la cessione per un censo ragionevole di un’isola del Rodano, vicina a quella denominata du Croissant per indennizzarli delle spese dagli stessi sopportate per essere stati fedeli alla loro religione, al loro principe e al loro signore. Il Sanvitale ordinò un’inchiesta e nominò a questo scopo come commissari il suo vicario generale Verrier e il professore Jean de Suarez, giudice di tutte le questioni temporali della diocesi. L’inchiesta iniziò il 29 gennaio 1566. Da parte loro i consoli incaricarono Antoine di Viviers, cavaliere di Bourg, di seguire il procedimento. La richiesta ottenne successo perché un atto di infeudazione fu siglato dalle parti contraenti a Viviers presso il notaio Garnier il 19 febbraio 1566, presente anche il Sanvitale, che accolse la domanda per un censo annuale e perpetuo di due setiers. La città, come tributo per l’entrata in possesso dell’isola, dovette versare diverse monete d’oro e beni in natura, tra cui un carico di vino e sei capponi. La presenza del Sanvitale a Viviers è segnalata in quel periodo anche per una quietanza firmata il 3 dicembre 1565 a favore dei consoli di donzère, avendo riscosso sessanta scudi dovuti per diversi censi. Il 25 aprile 1566, in seguito a un avvenimento poco chiaro, il Sanvitale scrisse ai consoli di Bourg una lettera in cui afferma che non intende per nessuna ragione che i suoi sudditi usino insolenze nei suoi riguardi. Un anno dopo il Sanvitale si trovò a Bourg: il 22 agosto 1567, stanco di perseguire un’annosa controversia con Jean de la Vernade, signore di Laurac e gentiluomo di Camera del re, pendente presso la Corte di Montpellier, il sanvitale si accordò col suo avversario, raggiungendo un onorevole compromesso. Dopo questa data il Sanvitale risiedette ad Avignone e nessun documento indica negli anni successivi la sua presenza nella diocesi di Viviers. Una quietanza scritta dal notaio Joannis di avignone il giorno 8 dicembre 1570 per la somma di 3610 lire e un soldo di Tours per rendite dovute da suoi diocesani, rivela la presenza del Sanvitale ad Avignone, poiché l’atto di quietanza risulta scritto nella camera adiacente alla sala alta della sua casa di abitazione. Morì proprio nel momento in cui sperava di essere nominato cardinale.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 39; angeli, Historia, 1591, 90 e ss.; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 272; Malacoda 8 1986, 8-10.

SANVITALE EUCHIRIO, vedi SANVITALE EUCHERIO

SANVITALE FEDERICO
Parma inizi del XVI secolo-Chiusi 1553
Figlio di Galeazzo. Comandò una compagnia di cento cavalleggeri al servizio del re di francia (fu alla battaglia di Siena e alla difesa di monticelli). Nel 1552, quando gli imperiali guerreggiavano nel territorio parmense e nei suoi domini, difese con indomito coraggio il suo castello di Fontanellato e non lo cedette. Nello stesso anno partecipò con cinquanta celate alla difesa di Siena. Morì in combattimento a causa di una ferita di archibugio alla coscia sinistra.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Archivio di Casa sanvitale; U. Benassi, Storia Parma, Parma, 1899; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella biblioteca Palatina di Parma; E. Grassi, Fontanellato, la famiglia e la rocca Sanvitale, Noceto, 1932; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; C. Argegni, Condottieri, 1937, 132.

SANVITALE FEDERICO
Fontanellato 1616-Fontanellato 6 marzo 1693
Figlio di Alessandro e di Margherita Rossi. Fu mastro di Camera del duca Ranuccio Farnese. In seguito rinunziò alla vita di corte e nel 1677 fu prevosto di Fontanellato, ove eresse due prebende e provvide la chiesa di arredi. Morì all’età di settantasette anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE FEDERICO
Parma 1757 c.-3 ottobre 1819
Figlio di Alessandro e Costanza Scotti. Fu cavaliere gerosolimitano, al servizio militare del re di Sardegna e di quello d’Etruria. Nel 1814 comandò la Guardia Nazionale di Parma. Maria Luigia d’Austria lo elesse nel 1816 suo ciambellano e castellano di Parma. Coltivò la storia naturale: ebbe un gabinetto scientifico e una cospicua raccolta di libri.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE FEDERICO MARIA GIUSEPPE
Parma 19 maggio 1704-Brescia 7 dicembre 1761
Nacque da Luigi e da Corona Avogardo sanvitale. Entrò nel Collegio gesuitico di Bologna il 29 ottobre 1727. Finito il corso di studi, fu inviato nel 1749 quale lettore di matematica nel Collegio dei gesuiti di Brescia, nel quale passò la maggior parte della sua vita ed ebbe più uffici, compreso quello di bibliotecario. A Brescia il Sanvitale impartì pubbliche lezioni di aritmetica, di statica, d’idrostatica, di fisica e di geometria. Tra i suoi allievi vanno ricordati Giovanni Battista Rodella, Giuseppe colpani e il Bettinelli. Studioso soprattutto di matematica, fu autore di un manuale di architettura civile che ebbe una certa rinomanza e fu apprezzato in particolare dal Memmo. Tra i suoi scritti, vanno ricordati Elementi di aritmetica e di geometria (Brescia, 1756) ed Elementi di architettura civile (Brescia, 1765), pubblicato postumo. Si tratta di un manuale diviso in tre parti (la prima riguardante la tecnica costruttiva degli edifici, la seconda la comodità degli edifici e la terza la loro venustà) in cui il Sanvitale, riferendosi largamente alla trattatistica antica e quattro-cinquecentesca, tende a fornire un facile strumento didattico sulla corretta maniera di costruire. Sintomatico a questo riguardo, il notevole sviluppo dato alla prima e alla seconda parte del trattato. Lo scritto fu assai lodato da A. Memmo (Elementi d’architettura lodoliana, Roma, 1785), il quale afferma che l’opera del Sanvitale è una delle poche in cui la materia architettonica è trattata con metodo matematico. Il Sanvitale fu anche autore di numerose orazioni e buon poeta: fu lodato dal Frugoni, al quale indirizzò alcuni versi. Negli arcadi della Colonia parmense si chiamò Arcesila Eacideo. Il Brocchi, nei commentari dell’Accademia di Scienze del dipartimento del Mella (1808), afferma che il sanvitale nel 1760 aprì in Brescia una pubblica accademia di Scienze sullo stesso disegno regolatore e vasto che la precedente de’ Filesotici, e il sanvitale ed il Pilati ne furono i principali sostegni ed ornamenti. Fu amico e corrispondente del zaccaria e del cardinale Quirini (dopo la morte di quest’ultimo, ne completò con un quinto volume l’opera Commentarii de rebus ad eum pertinentibus). Nel 1759 il Sanvitale fu tra coloro che ritenevano non si dovesse inoculare il vaiolo naturale. Si dovette al Sanvitale la dimostrazione della proprietà dei numeri semplici del Fontenelle (lettera del Sanvitale a Marco Cornaro nel sesto volume della Storia letteraria del Zaccaria). Il Sanvitale fu tra i primi in Italia a pubblicare precetti per i sordomuti e fu il primo a scriverne con metodo avanzato e a fare una breve storia di quelli sino ad allora adoperati. Riprendendo i suggerimenti del padre F. Lana Terzi e vagliando criticamente i tentativi fatti all’estero per l’educazione dei sordomuti, scrisse infatti nel 1757 una Dissertazione sopra la maniera d’insegnare a parlare a coloro che, essendo nati sordi, sono ancora muti.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 189-192; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 386-387; Saccardo, Botanica in Italia, 1895, 146; D. Sacchi, uomini utili e benefattori del genere umano, Milano, 1840, vol. II; T. Pendola, Sull’educazione dei sordomuti in Italia, Siena, 1885; A. Codignola, pedagogisti, 1939, 381; A. Comolli, Bibliografia storico-critica dell’architettura civile ed arti subalterne, Roma, 1792, IV, 24-29; B. Zevi, Architettura in nuce, Venezia-Roma, 1960, 219; Dizionario Architettura e urbanistica, V, 1969, 412.

SANVITALE FEDERIGO, vedi SANVITALE FEDERICO

SANVITALE FORTUNIANO, vedi SANVITALE ORAZIO FORTUNIANO

SANVITALE GALEAZZO
Fontanellato 1496-Parma 2 dicembre 1550
Nacque da Jacopo Antonio e Veronica da Correggio pochi mesi dopo la battaglia di Fornovo, come si legge nelle testimonianze di un processo contro di lui, battaglia nella quale il fratello maggiore Gian Francesco aveva combattuto nelle file francesi di Carlo VIII. A questa scelta di campo rimase fedele durante le guerre d’Italia anche il Sanvitale, che ebbe l’eredità indivisa dei feudi di Fontanellato, noceto, Belforte e Pietramogolana, da governare con il fratello maggiore, nel 1511, alla morte del padre. Nel 1512 morì anche veronica da Correggio e il Sanvitale venne affidato alla tutela del fratello Gian Francesco. La sorella Giulia, vedova di Lionello Lupi, confermò al fratello minorenne una parte della dote della madre. Nel 1512 però, forse per ragioni politiche più che per tensioni familiari, gli venne dato come tutore Galeotto Lupi, marito di Lodovica Sanvitale. La sconfitta di ravenna, che costrinse i Francesi ad abbandonare l’Italia, mise in grave difficoltà i loro sostenitori. Parma venne occupata dalle truppe pontificie e Gian Francesco Sanvitale probabilmente si allontanò da Fontanellato, incaricando il Sanvitale, accompagnato da Jacopo da Correggio e Melchiorre Bergonzi, di giurare fedeltà a papa Giulio II, nuovo signore del ducato. Per sottolineare la distinzione tra i due fratelli, nel dicembre dello stesso anno la Rocca di Fontanellato venne divisa. Nel 1513 morì Galeotto Lupi, che lasciò erede dei suoi beni il Sanvitale, e Lodovica nel 1515 sposò in seconde nozze il conte Alessandro Pepoli di Bologna. Il Sanvitale sposò a sua volta Paola Gonzaga, figlia di Lodovico marchese di Sabbioneta, nel 1516. Da quell’anno al 1530 la Rocca di Fontanellato diventò il centro di un’intensa attività culturale di cui furono protagonisti, oltre che il Sanvitale e la moglie, il fratello Gian Lodovico, che studiava a Pavia, e soprattutto Girolamo Sanvitale, figlio di nicolò e di Beatrice da Correggio, detta mamma, conte di Sala, che protesse un gruppo di riformatori religiosi: Tiberio russelliano, del quale finanziò per i tipi degli Ugoleto l’apologeticus (1519), Giovanni Delfini (che nel 1523 gli dedicò la sua eterodossa interpretazione del libro VI dell’Eneide) e Tranquillo Molossi. Nel 1522 il Sanvitale diventò colonnello del re di Francia e aiutò il cugino gerolamo nella lotta contro i Rossi. Nel 1525, dopo la sconfitta subita dai Francesi nella battaglia di Pavia, i Sanvitale furono oggetto di duri attacchi dal comune di Parma, ma la fedeltà del Sanvitale alla causa di Francesco I era tale che gli fece acquisire la nomina a cavaliere dell’ordine di San Michele da parte del re e la cittadinanza francese. Nel 1526-1527 il Sanvitale acquistò il casino di Codiponte, a Parma, che gli venne venduto da Scipione dalla Rosa, probabilmente per conto del comune: si ritiene che si tratti del cosiddetto casino Eucherio Sanvitale nel Giardino Ducale. Nel 1536 venne, insieme a Gerolamo Sanvitale, considerato ribelle al potere pontificio e inquisito. Nel 1539-1540, con la collaborazione dei Pico e la complicità dei francesi, tentò un colpo di mano contro Cremona, che venne però scoperto e sventato dagli imperiali. Condivise con i Farnese, nuovi signori di Parma dal 1545, la posizione filofrancese, per cui all’uccisione di Pier Luigi Farnese a Piacenza fortificò Fontanellato e resistette alle truppe di Ferrante Gonzaga, governatore di Milano, rifiutando di giurare fedeltà all’imperatore Carlo V. Morì all’inizio della guerra di Parma, nella casa di Antonio Bernieri, abitata dai cugini di Sala e molto vicina alla Cittadella e a Porta Nuova, nella vicinia di San marcellino. Datato al 1524 è il ritratto del Sanvitale dipinto dal Parmigianino, già nelle collezioni farnesiane e poi a Napoli alla Galleria nazionale di Capodimonte.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; G. Annibali, Notizie storiche della Casa Farnese, Montefiascone, 1817; E. Grassi, Fontanellato, la famiglia e la rocca Sanvitale, noceto, 1932; P. Litta, Famiglie celebri italiane, milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; L. Sanvitale, Memorie intorno alla rocca di Fontanellato; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 132; Enciclopedia di Parma, 1998, 611.

SANVITALE GALEAZZO
1565-Roma 8 settembre 1622
Figlio del conte Luigi. Fu nominato arcivescovo di Bari il 15 marzo 1604. Fece l’ingresso solenne in Bari il 9 maggio 1604. Vi rinunciò nel 1606. Il Sanvitale fu prefetto di papa Gregorio XV. Fu sepolto in un sarcofago nella chiesa di San Gregorio in Roma.
FONTI E BIBL.: A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 272.

SANVITALE GALEAZZO CESARE, vedi SANVITALE ALESSANDRO

SANVITALE GERARDO
Parma 1069/1081
È ricordato in un placito tenuto a Parma il 20 aprile 1069 dal vescovo e antipapa Cadalo: Petrus et Gerardus germani filii condam Iohanni Vitali. Il Sanvitale intervenne in un altro placito tenuto da Enrico IV a Parma nel Palazzo vescovile, alla presenza del vescovo Everardo, il 3 dicembre 1081 (vedi G. Drei, Le carte degli Archivi Parmensi dei secoli X-XI, volume II, ad an.). La famiglia fin da quei tempi era chiamata, come appare dai documenti citati, de Sancto Vitali o semplicemente Vitali. Tale nome venne a essa dal possesso di un grosso casamento posto tra la chiesa di San Vitale di Parma e il Palazzo comunale, stabile che nel secolo XIII fu acquistato dal comune.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 123.

SANVITALE GEROLAMO, vedi SANVITALE GIROLAMO

SANVITALE GHERARDO
Parma 1196/1198
Figlio di Ugo. Nel 1196 e nel 1198 fu assessore del magistrato dei consoli della Repubblica di Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE GIACOMANTONIO
-Parma 1563
Figlio di Galeazzo e di Paola Gonzaga. Fu cavallerizzo e scudiero del re di Francia, al cui servizio militò contro Carlo V al comando della compagnia di cavalleggeri che era del fratello Federico. Dopo la conclusione della pace si ritirò a Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE GIACOMANTONIO, vedi anche SANVITALE JACOPO ANTONIO

SANVITALE GIACOMATIO, vedi SANVITALE GIACOMO ANTONIO

SANVITALE GIACOMO
Parma 1222
Nell’anno 1222 fu mandato da papa Gregorio X come commissario generale con genti e denari in soccorso dei cristiani di Siria.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 175-176.

SANVITALE GIACOMO
Parma ante 1247-Piemonte 1305
Figlio di Azzone. Nel 1262 fu magistrato degli Anziani di Parma. Perseguitato dai ghibellini di Giberto da Gente che gli demolirono le case, nel 1257 andò a stabilirsi in Piemonte. Secondo quanto afferma l’Angeli, possedette molte, e grandi ricchezze.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.

SANVITALE GIACOMO ANTONIO
Fonatanellato 1458 c.-1511
Figlio di Stefano. Fu condottiero presso i duchi di Milano. Nel 1482, quando Ludovico il Moro fece guerra ai Rossi di San Secondo, prese parte al conflitto. Rifiutò ingenti offerte dei Veneziani per passare al loro servizio. Fu agli ordini di Giovanni Galeazzo Sforza all’assedio di Borgo Taro e all’assedio di Novara contro il duca di Orléans. Per i suoi meriti, non solo ritornò in possesso dei feudi occupatigli dai Veneziani collegati ai Rossi ma ne ebbe anche altri.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Biblioteca Palatina di Parma, manoscritto 1193; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; E. Grassi, Fontanellato, la famiglia e la rocca Sanvitale, Noceto, 1932; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Simonetta, Storia delle imprese di Francesco Sforza, Venezia, 1554; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 132.

SANVITALE GIACOMO ANTONIO MARIA vedi SANVITALE JACOPO ANTONIO MARIA

SANVITALE GIANFRANCESCO
1549 c.-Parma post 1571
Figlio di Alfonso. Con il fratello Ottavio seguì il duca Filiberto di Savoja in Francia, partecipando alla guerra scatenata da Carlo IX contro gli Ugonotti (1571) in qualità di condottiero di cavalli. Morì in età giovanile.
FONTI E BIBL.: C. Argegni, Condottieri, 1937, 136.

SANVITALE GIANFRANCESCO
Sala 9 maggio 1590-Parma 19 maggio 1612
Figlio di Girolamo e di Benedetta Pio. Detto il Marchesino di Sala, fu coinvolto nella cospirazione contro il duca Ranuccio Farnese. Fu prima arrestato e poi giustiziato mediante decapitazione.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 379.

SANVITALE GIANFRANCESCO, vedi anche SANVITALE GIOVANFRANCESCO

SANVITALE GIANGALEAZZO
Sala 1527 c.-Parma 1552
Figlio di Girolamo. Nemico dei Farnese che avevano il dominio di Parma, tramò una congiura per dare la città in mano agli imperiali. Scoperto, fu tratto in arresto e, secondo quanto afferma l’argegni, fatto decapitare.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591; F.M.Annibali, Notizie storiche della casa Farnese, Montefiascone, 1817-1818; E.Bicchieri, Vita di Ottavio Farnese, Modena, 1864; P.Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A.pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; E.Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 182.

SANVITALE GIANLODOVICO-Fontanellato 1526
Figlio di Giacomo Antonio e di una pallavicino. Nel 1510 fu nominato protonotario apostolico. Fu poi anche prevosto della chiesa di Fontanellato.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE GIAN MARTINO, vedi SANVITALE GIOVAN MARTINO

SANVITALE GIANQUIRICO, vedi SANVITALE GIOVANNI QUIRICO

SANVITALE GIBERTO
Parma-post 1344
Figlio di Gianquirico. Nel 1344, tornato in patria col padre dopo un lungo esilio, seguì il partito di Obizzo d’Este, che era il nuovo signore della città, combattendo valorosamente contro i ghibellini che volevano dare Parma a Luchino Visconti.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591; Archivio di Casa Sanvitale in Parma; Da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, XXIV; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; G.B. Pigna, Historia dei principi d’Este, Ferrara, 1570; F. sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’italia, Venezia, 1609; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; Argegni, Condottieri, 1937, 133.

SANVITALE GIBERTO
1373-Fontanellato 17 maggio 1447
Figlio di Antonio. Nel 1404 fu partigiano di Ottobono Terzi per la cacciata dei Rossi da Parma. Quando Giovanni Galeazzo Visconti fu creato duca di Milano, il Sanvitale fu inviato quale rappresentante della città di Parma a giurare fedeltà. L’8 giugno 1405 fu nominato podestà di Piacenza e in tale carica ottenne da Ottobono Terzi, intenzionato a saccheggiarla per punire la parte guelfa, di avere salva la città. Disgustato poi dalla tirannia del Terzi, quando lo uccisero si adoperò nei tumulti sorti in Parma per escluderne i figli e dare la signoria a Niccolò d’Este (1407). Il Sanvitale ebbe solenni esequie, con la partecipazione di numerosissimi rappresentanti delle più illustri casate.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; M.E.da Erba, estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, XVI; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; G.B. Pigna, Historia dei principi d’Este, Ferrara, 1570; F. Sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; E. tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia sanvitale, manoscritto; C.Argegni, Condottieri, 1937, 133.

SANVITALE GIBERTO
1428 c.-Sala post 1495
Figlio di Stefano. Nel 1454 sposò Donella, figlia di Pier Maria Rossi. Fu podestà di bergamo. Nel 1477 edificò la rocca di Sala. Come condottiero servì Ludovico il Moro nella guerra contro i Rossi di Parma, ritornando così nel possesso del castello di Noceto (1482). Nel 1495 combatté ancora una volta per Ludovico il Moro all’assedio di Novara contro il duca d’orléans. Ebbe infine da Galeazzo Maria Sforza l’investitura di parecchi feudi importanti, tra i quali quello di Sala, di cui ebbe il titolo di conte.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Cronichetta, Parma, 1798; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Archivio di Casa Sanvitale in Parma; B. corio, Storia di Milano, Venezia, 1565; Da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca palatina di Parma; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877, 378, e 1880, 184; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; F. Sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri italiane, Venezia, 1609; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; Argegni, Condottieri, 1937, 133.

SANVITALE GIBERTO
Sala gennaio/agosto 1527-Piacenza 30 agosto 1585
Fu cameriere segreto di papa Paolo III e visse per diverso tempo alla corte papale in Roma. In seguito, per garantire la discendenza della propria casata sul feudo di Sala, abbandonò la prelatura e contrasse matrimonio. Rimasto vedovo, in seconde nozze sposò la contessa di colorno Barbara Sanseverino. Fu sepolto nell’oratorio di San Lorenzo di Sala, che il sanvitale aveva fatto costruire e dotato di beni.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 90 e ss.; G.B.Janelli, dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 379; Bonardi, Fortuniano Sanvitale, in archivio Storico per le Province Parmensi 1975, 262-263.

SANVITALE GIBERTO
Sala 23 agosto 1597-1631
Figlio di Girolamo e Benedetta Pio. Dopo che i genitori e il fratello Gianfrancesco erano stati fatti decapitare da Ranuccio Farnese (1612), fu relegato nel castello di Borgo Taro. Là si innamorò della figlia del castellano, Olimpia, che forse segretamente sposò. Quasi certamente il Sanvitale morì di peste e con lui i due figli, Ferrante e Carlo, entrambi in tenera età.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE GIOVAN FRANCESCO
Fontanellato -1519
Figlio di Giacomantonio. Seguì la carriera delle armi: ancora giovanetto, nel 1495 fu al servizio di Carlo VIII nella battaglia del Taro, quindi andò al servizio di Ludovico XII, che gli diede il titolo di cavaliere (1499).
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; argegni, Condottieri, 1937, 136.

SANVITALE GIOVAN MARTINO
Parma-18 agosto 1432
Figlio di Antonio. Alla morte del duca di Milano Giovanni Galeazzo Visconti, fu scelto con altri undici nobili per trasportare il feretro durante le esequie. Quando il papa Alessandro V si recò a Bologna, il Sanvitale fu a lui inviato come ambasciatore della città di Parma. accompagnò inoltre il corteo papale tra i vassalli maggiori in occasione del solenne incontro col marchese di Ferrara, avvenuto in pianoro. Nel 1409, per avere assicurato la signoria di Parma a Nicolò d’Este combattendo contro i Terzi, ebbe in compenso il feudo di madregolo, che gli fu poi devastato dai visconti quando nel 1420 ebbero Parma dagli Estensi.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Biblioteca Palatina di Parma, manoscritto 1193; Da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; G.B. Pigna, Historia dei principi d’Este, Ferrara, 1570; F. Sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; Argegni, Condottieri, 1937, 132.

SANVITALE GIOVANNA
Parma 1439/1450
Figlia di Obizzo. Fu monaca dell’ordine di San Benedetto nel monastero di San Quintino di Parma. Vi fu eletta badessa nel 1439. Nel 1450 espose in venerazione il corpo della beata Orsolina Veneri.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE GIOVANNA
Parma ante 1455-Parma 1529/1531
Figlia del conte Stefano. Entrata novizia nel convento di San Quintino in Parma il 16 novembre 1455, fu eletta alla carica abbaziale nel 1483, dignità riconosciutale da papa Sisto IV con bolla del 2 dicembre dello stesso anno, succedendo alla zia Maddalena Sanvitale. A lei si attribuiscono gli interventi di committenza più importanti, legati all’abbellimento della chiesa e all’arricchimento culturale e devozionale del monastero. All’epoca delle più importanti iniziative volte al rinnovamento dell’antico cenobio (rappresentate dagli incarichi esecutivi per i libri corali, dalla solenne traslazione nella nuova arca del corpo della beata orsolina Veneri, dalla pala d’altare commissionata al Marmitta e dagli stalli lignei del coro, nel 1512) nel convento erano presenti due badesse contemporaneamente, la Sanvitale e la nipote Susanna Sanvitale, quest’ultima in età minore per ricoprire la carica assegnatale: ben tre brevi di papa Giulio II in poco tempo ne ratificarono l’anomala situazione. La Sanvitale figura badessa amministratrice, affiancata dalla giovanissima nipote letterata e dotta, che si vide precocemente riconosciuta l’autorevolezza a ricoprire un ruolo di tanto impegno. La co-reggenza di San Quintino non costituì tuttavia un’esperienza inedita, né per il monastero né per la Sanvitale, che dal 13 novembre 1483 era stata a sua volta chiamata ad affiancare, nella direzione abbaziale, la zia Maddalena sanvitale, afflitta da gravi problemi di salute. considerato il rapporto di fattiva collaborazione che legò per più di un ventennio la Sanvitale alla nipote, si può supporre che i numerosi e importanti incarichi di committenza nel periodo di co-reggenza di San quintino, legati al solo nome della Sanvitale, siano stati voluti da entrambe, anche se la titolarità della carica abbaziale rimase alla Sanvitale fino alla morte, come ben specificato nell’atto rogato nel marzo 1504. Uno studio di G. zanichelli ha assegnato nuovo impulso alla ricomposizione del tessuto culturale e devozionale di San Quintino, analizzando un minuscolo libro d’ore, trascritto da Paolo Stadiani nel 1498 e dedicato a una giovanissima nobili domine Susane de Sancto Vitale Moniali in sancto Quintino. A quel tempo la futura badessa non aveva che quattordici anni, quindi difficilmente si può attribuirle la committenza, tanto raffinata e atipica se rapportata al gusto artistico-devozionale locale, ma è legittimo desumere da tale testimonianza il pulsare di un clima monastico rivolto al nuovo, che iconograficamente cita l’ambiente veneto-ferrarese, per dare attualità a una religiosità più intima, quale riflesso della sensibilità religiosa della committenza. Il piccolo codice preziosamente miniato, attribuito a un artista collegato alla bottega di Cristoforo Caselli, è dedicato all’ufficio della Vergine e destinato alla devozione privata: quasi certamente si trattò di un dono della Sanvitale alla giovane nipote entrata a quel tempo come novizia in San Quintino e già destinata alla carica abbaziale.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1996, 59-65.

SANVITALE GIOVANNI
Parma 1066
Sacerdote, figlio di Pietro e fratello di sigezone. Con un atto del 10 novembre 1066 donò alla canonica di Parma alcune terre poste in vigociolo.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, IV, 1932, 123.

SANVITALE GIOVANNI
Parma 1113 c.-1202
Figlio di Ugo. Si diede alle belle lettere e fu più volte impiegato negli affari pubblici della città di Parma. Fu uomo eccellentissimo e di gran consiglio e prudenza, e quasi nato ad uscir con onore in ogni difficile impresa (Angeli, historia; Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani). Adoperandosi nel trattare la pace e nel comporre dissidi tra i cittadini, indusse i parmigiani a grande riconoscenza verso la sua famiglia. Nell’Archivio di Stato di Modena sono conservati parecchi trattati di tregua, di confederazione e di altri particolari accordi tra Modenesi e Parmigiani, in cui il Sanvitale ebbe parte precipua: in particolare, quando la città di Parma, non potendo più tollerare il duro governo dei ministri di Enrico, volle riconquistare la libertà e fece lega con molte città lombarde, il Sanvitale si recò più volte a Modena per conferire coi capi della lega (1173) sui modi per resistere all’imperatore Federico. Ancora, quando nell’anno 1183, sorta tra Modenesi e Reggiani una contesa sulla giurisdizione della Secchia, vennero i consoli di Modena a Parma a chiedere che la città si obbligasse a non fare pace o tregua coi Reggiani senza il consenso dei Modenesi, i Parmigiani, giurata la capitolazione, mandarono il Sanvitale con altri a Modena a garantire della loro buona volontà. Nell’anno 1188 il sanvitale coordinò le operazioni dei parmigiani (alleati ai Cremonesi, ai Reggiani e ai modenesi) all’assedio di Castelnovo e della torre di Alseno, nel piacentino, che in tre giorni furono espugnate. Nell’anno 1199 ebbe ancora la responsabilità delle truppe parmigiane inviate in soccorso di Borgo San Donnino, che l’imperatore Enrico VI aveva dato in pegno ai Piacentini per duemila lire imperiali (con Bargone). Non volendo i Borghigiani sottomettersi ai Piacentini, questi ultimi, insieme ai Milanesi, Bresciani, Comaschi, vercellesi, Novaresi, Astigiani e Alessandrini, mossero con un numeroso esercito a combatterli. In soccorso dei Borghigiani si schierarono Parmigiani, Cremonesi, Reggiani e modenesi: ebbe luogo un sanguinoso fatto d’armi, al termine del quale le milizie del Sanvitale ebbero il sopravvento, posero in fuga i nemici e condussero prigionieri in Parma duecento cavalli. L’imperatore Ottone IV dimostrò sempre per il Sanvitale grande stima e benevolenza.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 169-170.

SANVITALE GIOVANNI
Parma 1295/1303
Figlio di Alberto. Nel 1295 fu uno dei capi del partito propenso a introdurre gli Estensi in Parma contro il volere dei da Correggio. Scontratisi in città i due partiti e uccisogli il padre, il Sanvitale dovette fuggire presso gli Este. Nel 1303, in seguito alla pace sopravvenuta con la nomina di Giberto da Correggio alla signoria della città, venne riammesso con la famiglia in Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE GIOVANNI
Parma 1308/1310
Figlio di Mastino. Nel 1308 fu podestà di Modena e nel 1310 di Foligno.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE GIOVANNI
ante 1298-Parma 1329 o 1330
Figlio di Pietro. Fu podestà di Modena e di Perugia. Nel 1311 combatté nella ribellione contro i vicari imperiali messi in Parma dall’imperatore Enrico VII per restaurarvi le antiche forme di governo. Per questa ragione si alleò col cugino Gianquirico Sanvitale e con giberto da Correggio, partigiano del re roberto di Napoli. Ma nel 1313, corrotto con denaro e con promesse da Matteo Visconti, tentò di legare Parma al partito imperiale. Fu combattuto perciò dai guelfi e da Giberto da correggio, che lo sconfisse. In quell’occasione perdette la Torre di San vitale e il castello di montechiarugolo e fu bandito da Parma. Poté tornare a Parma nel 1326 ma fu subito fatto prigioniero da Orlando Rossi, suo acerrimo nemico. Morì in carcere dopo tre anni e mezzo.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e s.; M. Benassi, Storia di Parma, Parma, 1899; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, XVII e XVIII; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; F. Sansovino, dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; S. de’ Sismondi, Histoire des républ. italiennes, Paris, 1826; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, condottieri, 1937, 133.

SANVITALE GIOVANNI
Fontanellato 1629-1678
Figlio di Alessandro e Margherita Rossi. Nel 1649 fu nominato cavaliere gerosolimitano. Morì all’età di quarantanove anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE GIOVANNI
Parma 4 febbraio 1804-Piacenza 2 agosto 1881
Nacque dal conte Stefano e dalla principessa Luigia Gonzaga. Fece gli studi nel collegio Tolomei di Siena. Viaggiò a scopo d’istruzione in vari paesi d’Europa. Ritornato in patria, pubblicò un libro di novelle che gli procurò fama di letterato. Tra l’altro, ebbe in eredità dal padre una pittoresca villa, detta la Vigna, a diciannove chilometri da Piacenza. Studioso di agricoltura, ebbe modo di conoscere nei suoi viaggi in Francia e altrove i progressi e le innovazioni del settore e appassionatamente si dedicò alla coltivazione dei campi, all’allevamento del bestiame e alla produzione di vini, investendo largamente in dissodamenti, piantagioni, macchine e nuovi concimi. Il sanvitale scrisse anche un trattato di economia rurale. Nel 1848 partecipò al movimento nazionale d’indipendenza. Per diverso tempo dovette vivere esule in Piemonte perché gli fu vietato il ritorno a Parma dal restaurato governo borbonico. In seguito, amnistiato, prese dimora, insieme con la famiglia, a Piacenza. Dotto filologo e bibliofilo, lasciò una notevole collezione di libri vari e pregiati. Fu anche studioso di numismatica: fece dono del suo ricco medagliere al Museo d’Antichità di Parma. Sposò la contessa Marianna Simonetta, che lo fece padre di quattro figli: Enrico, Giberto, Luigi e Sofia.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 190-191.

SANVITALE GIOVANNI
Parma 8 maggio 1872-Bologna 7 aprile 1951
Fu l’ultimo discendente di una tra le famiglie parmensi di più antica nobiltà, che si estinse con la sua morte. Figlio di Alberto e della contessa laura Malvezzi, cominciò a occuparsi di fotografia intorno ai vent’anni. Non si conosce praticamente nulla del suo apprendistato. Ottenne comunque la sua prima onorificenza (una medaglia di bronzo), all’Esposizione Internazionale di Milano del 1894 per una serie di prove tratte col viraggio Dringoli senza oro, con tinte fredde molto artistiche. Le foto premiate rappresentano riproduzioni di affreschi del Parmigianino esistenti nel Castello di Fontanellato. Altri riconoscimenti gli vennero dall’Esposizione Internazionale di Torino del 1898 (ancora medaglia di bronzo) da quella di Firenze (1899, medaglia d’argento) e dall’esposizione Internazionale di Torino (1900, diverse onorificenze). Insieme ad Alfredo zambini chiese ufficialmente al ministro dell’Industria e del Commercio di poter prendere parte all’Esposizione Universale di Parigi del 1900. Il Sanvitale conseguì la laurea in ingegneria e il 2 febbraio 1919 sposò Amelia Pagani. Fu consigliere comunale e assessore del comune di Parma, consigliere provinciale, candidato di parte liberale contro Agostino Berenini, che il Sanvitale osò sfidare nel collegio di Borgo San Donnino, e presidente degli Asili d’infanzia di Parma. Fu tra i primi in Italia a collezionare cartoline illustrate, che gli amici gli inviavano da ogni parte del mondo o che lui stesso si spediva durante i viaggi. Unendo le due vocazioni di fotografo e di ingegnere, costruì nel castello di Fontanellato (di cui fu l’ultimo proprietario, prima di cedere l’edificio al comune) una camera ottica, oggetto di attenzione da parte degli esperti oltre che dei turisti: con una serie di lenti a forma di prisma poste all’interno del castello ottenne la deviazione dei raggi solari proiettando in pratica nella stanza buia le immagini della piazza antistante il castello. Si tratta di un principio fisico antico, di cui la camera di Fontanellato rappresenta una dei pochi esempi rimasti. Scrive in proposito Helmut gernsheim nel suo volume Le origini della fotografia: Questo tipo di camera è ancora in uso in certi edifici pubblici, come per esempio il castello di Fontanellato presso Parma, e non bisognerebbe certo perdere l’occasione di constatarne personalmente i sorprendenti effetti. Nel 1899 il Sanvitale fu presente, insieme a Rastellini (unici fotografi di Parma), al secondo congresso Fotografico Italiano di Firenze.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 137; R.Rosati, Fotografi, 1990, 216.

SANVITALE GIOVANNINO, vedi SANVITALE GIOVANNI

SANVITALE GIOVANNI QUIRICO
1277 c.-Parma 5 marzo 1345
Figlio di Teseo. Sposò nel 1303 Antonia, figlia di Giberto da Correggio. Insieme a Giberto da Correggio nel 1311 ebbe parte assai importante nella ribellione di Parma contro il vicario imperiale. Fu quindi podestà di Cremona e di Piacenza, da cui nel 1312 lo cacciò Alberto Scotti. Ebbe nello stesso anno dalla comunità di Parma, per sé e per i suoi discendenti, a ricompensa della sua azione, il castello di belforte con altri villaggi. Giurò fedeltà a Roberto di Napoli, capo dei guelfi, e nel 1316 ordì in Parma una congiura destinata a scacciarne Giberto da Correggio, che tiranneggiava la città. Venne poi a sua volta combattuto ed esiliato dai Rossi, che si impadronirono di Parma nel 1329. Nel 1337 il Sanvitale si trasferì a Ferrara, ove ottenne i diritti di cittadinanza. Dopo che Parma fu più volte presa e perduta dai diversi partiti, vi ritornò mentre l’aveva in signoria Obizzo d’Este, dopo ventitré anni di esilio.
FONTI E BIBL.: G. Adorni, Vita del conte Stefano Sanvitale, Parma, 1840; I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Archivio di Casa sanvitale; U. Benassi, Storia della città di Parma, Parma, 1899; Biblioteca Palatina di Parma, manoscritto 1193; G. Cornazzani, Storia di Parma, s. a.; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877, 376-377; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, in Rerum italicarum Scriptores, XVIII, XXII e XXIV; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; G.B. Pigna, Historia dei principi d’Este, Ferrara, 1570; F. Sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; S. de’ Sismondi, Histoire des rèpubl. italiennes, Paris, 1826; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; G. Villani, Cronache, Venezia, 1559; C. Argegni, condottieri, 1937, 132-133.

SANVITALE GIOVANNI QUIRICO
Parma 1430 c.-post 1482
Figlio di Angelo. Quando fu al servizio dei Veneziani nella guerra contro i Turchi (1477) venne esonerato dall’incarico per il poco coraggio dimostrato. Nelle guerre contro Ferdinando, re di Napoli, combattute dai Fiorentini, dei quali il Sanvitale fu condottiero, fu fatto prigioniero. Ciò gli capitò una seconda volta, quando, al servizio di Ludovico il Moro, nella lotta per il possesso del ducato di Ferrara contro i Veneziani, combatté all’argenta nel 1482. Quando Ludovico il Moro fece guerra ai Rossi, ottenne la restituzione di Noceto dal Sanvitale mercé l’esborso di una forte somma.
FONTI E BIBL.: Archivio della famiglia Sanvitale; Biblioteca Palatina di Parma, manoscritto 1193; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella biblioteca Palatina di Parma; Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; E. Grassi, Fontanellato, la famiglia e la rocca Sanvitale, Noceto, 1832; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1837; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale; Argegni, Condottieri, 1937, 133.

SANVITALE GIROLAMO
1501-Sala 1550
Figlio di Niccolò Maria Quirico e Beatrice da correggio. Fu al servizio di Carlo V. Nel 1536, come comandante di una compagnia di cento cavalli e duemila fanti, partecipò alla guerra di Provenza contro i Francesi, segnalandosi ad Antibes e Bregnuol per valore e per perizia straordinari e meritandosi la stima di Andrea Doria, Antonio de Leva e Ferrante gonzaga. Nel 1545 fu uno dei feudatari dello stato di Parma che giurarono fedeltà e obbedienza a Pierluigi Farnese. Favorì le parti di Filippo Partisotti e fu avverso ai Rossi. È ricordato come persona di ottima formazione intellettuale e abile nelle arti militari. Morì nel castello di Sala e fu sepolto a Parma nella chiesa di San Francesco del Prato.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1819, tavola III; F. Sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 133; M.E.da Erba, Biblioteca Palatina di Parma, ms. Parmense 3768; A.Micheli, La rocca dei Sanvitale a Sala-Maiatico, 1922; G. Zarotti, franciscus Carpesanus, 1975, XXIII.

SANVITALE GIROLAMO
Sala 24 agosto 1567-Parma 19 maggio 1612
Figlio di Giberto e di Barbara Sanseverino. Dal duca Ottavio Farnese ebbe il feudo di colorno (avuto in eredità dalla madre) eretto in marchesato. Sposò Benedetta Pio. Fu cavaliere assai stimato in Parma per le sue alte qualità, che gli procurarono amicizie e onori. suscitò perciò il sospetto di Ranuccio Farnese, che in lui vide un pericolo. Fattolo arrestare sotto l’accusa di aver tramato contro i Farnese, fece sottoporre il Sanvitale, con molti altri suoi parenti (la madre, la moglie e il figlio gianfrancesco), alla tortura e li fece poi decapitare.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591; F.M. Annibali, Notizie storiche della famiglia Farnese, Montefiascone, 1817-1818; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 379; T.Bazzi-U. Benassi, Storia di Parma, Parma, 1908; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1819, I, tavola III; F. Odorici, Barbara Sanvitale e la congiura del 1611 contro i Farnese, Brescia, 1862; E. tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 134.

SANVITALE GIUSEPPA, vedi FOLCHERI GIUSEPPINA

SANVITALE GUALTIERI
Parma-ante 1527
Poeta ricordato da un epitaffio composto dal bolognese Girolamo Casio de’ Medici (pubblicato l’anno 1527, all’interno di una raccolta di epitaffi e iscrizioni varie): Il facondo Gualtier da San-Vitale, Ch’era fra gli Pastori un semideo, Posa in quest’urna col suo Melibeo Per l’Egloghe sue dotte, et pastorale. Lo stesso Girolamo casio de’ Medici, ne La Gonzaga, riporta alcuni sonetti in lode di Margherita Pio, moglie di Anton Maria Sanseverino, uno dei quali è detto fatto per la medesima Signora per gualtier Poeta, che faceva l’amor con sua divinità, che secondo l’Affò è da identificarsi col sanvitale.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 195; A.Pezzana, memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VI/2, 1827, 425-426; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 380.

SANVITALE GUARINO
Parma-San Cesario di Modena 1229
Figlio di Anselmo. Sposò Margherita Fieschi, sorella di Sinibaldo (divenuto papa Innocenzo IV), aumentando le ricchezze e la potenza delle famiglia. Il Sanvitale amò la letteratura e si circondò di letterati. Fu podestà di Bologna nel 1219. Prese le armi in aiuto dei conti di lavagna, suoi parenti, contro i Genovesi. Nel 1229, mentre per i Modenesi si trovava alla difesa di San Cesario contro i Bolognesi, venne ucciso ai piedi del carroccio di Parma.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Caffaro, Annales genuenses, in Rerum Italicarum Scriptores, VI; G.B. Janelli, dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C.Argegni, condottieri, 1937, 134.

SANVITALE GUGLIELMO
Parma 1313
Figlio naturale di Pietro. Militando al fianco del fratello Giovanni, nel 1313 rimase prigioniero dei guelfi nello scontro di Tortiano.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE IACOPO, vedi SANVITALE JACOPO

SANVITALE ISABELLA
Parma 1792-Parma 30 dicembre 1837
Nacque dal conte Stefano, letterato, archeologo, orientalista e filantropo. Moglie nel 1813 di Giuseppe Simonetta, cultore anch’egli di lettere e di arti, fu donna di grandi virtù morali e intellettuali. Educata nel collegio di Sant’Orsola a Piacenza, diede prova fin dalla prima giovinezza di ingegno non comune e di attitudine ai severi studi delle lettere. Tornata in famiglia e passata poi a quella del marito, poté coltivare le sue buone attitudini, specie intrattenendosi in colloqui eruditi con la suocera, contessa Maria Guerrieri. Fu elogiata dal Litta e dall’Arrivabene, specie per le sue lettere, in cui mostra di essere maestra di concetti e di stile, e per la perfetta conoscenza della lingua francese. Morì in conseguenza di una malattia che per cinque anni le causò acute sofferenze.
FONTI E BIBL.: G. Adorni, Discorsi, Parma, 1870, 249; Gazzetta di Parma 1838, 17; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri o benemeriti nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, Genova, 1877, 399-400; I. Sanvitale, Poesie, Prato, 1875; M. Bandini, Poetesse, 1942, 213.

SANVITALE ISABELLA, vedi anche CENCI MARIA ISABELLA

SANVITALE JACOBA LAURA, vedi PALLAVICINO JACOBA LAURA

SANVITALE JACOPO
Parma 20 febbraio 1668-Ferrara 5 agosto 1753
Nacque dal conte Cesare e dalla contessa Anna Maria Anguissola. Giovanissimo, fu avviato alla vita ecclesiastica. I parenti l’avrebbero voluto nella curia romana, ma il Sanvitale scelse di entrare tra i gesuiti in Bologna (1682). compiuto il noviziato e gli studi, insegnò belle lettere in Vicenza e in altre città. ordinato sacerdote, cominciò poi a impegnarsi nelle missioni. Ma i suoi superiori lo destinarono quale lettore di filosofia e poi di teologia in Verona, ove tenne anche alcune lezioni di matematica. Godendo poca salute, fu mandato nel 1706 a Ferrara, ove, dopo aver servito due anni come confessore nel collegio dei Nobili, intraprese di nuovo l’insegnamento di teologia speculativa e poi di morale, incarico che mantenne per diciannove anni, senza per altro interrompere gli esercizi di pietà (congregazioni, confessioni, predicazioni, visite agli ospedali). Il Sanvitale fu anche utilizzato per incarichi di fiducia dai cardinali Taddeo dal Verme e Tommaso Ruffo, legati di Ferrara. dall’anno 1736 sino al 1751 volle essere impiegato nel fare il catechismo ai poveri quando alla portineria del collegio si faceva loro l’elemosina. Fino all’ultimo il Sanvitale si dedicò agli studi. Scrisse un gran numero di opere, molte delle quali di carattere storico, teologico, spirituale e ascetico. Negli ultimi anni di vita fu duramente attaccato dai domenicani Daniele Concina e Giovanni Vincenzo Patuzzi, fustigatori della morale gesuitica, ai quali il Sanvitale rispose con vituperi che certamente offuscarono la sua fama. Al Sanvitale dedicò una biografia Gianandrea Barotti (Venezia, Remondini, 1757), e di lui scrissero anche il Zaccaria, il Lombardi (Storia della letteratura italiana), il Maffei e il Feller (dictionn. Hist.).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 29-31; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 358.

SANVITALE JACOPO
Parma 28 dicembre 1785-Fontanellato 3 ottobre 1867
Nato da Vittorio, del ramo secondogenito dell’illustre famiglia, e dalla marchesa Camilla Bortolon, d’origine spagnola, morta quando il Sanvitale era ancora bambino. Studente prima al collegio dei Nobili e poi al collegio Lalatta di Parma, fu quindi affidato agli insegnamenti di Angelo Mazza. Sotto l’autorevole guida di Angelo Mazza, il Sanvitale venne a contatto con la poesia ellenica, con le prime traduzioni che l’abate prozio faceva dall’inglese (il Gray, il Thompson, il Parnell) e con il mondo aristocratico ed elegante del tempo, che Parma ospitava come un salotto discreto e ben informato. Appena quattordicenne pubblicò una canzone, Cristo simboleggiato nell’agnello, e a quindici anni era già un ottimo traduttore di Orazio. A ventitré anni, dopo aver dato prova di carità cristiana in occasione dell’epidemia di peste, fondò la Società Libera Italiana di Scienze e Lettere, della quale venne acclamato presidente perpetuo. Compreso che lo stesso napoleone Bonaparte aveva tradito le idee della rivoluzione francese, quando nacque il re di Roma, nella certezza che fosse predestinato a rinsaldare ineluttabilmente il regime di potere monarchico e tirannico, il Sanvitale scrisse un feroce sonetto che gli costò il carcere nel porto di Fenestrelle (1812), dove proseguì nelle traduzioni bibliche e nello studio di opere classiche. Dopo quatordici mesi di prigionia, travestito da donna fuggì a Milano, ove divenne grande amico del Romagnosi, del Rasori e di Ugo Foscolo. Tornò a Parma il 5 maggio 1814. Morto Angelo Mazza, ereditò il suo posto nel mondo della poesia italiana. Già nominato (1817) professore di eloquenza, fu eletto segretario dell’Accademia di Belle Arti di Parma, insegnò poetica ed ebbe le cariche di segretario e di preside della ducale Università degli Studi di Parma e di preside della facoltà di lettere (1820). Sposò in Parma, il 28 dicembre 1816, Giuseppina Folcheri, piemontese, donna colta, geniale pittrice, ardente di spirito italiano, fedele compagna nell’esilio e nelle aspre traversie. Nel settembre 1817 accompagnò il metternich a visitare i monumenti di Parma. appartenne alla società dei Sublimi Maestri perfetti e fu compreso tra i settari denunciati, con lettera del 17 aprile 1822, da Francesco d’este, duca di Modena, a Maria Luigia d’austria. Il sanvitale fu anche indiziato tra coloro che avevano distribuito un proclama in latino incitante gli Ungheresi, numerosi nell’esercito austriaco che marciava su Napoli, a non battersi contro un popolo insorto per conquistarsi l’indipendenza: da un confesso reggiano il Sanvitale fu denunciato come l’autore del proclama. Oltre che alla setta dei Sublimi Maestri Perfetti, si riteneva che egli appartenesse alla Carboneria e che avesse partecipato a diverse riunioni tenute in Parma dai settari per trattare gli affari della società e, principalmente, dei moti insurrezionali che stavano per scoppiare. Il 24 aprile 1822 il Governo parmense ordinò l’arresto del Sanvitale e degli altri indiziati dal duca di Modena: fu rinchiuso nel castello di Compiano e il 25, 26 e 27 del successivo settembre messo a confronto a Sant’Ilario coi confessi estensi. La Commissione mista, con sentenza del 29 aprile 1823, lo assolse perché non convinti del crimine loro apposto. Fu membro del Governo Provvisorio, che esercitò il potere dal 15 febbraio al 13 marzo 1831. Restaurato il Governo ducale, il Sanvitale fuggì in esilio. La Sezione di accusa, il 21 e 24 maggio 1831, dichiarò che vi era motivo di procedere penalmente contro i membri del Governo Provvisorio, a eccezione di Luigi mussi, ma la Commissione Speciale, il 7 luglio successivo, li prosciolse dall’accusa. ripristinato il potere di Maria Luigia d’austria, andò in esilio in Francia (a Marsiglia, in Corsica e poi a Montauban), ove alternò l’attività di poeta ed economista a quella di agronomo. Tra le sue opere di quel periodo è da ricordare il canto Nostalgia. Fu tradotto in francese e se ne fecero sei edizioni: in Italia ne fu proibita la diffusione. Nel 1840 il Sanvitale poté rientrare in patria. Si recò a Torino, invitato a un congresso di scienziati, e dettò l’ode per la statua di Emanuele Filiberto. Gli fu quindi offerta la cittadinanza piemontese, ma invano chiese la cattedra di letteratura comparata, sempre desiderata (1848). Si sistemò allora a Genova, come precettore di un giovane della famiglia Pallavicino. Ben presto divenne noto e furono pubblicati vari suoi sonetti. Prese parte a un congresso in Toscana, ove trattò argomenti agrari e, in particolare, le risaie. Visitò la Maremma e fissò proprie teorie agricole. Tornato in Francia, ove era rimasta la famiglia, si recò a Tolosa ed ebbe i diritti di cittadino francese, ma ancora una volta gli fu negato l’insegnamento filologico. Poco dopo gli morirono la moglie, Giuseppina Fulcheri, e la figlia Clementina, colpite da malattia a Marsiglia. Rientrato a Genova, tenne, dal 19 ottobre 1849 al dicembre 1852, la direzione della biblioteca civica Berio, al quale ufficio fu eletto dal Consiglio delegato del comune a unanimità, con sentimenti di vera esultanza. Il Consiglio generale confermò la nomina e, quando il Sanvitale lasciò la carica, gli conferì il titolo di bibliotecario emerito. Nel 1856 gli fu concesso di risiedere a Parma. Nel 1859 fu rappresentante di Fontanellato all’Assemblea costituente parmense e fu tra i delegati a rassegnare l’atto di annessione al Piemonte, assieme a Giuseppe Verdi. Sedette tra i deputati al Parlamento in Torino per la VII legislatura rappresentando il collegio di San Pancrazio. L’età avanzata e le malattie gli impedirono di partecipare attivamente alla vita pubblica della nuova nazione: fu costretto a ritirarsi a vita privata e a rinunciare a qualunque ufficio. Fu presidente della Regia Deputazione di Storia Patria a Parma e la rappresentò nel 1865 a Firenze e a Ravenna per la celebrazione del centenario dantesco. massimiliano d’Austria, imperatore del Messico, gli inviò la Gran Croce di Guadalupa. La salma del Sanvitale, trasferita a Parma, fu tumulata nel sepolcreto di famiglia. Dopo la sua morte, furono pubblicati da Caterina Pigorini (Parma, Rossi-Ubaldi) suoi Cenni biografici. La Pigorini scrisse nuovamente del Sanvitale nel gennaio 1876 in un’appendice della Perseveranza. Nel 1875 furono stampate a Prato da Francesco Giachetti Poesie del Conte Jacopo Sanvitale con prefazione e note di Pietro Martini. Alberto Rondani lo ricordò nella Nuova Antologia e nelle Serate Italiane. Alcune poesie inedite raccolse G.B. Janelli (Parma, Grazioli, 1882) ed Emilio Costa pubblicò presso il Battei nel 1886 le Satire inedite. La sorte critica dell’opera sanvitaliana è affidata ad alcuni studiosi parmensi come il Rondani (J. Sanvitale e le sue poesie, Firenze, Gazzetta d’Italia, 1881) e il bocchialini (J. Sanvitale poeta, Parma, 1924; Poeti parmensi della seconda metà dell’ottocento, Parma, 1925). Lo spirito culturale dell’Ottocento è vivo nell’opera del sanvitale in discendenza dalla tradizione poetica del Paradisi, del Cerretti e del Mazza. Uno spirito che si collega al classicismo (per quanto di aulico e di eloquente appesantisce la sua poesia) e al romanticismo (per il nervo e la struttura di una più aderente emozione e di un canto nuovo, intriso di personale esperienza). Due altre sono le componenti della sua ispirazione: la Bibbia e Dante. Dell’una e dell’altra fonte questi poeti tendevano a eroicizzare il contenuto e quindi la forte colorazione romantica veniva ad assumere quasi un credo religioso, un metodo di vita. I salmi biblici parafrasati dal Sanvitale confermano questo giudizio e La luce eterea, un poema mancato ma iniziato con un’autentica volontà di scoperta e sotto la suggestione della Divina commedia, poteva riassumere le sue convinzioni scientifico-letterarie con grande abbondanza di simboli e allegorie. Stupisce che il Sanvitale abbia insistito per ventitré canti su una materia che non seppe fondere in efficace poesia, ma l’esempio rimane comunque significativo di un clima e di un’epoca. Solo La nostalgia porta altra aria, un più compiuto e personale canto di interiore sincerità. Il Sanvitale resta per questi versi, come altri poeti si ricordano per una sola celebre composizione. Dal lamento, a un ripiegamento consapevole, onesto, spoglio di retorica e altero a un tempo, se l’altrui pietà mi è amara. La terra straniera ospita ma non riconosce, è una presenza fredda, giustificabile solo fino a un certo punto. Il sanvitale percorre la strada verso una meta che non conosce: La mia vita è affannosa come un’erta senza meta, deserta. Senz’orma certa. Realtà dura da concepire e da vivere, eppure affrontata senza tradimenti, non nascondendosene le difficoltà e gli inganni. Dal fondo della memoria sale prepotente l’invocazione alla terra lontana d’Emilia. S’avverte uno sforzo di declamazione ma l’intento è sincero, non bloccato dal compiacimento.
FONTI E BIBL.: I. Cantù, Italia scientifica, 1844, III, 106; T. Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 758; Aurea Parma 3-4 1912, 11-13; A. Rondani, Jacopo Sanvitale e le sue poesie, in Saggi di critiche letterarie, Firenze, 1881; E. Costa, Discorso commemorativo, inaugurandosi un monumento a Jacopo sanvitale, Parma, 1886; I. Bocchialini, Jacopo Sanvitale poeta, Parma, 1921; G.N., in Enciclopedia italiana, XXX, 1936, 804; G. Adorni, Vita del conte Stefano Sanvitale, Parma, presso F. Carmignani, 1840; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Nazionale, Terni, Tip. Ed. dell’Industria, 1890; E. Casa, I moti rivoluzionari accaduti in Parma nel 1831, Parma, Tip. G. Ferrari e figli, 1895; E. Casa, I Carbonari Parmigiani e Guastallesi cospiratori nel 1821 e la Duchessa Maria Luigia Imperiale, Parma, Rossi-Ubaldi, 1904; O. Masnovo, I moti del ’31 a Parma, Torino, Società Editrice Internazionale, 1925; I Bellini, in dizionario Risorgimento, 4, 1937, 206; A. Calani, Il parlamento del Regno d’Italia, Milano, 1860; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896, e 1898; A. Malatesta, Ministri, 1941, 108; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 123-124; C. Pigorini, Cenni biografici del conte Jacopo Sanvitale, Parma, 1867; L. Sanvitale, Jacopo Sanvitale nell’arte e nella poesia, in Aurea Parma 1917, 5-6; I. Bocchialini, La tradizione della poesia nella famiglia dei conti sanvitale, in Aurea Parma gennaio-febbraio 1923; Poeti parmensi della seconda metà dell’Ottocento, Parma, 1925; E. Grassi, Vita di monsignor L. Sanvitale priore prevosto a Fontanellato, Noceto, Castelli, 1932, con un’appendice di scritti del Sanvitale; A. Credali, Un patriota e poeta parmigiano maestro di G. Mameli, in Aurea Parma 1948; Poeti minori dell’Ottocento italiano, a cura di F. Ulivi, Milano 1963; Dizionario enciclopedico Letteratura Italiana, 5 1968, 46; Dizionario storico politico, 1971, 1147-1148; Parma. Vicende e protagonisti, 1978, III, 112-114; Al pont ad Mez 2 1985, 86; T.Marcheselli, in Gazzetta di Parma 3 luglio 1986; A.Musiari, Neoclassicismo senza modelli, 1986, 263; Grandi di Parma, 1991, 103; Marchi, Figure del ducato, 1991, 220.

SANVITALE JACOPO ANTONIO, vedi SANVITALE GIACOMO ANTONIO

SANVITALE JACOPO ANTONIO MARIA
Parma 23 maggio 1699-Parma 6 marzo 1780
Nacque dal conte Luigi e dalla contessa Corona Avogardi Sanvitale. All’età di dodici anni scrisse un tetrastico latino, pubblicato dal padre nella raccolta per la nomina del cardinale Luigi Piazza. Nel 1720 sposò la nobile Maria Isabella Cenci. Poiché sia il fratello Federico che il padre Luigi entrarono a distanza di pochi anni uno dall’altro nella compagnia di Gesù, il Sanvitale rimase nell’assoluto possesso dei beni della famiglia. Stimò e fu amico personale di Innocenzo Frugoni, Aurelio Bernieri e Pier Giovanni Balestrieri. Fu nominato dal duca Antonio Farnese Cavaliere Gran Conestabile dell’ordine equestre militare di San Giorgio. Alla morte del duca Antonio Farnese (20 gennaio 1731) resse, insieme ad altri, gli affari dello Stato parmense, dimostrando destrezza nel sostenerne i diritti contro le minacce del generale austriaco Stampa. Il 9 aprile 1741 fondò la Colonia parmense di Arcadia, di cui fu vice custode col nome di Eaco Panellenio. Il sanvitale si recò due volte a Pisa (13 febbraio e 27 marzo 1732) per complimentarsi col nuovo duca Carlo di Borbone. Il 5 agosto 1737 fu alla corte di Vienna, dove ricevette dimostrazioni d’affetto (Pagnini, Orazione funebre, 1780) dall’imperatore Carlo VI, che il Sanvitale assistette anche al momento del decesso (20 ottobre 1740). Nel 1749 fu inviato da Filippo di Borbone a Genova per ricevere la consorte Luisa di Francia. Fu maggiordomo del duca Filippo di Borbone che lo mandò nel 1751 ambasciatore a Parigi, ove rimase fino al 1759. Tornato in patria, presiedette l’Università degli Studi. Fu pure maggiordomo maggiore e consigliere intimo di Ferdinando di Borbone, e anche direttore generale dei regi teatri (1763) e spettacoli (1761) di Parma. Tradusse in italiano il libretto di Fontenelle Enea e Lavinia, con musica di Tomaso Traetta (Parma, Ducale, primavera 1761) e il libretto Bajezzette, con musica di Ferdinando Bertoni (Parma, primavera 1765). Scrisse per il maestro Giuseppe colla i libretti Uranio ed erasitea (Parma, ducale, estate 1773) e, forse, Enea in cartagine (Parma, estate 1773). Il Sanvitale fu sepolto a Fontanellato. Del Sanvitale scrissero elogi Giuseppe Maria Pagnini, Bergantini (Voci italiane, 1745), Agostino Paradisi (Ode per la nascita di Stefano Sanvitale), Innocenzo frugoni (del quale il Sanvitale fu grande benefattore), Camillo Zampieri (Giobbe, canto IX), angelo Mazza (Armonia, 1771), Bettinelli (Poemetto per l’Accademia degli Scelti, 1753), Pizzi (Visione dell’Eden, 1778, e Rime degli Arcadi, 1780).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 175-181; Gazzetta di Parma 28 giugno 1922, 3; C.Schmidl, Dizionario universale musicisti, 2, 1929, 447.

SANVITALE LAVINA, vedi SANVITALE LAVINIA

SANVITALE LAVINIA
Parma XV secolo-1555
Figlia del conte Girolamo. Fu celebrata da Ludovico Domenichi, che le dedicò la traduzione del decimo libro dell’Eneide, per aver coltivato le lettere con grande amore. Di lei si parla come di scrittrice elegante, ma di quanto avrebbe dato alle stampe non è rimasta che una lettera inserita da Ortensio Landi nella sua raccolta (Lettere di molte e valorose donne, raccolte da Ortensio Lando, Venezia, 1548), ritenuta concordemente apocrifa. Cade così l’attribuzione e viene meno ogni documento della sua attività. Il fatto stesso però che il Landi la ponesse nel novero delle presunte scrittrici, fa ritenere che la Sanvitale non fosse indegna di appartenere alla schiera delle donne colte e che comunque esplicasse attività letteraria. Sposò Francesco Sforza.
FONTI E BIBL.: Lettere di molte e valorose donne, raccolte da Ortensio Lando, Venezia, 1548; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri o benemeriti nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, Genova, 1877, 380; M.Bandini, Poetesse, 1942, 213.

SANVITALE LUIGI
Fontanellato 1539 c.-post 1598
Figlio di Galeazzo e di Paola Gonzaga. Fu al servizio della casa regnante di Francia. Dopo essere rimpatriato, nel 1598 divenne governatore di Sabbioneta. Per concessione di roberto, suo fratello, poco prima del 1574 divenne conte di Fontanellato e Noceto.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE LUIGI
Fontanellato 1599-1664
Figlio di Alessandro e di Margherita Rossi. Fu capitano delle lance della guardia del duca di Parma Ranuccio Farnese, che nel 1646 eresse in suo favore la contea di Belforte in marchesato. Fu inviato dalla corte di Parma a quella di Torino prima per incontrarvi Cristina di Svezia e nel 1660 per presentare a Margherita di Savoja i doni del suo sposo, il principe ereditario di Parma Francesco Maria Farnese. Morì all’età di sessantacinque anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE LUIGI
Parma 1 luglio 1675-1753
Figlio di Alessandro e di Paola Simonetta. Fu eletto nel 1718 dal duca di Parma Francesco Maria Farnese gran conestabile dell’Ordine Costantiniano. Nel 1729, divenuto vedovo, entrò nella Compagnia di Gesù. Morì all’età di settantotto anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE LUIGI
Parma 26 dicembre 1772-Piacenza 25 ottobre 1848
Nacque dal conte Alessandro, appartenente a una tra le più aristocratiche famiglie italiane, letterato distinto e uomo di larga carità, e dalla contessa Costanza Scotti di Montalbo, nobildonna piacentina di austeri costumi e di severi principi. Dimorò sino all’età di otto anni, in seno alla famiglia nell’avito palazzo di Parma, situato nelle vicinanze della Cattedrale. Ebbe due fratelli e quattro sorelle, le quali contrassero matrimonio con esponenti delle nobili famiglie Anguissola di Piacenza, D’Arco di mantova, Robion di Nizza e Dalla Rosa Prati di parma. Dai precettori di corte apprese le prime nozioni culturali. Il 14 aprile 1780 vestì l’abito talare e poco dopo, per incarico del padre, fu accompagnato a Roma dallo zio Stefano Sanvitale di Reggio Emilia, affinché potesse seguire, nel Collegio Clementino, retto dai padri somaschi, i corsi di grammatica, umanità, retorica e filosofia. Per le doti di aperta intelligenza e di amore allo studio, congiunte a spirito acuto e vivace, ebbe modo di distinguersi, classificandosi tra gli allievi migliori, per i progressi nello studio delle lettere e per l’abilità di verseggiatore, tanto che, finito il corso, venne ammesso tra gli Arcadi col nome di Elpindo Panellenio. Nel 1780 ricevette la prima tonsura dal vescovo di Parma Pettorelli-Lalatta e in Roma da Giulio della Somalia, segretario della Sacra congregazione dei Riti. A dodici anni gli furono conferiti gli ordini minori. A quell’età, per i diritti di casa Sanvitale, fu nominato il 20 dicembre 1784 prevosto di Priorato e di Fontanellato, dove la famiglia, antica feudataria di quelle terre, era patrona della chiesa parrocchiale per diritto attribuito da papa Bonifacio IX (bolla del 9 dicembre 1400) e proprietaria della splendida Rocca e di ricche tenute. La dispensa per l’età giovanissima fu concessa dalla Santa Sede in considerazione della pietà e doti necessarie che già si erano rivelate nel Sanvitale, che aveva palesato eccellente disposizione alla carriera ecclesiastica. In realtà i genitori avevano maturato da tempo le sorti dei figli disponendo che il primogenito, Stefano, dovesse tramandare il casato, il secondo, Federico, si iscrivesse all’ordine di Malta e il terzo, il Sanvitale, godesse la prelatura o la prevostura con il Priorato. Il 10 maggio 1785 ricevette dal vescovo di Parma, per procura, l’investitura della parrocchia, trovandosi a Roma per gli studi. Lasciò la capitale il 7 luglio 1792 diretto a Parma, che era sotto il dominio del duca Ferdinando di Borbone. Nell’autunno di quello stesso anno si iscrisse all’Università di Parma al corso di teologia. Nel 1793 gli fu conferito l’ordine del suddiaconato. Ritenendosi non ancora sufficientemente preparato a compiere l’ultimo passo che l’avrebbe elevato a ministro di Dio, ottenne di poter differire di tre anni la promozione al sacerdozio. Ricevette la sacra ordinazione il 31 dicembre 1797. Monsignor Adeodato Turchi, successo al Pettorelli-Lalatta nel governo della diocesi parmense, lo esortò a prendere possesso della parrocchia di Fontanellato, ma il Sanvitale indugiò per alcuni anni ancora in Parma, trattenuto da mansioni varie. Insegnò storia ecclesiastica all’Università di Parma e nel 1803, oltre all’incarico di professore, ricoprì le mansioni di membro del Collegio teologico e di confratello della congregazione di carità di San Filippo Neri (della quale divenne ordinario nell’autunno di quello steso anno). Nel frattempo si dedicò con impegno alla teologia e alle lettere. Nel 1803 pubblicò, con i tipi bodoniani, venti novelle accompagnate da una prefazione nella quale espone come e quanto si fosse preparato a tal genere di narrazione. Il libro ebbe molto successo e riscosse l’approvazione dei più illustri letterati del tempo, con i quali il Sanvitale fu sempre in viva corrispondenza: Angelo Mazza, Gaetano Godi, Michele Colombo. Ma le sue principali cure furono volte alle opere del sacro ministero e in particolare alla predicazione, prestandosi di buon grado per l’apostolato della parola in Parma e nei centri di campagna. Nel 1804 prese finalmente possesso del priorato e della prevostura di Fontanellato. Se al predecessore don Carlo Delfinoni si deve la radicale trasformazione dei fabbricati canonicali mediante la sostituzione del piccolo convento benedettino con la maestosa canonica e l’inizio di costruzione dell’ampia peschiera che la circonda, al Sanvitale va riconosciuto il merito di aver condotto a termine tali importanti opere, rimaste incompiute per l’improvvisa morte di quel prevosto. Ma, più che i lavori materiali, è degna d’interesse l’attività da lui spiegata nella vasta e complessa parrocchia: feste solenni, predicazioni sue e di illustri oratori, sacre missioni e numerose altre iniziative intese a incrementare nel popolo la pietà cristiana. Curò il decoro delle sacre funzioni, accrebbe la pompa delle solennità nelle chiese dipendenti, compilò uno stato d’anime e fece redigere un elenco delle suppellettili religiose appartenenti alle chiese a lui soggette di Priorato, di Fontanellato e di Cannetolo, mantenendosi inoltre in continuo contatto con i canonici della collegiata di Santa Croce, con il curato di Fontanellato e con il cappellano di Cannetolo per indirizzare la loro attività. La sua azione si spiegò con solerzia anche nell’istruzione catechistica ai bimbi e agli adulti, in missioni ed esercizi spirituali per il popolo, facendo inoltre brillare quelle qualità di oratore nelle quali si era perfezionato con un prolungato esercizio. Gli avvenimenti politici, intanto, si succedettero gravi e importanti dall’epoca in cui il Sanvitale aveva lasciato Parma per la cura della sua parrocchia. Dopo la morte di Ferdinando di Borbone, avvenuta a Fontevivo il 9 ottobre 1802, il primo console di Francia dichiarò che, a tenore del trattato di Aranjuez, la sovranità degli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla era devoluta di diritto alla Repubblica Francese, insediando a Parma per suo ministro governatore Moreau de Saint-Mery. Questi ebbe per la famiglia Sanvitale cortesi attenzioni, nonostante essa nutrisse poche simpatie per Napoleone Bonaparte. I Sanvitale, che il 9 novembre 1804 ebbero l’onore di ospitare papa Pio VII durante il suo viaggio da Roma a Parigi, ebbero pure la ventura di avere per ospite, il 26 giugno 1805, lo stesso Bonaparte. In quel periodo tornò a Parma la calma e la tranquillità, dovuta all’intelligente e abile diplomazia del governatore, il quale con saggi provvedimenti si sforzò di rendere accetta alla popolazione la nuova dominazione. Ma un’improvvisa rivolta di Piacentini per l’applicazione di tasse ritenute ingiuste provocò la destituzione del Moreau de Saint-Mery e il 19 gennaio 1806 il suo posto fu assunto dal generale Junot, che ripristinò l’ordine con un regime di polizia. A questi, con l’interregno del prefetto Eugene Nardon, successe nel 1810 Dominique Perignon, che ricoprì la carica solo per pochi mesi. Infatti, dal 1810 al 1814, terminato il dominio napoleonico, lo Stato di Parma fu retto dal barone Dupont-Delporte, il quale lo cedette il 6 giugno 1814 a Maria Luigia d’Austria, che ne prese possesso in forza del trattato di fontainebleau. Il 21 giugno 1805 venne firmato il decreto di soppressione dei religiosi domenicani di Fontanellato: il convento, la chiesa e un appezzamento di terreno annesso furono confiscati. Soltanto più tardi (1816), per interessamento del Sanvitale e del fratello Stefano, il convento e l’annessa chiesa con il terreno furono da Maria Luigia d’Austria concessi alle suore domenicane del soppresso monastero dei Santi Giacinto e Liborio, in Colorno, le quali iniziarono da allora la loro attività. Rimasta vacante il 2 aprile 1813 la cattedra episcopale borghigiana per la morte di Alessandro garimberti, Maria Luigia d’Austria, allorché divenne duchessa degli Stati, propose la nomina del Sanvitale. Volle tuttavia assicurarsi in precedenza dell’accettazione del designato e a tale scopo dette incarico al conte generale neipperg, suo cavaliere d’onore, di porsi in comunicazione con il conte Stefano Sanvitale affinché questi sondasse in proposito l’animo del fratello. Dall’interessante carteggio, pubblicato dal Grassi, si apprende che, pur essendo il Sanvitale restio ad accettare la nomina, fu ugualmente inoltrata la proposta al pontefice dalla stessa duchessa, la quale, l’11 marzo 1817, inviò al Sanvitale la bolla di nomina accompagnandola con una lettera in cui si compiace di rendere giustizia ai meriti, alla pietà e alla dottrina particolare di lui e di contribuire così al bene spirituale dei suoi sudditi della diocesi di Borgo San Donnino. In tal modo la diocesi borghigiana, da quattro anni vacante, poté finalmente salutare il suo nuovo pastore. Il Sanvitale fu consacrato nella chiesa del Gesù a Roma il 3 agosto 1817, insieme con Carlo Scribani Rossi, vescovo di Piacenza, dal cardinale Giulio della Somalia. Nello stesso giorno indirizzò al clero e al popolo una comunicazione in latino per i suoi nuovi figli spirituali. A questa fece seguito la prima pastorale. Il 28 settembre successivo Borgo San donnino accolse il Sanvitale con viva esultanza, dimostrazioni di popolo ed espressioni letterarie, di cui il Grassi rimarca due sonetti di Michele Leoni e del canonico Giuseppe Rovaldi. Suo primo pensiero fu di indire la visita pastorale, che fece precedere in cattedrale da una solenne missione al popolo e da un corso di esercizi spirituali per il clero. L’iniziò il 23 agosto 1818 e la terminò nel luglio 1821. L’accurata vigilanza e la naturale disposizione a interessarsi dei problemi anche minuti gli permisero nel frattempo di dare un solido assestamento agli affari ecclesiastici, trascurati durante la lunga vacanza. Per quanto riguarda il culto religioso e la pietà, curò il decoro della Cattedrale, ne riordinò le funzioni e altre ne istituì, disponendo, tra l’altro, che fosse continuata la pratica introdotta dal suo predecessore di celebrare in Cattedrale la festa di san Francesco di Sales ogni anno con grande solennità, destinando a questo scopo un capitale di circa tremila lire nuove di Parma. Distribuì inoltre in forma più regolare i vari servizi. Diligentissimo, volle far seguire alla visita pastorale una controvisita per verificare se le disposizioni emanate fossero state osservate. Eresse e benedisse molti oratori pubblici e privati, promosse esercizi spirituali, predicazioni, missioni e pubbliche preghiere nelle chiese della città e diocesi. Regolò l’uso degli strumenti musicali in chiesa, adottando la severità dell’organo, senza aggiunte. In cattedrale restaurò e abbellì la cappella dell’immacolata e provvide ad altre opere di decoro, donando inoltre un ricco piviale, un artistico calice d’argento con fregi in rilievo dorato e numerosi altri oggetti d’argento. Onorò gli studiosi e ne coltivò con schietto favore l’amicizia, come nel caso dell’abate Zani. Egli stesso fu buon letterato: dalle lettere e dallo zibaldone che lasciò, questa sua inclinazione traspare dall’eleganza della forma e dalla ricchezza dei concetti. Anche le sue pastorali furono ricche di dottrina. Dal 1818 al 1826 fu professore onorario di teologia all’Università di Parma. Mantenne rapporti cordialissimi con i vescovi di Parma Caselli, Crescini e Vitale Loschi. Si tenne in relazione con le persone più in vista di Parma e di Piacenza e in continuo contatto con il clero e il popolo. Fu in buoni rapporti con le autorità politiche costituite, sia con Ferdinando di Borbone che con il Governo del Direttorio francese, assai più con quello di Maria Luigia d’Austria e, in seguito, di Carlo Alberto di Savoja. Conservò con tutti la sua dignità, congiunta al dovuto ossequio alle autorità, ma senza servilismo né ostilità preconcetta, desideroso di non urtarsi con alcuno. Sin dal 1805 papa Pio VII lo annoverò tra i suoi prelati e Maria Luigia d’Austria, oltre a conferirgli l’11 dicembre 1825 la commenda dell’Ordine Costantiniano, lo insignì dieci anni dopo dell’alta onorificenza di Senatore Gran Croce dello stesso ordine. Rimasta vacante la sede episcopale di Piacenza per la morte di Lodovico Loschi, Maria Luigia d’austria pensò di destinargli a successore il sanvitale. Seguendo la stessa procedura per l’elevazione alla cattedra borghigiana, scrisse al suo ciambellano di corte, conte Luigi Sanvitale, una lettera confidenziale pregandolo di sondare il pensiero del Sanvitale, suo zio. Questi dette il proprio consenso e la duchessa poté così liberamente presentarlo a Roma per la promozione. Il 21 novembre 1836 fu preconizzato vescovo di Piacenza e otto giorni dopo ne dette partecipazione al Capitolo della Cattedrale piacentina. Contemporaneamente indirizzò una lettera di commiato alla diocesi di Borgo San Donnino, dichiarando con commosse parole che il distacco della persona non avrebbe attenuato il vivo affetto che nutriva nel cuore per coloro dei quali era stato pastore per diciannove anni. Con la nomina a vescovo di Piacenza il Sanvitale rinunciò alla prevostura e al priorato di Fontanellato, che per speciale concessione della Santa Sede aveva sino ad allora mantenuto, continuando, pur tra gli impegni del ministero episcopale, a provvedere al bene spirituale dell’importante parrocchia con direttive, norme e consigli, recandosi di tanto in tanto in luogo e trattenendovisi ogni anno per l’intero mese di settembre. L’ingresso solenne nella nuova diocesi, dopo il perfezionamento delle pratiche necessarie alla presa di possesso, avvenne il 7 maggio 1837 con ricca pompa di cerimoniale. Soddisfatte le esigenze dei riti ufficiali, il Sanvitale si pose alacremente all’opera, continuando quell’attività metodica e diligente spiegata con tanto profitto a Borgo San Donnino. Essa fu tesa principalmente alla riforma del clereo e al riordinamento del seminario. A questo pose subito mano, riorganizzandolo negli studi, nella disposizione dei locali e, soprattutto, nella disciplina e nel vestiario degli alunni. Iniziò poi la visita pastorale, intendendo porsi sollecitamente a contatto con il clero e il popolo della vasta diocesi. La molteplice attività al servizio della Chiesa piacentina può essere riassunta negli otto volumi della sacra visita e in diciannove altri volumi di decreti emessi nel periodo di dodici anni. Il 23 aprile 1842 ordinò il trasferimento a Sant’Eustachio dei teatini (che abitavano un quartiere in comune con i carmelitani di Sant’Anna) ritenendo che la loro opera potesse così spiegarsi con maggiore profitto per la cittadinanza. Provvide il 7 novembre 1843 che fossero aperte scuole cattoliche nell’ex convento dei teatini di San Vincenzo e protesse i gesuiti dal boicottaggio dell’autorità civile, che non vedeva di buon grado il prestigio dell’ordine, acquisito nella direzione delle scuole governative. Il Sanvitale ebbe salute delicata: nel 1837 sofferse di risipola e di enfiagione a una gamba e tre anni dopo cadde gravemente ammalato per infiammazione di petto congiunta a febbre gastrica catarrale. Il Sanvitale contribuì ad accrescere il decoro della cattedrale di Piacenza dotandola di un’ampia gradinata e curò la fondazione del seminario di Bedonia. Nei movimenti nazionali e patriottici mantenne sempre un atteggiamento accorto e prudente. Mentre ancora viveva Maria Luigia d’Austria, sebbene inferma e col ducato che ormai si poteva considerare non più legato alla sovrana, il Sanvitale, nella confusione che regnava e interpretando così l’adesione del papa Pio IX alle aspirazioni italiche, pose la sua diocesi sotto la protezione di Carlo alberto di Savoja e il 1° gennaio 1847 cantò in cattedrale un solenne Te Deum di ringraziamento al Signore perché il re sabaudo si degnasse di accogliere Piacenza sotto la propria tutela e di considerarla materialmente e spiritualmente parte del suo regno. Questo aperto atteggiamento procurò al Sanvitale una corrente di simpatia progressista e gli valse il conferimento, il 18 giugno 1848, della Croce di commendatore dei santi Maurizio e Lazzaro, che lo stesso Carlo Alberto di Savoja gli conferì a mezzo del commissario regio di Piacenza, federico Colla. Alla fine dell’estate 1848 il male lo assalì nuovamente e con maggiore intensità e dopo due mesi morì. In Cattedrale si svolsero i solenni funerali e venne deposta la salma con un’iscrizione che ne sintetizza la lunga vita operosa e illuminata. Il discorso funebre fu tenuto da Giovanni Moruzzi, il quale pose in risalto le virtù dell’estinto, che seppe accoppiare la gravità del vescovo alla gentilezza dell’uomo cittadino. Le ossa del Sanvitale riposano nel massimo tempio piacentino e il suo ricordo è perpetuato in una lapide infissa sopra il suo sepolcro nella parte interna del sotterraneo.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 514-517; D. Soresina, enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 426-435; A.V. Marchi, Figure del ducato, 1991, 222.

SANVITALE LUIGI
Parma 8 novembre 1799-Fontanellato 3 gennaio 1876
Nacque dal conte Stefano e da Luigia gonzaga. Appassionato degli studi letterari, ricevette i primi insegnamenti dal poeta Vincenzo Mistrali e li completò a Siena nel Collegio tolomei. I molti viaggi nei paesi più evoluti gli arricchirono la mente e alimentarono i suoi innati sentimenti di libertà e di civile progresso. Tornato a Parma, strinse vincoli di sincera amicizia con l’eletta schiera di scienziati, letterati e artisti (Giordani, Mistrali, Taverna, Toschi, Tommasini, Jan, Colombo, Melloni, Pezzana, Pellegrini e Jacopo Sanvitale) che diedero lustro al ducato nella prima metà dell’ottocento. Animo nobile e generoso, al culto della poesia, dell’amore per la patria e alla predilezione per la nobiltà di nascita e di cultura, il Sanvitale unì un interesse altrettanto spontaneo e sincero per gli umili e i bisognosi, che avrebbe voluto protetti da leggi più giuste e ispirate a principi di una vera uguaglianza. Come il padre, si distinse per profondo senso filantropico, avendo sommamente a cuore l’educazione popolare. Un asilo d’infanzia, da lui fondato nel 1841, venne citato come esempio in Italia e all’estero. Nominato presidente della Pia Unione di San Bernardo, il Sanvitale chiamò l’associazione a nuova vita, trasformandola in Società di Mutuo Soccorso. soprattutto per suo interessamento, nel 1844 sorse la Casa di Provvidenza, dove i giovani dagli otto ai diciotto anni entravano per imparare un mestiere. Nel prodigarsi alle opere di bene, ebbe costante il pensiero dell’Italia, ritenendo indispensabile per la sua indipendenza il miglioramento delle condizioni morali e materiali del popolo. Sia per il suo temperamento equilibrato, sia per l’educazione ricevuta, pur lavorando con tenacia per la realizzazione degli ideali patriottici professati fin dalla prima giovinezza, rifuggì dalle violenze e non partecipò alle rivolte quando gli parvero inutili. Così non aderì ai moti scoppiati a Parma nel febbraio del 1831, giudicando immatura l’impresa, e fu tra coloro che accompagnarono la duchessa Maria Luigia d’Austria da Parma a Piacenza. Di sentimenti liberali, fu maestro perfetto nella setta dei Sublimi. Ciò nonostante, per intercessione del Mistrali, il 26 ottobre 1833 sposò Albertina Montenovo, figlia della duchessa Maria Luigia e del conte Adamo Neipperg. Nel 1848, per il suo fervente patriottismo, il Sanvitale venne nominato membro del Governo Provvisorio di Parma, carica che in seguito gli costò molti anni di esilio, durante i quali mantenne costante la fede nei futuri destini della patria, strinse rapporti con i fuoriusciti di altre regioni, cercò di ravvivare l’amore all’indipendenza nazionale e beneficò i profughi del ducato. Carlo Alberto di Savoja lo nominò senatore il 6 giugno 1848 (si dimise il 28 dicembre 1849). Nel 1854, dopo l’uccisione di Carlo di Borbone, mostrandosi la vedova più longanime con i liberali, il Sanvitale fece ritorno a fontanellato, dove visse ritiratissimo, dedicandosi alla famiglia e agli studi. Con l’unione del ducato all’Italia, venne chiamato ad alte cariche: fu il primo sindaco di Parma (marzo-luglio 1860) eletto con suffragio popolare. Come sindaco, ricevette Vittorio Emanuele di Savoja nella sua visita a Parma. Per l’amore alle arti, che in ogni occasione protesse generosamente, venne nominato accademico onorario dell’accademia parmense di Belle Arti. Elevato al parlamento (18 marzo 1860), il Sanvitale si dimise da altre cariche per essere assiduo alle riunioni del Senato (nel quale fu più volte eletto segretario della Presidenza). In quell’epoca risiedette con grande frequenza a Torino, ove fu apprezzatissimo negli ambienti politici e letterari: è ricordato con particolare onore nelle memorie della baronessa Olimpia Savio. Pubblicò Versi e prose (Venezia, Gamba, 1841) e si adoperò alla pubblicazione delle poesie del cugino conte Jacopo Sanvitale (Prato, 1875). Alla morte di Jacopo sanvitale, che amò e soccorse fraternamente, accettò la presidenza della Deputazione di Storia Patria di Parma, che resse con onore e alta competenza dal 5 novembre 1867 al 3 gennaio 1876. Scrisse delle memorie che sono conservate nell’archivio Sanvitale.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 400-403; Gazzetta di Parma 9 dicembre 1920, 1-2, e 14 febbraio 1921, 1; Aurea Parma 1 1923, 7-8; Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 16 ottobre 1924, 3; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 207; V. de Castro, Cenni biografici del conte Luigi Sanvitale, Parma, Borgomanero, 1873; G. Adorni, Cenni biografici del conte Luigi Sanvitale, Parma, Adorni, 1876; E. Casa, I Carbonari parmigiani e Guastallesi cospiratori nel 1821 e la Duchessa Maria Luigia Imperiale, Parma, Tip. Rossi-Ubaldi, 1904; O. Masnovo, I moti del ’31 a Parma, Torino, Soc. Ed. Internaz., 1925; I. Bellini, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 205; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Nazionale, Roma, 1896, 851-852; A. Gambaro, F. Aporti e gli asili nel Risorgimento, II, Torino, 1937, 419; A. Codignola, Pedagogisti, 1939, 380-381; A. Calani, Il Parlamento del Regno d’Italia, Milano, 1860; A.Malatesta, Ministri, 1941, 108; G. Pasolini, Commemorazione di L. Sanvitale, seduta del senato del regno del 7 marzo 1876; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 123; G.Allegri, Presidenti della deputazione di Storia Patria 1960, 38-39; Gazzetta di Parma 16 febbraio 1962, 4; G. Berti, Atteggiamenti del pensiero nei ducati di Parma e Piacenza, 1962, II, 333; Aurea Parma 3 1973, 195; A.V. Marchi, Figure del ducato, 1991, 222.

SANVITALE LUIGI
Piacenza 31 luglio 1859-Parma 2 aprile 1917
Figlio di Giovanni. Si trasferì ancora fanciullo a Parma al seguito della famiglia. Nel 1893 il Sanvitale fu adottato (con la condizione dell’abbinamento dei due cognomi) dalla zia Anna Sanvitale, vedova senza prole del conte Giovanni Simonetta. La sua cospicua attività di uomo pubblico si manifestò nelle cure dedicate alla congregazione di San Filippo Neri e al Ricovero dei Vecchi di Parma (istituzioni delle quali fu presidente e direttore) e nelle cariche di consigliere provinciale e segretario del consiglio di Parma. In politica appartenne al gruppo dei cattolici patrioti e come tale tenne la vicepresidenza della cosidetta Giunta di guerra dell’Unione Popolare tra i Cattolici, al tempo della prima guerra mondiale. Critico letterario, scrittore di cose storiche e poeta, impresse a ogni sua iniziativa una singolare signorilità accoppiando alla nativa genialità una cultura svariata e profonda. Scrisse sul conte Jacopo Sanvitale un’importante monografia e dettò dotte relazioni sulla vita cittadina. Pubblicò acute critiche letterarie, specialmente su autori stranieri, su L’Ateneo, Per l’arte, Gazzetta di Parma, Aurea Parma e momento di Torino, di cui fu prima colllaboratore (1906) e poi redattore (1907), al tempo in cui a quel giornale lavoravano vari parmigiani, tra cui Zanetti, Fratta, Ildebrando Pizzetti e Antonio Boselli, oltre a Jacopo Bocchialini che ne era condirettore e poi ne fu direttore. La sua opera poetica, geniale e finissima, è illustrata nel volume del Bocchialini, Luigi sanvitale poeta, che ne raccoglie le cose migliori (le odi storiche, sociali, scientifiche e le delicatissime liriche intime). Il Sanvitale fu membro della Deputazione di Storia Patria di Parma.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1923, 9; B. molossi, Dizionario biografico, 1957, 138; Palazzi e casate di Parma, 1971, 748.

SANVITALE LUIGIA
Parma 30 luglio 1795-
Figlia di Stefano e di Luigia Gonzaga. Fu dama di palazzo dell’arciduchessa Maria Luigia d’Austria. Sposò il marchese Dalla Rosa Prati.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, Tavola III.

SANVITALE MADDALENA
ante 1432-Parma post 1483
Figlia di Gianmartino e di Beatrice pallavicino. Fu monaca dell’ordine di San Benedetto nel monastero di San Quintino di Parma. Nel 1456 fu eletta badessa con approvazione di papa Callisto III. Nel 1472 fece raccogliere le memorie della beata Orsolina de’ Veneri. Nel 1483, anziana e malata, rinunciò la sua dignità nelle mani di papa Sisto IV.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE MARIA
Sala 1606 c.-
Figlia di Gianfrancesco e di Costanza Salviati. Dopo i fatti del 1612 che avevano portato alla decapitazione del padre, fu rinchiusa da Ranuccio Farnese nel monastero di sant’uldarico a Parma, dove poi si fece monaca.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE MARIACELESTE
Fontanellato 1616 c.-
Figlia di Cesare e di Anna Anguissola. Fu monaca e poi badessa nel monastero di San Quintino in Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE MARIA LUIGIA
Fontanellato ottobre/novembre 1840-
I genitori, Luigi e Albertina di Montenovo, subito dopo la nascita della Sanvitale si stabilirono temporaneamente nella villa del Casino dei Boschi. Il battesimo avvenne il 10 novembre 1840 a Collecchio e madrina fu la nonna Maria Luigia d’Austria.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.

SANVITALE MASTINELLO
-Parma 11 agosto 1308
Figlio di Mastino. Fu ucciso assieme al padre dai ghibellini comandati da Guglielmo Rossi.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE MASTINO
ante 1247-Parma 11 agosto 1308
Figlio di Azzone e di Viride della Scala. Nel 1285 si adoperò per calmare le fazioni che in Modena si erano formate tra i guelfi. Venne ucciso allorché Giberto da Correggio, ammesso in Parma come privato cittadino dopo che ne aveva poco prima perduto la signoria, suscitò un tumulto popolare contro i guelfi e, scacciatili, divenne momentaneamente signore di Parma.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE NICCOLÒ MARIA QUIRICO
1454 c.-Noceto o Sala 1511
Figlio di Giberto. Come colonnello al servizio della Repubblica veneta, combatté durante le guerre contro i Turchi (1477). Giangaleazzo Visconti nel 1482, dopo la guerra contro i Rossi di Parma, gli diede la Rocca di Carona. Si ritirò infine nei suoi feudi. Sposò Beatrice da Correggio. Tutte le notizie sulla vita del Sanvitale sono però incerte e spesso poco attendibili.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 134.

SANVITALE NICOLÒ
1459 c.-Fontanellato post 1503
Figlio di Stefano e di Lodovica Pallavicino. Fu rettore della chiesa della Santa Croce di fontanellato. Nel 1503 assunse il titolo di prevosto in conseguenza dei privilegi ottenuti dal fratello Giacomantonio.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE NICOLÒ QUIRICO, vedi SANVITALE NICCOLÒ MARIA QUIRICO

SANVITALE OBIZO o OBIZONE, vedi SANVITALE OBIZZO

SANVITALE OBIZZO
Parma 1198/1207
Sacerdote della Cattedrale di Parma (1198), nel 1207 fu ordinario della pieve di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 827.

SANVITALE OBIZZO
Parma ante 1229-Orvieto 12 settembre 1303
Figlio di Guarino, guerriero e letterato, e di Margherita Fieschi, sorella di papa Innocenzo IV. Rimase orfano in tenerissima età (Affò) del padre, ucciso in combattimento a San Cesario nel 1229. Si applicò allo studio delle lettere e del diritto canonico (per il quale ebbe maestro Giovanni di Donna Rifiuta), divenendo ben presto litteratus diversis scientiis, et in agendis expertus (Continuator Agnelli Rer. Ital., tomo II, 210). Ciò è confermato da Salimbene de Adam: Hic fuit litteratus homo, maxime in Jure Canonico, et in Ecclesiastico officio valde expertus (Chronicon). Divenuto papa lo zio materno, questi favorì in ogni modo i Sanvitale. Così, morto il vescovo di Parma Martino da Colorno, annullò la scelta del successore, fatta dal Capitolo nella persona di Bernardo Vizio de’ Scotti, istitutore dell’ordine dei canonici regolari di Martorano, e la fece cadere su Alberto, fratello del Sanvitale, che non era neppure consacrato. Poco dopo il Sanvitale fu nominato massaro e canonico della Cattedrale di Parma e cappellano di Parma (1251), quindi vescovo (6 agosto 1254) col titolo della Chiesa di Tripoli. In quel periodo il Sanvitale visse lungamente presso la corte romana. Quando Alberto Sanvitale morì (16 maggio 1257), il Capitolo di Parma individuò quale successore l’arciprete Giovanni, ma l’intervento del cardinale Ottobono Fieschi presso il nuovo papa Alessandro IV portò alla nomina del Sanvitale (giugno/ottobre 1258). Il Sanvitale dimostrò subito una grande abilità politica (fra Salimbene lo dipinge dicendo: Fuit cum Clericis Clericus, cum Religiosis Religiosus, cum Laicis Laicus, cum Militibus Miles, cum Baronibus Baro), ciò che gli consentì di superare indenne le gravi accuse mossegli da Giberto da Gente che, dopo aver tentato di imporre al vescovado di Parma il fratello Guglielmo, lo denunciò a papa Urbano IV come dissipatore dei beni della diocesi a causa di una serie di contratti stipulati dal Sanvitale e pregiudizievoli per la Chiesa. Successivamente comunque il Sanvitale recuperò le terre che aveva alienato. Zelante della disciplina, vigilò sulla condotta dei chierici e favorì quelli che intendevano dedicarsi agli studi. Beneficiò sempre gli ordini regolari e nel sinodo di Ravenna del 1259 non esitò a prenderne la difesa: Tunc insurrexerunt Clerici congregati contra Fratres Minores, et Praedicatores dicentes, quod ipsi non praedicant decimas, quod audiunt confessiones, quas ipsi audire deberent, et quod sibi commissos ad sepulturam recipiunt cum decedunt, et quod officium praedicationis exercent, quod ipsi exercere deberent, et quod omnibus istis quatuor priventur quibus impediunt eos ne possint dare pecuniam. Tunc surrexit Dominus Opizo de Sancto Vitale Parmensis Episcopus, et nepos quondam Domini Papae Innocentii Quarti bonae memoriae, et optime Fratres Minores, et Praedicatores defendit. Videns vero Archiepiscopus quod Fratres minores, et Praedicatores propter quatuor praedicta multos mordaces haberent, cepit instantissime eos defendere dicens: Miseri, et insani, non congregavi vos, ut contra istos duos Ordines insurgatis, qui dati sunt a Deo Ecclesiae in adjutorium vestrum (Salimbene, Chronica). inizialmente favorì Gherardo Segarello, che in Parma nel 1260 fondò l’ordine degli apostoli. In seguito però (1286) il Sanvitale cacciò gli aderenti all’ordine, accusati di eresia, dalla diocesi e imprigionò il Segarello, tenendolo sequestrato nel Palazzo vescovile. Dopo non molto tempo lo liberò, ma nel 1294 il sanvitale condannò al rogo due donne dell’ordine degli apostoli e nuovamente fece arrestare il Segarello (che il 18 luglio 1300 venne anch’egli arso come eretico). Il Sanvitale diede credito e consultò più volte anche Benvenuto asdente, calzolaio dotato di spirito profetico, molto famoso, non solo in ambito locale. Il 25 maggio 1270 consacrò nel nome di san Giovanni Battista, sant’Andrea Apostolo e san Cristoforo il Battistero di Parma, la cui costruzione era ormai giunta a conclusione. Il Sanvitale appoggiò (1294) la fondazione, voluta dal cardinale Gherardo Bianchi, di un collegio dei canonici. Nel 1284 fece demolire la vecchia torre campanaria del Duomo, che venne sostituita con una più solida e architettonicamente più bella (1294). Per indurre i fedeli a concorrere con elemosine per tale edificio, impetrò alcune indulgenze da papa Niccolò IV, con un breve pubblicato in una sua pastorale del 28 aprile 1291 (Archivio di Stato di Parma, archivio Segreto dell’illustrissima Comunità di Parma). Compilò inoltre gli Statuti della Chiesa di Parma, che rimasero in vigore per molto tempo dopo di lui. Nel 1271 guidò l’esercito parmigiano all’assedio del castello di Corvara, dal quale scacciò Giacomo da Palù. Nel 1274 fu al Concilio di Lione. Secondo Salimbene de Adam, fu anche peritissimo nel giuoco degli scacchi. Nel 1287 il Sanvitale volle mettersi a capo di una parte della fazione guelfa predominante in Parma, di fatto originando una pericolosa disunione: In Parma aderat ista divisio. Dominus Opizo de Sancto Vitale Parmensis Episcopus Capitaneus erat partis unius cum sequacibus suis. Ex altera vero parte Dominus Hugo Rubeus ejus germanus consanguineus, quia filii duarum sororum erant. Pompae, et ambitiones istae sunt, et contemnendae ab hominibus habentibus sensum (salimbene, Cronica). Ben presto si arrivò a un’aperta discordia: Et istis erat maxima discordia in Parma inter Episcopum Dominum Opizonem de Sancto Vitale, et Dominum Guidonem de Corrigia. Isti duo erant Capitanei partium Civitatis illius tempore illo, non tamen a Parmensibus facti, seu electi, sed a se ipsis sibi dominium sumpserant, et quilibet se credebat pro Civitatis custodia rationabiliter facere. Et homines tunc temporis sicut diligebant ita laudabant, et vilificabant, et loquebantur (Salimbene, Chronica). Le cose precipitarono quando il Sanvitale, volendo favorire Azzo d’Este nel dominio su Parma, si scontrò con il podestà Umberto Guarnieri e con l’intera fazione ghibellina: nel 1295 scoppiarono gravi tumulti e lo stesso Palazzo vescovile fu preso d’assalto. Il Sanvitale riuscì a fuggire (24 agosto), mettendosi in salvo a Ravenna. Ancora prima di questi ultimi avvenimenti, infatti, per evitare che la situazione precipitasse, papa Bonifacio VIII era stato indotto dal cardinale Gherardo Bianchi a trasferire il Sanvitale all’arcivescovado di Ravenna (23 luglio 1295), nominando a Parma Giovanni da castell’arquato. Ma poiché Giberto da Correggio non volle far rientrare in Parma i Sanvitale e i Rossi, banditi dalla città, il papa consentì al Sanvitale di inviare truppe ad assediarla, finché non si giunse a una composizione tra le parti (23 luglio 1303). Contemporaneamente, con l’aiuto di Azzo d’Este, il Sanvitale riuscì a recuperare Argenta (1301) e altre terre alla Chiesa di Ravenna. Il Sanvitale morì mentre si trovava in visita a Bonifacio VIII. Fu sepolto nella chiesa dei frati minori di Orvieto. L’opera più importante del Sanvitale rimane la raccolta degli Statuti, composta durante il Sinodo del 22 marzo 1273, citati in innumerevoli sentenze e più volte riconfermati (nel 1378 dal Capitolo, nel 1436 dal vescovo Delfino della Pergola e nel 1466 da monsignor Jacopo Antonio della Torre).
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e ss.; I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 195-207; N.Pelicelli, Vescovi della Chiesa parmense, 1936, 232-260; A. Schiavi, La Diocesi di Parma, Parma, 1940, 238.

SANVITALE OBIZZO
Parma XIV secolo
È ricordato dallo Janelli (Dizionario biografico dei Parmigiani) con le seguenti parole e senza alcuna collocazione temporale: Obizzo I si chiamò ancora Obizone e fu uomo di grandissimo ma piacevole e posato intelletto, onde allontanato dalle cure della cosa pubblica ed altri interessi mondani, con ogni attenzione si diede a menar vita quieta e tranquilla, spendendo il tempo in trattenimenti di lettere e d’onesti piaceri che allo stato di gentiluomo parevano più convenienti. Visse assai lungo tempo senza essersi mai potuto disporre a condur moglie, ancorché e dal padre vivente e dal fratello Gioanni, che tutto all’esercizio delle armi era applicato, ne fosse più volte con prieghi ed ammonizioni instantemente richiesto. Ma egli negando di poter vivere per un giorno con tal peso, e soggiungendo che a Gioanni più gagliardo e valido di complessione stesse meglio il maritarsi, ammollì finalmente il fiero animo del fratello, dato solamente alle cose della guerra, inducendolo a deliberare di ammogliarsi e poco appresso con molta consolazione vide l’effetto.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 170-171.

SANVITALE OBIZZO
Fontanellato 1673-1744
Figlio di Cesare e di Anna Anguissola. Nel 1706 fu nominato prevosto della chiesa di Fontanellato, carica che rassegnò nel 1716. Morì all’età di settantuno anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE OBIZZO, vedi anche FIESCHI OBIZZO

SANVITALE OPIZO, OPIZONE o OPIZZO, vedi SANVITALE OBIZZO

SANVITALE ORAZIO FORTUNIANO
Sala agosto/dicembre 1564-Parma 29 dicembre 1626
Figlio illegittimo del quarto conte di Sala, Giberto, uomo colto e celebre ma sfortunato nella vita matrimoniale: la prima moglie, Livia da Barbiano, figlia di Pierfrancesco conte di Belgioioso, morì all’età di ventisette anni il 4 settembre 1562 dopo averlo reso padre di eleonora. Dopo due anni, il 5 settembre 1564, sposò, all’età di trentasette anni, la quindicenne Barbara Sanseverino. L’unione fu allietata dalla nascita di Girolamo il 24 agosto 1567, ma poi insorsero per Giberto interminabili cause giudiziarie che lo tennero per diverso tempo a Roma. Barbara Sanseverino, quando nel 1578 ricevette il titolo di marchesana di Colorno, abbandonò il marito per godersi l’ancora fiorente giovinezza nella sua reggia colornese. La presenza del Sanvitale, venuto alla luce poco prima o subito dopo le nozze, non dovette influire sulla decisione di Barbara Sanseverino, perché il Sanvitale, dopo gli studi grammaticali e umanistici sotto la guida del sacerdote Andrea Guidetti, fu inviato alla corte di Ferrara, dove rimase cinque anni come paggio di Alfonso d’Este. Prima di rientrare a Parma soggiornò a Bologna, probabilmente per migliorare la propria preparazione culturale e per limare la tecnica pittorica alla scuola dei maestri ivi operanti. Dal sereno mondo degli studi lo strappò la quasi repentina morte del padre, sul quale fino ad allora aveva potuto basare la propria tranquillità economica. Giberto Sanvitale morì infatti a piacenza il 30 agosto 1585 e lasciò erede universale il figlio Girolamo con testamento del 25 febbraio 1582. Pochi giorni prima di morire, però, volle aggiungere due codicilli con i quali obbligò l’erede a versare immediatamente trecento scudi d’oro al Sanvitale, suo fratellastro, e successivamente a garantirgli quattrocento scudi d’oro annui vita natural durante. Questi codicilli determinarono interminabili questioni giudiziarie. Intanto il Sanvitale cominciò a farsi un nome nell’ambiente intellettuale di Parma e nel 1593 fu membro dell’Accademia degli Innominati: le incessanti liti col fratellastro Girolamo lo determinarono ad assumere, come nome accademico, l’Agitato. Ebbe corrispondenza, per questioni letterarie, con giovanni Maria Agacio, Girolamo Graziani e giambattista Marino. Poi qualche oscura trama ordita con ogni probabilità dall’irriducibile Girolamo, lo sbalestrò in un difficile esilio, passato, con ogni verosimiglianza, tra Padova e Vicenza, sul finire del Cinquecento e nei primi anni del Seicento. Il suo ritorno a Parma fu segnato dal condono (Ser.mi ac optimi Principis D. N. indulgentia) di una capitalis sententia cui fece seguito la publicatio bonorum: la data della grazia è il 20 maggio 1607. Come ringraziamento, il Sanvitale pubblicò, l’anno seguente, il poemetto Anversa Conquistata, in cinque libri, in versi sciolti, dedicato al duca Odoardo Farnese (Parma, Viotti, 1608). La tragedia che coinvolse quasi tutti i membri della sua famiglia nella gran giustizia del 19 maggio 1612, sembra non averlo sfiorato, perché pochi mesi dopo fu in grado di chiamare in causa la ducale Camera per avere gli scudi d’oro garantitigli dal codicillo paterno e la cui riscossione era stata resa impossibile dalla confisca dei beni del decapitato Girolamo Sanvitale. Tradusse il libro De Consolatione, attribuito a Cicerone, compose un poema in ottava rima, La Caterina martire, e pure in ottava rima i poemi l’Arciduca e il Tristanello, oltre a rime, sparse in vari canzonieri. Fu anche pittore. Zani scrive che fu un pittore bravissimo che operava nel 1590. Il pittore Fortuniano Gatti, al servizio della corte farnesiana, il 22 febbraio 1627 stimò i quadri del Sanvitale giudicandoli di non gran pregio (Archivio di Stato di Parma, Ordinazioni del magistrato, 1627, numero 408). Al 28 luglio 1730 risale la lettera di Isidoro Grassi, carmelitano, all’aiutante di camera del duca, girolamo Zunti, perché gli fosse donato dal duca il ritratto del Sanvitale tutto lacero e guasto esistente nella Camera del Magistrato (lettera autografa donata da Scarabelli-Zunti all’Archivio Comunale).
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 334-337; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 382-383; Aurea Parma 2 1958, 117-118; U.Thieme-F.Becker, vol. XXIX, 1935; F. Barbieri, R. Cevese-L. magagnato, Guida di Vicenza, Vicenza, 1956; dizionario Bolaffi pittori, X, 1975, 157; P. Bonardi, Fortuniano Sanvitale, in Archivio Storico per le province Parmensi 1975, 261-318; E. da Erba, compendio copiosissimo, manoscritto presso la Biblioteca Palatina di Parma, cc. 181-182; B. Angeli, Historia della città di Parma, libro VIII; P. Zani, vol. XVII, 57; E. Scarabelli-Zunti, vol. IV, c. 275; P. Bonardi, Fortuniano pittore fantasma, in Gabbiola; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 363.

SANVITALE OTTAVIO
Parma 26 marzo 1548-Ginevra o Torino 9 ottobre 1589
Figlio di Alfonso e Gerolama Farnese. A soli dodici anni cominciò a servire nelle truppe di Emanuele Filiberto di Savoja. Col grado di colonnello di due compagnie di cavalli fu in Francia in aiuto di Carlo IX, nelle lotte contro gli ugonotti, venendo poi eletto consigliere di guerra nel 1571. In occasione delle nozze di Carlo Emanuele di Savoja con Caterina, figlia di Filippo di Spagna, gli venne conferito l’ordine della Santissima Annunziata (1585). Mentre si trovava, sempre al servizio dei Savoja, all’impresa di Ginevra, contro i luterani, si ammalò e morì all’età di quarantuno anni, mentre si faceva trasportare a Torino.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e s.; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 134.

SANVITALE PAOLA, vedi GONZAGA PAOLA

SANVITALE PAOLA MARIA VITTORIA
Parma 16 dicembre 1771-post 1853
Nata dal conte Alessandro, gentiluomo di camera del duca Filippo di Borbone, e da costanza Scotti di Montalbo. Fu dama dell’ordine della Croce Stellata. Per molto tempo fu la dama più anziana della corte di Parma. Fu inoltre vicepriore della compagnia del Sant’Angelo Custode di Parma. Sposò il marchese Filippo dalla Rosa Prati.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia Sant’Angelo Custode, 1853, 52.

SANVITALE PAOLO
Parma 27 agosto 1540-Roma 5 maggio 1600
Figlio di Alfonso e di Gerolama Farnese. apprese umanità, poesia, retorica, filosofia, leggi e teologia, studiando a Padova e a bologna, dove si laureò. Papa Paolo III nel 1549 gli conferì la Badia di Cavana. Papa Pio IV lo fece referendario delle due Segnature e papa gregorio XIII lo nominò governatore di Orvieto. Tornato a Roma, fu aggregato alla congregazione del Sant’Uffizio dell’Inquisizione, in cui non si ammettevano se non uomini di singolare dottrina e di esimia bontà. Entrò anche in parecchie altre congregazioni e fu vicario del cardinale Alessandro Farnese nell’arcipresbiteriato di San Pietro. Il 26 aprile 1591 fu eletto vescovo di Spoleto. Durante la permanenza a Spoleto, fece traslare nel 1597 nella cattedrale il corpo di san Vitale Martire e nel 1596 fece restaurare la collegiata della chiesa di San gregorio. Nel 1600 si portò a Roma, dove morì all’età di sessanta anni. Fu sepolto nella chiesa di San Biagio di strada Giulia in Roma. Nel muro del Palazzo dei Priori a Spoleto fu murata una lapide in suo onore, nella quale il sanvitale è detto conte di Fontanellato e si ricordano i suoi vari uffici e incarichi. Alcune sue ri-me appaiono in una Raccolta di rime spirituali.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 40-41; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 272; Aurea Parma 3-4 1959, 195, e 1 1958, 33-34.

SANVITALE PIER BRUNORO
Fontanellato 1646 c.-Corone giugno/luglio 1685
Figlio del conte Luigi e di Lucrezia Cesi. Nel 1664 fu nominato cavaliere gerosolimitano. Nelle truppe da sbarco della squadra ausiliaria toscana, partecipò all’attacco della fortezza di Corone, nel battaglione di Giuseppe Orselli. Mentre proteggeva i lavori per la predisposizione dell’assedio venne ucciso dai Turchi.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III; Garzoni, I, 108; C. Argegni, Condottieri, 1937, 135; Guglielmotti, Squadra ausiliaria, 395; H. Valori, Condottieri, 1940, 344.

SANVITALE PIER BRUNONO o PIERBRUNORO, vedi anche SANVITALE PIETRO BRUNORO

SANVITALE PIERMARIA
Fontanellato 1599 c.-Casale 1635
Figlio di Alessandro e di Margherita Rossi. Fu alfiere di una compagnia di gentiluomini della Guardia del duca di Parma Odoardo Farnese.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE PIETRO
Parma-Parma 1298
Figlio di Ugo e di Mabilia. Fu bandito da Parma nel 1295, quando il vescovo Obizzo Sanvitale, suo zio, fu cacciato da quella diocesi dai ghibellini. Visse per diverso tempo ramingo nel territorio parmigiano. Nel 1298, incolpato di oscure manovre, fu incarcerato dai Parmigiani. Nonostante fosse stato sottoposto a tortura, non ammise mai alcunché. I ghibellini lo vollero morto, anche contro l’opinione del podestà Gatti, che, piuttosto che farsi complice di una ingiusta condanna, si dimise. Il nuovo podestà, Mariano Mali di Cremona, accondiscese a pronunciare la sentenza capitale, che dopo poco fu eseguita in Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE PIETRO BRUNORO
Parma ante 1427-Negroponte 1468
Figlio di Obizzo. Fu condottiero assai apprezzato presso i duchi di Milano. Militò per parecchi anni con Francesco Sforza, combattendo per lui in diversi luoghi (all’assedio di Lonigo fu gravemente ferito alla spalla destra da un colpo di archibugio) e nella Marca di Ancona. Lasciato lo Sforza in seguito a controversie, passò ad Alfonso, re di Napoli, il quale però lo tenne prigioniero per dieci anni nella Rocca di Stabia, presso Valenza, in Spagna, con l’accusa di tradimento, forse montata ad arte dallo Sforza. Liberato per mezzo delle fervide intercessioni della moglie (Bona lombardi, che, combattendo con virile coraggio, lo seguì in ogni impresa) passò presso le corti di Francia, Borgogna e Venezia. Fu valoroso condottiero al servizio della Serenissima repubblica di Venezia. Nel 1453, durante la lotta di quella signoria contro Francesco Sforza, dopo la presa di Romanengo, nel cremonese, da parte degli sforzeschi, il Sanvitale con una parte dell’esercito veneziano si diresse sulla riviera di Salò, nel bresciano. Nel 1454, avendo il conte Everso Orsini dell’Anguillara e Jacopo Piccinino occupato il territorio senese, la signoria di Siena, vista minacciata la sua libertà, chiese aiuto a Venezia, Firenze e milano. Venezia rispose all’appello e vi mandò un esercito al comando di Carlo Gonzaga e del Sanvitale. Mentre era in quella missione, fu pregato dai Senesi di catturare Sigismondo Pandolfo Malatesta, per decapitarlo. La trama però non riuscì poiché il Malatesta, avvisato, nel gennaio del 1455 fuggì da quelle terre e ritornò a Rimini. Il Sanvitale ebbe grande valentia nel maneggiare la spada: il 30 maggio 1458, durante una giostra a Venezia per la creazione del doge, riuscì vincitore dell’ambitissimo premio.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Archivio di casa sanvitale, in Parma; U. Benassi, Storia di Parma, Parma, 1899; G. Bonanona, L’intrepida lombarda, Milano, 1655; B. Corio, Storia di Milano, Venezia, 1565; A. Cornazzano, De vita et gestis Bart. Coleoni, in Grevio, Thesaurus antiquitatis, t. X; G.B. Janelli, dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877, 377-378 e 525; 1880, 183; F. Gabotto, Un condottiero ed una virago nel secolo XV, Verona; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, Annali d’Italia, Milano, 1818-1821; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; Quadrio, Storia valtellinese, vol. III; Sabellico, dell’historia vinitiana, Venezia, 1558; F. Sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Simonetta, Storia delle imprese di Francesco Sforza, Venezia, 1544; S. de’ Sismondi, histoire des républ. italiennes, Paris, 1826; Strenna parmense, Parma, 1842; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; Torelli, Dissertazioni critico-storiche intorno alla Valtellina; B. Belotti, La vita di Bartolomeo Colleoni, Bergamo, 1923; Porcellio, Commentarium secundi a. de gestis Sc., Rerum Italicarum Scriptores, XXV, 63; Cronica dell’Anonimo Veronese, ed. Soranzo, Venezia, 1915; circa la missione del Sanvitale a Siena: L. Banchi, La guerra dei senesi col conte di Pitigliano (1454-1455), in Archivio Storico Italiano, s. IV, t. III, 1879; F. Contarini, Historiae Etruriae, sive commentarium de rebus in Hetruria a Senensibus gestis, in Thesaurus antiquitatis, Grevio, t. VII, p. II, Leida, 1732; G. Soranzo, Un’invettiva contro Malatesta, in La Romagna maggio-giugno 1911; Argegni, Condottieri, 1936, 112-113, e 1937, 134.

SANVITALE PIRRO
Fontanellato ante 1537-post 1580
Figlio di Galeazzo e di Paola Gonzaga. Nel 1545 fu prevosto della chiesa di Fontanellato, che nel 1546 rassegnò al fratello Eucherio, da cui la riebbe nel 1562. La rassegnò definitivamente nel 1580. Nel 1556 fu nominato canonico della Cattedrale di Parma, nel 1562 parroco della chiesa di Sant’Agnese a Ravenna e nel 1570 abate commendatario della Geronda.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE RENEA, vedi SANVITALE VIRGINIA

SANVITALE ROBERTO
Fontanellato 1537 c.-post 1577
Figlio di Galeazzo e di Paola Gonzaga. Nel 1556 fu tra i cavalieri destinati dal duca Ottavio Farnese a recarsi nelle Fiandre per ricevervi e condurre in Parma Maria di portogallo, sposa di Alessandro Farnese. Fu poi maggiordomo di Margherita d’Austria, duchessa di Parma e reggente delle Fiandre. Fece testamento nel 1577.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.

SANVITALE SILVIA
Fontanellato 1503 c.-23 aprile 1584
Nel 1523 sposò Giulio Bojardo, conte di scandiano e discendente del celebre poeta Matteo Maria Bojardo. La Sanvitale fu celebrata per la sua cultura dal Guasco e annoverata tra le donne insigni dai contemporanei. Nessuno scritto è rimasto a giustificare tale fama.
FONTI E BIBL.: G. Guasco, Storia letteraria dell’accademia di Reggio, Reggio, 1711; G. Tiraboschi, Biblioteca modenese, Modena, 1781-1786, vol. I, 110; Bandini, Poetesse, 1942, 214.

SANVITALE STEFANO
Fontanellato 1399 c.-post 1459
Figlio di Giberto. Con il cugino Angelo sanvitale nel 1447 trattò la cessione di Parma agli Estensi, che però non venne accettata. Si unì quindi a Jacopo Piccinino nella lotta contro Francesco Sforza, passando poi a sostenerlo quando divenne duca di Milano. Ne ebbe in ricompensa tutti i domini confiscati al cugino Angelo e il titolo di conte di Belforte.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, Archivio della famiglia sanvitale, in Parma; Biblioteca Palatina di Parma, manoscritto 1193; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; rosmini, Storia di Milano, Milano, 1520; F. Sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Simonetta, Storia delle imprese di Francesco Sforza, Venezia, 1544; C. Argegni, condot-tieri, 1937, 134.

SANVITALE STEFANO
Fontanellato 1624-23 luglio 1709
Figlio di Alessandro e Margherita Rossi. Nel 1649 fu nominato cavaliere gerosolimitano. Compì la professione di fede nel 1651. Nel 1654 fu capitano di galera, nel 1657 commendatore, nel 1671 ricevitore della religione in Venezia e nel 1676 luogotenente del priorato di Venezia. Fu infine creato, nel 1699, balio di Sant’Eufemia. Morì a ottantacinque anni di età.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE STEFANO
Parma 17 marzo 1764-Parma 10 agosto 1838
Figlio primogenito del conte Alessandro e della marchesa Costanza Scotti. L’abate domenico Santi, professore di filosofia all’università di Parma, e l’abate Guatteri, professore universitario di botanica, furono i maestri che diedero una più forte impronta al suo carattere e alla sua formazione culturale. Nel 1784 fu tra le Guardie del duca Ferdinando di Borbone e, nominato gentiluomo di Camera, per due anni viaggiò un po’ dovunque in italia, allargando le sue cognizioni e le sue conoscenze. Ritornato a Parma nel 1786, fu nominato socio dell’Accademia filarmonica. Nel 1788 fu socio dell’Accademia di Belle Arti che, il 13 novembre 1802, lo nominò accademico consigliere con diritto di voto. Nel 1787 sposò la principessa Luigia Gonzaga. Nel 1803 venne nominato generale di brigata dalla regina d’Etruria. Di animo generoso, volle sopperire alle necessità dei più poveri e fondò a Fontanellato la scuola delle Figlie della Carità e la scuola di Santo Stefano, dove i giovani venivano educati e avviati a un mestiere (29 novembre 1801). Nella stessa Fontanellato fondò (1802) la Scuola di Musica strumentale, con maestro il colornese Francesco Paglia. La musica vi si studiava allo scopo di avere nello stabilimento una piccola banda militare per servire di trattenimento alla domenica e per formare buoni suonatori atti a rimpiazzare quelli che continuamente emigravano a causa degli avvenimenti politici. La fama che man mano acquistò questo Corpo d’industria gli procurò non pochi dozzinanti. Gli ospizi civili di Parma, unitamente ai comuni limitrofi e ai conservatori di carità, dietro superiore autorizzazione (decreto 29 marzo 1808), stabilirono di farvi ammettere con pensione di duecento e quaranta franchi all’anno i fanciulli che si ritenevano dotati di certa attitudine per lo studio della musica. Non potendo più mantenersi autonomamente per ragioni economiche, la Scuola di Musica venne, con decreto imperiale del 2 novembre 1810, dichiarata stabilimento pubblico e annessa alle amministrazioni governative. Dal conservatorio di Fontanellato uscirono molti artisti di musica che acquistarono rinomanza come esecutori e professori d’orchestra. Meritano speciale menzione Pini, Baruffini, Rocchi e Colombi per avere formato un quartetto di strumenti a fiato e intrapreso una breve tournee dando pubblici concerti con grande successo. Il 24 gennaio 1806 il Sanvitale fu podestà di Parma. Nel 1813 fu presidente della Deputazione del municipio parmense inviata a Napoleone Bonaparte. Nel 1815 Maria Luigia d’Austria lo elesse gran ciambellano, nel 1816 consigliere intimo e senatore di Gran Croce dell’ordine costantiniano di San Giorgio. Nel 1824 fu gran cancelliere e presidente del consiglio amministrativo dell’ordine. Il Sanvitale fu inoltre presidente della Società economico agraria di Parma (1805), direttore dell’ospizio di mendicità di Borgo San Donnino (1808) e presidente del Cantone di Fontanellato (1810 e 1813). Il 7 gennaio 1814 fu nominato barone dell’impero. Fu anche membro della Società d’incoraggiamento per l’Industria Nazionale di Parigi (1809) e presidente della commissione direttrice dell’Unione di San Bernardo (1834). Socio di molte accademie, si adoperò per la fondazione di un istituto per mendicanti. Lasciò molti scritti filantropici, meditazioni e ricordi. Per tutta la vita fu viva in lui la passione per la botanica e per le scienze naturali, passione che lo spinse a formare una ricchissima collezione di minerali, insetti e conchiglie. In seguito alle molte ricerche in campo botanico, introdusse anche a Parma piante fino a quel momento inesistenti (cotone, caffè) e promosse l’allevamento delle pecore e delle vacche di razza svizzera e l’estrazione dello zucchero dalle barbabietole. Si interessò alla produzione di carte speciali e individuò nel torrente Fabiola, per conto di Paolo toschi, un tipo di pietra adatta per la litografia. Il Sanvitale ebbe ospiti nel suo palazzo di Parma papa Pio VII e Napoleone Bonaparte. Cadde preda di una violenta malattia che nemmeno le cure del valente medico Rossi seppero debellare. Fu sepolto a Fontanellato.
FONTI E BIBL.: G.M. Bozoli, in E. De Tipaldo, biografie degli Italiani, 8, 1841, 404-407; G.B. Janelli, dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 388-395; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 178-179; A.V. Marchi, Figure del ducato, 1991, 46.

SANVITALE STEFANO
Parma 14 agosto 1838-Parma 2 gennaio 1914
Figlio di Luigi e di Albertina Neipperg. Dedito alle lettere, affinò negli studi e nei viaggi in Italia e fuori la passione per l’arte. Pronto ad accogliere e ad ammirare tutte le manifestazioni estetiche, preferì però la musica e a essa particolarmente si dedicò, mostrando attitudini d’invenzione e di esecuzione. pubblicò, in giovinezza, ballabili e romanze non privi di pregio e compose, in età matura, alcune sonate di stile classico. Il Sanvitale ebbe a cuore le sorti del Regio Conservatorio di Musica di Parma, contribuendo al suo decoro e incremento. Nei Cenni di Storia e di statistica del Conservatorio di Parma, Guido gasperini, accennando ai donatori, così si esprime: Fra i molti è però necessario che un nome venga citato, un nome che splende più alto d’ogni altro nell’elenco dei benemeriti della Biblioteca, quello del Conte Stefano Sanvitale che, oltre all’aver donato in vari tempi numerose opere antiche di pregiato valore (stampe e manoscritti) ha, pochi anni or sono, elargito alla biblioteca l’intera sua collezione di musica istrumentale da camera e da concerto, ricchissima e moderna raccolta di musica che forma, ora, una delle parti più apprezzate della sezione moderna della stessa Biblioteca. Nell’intento poi che Parma avesse, come le principali città d’Italia, una cronistoria dei suoi teatri, il Sanvitale affidò a Paolo Emilio Ferrari l’incarico di compilarla e pubblicò nel 1884, a sue spese, l’opera di circa quattrocento pagine in quarto, che uscì dalla tipografia di Luigi Battei col titolo Spettacoli drammatico-musicali e coreografici in Parma dal 1628 al 1883. A quest’opera il Sanvitale collaborò assiduamente, ponendo a disposizione del compilatore la sua preziosa raccolta di libretti d’opera e la sua ricca biblioteca e coadiuvandolo di autorevoli consigli e di accurati riscontri. Il volume, per le difficoltà inerenti a tale genere di lavori, non fu scevro di mende: se ne conserva un esemplare tutto corretto di mano del Sanvitale. Si propose anche di comporre un Dizionario degli artisti di musica parmigiani e scrisse, sulla scorta di documenti inediti, la biografia di Lucrezia Agujari, cantante di fama europea, che, sebbene nata a Ferrara nel 1743, si era poi stabilita a Parma col titolo di virtuosa della Regia Camera. Ma le cure degli affari, che dovette assumere durante la lunga malattia e dopo la morte del fratello Alberto, e la sua stessa malferma salute lo distolsero dal progetto. Nel 1875 il sanvitale fu, con Parmenio bettoli, Alfonso cavagnari, G. Cesare ferrarini e Stanislao Ficcarelli, uno dei più zelanti promotori dell’istituzione in Parma di una Società del Quartetto per l’esecuzione dei migliori lavori di musica strumentale italiana e straniera. La Società ebbe per alcuni anni vita fiorente, alternando a concerti quartettistici concerti orchestrali di grande importanza, non senza il frequente intervento dei più illustri cantanti del tempo. A questo esito così prospero il Sanvitale contribuì non solamente con intelligente attività ma anche con signorile larghezza di mezzi. Iniziò nel 1880 e proseguì sino a tutto il 1913 in casa sua un ciclo con cadenza annuale di letture e di concerti di musica da camera e da piccola orchestra, ai quali intervennero talvolta anche gli alunni del Regio Conservatorio, per addestrare a questo genere i giovani violinisti. Da tali prove, dirette da Pio Ferrari, uscirono Ferruccio Catalani, cleofonte Campanini, Lino Mattioli, Enrico Polo, Romano romanini e altri che poi si segnalarono ed ebbero grande notorietà. A quelle serate assistettero insigni musicisti, come Carlo Gomez, Arrigo Boito, Giovanni Bottesini e Antonio Bazzini. Quando nell’aprile 1880 fu promossa dal Comitato di provvedimento un’esposizione di arte antica, il Sanvitale, che era stato eletto presidente della Commissione ordinatrice, sebbene non accettasse l’ufficio si adoperò alacremente alla ricerca di oggetti antichi e concesse a sua volta preziose porcellane, avori, ventagli e pizzi. Fu grande collezionista ed esperto di stampe, libri e cimeli storici. Fu inoltre insuperabile nel parlare e nello scrivere il dialetto parmigiano antico. Con la casa editrice Giudici e Strada di Torino pubblicò le composizioni per pianoforte Capriccio (mazurka), Colloqui amorosi (valzer), Due romanze, Deux mazurkas, Fantasia (valzer), Laura (valzer) e Saluto a Parma (valzer).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 5-6 1913, 246-248; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 176-178; M. Ferrarini, Parma teatrale ottocentesca, 1946, 150-151; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 138; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 41; Banda della Guardia Nazionale, 1993, 98.

SANVITALE STILICONE
-Fiandra 1570
Figlio di Alfonso. Nel 1570 militò nella guerra di Fiandra, nel corso della quale venne ucciso.

FONTI E BIBL.: C.Argegni, Condottieri, 1937, 136.

SANVITALE SUSANNA
Fontanellato 1484-post 1531
Figlia di Jacopo Antonio, conte di Belforte e di Fontanellato, e di Veronica da Correggio. Il padre fu valoroso uomo d’armi, schierato con gli Sforza e tenuto in grande considerazione da Ludovico XII, re di Francia. Jacopo Antonio Sanvitale avviò i figli, maschi e femmine indistintamente, allo studio delle lettere, riservando la pratica delle armi e l’esercizio del governo al primogenito Giovanni Francesco e al minore Gian Galeazzo. Nel 1505, all’età di soli ventuno anni, la Sanvitale fu eletta badessa del monastero di San Quintino di Parma, affiancando in tale carica la zia Giovanna sanvitale. L’anomala situazione fu ratificata da tre diversi brevi emanati da papa Giulio II. Anche la Sanvitale sembra aver seguito a grandi linee la formazione dei fratelli: l’educazione letteraria curata da Giacomo dalla Valle, professore di grammatica, singolarmente accurata anche per una nobildonna del suo tempo, costituì la premessa per ricoprire il ruolo di badessa, non certo marginale nell’ambiente parmigiano del primo Cinquecento. La vita ecclesiastica e monastica non erano assimilabili, neppure per la componente femminile della nobiltà, a un’esistenza separata dal mondo laico, ma si ponevano come ambito prestigioso e privilegiato riservato alle nobildonne d’ingegno, capaci di concretizzare iniziative socialmente e culturalmente vantaggiose per l’ordine religioso prescelto o per la famiglia d’origine. È inoltre importante ricordare come in epoca pretridentina per ottenere uffici o benefici ecclesiastici, anche rilevanti come il protonotariato o il cardinalato, fosse sufficiente ricevere gli ordini minori e come anche la carica di badessa non comportasse l’osservanza della disciplina claustrale oppure l’uso di vestire l’abito dell’ordine religioso d’appartenenza, norme rese obbligatorie solo con il Concilio di Trento. La compenetrazione di consuetudini laiche in campo ecclesiastico determinò anche a Parma l’esigenza di una riforma volta a sanare gli innumerevoli abusi di carattere religioso e amministrativo all’interno delle comunità monastiche maschili e femminili, ma tale disputa generò a sua volta una serie ininterrotta di lotte e rivalità che in pochi decenni sfibrò la comunità cittadina e ridimensionò pesantemente il ruolo della nobiltà locale. Proprio l’introduzione della clausura sembra rappresentare il fatto distintivo dell’esistenza della Sanvitale, che contrariamente a Giovanna da Piacenza che accettò, forse per convenienza, una prima introduzione della riforma nel monastero di San Paolo già dal 1518, non si piegò mai completamene alla nuova regola, tanto che ottenne, ancora nel 1531, dopo la morte della zia, di poter dimorare tra le monache riformate, con il rispetto dovuto al rango, anche se la concessione dei privilegi fu giustificata con il particolare riguardo per la sua salute malferma. L’autorità vescovile comunque s’impose, nonostante le fortissime resistenze manifestate non solo dalle badesse ma anche dagli autorevoli esponenti del casato dei Sanvitale, che cercarono di opporsi strenuamente alle decisioni assunte, avvertite come indebita imposizione. Al tempo cruciale e decisivo dello scontro, la Sanvitale, nonostante la solidarietà della zia e badessa Giovanna Sanvitale, che sempre ne appoggiò le iniziative, si trovò a fronteggiare una situazione che imponeva fermezza, coraggio, determinazione e ampio consenso. Ma un clima di aperta ostilità si venne a creare tra le monache del cenobio benedettino e all’interno della stessa comunità cittadina: se fino al 1510-1512 (il 1509 fu l’anno dell’investitura del cardinale Alessandro Farnese quale amministratore vescovile di Parma) il monastero di San quintino si era proposto alla cittadinanza mediante scelte devozionali che avevano trovato vasta risonanza e accoglienza, a poco più di un decennio di distanza i profondi rivolgimenti politico-culturali ne inficiarono ruolo e immagine, identificando il cenobio femminile come luogo di abusi, sopraffazione e patente immoralità. La Sanvitale e la zia tuttavia non si diedero per vinte: spalleggiate dal rispettivo nipote e fratello Giovanni Lodovico, protonotario apostolico, e dalla più aggressiva cognata Jacoba Laura Pallavicino, ricorsero infine all’autorità di papa Clemente VII, nel gennaio del 1528. Nel giro di poco tempo trionfò comunque la volontà vescovile e la riforma trovò applicazione: Sopra le Reformate de San Quintino Ita che non possano mai elleger abbadessa perpetua una temporale, ita che la abbadessa moderna non possa pigliare monache durante la vita sua, morta essa il monastero se possa reformare ad una sola vita et regula de observantia, et non vadi in perpetuo in le mane de li sanvitale qual hano dominato esso monastero 100 anni fa a suo modo et de presenti hano aparechiato alcune monache ale quale voriano ritentar di modo fosse sempre et in eternum de casa san vital.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1996, 59-65.

SANVITALE TEDISIO
Parma ante 1229-post 1277
Figlio di Guarino e di Margherita Fieschi. Fu eletto nel 1276 podestà di Milano nell’occasione in cui Parma, di fazione guelfa, si alleò coi Torriani, a capo dello stato di Milano. Il 28 gennaio 1276 liberò Simone Locarnese, che da tredici anni era rinchiuso in carcere a Milano per essere stato a capo di una sollevazione avvenuta in Como nel 1263. Scacciati i Torriani dai Visconti, il Sanvitale dovette abbandonare quella dignità. Nel 1277 (secondo l’Angeli, nel 1291) fu eletto podestà di Ferrara e nel 1278 fu vicario di Carlo I, re di Napoli, in Firenze. Nel 1258 comprò da Bernardino Franceschi il castello di San Lorenzo di Sala.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; P. Litta, Famiglie celerbi, I, 1819, tavola I.

SANVITALE TESEO, vedi SANVITALE TEDISIO

SANVITALE UGO
Parma 1087 c.-post 1122
Per i suoi estesi possedimenti fu soprannominato il Ricco. Edificò una munitissima e alta torre nei pressi del fiume Enza, che volle porre sotto la protezione di San Vitale Martire, dalla quale ebbe poi il cognome la sua famiglia. concorse largamente alla costruzione di nuovi edifici in Parma e al sostentamento dei più poveri durante le maggiori carestie e calamità del tempo. Il Sanvitale, che ebbe due figli maschi (Giovanni e Obizzo), raggiunse un’età avanzata.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 167-168.

SANVITALE UGO
Parma ante 1210-post 1254
Figlio primogenito di Guarino. In gioventù ebbe una buona istruzione letteraria. Nel 1210 fu nominato cavaliere dall’imperatore Ottone IV. Nel 1242 fu console di Giustizia e nel 1244 podestà dei Mercanti in Parma. Nel 1249 fu inviato dal comune di Parma a Bologna per dirimere le controversie sorte tra Modenesi e Bolognesi sul possesso del frignano. Nel 1250 fu nominato da papa Innocenzo IV vicario perpetuo per la giurisdizione di Carpi, dalla quale fu però cacciato poco dopo dai Modenesi. Ottenne più tardi a compensazione del danno subito una somma in monete d’oro e il castello di mombaranzone. chiarissimo e valoroso uomo d’armi, portò alla maggiore gloria il nome dei sanvitale quando liberò Parma dall’assedio di Federico II. Eletto capitano generale dei fuoriusciti guelfi, li portò alla riscossa sconfiggendo il 16 giugno 1247 i ghibellini a Borghetto di Taro e ritornando in possesso di Parma, a conclusione di una gloriosa battaglia. Entrato in Parma coi fuoriusciti, incitò alla resistenza, opposta nel 1248 dai Parmigiani assediati, fino alla sconfitta dell’imperatore. Come ricompensa ebbe molti doni dal comune e da Francesco IV il feudo della terra di Carpi e la concessione di aggiungere al proprio stemma la Vittoria coronata di alloro.
FONTI E BIBL.: G. Adorni, Vita del conte Stefano Sanvitale, Parma, 1840; I. Affò, La storia della città di Parma, 1792; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Archivio della famiglia Sanvitale, in Parma; Biblioteca Palatina di Parma, manoscritto 1193; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca di Palatina Parma; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877, 375-376, e 1880, 184; Gazzetta di Parma 15 maggio 1873; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L. Molossi, Vocabolario topografico dei ducati di Parma, Parma, 1832; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; F. sansovino, Dell’origine e dei fatti delle famiglie illustri d’italia, Venezia, 1609; L. Silva, L’assedio di Parma, Parma, 1875; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; V. Spreti, enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 123; C. Argegni, Condottieri, 1937, 135.

SANVITALE UGO
Fontanellato 1617-Roma 1648
Figlio di Alessandro e di Margherita Rossi. Fu eletto da papa Innocenzo X referendario dell’una e dell’altra Segnatura e nel 1647 protonotario apostolico. Morì all’età di trentuno anni e fu sepolto in San Gregorio a Roma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE UGO
Parma 1817 c.-post 1849

Figlio di Jacopo e di Giuseppina Folcheri. Ufficiale degli Spahis, fu poi arruolato nell’esercito nazionale. Prese parte alla spedizione di Crimea e alle guerre d’indipendenza, raggiungendo, nello Stato Maggiore, il grado di tenente colonnello. Nell’Archivio Storico comunale di Parma (Lascito sanvitale), del sanvitale si trovano le composizioni per pianoforte Sus aux Cosaques!, quadrille militaire (Paris, L.Pére), Souvenirs d’Orient, quadrille (Paris, Gambogi), Zerghita, polka mazurka (Paris, Grus) e Zarifa (Paris, Lafleur).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3-4 1912, 11-13; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SANVITALE UGOLETTO o UGONE, vedi SANVITALE UGO

SANVITALE VANINA
Parma 1302 c.-
Figlia di Gianquirico. Sposò nel 1322 andreasio Rossi. Per l’occasione la città di Parma chiese a papa Giovanni XII la dispensa per le nozze, essendo Vanina parente coi Rossi, nella speranza che il matrimonio potesse conciliare le rivalità tra le due famiglie. Per il banchetto di nozze il padre radunò un convito di mille e seicento persone.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.

SANVITALE VIRGINIA
Sala 28 aprile 1599-Busseto
Figlia di Girolamo e di Benedetta Pio. durante il processo ai suoi familiari accusati della congiura contro la casa Farnese, venne tenuta sotto sorveglianza nella Rocca di Sala. Il duca Ranuccio Farnese la obbligò poi a rinchiudersi in un monastero. Un mese prima che si conoscesse l’esito del processo, scelse di entrare nel monastero di Santa Chiara a Busseto, assumendo il nome di Renea. Da quel momento ricevette dalla corte un assegno sui beni allodiali confiscati al padre.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE VITTORIO AMADEO, vedi SANVITALE VITTORIO AMEDEO GIUSEPPE

SANVITALE VITTORIO AMEDEO GIUSEPPE
Parma 27 agosto 1734-28 dicembre 1806
Figlio di Giacomantonio e di Isabella Cenci. Nel 1738 fu nominato cavaliere gerosolimitano. Fu gentiluomo ed esente delle Guardie del Corpo del duca di Parma. Fu stimato per le sue qualità morali. Morì all’età di settantadue anni.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.

SANVITALE ZANGARO
Parma-San Cesario di Modena 1229
Figlio di Anselmo. Nel 1229 fu inviato da parma in soccorso dei Modenesi assaliti dai bolognesi. Mentre combatteva al castello di San Cesario, venne ucciso accanto al carroccio parmigiano.
FONTI E BIBL.: I. Affò, La storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e s.; G.B. janelli, dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1870; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; E. Tiramani, Storia genealogica delle nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 135.

SANVITALE SIMONETTA LUIGI, vedi SANVITALE LUIGI

SANVITALI, vedi SANVITALE

SANVITI DECIO
Parma 1822/1831
Conte. Fu implicato nei moti del 1831. La polizia, che lo sottopose ai precetti di visita e sorveglianza, redasse del Sanviti la seguente scheda segnaletica: Quest’uomo fu destituito sotto tutti i governi come lo fu anche sotto quello di S. M. Maria Luigia. Esso godeva della confidenza del Barone Werklein e ne abusava. Si sa per certa scienza che allorquando il governo di Parma trattava l’appalto della Ferma eravi fra gli aspiranti la casa Necker di Trieste. Sanviti trattava l’affare in Milano e fra le condizioni segrete eravi pur quella dello sborso di 100 mila franchi per altro personaggio di Parma, al dire di Sanviti Werklein ne fu fatto consapevole da persona amica e l’affare poi non ebbe luogo per altre ragioni. La delibera dell’appalto delle strade postali nella persona di Testa per la quale si pagano franchi dal governo, fu maneggiato da Sanviti il quale anche in oggi si dice che percepisce lire otto mila annue e che altra somma annua venga per lo stesso titolo percepita da Giovanni Marianelli che era segretario di Werklein e che ora fu dimesso. Cognito per raggiri ed estorsioni fatte in tempo che copriva la carica di Intendente Generale del Tesoro e che godeva la confidenza del Sup. Gov. Fu perciò non solo dimesso dall’impiego ma privato ben anco dalla croce di Cav.re dell’Ordine costantiniano. Non emerge però avere demeritato in politica.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Provincie Parmensi 1937, 209; M.Mora, in Archivio Storico per le Provincie parmensi 8 1956, 123-128.

SAPORITI TERESA
Parma-post 1796
Cantante, nel 1791 fu al Teatro Zagnoni di Bologna nel dramma musicale La morte di Semiramide di Giovanni Battista Borghi, mentre nella stagione di Fiera del 1796 fu la primadonna al Teatro di Reggio Emilia nella vendetta di Nino di Alessio Prati.
FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; Librettistica bolognese; G.N.Vetro, dizionario, 1998.

SARACCHI SEVERINO
Bibbiano 1875-Parma 1963
Fin da ragazzo mostrò viva passione per i fiori. A diciotto anni lasciò Bibbiano per raggiungere Milano, ove trovò occupazione presso il più importante stabilimento di floricoltura: venne assegnato al reparto serre per la coltivazione delle orchidee e piante verdi tropicali. chiamato a Parma dal fratello per essere assunto dalla Banca Cattolica, rifiutò l’impiego e fondò invece la ditta di floricultura Saracchi e Pasini. Venne premiato all’esposizione per i festeggiamenti verdiani e ottenne la medaglia d’oro all’Esposizione internazionale di Torino, nel 50° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario dei Parmigiani, 1997, 282.

SARASI DONNINO
Borgo San Donnino 23 marzo 1705-Bahia 31 marzo 1758
Frate cappuccino, dal 1743 fu missionario nell’aldea di San Fidelis, sul Rio do Una. Compì a Guastalla la vestizione (4 ottobre 1732) e la professione di fede (4 ottobre 1733).
FONTI E BIBL.: Anal. O.F.M. Cap. 21 1905, 184; De Primerio, Capuchinhos em Terras de S. Cruz, 150, 317; Metodio, Storia Cappuccini nel Brasile, 145; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 211.

SARASINI IPPOLITO
Parma 1389/XV secolo
Famosus homo, fu richiesto il 22 giugno 1389 dal Comune di Lucca per insegnare tutte e tre le arti del trivio. Il 25 dello stesso mese accettò l’elezione, che era stata fatta con le seguenti vantaggiose condizioni: il Comune gli doveva dare, fino a tre anni, cento fiorini d’oro per ciascun anno, senza alcuna diminuzione di gabella, in rate mensili o trimestrali; ogni scolaro latinante doveva pagargli due fiorini l’anno in due rate e ogni non latinante un fiorino; i forestieri dovevano poter seguire in Lucca le sue lezioni, senza subire molestie di sorta; dal Comune gli doveva essere pagata per la durata di tre anni la pigione di una casa per la sua famiglia e per gli scolari; per lo stesso termine di tempo doveva essere esente da ogni onere reale e personale; doveva poter introdurre in Lucca la sua mobilia senza pagare gabelle; il suo salario doveva aver inizio dall’ottobre; gli doveva essere concesso lo jus summarium, che facilitava la riscossione del compenso dagli scolari insolventi. Il Sarasini non restò comunque a Lucca più di nove mesi.
FONTI E BIBL.: P. Barsanti, Il pubblico insegnamento in Lucca, Lucca, 1913, 114, 115, 119, 240; A. codignola, Pedagogisti, 1939, 381.

SARDELLI
Parma 1757/1759
Fu cantore alla Cattedrale di Parma dal 25 dicembre 1757 al 14 giugno 1759.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

SARDI AGOSTINO
Parma 1734/1767
Cartografo e geometra. Realizzò nel 1734 una planimetria della città di Parma.
FONTI E BIBL.: F. Miani Uluhogian, Le immagini di una città, 1983, 46.

SARDI GIAN PIETRO
ante 1765-Parma 16 settembre 1793
Figlio, molto probabilmente, di Agostino, che nel 1734 realizzò una planimetria della città di Parma. Assunto dalla Corte di Parma nel 1765 come delineatore a 300 lire mensili (archivio di stato di parma, Decreti Sovrani, 8 ottobre 1765), nel 1779 fu nominato ingegnere ordinario (archivio di stato di parma, Patenti, vol. 44, 16, del 25 febbraio 1778) e aggregato con il grado di Sottotenente nel corpo degli ingegneri (archivio di stato di parma, Rescritti Sovrani, 19 febbraio 1779). Fu quindi destinato a insegnare ai giovani ingegneri la pratica e il disegno (archivio di stato di parma, Rescritti Sovrani, 7 dicembre 1780). Nominato capitano ingegnere (archivio di stato di parma, Rescritti Sovrani, 2 maggio 1787), divenne ingegnere capo (archivio di stato di parma, Rescritti Sovrani, 7 luglio 1791). Nel 1782 venne acclamato Accademico d’Onore nell’accademia Parmense di Belle Arti. Fu il primo cartografo a redigere un vero e proprio catasto della città di Parma che contava allora 31921 abitanti.
FONTI E BIBL.: Parma economica 10 1968, 42; Palazzi e casate di Parma, 1971, 65; Arte a Parma, 1979, 279; F. Miani Uluhogian, Le immagini di una città, 1983, 46; Disegni della Biblioteca Palatina, 1991, 163.

SARDI PIETRO
Parma prima metà del XVII secolo
Ingegnere attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 79.

SARDI PIETRO, vedi anche SARDI GIAN PIETRO

SARDINELLI BALDASSARRE
Parma seconda metà del XV secolo
Ricamatore attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 324.

SARMIENTO MARGHERITA, vedi PINELLI MARGHERITA

SARONI GIOVANNI BATTISTA
Parma-post 1763
Nel Carnevale del 1752 cantò al Teatro di Vercelli nella Faccendiera, mentre nell’autunno si esibì in Il mondo alla moda al Teatro Ducale di Milano.Fu attivo a Bologna al Teatro Formagliari nel Carnevale del 1755 nella Finta sposa, al Marsigli Rossi in quello dell’anno successivo in Don Trastullo, La pupilla e La finta schiava e nel Teatro Pubblico della Sala nel Carnevale del 1760 in Le stravaganze del caso.Il Teatro di via del Cocomero di Firenze lo ospitò in La cascina nel Carnevale del 1763.
FONTI E BIBL.: Librettistica bolognese; Sartori; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SARTI CESARE
Traversetolo 1924-Traversetolo 12 febbraio 1983
Nacque da una famiglia aderente al partito popolare, di salde tradizioni antifasciste, una delle poche nella zona che non si piegò alla soverchie delle squadre nere. Col nome di battaglia di Gim, appena ventenne, fu tra i primi ad andare sui monti del Nevianese per organizzare la lotta partigiana. Nell’inverno tra il 1943 e il 1944 si unì alla 47a brigata Garibaldi che operava in questa zona e divenne comandante di un battaglione chiamato l’internazionale perché formato da uomini di diverse nazioni, tra cui Polacchi, Russi e Francesi. Si segnalò particolarmente in un’azione contro il presidio delle SS di Ciano d’Enza dimostrando coraggio e sprezzo del pericolo, tant’è che il suo valore gli fu riconosciuto con l’assegnazione di una medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di distaccamento partigiano, nel corso di un attacco ad un presidio nemico, pur rimasto isolato dalle altre formazioni, lanciava audacemente i suoi uomini contro una colonna avversaria distruggendo un autocarro carico di truppe. successivamente attaccato alle spalle, mentre teneva sotto controllo un ponte, riusciva con fredda decisione e grande perizia, a controllare l’avversario e a riunirsi al grosso della sua formazione unitamente alla quale incalzava il nemico in ritirata, distruggendo un altro autocarro. Terminata la guerra, rientrò a Traversetolo dove riprese, senza mai ostentare i meriti partigiani, la sua attività di meccanico. Militante nell’Azione cattolica fin dalla gioventù, molto amico del parroco don Varesi, partecipò sempre in modo attivo alla vita della parrocchia e fu fondatore della locale sezione della Democrazia cristiana, della quale fece parte fin dall’inizio del consiglio direttivo. Fu eletto nel 1972 consigliere comunale di Traversetolo e dal 1973 al 1978 ricoprì la carica di assessore per i rapporti con la popolazione e il decentramento. Fu rieletto nel 1978 e nel 1979. Rinunciò a qualsiasi incarico nella giunta di centro-sinistra insediatasi nel 1982. Fu anche tra i soci fondatori dell’Assistenza pubblica e per parecchi anni attivo milite.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 13 febbraio 1983, 14; Gazzetta di Parma 2 marzo 1993; gazzetta di Parma 28 aprile 1996, 26.

SARTORI ANTONIO
Roncadello di Casalmaggiore 6 luglio 1878 -Cheng-Chow 5 novembre 1924
Fece le prime classi ginnasiali nel Seminario della diocesi di Cremona, poi passò nel Seminario Maggiore di Parma. Nel 1899 entrò nell’Istituto delle Missioni Estere, ove fu consacrato sacerdote il 29 luglio 1901. Fu cappellano del Riformatorio Lambruschini della Certosa di Parma e prestò la sua assistenza all’Educandato del Buon Pastore. Partì per la Cina il 18 gennaio 1904. Fu destinato successivamente alle sedi di cristianità di Può-Ceng, Wu-yang, Lu-shan, Zuchow e Honanfu. rientrato in Patria nel 1911, fu eletto Direttore Spirituale dell’Istituto Missioni Estere di Parma. Scoppiata la prima guerra mondiale, fu nominato nel 1915 cappellano militare nell’ospedale da campo 0,36. Poi passò a Parma negli ospedali militari del Seminario, dei collegi Maria Luigia e San Benedetto e della scuola Felice Cavallotti. Nel corso del 1919 fece le pratiche per la fondazione di una Scuola apostolica Missionaria a Vienna, di cui fu il primo Rettore fino al principio del 1922, quando partì di nuovo per la Cina. Quivi fu nominato Pro Vicario Generale della Missione da monsignor Luigi Calza. Morì di polmonite. Il Sartori fu una delle figure più rappresentative della sua Congregazione.
FONTI E BIBL.: Vita Nuova 15 novembre 1924; I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 169-170.

SARTORI ENRICO
Parma 4 febbraio 1831-Parma 25 ottobre 1889
Già dal 1844 risulta iscritto alla scuola di paesaggio diretta da Giuseppe Boccaccio, scuola che frequentò fino al 1859 sotto la guida del nuovo direttore Luigi Marchesi, successore del Boccaccio dal 1852. Pur avendo seguito anche la scuola di disegno, alla quale fu iscritto dal 1850, preferì dedicarsi esclusivamente allo studio del paesaggio, dove riuscì a conseguire i risultati migliori, come testimoniano i giudizi meritevoli e i premi acquisiti. Nel 1857 ottenne una menzione onorevole tra i premiati della medaglia di prima classe nella scuola di paesaggio e l’anno successivo ricevette il primo premio, che gli consentì di frequentare il perfezionamento a Roma, per la stessa classe, con l’esecuzione del Pontaccio di Valera (Parma, Galleria Nazionale, inv. 593), dove dimostra una buona conoscenza della costruzione prospettica della veduta ripresa dal vero. Durante gli ultimi anni di frequenza della scuola mostrò un interesse sempre maggiore per lo studio dal vero. Piuttosto frequenti furono, infatti, le sue richieste di passare periodi fuori dalla scuola per recarsi in campagna dove potersi esercitare nell’esecuzione di vedute en plein air. Intrapresa la carriera professionale, si dedicò quasi esclusivamente alla realizzazione di soggetti agresti che trovano espressioni di più ampio respiro proprio nelle ambientazioni di scene paesistiche. Manifestò, inoltre, una particolare attenzione per la rappresentazione di soggetti militari, sicuramente maturata grazie alla sua diretta presenza sul campo di battaglia (partecipò alle guerre di Indipendenza) ma probabilmente favorita anche dal contatto, certamente non irrilevante, con le opere di Giovanni Fattori (La battaglia di San Martino ed Episodio della battaglia di Custoza), viste all’Esposizione Nazionale di Parma del 1870, alla quale lui stesso presenziò con ben nove opere. Partecipò con assiduità alle esposizioni parmensi, in particolare a quelle promosse dalla Società di Incoraggiamento, e alle mostre nazionali di Torino nel 1880 e nel 1884, di Milano nel 1881, nel 1883 e nel 1886 e di Firenze nel 1884. In particolare, nel 1854 presentò alcuni paesaggi, l’anno dopo, a Piacenza e poi a Parma, una Veduta della piazza della Ghiaia presa dalla Pilotta e una Veduta d’un lato del Duomo di Parma preso dall’angolo del Troilo S. Giovanni, che venne sorteggiata al duca Roberto di Borbone. Nel 1856 espose La peschiera del Giardino di Parma, Parma vista dalla Baganza e Parma vista dal baluardo di San Girolamo, mentre l’anno seguente si aggiudicò una medaglia di prima classe presso l’Accademia, esponendo a Piacenza e a Parma interno del già convento di S. Caterina in Parma, sorteggiato alla contessa Albertina sanvitale, Veduta esterna dell’Arcadia nel R. giardino di Parma, Veduta delle colline di collec-chio, estratto a Giulio Bernini, e Interno di una stalla in villa. Nel 1858 mostrò Veduta dei burroni di Majatico, Interno di un mulino sul fiume Po, Veduta del fiume Po, sorteggiata al comune di Castel San Giovanni, ottenendo pure una medaglia d’oro. Nel 1859 espose L’interno di un mulino sul Po e Veduta del Torrente Parma, nel 1860 Truppe francesi nel Giardino reale e nel 1861 Veduta campestre d’Autunno, che fu sorteggiata al Comune di Fiorenzuola. Nel 1863 partecipò alla mostra triennale dell’Accademia bolognese con una Veduta di Basilicanova, mentre a Parma presentò un Campo di frumento e all’Esposizione Industriale Provinciale Interno dello stallo della Fontana in Parma e Strada della naviglia nei contorni di Parma. Nel 1865 espose La raccolta del fieno e nel 1866 a Milano Lavori campestri d’Autunno. Nel 1867, tramite la Società d’incoraggiamento, vennero estratti al Comune di Parma Fiera di bovini e Fazione di Cavalleria e nel 1869 al comune di Varsi un Incendio e un Accampamento. Alla mostra nazionale parmense del 1870 partecipò con vari dipinti: Fiera di bestiame nel Campo di Marte in Parma, La raccolta del fieno, Veduta del Ceno presso Varsi, Manovra dei lancieri di Novara nella Piazza d’Armi di Parma, Strada maestra S. Michele in Parma nel carnevale del 1870, Ritirata di Russia nel 1812, Veduta del Torrente Parma, La raccolta del fieno, Mercato dei bozzoli nel cortile della Pilotta di Parma, Manovra dei lancieri Nizza nella Piazza d’Armi di Parma e Manovra di sciabola del reggimento lancieri Nizza nella piazza d’Armi di Parma. In quello stesso anno la Galleria Nazionale di Parma si aggiudicò, tramite la Società dell’Incoraggiamento, la Fiera bovina nel campo di Marte. Nel 1872 il Sartori presentò alla seconda Nazionale di Milano Il torrente Parma, che fu comperato dal marchese Guido della Rosa, mentre la Pinacoteca parmense vinse le Rovine di Casalmaggiore nel 1872 e la Piazza d’armi di Parma coi lancieri Nizza. Nel 1874 venne poi estratto al Comune di Roccabianca Una corvé di artiglieria e l’anno dopo il Sartori partecipò alla Società d’Incoraggiamento di Firenze con Manovra di sciabola del reggimento Lancieri Nizza. Nel 1876-1877 espose a Parma rispettivamente Una manovra di bersaglieri nei dintorni di Parma e Una campagna romana e nel 1879 Accampamento di cavalleria, sorteggiato ad Agostino Ferrarini, e Fazione di cavalleria, al Comune di Torrile. Alla quarta mostra Nazionale di Torino (1880) partecipò con Passeggiata di uno squadrone di cavalleria monferrato presso Parma e ancora alla nazionale milanese del 1881 con Manovra di cavalleria Lodi nella Piazza d’Armi di Torino e passeggiata del 7° Fanteria. L’anno dopo a Firenze espose Manovra di cavalleria monferrato e Istruzioni militari, mentre la Galleria nazionale di Parma vinse dall’incoraggiamento il Pontaccio di Valera. Nel 1883 espose, ancora a Milano, Amore nello studio e uno studio dal vero. Infine espose a Torino nel 1884 Manovre tattiche e Cavalleria Monferrato in piazza d’armi a Par-ma, mentre nel 1887 venne sorteggiata alla pinacoteca di Parma Manovra di cavalleria a Parma e nel 1888 figurò in mostra a Vienna un suo dipinto. In un primo tempo si dedicò quasi esclusivamente alla scena agreste, che sempre ambientò nel più ampio respiro del dipinto di paesaggio. Gli esiti sovente non superano l’onesto mestiere. È tuttavia singolare lo spirito semplice e spontaneo, sincero e incantato che il Sartori rivela nella contemplazione della poesia georgica, sin dalla robusta stesura di bozzetti come Mercato del bestiame (Parma, proprietà privata), preparatorio della più vasta tela Fiera bovina nel Campo di Marte a Parma, che denuncia simpatie pasiniane. Il modo di accostare la scena rurale o quella ai margini della città è cronistico, quasi sempre sorretto dall’immediatezza della pennellata che ha sapore di spontaneo impressionismo e dal gusto naïf del particolare, come in Villa tedeschi e Strada verso la Cittadella sotto la neve (1881, Parma, collezione privata). Il Sartori abbandona invece il minuto descrittivismo d’impressione di scene come Il mercato dei bozzoli nel Piazzale della Pilotta (Parma, pinacoteca Nazionale) e il più dettagliato maniscalcia (Parma, Cassa di Risparmio), quando risolve le proprie tele in termini di paesaggismo puro. Rilevante fu il contatto con le opere di Giovanni Fattori, che induce una suggestione non solo tematica (perché il Sartori aveva già fornito prove di buon pittore di bovini e di cavalli nelle sue scene rurali) ma anche stilistica, con la più accurata costruzione disegnativa delle figure a larghe campiture cromatiche, nella sua pittura. Ne sono documenti l’olio Fattoria maremmana (1873, Fontevivo, palazzo Comunale) e tutta la successiva produzione di quadri di genere militare, in cui più scoperto è il riferimento ai soggetti preferiti dall’artista livornese: Una corvé di artiglieria e Lancieri Aosta (Parma, Palazzo Comunale). Manovra di cavalleria Lodi nella Piazza d’Armi di Torino costituisce l’esempio forse più tipico del consolidarsi di una caratteristica espressine della maturità, bilanciata sulla lezione fattoriana ma non dimentica di un’ambientazione scenica pasiniana, atta a conferire respiro epico alla scena.
FONTI E BIBL.: Archivio dell’Accademia di Belle Arti di Parma, Ruolo, 1837-1856, 1856-1859, Archivio Scuole, busta 1824-1860, fascicolo Giudizi 1824-1850, busta 1839-1869, fascicolo Giudizi, Atti, vol. VII, 1857-1863; A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 101; A. De Gubernatis, 1906, 455; G.Copertini, in Aurea Parma 2 1936, 68; E. Bénézit, 1957, vol. VII, 529; A.Rondani, Scritti d’arte, 1874, 463-465; A. De Gubernatis, dizionario artisti italiani viventi, 1889; C. Ricci, La R. Galleria di Parma, 1896, 387, 388, 390; A.M.comanducci, dizionario dei pittori, 1974, 2937; Gazzetta di Parma 20 febbraio 1854, 165, 31 maggio, 21 e 27 luglio 1855, 493, 663 e 683, 18 luglio 1856, 649, 18 agosto e 30 settembre 1857, 737 e 881; G. Panini, 1857, 945; X., in L’Annotatore, 1857, 147; l’annotatore 11 settembre 1858, 140; Esposizione delle opere, 1858, 13; F.G., in Gazzetta di Parma 1858, 869; Gazzetta di Parma 18 settembre 1858, 842; P. martini, 1858, 25; G. Panini, 1858, 885; C.I., in L’Annotatore, 1859, 162; G. carmignani, 1861, 18; Atto verbale, 1863, 28; gazzetta di Parma 13 luglio 1863, 620; Esposizione industriale provinciale, 1864, 92; Gazzetta di Parma 15 settembre 1865, 83; catalogo Delle opere esposte, 1870, 30, 31, 39, 40, 50, 55, 56; Gazzetta di Parma 10 settembre 1872; B., in Gazzetta di Parma 20 gennaio 1875; Il Fanfulla 17 settembre 1875; Gazzetta di Parma 26 ottobre 1875; A.C., in gazzetta di Parma, 1876; P. Bettoli, foglio volante, 1877; P. Bettoli, 8 ottobre 1877; Il Presente 23 ottobre 1877; L. Pigorini, 25 novembre 1879; Catalogo ufficiale generale, 1880, 96; Gazzetta di Parma 27 aprile 1880; Il Presente 27 maggio 1880; Esposizione nazionale in Milano, 1881, 87; Z., in Gazzetta di Parma, 1881; Gazzetta di Parma 6 marzo 1888 e 26 ottobre 1888; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, v. X, 133; L. Càllari, 1909, 362; A. Corna, 1930, II ediz., vol. II, 818; Inventario ms. Istituto P. Toschi, v. II, nn. 6149 e 3267; I. Da Valera, 1931, 238-240; N. Pelicelli, in Thieme-Becker, 1935, v. XXIX, 477; G. Battelli, 1939, 151-153; A.M. Comanducci, 1945, v. II, 736; G. Copertini, 19 agosto 1959, 3; Gazzetta di Parma 8 maggio 1960; G. Copertini, 10 novembre 1962, 3; R. Allegri, 1963, 49; G. Copertini, 1964, 58-61; G. Copertini, 7 dicembre 1967, 6; Mostra del paesaggio parmense dell’800, catalogo, Parma, 1936, 16, 39, 40, 41, 42, 43; G. Allegri Tassoni, mostra dell’Accademia parmense, catalogo, Parma, 1952, 56, 58, 62; G. Copertini, Il pittore Enrico sartori, in Parma per l’Arte, 1960, 118-125; G. copertini, La pittura parmense dell’800, Milano, 1971, 80-85; Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’800, catalogo della mostra, Parma, 1974, 80-81; G.L. Marini, in Dizionario bolaffi pittori, X, 1975, 169-170; Città latente, 1995, 91; M.Tanara Sacchelli, in Gazzetta di parma 22 novembre 1999, 27.

SARTORI GIUSEPPE
Parma 1836/1849
Nel 1849 fece parte della Commissione di Sanità e Soccorso di Solignano. Nello stesso anno diede le dimissioni da tale incarico. Nel 1836 fu decorato di medaglia d’argento per i Benemeriti della Sanità Pubblica, per l’opera prestata in occasione di un’epidemia di colera.
FONTI E BIBL.: U.A.Pini, Vecchi medici, 1960, 32.

SARTORI PIETRO
Fontanellato 1 agosto 1864-Ginevra aprile 1940
Nel 1882, nel Conservatorio di Parma, fu approvato con lode in violoncello e composizione. Percorse come professore di violoncello una splendida carriera, dedicandosi anche alla direzione d’orchestra.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 179.

SARTORI STANISLAO
Parma 1831
Impiegato di Finanza. Venne indicato dalla Direzione Generale di Polizia come cooperatore alla scoppio e propagazione della rivolta del 1831 a Parma. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 207.

SASSATELLI CARISSIMI GELTRUDE SAVERIA
Imola 3 settembre 1778-Parma 9 febbraio 1846
Nacque, primogenita, da Alessandro Sassatelli e da Teresa Manciforte di Ancona, famiglie di antica nobiltà entrambe. Il conte Alessandro, per testamento di una Carissimi Pallavicino di Parma, unì al cognome del suo casato quello dei Carissimi, trasmissibile al suo primo nato, maschio o femmina che fosse. Nel 1790, quando la Sassatelli Carissimi aveva già dodici anni, fu mandata, assieme alle sorelle minori Marianna e Giulia, a Parma nel Collegio delle Orsoline a compiervi la sua educazione.Dopo un ipotizzato breve ritorno in famiglia alla fine degli studi, ritornò in collegio per non più uscirne. La Sassatelli Carissimi conobbe bene la letteratura italiana, la storia, la geografia e la storia naturale, cui dedicò anche negli ultimi anni di vita molte ore di studio e di meditazione. Conobbe bene la lingua inglese, al punto da considerare la lettura dell’Observer, al quale era abbonata, il miglior diletto dei giorni di vacanza, ed ebbe anche facilità per il francese, tanto che spesso nelle sue lettere chiede il permesso di adoperare la lingua qui fait aller ma plume plus vite et couramment. Conobbe la musica e suonò il piano, per cui, rispetto all’educandato, ebbe la mansione di sorvegliare le puttine quando erano a lezione di musica col maestro Alinovi o col suo sostituto, il Savi, e finalmente tentò anche qualche poesia, fedele ai facili metri dei settenari e quinari rimati, ma anche componendo qualche saffica, allora di moda. Della sua passione per la lettura è testimonianza buona parte dei libri della biblioteca del convento, che furono suo acquisto e portano il suo nome. Esiste in quell’archivio il documento con cui papa Pio VII il 5 agosto 1805, probabilmente in una sua visita a Parma, le concesse la licenza per i libri proibiti. La Sassatelli Carissimi nel 1796 cominciò il suo noviziato e nel maggio del 1798 fu suora. La sua decisione trovò validi alleati nella consuetudine di molte famiglie aristocratiche di collocare le figlie nei monasteri, nella sua passione per gli studi (che, nella quiete propizia del collegio, le avevano già dato tante soddisfazioni) e finalmente nel timore di essere sposata non per amore ma per i miei soldicciuoli: le richieste che della sua mano furono fatte a suo padre, mentre ella era ancora in educazione, il padre gliele trasmise, avendone sempre un rifiuto. La Sassatelli Carissimi, donna vivace di temperamento, avida di sapere, esuberante e candida, rimase chiusa nel convento di Parma per quarantotto anni. Rimangono diverse sue lettere dal gennaio 1833 al gennaio 1846. Dei primi anni non vi è che il riflesso nelle sue lettere posteriori. Vi si indovinano la giovinezza piena di movimento, gli studi, le compagne cercate per quanto lo permetteva la regola, un’amicizia, soprattutto, per una giovane di Imola come lei, vivace, intelligente e imparentata con la sua famiglia: Geltrude Silvestri. La morte presto le tolse l’amica e poi la sorella Maddalena, anch’essa suora nello stesso convento. Morì all’età di 67 anni, dopo un lungo periodo di malattia.
FONTI E BIBL.: B.Camis, in Aurea Parma 4 1926, 191-194.

SASSETTI FRANCESCO
Parma 1706
Pittore attivo nella seconda metà del XVII secolo e ancora nel 1706. Viene citato nel passeggiere Disingannato (p. 39).
FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVII, 1823, 69.

SASSI AUGUSTO
-Milano 5 marzo 1899
Prese parte ai moti insurrezionali del 20 marzo 1848. Nell’aprile successivo partì colla prima colonna dei volontari parmensi che, al comando del patriota Giuseppe Gallenga, diede prova di coraggio e di valore sui campi di battaglia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 8 marzo 1899, n. 66; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 420.

SASSI GIUSEPPE
Parma XVIII/XIX secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVIII secolo e ancora nei primi anni dell’Ottocento.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVII, 1823, 70.

SASSI LUIGI
Parma 1900 c.-post 1936
Figlio di Silvio. Conduttore di laboratorio fotografico, iniziò ufficialmente l’attività (matricola della Camera di Commercio di Parma) in borgo Roma 7 nel 1920, per poi trasferirsi due anni dopo in via Cavour 25. Nel 1926 il Sassi ebbe la licenza per vendita di apparecchi fotografici, ottica, fotografia e geodesia integrando così l’attività del laboratorio. Nel 1932 si spostò al n. 93 di via Cavour dove, dopo sedici anni, cessò per fallimento, il 29 settembre 1936. Il Sassi rappresenta il primo esempio di attività professionale limitata allo sviluppo e alla stampa, al servizio dei fotografi e dei dilettanti di fotografia. Gli studi fotografici parmigiani nel periodo in cui operò il Sassi erano quelli di Grolli, Lottici, Pesci, Pisseri, Vaghi, Zambini e Montacchini, ma era diffusa anche la pratica degli ambulanti, che si servivano in gran parte proprio dal Sassi: Ezio Mazza, valentino Stefanini & Carlo Neuhauser, giuseppe Saraceno, Giambattista Morini, Carlo Alfredo Bianchi, Ettore Ruozi, Dante De Pietri, Italo Cepollaro, Celeste Penuzzi ed Enrico Pozzi.
FONTI E BIBL.: R.Rosati, Fotografi, 1990, 296.

SASSI LUIGI
Firenze 1912-Parma 1987
Laureato alla facoltà di Architettura di Firenze nel 1937, entrò nel 1945 nel collegio dei docenti dell’Istituto d’Arte P. Toschi di Parma, che poi diresse in veste di preside dal 1974 al 1983. L’impegno didattico non lo distolse dalla professione, ciò che gli permise di costruire numerosi edifici a Parma e provincia, soprattutto nel campo dell’edilizia popolare (Ina-Casa). Portò a compimento numerosi restauri, iniziando dal riassetto di una torre nella chiesa della Steccata, sinistrata dai bombardamenti aerei del 1944. La costruzione di Santa Maria del Rosario (1960-1962) in via Isola a Parma, affiancata dal campanile, manca del proposto apparato decorativo a mosaico in facciata. Tra i progetti realizzati sono da ricordare le ville Del Bono, Salvi, Villicich, Bocchi e Sassi.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 613-614.

SASSI PIETRO
Parma 1514
Fu boccalaro e pittore, discepolo di Pier Ilario e Michele Mazzola nel 1514.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, vol. III, c. 364; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 364.

SASSOLI ADA, vedi RUATA ADA

SASSONI ANTONIO
Parma 1591/1598
Sacerdote. Fu cantore nella chiesa della steccata di Parma dal 1° gennaio 1591 al 10 aprile 1598. Il 4 luglio 1598 ottenne un beneficio nella Cattedrale di Parma e lasciò quindi la Steccata.

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata, 36; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 80.

SASSONI LORENZO
Parma 1565/1598
Sacerdote. Fu cantore nella chiesa della Steccata di Parma dal 31 gennaio 1565 al 24 luglio 1598.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 25; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 21.

SASSONIA CAROLINA MARIA TERESA, vedi BORBONE PARMA CAROLINA MARIA TERESA

SATRIA
Parma II/I secolo a.C.
Figlia di Caius. Libera, uxor di T. Spedius Vibi f., compare in epigrafe (perduta) documentata dalla tradizione manoscritta come trovata fuori porta Santa Croce, a occidente della città di Parma. Nella riproduzione del ferrarini Satria è rappresentata di età di gran lunga inferiore a quella del marito. Satrius è nomen diffuso in Italia e in Occidente. Presente in tutta la Cisalpina, in particolare in Cispadana, è documentato nella Tabula Veleiate, dove quattro sono i fundi Satriani, tre in territorio Veleiate e uno in territorio piacentino.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 160.

SATRIUS CAIUS
Parma II/I secolo a.C.
Fu probabilmente libero. Padre di Satria, il cui nome compare in epigrafe, perduta ma nota nella tradizione manoscritta, che la dice trovata fuori da porta Santa Croce, a occidente della città di Parma.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 160.

SATURNINO GIAMPEPE, vedi MONTANARI GIUSEPPE

SATURNINUS
Parma II secolo a.C./V secolo d.C.
Fu probabilmente uno schiavo, dedicante documentato in una brevissima iscrizione ritrovata, secondo la tradizione manoscritta, nel centro cittadino di Parma (perduta). Saturninus è cognomen molto diffuso soprattutto in Africa e nelle province celtiche. Molto documentato in tutta la Cisalpina, è presente anche nella Tabula Veleiate e in questo solo caso a Parma. Data la brevità dell’iscrizione, non è possibile formulare, se non in modo approssimativo, una ipotesi di datazione.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 161.

SAUSSAT CARLO
Colorno-12 giugno 1796
Scolaro nell’Accademia di Parma di Benigno Bossi, si perfezionò poi a Parigi. Incise Il ripudio di Agar (1776), Madonna col bambino, dal Sassoferrato (1781) e S. domenico, dal Bossi.FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 1751-1800, 259; U. Thieme-F. Becher, XXIX, 495; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 161; P. Martini-G. capacchi, Incisione a Parma, 1969.

SAUSSATL CLAUDIO, vedi SAUSSAT CARLO

SAVANI PIETRO
Tornolo 16 novembre 1884-Aibonito 25 maggio 1964
Entrò come Figlio di Maria nel collegio San Benedetto di Parma su sollecitazione di don Baratta. Fu professore a Lombriasco dal 29 settembre 1905. Dopo i voti fu inviato in argentina, a Viedma. Il 1 maggio 1914 fu consacrato sacerdote a La Plata. Lavorò molti anni come missionario nella Patagonia. Fu direttore a Bahìa Blanca (1921-1923), a Viedma (1923-1934) e poi parroco e vicario foraneo a Neuquén (1934-1937). Fu solerte compagno di viaggio e guida a don Pietro Berruti, che fece la visita straordinaria nella Patagonia. Poi fu nominato ispettore delle Antille-Messico (1937-1946). Ristabilì il noviziato, organizzò l’insegnamento del catechismo con gare annuali e fondò nuove case, a Matanzas, a Camaguey e a Moca. Diede fondamento all’opera salesiana anche a Porto Rico. Dedicò gli ultimi anni della vita alla casa di formazione di Arroyo Naranjo (Cuba) e poi di Aibonito (Porto Rico).
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico Salesiani, 1969, 254.

SAVANI PRIMO
Berceto 12 marzo 1897-Parma 15 gennaio 1977
Nato da famiglia di modeste condizioni, primo di sette fratelli, a soli 17 anni ottenne l’abilitazione magistrale con il concorso di premi e di borse di studio che seppe meritare grazie al naturale ingegno e alla ferma volontà. Dedicatosi all’insegnamento, affrontò contemporaneamente gli studi di giurisprudenza, anche per poter meglio contribuire all’azione politica socialista, da lui intrapresa nella prima giovinezza e che lo portò ad assumere la responsabilità di segretario della sezione di Parma. Tenace oppositore della nascente dittatura fascista, fu tra i fondatori del Circolo universitario antifascista (1924). Ne divenne segretario impegnandosi fin da allora a sostegno di una visione unitaria dell’iniziativa democratica. Fu tra i promotori, nel 1940, di un Comitato d’azione antifascista nel quale rappresentò il Partito Comunista, cui nel frattempo aveva aderito. Dopo l’8 settembre 1943 il Savani salì ai monti come partigiano, con il nome di battaglia Mauri. Ebbe i genitori arrestati. La moglie e le due figlie, per sfuggire alle persecuzioni, condivisero la sua vita di partigiano. Quando nel 1944 le formazioni parmensi decisero di costituire un comando unificato, sotto la denominazione di Comando Unico Operativo per la provincia di Parma, il Savani acquisì il grado di Commissario politico a fianco di Giacomo di Crollalanza, il leggendario comandante Pablo. Nel nuovo e delicato incarico si espressero tutte le doti di equilibrio e la chiara visione politica del Savani: gli è riconosciuto il merito di essere stato tra gli artefici della raggiunta unità delle forze partigiane. Il primo atto del Comando Unico operativo sull’organizzazione delle formazioni, sui loro rapporti e sul comportamento dei partigiani anticipa al riguardo le norme emanate nel marzo 1945 dal Comitato di Liberazione Nazionale-Alta Italia. Particolare cura fu prestata dal Savani anche all’amministrazione delle giustizia, a cui venne preposto l’avvocato Druso Parisi. Alla fine del conflitto il Savani rivestì per un biennio le funzioni di pubblico ministero presso la Corte d’assise straordinaria. Eletto nel 1946 sindaco di Parma, seppe essere un amministratore capace e scrupoloso, pur in un’epoca particolarmente difficile. Presidente della Provincia nel 1950, mantenne tale incarico per dieci anni. Sotto la sua guida furono intraprese diverse opere pubbliche: il ponte sul Po a Casalmaggiore e il progetto sull’autocamionale della Cisa, il piano di trasformazione della T.E.P. Inoltre furono attuate iniziative culturali ispirate alla lotta di liberazione e che suscitarono vasta eco in campo nazionale, come il premio Città di Parma per un’opera sulla Resistenza, vinto da Ubaldo Bertoli con La Quarantasettesima, il monumento al partigiano, progetto di alto livello artistico, vincitore alla Biennale di Venezia, realizzato da Marino Mazzacurati con la collaborazione dell’architetto Lusignoli. Di pari importanza artistica è l’affresco della sala del Consiglio provinciale, eseguito da Armando Pizzinato, che illustra i momenti salienti delle lotte per il riscatto sociale e per la conquista della libertà nel Parmense. Del Savani vanno ricordate la passione regionalistica e la cultura giuridica. Alcuni suoi scritti precorrono l’Ente regione e furono apprezzati per la visione differenziata degli aspetti delle autonomie. Presidente dell’associazione Nazionale partigiani Italiani provinciale fin dal suo sorgere, il Savani si prodigò con passione alla vita del sodalizio. testimonianza del suo legame ininterrotto con gli uomini e le idee della resistenza rimane il suo volume Antifascismo e guerra di liberazione a Parma, edito da guanda.
FONTI E BIBL.: P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 15 gennaio 1978, 8; T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 70-71.

SAVANI UBALDO
Berceto 6 marzo 1862-Sala Baganza 16 ottobre 1921
Figlio di Pietro Antonio e di Maddalena Foussereau, entrò nel Seminario di Berceto. A Parma il Savani compì gli studi teologici durante il rettorato del canonico Andrea Ferrari, che gli fu professore di teologia morale e pro-vicario generale dopo la consacrazione presbiterale avvenuta il 20 settembre 1884, per ministero del vescovo Giovanni Miotti. Il Savani, novello sacerdote, fu nominato coadiutore a Langhirano per pochi mesi, indi fino all’ottobre 1887 a Tizzano, dove, per circostanze speciali, si richiedeva l’opera di un sacerdote pio e di non comune prudenza (Fornari). Dopo essere stato arciprete a Mulazzano, fu designato a succedere a Pietro Ghironi, arciprete di Sala baganza, morto l’8 dicembre 1893. Fu lo stesso vicario capitolare della diocesi, Pietro Tonarelli, a immetterlo nel reale possesso della parrocchia, domenica 14 ottobre 1894. La comunità parrocchiale di Sala Baganza contava 2200 abitanti, distribuiti in 400 famiglie. Il capitale era in mano a pochi e la maggior parte dei capifamiglia era costituita da piccoli artigiani e operai giornalieri. Così il Savani descrive la parrocchia al vescovo: La parrocchia di Sala lascia a desiderare non poco sotto il lato morale e religioso. Sia la chiesa che i Sacramenti sono frequentati dalle donne nella grande maggioranza, ma non così dagli uomini, dei quali pochissimi sono i praticanti. Vi hanno società antireligiose: circolo anarchico, circolo socialista sindacalista. Tengonsi con una certa frequenza adunanze e si cerca di allontanare dal prete specialmente la gioventù. Alcune conferenze, tenute nel locale delle leghe, furono contro la Religione, il Clero, l’Autorità civile e religiosa. La stampa cattiva è purtroppo diffusa. Le copie dell’internazionale si vendono a centinaia ai sindacalisti del paese; pure le copie dell’Idea sono presenti assieme a quelle dell’Asino. È diffuso anche il Corriere della Sera (30 copie circa al giorno), alcune copie del Secolo e altri periodici anarchici di Milano, Spezia, Ancona. In parrocchia si leggono 10 copie dell’Avvenire, n. 15 copie della giovane Montagna, alcune copie del Giornale del Popolo, l’Unione di Milano, la Civiltà cattolica. Vi ha l’oratorio festivo per la Gioventù femminile presso le revv. Suore Figlie della Croce, presenti in questa parrocchia fin dal 1856. In apposito locale, separati dalle bambine, vi convengono anche i maschi, sotto la guida del Cappellano. Vi hanno alcuni matrimoni prettamente civili. Nelle scuole pubbliche non s’insegna il catechismo e ciò dietro proibizione dell’amministrazione comunale. Le Suore, però, che sono pure maestre comunali, continuano ad insegnare il catechismo, come per il passato. Il corpo degli insegnanti comunali, però, tutte maestre e un maestro, è buono. Nelle scuole non si fa proselitismo antireligioso, né in esse vengono distribuiti libri contrari alla fede e al buon costume. Pochissimi di Sala emigrano, giacché hanno qui mezzi di guadagno. Solo dopo lo sciopero del 1908 alcuni braccianti, specialmente muratori, andarono in Svizzera. Il giorno festivo è profanato, specialmente nei mesi estivi. La condotta dei notabili, in generale, è abbastanza buona. I dipendenti, facendo parte nella grande maggioranza del partito socialista sindacalista, sono irrequieti e non vogliono sapere di obbedienza. I disordini principali sono costituiti dai matrimoni civili e dai funerali civili, fatti però da povera gente allevata in famiglie senza fede. Nei primi mesi del suo servizio pastorale istituì la Pia Unione delle Madri Cristiane, che vide un numero elevatissimo di iscritte. Raggruppò la gioventù femminile nell’associazione delle Figlie di Maria. Fondò per i giovani il Circolo Giovanile Cattolico. Per opera del Savani, nel 1902 fu istituita la Cassa Rurale e come conseguenza immediata nel settembre 1903 fu costituita l’Unione Agricola tra Piccoli proprietari, della quale il Savani fu animatore a vantaggio della categoria interessata. Morì a 59 anni, consunto da cirrosi.
FONTI E BIBL.: G. Pelizzari, in Per la Val Baganza 2 1978, 60-62.

SAVAZZINI AMALIA
Parma-post 1793
Nel 1793 cantò in un’opera del giovane Paër (I pretendenti burlati) nel teatrino di medesano.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario., 1998.

SAVAZZINI ANTONIO
Parma 14 luglio 1766-Parma 3 giugno 1822
Scolaro di Pietro Ferrari, ricevette nel 1785 un premio per il pastello Edipo e la Sfinge. Dal 27 aprile 1816 divenne professore di disegno all’accademia di Parma, dove operò anche come restauratore. Di lui rimane un Ritratto di Maria Luigia nella sala delle lauree dell’università di Parma e una Sacra Famiglia, già nella chiesa di Santa Maria delle Grazie nella medesima città, poi trasferita nella Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: Archivio Accademia di Belle Arti, Atti, vol. I, 1770-1793; E. Scarabelli Zunti, documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, vol.
VIII (1751-1800); U.Thieme-F. Becker, vol. XXIX, 1935; G. Copertini, Pittori dell’Ottocento, in archivio Storico per le Province Parmensi 1954, 150; dizionario Bolaffi pittori, X, 1975, 179-180; Arte a Parma, 1979, 198.

SAVAZZINI CAROLINA
Parma 17 gennaio 1828-Parma 2 aprile 1843
Figlia di Ferdinando, fu una precoce pianista e a tredici anni iniziò lo studio dell’arpa.Dette numerosi concerti: a otto anni fu al Teatro di cremona (13 giugno 1837) e al Teatro ducale di Parma (2 e 14 ottobre), presente anche la duchessa Maria Luigia d’Austria.L’anno dopo dette accademie in diverse città della Lombardia (tra cui il 12 dicembre al Teatro Re di Milano).Fu ancora al Teatro Ducale di Parma: nell’intermezzo di uno spettacolo di prosa (23 febbraio 1839), nel ridotto in un concerto dell’Accademia filarmonica Ducale, nel quale si esibì a quattro mani con il fratello Federico (10 giugno 1842), e in un’accademia a suo beneficio, nella quale cantò anche il baritono Cosselli (1° marzo 1843).Morì un mese dopo questo concerto.
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Gazzetta di Parma 5 aprile 1843; Stocchi.

SAVAZZINI ETTORE
Castell’Arquato 15 ottobre 1859-Parma 22 marzo 1944
Ancora fanciullo, seguì la sua famiglia a Soragna, dove il padre Federico fu chiamato a dirigere una scuola di musica e il concerto bandistico del luogo. Il Savazzini frequentò le scuole elementari a Soragna e compì gli studi ginnasiali presso il sacerdote Vincenzo toscani. Entrato nel Seminario di Parma nel 1876, percorse con lode le classi liceali e i corsi teologici, essendo rettore dell’Istituto il canonico Andrea Ferrari. Mentre il Savazzini era decano della disciplina, ebbe nella sua camerata Guido Maria Conforti, alunno delle scuole ginnasiali. Ancora studente di teologia, il Savazzini fu scelto dal vescovo Villa perché coadiuvasse il cancelliere della Curia nel disbrigo delle pratiche d’ufficio. Fu ordinato sacerdote il 4 marzo 1882 da monsignor domenico Villa, che lo volle suo Segretario dal 1883 al 1886. Monsignor Miotti lo confermò nell’importante e delicato ufficio, nominandolo anche cappellano della Chiesa di Santa Lucia in Parma. Portato per natura al raccoglimento, allo studio e alla pietà, il savazzini si portò poi nel Collegio dei Padri Gesuiti di Porto Re, presso Fiume. Richiamato in Diocesi dal Miotti, fu nominato Prevosto dell’importante Collegiata di Santa Margherita di Colorno (1886-1902). Essendo fornito di una solida cultura e di eccellenti doti oratorie, fu invitato molto spesso per predicazioni, specialmente nei grandi centri rivieraschi del Po. Durante il suo ministero a Colorno, fu nominato da monsignor Francesco Magani professore nel Seminario Maggiore di Parma. Inoltre il Savazzini istituì nella sua canonica un corso di lezioni elementari e ginnasiali. Il 18 dicembre 1901 monsignor Magani nominò il savazzini parroco della chiesa del Santo sepolcro di Parma, dove rimase quarantadue anni e dove fondò il Circolo San Raffaele. Il Magani lo nominò nel 1902 Canonico onorario della Basilica Cattedrale di Parma. Fu professore nel Seminario di Parma di Sacra Scrittura, teologia fondamentale, Pastorale, Eloquenza e di Arte Sacra. Il Conforti lo nominò Rettore del Seminario Maggiore per gli anni 1919-1920. Dal 1927 al 1932 ricoprì la carica di Direttore Spirituale del Seminario. Insignito dell’onorificenza di Prelato Domestico di Sua Santità in occasione delle sue nozze d’oro sacerdotali (1932) e di Cavaliere Ufficiale del Santo sepolcro, fu nominato da monsignor Colli vicario vescovile per le religiose. Fu inoltre socio della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi. Morì a 84 anni di età, dopo avere servito ben cinque vescovi e avere ricevuto da essi sempre grande stima e fiducia.
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 182-184; R. Lecchini, Suor Maria Eletta, 1984, 8; Il seminario di Parma, 1986, 100.

SAVAZZINI FEDERICO
Parma 3 giugno 1830-Parma 9 febbraio 1913
Venne iniziato alla musica dal padre ferdinando. Come alunno esterno presso il Regio conservatorio di Parma, riuscì egregio professore di tromba. Fu carissimo al Silva, che spesso sostituì al Teatro Ducale e nelle esecuzioni di messe e sacre funzioni. In composizione ebbe maestro il padre, che gli insegnò pure l’organo. Dal 1858 al 1876 fu organista, direttore della banda della guardia nazionale e docente alla scuola di musica di castell’arquato.verdiano appassionato, da castell’arquato si recava nelle feste solenni alle Roncole per suonarvi l’organo.Dal 1864 fu anche direttore della società filarmonica di soragna e dal 1876 all’aprile 1893 organista della parrocchia. Scrisse molte marce e ballabili, assai piacevoli, pur essendo contenuti in forma classica. Compose una Messa, vari inni sacri e una sinfonia, Adele, da lui dedicata al re Vittorio Emanuele II di Savoja, dal quale ebbe un rescritto sovrano di lode e di ringraziamento. La sinfonia fu anche eseguita dalla banda del 2° Reggimento Granatieri nella piazza garibaldi di Parma. Per molti anni (dal 1891 al 1913) il Savazzini tenne il posto di organista della Cattedrale di Parma, avendo sostituito il vecchio titolare Savi.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 179; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 138-139; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SAVAZZINI FERDINANDO
Parma 8 febbraio 1803-Parma 31 dicembre 1861
Nato da Carlo e Luigia Pescatori. Fece gli studi a Parma. Poi, come maestro e organista, si portò a Monticelli d’Ongina (1835), a busseto (1855), a Borgo Taro (1831)e a fiorenzuola d’Arda (1845). Di là fu richiamato a Parma (1858), come maestro al Collegio dei nobili, da Maria Luigia d’Austria. Tenne questo incarico fino alla morte. Fu valente organista e perciò fu invitato a suonare nelle feste più solenni e con orchestre celebrate alla chiesa della Steccata e in Cattedrale, tra l’altro in occasione dell’ingresso di monsignor Loschi, eletto vescovo di Parma (12 maggio 1831). nell’estate del 1830 e dal 15 luglio al 17 agosto 1831 fu maestro dei cori al Teatro ducale di Parma. Scrisse per il Teatro il ballo giocoso Il medico avaro, rappresentato il 20 febbraio 1840. Alcune sue composizioni furono date alle stampe, tra le quali una fantasia a grande orchestra composta per la celebre ballerina Fanny Cerreto, eseguita al Regio Teatro di Parma il 26 e il 30 gennaio 1844. Si ricorda ancora un suo Tantum Ergo per baritono di grande effetto, più volte eseguito in cattedrale, e una Messa da Requiem con orchestra, che fu eseguita alle sue esequie nella chiesa di San sepolcro. Negli ultimi anni di vita attese a comporre l’opera il Podestà, rimasta incompiuta.
FONTI E BIBL.: Archivio della Fabbriceria della cattedrale di Parma, Mandati 1831; P. Bettoli, I nostri fasti musicali, Parma, 1875, 148; P.E. Ferrari, Gli Spettacoli, Parma, 1884, 130 e 135; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 271.

SAVAZZINI GIOVANNI
Parma 1883-Parma 21 giugno 1948
Competente e appassionato dell’agricoltura e dei suoi problemi, fu per vari anni capo dell’ispettorato agrario della provincia di Parma. Continuò assai degnamente l’opera del grande pioniere e maestro Antonio Bizzozero. Scrisse di agricoltura su vari giornali con la competenza che gli derivava dalla vasta pratica della materia.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 139.

SAVI ALFONSO
Parma 29 dicembre 1773-Parma 8 maggio 1847
Compì studi letterari e filosofici all’Università di Parma e fu quindi allievo di violoncello e contrappunto di Gaspare Ghiretti. Fece parte dell’orchestra del Teatro Ducale di Parma e fu attivo come compositore. Il 1° luglio 1795 (era violoncellista già da otto anni) fu nominato violoncellista soprannumerario della Reale Orchestra, alternando l’attività strumentale con la composizione (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri, 1802-1806, B. 6).Il 31 ottobre 1816 gli fu concesso di rivestire l’uniforme decretata da S.M. per i professori in proprietà della Reale Orchestra.Vice direttore della musica vocale della risorta Accademia Filarmonica di Parma, fino al 1831 suonò nelle cappelle della Steccata e della Cattedrale.Tra il 1826 e il 1829 fu insegnante di violoncello e di contrappunto al Collegio Lalatta e, con il decreto istitutivo del Collegio Maria Luigia (10 dicembre 1831), fu nominato docente dello strumento.Apprezzato anche come maestro di canto, poté vantare diversi buoni allievi.Nel 1832 concorse per il posto di insegnante della scuola di canto istituita nell’Ospizio delle Mendicanti, ma gli venne preferito Antonio De Cesari.Per la morte di Pietro Rachelle, dal Carnevale del 1837 prese nell’orchestra il posto di violoncello al cembalo, posto che un anno dopo lasciò a Carlo Curti. Il Savi compose le seguenti opere teatrali: La tazza incantata (Parma, 1811), La trombetta ossia I due mariti gelosi (A. Sarti; Parma, 1812), Luigia e Leandro o L’amante prigioniero (L. Romanelli; Parma, 1814); e l’astuzia di un amante, balletto (Parma, 1825). Inoltre scrisse messe, salmi, vespri (da segnalare la messa e il vespro a grande orchestra eseguiti in occasione dei funerali della duchessa Maria Amalia, 1802) e altra musica sacra, sinfonie (tra cui, Sinfonia Pastorale, 1822), quartetti, terzetti e duetti per archi e fiati.
FONTI E BIBL.: C. Gallico, Le capitali della musica, Parma, 1985, 133; Dizionario Musicisti UTET, 1988, VI, 593; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SAVI DEMETRIO
Parma 23 ottobre 1814-
Figlio di Alfonso, studiò violoncello con il padre, per dedicarsi poi al contrabbasso, con il quale suonò come aggiunto della Ducale Orchestra di Parma.Nel 1838 fu primo contrabbasso per i balli nella stagione di carnevale del Teatro Comunale di Reggio Emilia.trasferitosi a Piacenza, fu primo contrabbasso del Teatro Comunitativo e, in occasione del riordino del Teatro e della scuola di musica degli anni 1839-1843, per concorso venne nominato contrabbasso al cembalo e docente della scuola.Il 19 dicembre 1839 prestò giuramento per essere annoverato tra i dipendenti in organico del Comune.
FONTI E BIBL.: Censi, 20; Fabbri e Verti; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SAVI GIOVANNI
Vigatto 1899/1917
Figlio di Carlo. Soldato del 16° Battaglione d’assalto, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Porta feriti, dava costante prova di sprezzo del pericolo, preoccupato soltanto di portare in salvo i nostri caduti, colpito egli stesso al viso da una scheggia di granata nemica, rimaneva al proprio posto, continuando l’opera pietosa (Gallio, 10 novembre 1917).
FONTI E BIBL.: A. Coruzzi, Caduti di Vigatto, 1924, 54.

SAVI GIUSEPPE
ante 1826-Parma agosto 1860
Fu organista nella Cattedrale di Parma fino dal 1 febbraio 1826 in sostituzione del Giavarini. Il Savi fu anche organaro: pulì e accordò l’organo della Cattedrale nella primavera del 1828. Per molti anni esercitò la sua professione in Cattedrale: solo il 23 novembre 1858 venne eletto organista Giuseppe Frattini, come suo sostituto (ed effettivo alla sua morte).
FONTI E BIBL.: Archivio della Fabbriceria della Cattedrale di Parma, Mandati dal 1826 al 1860; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 249.

SAVI LUIGI
Parma 15 aprile 1803-Firenze 3 gennaio 1842
Nacque da Alfonso. Compì in Parma gli studi, ed ebbe a maestro il padre, violoncellista e compositore di musica sacra. Dal Carnevale del 1823 (dove nel programma della stagione di Fiera è indicato del Duca di parma) fu primo violoncello al cembalo al Teatro di Reggio Emilia, tenendo l’incarico fino al 1830, anche quando, nel Carnevale del 1825, utilizzando il libretto già usato dal padre nel 1814, presentò al Teatro di Reggio Emilia Luigia e Leandro ossia L’amante prigioniero. Debuttò al nuovo teatro Ducale di Parma con una cantata, Il tempio della clemenza (parole di marc’antonio molesini), la sera del 9 agosto 1831 in occasione delle feste dedicate alla duchessa Maria Luigia d’Austria che ritornava da Piacenza alla capitale dopo i moti rivoluzionari di quell’anno. Nella stagione di carnevale 1833-1834 si presentò (22 gennaio 1834) ai suoi concittadini con un’opera di genere grandioso, Il Cid, su libretto del poeta melodrammatico romano Jacopo Ferretti. La cantarono due interpreti famosi: la prima donna schöberlechner e il tenore Moriani. Ebbe un successo clamoroso di pubblico: grandi applausi e pezzi bissati (specialmente un coro, quello dei saraceni, scrive il Ferrari, fu trovato lavoro grandioso, vario, di tinte originali, da non disdire a qualsiasi bella rinomanza). La critica invece non gli fu favorevole: sulla Gazzetta di Parma Luigi Torrigiani non esitò a esprimere acerbe critiche sia contro il librettista, sia anche, se pure in tono minore, contro la musica. Poco dopo (1836) il Savi se ne andò a Firenze. Nella città medicea, dove fu ben accolto e assai stimato, poté vedere rappresentata al Teatro alla Pergola il 31 gennaio 1838 (con esito ottimo) la sua Caterina di Cleves e nel 1839 il suo Salvini e Andelson. Tali opere furono poi messe in scena a Roma al Teatro Argentina, il che gli valse il 25 novembre 1839 la nomina di Accademico filarmonico Tiberino. Una sua quarta opera, L’avaro o Un episodio del San Michele, su libretto di Felice Romani, composta per il teatro Carlo Felice di Genova nell’anno 1840, fu per diciotto sere sempre applaudita. Ridatavi per ventidue sere nell’autunno del 1842 (con successo), ritornò sulle stesse scene per nove sere nel 1849. La Caterina di Clèves fu eseguita per dieci sere anche al Teatro alla Scala di Milano nell’autunno del 1841, dove ebbe a esecutori la Fink-Lhor, Marietta Brambilla, Carlo Guasco e Felice Varesi. Il Savi morì a soli 38 anni d’età. Firenze non esitò a decretargli onoranze solenni e lo volle sepolto nel tempio di Santa Croce, dove un’artistica epigrafe, poco discosta dal monumento a Rossini, lo ricorda con queste parole: Al parmense Luigi Savj di anni 38 nell’Arte Musicale compositore celebratissimo e dottissimo institutore da inopinata morte rapito alle speranze della patria all’amore dei suoi il 3 Gennaio 1842. I genitori e i fratelli inconsolabili posero. Il Savi compose le seguenti opere teatrali: Il Cid (libretto J. Ferretti; Parma, 1834), Caterina di Cleves (F. Romani; Firenze, 1838), Adelson e Salvini (J. Ferretti; Firenze, 1839) e L’Avaro ossia Un episodio del S. Michele (F. Romani; Genova, 1840). Inoltre compose Il Tempio della clemenza, cantata (Parma, 1834), quattro quartetti (opera 4 e 5), dodici duetti e un Capriccio per violino e contrabbasso, pezzi per pianoforte e romanze.
FONTI E BIBL.: R.Regli, Dizionario biografico Artisti, 1860, 492; G.N. Vetro, in Gazzetta di Parma 11 febbraio 1980, 3; M. Ferrarini, in Aurea Parma 1-3 1943, 47-48; N. Pelicelli, Musicisti in Parma, in Note d’Archivio, 1935 e 1936; dizionario Musicisti UTET, 1988, VI, 593; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SAVI LUIGI
Parma-post 1893
Forse figlio di Demetrio, fu docente di contrabbasso al Liceo musicale di Piacenza fino al 1879.Da quanto scrive il Billé, fu uno degli strumentisti che maggiormente si dedicò alla composizione e alla trascrizione di duetti assai utili per addestrare gli allievi alla musica d’assieme.Del Savi si conoscono: Studi progressivi per contrabbasso (Biblioteca del Conservatorio di Piacenza, ms. in tre volumi), 12 duetti ed un capriccio, per contrabbasso e violino (Milano, Ricordi), 3 duetti, per contrabbasso e violino (Milano, Ricordi), Studi per contrabbasso (biblioteca del Conservatorio di Parma, ms.), Duetti, per contrabbasso e violino (1893; biblioteca del Conservatorio di Parma, due volumi manoscritti).
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario., 1998.

SAVI MICHELE
-Parma 3 aprile 1848
Fu nominato organista della chiesa della steccata di Parma il 10 maggio 1823, ma solo dal 24 aprile 1829 sostituì effettivamente il suo predecessore, Pietro Giavarini. Il Savi venne giubilato nel luglio 1843. Dopo qualche tempo si ammalò e dal 14 febbraio 1848 ebbe un sussidio caritatevole.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata; Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 247.

SAVINI LUIGI
Cortile San martino-post 1940
Tenore, allievo del Conservatorio di musica di Parma, nel 1919 debuttò negli spettacoli dell’estate Milanese e nel marzo 1940 cantò al Teatro Puccini di Milano in Bohème (Rodolfo) e nella Butterfly (Pinkerton).
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

SAVINI MARINO
Cortile San Martino 1946-Parma 1 luglio 1995
Visse fino ai venti anni a Milano e poi si trasferì nuovamente a Parma con i genitori Igino e Maria. Si laureò in Medicina nell’Ateneo di Parma nel 1973. Nel 1977 conseguì la specializzazione in radiologia e nel 1980 quella in tisiologia e malattie dell’apparato respiratorio. Dopo aver ricoperto, fino al 1976, l’incarico di assistente radiologo, divenne aiuto di radiologia diagnostica e, dal 1990, responsabile della radiologia pneumologica dell’Ospedale Rasori di Parma. Dal 1986 al 1991 svolse le mansioni di primario. Per diversi anni inoltre il Savini insegnò radiologia del torace, come professore a contratto, nelle scuole di specializzazione in Radiologia e Pneumologia della Facoltà di Medicina dell’Università di Parma. Con il suo lavoro diede continuità alla scuola di radiologia del torace di Mario Miglio, primario della radiologia del Rasori fino al 1986, ampliandola con l’acquisizione di nuove tecniche diagnostiche, come la Tac. Il suo studio si rivolse soprattutto alle interstiziopatie polmonari, malattie di varia origine che interessano il tessuto del polmone.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 luglio 1995, 6.

SAVIOLI ALESSANDRO
Parma 12 agosto 1544-post 1623
Fu attivo dal 1597 al 1600 in Sant’Alessandro a Bergamo come maestro di cappella e tenne analogo incarico nel Duomo di Salò sicuramente negli anni 1615 e 1616, probabilmente fino al 1621 (il 13 aprile venne nominato maestro Camillo Orlandi).Qui riordinò la cappella musicale, portò i cantori stipendiati a otto e riordinò l’archivio musicale, facendo acquistare alla Municipalità parecchie musiche per tutte le funzioni solenni. Fu autore delle seguenti composizioni: Madrigali a 5 voci libro I (Venezia, 1595), Madrigali a 5 voci libro II (Venezia, 1597), Salmi intieri a 5 voci (Venezia, 1597) e Madrigali a 5 voci libro III (Venezia, 1600). Inoltre cinque canzonette (quattro a 3 voci e una a 4) e 2 madrigali a 5 voci in raccolte dell’epoca.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musicisti in Parma nei sec. XV-XVI, in Note d’Archivio, 1932; C. Sartori, Giulio Cesare Monteverde a Salò: nuovi documenti inediti, in Nuova Rivista Musicale Italiana, 1967; Dizionario Musicisti UTET, 1988, VI, 595; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SAVJ, vedi SAVI

SAVOJA MARIA TERESA FERDINANDA
Roma 19 settembre 1803- San Martino in Vignale luglio 1879
Figlia di Vittorio Emanuele e di Maria Teresa d’Austria. Buona parte delle notizie che la riguardano sono tolte da una autobiografia che la Savoja scrisse dietro suggerimento di un suo confessore. Il giorno dopo la nascita fu battezzata dal pontefice Pio VII. Passò l’infanzia in Sardegna, dove i Savoja si erano rifugiati. Partecipò alle feste di Corte con l’entusiasmo e la gioia della fanciullezza, che però controbilanciava con penitenze: una tendenza a una scrupolosa religiosità che si alterò nell’età matura trasformandosi in vera e propria mania. Dopo il Congresso di Vienna, Vittorio Emanuele di Savoja, rientrato in possesso dei suoi Stati, tornò a Torino. Negli anni dell’adolescenza trascorsi nella capitale sabauda la Savoja provò (per sua stessa ammissione) una affettuosa simpatia per il cugino Carlo Alberto di Savoja. Andò sposa a diciassette anni a Carlo Ludovico di Borbone. Fu il padre a condurla a Viareggio dallo sposo. Il marito, definito dai suoi biografi una macchietta divertente e originale, stravagante ed estroso, grande amatore del bel sesso, non poneva limiti di alcuna convenienza al suo libertinaggio, non ebbe alcun rispetto né affetto per la Savoja, che visse la maggior parte della sua vita nello sgomento e nella solitudine della splendida villa di Marlìa. Malgrado l’estrema villania e i gravi difetti del marito, la Savoja gli fu fedelissima. Accorata per la sua freddezza, si chiuse in se stessa, trovando conforto solo nella sua religiosità. Un vero angiolo venne definita per la squisita signorilità e fresca leggiadria con cui si comportò nel 1829 alla corte di Dresda, dove era andata col marito. Chi la vide presso altre corti confermò questo giudizio. Col passare degli anni, i rapporti, apparentemente corretti, dei due coniugi subirono delle incrinature e si ebbero scoppi di malumore e sfuriate. A poco a poco la Savoja si estraniò alla vita coniugale e da quella di Corte, offesa dalla condotta del marito, i cui numerosi tradimenti sopportò con la massima dignità, e si dedicò sempre maggiormente alle pratiche religiose. L’isolamento quasi continuo nel quale la Savoja visse, dapprima a Marlìa, poi alle Pianore, ne alterò gradualmente l’indole e il carattere, di modo che la sua innata pietà accennò a diventare mania religiosa. Come sovrana di Parma non lasciò alcun ricordo: fu effettivamente duchessa solo per quattro mesi, dalla morte di Maria Luigia d’Austria al 18 aprile 1848, giorno in cui Carlo Ludovico di Borbone nominò una reggenza rinunciando ai suoi diritti di sovrano, poi abbandonò il ducato per trasferirsi a Weistropp, in sassonia, da dove passò a Parigi, vivendovi come uno scapolo molto discolo. La Savoja, d’accordo con il marito, dopo la tragica morte del figlio Carlo, si ritirò in una sua villa presso viareggio, nel parco della quale fece erigere una cappella e un monumento per il figlio. Visse senza dame né cavalieri: solo il cappellano confessore abitò con lei e le uniche visite che riceveva erano quelle del suo amministratore. Negli ultimi anni visse nella sua prediletta villa di San Martino in Vignale, sulle colline lucchesi, preda troppo prematura dell’arteriosclerosi cerebrale che ne attutiva con progressione anche troppo rapida la facoltà dell’intelletto. La Savoja fu priora emerita della Compagnia del sant’angelo custode di Parma. Quando si chiuse la sua infelice esistenza, fu rivestita delle candide lane del terzo ordine di San Domenico.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia S. Angelo Custode, 1853, 49; C. Artocchini, Padrone di Parma e Piacenza, 1975, 81-84.

SBRAVATI GIUSEPPE
Parma 1743-Parma 29 ottobre 1818
Nato da Pietro Paolo, plastico anch’egli, e da Angela Folli. Sposò Angiola, più giovane di circa dieci anni. Forte del primissimo insegnamento paterno, lo Sbravati si trovò nel 1760 (come dichiarò un quarto di secolo più tardi) nell’orbita ducale della Corte di Parma, probabilmente per merito del ministro Du Tillot, del quale infatti ebbe la protezione ch’eragli di grandissimo vantaggio (Bertoluzzi). Servì per almeno cinque anni nella nuova Fabbrica della Maiolica impiantata dal Piacentini. Nel giugno 1766 questi annotò che in passato addirittura sonosi spedite in Ispagna varie Casse di Figure formate in questa stessa Fabbrica. In mancanza di altre informazioni, si può supporre trattarsi di una collaborazione con la famosa Manifattura del Buen Retiro, ex Capodimonte, che cominciò a produrre proprio nel 1760. Sembra probabile che la manifattura di Parma (e quindi lo Sbravati), più che partecipare alle decorazioni con scene cinesi e classiche nei gabinetti dei palazzi reali di Aranjuez e Madrid, realizzasse lotti di quei sontuosi servizi da tavola o di quelle numerosissime figure, gruppi e rilievi con soggetti mitologici, religiosi e di genere (pur sempre legati ai modelli partenopei) ben noti agli studiosi e al pubblico. Lo Sbravati alla metà del 1765 era presente nella classe di Jean-Baptiste Boudard in Accademia di Belle Arti a Parma, avendo forse già lasciato la Fabbrica. Ciò potrebbe sorprendere un poco, vista una certa concorrenza che sembrò esserci tra suo padre e il francese al momento di collocare sei statue in terracotta nella facciata della chiesa di San Vitale. L’inedito cronista Sgavetti, infatti, sottolinea il 22 settembre 1761 che Pietro Paolo Sbravati queste ce le a fate per sempre più farsi conoscere dal Figurista di Corte Monsieur Dubudar. In Accademia lo Sbravati vinse il 24 giugno 1765 il primo premio per il bassorilievo con Galatea ammirata dal pastorello Aci, avendo osservato un disegno leggerissimo e di giusta proporzione nelle figure, con buon gusto negli accessori. Da una sua lettera all’abate Frugoni si apprende che si ripresentò il 2 ottobre 1766 con un rilievo allegorico rappresentante il progresso della Pittura. Nel frattempo aiutava a giornata il Boudard nei suoi lavori. Questi morì il 17 ottobre 1768, cioè poco dopo che, tra aprile e agosto, Cousinet e lo Sbravati (pagato a metà dal maestro e dalla Corte) realizzassero in piccolo i modelli dei quattro obelischi istoriati previsti dal Petitot ai fianchi degli ingressi dell’utopico e mai costruito Palazzo Ducale. Esiste al riguardo, oltre a due contratti col Boudard, un foglietto volante (relativo a conti posteriori dello Sbravati) con indicato il Palazzo del Giardino come sede del nuovo atelier e la notizia che lo Sbravati dopo l’anno 1768 non ha più conseguita alcuna giornata, venendogli pagati di mano in mano i lavori che ha fatti. Anche senza l’appoggio boudardiano, nel 1770 si aggiudicò in Accademia il premio per il Nudo in modello e di lì a poco maturò l’importante commissione decorativa per l’oratorio ducale di Copermio, presso Colorno. Lo Sbravati venne iscritto nei ruoli annuali sopra la Cassa segreta del Duca e quindi non appare quasi mai in modo diretto nei minutissimi pagamenti riguardanti l’impresa. Fu presente a Copermio al tempo della partenza da Parma del Du Tillot (che fu avverso all’erezione dell’edificio), dal novembre 1771 (quando negli elenchi dei giornalieri gli risulta assegnato per la prima volta un muratore come aiutante) al 17 settembre 1772, vale a dire anche dopo l’inaugurazione dell’oratorio costruito affrettatamente. Oltre ai pasti consumati presso l’oste del luogo, i documenti restituiscono i materiali usati dallo Sbravati: dalle padelle di scagliola cotte nel forno del panettiere alle sagome per cornici e ornati e agli utensili in acciaio (eseguiti espressamente dal fabbro ducale) per modellare i rilievi della cupoletta, nel tamburo e nel cornicione sottostanti. Va notato che la fornitura di tela greggia servì per realizzare le parti troppo aggettanti ovvero gli angioletti che mascherano le quattro lunette nella cupoletta e quelli che stanno seduti sul tamburo, che infatti risultano vuoti. Gli stucchi infine vennero patinati e lucidati con olio d’oliva e cera bianca e gialla. Le varie figure componenti i gruppi degli Evangelisti nei pennacchi sono in terracotta e quindi attuate con comodo dallo Sbravati e poi applicate. Agli accurati altorilievi sono pertanto da collegare i pagamenti di fine giugno, luglio e agosto 1772 per i fornaciai Bussani di Parma, Sanini e Gandolfi, e Gerbella di Colorno, per cottura di Statue di Terra ad uso dell’O.rio di S.A.R. in Copermio ossia per ordine del Sig. Sbravati. Alla fine di agosto venne retribuito pure Nicola Piacentini (il direttore della Fabbrica della Maiolica) per la Terra manipolata, e somministrata per lo Stuccatore. Accanto allo Sbravati vi fu come aiuto il padre Pietro per almeno diciassette giornate lavorative, ma non è facile discernere il frutto di questa partecipazione. Nella facciata dell’oratorio sono in terracotta, oltre alla testa femminile che sormonta la tabella dedicatoria e ai festoni fiorati che contornano le due nicchie, anche i busti dei Santi Ferdinando e Amalia, così come lo fu la statua della Vergine del Buon Cuore per la nicchia dietro l’altare maggiore, ove fu adattata provvisoriamente a causa della sproporzione che derivò da misure mal prese. Un diarista contemporaneo ascrisse lo stile petitotiano che connota la partitura decorativa eseguita dallo Sbravati all’architetto progettista Pietro Cugini, definendolo ingegnoso assai ma mal condotto, e non conveniente alla santità del luogo, avendovi intrecciati profani simboli che servivano d’ornamento agli antichi templi delle favolose Deità. Evidentemente si riferisce al fregio nel cornicione, dove si alternano curiosamente teste di ariete classiche e sorridenti faccioni maschili entro ghirlande. Sempre secondo il diarista, altre mancanze si trovano ne’ quattro Pennachi della Cupola. Il linguaggio dello Sbravati non procede dai secenteschi Reti ma dall’espressivo barocchetto di giuliano Mozzani, con la mediazione del padre Pietro. Su Boudard è attualizzata la modellazione fremente dei panneggi, mentre l’incipiente neoclassicismo di fisionomie e pose dipende senz’altro da Gaetano Callani. La promozione ducale improntò anche la carriera dello Sbravati insegnante. Il 21 giugno 1772, proprio mentre stava ultimando la prestigiosa impresa di Copermio, venne eletto in Accademia professore aggiunto, poiché non risparmia fatica per acquistarsi un nome distinto nella Plastica. Un esposto del 1785 informa inoltre che, terminato il suo operato nella R. Chiesa di Copermio (quindi verso metà settembre 1772), fu mandato a Parma dal ministro de Llano (decaduto dalla carica il 25 ottobre) per allestire una scuola di scultura nel Palazzo del Giardino, attendibilmente nei medesimi locali che lo videro attivo durante gli ultimi mesi di vita del Boudard. Nel 1807 lo Sbravati venne censito come abitante ancora nel Palazzo. Il conte Castone della Torre rezzonico, segretario dell’Accademia, ebbe l’incarico il 20 febbraio 1773 di far stimare dai professori alcuni lavori dello Sbravati eseguiti per servizio ducale, dei quali non restano altre notizie. Dai manoscritti dello Scarabelli Zunti, le cui fonti documentarie restano ignote, si ricava invece che circa nello stesso anno lo Sbravati pensò di realizzare di propria iniziativa i ritratti a mezzo busto della coppia ducale ferdinando e Amalia di Borbone, facendosene inviare da Carrara i marmi abbozzati da Giovanni Cybei, senza però retribuirlo. Questi pazientò due anni, ossia sino al 1774-1775, quando, accortosi che le sculture ultimate erano già state accolte e pagate dalla Corte, risolse di denunciare lo Sbravati, ottenendone l’incarcerazione in Cittadella. Le opere in questione vanno identificate senz’altro con quelle citate in una lista di lavori parte Ordinati e parte acetati a fine di asistermi compilata dallo Sbravati verso il maggio del 1780: Due ritrati che sono in Academia Presi dal fu Marchese Canosa ed auto a Conto L. 2.400 che sara cinque ani e giudicati molto. In origine i rilievi si trovavano nel refettorio del convento dei domenicani annesso alla chiesa di San Liborio a Colorno. Presso l’Istituto Toschi è identificabile il solo ritratto in bassorilievo tondo (recante ancora la cornice originale) della Duchessa vista di profilo, ascritto ad anonimo accademico del 1774 circa. Da una lettera del 4 maggio 1775 del Rezzonico (la cui preoccupazione era salvaguardare i privilegi goduti comunque dai membri dell’Accademia), si apprende che in carcere lo Sbravati aveva contratto nuovi debiti. Il mediatore chiese una dilazione di due mesi per il saldo, dato che lo Sbravati, traslocato in Pilotta nelle stanze delli Galeotti dove per ordine di Madama deve travagliare, stava realizzando un busto a tutto tondo del duca Ferdinando di Borbone che si conservava provvisoriamente nel gabinetto della duchessa. Secondo lo Scarabelli Zunti, fece parte della commissione caritatevole anche il busto della medesima Amalia: per il primo è certo comunque che il Duca si limitò a far somministrare il materiale. Era previsto che l’opera venisse terminata appunto nel mese di luglio, ma sembra sicuro trattarsi del marmo che fu giudicato in Accademia (assieme a una terracotta) tra il 24 e il 30 maggio 1776, allo scopo di ammettere lo Sbravati al corpo dei consiglieri con voto. Dovrebbe essere quindi il busto, firmato e datato 1776, conservato nella Galleria Nazionale di Parma, ove reca erroneamente l’attribuzione collaborativa col detto Cybei: ne connotano lo stile il moto naturale della testa, la politezza delle superfici e il marcato tondeggiare dei volumi. Nel secondo Ottocento il marmo si trovava presso la seconda galleria della Biblioteca Palatina. A Colorno nel 1777 stava per essere terminata la prima versione della chiesa ducale dedicata a san Liborio, ove lo Sbravati intagliò dall’anno prima elementi del coro (compreso un bassorilievo sopra la porta di mezzo) e del portone d’ingresso. L’Ufficio delle Fabbriche gli ordinò, come si evince dall’incipit di una memoria autografa stesa alcuni anni dopo, un gruppo di statue lignee da realizzare nel mese di giugno, oppure alla metà di luglio. Avvenne però che a conto già saldato, col relativo ribasso, le opere furono riordinate con dimensioni maggiori, sostituendosi a due angeli panneggiati le figure dei Santi Domenico e Caterina da Siena complete dei loro attributi iconografici. Il gruppo finale venne composto, oltre che da queste, dalle statue più semplificate della Fede, Speranza, Carità e Giustizia e da otto Puttini per l’ancona principale, da quattro Cherubini (di due diverse dimensioni) per la mensa e da due Puttini per il tabernacolo dell’altare maggiore (sopravvivono nella sagrestia i Santi Domenico e Caterina da Siena, ridotti a busti sicuramente dal medesimo Sbravati nel 1792, mentre la Fede e la Carità sono nell’abside della chiesa parrocchiale). L’accentuata stilizzazione neoclassica delle due figure dorate richiama all’istante lo straordinario portacero pasquale, sempre in legno dorato, in San Giuseppe in Parma, strutturato coi simboli degli Evangelisti. L’originale ideazione spetta con certezza a Gaetano Callani, ma potrebbe non essere remota la probabilità che lo Sbravati ne sia stato l’esecutore materiale. Dal canto suo, il Duca in persona commissionò allo Sbravati per San Liborio, presumibilmente verso la seconda metà del 1777, un busto portatile della Madonna del Rosario con Gesù Bambino, in sostituzione del gruppo a figure intere previsto in un primo tempo, i busti grandi più del vero delle Sante Caterina Romana e Margherita sopra le porte ai lati dell’altare maggiore e la Cena in Emmaus, con architettura, nella portella del tabernacolo. La Santa Margherita nella prima metà del novecento era presso la collezione di Glauco lombardi a Colorno, come attesta una foto d’archivio. Appare di pretto gusto boudardiano la modellazione fremente della corona di fiori, dei capelli e dei panni. Probabilmente vennero dopo il 1777 un’altra Madonna, che il Duca regalò, e il Davide che suona l’arpa per il letturino del coro (la statuetta, in legno naturale, è stata ascritta anche a Giovanni Prati), nonché altri due Puttini non richiesti per il tabernacolo. Nella lista di lavori parte Ordinati e parte acetati dal Duca per San Liborio appaiono pure i tre bassorilievi ovali con Santi domenicani che decorano il pulpito della navata, forse iniziati il 17 agosto 1779, e un Cristo spirante quasi al Naturale per il refettorio dell’annesso convento domenicano, terminato prima del settembre 1780. L’opera va identificata con quella realistica, in legno dipinto (in San Liborio), ritenuta proveniente da San Pietro Martire a Parma e ascritta al Guiard, pur se in modo dubitativo. I pagamenti dilazionati per tale complesso servizio ducale, in parte compiuti da Antonio Furlani, architetto della fabbrica liboriana, vennero curati in Accademia (i cui professori fornirono le perizie) dal segretario Castone Rezzonico e dal direttore Ascanio Scutellari tra il maggio e l’ottobre del 1780. Le pressioni del sempre più indebitato Sbravati furono mitigate dalla clausola che gli imponeva la contemporanea soddisfazione dei suoi vari creditori, mentre il computista Garnier, il 20 e il 21 ottobre, contestò specialmente il tabernacolo coi due angeli non richiesti. Tra il 12 e il 15 ottobre 1780 e il 19 febbraio 1781 rimase nel palazzo di Colorno a disposizione del duca Ferdinando di Borbone per ritrarlo sia in medaglione (forse quello che appare nel ritrattino dello Sbravati eseguito dal Collina verso il 1783/1786), sia in busto, entrambi di terracotta: opere che il Duca conservò nel proprio appartamento. Infatti, in un inventario del 1802, il busto venne citato come esistente, sopra apposito piedistallo, nella sala da pranzo. Di una Medaglia di cera non restano invece ulteriori notizie. Tornato a Parma, tra il 20 febbraio e il 15 novembre del 1781, lo sbravati trasse da questi originali dei controstampi per ricavarne quattro coppie di multipli in scagliola. All’operazione sono collegabili quattro richieste di pagamenti datate nel mese di maggio. La prima coppia restò naturalmente nell’appartamento del Duca a Colorno, la seconda in quello della Duchessa, probabilmente nel palazzo di Parma, la terza venne ritirata dal ministro Prospero Manara e l’ultima dal direttore dell’azienda Girolamo Obach, il quale donò il busto al Collegio ducale di Parma. Non si conosce la destinazione di altri due busti, sempre in scagliola, mentre un terzo in terracotta andò al Pretorio di Colorno. Forse quest’ultimo è identificabile con quello, patinato a bronzo, conservato presso la Pinacoteca Stuard e indicato come di scuola del Boudard. Terminati i multipli, tra il 15 novembre 1781 e il 14 dicembre 1782 lo Sbravati si occupò della decorazione nella facciata di Santo Stefano a Colorno. Come nel caso dei pennacchi dell’oratorio di Copermio, optò per la non usuale tecnica della terracotta applicata, attuando con comodo nel suo atelier di Parma le due figure della Fama, in seguito mutilate, reggenti lo stemma ducale per il timpano curvo, e un medaglione con testa femminile e ghirlande per la cimasa della finestra sottostante. Anche in queste figure volanti la modellazione marezzata sembra più fedele al tardo barocchetto di Boudard che al precoce neoclassicismo del Callani. contemporaneamente, nella primavera del 1782, lo Sbravati realizzò attrezzi in tela stuccata e particolari dei costumi per l’opera Alessandro e Timoteo, allestita dallo scenografo Pietro Gonzaga nel Teatro Ducale. Si trattava delle serpi recate dalle Furie, di fiaccole, di dodici vasi e altrettante coppe e della celata per l’elmo di alessandro, nonché degli ornati, zampe di tigri e teste per i costumi. I pagamenti per questo lavoro furono contrastati, protraendosi almeno dal dicembre 1782 alla fine di marzo del 1783, previo l’interessamento dei periti Luigi feneulle, architetto, e Benigno Bossi, stuccatore. Appena terminate le terrecotte per la facciata di Santo Stefano a Colorno, cioè alla fine del 1782, lo Sbravati intraprese il suo lavoro ducale più prestigioso, ovvero la colossale Statua rappresentante il Sig.r Infante nostro R.I. Sovrano vestito da Eroe alla foggia di quella di Ludovico il Grande. L’opera venne spesso citata tra il 1783 e il 1785 nelle richieste di acconti dirette al ministro Manara (10 e 27 settembre e 22 ottobre 1784, nonché quelle del 4 e 18 febbraio 1785). Nelle carte si nota la costante recriminazione dello Sbravati nei confronti della Corte per non avergli concesso una pensione fissa, paragonando continuamente la sua paga saltuaria a quelle regolarmente percepite dai colleghi Guiard e Bossi e dall’architetto Petitot. Il Duca andò a visitare lo studio dello Sbravati il 18 febbraio 1785, restando assai contento della somiglianza, come pure ammirò altri lavori suoi e dei suoi allievi. La grande statua in terra cruda venne collaudata il 6 luglio, oltre che da Feneulle e Bossi, dal pittore Pietro Melchiorre Ferrari e poi esposta al pubblico. Lo Sbravati nei quattro mesi successivi, ossia fino al novembre 1785, trasse da solo da questo modello, che era di una mole non indiferente, un controstampo composto di quarantatré pezzi ben ripuliti e assemblati, dal quale uscì un secondo modello in scagliola, evidentemente in previsione di un marmo finale. Annunciando direttamente al Duca la riuscita di tale modello, lo Sbravati rilevò con orgoglio (esternando nel contempo, pur se in modo sgrammaticato, la sua fede nello stile neoclassico) che certamente o procurato d’impiegare tutti li miei talenti e le magiori mie premure, al fine di darci il caratere di statua Colosale a la fogia dei primi maestri Greci per cui ne studio le tracie considerando una semplice testa Grecha o del famoso Michelangelo unico imitatore conoscho se campai li Ani di Nestore non sarei mai Scultore e studio sempre e studiero per fare qualche cosa di pasabile perche l’arte e lunga e la vita breve. Del capo d’opera così scrisse lo Scarabelli Zunti nel secondo Ottocento: Nella prima Sala dell’Archivio segreto del Comune si vede la statua maggior del vero del Duca D. Ferdinando I vestito di clamide guerriera e manto ducale con appiedi l’elmo e la spada nella guaina, fatta qui collocare dal Co. Antonio Ceretoli il 21 ottobre del 1802, come sta scritto sulla base del monumento onorario (trasloco avvenuto quindi quattordici giorni dopo la morte improvvisa del Sovrano). Lo Sbravati fu attivo contemporaneamente per la Zecca di Parma: presentò il conto il 17 settembre 1784, ma cinque mesi dopo (22 febbraio 1785) stava ancora attendendo il denaro per un ritrattino originale del Duca, che nel frattempo era stato rubato. Una supplica non datata, che lamenta i mancati pagamenti per la versione in creta della grande statua, rivela poi che lo Sbravati di buon grado sofrì avendo tra le mani il Busto di Marmo di V.A.R. per li Padri Domenicani di Colorno e che stava eseguendo un Cristo policromo, forse in terracotta, per gli agostiniani, probabilmente quelli di Parma, la cui chiesa venne rinnovata nel 1786. Infine, prima del novembre 1785, offrì in dono alla Corte, sempre per agevolare l’ottenimento di acconti, un Ecce Homo grande al naturale, forse identificabile col mezzo busto su base, colorato e caratterizzato da un ruvido realismo, già nella collezione Glauco Lombardi a Colorno (proveniente, secondo una nota autografa, dal Monte di Pietà di Parma) e poi nei depositi dell’omonimo museo. Dopo il duplice modello per la grande statua del Duca mai realizzata, i rapporti dello Sbravati con la Corte si ridussero a ulteriori prestazioni per la Zecca. Nel 1786 fornì una piciola medaglia del Ritratto di V.A.R., il cui prezzo venne contestato, trattandosi di un Ritratto già vecchio, ed imperfetto, cioè spezzato. Come annotò Glauco lombardi, esisteva però una supplica del 30 marzo 1787, con allegata lista di scolari, relativa al saldo di servizi e lavori non meglio identificati. Le otto statue degli Dèi poggianti sulla balaustra nella facciata del Palazzo del Governatore a Piacenza dovrebbero aggirarsi tra il 1784, data che appare su una lapide dedicata al Duca (probabile donatore delle opere) con incorniciatura tipica dello Sbravati, e il 1787, anno (non sicuro) del completamento dell’edificio. Tra le figure un poco malriuscite (forse lo Sbravati ne diede solo i disegni) e ancora di gusto barocchetto, si nota la copia quasi esatta della Flora Farnese nell’Istituto Toschi di Parma, che il suo maestro Boudard aveva tratto dall’esemplare ellenistico. Nella rinnovata chiesa di San Liborio a Colorno lo Sbravati realizzò delle altre teste di leone nell’aggiunta ai precedenti stalli del coro, fornendo, entro giugno 1792, i modellini in cera per la fusione dei due piccoli Angeli adoranti l’Agnus Dei nella cimasa e della Fede e Speranza (nello stile del Boudard) ai lati dello sportello nel tabernacolo dell’altare maggiore. Prima di settembre eseguì in legno dorato i due angeli che reggono la mitria e i due adolescenti seduti nella cimasa dell’ancona principale, il cui neoclassicismo appare meno sentito di quello che appiomba la Fede e la Carità, già decoranti l’ancona del 1777. Il 5 giugno 1795 lo Sbravati chiese acconti al ministro Ventura per un lavoro che avrebbe concluso a fine mese, assieme a due allievi: È lungo tratandosi di Molti Modeli e Molte Forme di già fate come pure tute le Cere. Da una lettera del 18 novembre si apprende che per questo lavoro lo Sbravati non era ancora stato saldato. Le fusioni in bronzo implicarono l’architetto Feneulle e gli argentieri Froni, Bonani e Vighi. Intanto lo Sbravati minacciò di cessare la fornitura dei modelli successivi. Con l’avvento di napoleone Bonaparte le ordinazioni ducali dovettero ben presto esaurirsi, ma si sa che lo Sbravati godette di una sovvenzione annuale di milleduecento lire tra la riapertura dell’Accademia, nel maggio 1797, e la morte del duca ferdinando di Borbone, nel 1802. Tra i lavori andati perduti va ricordata la decorazione della facciata e dell’interno di Sant’Ambrogio (verso il 1778), il Ritratto del conte Antonio Bertioli e il Busto del medico Giuseppe Ambri (quest’ultimo lavoro venne riprodotto dai Bacchini in una litografia Vigotti). Pure se non esiste prova documentaria che venisse tradotto in marmo, presso la Galleria Nazionale di Parma s’identifica con quello del Bertioli un busto di uomo maturo abbigliato molto semplicemente, la cui ascrizione allo Sbravati sembrerebbe comunque corretta grazie alla volumetria tondeggiante e alla politezza del modellato. Tra i lavori perduti primeggia l’apparato plastico della macchina funebre eretta per commissione civica in onore del Duca dall’architetto Donnino Ferrari il 15 dicembre 1802 nella chiesa della Steccata. A testimonianza dell’importante impresa effimera, realizzata dallo Sbravati in poco più di due mesi, rimane un’incisione di Paolo Bernardi allegata all’edizione bodoniana dell’Orazione del Giordani (1803). Un ultimo, notevole progetto rimase irrisolto, proprio come la statua del Duca vestito all’antica. Lo Sbravati presentò il 1° dicembre 1811 all’esposizione di oggetti d’arte in Accademia une statue en terre cuite, qui represente, mais tout-a-fait en petit, le Grand Napoleon en habit Impérial. La mossa promozionale sortì il suo effetto il 3 aprile 1812, quando il sindaco Leggiadri Gallani comunicò al direttore Pietro De Lama di avergli commissionato un Buste colossal de Napoléon le Grand, en marbre statuaire de Carrara, da porsi appunto nell’istituto entro apposita nicchia. Dal preventivo, vergato sette giorni dopo, si evince che avrebbe dovuto essere preceduto da un modello in argilla e da un calco in gesso, per ricavarne due copie, nonché dalla decorazione a stucco della nicchia, col manto imperiale, rami di palme, allori e targhe, una delle quali rappresentante Parma. Lo Sbravati, anche se sprovvisto del formale contratto, approntò il modello molti mesi prima dell’8 dicembre, giorno in cui supplicò di avere la prima delle rate convenute, ma neppure dopo il 17, e nonostante l’apprezzamento mostrato dal publico, il sindaco andò ad approvarlo. Negli atti dell’Accademia relativi al 1806 (in Archivio di Stato di parma) dello Sbravati è scritto a titolo esemplificativo: On voit de lui une foule d’ouvrages en bois et en terre cuite. Tralasciando alcune opere minori (perlopiù mezzi busti di Ecce Homo) che gli vengono attribuite, si può ricordare il notevole gruppo, forse databile verso il 1782, sopra l’altare maggiore in San Giuseppe con Dio Padre in una gloria d’angeli, eseguito in altorilievo in tela stuccata e dipinta, e la Sacra Famiglia, composta da distinte statue a tutto tondo in terracotta colorata, una tecnica mista già adottata nella decorazione di Copermio. Consuete le fisionomie tondeggianti ed espressivamente ironiche e i panneggi marezzati di gusto boudardiano-callaniano. Le prime si ritrovano nel grazioso altorilievo con la Divina Pastora, sempre in terracotta dipinta, in San Pietro d’Alcantara, cui giunse nel 1800 da una cappelletta. In Santa Maria delle Grazie il policromo Cristo morto con un putto piangente, forse la miliore opera in terra cotta dello Sbravati (Malaspina), pare sia pervenuto nel 1790 da una nicchia esterna. La tipologia drammatica e il modellato naturalista rammentano strettamente il Cristo spirante del 1779 in San Liborio a Colorno. Anche per questo vi è il sospetto che si tratti del ben documentato Cristo deposto dalla Croce di Grandeza Naturale e di intero rilievo, eseguito dallo Sbravati in terracotta policroma, tramite diciotto sedute dal vero, tra l’ottobre-novembre del 1775 e il 10 aprile del 1776 per il vano sotto l’altare nella cappella dell’Addolorata che le ducali Guardie del Corpo possedevano nella chiesa della Trinità dei Rossi. La realizzazione della commissione fu tormentata, proprio come per quelle ricevute dal Sovrano. Dopo i primi dissapori, lo Sbravanti, volendo essere ammesso tra i consiglieri con voto, ne approfittò per mostrare il Cristo morto in Accademia tra il 24 e il 30 maggio 1776, insieme al busto in marmo del duca Ferdinando (Galleria Nazionale), meritando publici sufragi. L’opera però rimase nell’atelier per ben undici anni, finché il 4 aprile 1787 l’incaricato Guido Meli Lupi chiese all’autorità ducale di poterla rifiutare definitivamente. Il Ritratto di Mederico Moreau de Saint-Mery, in terracotta, della collezione Gambara (esposto alla mostra dell’accademia nel 1952), va identificato senza dubbio col busto del presidente dell’istituto, che stava per essere acquistato nel 1806, come attestano gli atti in Archivio di Stato di Parma. La datazione al 1789-1790 per la più importante impresa pubblica dello Sbravati, le cinque statue e gli altorilievi in pietra nella grande facciata di Sant’Agostino a Piacenza, è ricavabile da memorie manoscritte locali. La supervisione architettonica toccò all’accademia, la quale probabilmente ebbe modo di raccomandare lo Sbravati, figura ormai emblematica della scultura nel Ducato, fors’anche per le statue nel Palazzo del Governatore affacciantesi sulla centralissima Piazza Cavalli. Vista la molte dei lavori, sembra plausibile che lo Sbravati si sia valso di allievi e collaboratori. Si nota comunque il passaggio dalle nostalgie barocchette dei Santi Ubaldo e Leandro, ai lati degli ingressi, alle forti stilizzazioni neoclassiche delle soprastanti figure angeliche. Lo stipendio di tremila lire percepito dallo Sbravati in Accademia in qualità di professore emerito venne confermato come carico del Comune da Maria Luigia d’Austria il 16 aprile 1816. Attendibilmente l’emolumento fu tramutato poco dopo in pensione annuale di settecento franchi, anche perché il biografo Bertoluzzi rammentò, ancora vivo lo Sbravati, il colpo appopletico da cui fu colpito tre anni fa, che lo rese di peso a se stesso e oggetto di duolo continuo alla famiglia e agli amici. Fu sepolto nel nuovo cimitero pubblico detto della Villetta. Nonostante la sua notevole carriera pubblica, lo Sbravati è ricordato soprattutto per la produzione di piccole terrecotte caricaturali, frutto a evidenza dell’esperienza giovanile nella Fabbrica della Maiolica. L’originale specializzazione, collegabile ai mondi figurativi di Callot e Ceruti, non trova paragoni facili, se si escludono i soggetti popolari che animano i presepi napoletani, genovesi o bolognesi.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma: A. Sgavetti, Cronaca, 1746-1771, Raccolta manoscritti, n. 23, al 22 settembre 1761; Computisteria farnesiana e borbonica, Spese di Colorno 1771, busta 897, documenti del 25 novembre e del dicembre (1 e 31); Spese di Colorno 1772, busta 898, documenti del novembre e 17 dicembre 1771; aprile-settembre 1772 (30 aprile, 30 giugno, 6-24 e 31 luglio, 26-28 e 31 agosto, 17 settembre); Epistolario scelto, busta 24, fasc. Sbravati Giuseppe, 42 documenti (alcuni in più fogli e senza data) raccolti non in ordine cronologico ma scalabili tra il marzo 1772 e il 5 giugno 1795; Istruzione pubblica, R. Accademia di Belle Arti (1766-1785), busta 30, documenti del 20 febbraio 1773, 4 e 5 maggio 1775, 10 aprile 1776, fine 1786-inizio 1787, inizio e 4 aprile 1787; Atti dell’Accademia Imperiale, 1806 (due segnalazioni di Guglielma Manfredi); Ruolo dei provvigionati borbonici, vol. 41, 1766-1805, f. 720, voce Marianna Sbravati; Corti borboniche di Lucca e Parma, inventario dei Mobili, Utensiglj, Arredi, ed Altro, che esiste nel Regio Ducale Palazzo di Colorno, 30 novembre 1802, busta 2, fasc. 11, f. 12 r.: Archivio del comune, Belle Arti, busta 4149, documento del 30 settembre 1773; Autografi illustri, busta 4402, fasc. 35 (Sbravati Giuseppe), documenti del 1° giugno 1783, 18 novembre 1795, 8 e fine dicembre 1812; Archivio Accademia di Belle Arti, Parma: busta anno 1765, al 24 giugno; Carteggio, vol. 1764-1768, f. 3, documento del 2 ottobre 1766; Atti, vol. I (1770-1793), f. 17, al 21 giugno 1772, f. 69, 70, 74, ai 24 e 30 maggio, 5 giugno 1776; busta anni 1802-1816, documento del 10 aprile 1812; Archivio Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici, Parma: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, seconda metà dell’Ottocento, vol. VIII, f. 261 r. e v., 262 r., 263 r., 264 r., 265; E. Scarabelli Zunti, Guida storica e artistica di Parma, vol. I, f. 10; Biblioteca Palatina, Parma: C. malaspina, Materiali su artisti parmensi, 1860-1886, manoscritto Parmense Misto C 30, f. 385 r.; Archivio Rocca Meli Lupi, Soragna: Gazzetta patria (diario del segretario del principe Guido Meli Lupi), seconda metà del Settecento, armadio 3, p. 3, r. 1, n. 2, circa al 4 settembre 1772; Archivio privato: G. Lombardi, Schede, primi decenni del Novecento circa (copie da documenti già in Archivio di Stato a Parma: Ruolo delle persone soddisfatte dei loro assegni annuali sopra la Cassa segreta a tutto il 1771, Decreti e rescritti sovrani, vol. 16, 1772, n. 58; Carteggio d’azienda, busta 295, settembre 1784, ai giorni 10, 17 e 19, busta 296, ottobre 1784, ai giorni 15 e 22, busta 300, febbraio 1785, ai giorni 1, 4, 18 e 22, busta 305, luglio 1785, ai giorni 6 e 15, busta dicembre 1786, al giorno 18, busta 323, marzo 1787, ai giorni 20, 21, 27 e 30, busta settembre 1787, al giorno 21; Archivio privato: G.B. Gabbi, Storia antica e moderna di Parma, circa 1819-1824, vol. I, f. 71; P. Donati, Nuova descrizione della città di Parma, Parma, 1824, 92, 105,127, 138; P. Martini, La scuola parmense delle Arti Belle e gli artisti delle provincie di Parma e di Piacenza dal 1777 al 1862, Parma, 1862, 10; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877, 407; Esposizione parmense di Arte Antica, catalogo, Parma, 1880, 91-93; N. Pelicelli, Guida di Parma, Parma, 1906, 157, 167; G. Lombardi, La Reale Fabbrica della Maiolica in Parma, in Archivio Storico per le province Parmensi 1929, 104-105, 111; A. santangelo, Inventario degli oggetti d’arte d’Italia, III, provincia di Parma, Roma, 1934, 63,84, 208, 209; N. Pelicelli, voce Sbravati Giuseppe, in U. Thieme-F. Becker, Allgemeines Lexicon der bildenden Künstler von der Antike bis Gegenwart, v. XXIX, Leipzig, 1935, 517-518; G. Allegri Tassoni, Mostra dell’accademia parmense, catalogo, Parma, 1952, 19, 25, 41, 43; G. Copertini, Pittori parmensi dell’Ottocento, in Archivio Storico per le Province Parmensi IV 1954, 162 e nota; G. Borghini, L’incisione e la litografia piacentina, Piacenza, 1963, 80; I. Dall’Aglio, La Diocesi di Parma, vol. I, Parma, 1966, 161, 427; B. Colombi, Alla Corte di Don Ferdinando dal diario di due cortigiani, e G. Bertini, L’Oratorio di Copermio e problemi del neoclassico parmense, in Proposta n. 3 1973, 39, 44-49; M. Pellegri, G.B. Boudard statuario francese alla Real Corte di Parma, Parma, 1976, 155-157, 162-163; F. Arisi, Cose piacentine d’arte e di storia, Piacenza, 1978, 122, 132, 403; F. da Mareto, Chiese e conventi di Parma, Parma, 1978, 157, 221, 230, 241; G. Bertini, Colorno, una guida, Parma, 1979, 48-50, 57, 59, 60, 75, 84, 97, 98; B. Colombi, Dall’epistolario dei principi di Soragna lettere di artisti, in Parma nell’Arte II 1979, 115; A.M. Matteucci, Palazzi di Piacenza dal Barocco al neoclassico, Torino, 1979, 81-82; G. Cirillo-G. Godi, Le vite di artisti settecenteschi del Bertoluzzi, in Parma nell’Arte II 1980, 86-87; M. Pellegri, Colorno Villa Ducale, Parma, 1981, 112, 115, 116, 120, 121, 194; G. Cirillo-G. Godi, Il mobile a Parma fra Barocco e Romanticismo 1600-1860, Parma, 1983, 177, 184, 261; G. Godi, Appunti sull’antiquariato a Parma, in Parmantiquaria, Parma, 1983, 16; R. Rota Jemmi, L’architettura e gli arredi delle chiese del territorio di Torrile, in Ambienti, architetture e arredi. Analisi del Territorio di Torrile, Parma, 1983, 57; G. Cirillo-G. Godi, Guida artistica del Parmense, vol. I, Parma, 1984, 199, 200, 211, 221, 223-225, 227, 230, 233, 234; G. Godi-G. Carrara, Fondazione Museo Glauco Lombardi, catalogo, Parma, 1984, 236; M. Pellegri, Il Museo Glauco Lombardi, Parma, 1984, 20; G. Cirillo-G. Godi, Guida artistica del Parmense, vol. II, Parma, 1986, 205, 293; A. Musiari, Neoclassicismo senza modelli. L’Accademia di Belle Arti di Parma tra il periodo napoleonico e la Restaurazione (1796-1820), Parma, 1986, 19, 21, 22, 26, 27, 37, 78, 81, 85, 87, 204, 244, 247 (nota 135), 249 (note 159, 162), 252 (note 228, 231), 257 (nota 318), 258 (note 331, 336), 263 (note 419, 427); M. Pellegri, testimonianze delle vicende umane intercorrenti dal 1773 al 1788 dello scultore Laurent Guiard al servizio della Real Corte di Parma, in Parma nell’Arte 1988, 70, 71-72, 75-76, 87; M. Pellegri, Concorsi dell’accademia Reale di Belle Arti di Parma dal 1757 al 1796, Parma, 1988, 19, 61, 91; Faenza 1931, IV e V; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 378; Bertini, 1975, 223; Po 3 1994, 31-50.

SBRAVATI PAOLO
Parma 1831
Tenente aiutante, durante i moti del 1831 fu il primo che andò a incontrare il generale zucchi fuori di Porta Santa Croce e passò all’albergo Gambero per complimentarlo a nome dell’ufficialità. Fu processato ma non condannato.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831 in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 208.

SBRAVATI PIETRO PAOLO
Parma 1721 c.- Parma gennaio 1792
Fu passabil intagliatore in legno al servizio della Corte di Parma dall’ottobre 1784.
FONTI E BIBL.: Bertoluzzi, 316 r. (ediz. 1980, 86); Janelli, 1877, 407; Il mobile a Parma, 1983, 261.

SBRUZZI CRISTOFARO
Parma 1859
Fu deputato all’Assemblea dei rappresentanti del popolo di Parma nel 1859. Fece parte del 2° ufficio.
FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F.Ercole, Uomini politici, 1942, 149.

SBRUZZI LICINIO
San Secondo Parmense 31 ottobre 1868-Chidane Meret 1 marzo 1896
Figlio di Aristide e di Tommasina Rossi. Tenente dell’Esercito italiano, chiese di lasciare il 14° Reggimento fanteria e di arruolarsi nel Regio Corpo Truppe Coloniali: sbarcò a massaua il 4 novembre 1894. Dai Cacciatori d’Africa fu trasferito, dietro sua richiesta, alle Truppe Indigene già operanti, raccolte frettolosamente dal Baratieri per far fronte alle minacce di Bas Mangascià e di Batà-Agos. Lo Sbruzzi venne dapprima incaricato di presidiare Saati poi il 3 gennaio 1895 assunse il comando del Forte di Ghinda, con funzioni anche di giudice. A Ghinda rimase sino alla fine della prima e breve campagna tigrina. Lasciata Ghinda, passò a Cheren. Da Cheren lo Sbruzzi (attraversando quasi tutta la Colonia col 2° Battaglione Indigeni) raggiunse il 20 giugno 1895 Càssala, continuamente soggetta alle scorrerie dei Dervisci. nell’ottobre 1895 fu destinato, con pochi ascari eritrei e una banda d’irregolari, al comando del fortino di Ela-Dal, in pieno deserto, a tre giorni di marcia da Càssala verso Agordat, a vigilanza e protezione delle comunicazioni contro i colpi di mano dei Dervisci. Poco tempo dopo fu chiamato verso i confini sud della Colonia, dove conversero tutte le forze armate etiopiche. La 1a compagnia del capitano Barbanti (VIII Battaglione Indigeni agli ordini del Maggiore Gamerra, che faceva parte della Brigata Albertone) alla quale fu assegnato lo Sbruzzi, con un lungo tragitto raggiunse Mai Mafalès, presso Adi Ugri. Incendiò e distrusse parte di Adua per rappresaglia dopo Amba Alagi, occupò, dopo un breve ripiegamento su Adrigat, le dominanti posizioni di Hedagà Hamùs e Mai Uegheltà e si trovò, infine, sulle alture del colle di Chidane Meret all’alba del 1° marzo 1896. Appena arrivati sul colle, vi trovarono il 1° Battaglione Indigeni seriamente impegnato: le truppe italiane compirono prodigi di valore, ma il nemico, venti volte superiore per numero, incalzava e premeva da tutte le parti. Per frenarne l’impeto aggressivo e allentare la stretta, il maggiore Gamerra comandò un disperato contrattacco. Fu durante tale azione che il tenente Annibale Sori, compagno di combattimento dello Sbruzzi, vide il Tenente Sbruzzi, che fino a quel momento aveva comandato e diretto il fuoco con la massima calma, slanciarsi e guidare per ben due volte all’assalto i suoi ascari; precipitare dal muletto uccisogli sotto; rialzarsi e continuare a piedi il combattimento, eccitando, trattenendo, disciplinando l’azione dei suoi; salire, sfinito di forze, sul mio muletto, proseguendo insieme sullo stesso muletto la terribile lotta, finché lo Sbruzzi stramazzò a terra una seconda volta. Lo Sbruzzi poté rialzarsi quasi subito, per gettarsi di nuovo nella mischia furibonda. Cadde poco dopo crivellato di proiettili al capo e al fianco sinistro mentre, riuniti i pochi ascari superstiti, tentava ancora di arginare l’irrompente nemico. Morì a 28 anni d’età. Alla sua memoria venne concessa la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la motivazione: Combatté valorosamente alla testa del suo reparto, lasciando la vita sul campo.
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie parmensi nella conquista dell’Impero, Parma, Fresching, 1937, 91-92; Decorati al Valore, 1964, 115.

SBUTTONI LUIGI
Gravago 5 marzo 1816-Savona 1894
Iniziò gli studi nel Seminario di Piacenza e nel 1835 entrò nel collegio Alberoni. Fattosi prete delle Missioni, fu assunto all’insegnamento delle matematiche, nelle quali eccelse. trascorse gli ultimi anni di vita nel collegio dei Missionari in Savona, ove morì all’età di settantotto anni.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 392.

SCACCABAROZZI LUIGIA
1823 c.-Parma
Figlia di Francesco e di Angiola Giuseppina Brumani. Nel 1843 sposò il marchese Guido dalla Rosa Prati: dal matrimonio nacquero Francesco e Paola. Il 29 dicembre 1846 venne nominata Dama di palazzo: la marchesa Litta Modignani, dama d’onore della duchessa Maria Luigia d’Austria, le comunicò l’avvenuta nomina precisandole in una lettera del dicembre 1846 che l’Augusta Sovrana con motu proprio 10 dicembre 1846 n. 4491 la nomina sua Dama di Palazzo per le rare doti onde Ella è adorna.
FONTI E BIBL.: A.V.Marchi, Figure del Ducato, 1991, 30.

SCACCAGLIA ARNALDO
Corcagnano 1913-4 aprile 1997
Compì gli studi all’Istituto d’arte Paolo Toschi di Parma. Poi eseguì vari lavori di decorazione e restauro, partecipando a mostre provinciali, regionali e nazionali. La sua fu una pittura robusta, dai colori caldi, giocati sulle terre e sui rossi arancio accesi, mentre nella scultura (che portò avanti parallelamente) amò forgiare ritratti di amici e personaggi di Parma. Il suo post-cubismo elaborato e il suo impegno sociale lo portarono subito al successo: nel 1945 vinse il Premio Suzzara, nel 1951 il Premio provinciale di Parma per la scultura, nel 1954 il Sant’Ilario d’Enza, nel 1955 ancora il Premio Suzzara, poi il Premio Rinascente alla Biennale di Milano, il San Martino di noceto, il regionale di Fidenza e il parmigianino a fontanellato. Dopo una decina d’anni di silenzio, dedicati a diversi interessi (lo Scaccaglia, con Zoni, Corradini e Tosi creò il sindacato pittori, mentre nel 1980 fu tra i fondatori dell’associazione parmense artisti), alla fine degli anni Sessanta tornò alle mostre nella Galleria del Teatro di Parma. Lo scaccaglia organizzò il centro culturale comunale di Parma, prima nelle stanze accanto al Ridotto del Teatro Regio e poi in via Mameli. Inoltre curò con intelligenza e meticolosità l’illuminazione del castello di Fontanellato. In occasione del ritorno dello scaccaglia alla Galleria del Teatro, Marcheselli scrisse tra l’altro: Queste tele rigogliose accusano Scaccaglia, per non aver impegnato, in particolare nel momento di splendore del neo-naturalismo, le sue doti secondo un filone che costituisce la linfa di tutta la produzione dell’artista. Sono le vive pannocchie le pietre miliari di questo discorso di pittura a piene mani, di vegetazione carnosa, di rossi e di bruni impastati, di luci blu, materia più che luce vera e propria. E, attraverso le pannocchie, Scaccaglia racconta di sé, del proprio bisogno di affondare le mani in una pittura di qui e senza tempo, anche se si potrebbero ricercarne le origini in certa cézanniana maniera di essenzializzare e inquadrare. Quadri freschi, brulicanti di elementi, anche se su temi limitati; quadri padani, ma non abbandonati alla sensibilità larga degli oggetti deformati, bensì colti, avvertiti e mescolati in misura giusta. Dello Scaccaglia, oltre a una mostra antologica, ancora alla Galleria del Teatro, e a una selezione di periferie realiste degli anni cinquanta alla Bottega di Giovati a Parma, va ricordata una mostra tenuta nel 1977 alla calleria Giordani di via Cairoli, sempre a Parma, per la quale fu scritto: È il caso di Arnaldo Scaccaglia, dalla pittura apparentemente chiara, forte, sanguigna, quasi istintiva; una pitture che, invece, a osservarla e a gustarla lentamente, sorprende con una miriade di citazioni culturali, di sensazioni, di trasparenze poetiche: una pittura di pensiero, quindi, e cioè l’opposto dell’impressione primitiva. Una pittura tutta da scoprire, dove sorprende soprattutto il fatto che esistano tanti evidenti agganci storici e che tuttavia non vengano minimamente toccate unitarietà di stile e coerenza ideologica: da Paolo Uccello al futurismo, dall’impressionismo di certi interni ai fauves, all’astratto geometrico, al realismo padano. Sono pagine chiare, legate tra di loro, di un discorso fluido, privo di compiacimenti e velleitarismi, per l’esclusivo gusto della pittura, attraverso un colore sempre terso e una composizione armoniosa (marcheselli).
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 6 aprile 1997, 11.

SCACCAGLIA ENEA
Talignano 1922-Noceto 19 marzo 1945
Fu tra i primi ad aderire al movimento partigiano. Le vessazioni continue cui fu fatta oggetto la sua famiglia dalla brigata nera di Collecchio lo indussero nei primi mesi del 1945 a rientrare a Sala Baganza abbandonando la lotta in cambio dell’incolumità personale e dei familiari. Dopo pochi giorni fu però arrestato e, senza alcun processo, condannato a morte. Fu poi fucilato per rappresaglia assieme ad altri partigiani.
FONTI E BIBL.: F. Botti, Talignano, 1973, 91-92; Gazzetta di Parma 22 dicembre 1988, 20.

SCACCAGLIA FERDINANDO PIETRO
Beneceto 5 dicembre 1823-Fontanellato 29 marzo 1894
Figlio di Antonio. Muratore, si arruolò volontario nel 1859 per combattere nella seconda guerra d’indipendenza. L’anno successivo fece parte della gloriosa schiera dei Mille sbarcati a Marsala.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano nelle epigrafi parmensi, Parma, Off. grafica fresching, 1915, 345 e 356; E. Michel, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 225.

SCACCHINI ALBERTO
1596-Parma 26 ottobre 1676
Carmelitano, fu teologo esimio nonché filosofo e predicatore. Per le sue qualità, fu elevato alla carica di Superiore del Convento di Parma (1631) poi di Ferrara (1640). Fu Teologo del duca Ranuccio Farnese e del principe alessandro Farnese, e nel 1640 fu Vicegerente del vicario generale della Congregazione mantovana del suo Ordine. Fu eletto dai vescovi di Parma e Ferrara Esaminatore Sinodale e dagli inquisitori delle due città Consultore del Sant’Uffizio. Scrisse varie opere di soggetto religioso. Venne inumato nella cappella di famiglia ubicata nella chiesa del Carmine, nel cui chiostro gli fu dedicata la seguente epigrafe: Alberto Scacchinio Hieronymo Droghio carmelit s t mm de aevo familiaq bb mm impietatis profligandae consvlt hvivs coenobii moderat opt libr ab altero compositis ab altero biblioth dedicata post pvb mvn optim cvrata an rep sal ille mdclxxiv hic mdcl xxxvi defunctis Gavd Rob carmelita.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 198-199; A. Pezzana, memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 793; palazzi e casate di Parma, 1971, 705.

SCACCHINI GIACOMO FRANCESCO
Parma 25 luglio 1596-post 1642
Figlio di Adriano e Sulpitia. Si laureò in legge nell’anno 1616. Fu tenuto in gran credito a Parma sia per le capacità professionali che per la bontà e l’integrità della persona. Si occupò soprattutto dell’amministrazione degli affari pubblici.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 83.

SCACCHINI SEMPRONIO
Parma 1594
Dottore in ambo le leggi. Fu pretore di Trento nel 1594. Fu mandato come Residente in Napoli dal duca Ranuccio Farnese, che lo tenne sempre in molta considerazione. ritornato in seguito a Parma, attese alla sua professione. Morì in età assai avanzata.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 49; A; Pezzana, Storia di Parma, I, 1837, Appendice 56.

SCACCHINO SEMPRONIO, vedi SCACCHINI SEMPRONIO

SCACCIA ALESSANDRA
Parma 1697/1712
Cantante, probabilmente figlia di Giuseppe, cantò quasi sempre nelle opere interpretate da lui: piacenza (Nuovo Teatro Ducale, 1697, La virtù trionfante dell’inganno), Mantova (1698, nel divertimento pastorale Gli amori infelici felici), Genova (Teatro del Falcone, autunno 1700, Gerone tiranno di Siracusa), Mantova (1701, Il duello d’ammore e di vendetta), Firenze (1701, Partenope; Teatro di via del Cocomero, Carnevale del 1702, L’Analinda o Le nozze con l’inimico), Torino (Teatro Regio, 1703, Arsiade), Casale Monferrato (Teatro nuovo, 1703, Gli equivoci del sembiante, Il più fedel tra vassalli), Genova (Teatro di sant’agostino, 1705, L’Armindo), Piacenza (Piccolo Teatro Ducale, 1707, La fortezza al cimento; Carnevale del 1708, La Griselda), Parma (Nuovo Teatro Ducale, 1708, Gli equivoci amorosi), Bergamo (1709, L’Alcibiade o L’eroico amore, L’alciade o la violenza d’amore), Genova (Teatro del Falcone, autunno 1709, Dafni) e Piacenza (Piccolo Teatro Ducale, Carnevale del 1712, L’Alarico).
FONTI E BIBL.: Sartori; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SCACCIA GIUSEPPE
Parma o Mantova ante 1677-post 1716
Fu tenore alla Corte dei duchi di Parma dal 31 agosto 1677 al 4 agosto 1698 (nel quale giorno venne licenziato), come pure alla cattedrale di Parma dal 3 maggio 1709 al 22 giugno 1716 e alla Steccata di Parma dal luglio 1690 a tutto il settembre 1694. Calcò le scene per moltissimi anni.La carriera ebbe inizio a Mantova (Nuovo Teatro, 1669, L’Eudosia) e proseguì poi a Mialno nel 1670 (Teatro Ducale, L’Ippolita reina delle amazzoni).Dopo una lunga assenza ritornò a Parma (Teatro del Collegio dei Nobili, 1681, Amalasonta in Italia; Piccolo Teatro di Corte, 1681, Amore riconciliato con Venere, introduzione al balletto della duchessa), per proseguire poi nel 1684 a Venezia nel Teatro Vendramino di San salvatore (Publio Elio Pertinace), Piacenza (Nuovo Teatro Ducale, 1687, Zenone il tiranno, e 1688, L’Ercole trionfante), di nuovo a Venezia (Teatro Grimano dei Santi Giovanni e Paolo, 1689, Il gran Tamerlano) e Genova (Teatro del Falcone, 1689, Il Giustino, e 1690, Antioco principe della Siria, Massimo Pappieno). Cantò a Parma nelle grandiose feste nuziali del 1690 (Il favore degli dei, L’idea di tutte le perfezioni) e proseguì la carriera a Crema (1692, Il pausania), Piacenza (Nuovo Teatro Ducale, 1692, Circe abbandonata da Ulisse, e 1693, Talesti innamorata d’Alessandro Magno), Roma (teatro di Tordinona, 1693, Il Seleuco, Il vespasiano), Genova (Teatro del Falcone, 1693, La virtù trionfante dell’amore e dell’odio), Milano (Teatro Reale, Carnevale del 1694, L’Aiace, gl’amori ministri della fortuna), Piacenza (Nuovo Teatro Ducale, 1694, Demetrio Tiranno), torino (Teatro Regio, autunno 1695, l’anfitrione di Plauto), Roma (Teatro Capranica, 1695, Il Clearco in Negroponte e 1696, Flavio Cuniberto, Il re infante), Napoli (nuovo Teatro, 1969, Il Trionfo di Camilla regina dei Volsci, e 1697, Emireno), Parma (1697, Ottone in Italia), Piacenza (Nuovo Teatro Ducale, 1697, La virtù trionfante dell’inganno), Mantova (dicembre 1699, l’oracolo in sogno), Genova (Teatro del Falcone, autunno 1700, Gerone tiranno di Siracusa), Mantova (1701, Il duello d’ammore e di vendetta), firenze (1701, Partenope; Teatro di via del cocomero, Carnevale del 1702, L’Analinda o Le nozze con l’inimico), Torino, (Teatro Regio, 1703, Arsiade), Piacenza (Piccolo Teatro Ducale, 1707, La fortezza al cimento; Carnevale del 1708, La Griselda), Parma (Nuovo Teatro Ducale, 1708, Gli equivoci amorosi), Bergamo (1709, L’Alcibiade o L’eroico amore, L’alciade o la vilenza d’amore) e Genova (Teatro del Falcone, autunno 1709, Dafni).
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruoli Farnesiani, 1671-1682, fol. 313, 1683-1692, fol. 129, 412, 1693-1701, fol. 138, 472; Archivio della Steccata di Parma, Mandati 1689-1690, 1691-1695; Archivio del Duomo di Parma, Mandati 1700-1725; L. Balestrieri, 121, 122, 123 e 124; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 136; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SCACHINI GIACOMO, vedi SCACCHINI GIACOMO

SCAFFARDI EVARISTO
Parma 8 settembre 1901-Parma 4 dicembre 1990
Parroco di Santo Stefano in Sant’Antonio Abate dal 1941, fu Assistente ecclesiastico scout ASCI provinciale (1927), fondatore e primo Assistente ecclesiastico delle Guide Cattoliche AGI di Parma (girl-scout) dal 1948 e cappellano scout CNGEI Parma dal 1976.
FONTI E BIBL.: Centro Studi Scout C.Colombo (M.Furia).

SCAGLIA RICCARDO
Parma 6 febbraio 1897 -
Figlio di Carlo e di madre ignota. Noto anche sotto gli pseudonimi di Risca e Dado, fu giornalista e direttore della Biblioteca Civica e della Pinacoteca di Alessandria.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1206.

SCAGLIONI AUGUSTO RUOCCO
Fontanellato 9 settembre 1924-Passo dei Guselli 4 dicembre 1944
Figlio di Carlo. Partigiano nella 36a Brigata Garibaldi W. Bersani, fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione: Comandante di un distaccamento partigiano si prodigava per cinque mesi in diuturne e pericolose azioni di disturbo contro le linee di comunicazione nemiche ostacolandone i rifornimenti. Durante una azione particolarmente critica, per la situazione tattica venuta a determinarsi, accorreva col suo reparto in aiuto di una formazione partigiana che era per essere circondata dal nemico e, penetrato audacemente nello schieramento tedesco, costringeva l’avversario a ripiegare. In altro fatto d’armi di leggendario ardimento attaccava con i suoi uomini una autocolonna tedesca e, dopo circa un’ora di combattimento, sconfiggeva la scorta catturando numerosi prigionieri e 7 autocarri carichi di abbondante materiale. Incaricato di procedere alla occupazione di un passo montano per impedire l’accerchiamento di una intera divisione partigiana, raggiungeva a tappe forzate l’importante posizione ove si scontrava con truppe mongole che tenacemente ne contrastavano il possesso. Nella irruenza della furiosa lotta, durante la quale fu di esempio per valore ed ardimento, cadeva colpito a morte, immolando alla Patria la sua giovane esistenza.
FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964, 48; Caduti Resistenza, 1970, 90.

SCAGLIONI GIUSEPPE
Parma 1831
Rigattiere, ebbe parte nei moti del 1831. Dello Scaglioni, la polizia compilò la seguente scheda informativa: Distributore di denaro alla plebe per incoraggiarla a gridare e schiamazzare. Ora oste. Famoso giuocatore e ritenuto anche barrattiere, non gode tanto buon nome sebbene siasi emendato in punto di giuoco. Fu uno degli istigatori della rivolta.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 207.

SCAGLIONI RAIMONDO
Parma 21 gennaio 1750-Parma 26 agosto 1829
Frate cappuccino, fu predicatore di molta dottrina, lettore di teologia morale, guardiano, maestro dei novizi e definitore. Compì a Guastalla la vestizione (29 giugno 1767) e la professione di fede (29 giugno 1768). Fu consacrato sacerdote a Reggio il 6 marzo 1773.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 494.

SCAGLIONI RUOCCO AUGUSTO, vedi SCAGLIONI AUGUSTO RUOCCO

SCAGNONI PIETRO, vedi SGAGNONI PIETRO

SCAJOLI LELIO
Parma 1561/1582
Fu Zecchiere della Zecca di Parma almeno dal 1577 al 1582. In quattro parpaiole coniate in quegli anni si riscontrano infatti le iniziali L.S.. Il Coggiola ipotizza anche una precedente attività dello Scajoli per il periodo 1561-1573, sempre per la coniazione di parpaiole con l’effigie di Alessandro Farnese al rovescio e quella della dea Pallade al dritto.
FONTI E BIBL.: G. Coggiola, La Zecca di Parma, in archivio Storico per le Provincie Parmensi 1897/1898, 17-20.

SCANAVINI GIOVAN BATTISTA
Parma 1718
Fu pittore in Parma nell’anno 1718: Adi 3 luglio 1718. Il Tesoriere pagherà al sig. Giovan Battista Scanavini di Parma lire quarantacinque per sua mercede d’un ritratto di S.A. S.ma da esso dipinto, da esporsi in detto Oratorio di S. Giuseppe in Cortemaggiore.
FONTI E BIBL.: Parma nell’arte 1 1980, 101.

SCANNATI ALESSANDRO
Parma 1595-Parma 10 luglio 1630
Frate cappuccino laico, vittima di carità verso gli appestati. Compì la vestizione il 24 maggio 1614.
FONTI E BIBL.: Ann. Prov. I, 198; Bertani, Ann. III/III, 488, n. 183; Mussini, Memorie storiche, II, 39-40; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 403.

SCANNAVINO GIOVAN BATTISTA, vedi SCANAVINI GIOVAN BATTISTA

SCANO ADELAIDE, vedi NAGEL ADELAIDE

SCARABELLI ENRICO
Parma 13 agosto 1808 -Parma 6 gennaio 1893
Nato da nobile casato, poté, ancora giovanissimo, compiere le prime ricerche storiche nell’archivio di famiglia. Sposò prima la contessa Camilla Zunti, poi in seconde nozze la marchesa Douglas Scotti di Vigoleno. Ebbe così modo di studiare e riordinare completamente i ricchi archivi di quelle due illustri famiglie, che ebbero tanta parte nelle vicende storiche di Parma e di Piacenza. Entrato come impiegato nell’Archivio Notarile di Parma il 1 giugno 1841, poi nell’Archivio dello Stato il 2 giugno 1848, nell’uno e nell’altro studiò e riordinò innumerevoli serie di atti, traendone appunti preziosi, specialmente per la storia delle belle arti nelle Province Parmensi. Chiamato infine il 18 ottobre 1876, con deliberazione unanime del Consiglio Municipale di Parma, a dirigere il ricco e importantissimo Archivio del Comune, si accinse con vigore a riordinare quelle svariatissime serie di carte, che raccolgono gran parte dei documenti politici, amministrativi e giudiziari a partire dal secolo XII. In quel lungo e faticoso lavoro poté trarre in luce documenti che si credevano per sempre perduti: tra i quali è soprattutto degno di nota il codice statutario De officio Sindaci generalis Civitatis, Communis et Populi Parmae, scritto splendidamente in un volume di pergamena nel 1317 (codice importantissimo, che rimase sconosciuto al Ronchini, editore e illustratore degli Statuti parmensi, e che dà un concetto esatto delle origini e dell’importanza del nuovo magistrato del Sindaco, che, appunto sui primi del secolo XIV, in molti comuni italiani si sovrappose all’ufficio del Podestà, con ampie attribuzioni e autorità). Né, tra i molti documenti che lo scarabelli trasse di nuovo in luce, si debbono dimenticare i Rotoli dei professori, le Matricole degli scolari e altri atti relativi alla storia dell’università di Parma. Ma lo Scarabelli non si limitò a riordinare le carte che trovò nell’archivio del Comune. Egli, che da tanti anni andava raccogliendo documenti sulla storia delle famiglie illustri di Parma, che aveva coadiuvato il Litta nella pubblicazione delle genealogie dei Pallavicino, dei Rossi, dei Sanvitale, dei Torelli e di molte altre famiglie, che aveva già preparato tutto il materiale per pubblicare, in continuazione al Litta, le genealogie dei Terzi e degli Scotti, donò al Comune e ordinò nell’Archivio del Comune tutto il materiale raccolto e vi aggiunse il proprio archivio domestico e quello importantissimo dei Zunti, a lui pervenuto in eredità. Volle poi completare il lascito con molte centinaia di volumi di manoscritti e di stampati relativi alla storia patria. Al Museo di Parma, pochi mesi prima di morire, volle cedere la sua ricca biblioteca, formata di documenti trascritti da originali inediti e in gran parte non conosciuti, di note raccolte dagli atti dei notai dal secolo XIII sin oltre il secolo XVI, di disegni rilevati con mano sicura, con gusto artistico e colla massima precisione da parecchi monumenti, poi in buona parte distrutti. A questa raccolta, formata di molti mazzi e volumi di manoscritti, unì tutti i volumi dell’Affò, del Pezzana e degli altri scrittori di cose storiche parmensi e piacentine e di tutti gli scrittori più insigni della storia artistica italiana, arricchiti da lui stesso di note eruditissime, sia sui margini, sia in fogli intercalati, sia in apposite appendici poste in calce a ogni volume. A completare questa biblioteca veramente preziosa per la storia delle arti italiane, lo scarabelli aggiunse una raccolta speciale di oltre mille e cinquecento guide di città e paesi d’Italia, molte delle quali inedite e di edizioni divenute rarissime, dei secoli XVI e XVII. Nel cedere al Museo Parmense questo tesoro artistico, lo Scarabelli trattenne solo presso di sé dieci volumi di Memorie e documenti per la Storia delle Belle Arti parmigiane, scritti tutti di suo pugno, e alcuni grossi mazzi di appunti e documenti per una Guida artistica di Parma, intorno alla quale lavorava da molti anni e di cui pubblicò a più riprese saggi interessantissimi in diversi opuscoli: sul Santuario dei Valeri in Duomo (1840), sulle chiese e sui monasteri di San Quintino (1846) e di Sant’Alessandro (1872) sul Collegio di S. Caterina e sul Palazzo degli Scofoni. Trattenne presso di sé quei volumi e quei mazzi perché ogni giorno, rovistando le carte dell’archivio del Comune, poteva scrivere in essi qualche nuova pagina rendendo sempre più ricco e completo l’immenso lavoro a cui dedicò tutta la vita. Ma pochi giorni prima di morire lo Scarabelli mandò al Museo anche quegli ultimi volumi. Lo Scarabelli fu uno dei dotti editori di quella grande raccolta di fonti di storia patria che sono i Monumenta Historica ad Provincias Parmensem et placentinam pertinentia. Fu inoltre membro attivo della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi.
FONTI E BIBL.: G. Mariotti, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1893, VII-IX; G.Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le province Parmensi 1914; T.Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 73.

SCARABELLI GIUSEPPE
Colorno 1733
Fu Commissario di Colorno nell’anno 1733.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.

SCARABELLI PAOLO
Parma 1605
Fu castellano dell’isola di Ponza nell’anno 1605.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.

SCARABELLI ZUNTI ENRICO, vedi SCARABELLI ENRICO

SCARAMPI ELISABETTA, vedi MONTFRAULT ELISABETTA

SCARAMUZZA
Parma 1822

Corno da caccia del Reggimento Maria Luigia, il 7 settembre 1822 chiese di essere nominato professore soprannumerario della Ducale orchestra di Parma (Biblioteca del conservatorio di Parma, Archivio della Ducale orchestra).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

SCARAMUZZA BRUNO
Pongennaro di Soragna maggio/dicembre 1929-Soragna 25 aprile 1945
Fu ucciso, non ancora sedicenne, dai Tedeschi l’ultimo giorno di guerra del secondo conflitto mondiale. Soragna era da alcuni giorni testimone del passaggio di truppe germaniche in fuga, dirette verso il Po e la Lombardia. all’alba del 25 aprile 1945, diversi soldati entrarono in casa di Valentino Scaramuzza, nella campagna di Pongennaro. Chiesero e ottennero da mangiare. In casa c’era in quel momento anche il fratello più giovane, lo Scaramuzza. Non fu mai chiarito quanto accadde di preciso in quella casa: sta di fatto che i Tedeschi, prima di riprendere il loro cammino, pensarono di coprirsi le spalle con un ostaggio. Lo scaramuzza venne prelevato e portato via dai militari. Durante il passaggio in Soragna si udirono colpi di arma da fuoco, sparati all’indirizzo della colonna tedesca diretta verso Busseto. Fu questo probabilmente a scatenare la rabbiosa reazione di vendetta verso lo scaramuzza che, nei pressi dello stradello del caseificio Lazzari, venne ucciso. L’episodio scosse il paese: ai funerali che si svolsero nella chiesa parrocchiale parteciparono moltissimi abitanti. Sul luogo del martirio dello scaramuzza venne eretto un cippo a ricordo, ristrutturato nel 1985.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 aprile 1998, 21.

SCARAMUZZA CAMILLO
Parma 23 maggio 1842-Milano 1915
Tra i pochi paesaggisti parmensi del secondo ottocento ricordati dalla critica coeva (De gubernatis, Callari) figura lo Scaramuzza, nipote del più noto pittore di figura Francesco Scaramuzza, dal quale fu probabilmente avviato all’arte figurativa. Allievo dell’Accademia parmense fin dal 1857 presso la Scuola di paesaggio, frequentò successivamente i corsi di Ornato elementare e superiore, conseguendo una menzione onorevole nel 1861 per il paesaggio di 2a classe (copia di un dipinto) e aggiudicandosi nel 1862 la medaglia d’oro per il Paesaggio di 1a classe (lavoro dal vero), a pari merito con Adelchi Venturini, per una veduta di borgo del Naviglio. Espose nel 1863 a Parma per l’Incoraggiamento Rive del Cinghio e Studio dal vero sull’Enza col castello di Montechiarugolo e alla mostra Industriale provinciale Veduta di Calestano. Tre anni dopo, per la stessa mostra espose Alpi di succiso viste da Vairo. Nel 1867 espose a Bologna Lo sbocco del torrente Enza nel Po, che gli fruttò una menzione onorevole, mentre nel 1869 la Pinacoteca di Parma vinse un’altra sua opera, Cortile di casa Villa a Parma. Espose regolarmente dal 1861 presso la Società d’incoraggiamento e in particolare alla Mostra parmense di Belle Arti del 1870 presentò un nucleo assai consistente di dipinti, lodati dai contemporanei per la buona disposizione dei colori e l‘esatta riproduzione del vero, tra i quali Borgo del naviglio, in tale circostanza pervenuto al Comune di Zibello, ove è conservato. In questa opera la sua pittura, altre volte più tradizionale e talora ingenua, si accosta al tocco pastoso di Luigi Marchesi in una delicata gradazione coloristica e vibrante luminosità. Due anni dopo espose a Milano Il torrente Parma e nel 1879 a Parma Courmayeur vista dalle alpi, che venne sorteggiato a Quintilio Zoni. I lavori dell’ottavo decennio del secolo denotano poi un contatto con la pittura toscana di macchia (alla mostra del 1870 furono tra gli altri presenti G. Fattori e S. Lega) nella pennellata veloce, nelle larghe campiture di colore e nei profili delle figure nettamente definiti, come evidenziano i dipinti Circo in una piazza di paese del 1871, posseduto dal Comune di Zibello, o Studio dal vero presso Fiorenzuola, del Comune di Fidenza, datato 1879. Alla pittura di cavalletto, che dopo tale data non risulta peraltro documentata, lo Scaramuzza alternò l’attività di decoratore e, in epoca tarda, quella di scenografo. Lavorò quale scenografo col Giacopelli per le scene dell’Otello del settembre 1887. Nella sua produzione di paesista si distinguono diversi momenti e vari livelli qualitativi, pur in un iter di linguaggio conseguente. Accanto a opere che non demeritano una collocazione ai vertici del paesismo parmense del secondo Ottocento, come Il corso dei carri mascherati in via San Michele, ve ne sono altre ancora legate a un tardo gusto romantico, come Vallata del Baganza (Parma, Cassa di Risparmio), altre ancora, come Corso d’acqua (1863, Parma, Istituto d’Arte Paolo Toschi) e Il canale del naviglio all’interno di Parma (1870, Zibello, Palazzo Comunale) che, per la poetica luminosità e i risultati cromatici richiamano una precisa conoscenza fontanesiana. Tuttavia più caratteristica è la produzione posteriore al 1870, già parzialmente anticipata da Case di Borgo delle Grazie (1864, Parma, Palazzo Comunale), probabilmente influenzata, come accadde a Enrico Sartori, dal contatto con le opere di Giovanni Fattori esposte nel 1870 a Parma. Avvicinano infatti lo Scaramuzza al macchiaiolismo sia la pennellata che i netti contorni delle figure, con le larghe campiture cromatiche di Il circo in una piazza di paese e di Studio dal vero presso Fiorenzuola in cui la sciolta macchia d’impressione imparenta lo Scaramuzza a un ambiente artistico estraneo a quello provinciale, informato delle acquisizione mature del linguaggio toscano.
FONTI E BIBL.: G. Copertini, Pittura dell’ottocen-to, 1971, 125 e 128; A. De Gubernatis, Dizionario artisti italiani viventi, 1889; C. Ricci, La R. Galleria di Parma, 1896, 390, 392, 393; L. Callari, Storia dell’arte italiana contemporanea, 1909, 362; Gazzetta di Parma 13 luglio 1863, 620; Esposizione industriale provinciale, 1864, 92; Atti della R. Emiliana Accademia, 1867, 29; Catalogo delle opere esposte, 1870, 37, 38, 50, 55; Giornale del primo congresso, 1870, 284; P.C. Ferrigni, 1873, 230; L. Pigorini, 25 novembre 1879; A. De Gubernatis, 1906, 459; A. Alessandri, 1910, 62; Inventario ms. Istituto P. Toschi, v. II, nn. 6110, 6111 e 3260; A. Corna, 1930, 494; N. Pelicelli, in Thieme-Becker, 1935, v. XXIX, 531; A.M. Comanducci, 1945, v. II, 740; E. Bénézit, 1955, v. VII, 550; G. Copertini, 22 ottobre 1959, 3; E. Carra, 1960, 202; G. Copertini, 7 dicembre 1967, 6; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1974, 2962: G. Copertini, Una interessante raccolta di dipinti parmensi dell’800, in Parma per l’Arte, 1964, 58-61; G. Copertini, La pittura parmense dell’800, Milano, 1971, 125-128; G. Godi, Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’800, catalogo della mostra, Parma, 1974, 96; Dizionario Bolaffi pittori, X, 1975, 205-206; Dietro il sipario, 1986, 306; Per la Val Baganza 9 1988, 142; G. Allegri Tassoni, 1981, 184-188; Marini, 1975, 205-206; A. Musiari, 1994, 18-20 e 72-73; Città latente, 1995, 91-92.

SCARAMUZZA FRANCESCO ANTONIO BONAVENTURA
Sissa 15 luglio 1803-Parma 20 ottobre 1886
Figlio di Nicolò e Marianna Benedetta Frondoni. Antonio Pasini e Giovanni Tebaldi educarono all’arte lo Scaramuzza, che vinse nel 1820 due concorsi accademici, uno per il disegno a chiaroscuro con Un soldato Cimbro entrato nella stanza di Caio Mario per ucciderlo, si ritira vinto dalla sua voce e l’altro per il nudo. Sei anni più tardi gli venne conferito il premio annuale di pittura per l’Alessandro Farnese che uccide il pascià alla battaglia di Lepanto (Parma, Galleria Nazionale), donde la permanenza di studio a Roma da dove nel 1828 inviò come saggi una Madonna col bambino, copiata da un particolare della Madonna di Foligno di Raffaello (ancora catalogata in Pinacoteca di Parma nel 1896 dal Ricci, p. 21), e il tonante S. Giovanni Battista nel deserto (nella Galleria Nazionale di Parma), nonché nel 1830 il Silvia ed Aminta. Nel 1829 lo Scaramuzza si aggiudicò il premio triennale dell’Accademia parmense col Dandolo alla presa di Costantinopoli, che fu anche mostrato al pubblico nella Galleria Ducale. Ritornato a Parma nell’aprile del 1830, dopo sette mesi fu visibile, sempre in Galleria, un Miracolo di S. Antonio da Padova, il quale dipinto è invece erroneamente datato dal Pariset al 1842. A tale proposito è da notare che questo autore confonde molti altri dati cronologici dello Scaramuzza, errori che sono ripresi da autori posteriori, come Copertini, Allegri Tassoni, Bacchini, Capelli e Dall’Olio. La principessa Maria Antonietta di Borbone allogò allo Scaramuzza la pala del S. Rocco che guarisce gli appestati, in sostituzione di quella non gradita di Giovanni Tebaldi. Una piccola mostra personale fu organizzata nell’ottobre del 1832 nella Galleria Ducale dove vennero esposte quattro sue nuove opere: il S. Martino a cavallo per l’altare maggiore della parrocchiale di Noceto (il bozzetto si trova in canonica), la Visione di S. Ilario per l’omonima parrocchiale di Sant’Ilario Baganza, una Sacra famiglia e infine un Apollo, la cui minuta descrizione di un anonimo cronista sulla Gazzetta di Parma diventa utilissima per identificarne il bozzetto col dipinto di collezione privata parmense erroneamente pubblicato da Copertini-Allegri Tassoni (1971, figura a p. 22) col nome di Giovan Battista Borghesi. L’anno seguente lo Scaramuzza eseguì l’Amore e Psiche della Galleria Nazionale di Parma, iniziando pure lo scomparto centrale nel soffitto della grande sala di lettura nella Biblioteca Palatina di Parma, raffigurandovi Prometeo che protetto da Minerva ruba una scintilla al sole, che terminò nel 1834. Sempre in quell’anno siglò e datò il S. Francesco Solano della chiesa di San Michele in Parma. La Presentazione di Maria al tempio della chiesa del Quartiere di Parma fu invece frutto di una commissione ducale nel 1835, una benevolenza della Sovrana che l’anno dopo in qualche modo lo Scaramuzza ricambiò dipingendo per l’ex ufficiale napoleonico Varron un S. Napoleone Martire da porsi nell’oratorio della Rocca di Sala Baganza (in collezione privata genovese), la quale figura ha i tratti del volto di Napoleone Bonaparte. Sempre nel 1836 il Principe di Metternich allogò allo Scaramuzza un Davive che placa le ire di Saulle, che venne mostrato al pubblico nel 1837. La duchessa Maria Luigia d’Austria nel 1838 gli commissionò una Carità patria che venne poi ereditata da Leopoldo d’Austria, mentre contemporaneamente lo Scaramuzza espose nel Palazzo del Giardino di Parma la Malinconia e una Scena del Conte Ugolino dalla Divina Commedia. Quest’ultimo quadro, secondo il Pariset, fu due anni prima esposto a Milano. Nel 1839 lo Scaramuzza eseguì per la Duchessa Dare da bere agli assetati, che venne ereditato da Leopoldo d’Austria e presentato nella mostra parmense del 1840, dove figurò pure la Carità di uno Scolaretto, sempre commissionato dalla Sovrana, proveniente dall’esposizione che se ne era fatta l’anno prima nel palazzo di Brera a Milano. Entrambi i dipinti furono riprodotti in litografia dal Vigotti nel 1842. Del 1840 sono le Figure di Santi benedettini dipinti nel chiostro di San Giovanni evangelista in Parma e forse i due affreschi nella parrocchiale di Monticelli d’Ongina raffiguranti Le virtù teologali e il Cristo nell’orto degli ulivi (stando al Gervasoni, mentre il Pariset data questi ultimi al 1856; il secondo autore sembra in questo caso più attendibile, trovandosi una memoria per i due dipinti sul giornale L’Annotatore del 27 novembre 1858 che appunto li illustra). Ancora nel 1841 Maria Luigia d’Austria gli retribuì le pitture nella volta del tempietto dedicato al Petrarca a Selvapiana di Ciano e gli ordinò pure le prime scene dantesche da dipingersi nella stanza del bibliotecario nella Biblioteca palatina di Parma. La famosa decorazione fu compiuta dallo Scaramuzza a più riprese: nel 1842, 1843 e 1844, concludendola nel 1857. sempre nel 1841 lo Scaramuzza presentò in mostra nel Palazzo del Giardino di Parma tre quadri: La preghiera del mattino, Pregare Iddio per i vivi e per i morti e La Madonna col bambino e S. Giovanni Battista. L’anno seguente si trovò a San Secondo per dipingere la villa del conte Caimi con Episodi della vita di napoleone. Nel dicembre del 1844 terminò la volta nella sala delle medaglie del Museo d’antichità di Parma e nel 1846 la tela con la Vergine Assunta per la parrocchiale di cortemaggiore. Nel medesimo anno lo Scaramuzza venne nominato maestro d’estetica e di composizione nell’Accademia di Belle Arti di Parma, nelle cui sale espose pure altri due pezzi della serie le opere di misericordia (Visitare gli infermi e Consolare gli afflitti). Nel 1847 ricevette la cattedra di maestro di pittura. Terminò nel 1849 la tela del Baliatico ordinatagli da Maria Luigia d’Austria già nel 1842, ma terminata appunto dopo la morte della mecenate (l’opera venne acquisita dalla Galleria Ducale). Verso il 1853 lo Scaramuzza finì di dipingere una vasta tela rappresentante la Discesa al limbo, iniziata tre anni prima (conservata nel castello di moncalieri). Già professore di pittura, nel 1860 lo Scaramuzza fu posto a dirigere l’Accademia, ma si dimise nel 1877 dedicandosi così principalmente al sua grande progetto di illustrare la Divina Commedia. Questa sua aspirazione risaliva al 1838, quando iniziò la progettazione di molte scene con finissimi disegni a penna (anticipanti la tecnica divisionista) che imitavano le incisioni. Infine nel 1876, dopo diciassette anni di appassionato lavoro, espose finiti i 243 fogli realizzati. Lo Scaramuzza, costante e instancabile disegnatore durante tutta la sua carriera, rivela soprattutto nell’arte grafica le sue doti eccezionali. Lasciò innumerevoli disegni di genere, spesso caratterizzati da acute osservazioni e che vanno dalla scene elaborate allo studio nel dettaglio di ciascun elemento delle proprie composizioni. Indagini puntigliose, eseguite a penna e a matita, di piante e fiori, disegni di nudi dal vero, svariatissimi ritratti, soprattutto di amici e di familiari, vari fogli che fanno supporre trattarsi di bozzetti predisposti dall’artista per il consueto giudizio preliminare da parte della committenza. Intensa risulta pure la sua produzione disegnativa giovanile, improntata a un depurato nitore formale. Alcuni taccuini, suoi precoci e inseparabili compagni di brevi viaggi nella pianura padana, lo rivelano, attento al paesaggio e ai monumenti, già dotato di una eccezionale omogeneità linguistica con la quale riesce a cogliere l’essenziale di quanto interessa il suo occhio curioso. Sono però il gigantesco complesso dei duecentoquarantatré cartoni con le illustrazioni per la Divina Commedia che proiettano lo Scaramuzza tra i maggiori disegnatori europei del suo tempo. L’artista lavorò a questa sua impresa splendida e vigorosa dal 1859 al 1876. Ma i suoi esordi in tema dantesco risultano assai precoci. Fin dal 1836, infatti, presentò La morte del Conte Ugolino con figli e nipoti, che prelude agli encausti della Sala Dante nella Biblioteca Palatina di Parma, condotti, tra svariate interruzioni dovute ai continui dubbiosi ripensamenti, dal 1842 al 1857. Nello Scaramuzza c’è sempre un profondo legame tra la parola del testo e la figura. La rappresentazione visuale di ogni sua tavola è in continuo scambio e potenziamento con l’espressione di Dante, sempre in rivelatrice interespressività. Lo Scaramuzza procede continuamente a tradurre il logos e lo spirito del logos, che sempre dimostra di avere correttamente indagati e capiti, in immagini, costantemente alla ricerca febbrile del legame tra testo e figura, addirittura tra colore vocale e colore del segno grafico. Le sue tavole accompagnano dunque il testo dantesco interpretandolo come una specie di fedelissima traduzione figurata. Tra le numerose illustrazioni del mirabile viaggio dal buio della selva e della valle alla luce risolutiva nel Paradiso dei tre cerchi, quelle dello Scaramuzza sembrano anche contribuire all’interpretazione stessa dei testi, soprattutto per la comprensione di passi particolarmente oscuri. Il rapporto dinamico testo-visualizzazione contiene poi una grande ansia di comunicazione anche popolare, tesa ad allargare il messaggio dell’opera scritta al di fuori della cerchia degli intendenti. Non va dimenticato che lo Scaramuzza fu altresì autore di una traduzione, impeccabile, in dialetto parmigiano del poema di Dante, rimasta manoscritta nonostante il suo struggimento per farla stampare, che dimostra il proposito di farlo conoscere al più largo pubblico possibile, ben al di là della fascia aristocratica e letteraria. Lo Scaramuzza, di carattere estroso, coltivò anche interessi stregoneschi e letterari. spiritista convinto, affermò di essere come medium in comunicazione con gli spiriti dei trapassati che gli trasmettevano i loro pensieri e perfino gli dettavano le loro composizioni poetiche e letterarie d’oltretomba: lo spirito di Ludovico Ariosto un Poema sacro (1873), composto di ben tremila ottave (lo scaramuzza si spinse al punto di pubblicare l’opera come postuma del poeta), lo spirito di Carlo Goldoni La scostumata delusa e Il fastoso superbo e egoista. Inoltre prese attivamente parte ai movimenti politici e rivoluzionari dell’epoca. Il 20 marzo 1848 suonò a stormo per un’ora e mezzo dalla torre del Duomo di Parma e ospitò in casa sua i liberali più perseguitati. È del 1831, pochi giorni dopo l’esecuzione di Ciro Menotti, il suo dipinto Pregate per i vivi e per i morti, notevole in quanto prova la temerarietà dello Scaramuzza: rappresenta una donna abbrunata che, dopo aver collocato una corona di fiori e quercia su un cippo marmoreo, si prostra e abbraccia il piccolo figlio. Sul nastro della corona è scritto Francesca Menotti. Fu il maestro di Ignazio Affanni, Cecrope Barilli, Clementina Morgari Lomazzi, Giorgio Scherer e Cleofonte Preti.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 14 ottobre 1820, 332, 29 luglio 1829, 328, 20 novembre 1830, 369, 372, 13 agosto 1831, 265, 267, 24 e 27 ottobre 1832, 349, 352, 8 febbraio 1837, 43, 44, supplemento 5 maggio 1838, 165, 1 maggio 1839, 154; C. Malaspina, 1839, 121-122; Gazzetta di Parma 27 maggio 1840, 181, 28 aprile 1841, 152; C. Malaspina, 1841, 140, 148-149; C. Ughi, 1841, 164-165; C. Malaspina, 15 ottobre 1842, 332-333; L. Vigotti-C. Malaspina, 1842, 7, 8, 18, 20; M.L., in Il Facchino 1844, 393, 398; E. Scorticati, 1844, 111; L. Fochi, 1845, 419-420; Gazzetta di Parma 21 febbraio 1846, 60; L. Sanvitale, 1847, 287; G. Bacchi, 1847, 100; P. Grazioli, 1847, 42, 62, 73; C. Malaspina, 1851, 56, 67, 68, 101, 110; G. Negri, 1852, 54, 55, 56; A. Cavagnari, 1853; P. Oppici, 1853; V.N.R., in l’Annotatore 1858, 183; C. malaspina, 1860, 53, 63, 64, 65, 73; Gazzetta di Parma 1 giugno 1867, 495; O. Federici, 1869; C. malaspina, 1869, 63, 64, 88, 103; Elenco dei quadri che trovasi in casa Gravaghi, 1870, 29; P. Martini, 1870, 90, 91, 95; Gazzetta di Parma 12 e 23 dicembre 1871; P. Martini, 1871, 90-95, 137; P. Martini, 1872, I disegni di F. Scaramuzza; P. Martini, 1873, 17-36; A. Rondani, Selvapiana, 1874, 14; Gazzetta di Parma 4 maggio, 12 agosto 1876; L. Pigorini, 1876; G.A. Scartazzini, 1876; Z., in Gazzetta di Parma 1876; P. Grazioli, 1877, 37-38; A. Rondani, 1880, 345, 452; Gazzetta di Parma 26 ottobre, 10 novembre 1886; Memorie di S. Maria del Quartiere, 1886, 36; C. Pariset, 1886; La Provincia 24 ottobre 1886; L. Battei, 1887; E. Scarabelli Zunti, Chiese e conventi, v. II, 71; N. pelicelli, 1906, 82, 83, 105, 188; L. Testi, 1912, 88, 110; G. Battelli, 1924, 159; V. Soncini, 1924; G. Micheli, 1928, 41-43; E. Somarè, 1928, v. I, 97; A. Santangelo, 1934, 77, 89; N. Pelicelli, in Thieme-Becker, 1935, v. XXIX, 531-532; G. Copertini, in Enciclopedia Treccani, 1936, v. XXXI, 4; Inventario ms. Galleria Nazionale, 1938, 265; G. Battelli, 1939, 141-149; A. Pettorelli,1939, 128; G. Allegri Tassoni, 1941, 38; A.M. comanducci, 1945, v. II, 740; T. Cavalli, 1953, 73-78; G. Copertini, 1954, 170-171; E. Bénézit, 1955, v. VII, 550; M. Pellegri, 1959, 86; U. Galetti, 1961, 260; T. Cavalli, 1962, 27, 110, 113, 114, 166, 167; G. Copertini, 10 novembre 1962, 3; A. Gervasoni, 1971; G. Ponzi, 1973, I, 15; G.P. Bernini, 1974, 13; Cimone, Capitan Fracassa 26 ottobre 1886; E. Costa, Francesco Scaramuzza, Ricordi aneddotici, Parma, Battei, 1886; A. Brunialti, Annuario biografico universale, 1887, 233-236; A. Rondani, Artistes Italiens: François Scaramuzza, in L’Art. Revue hebdomadaire illustrée 3 ottobre 1875; A. Rondani, I tre regni danteschi nell’arte, in Nuova Antologia giugno 1876, 517-553; A. Rondani, Francesco scaramuzza, in Rivista Britannica - Germanica - Slava 16 luglio e 1 agosto 1876, 306-310 e 344-347; A. rondani, Francesco Scaramuzza e un critico della “perseveranza”, in Il Diritto 11 aprile 1877, ristampato in Saggi e critiche d’arte, Firenze, tip. Gazzetta d’Italia, 432-452; A. Rondani, Gli ultimi scomparsi (francesco Scaramuzza e Girolamo Magnani), in Natale e Capo d’anno, numero unico del Corriere di Parma, Parma, Battei, 1892, 1-5; G.J. Ferrazzi, Manuale Dantesco, Bassano, Pozzato, 1865, vol. I, 349, 365, 586; YY, I cartoni danteschi del Prof. Cav. Francesco Scaramuzza, in Strenna della Gazzetta di Parma per l’anno 1878, 97-106; C. Malaspina, Descrizione di vari dipinti all’encausto eseguiti dal Prof. F. Scaramuzza nella sala del bibliotecario nella Real Biblioteca, Parma, A. Stocchi, 1850; P. Martini, La scuola delle Arti belle e gli artisti delle provincie di Parma e Piacenza dal 1777 ad oggi, Parma, tipografia governativa, 1862, 37; P. martini, Guida alle illustrazioni dantesche di Francesco Scaramuzza, Parma, Grazioli, 1876; L. modona, Topografia della Reale Biblioteca di Parma. Cenni descrittivi, Parma, Ferrari e Pellegrini, 1894; L.Modona, La Reale Biblioteca di Parma, in Rivista delle Biblioteche e degli Archivi, anno VI, vol. VI, 11 e 13 1896; F. Odorici, Memorie storiche della nazionale Biblioteca di Parma, in Atti e memorie d. R. Deputazione di storia Patria per le province parmensi e modenesi, Modena, 1863, tom. I, 349 e sgg.; L. Scarabelli, Confronti critici alle illustrazioni figurative date alla Divina Commedia dagli artisti Dorè e Scaramuzza, Piacenza, Tedeschi, 1874; L. Scarabelli, Confronti critici per le illustrazioni fig. dell’Inferno dantesco degli artisti Dorè e Scaramuzza, Parma, 1878; E. Panzacchi, Critica spicciola, Roma, Verdesi, 1876, 163; V. Soncini, francesco Scaramuzza illustratore di Dante, in Bollettino del Comitato cattolico per l’omaggio a Dante Alighieri marzo-aprile 1915, 30-41; A. Pariset, Dizionario Biografico dei parmigiani Illustri, Parma, Battei, 1905, 101-105; G. Micheli, I dipinti dello Scaramuzza nel tempietto di Selvapiana, Reggio Emilia, 1929; C. Ricci, La R. Galleria di Parma, Parma, 1896, 21, 171, 174; A. Barilli, S. Napoleone Martire, in Aurea Parma 1933, 14-19; A. Barilli, I cartoni danteschi di Francesco Scaramuzza, in crisopoli I 1934, 49; A.O. quintavalle, La R. Galleria di Parma, Roma, 1939, 243-244; Enciclopedia pittura italiana, III, 1950, 2240; L’Arte in Italia, 1872, 13 e s.; Natura ed Arte, 1895-1896, I, 894 e s.; U. galetti-E. Camesasca, enciclopedia pittura italiana, Milano, 1951, II, 2240; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1974, 2962; G. Allegri Tassoni, Mostra dell’accademia parmense, catalogo, Parma, 1952; Mostra commemorativa di Francesco Scaramuzza, catalogo, Parma, 1959; La Pinacoteca Stuard di Parma, catalogo, Parma, 1961, 47; A. Ciavarella, Il pittore Francesco Scaramuzza e la Sala Dante della Biblioteca Palatina, in Parma Economica, 1968; I. Petrolini, Museo Glauco Lombardi, catalogo, Parma, 1972, 42, 71, 73; A. Bacchini, Sissa, storia di un paese, Parma, 1973, 54, 71; G. Capelli-E. dall’Olio, Francesco Scaramuzza, catalogo della mostra, Parma, 1974; G. Godi, mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’800, catalogo della mostra, Colorno, 1974, 25-27; G.L. Marini, in Dizionario Bolaffi pittori, X, 1975, 206-207; Parma. Vicende e protagonisti, 1978, III, 322; Disegni antichi, 1988, 109-110; M. Leoni, Pitture sulla volta della sala detta delle medaglie nel D. Museo d’Antichità di Parma eseguite dal Prof. Francesco Scaramuzza, Parma, Rossetti, 1844; L. Silva, La discesa al limbo, quadro di Francesco Scaramuzza: ode, Parma, Stocchi, 1853, 1-4; L. Scarabelli, Confronti estratti dalle lezioni per le illustrazioni figurative date all’Inferno dantesco dagli artisti Doré e Scaramuzza, Parma, Saccani, 1870; La mostra delle illustrazioni date all’Inferno e al Purgatorio danteschi di Francesco Scaramuzza, in A. Rondani, Scritti d’arte, Parma, 1874, 129-247; P. Martini, Guida e spiegazione dei disegni di Francesco Scaramuzza illustrativi della divina Commedia, Parma, Ferrari, 1876; A. Rondani, Cose letterarie, in Gazzetta di Parma 17 febbraio 1883; Bénédite, Storia della pittura del sec. XIX, Milano, Soc. Ed. Libraria, 1915; Francesco scaramuzza poeta spiritista, in Avvenire d’Italia 28 ottobre 1922; pei disegni danteschi di Scaramuzza, in Aurea Parma 7 1923, 186; J. Bocchialini, Scrittori nostri del secolo scorso: un medico poeta e un pittore spiritista, in Aurea Parma 8 1924, 193-202; V. Soncini, L’episodio dantesco del conte Ugolino tradotto in dialetto parmigiano da Francesco Scaramuzza, Parma, Bodoniana, 1930, anche in Archivio Storico per le Province Parmensi 30 1930, 274-276 e Aurea Parma 14 1930, 231-239; A. Giuffredi, La mostra dei cartoni dello Scaramuzza a S. Leonardo, in corriere Emiliano 14 novembre 1931; A.M. comanducci, I pittori italiani dell’Ottocento, Ed. Artisti d’Italia, Milano, 1933; M. Bocconi, Parla di passato: un colloquio con l’al di là, in Parma per l’Arte 3 1933, 71-74 (attività spiritistica); R. Fantini, Per i cartoni danteschi dello Scaramuzza, in Gazzetta di Parma 14 dicembre 1934; A. Boselli, I dipinti del limbo dantesco di F. Scaramuzza nella Biblioteca di Parma, in Crisopoli 2 1934, 401-406; U. Ponzi, Francesco scaramuzza poeta e commediografo, in Crisopoli 2 1934, 164-165; A. Barilli, Francesco Scaramuzza, pittore di Dante e poeta degli spiriti, in Giallo e blu, Parma, 1949, 95-98; Autoritratto, in Aurea Parma 36 1952, 196; A. Zamboni, Francesco scaramuzza illustratore della Divina Commedia, in Gazzetta di Parma 16 maggio 1955, 3; A. Ciavarella, Il centenario della Sala Dante della Biblioteca Palatina, in Aurea Parma 41 1957, 248-250; Francesco scaramuzza e il suo mondo di bellezza, in Gazzetta di Parma 26 luglio 1959, 3; A. Barilli, Francesco scaramuzza, in Al pont ad mez 1959, 3; Dipinto giovanile, in Parma per l’Arte 10 1960, 40; Attività letterarie, in G. Pighini, Storia di Parma, Reggio E., 1965, 177-178; Parma per Dante nel VII centenario della nascita, in Il Resto del Carlino 5 giugno 1965; A. Ciavarella, Il pittore parmense Francesco scaramuzza e la sala Dante della Biblioteca Palatina, in Parma Economica 5 1965, 24-28; Francesco scaramuzza, in A. Barilli, Il Galaverna ed altri scritti, Parma, 1966, 191-196; M. Rosci, La Divina Commedia illustrata attraverso i secoli, in Selezione del Reader’s Digest, Milano, 1967; G. Copertini, La pittura parmense dell’Ottocento, Parma, 1971, 42-48; G. Capelli, Francesco Scaramuzza, in Gazzetta di Parma 26 aprile 1974; G. Capelli-E. dall’Olio, Francesco scaramuzza, Parma, Battei, 1974; G. Capelli, In pericolo a Selvapiana i dipinti di Scaramuzza, in Gazzetta di Parma 14 ottobre 1974; T. Coghi Ruggero, scaramuzza dantesco, in Gazzetta di Parma 20 ottobre 1986; A. Marasini, Il pittore Francesco Scaramuzza è stato anche fervente patriota, in Gazzetta di Parma 21 ottobre 1986; Al Pont ad Mez 2 1986, 42-47; G. Capelli, Sissa, 1996, 101-107; Grandi di Parma, 1991, 104; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 286; Aurea Parma 3 1993, 248-250; G. Capelli, in Gazzetta di Parma 15 ottobre 1996, 5.

SCARAMUZZA SALVATORE
Sissa 1804 c.-
Figlio di Nicolò e di Marianna Benedetta Frondoni. Fu un valente incisore calligrafo.
FONTI E BIBL.: Bacchini, Sissa, 1973, 71.

SCARATTI GIAMPAOLO
Parma 1710/1711
Gesuita. Fu Rettore del Collegio dei Nobili di Parma dal 14 settembre 1710 al 31 gennaio 1711.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 836.

SCARATTI GIAN PAOLO, vedi SCARATTI GIAMPAOLO

SCARONI CATERINA EMILIA, vedi SOLCI SCARPA CATERINA EMILIA

SCARPA ANDREA
Parma prima metà del XVII secolo
Maestro muratore attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 321.

SCARPA CRISTOFORO
Vianino ante 1415- Treviso post 1441
Figlio di Enrico. Fu egregio ed eccellente gramatico (Affò). Ebbe corrispondenza con Guarino Veronese, del quale si conservano alcune lettere del 1415 e 1418 indirizzate allo Scarpa. Fu personaggio assai accreditato, lodato anche da Gasparino Barziza e da Antonio Baratella, che in una sua lettera in versi lo definisce insignis Rhetor. Verso il 1415 lo Scarpa si trasferì a verona, e quindi insegnò Belle Lettere in Venezia (1423). Nel 1425 passò a Padova come professore di Retorica, ottenendo nel contempo la cittadinanza padovana. Morto nel 1430 Gasparino Barziza, lo Scarpa fu proposto come sostituto per la cattedra di umane lettere all’Università di Padova, ma il Senato gli preferì Antonio Picino. Insegnò infine a Treviso dal 1435 al 1441.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 138-143; A. Pezzana, memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VI/2, 1827, 143-146; A.Segarizzi, Cristoforo de Scarpis, in Nuovo Archivio Veneto 29 1915, 57 s.

SCARTOCCHINO, vedi LUCCHI FRANCESCO

SCARZARINO GUSTAVO, vedi PONTI CRISTOFORO

SCARZELLA FRANCESCO
Parma-post 1781
Allievo al Collegio dei Nobili di Parma, nel Carnevale del 1781 cantò nel dramma pastorale La morte di Nice, rappresentato nel Teatro dell’Istituto.
FONTI E BIBL.: Sartori; G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

SCATOLA ASENZIO
Neviano degli Arduini 4 settembre 1909-montereau Fault Yonne 31 gennaio 1991
Nato da Attilio e Annunziata Mistrali. comunista, espatriò in Francia il 21 aprile 1936. Il suo nome compare sul Bollettino delle ricerche. Supplemento dei sovversivi. Da Bagnolet, nella regione parigina, dove risiedeva, passò in Spagna nell’aprile 1937, arruolandosi poi nella Brigata Garibaldi, 1° Battaglione, 1a compagnia. Combatté sui fronti di Huesca, Brunete e Farlete, raggiungendo il grado di Sergente. Nel settembre 1937 fu Sottotenente nel 1° battaglione. Ferito in combattimento a farlete, rientrò in Francia. All’inizio della seconda guerra mondiale fu internato nel forte di Tourelles, poi trasferito al campo di Aurigny fino alla Liberazione.
FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 133.

SCHENINI GIUSEPPE
Busseto 14 aprile 1780-
Figlio di Giovanni Battista. Nel 1810 fu chirurgo al servizio d’Italia nel 1° reggimento e nel 1815 fu Chirurgo di Battaglione al servizio di Parma. Prese parte alle campagne militari del 1813-1814 in Italia e del 1815 in Francia. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. L’anno seguente fu posto in ritiro. Durante i moti del 1831 fu sottoposto a sorveglianza ma non partecipò alla rivolta trovandosi fin da allora in Edolo, nel bergamasco, dove sposò una Calvi.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 34; O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 210.

SCHENONI ANGELO
Parma 1767/1799
Sacerdote. Fu Segretario della Biblioteca Palatina di Parma (dal 1767) e poi direttore del Museo di Archeologia di Parma (1785-1799).
FONTI E BIBL.: L.Farinelli, Il carteggio Mazza, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 208.

SCHENONI ANGELO
Parma 17 aprile 1858-1939
Figlio di Gaetano ed Ezilde Cornazzani. Fu generale di Divisione, comandante la brigata Sicilia, letterato e poeta.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1206.

SCHENONI IPPOLITO
Parma 1630/1632
Frate Servita, fu contralto alla chiesa della Steccata di Parma nell’ottobre 1630. La licenza da lui richiesta fu accettata il 13 febbraio 1632.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 90.

SCHERER EMILIO GIUSEPPE
Parma 16 maggio 1834-post 1874
Figlio di Giorgio e Caterina Paumer. Nel settembre del 1860 concorse presso l’Accademia di Belle Arti di parma al premio di terza classe, con la copia di un disegno di figura intera, aggiudicandosi una menzione onorevole. Nel luglio del 1862 ricevette un premio per la mezza figura grande al naturale, a olio dal vero. L’anno seguente espose un chiaroscuro copiato da un bassorilievo con la Vergine e il Bambino, partecipando anche al concorso accademico per il disegno di nudo, per il quale ottenne una menzione onorevole. nel 1870 espose alla Galleria Nazionale Filippo Lippi e Lucrezia Buti e La piccola nutrice, aiutando Alberto Rondani, del quale era stato compagno di studi presso l’Accademia, a tratteggiare gli appunti critici sulla mostra, pubblicati quattro anni più tardi negli Scritti d’Arte. Fu stilisticamente dipendente da Giorgio Scherer e da Ignazio Affanni, ma con accentuate intonazioni sentimentali.
FONTI E BIBL.: ms. Atti della R. Accademia parmense, 1857-1863, 227, 326 e 380; Gazzetta di Parma 11 luglio 1863, 615; Esposizione industriale provinciale, 1864, 92; Catalogo delle opere esposte, 1870, 50-52; Giornale del primo Congresso, 1870, 284; A. Rondani, 1874, 41; G. Copertini, La pittura parmense dell’800, Milano, 1971, 150, nota 92; G. Godi, Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’800, catalogo della mostra, Colorno, 1974, 104; Dizionario Bolaffi Pittori, X, 1975, 216-217.

SCHERER GIORGIO
Parma 6 marzo 1831-Parma 12 marzo 1896
Figlio di altro Giorgio e di Caterina Paumer. Fu allievo, assieme all’Affanni e a Cletofonte Preti, di Francesco Scaramuzza presso l’accademia di Belle Arti di Parma. Da giovane venne inviato e mantenuto dalla duchessa Luisa Maria di Borbone a Venezia, in compagnia di Giuseppe Bissoli, con l’incarico di copiare dei dipinti antichi da porsi sugli altari laterali del restaurando oratorio di Santa Maria Annunciata a Colorno. Lo Scherer nel 1852 eseguì la copia dell’Adorazione dei Magi di Paolo Veronese (fu esposta l’anno dopo nelle sale dell’Accademia), ma non adattandosi la superficie del dipinto antico a riprodursi esattamente in quella a sua disposizione, vi aggiunse in alto una Gloria d’angeli riproducendola da un’opera di Alessandro Varotari detto il Padovanino. Nel 1853 vinse il concorso accademico con l’Abdolomiro salutato Re, esponendo anche l’anno seguente per la società d’Incoraggiamento l’Offerta della polenta e un bel bozzetto. Partito per Roma, lo Scherer vi risiedeva nel 1856, anno in cui inviò a Parma, come saggio di pensione, l’alcibiade e la copia da un tondo con la Poesia affrescata nel soffitto di una stanza vaticana di Raffaello (nell’Istituto P. Toschi), la quale, dopo l’esposizione del 1856, era visibile nel 1884 nella camera di San Paolo, nonché il quadretto con lo Studio di pittore e di scultore. Ma nel 1857 fu di ritorno in sede, esponendo a Piacenza e poi a Parma alcune opere per la Società d’Incoraggiamento: S. Giovanni dinanzi ad Erode, Lo studio di un pittore (sorteggiato a Luigi Dosi), Visitare gli infermi (sorteggiato a Ferdinando Douglas-Scotti di Fombio) e La fanciulletta estinta. L’anno dopo lo Scherer presenziò all’esposizione parmense con Insegnare agli ignoranti (sorteggiato a Deogratias Lasagna), Tobia curato della vista, S. Gregorio che prega per le anime purganti, eseguito su commissione della duchessa reggente Luisa Maria di Borbone (il quadro si conservava nella cappella del Cimitero Comunale di Parma, da dove fu trafugato il 25 maggio 1974). Nel 1859 espose I parmigiani che rientrano dopo aver distrutto Vittoria, nel 1860, sempre a Parma, i Profughi d’Aquileja e un Ritratto e nel 1863 la Donna fiorentina, un Ritratto e un Ritratto di puttina. Dal 1861 al 1864 lo Scherer insegnò figura e paesaggio nel Collegio Militare di Parma, sempre partecipando alle mostre parmensi: nel 1863 con Visitare gli infermi, che vinse una medaglia d’argento, Insegnare agli ignoranti, La difesa di Nizza, Un episodio dell’assedio di Firenze, Gli ultimi momenti di Nicolò de Lapi (vinto dal Ministero della Pubblica Istruzione che lo donò alla Galleria di Parma). Nel 1867 espose a Bologna Consolare gli afflitti e La prima medaglia e nel 1870 partecipò alla prima mostra Nazionale parmense con un congruo numero di quadri: Una battaglia, Tiziano ed Odoardo Farnese, Consolare gli afflitti e La mascherata. Nel 1882 partecipò a quella fiorentina con Una lezione di pianoforte e l’infausta notizia, le quale opere furono entrambe ripresentate l’anno seguente sempre a Firenze, mentre solo la seconda venne riproposta nel 1887 all’esposizione della Società d’incoraggiamento, che la sorteggiò al comune di Golese, passando nel 1948 a quello di Parma. Nel 1879 espose Il maestro del villaggio, che fu estratto al Ministero della Pubblica istruzione, mentre nel 1880 partecipò con i quadraturisti Mazzari, Soncini e Robuschi (allievi del Magnani) al rinnovamento decorativo dei locali del Caffè del Risorgimento. Nel 1884 espose a Torino Il figlio del soldato e il Merciaio ambulante. Infine nel 1891 lo Scherer fu a Chiavari, dove affrescò nella chiesa di Nostra Signora dell’Orto, presenziando anche nel 1893 a una mostra locale con Saul e Consolare gli afflitti, che vinsero un primo premio. Ma fu anche presente in quell’anno a Parma, dove, alla mostra della Società d’Incoraggiamento tenuta nel Teatro Regio, espose il Correggio illustra alla badessa Giovanna Piacenza gli affreschi della camera di S. Paolo (conservato presso la Cassa di Risparmio di Parma). Come testimonia il Rondani (1874, pp. 448-453), lo Scherer mantenne un incostante comportamento stilistico, dibattendosi alternativamente tra una convenzionale pittura borghesemente stucchevole e uno stile più realistico, sia per la tematica che per la tecnica in certi aspetti quasi impressionistica.
FONTI E BIBL.: G. Negri, 1852, 67; Gazzetta di Parma, supplemento, 7 gennaio 1853, 20 febbraio 1854, 165, 16 luglio 1856, 642, 18 agosto 2, 8 e 19 ottobre 1857, 737, 890, 909, 945; X, in l’annotatore 1857, 131, 132, 143; Gazzetta di Parma 18 settembre 1858, 842; F.G., in Gazzetta di Parma 1858, 853-854; G. Panini, 1858, 885; Esposizione delle opere, 1858, 13; C.I., in l’Annotatore 1859, 170; A. Billia, 1860, 1247; G. Carmignani, 1860-1861, 9; Gazzetta di Parma 10 e 11 luglio 1863, 612, 615; Esposizione industriale provinciale, 1864, 92-93; Atti della R. Emiliana Accademia, 1867, 29; Catalogo delle opere esposte, 1870, 43, 44, 49; A. Rabbeno, 1870, 43; L. Pigorini, 25 novembre 1879; L. Ameni, 24 ottobre 1880; L. Pigorini, 1887, 22 e 54; Gazzetta di Parma 23 aprile e 17 giugno 1891; R. De Croddi, 1893, 371; A. De Gubernatis, 1906, 460; Inventario ms. Istitituto P. Toschi, v. I, n. 1648; A. Corna, 1930, 495; A. Santangelo, 1934, 115; N. Pelicelli, in Thieme-Becker, 1936, v. XXX, 34; inventario ms. Galleria Nazionale, 1938, 259; A.M. Comanducci, 1945, v. II, 743; L. Gambara, 1966, 250; G. Copertini, 7 dicembre 1967, 6; G. Ponzi, 1973, II, 29; Gazzetta di Parma 27 maggio 1974, 4; G. Allegri Tassoni, 1974; E. Scarabelli Zunti, documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, ms. nella Biblioteca Palatina di Parma, 1851-1893, X, 136; De Gubernatis, Dizionario artisti italiani viventi, 1889; A.S. Trucchi, Guida di Chiavari; N. Pelicelli, Guida di Parma, 1910; G. Godi, Soragna: l’arte dal XIV al XIX secolo, 1975, 80-81; P. Martini, La scuola parmense di Belle Arti e gli artisti delle province di Parma e di Piacenza dal 1777 all’oggi, Parma, 1862, 37; P. Martini, La Regia Accademia parmense di Belle Arti, Parma, 1873, 17; A. Rondani, Scritti d’arte, Parma, 1874, 448-453; C. Ricci, Catalogo della Regia galleria di Parma, Parma, 1896, 6 e 172; A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri o benemeriti, Parma, 1905, 105-106; G. Allegri Tassoni, mostra dell’Accademia Parmense, catalogo, Parma, 1952, 60-61; Mostra di pittori emiliani dell’800, catalogo, Bologna, 1955, 28; G. Copertini, Un grazioso dipinto di Giorgio Scherer, in Parma per l’Arte 1959, 202; A. Ghidiglia Quintavalle, Doni ai musei e gallerie dello Stato, in Bollettino d’Arte 1964, 425; G. Copertini, La pittura parmense dell’800, Milano, 1971, 64-66; G. Godi, Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’800, catalogo della mostra, Parma, 1974, 71-72; A.M.comanducci, Dizionario dei Pittori, 1974, 2971; S. Pinto, romanticismo storico, catalogo della mostra, Firenze, 1974, 375; G.L. Marini, in Dizionario Bolaffi pittori, X, 1975, 217-218.

SCHIAFFINATI GIAN GIACOMO, vedi SCHIAFFINATI GIOVANNI GIACOMO

SCHIAFFINATI GIOVANNI GIACOMO
Milano 10 settembre 1450-Roma 8 dicembre 1497
Figlio di Tonello, nobile milanese. Fu cameriere di papa Sisto IV e Canonico della basilica Vaticana. Il 30 dicembre 1482 fu eletto da Sisto IV vescovo di Parma. Ebbe due fratelli: Gabriele, vescovo di Gap (Episcopus vapicen-sis), che lo Schiaffinati costituì suo sindaco, procuratore e luogotenente, che risiedette nel palazzo episcopale di Parma, e Andrea. Lo Schiaffinati si valse del fratello Gabriele nell’amministrazione spirituale e temporale della Chiesa di Parma. Il 15 novembre 1483 il Papa lo creò Cardinale del titolo di Santo Stefano in monte Celio, onde in seguito volgarmente fu chiamato il cardinale Parmense. Il diario contenuto nella Vita di Sisto V, scritto in latino da un canonico, descrive lo Schiaffinati come juvenis est quidem bonae indolis, et morigeratus et formosus, ut videri potest, litteras autem non habet. Lo stesso documento afferma che lo Schiaffinati fuit cubicularius Castellani Sancti Angeli, quem quum Xystus vidisset, mox ad se advocavit illumque multis equidem opulentissimis beneficiis insignitum, tandem ad cardinalatus apicem contra aliorum, ut fertur, voluntatem assumpsit. Il 26 aprile 1483 lo Schiaffinati emanò un decreto che dettava le regole per ottenere un sussidio caritativo. Nel 1487 lo Schiaffinati fu a Roma, ove sottoscrisse una bolla di papa Innocenzo VIII e onorò colla sua presenza le solenni esequie di Carlotta, regina di Cipro. Lo Schiaffinati decretò con un pubblico Statuto, sottoscritto anche dal clero e dal Comune della città, che si celebrasse con pia e devota pompa la festa dell’Immacolata Concezione: Parma fu una delle prime città che solennizzò questa ricorrenza. Il 4 maggio 1487 diede licenza a tutti i confratelli della società della Beata Vergine del Carmine di eleggersi per confessore qualunque sacerdote secolare o regolare e ingiunse l’obbligo di accostarsi alla propria parrocchia per ricevervi nella Pasqua i sacramenti della confessione e della comunione. Lo Schiaffinati morì all’età di 47 anni e fu sepolto nella chiesa di sant’agostino in Roma in un bellissimo sepolcro di marmo, con la seguente iscrizione: Io: Jacobo Sclafenato mediolan. divi Stephani in Coelio monte s. r. e. presbytero cardinali parmen. ob ingenium, fidem, solertiam, ceterasque animi et corporis dotes a Sixto iiii. pont. max. inter pares relato undecumque ornato queis perpetua modestia, incomparabilique integrtate gnariter annos viiii. functo Philippus eq. ord. hierosol. fratri concordissimo nato iiii id. sept. mccccli. mortuo vi idus decembr. miii. d. moerens b. m. posuit.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 236; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 811-824; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 240.

SCHIANCHI ANGELA
Parma-2 maggio 1807
Pia donna, morta in concetto di santità.
FONTI E BIBL.: Angela Schianchi morta in concetto di santità nel 1807 e tumulata nella parrocchiale della SS. Trinità in Parma, in Indicatore Ecclesiastico parmense 1906; Di Angela Schianchi morta in concetto di santità il 2 maggio 1807, Parma, 1913; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 981.

SCHIANCHI GIUSEPPE
Vallerano di Calestano 1888-Fornovo 30 agosto 1957
Sacerdote, esercitò il suo ministero a Sorbolo, a Berceto, a Viarolo, a Castellonchio, a vigatto e infine a Mezzano Rondani. Il vescovo colli nel 1944, quando ancora infuriava la guerra, affidò allo Schianchi i chierici di teologia perché presso di lui completassero la loro formazione. A fine anno dieci di questi teologi furono ordinati preti proprio nella parrocchia dello Schianchi, Mezzano Rondani. Dedicò la sua attenzione di studioso di storia e di arte locali soprattutto alla zona di Berceto, illuminando in saggi e monografie figure e fatti della storia ecclesiastica dell’antico centro appenninico. Importanti sono stati specialmente gli studi pubblicati sulla rivista milanese Arte cristiana intorno al leggendario monastero di Tabertasco e sulle origini e lo sviluppo della chiesa basilicale di Berceto, di cui lo schianchi, che fu anche Canonico della Collegiata, per primo tentò razionalmente la storia nella sua genesi religiosa e artistica.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2/3 1957, 187; Gazzetta di Parma 4 settembre 1991, 16.

SCHIANCHI GUALBERTO
Neviano degli Arduini-Plezzo 23 ottobre 1915
Caporale di Reggimento Artiglieria da campagna, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Quale capo-pezzo, dimostrò sotto il fuoco nemico rara fermezza d’animo e, mortalmente ferito, continuò ad impartire gli ordini ai serventi, finché gli vennero meno le forze.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1916, Dispensa 70a, 3736; Decorati al valore, 1964, 63.

SCHIANCHI PAOLO
Collecchio 21 agosto 1774-Parma 24 ottobre 1807
Capo di malviventi che operavano nei dintorni della città di Parma, fu catturato in seguito a una serie di gravi reati, tra i quali una aggressione a mano armata commessa il 14 dicembre 1805, a danno del quartiermastro del IV battaglione del Treno di Artiglieria, Simeonis, e una aggressione, compiuta il 7 gennaio 1806, a danno del direttore delle Poste della città di Parma, Urtin, e del corriere di Alessandria, Fotraud. Lo Schianchi operò con due complici, anch’essi catturati e assieme a lui condannati a morte dalla commissione militare riunitasi in Parma il 27 gennaio 1806. La condanna fu eseguita il 24 ottobre 1807 nella Piazza della Ghiaja in Parma.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.

SCHIARETTI GUIDO
Parma 13 gennaio 1906-Parma 8 marzo 1972
Allievo di Annibale Pizzarelli e Renzo Martini, pur non avendo ale spalle approfonditi studi musicali, seppe farsi apprezzare come ottimo tenore utilité, comprimario e in varie occasioni anche come protagonista.Dopo una lunga gavetta in teatri di provincia, nell’aprile 1945 ebbe la sua occasione, sostituendo il tenore Infantino al Teatro Regio di Parma nell’Amico Fritz.L’anno successivo fu lord Arturo nella Lucia e nel 1947 cantò nuovamente l’opera a Ovada con Carlo Bergonzi, allora baritono.Fu in Francia (Lione e Tolosa) e in Portogallo cantò in Traviata, Barbiere di Siviglia e Arlesiana.Fu anche negli stati Uniti in una serie di spettacoli.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SCHIASSI ANTONIO
Parma 1849
Incisore in rame attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 248.

SCHIAVELLI TIOLO, vedi CHIAVELLI TIOLO

SCHIAVI ANTONIO
Vigatto 28 agosto 1887-Parma 19 giugno 1951
Entrò giovanetto nel Seminario di Berceto, ove frequentò le scuole ginnasiali, e poi passò nel Seminario di Parma per i corsi liceali e teologici. Venne ordinato sacerdote il 14 maggio 1915 nella chiesa di San Tommaso dal vescovo Guido Maria Conforti. Venne poi nominato vice-archivista e Protocollista della Curia vescovile e Rettore della chiesa di San giovanni decollato, quindi vice-cancelliere della Curia per cinque anni (1919-1924), dogmano della Collegiata del Battistero e cappellano della chiesa di San Carlo. Fu inoltre confessore presso le maestre Luigine e presso l’orfanatrofio Vittorio Emanuele, Cancelliere della Curia vescovile dal 1925 al 1931, Vicario generale della Diocesi e arciprete della Basilica cattedrale dal 9 giugno al 4 settembre 1931. Fu quindi nominato parroco della chiesa di San Tommaso in Parma e Canonico onorario della basilica Cattedrale il 5 settembre 1931. restaurò e decorò la chiesa di San Tommaso, ornandola di un pregevole altare in marmo, su disegno di don Alberto Tadè, e di vetrate istoriate. Fu anche insegnante di liturgia nel Seminario maggiore, Promotore di giustizia, Promotore del vincolo e giudice del Tribunale ecclesiastico regionale per le cause matrimoniali, membro del Consiglio amministrativo diocesano, membro della commissione dei definitori per la Congregazione del clero, Ispettore dell’insegnamento di religione nelle scuole primarie della città di Parma, promotore della fede nei processi informativi per le cause delle serve di Dio Lucrezia Zileri e Anna Maria Adorni e Postulatore della causa di beatificazione di monsignor Agostino Chieppi. Fu un assiduo e diligente studioso di storia locale e diocesana: pubblicò i due importanti volumi La Diocesi di Parma, il primo nel 1925 e il secondo nel 1940, indispensabili per la conoscenza della Diocesi e delle singole parrocchie e ricchi di documenti che orientano gli studiosi sulle vicende della storia ecclesiastica della Diocesi parmense. Pubblicò anche Il Pievato di Vigatto e i suoi arcipreti e Nel VII centenario del primo battesimo amministrato nel Battistero monumentale di Parma (1916). Socio corrispondente della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi (1925), riordinò l’Archivio della Curia vescovile, facilitando agli studiosi le ricerche storiche.
FONTI E BIBL.: E. Guerra, in Parma per l’Arte 3 1951, 129; I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 208-209; T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 77.

SCHIAVI EUGENIO
-Collecchio aprile 1905
Fu consigliere comunale di Collecchio dal 1888 e Sindaco dal 1892 al 23 maggio 1894, allorché rinunciò all’incarico. Ritornò alle sue funzioni di semplice consigliere e, in assenza del sindaco Lodovico Paveri Fontana, agì da presidente della seduta. Il 23 febbraio 1899 fu di nuovo nominato Sindaco, dalla quale carica fu dimissionario il 28 agosto 1900. Da allora rimase consigliere comunale fino alla morte.
FONTI E BIBL.: U.Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.

SCHIAVI ORAZIO
San Secondo Parmense-Woschilowa 19 gennaio 1942
Figlio di Albino. Camicia Nera della Legione Camicie Nere Tagliamento, 63° Battaglione, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Porta arma tiratore, durante un tentativo nemico di sorprendere e attaccare un punto particolarmente delicato di un nostro caposaldo, interveniva prontamente aprendo il fuoco sull’avversario. Ferito rimaneva sul posto di combattimento continuando nell’azione fino a quando veniva colpito a morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1947, Dispensa 27a, 2712; Decorati al valore, 1964, 116.

SCHIETI PAOLO
Parma 1548/1562
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della steccata in Parma dal 1548 al 1556. Passò, come consorziale, alla Cattedrale di Parma il 7 novembre 1558. Il 9 novembre 1562 venne sostituito (loco D. Do. Pauli de Schietis) da Eustacchio Cernitori.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 20; Benefitiorum et beneficiatorum Elenchus, 493 (Archivio di Stato in Parma); N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 16.

SCHINON, vedi FORNIA ALFIO

SCHIROLI RICCARDO
Parma 1917-Krasno Orecowo 13 febbraio 1942
Figlio di Arnaldo. Sottotenente del 121° Reggimento Artiglieria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Giunto da pochi giorni in zona d’operazioni e destinato ad un gruppo d’artiglieria in qualità di ufficiale osservatore, rinunciava alla licenza di sei mesi spettantegli quale iscritto alla facoltà di veterinaria e chiedeva di essere subito adibito ad un osservatorio avanzato d’artiglieria. Durante questo servizio ed allo scopo di individuare meglio le posizioni avversarie, esprimeva insistentemente il desiderio di spingersi oltre le prime linee. Si univa pertanto spontaneamente ad una pattuglia di fanti con la quale, dopo essere penetrato profondamente in territorio nemico, a missione ultimata e sulla via del ritorno, veniva attaccato da preponderanti forze avversarie che gli precludevano ogni via di scampo. Impegnatosi audacemente in cruenta impari lotta, cadeva colpito mortalmente. Bell’esempio di volontarismo e sprezzo del pericolo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1949, Dispensa 7a, 1254; Decorati al valore, 1964, 98.

SCHIVAZAPPA ENRICO
Parma 27 agosto 1846-Parma 14 settembre 1890
Figlio di un addetto al servizio della Corte ducale, da giovane fu garzone prestinaio e nei ritagli di tempo studiò indefessamente. emigrato nel Parà (Brasile), giunse a occupare una posizione eminente nel commercio. Fu viceconsole italiano per molti anni e meritò l’insegna di Cavaliere della Corona d’Italia. rimpatriò nel 1888, portando con sé dal Brasile molti oggetti d’arte, che donò a vari musei d’Italia. Anche nel Museo d’antichità di Parma vi è una sala contenente un’importante collezione etnografica, dovuta appunto allo Schivazappa.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1905, 106-107.

SCHIZZATI A.B.
Noceto 1811
Fu Protomedico in Noceto e poeta dialettale. La sua Filastroca pr Carlotta Levacher al giorn d’San Carl Borromè l’an 1811 è conservata nel ms. parmense 1308 (carte di Giuseppe De Lama) della Biblioteca Palatina di Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 839.

SCHIZZATI ANDREA
Parma 1773 c. -
Figlio del conte Francesco. Fu autorevole Consigliere di Stato.

FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 200.

SCHIZZATI ANTONIO
Parma 16 aprile 1790-Parma maggio 1876
Figlio di Francesco e di Gaetana Dodi. canonico, fu Decano del Capitolo della Basilica cattedrale di Parma, della quale dignità sostenne con fermezza i diritti e le prerogative. Nell’ufficio di fabbriciere, ne curò con intelligenza e solerzia gli interessi dell’amministrazione. In età avanzata lo Schizzati fu afflitto da cecità.

FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 28.

SCHIZZATI FILIPPO
Parma 1725/1758
Figlio di Giovanni Antonio e di Lelia Silva. Ottenne nel 1725 una patente ducale di familiarità. Dal 1733 al 1753 fu successivamente Podestà di Cortemaggiore, Castell’Arquato, Busseto e Borgo San Donnino. Nel 1758 ebbe l’onore della toga e fu nominato Pretore di Castel San Giovanni. Sposò in seconde nozze Margherita Torricella di Cortemaggiore.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 200.

SCHIZZATI FILIPPO
Parma 25 febbraio 1784-Parma 28 luglio 1877
Figlio del conte Francesco e della nobile piacentina Gaetana Dodi. Fu avvocato. Intelletto acuto e geniale, particolarmente versato negli studi del diritto, della storia e delle lettere, lasciò una buona traduzione de Le Stagioni di Giacomo Thompson (Parma, Stamperia Ducale, 1818), al quale volume il poeta Angelo Mazza, che allo Schizzati aveva dato in sposa la figlia Drusilla, aggiunse la versione dell’Inno al Creatore. Pubblicò anche un quadro storico sulla Fondazione di Parma, mentre rimase inedita la sua opera Cenni sui Borboni di Parma. Ma dove lo Schizzati si mise maggiormente in evidenza fu nelle sentenze, che redasse a migliaia, in tutti i gradi delle giurisdizioni, civile, penale e amministrativa. Nel 1831 ebbe il delicato incarico di istruire il processo ai moti carbonari scoppiati nel febbraio di quell’anno: in quell’occasione venne apprezzato per la moderazione che lo contraddistinse. Già consigliere del tribunale di revisione di Parma, nella prima legislatura (1848) venne eletto deputato della stessa città al Parlamento subalpino. Di idee liberali, al ritorno dei Borbone poté comunque restare a Parma, insegnando giurisprudenza nell’Università. Nel 1850, in una causa molto importante, che, con le licenze ai coloni, implicava molteplici e gravi interessi, egli non esitò ad andare contro il volere espresso da Carlo di Borbone. Dalla magistratura del Ducato passò in quella del Regno d’Italia: fu presidente della Corte di cassazione di Milano, nonché consigliere e vicepresidente del Consiglio di Stato. Nel testamento, fatto a novant’anni, lasciò scritto che i funerali si celebrassero nelle ore più solitarie ed oscure, senza seguito alcuno al di fuori del servitore, vietò iscrizioni e necrologie e raccomandò ai medici di ben assicurarsi che egli fosse morto davvero.
FONTI E BIBL.: T.Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 764; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1884, 65; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; A. Malatesta, Ministri, 1941, 120-121; Aurea Parma 1 1949, 24; A. Boni, Documenti parmigiani, 1998, 147.

SCHIZZATI FRANCESCO
Parma 1747-Parma 24 agosto 1820
Figlio di Filippo e di Margherita Torricella. Lo Schizzati discese da un ceppo patrizio, che a Parma aveva già dato studiosi, funzionari, prelati e magistrati. Egli stesso fu, poco più che quarantenne, Auditore civile nel Tribunale di Parma e professore di diritto criminale presso l’Ateneo parmense. Nel 1788 fu travolto nel provvedimento di defenestrazione dell’intero Tribunale, reo di aver giudicato in una controversia privata contro il volere del duca Ferdinando di Borbone. Lo Schizzati fu poi reintegrato nella sua funzione giudiziaria e già nel 1793 fu elevato al grado di Governatore di Parma. In tale carica porse alla duchessa Maria Amalia le sue condoglianze e quelle della città, a seguito della tragica fine della sorella Maria Antonietta. Nel 1791 fu Consigliere di giustizia nel Supremo Consiglio di Piacenza. nell’estate del 1799, al fermo e impavido contegno dello Schizzati, rimasto quale unica autorità nella città sguarnita di qualsiasi difesa e ribollente dei fermenti che il vento di Francia aveva portato, Parma dovette la sua salvezza da molto maggiori sconvolgimenti, e vide le requisizioni, che i Francesi avevano richiesto, ridursi a proporzioni notevolmente minori. Fu una vittoria del buon diritto, della quale l’opera del Cavagnari offre adeguata documentazione. Ormai collaudato e pronto a sostituire il Ventura, fisicamente stanco e probabilmente più ancora timoroso delle imminenti gravissime responsabilità, lo Schizzati assunse (intera, non limitata al Dispaccio di Stato) la funzione di primo Ministro. Nell’estate del 1800 la vittoria di Marengo eliminò l’Austria da ogni sfera d’influenza sul medio corso del Po e aprì le province emiliane al sogno napoleonico di un comodo e sicuro allacciamento del porto di La Spezia alla Cisalpina, attraverso il facile valico della Cisa. Napoleone Bonaparte scrisse al Duca una lettera, nella quale contrastano il proemio severo e la lusinghevole chiusa. Si lagna il primo console di una connivenza della Corte ducale con la rivolta armata dei montanari del Piacentino contro le truppe francesi, esprimendo propositi di severa rappresaglia, poi promette addirittura al Duca un ingrandimento dei suoi domini. La risposta del Duca, minutata tutta dallo Schizzati, è un capolavoro di finezza diplomatica e al tempo stesso un deciso rifiuto delle allettanti promesse. E i due trattati di Lunéville e di Aranjuez, a cavallo tra l’inverno e la primavera del 1801, sono il documento dell’insuccesso delle blandizie. Mentre col primo di essi si mette fuori causa l’Impero Austriaco, unica possibile difesa del minacciato Ducato, con l’altro, stracciando con balda noncuranza ogni buona norma di diritto, si dà voce all’assente e inconsapevole Duca di Parma per fargli dichiarare che gli rinuncia por se y sus herederos perpetuamente el Ducado de Parma con todas sus dependencias en favor de la Repubblica francesa (il Re di Spagna si fece garante di tale rinuncia). Ma nel più di un anno e mezzo che seguì all’iniquo trattato, la resistenza ducale, tanto più ferma quanto meno spettacolare e violenta, tenne in rispetto lo stesso Napoleone Bonaparte. Accanto a quella resistenza passiva, un lavorìo incessante e discreto si sforzò di paralizzare la sentenza di morte del Ducato parmense e magna pars ne fu, insieme al fido amico Giuseppe Nicola Azara, ministro del Re di Spagna, lo Schizzati. Questa attività diplomatica era già a buon punto, quando, improvvisamente, il Duca si spense. Ufficialmente si parlò di colèra sporadico, ma è lecito dubitarne di fronte all’alone di mistero che circondò le successive indagini e che il Lecomte così descrive: Avant que les chirurgiens procédassent à l’autopsie, il fut enjoint à toutes les personnes présentes, et sous peine d’être sur-le-champ disgraciées par la Régence, de rien révéler de ce qui pourrait être découvert par l’ouverture du cadavre de Don Ferdinand. Con la morte del Duca l’ostacolo all’avverarsi del sogno napoleonico svanì e il tricolore dell’anch’essa agonizzante Repubblica di Francia poté sostituire la bandiera borbonica. Parma fu costituita in Dipartimento del Taro. Lo Schizzati fu reggente del Ducato, alla morte di Ferdinando di Borbone, insieme con Maria Amalia e Cesare Ventura.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1820, 281; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 407-408; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 200; Bocconi, L’ultimo ministro di Don Ferdinando, in Archivio Storico per le Province parmensi 1952, 55-62; L. Farinelli, Il carteggio Zani, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1986, 373.

SCHIZZATI GIOVANNI ANTONIO
Piacentino ante 1704-Parma 1736
Figlio di Paolo. Con Patente dell’11 febbraio 1704, dal duca di Parma Francesco Maria Farnese fu creato nobile coi discendenti d’ambo i sessi. Fu uditore criminale in Parma, consigliere della Dettatura di Parma nel 1716, Capo-giudice e Presidente ducale nel 1721 e Progovernatore di Parma nel 1732. Sposò Lelia Silva.

FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 200.

SCHIZZI PAINO
Cremona-post 1377
Fu Canonico della Cattedrale di Cremona. Governò come Prevosto mitrato la Chiesa di Borgo San Donnino per oltre trent’anni (1345-1377), distinguendosi per prudenza, dottrina e carità.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 28.

SCHIZZI PAXINO, vedi SCHIZZI PAINO

SCHMID JOHANN LUDWING PHILIPP
Parma 1849/1850
Fu Cavaliere di gran croce dell’Ordine costantiniano, Commendatore dell’Ordine di San Lodovico e Cavaliere del Regio Ordine dell’aquila Rossa. Di origine tedesca, passò a Parma coi secondi duchi di Borbone. Fu creato da Carlo di Borbone, con privilegio dell’8 maggio 1850 per diritto concesso dallo statuto dell’Ordine di San Lodovico, nobile coi discendenti d’ambo i sessi.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 202.

SCHMIT ANTONIO
Parma 1850/1860
Dottore in medicina, fu Consigliere aulico e Commendatore dell’Ordine di San Lodovico (titolo che concedeva per statuto la nobiltà). Fu riconosciuto nobile assieme ai suoi discendenti d’ambo i sessi da Carlo di Borbone duca di Parma, con Decreto del 7 marzo 1850. Lo Schmit fu col medesimo decreto autorizzato ad aggiungere al proprio il cognome Tavera.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 202.

SCHMIT TAVERA ANTONIO, vedi SCHMIT ANTONIO

SCHON PIETRO
Parma seconda metà del XIX secolo
Incisore in rame attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 137

SCHREIBER BRUNO
Trieste settembre/dicembre 1904-Parma 31 agosto 1992
Si laureò con lode nel 1927 con una tesi in Scienze naturali all’Università di Padova. Lavorò presso l’Università di Milano dal 1930 al 1952, eccettuato il periodo bellico: il 5 settembre 1938 fu infatti dimesso dalla carica di aiuto di ruolo alla libera docenza e venne licenziato dall’insegnamento accademico in seguito all’entrata in vigore delle leggi razziali emanate dal governo fascista. Da questa data al 1943 lo Schreiber continuò a insegnare presso la scuola della comunità ebraica di milano. Pochi giorni dopo l’8 settembre 1943, lo Schreiber riuscì a evitare l’internamento nei lager nazisti riparando in Svizzera. Dopo essersi spostato per vari campi di raccolta profughi, riprese a esercitare la professione di docente: fu infatti insegnante in un campo liceale per studenti italiani. Il governo dell’Italia liberata lo considerò uno dei principali punti di riferimento perché i giovani italiani espatriati nella Comunità elvetica proseguissero gli studi. A guerra finita, nel 1945, lo Schreiber fu reintegrato nella carica di aiuto di ruolo nella libera docenza nell’Università di Milano, dove rimase per sei anni. Nel 1951 vinse il concorso per la cattedra di zoologia della facoltà di Scienze naturali dell’Università di Parma. Da allora non cambiò più la sede universitaria e Parma divenne la sua città adottiva. Nel 1954 gli venne affidato anche l’incarico dell’insegnamento della biologia e della zoologia generale presso la facoltà di Medicina. Mantenne queste cattedre fino alla prima metà degli anni Settanta. Lo Schreiber fu Preside di Scienze naturali dal 1960 al 1975, portando a cento (dai dieci iniziali) il numero degli scienziati occupati nella facoltà. In quel periodo promosse lo studio della genetica, chiamando a Parma Luigi Cavalli Sforza, Giovanni Magni e Franco Conterio. Fu infatti tra i primi a comprendere (nonostante non corrispondesse alla sua specializzazione) l’importanza di questa scienza. Nella sua lunga carriera lo Schreiber fu autore di più di 130 lavori scientifici pubblicati in atti di congressi e da riviste internazionali. Gli studi che gli valsero i maggiori riconoscimenti sono relativi alle capacità di orientamento dei piccioni viaggiatori e alla radioecologia del plancton marino. Il suo insegnamento formò scienziati quali Danilo Mainardi, Antonio Moroni ed Elsa Massera. Lo Schreiber fu sepolto presso il reparto israelitico del cimitero di Musocco a Milano.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 settembre 1992, 8.

SCHREIBER CORRADO
1894-Monte San Michele 26 settembre 1915
Figlio di Ettore. Ancora studente, fu sottotenente di Complemento del 112° Reggimento Fanteria. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare. Morì in combattimento, colpito in pieno da una granata nemica.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3, 4, 12 e 13 ottobre 1913, 8 giugno 1916 e 20 maggio 1917; Aurea Parma luglio-dicembre 1915; G.Sitti, Caduti e decorati, 1919, 227.

SCHREIBER GIUSEPPE
Parma 1800-post 1825
Dopo aver studiato quattro anni con Pasquale Cavallero e aver suonato in teatro e in funzioni religiose, nel 1825 chiese di concorrere al posto di secondo flauto nella Ducale orchestra di Parma, vincendo il posto (Biblioteca del Conservatorio di Parma, Archivio della ducale Orchestra).

FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

SCHWING KARL
Laur 4 gennaio 1780-Parma 10 giugno 1851
Entrato nelle milizie austriache (Corpo dei Cacciatori Tirolesi) nel 1799, passò quindi in Italia, dove nel 1824 fu nominato Capitano. Come tale, nel 1832 fu al servizio di Maria Luigia d’Austria quale Comandante del Corpo dei Dragoni Ducali (Gendarmeria). Giunse al grado di Colonnello e fu creato nobile, cavaliere dell’Ordine Pontificio di Gregorio magno nel 1838 e Cavaliere e quindi commendatore dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio. Nel 1846 ottenne di essere messo a riposo. Dopo la Morte di Maria Luigia fu nominato Maggiore Generale e Governatore della Cittadella di Parma. Lo Schwing riportò nell’adempimento della carriera militare ben cinque ferite. Parlava e scriveva correttamente tre lingue: tedesco, italiano e francese. Sposò Anna Vinter. Si distinse anche durante l’epidemia di colera del 1836.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1838, 41, e 1851, 585; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 408-410; M. De Grazia, Lettera di Carlo III, in Archivio Storico per le Province parmensi, 1969, 256.

SCIOPERATO, vedi GIANFATTORI FERDINANDO CARLO

SCIPIONE FERDINANDO
Parma 1831
Impiegato nell’Ordine Costantiniano, prese parte ai moti del 1831. La polizia ne redasse la seguente scheda segnaletica: Membro del consesso civico. Liberale sciocco e poco onesto. Dalla Direzione Generale di Polizia viene indicato come cooperatore allo scoppio ed alla propagazione della rivolta. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 206.

SCIPIONE GIANN'AGOSTINO
Borgo San Donnino XVI secolo
Scrisse un poema in rima in onore di San donnino Martire, citato dal Brioschi e dal fagiuoli nella Vita che pubblicarono di detto santo l’anno 1578, affermando che tale poema si conservava in Borgo San Donnino nell’archivio privato della famiglia Pinchelini.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 656.

SCIPIONI FERDINANDO, vedi SCIPIONE FERDINANDO

SCIRULLI GIOVANNI BATTISTA, vedi SERULLO GIOVANNI BATTISTA

SCOCCIABUSA GABRIELE
Busseto 1533/1546
Figlio di Andrea. Fu il primo notaio e Priore del Collegio dei Notai di Busseto, fondato nel 1533. Apprese l’Astronomia da Gian francesco Tuzzi. Di questi studi, rimane un foglio volante impresso in due colonne e contornato, avente questa intitolazione: Conjunctiones, oppositiones cum Quartis suis Luminarium anni 1546 per D. Gabrielem Scozzabusum Notarium Bussetanum in ipso Busseto diligentissime calculatae (Parmae, per Franciscum de Prato). È verosimile che lo Scocciabusa ne publicasse altri per gli anni precedenti o posteriori. compilò con Lorenzo Berretti, altro notaio bussetano, le Costituzioni di quel Collegio, che si trovano stampate dietro lo Statuto Pallavicino.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 652-653.

SCOCIABUSA GABRIELE, vedi SCOCCIABUSA GABRIELE

SCODEGGIA PAOLO
Parma 1899/1918
Fu un pioniere dell’aviazione parmigiana. Fu decorato di Croce di guerra al valore.
FONTI E BIBL.: M. Cobianchi, Pionieri dell’aviazione, 1943.

SCOFFONI CATERINA, vedi GAMBARA CATERINA

SCOFFONI LUCREZIA
Parma-1729
Marchesa. Fu vicepriora della Compagnia del Sant’Angelo Custode di Parma. Sposò un conte Terzi di Sissa.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia S. Angelo Custode, 1853, 51.

SCOFFONI MARC'ANTONIO
Parma 1632
Nell’anno 1632 fu insignito della Croce dell’ordine Militare dei Cavalieri di Santo Stefano.
FONTI E BIBL.: l.Araldi, L’Italia nobile, 1722.

SCOFFONI TIBERIO
-Parma fine del XVI secolo
Fu Canonico della Cattedrale di Parma. Dottore in ambo le leggi, attese più alle opere pie che alla professione. Secondo il Pico, non ebbe pari per bontà ed integrità di vita nel Capitolo dei Canonici né in tutto il Clero di Parma. Morì più pieno di gloria che di anni verso la fine del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 48.

SCOLA ROCCO
-Parma 20 dicembre 1672
Frate servita, fu ammesso come musico nella Cappella della Steccata e in quella della Corte ducale di Parma il 18 aprile 1663.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 134.

SCOLARI ALBERTINA
San Michelino di Tiorre 17 settembre 1857-Parma 2 febbraio 1898
Studiò canto alla Regia Scuola di musica di Parma dal 1876 al 1879. Debuttò (mezzo soprano) con successo al Teatro Regio di Parma nel Carnevale 1878-1879 nella Dinorah e vi tornò la stagione successiva in Roberto il diavolo e nel Niccolò de’ Lapi. Fu poi colpita da una grave malattia, per cui, quando risalì sulle scene, preferì dedicarsi al teatro leggero. In queste vesti, nel 1881-1882 fu a Genova al Teatro Andrea Doria nella compagnia di opere comiche Bruto Bocci che presentò un cartellone con Il campanello dello speziale di Donizetti, Orfeo all’inferno e La bella Elena di Offenbach, Boccaccio di Suppé e Madama Angot di lecocq. Continuò con queste compagnie con successo. L’ultima notizia pubblica che si ha della Scolari risale all’aprile 1894: fu nella compagnia di operette fioravanti al Teatro Reinach di Parma. In cartellone, anche quella volta vi furono operette, di Suppé, Planquette e Lecocq. La stagione suscitò scarso interesse e causa la mancanza di pubblico la compagnia abbandonò la piazza.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 181-182; Dacci; Ferrari; Frassoni; Cronologia del Teatro Regio di Parma; G.N.Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 27 febbraio 1983, 3.

SCOLARI MORELLO
Parma 1439
Fu Commissario ducale di Parma nell’anno 1439.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Consoli, Governatori e Podestà, 1935, 61.

SCOPESI DELLA CAVANNA BARTOLOMEO
Compiano 1486/XVI secolo
Figlio di Giovanni. Dopo aver conseguito grandissimi onori per i suoi meriti scientifici e letterari presso il principe Fregoso, doge di Genova, ottenne anche dal Re di Francia l’onorevolissima carica di suo intimo Segretario.
FONTI E BIBL.: A. Emmanueli, L’alta valle del Taro, 1886, 132.

SCORTA, vedi DELLA PORTA GAMERIO

SCORTICATI ETERIO
San Secondo 1824 c.-Castelfidardo 18 settembre 1860
Fu educato alle discipline liberali: studiò matematica e vi si laureò in Parma nel 1846. In seguito si arruolò nelle truppe parmensi, divenendo presto ufficiale. Dal Governo fu mandato a Insbruck a studiare per l’Arma del Genio. Vi rimase due anni. Durante i moti del 1848 lo Scorticati fu messo al comando del Genio. Seguì poi il generale dei Bersaglieri alessandro Lamarmora, che lo prese come suo aiutante. Morì in battaglia. Gli venne decretata la medaglia d’argento al valor militare per aver condotto con ammirabile assennatezza e sangue freddo la sua Compagnia, dove più terribile era il fuoco, animando i suoi soldati coll’esempio.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 410.

SCORZA CESARE
Collecchiello XI secolo
Abitante a Collecchiello, ai primi dell’XI secolo divenne usufruttuario dell’Oratorio della Madonna degli Angeli in Collecchio, insieme con i due figli Giuseppe e don Paolo.
FONTI E BIBL.: U.Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.

SCOTO DA PARMA, vedi SCOTTI

SCOTTI
Parma 1579/1580
Ingegnere. Lavorò in Polonia, dove nel 1579-1580 eresse la fortezza di Grodno per ordine di re Stefano Bàthory. Secondo lo storico polacco Martin Cromer (De origine et rebus gestis Polonorum), si rese particolarmente famoso il 27 giugno 1580 quando, senza servirsi d’acqua e senza verun’altro mezzo manuale, spense l’incendio suscitatosi nella città di grodno presso il castello dove sorggiornava il re Stefano Batory.
FONTI E BIBL.: S. Ciampi, Artisti in Polonia, 1830, 93; S. Ciampi, Bibliografia critica delle antiche reciproche corrispondenze dell’Italia colla Polonia, vol. 2, Firenze, 1839, 253; F. Daugnon, Gli italiani in Polonia, 1905, II, 270-271; T. Jankowski, Smierc Batorego w Grodnie, 1930; L.A. Maggiorotti, dizionario architetti e ingegneri, 1934, 135; R. Lewanski, Polacchi a Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1986, 380.

SCOTTI ARTURO
San Lazzaro Parmense 31 luglio 1879-Parma 17 aprile 1963
Laureatosi in legge, entrò nello studio dell’avvocato Paolo Mussini, al quale successe, non tardando a raggiungere e a consolidare una notevole fortuna professionale: per cinquantacinque anni fu avvocato civilista. Consigliere del Comitato di sconto della Banca d’Italia e legale per oltre un quarantennio della Banca Commerciale Italiana, fece parte per qualche anno del Consiglio nazionale superiore del commercio. Nel secondo dopoguerra, dopo qualche anno di attività ridotta, si ritirò dalla professione attiva, dedicandosi ai suoi studi prediletti: problemi di arte e di toponomastica, ricordi farnesiani, napoleonici e risorgimentali, che lo appassionarono alla raccolta di preziosi cimeli, di stampe, di libri e di scritti rari. Fu anche sobrio e arguto scrittore dialettale. Nell’elezioni amministrative del 1951 venne eletto consigliere comunale per il partito liberale. Fu Presidente del Rotary Club di Parma. Sulla Gazzetta di Parma tenne la popolare rubrica A Vajòn, ricca di note sui problemi della città. Con Francesco Squarcia fu condirettore della rivista culturale Aurea Parma per una dozzina di anni. Lasciò una ricca biblioteca, con un’edizione delle leggi dell’Impero francese e altre raccolte di leggi dal 1805 al 1861.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 127; A. Credali, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1964, 29; T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 81-82; Gazzetta di Parma 10 maggio 1993, 5.

SCOTTI BERNARDO VIZIO
Parma 1233/1243
Nell’anno 1233 istituì un nuovo Ordine di frati, detti di Martorano. Fra Salimbene scrive: Fr. Bernardus Vicius fuit de Scottis et fecit ordinem fratrum de Martorano. Tunc Bernardus Vicius cum quibusdam aliis Religionem de Martorano inchoavit. questi religiosi canonici regolari furono soggetti alla regola di sant’agostino. Abitarono in Capo di Ponte, presso il luogo detto di Santa Maria nuova. Lo Scotti fu eletto Vescovo di Parma dal Capitolo poco dopo il 15 ottobre 1243, ma subito dopo papa Innocenzo IV lo sospese dall’amministrazione spirituale e temporale della Chiesa di Parma, commettendola invece a Tancredi Pallavicino, abate del Monastero di San Giovanni evangelista perché è sospetto a noi e ai nostri fratelli, come dilapidatore, e perché c’è dato sapere che è cagione di imminenti discordie. Perciò fino a che le cose non siano chiarite ci siamo determinati di sospenderlo e ad interdirlo dall’amministrazione, a cui però verrà assegnata una congrua provvigione per le sue necessità. Lo Scotti, semplicemente eletto, fu tuttavia messo in possesso del Vescovado dal legato Gregorio di montelongo. Nei giorni seguenti un decreto del Comune di Parma ordinò al podestà di obbligarsi con giuramento a non costringere mai alla restituzione chiunque avesse avuto dallo Scotti prestito di denaro o avesse in potere beni e robe spettanti al Vescovado, liberando anzi chi fosse tenuto per cauzione a un qualunque vincolo. Contemporaneamente il Pontefice fu informato che lo Scotti, contrariamente ai suoi ordini, aveva osato ingerirsi con la forza nell’amministrazione della diocesi. Innocenzo IV, dopo aver annullato il 21 novembre 1243 il decreto comunale, scrisse il 1° dicembre dello stesso anno al prevosto e al Capitolo di Parma dichiarando non canonica la scelta dello Scotti per avere il legato pontificio fatto trascorrere i termini della facoltà accordatagli. Annullò quindi l’elezione dello Scotti e ordinò che, se entro quindici giorni dopo la ricezione della lettera, non fossero venuti all’elezione, l’abate di Polirone avrebbe scelto una persona degna e confermata in sua vece. Il Capitolo ubbidì prontamente, eleggendo Alberto Sanvitale.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa parmense, 1936, 215-216; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 238.

SCOTTI COSTANZA, vedi SCOTTI di MONTALBO COSTANZA

SCOTTI GIUSEPPE
Parma 1698/XVIII secolo
In età giovanile scrisse un’opera intitolata Filosofia numerale ove si lusinga il genio di Pitagora intorno la Virtù, bellezza e forza de’ numeri et l’uso di essi nel secondo elementare, e celeste. Compositio mei Josephi Scotti. F. anno 1698 (Biblioteca Palatina di Parma, ms. in folio di f. 234, la tavola del quale è autografa e il resto di mano di un suo discepolo, a cui lo Scotti aveva insegnato l’aritmetica). Tra alcune note che lo Scotti scrisse in fronte a questo libro ve n’è una che dice che il conte alessandro Sanvitale, suo parziale, voleva farlo stampare a proprie spese. Lo Scotti visse lungamente anche nel secolo successivo.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 923.

SCOTTI LUIGI
-Parma 1672
Conte, fu Capitano di cavalleria nelle guerre condotte da Odoardo Farnese: combatté a lungo in Piemonte. Successivamente venne nominato Generale di artiglieria (1661).
FONTI E BIBL.: L. Balduzzi, I Douglas e gli Scotti Douglas, Pisa, 1883; L. Mensi, Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1899; C. Argegni, Condottieri, 1937, 227.

SCOTTI LUIGI
Fontanellato o Piacenza-Fontanellato 1933
Fu pioniere in Italia nella ricerca e nello sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi. Maestro elementare, lo Scotti sentì come pochi del suo tempo tutto il fascino della ricerca petrolifera, di cui seppe inoltre presagire l’incalcolabile importanza futura. Fondò e diresse per venti anni la Società Petrolifera Italiana. Durante la prima guerra mondiale ideò il deposito di benzina del Bersanello di Fornovo e, dopo Caporetto, fornì all’esercito italiano in ritirata 9000 tonnellate di carburante. Pubblicò varie monografie, la più parte di argomento paleontologico. È attribuita allo Scotti la scoperta del solco primigenio o augurale delle abitazioni dei terremaricoli o antichi italici (esiste un suo studio sull’argomento). Lasciato l’insegnamento e messo insieme un modesto capitale, aggredì letteralmente le colline fornovesi (Vallezza-Monterotondo), perforandole incessantemente, ma con alterna fortuna, così da avere spesso bisogno di mezzi finanziari per non dover lasciare il lavoro. Soprattutto, perché l’attività fosse produttiva e di rischio contenuto, occorrevano macchine di perforazione e strutture collaterali di grande efficienza, assai costose e di fabbricazione americana. Un problema difficile, quello economico, per risolvere il quale lo Scotti si rivolse alla Casa reale. E Margherita di Savoja, la regina madre, giunse a Neviano Rossi, nella zona dei pozzi, tra il tripudio della gente incolonnata lungo il percorso prestabilito e grandi festeggiamenti. Il camminamento tra il fondo della miniera e il pozzo da inaugurare, che si trovava non lontano dalla chiesa parrocchiale, quasi in vetta alla collina, fu coperto da un tappeto rosso. Lo Scotti attese il momento opportuno per fare sgorgare il petrolio, fingendo il ritrovamento al pozzo n. 20, con l’uscita verso l’alto di un potente getto del minerale in modo da farne ricadere sugli astanti a rendere più credibile l’avvenimento. la finzione, essendosi presto risaputa, non piacque alle autorità e ai personaggi romani. Il sospetto o forse la certezza avuti dall’alta finanza e dalla stessa casa Savoja che i loro investimenti, ottenuti con l’inganno, non avrebbero mai prodotto degli utili, determinarono misure drastiche nei confronti dello Scotti: il suo allontanamento dalla Società e la perdita del capitale investito. attorno al 1925 il potente finanziere Angelo pogliani lo liquidò senza esitazione e senza alcuna possibilità di ritorno: nei confronti di una società, la Petroli Taro (con sede in fornovo), creduta concorrente, lo Scotti aveva intavolato trattative con proposte di acquisto, proposte che poi furono accettate e sottoscritte dalle parti, ma senza l’esplicito consenso del nuovo gruppo finanziario della Società Petrolifera Italiana. proprio mentre queste trattative erano in corso di perfezionamento, assunse la gestione della Società Petrolifera Italiana il gruppo finanziario Pogliani, il quale non riconobbe mai l’acquisizione della Petroli, considerandola anzi un affare personale dello Scotti. Le conseguenze per lo Scotti furono amarissime: oltre a subire un inevitabile dissesto economico, fu costretto all’abbandono del posto ricoperto fin a quel momento nella società e a ritirarsi a vita privata.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 139; L.Merusi, Fornovo di Taro, 1993, 128-130.

SCOTTI ODOARDO, vedi SCOTTI di MONTALBO ODOARDO

SCOTTI ODOARDO MARIA
Parma 1677/1739
Nel 1739 fu eletto Presidente della congregazione Benedettino-Casinense.
FONTI E BIBL.: M.Armellini, Bibliotheca benedictino casinensis, 1732.

SCOTTI PAOLO
Parma 1563-Parma 20 gennaio 1639
Alunno del Cenobio, fu, a partire dal 1584, Abate di Cassino e di San Paolo in Roma. Fu inoltre Lettore a Cassino e a Parma, dove fece costruire un magnifico coro quando, dal 1623 al 1627, fu Abate del Monastero di San giovanni Evangelista una prima volta. Fu nuovamente Abate del Monastero di San giovanni dal 1634 al 1639. Morì all’età di 76 anni.
FONTI E BIBL.: M. Zappata, Corollarium abbatum, in Archivio Storico per le Province parmensi 1980, 112-113.

SCOTTI PAOLO, vedi anche SCOTTI FUSI PAOLO

SCOTTI PIETRO
Parma ante 1815-post 1858
Si incontra la prima volta nel 1815 nella stagione di Fiera al Teatro Comunale di Reggio Emilia, dove danzò nel ballo Gunderberga.Nel Carnevale 1816-1817 fu il primo ballerino al Teatro Regio di Torino sia in balli eroici che mitologici.Nel Carnevale successivo fu primo ballerino al Teatro La Fenice di Venezia, ritornando nella Fiera del 1818 a Reggio Emilia.Nel Carnevale 1818-1819 lo si trova ancora al Teatro Regio di Torino e al Teatro Ducale di Parma nel Carnevale 1822-1823 e in quello dell’anno dopo: per l’occasione gli venne dedicata un’ode a stampa (Biblioteca Palatina di Parma, Fogli volanti, A. 28).Mentre nella stagione di Fiera del 1824 fu al Teatro Comunale di Reggio Emilia, nella primavera 1825 il Teatro Ducale di Parma lo onorò di una beneficiata il30 maggio e gli venne donata un’altra ode a stampa (Biblioteca Palatina di Parma, Fogli volanti, A. 83).In questo teatro si esibì come coreografo e ballerino nel Carnevale 1827-1828. Con l’inaugurazione del Nuovo Teatro Ducale, fu numinato sottoispettore al Teatro, mentre esercitava la professione di maestro di ballo.In questa attività fece delle buone allieve: nel maggio 1846 si esibirono al Teatro Ducale le giovanissime parmigiane Regina Ghizani e Severina Casanova, che si trovano anche successivamente in diversi spettacoli di beneficenza in danze dello Scotti.Nel 1849, ritiratosi Senesio Del Bono, si propose per la nomina al posto di ispettore di palcoscenico, che gli venne conferito. Nel 1853 gli fu dato l’incarico di sostitutire Pietro Martini quale direttore amministrativo degli spettacoli in caso di sua assenza.Nel 1854 presentò le dimissioni dagli incarichi ricoperti, che però non furono accettate.Il 1° luglio 1858 chiese un permesso per recarsi in Svizzera e da questo momento cessano le sue notizie.Il decreto del 7 ottobre 1858 nominò ispettore effettivo del Teatro Reale Antonio Superchi.Nell’Archivio Storico Comunale di Parma si trovano dal 1830 al 1858 i registri dei rapporti sull’andamento del Teatro compilati dallo Scotti.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 182.

SCOTTI RANUCCIO, vedi SCOTTI DOUGLAS RANUZIO

SCOTTI TOMMASO
-Parma 17 agosto 1871
Nel 1866 abbandonò la famiglia per combattere agli ordini del generale Giuseppe garibaldi.
FONTI E BIBL.: Il Presente 17 agosto 1871, n. 229; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 420.

SCOTTI DA MONTALBO, vedi SCOTTI DI MONTALBO

SCOTTI DI MONTALBO COSTANZA
Parma 1736-31 dicembre 1794
Appartenne alla famiglia marchionale piacentina. Sposò il conte Alessandro Sanvitale di Parma. Fu Dama di palazzo alla Corte di Parma e Vice Priora della Compagnia del sant’angelo Custode. Fu scrittrice reputata, elegante e piacevole conversatrice e appassionata studiosa in ogni tempo della sua vita. Nel 1791 si pubblicarono coi tipi bodoniani alcune massime e consigli diretti alla figlia Luigia, in procinto di sposarsi, col titolo di Ricordi di una madre ad una figlia che si colloca in matrimonio. Tale lavoro venne ristampato nel 1795. Della Scotti di Montalbo si hanno pure alle stampe varie novelle.
FONTI E BIBL.: P.L. Ferri, Biblioteca femminile italiana, Padova, 1842; G. Negri, Compagnia S. Angelo Custode, 1853, 61; L. Mensi, Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1899; M. Bandini, Poetesse, 1942, 243 e 244.

SCOTTI DI MONTALBO ODOARDO
ante 1607-Parma 1667
Marchese, fu Generale di artiglieria del duca Odoardo Farnese. Partecipò alla guerra di castro e fu poi Maggiordomo ducale e comandante del castello di Parma.
FONTI E BIBL.: C. Poggiali, Memorie storiche di piacenza, t. XI, Piacenza, 1737; C. Argegni, condot-tieri, 1937, 228.

SCOTTI DOUGLAS RANUZIO
Parma 19 luglio 1597-Piacenza 10 maggio 1661
Appartenne a una tra le più antiche famiglie patrizie piacentine, il cui ceppo originario, risalente alla metà del Medioevo, si suddivise nei tre rami principali di Vigoleno, Sarmato e Fombio. Lo Scotti Douglas nacque dal conte di sarmato Orazio e dalla nobildonna lucrezia Alciati, nota per la santità della vita, un compendio della quale venne dato alle stampe nel 1670 da Orazio Smeraldi. Fu il primogenito di sei fratelli, tre maschi e tre femmine. Dei primi, Odoardo emerse nelle armi e nella politica, mentre Filippo, dopo essere stato cavaliere di Malta, si fece cappuccino e morì in ufficio di definitore e guardiano del convento di Ferrara. Il padre, generale di artiglieria, valoroso guerriero e abile diplomatico, fu nominato marchese di Montalbo da Ranuccio Farnese per i servizi resi al duca, presso il quale si trovava a Parma allorché nacque lo Scotti douglas, che lo stesso duca volle tenere a battesimo il 27 luglio 1597 nella chiesa di Santa cecilia, imponendogli il proprio nome. Lo Scotti Douglas coltivò le lettere. Si dette in seguito alla studio delle leggi e fu giureconsulto. Abbracciato lo stato ecclesiastico, iniziò una rapida e brillante carriera. Ottenuta la fiducia del pontefice Urbano VIII, questi lo nominò referendario dell’una e dell’altra segnatura, affidandogli in seguito il governo di alcune città della Chiesa. Ricopriva l’incarico di governatore di Spoleto e non aveva che trent’anni di età allorché lo stesso pontefice, il 22 marzo 1627, lo elevò alla dignità di vescovo di Borgo San Donnino. Il 18 aprile di quell’anno lo Scotti Douglas fu consacrato a Roma dal cardinale Tadia, dopo aver preso sei giorni prima possesso della diocesi a mezzo del suo procuratore Antonio Maria Loffio. Entrò a Borgo San Donnino in incognito nella notte del 28 maggio successivo e il 30 fece il solenne ingresso in Cattedrale per le cerimonie di rito. La sua permanenza in diocesi fu breve e saltuaria. Per sua stessa ammissione non aveva genio per la cura delle anime e aspirò a ricoprire altri uffici. Nondimento, nei due anni effettivi che resse la cattedra borghigiana, compì la sacra visita pastorale, che iniziò il 25 agosto 1627, e fondò in Cattedrale i canonicati di San Clemente, di Sant’Alessandro, di Santa margherita e di Sant’Odoardo. L’iniziativa fu suggerita allo Scotti Douglas dalla necessità di accrescere il decoro del Capitolo in relazione alla maggiore dignità della Cattedrale, da pochi anni eretta in sede vescovile. Valendosi delle buone relazioni della sua famiglia con la casa ducale di Parma, convinse la duchessa Margherita aldobrandini, vedova del duca Ranuccio farnese, ad assegnare all’arcidiaconato, all’arcipretura e ai predetti quattro canonicati una pingue dote prebendale. Il 23 settembre 1628 fu steso il relativo rogito dal cancelliere e notaio della Camera ducale Alessandro Magri e lo Scotti Douglas provvide ad assegnare i titoli ai canonici. Il 22 maggio 1630, dopo essere stato annoverato tra i vescovi assistenti al soglio pontificio (22 aprile 1630), fu elevato alla carica di nunzio apostolico in Svizzera. Egli, senza per questo rinunciare al mandato episcopale, raggiunse a Lucerna la nuova residenza. Ricoprì tale ufficio per nove anni, sino al 3 maggio 1639. Di quel periodo è la sua opera Helvetia profana et sacra, che tratta dei luoghi, delle origini, delle qualità del popolo svizzero, dei costumi civili e militari, con cenni sui singoli cantoni e sullo stato dei Grigioni e dei Vallesani, nonché dei vescovadi, delle abbazie, della vita e della condizione religiosa in cui versavano i cantoni di fronte alla chiesa cattolica e alle varie correnti dei novatori. Enrico Grassi rileva come la nunziatura svizzera avesse rappresentato un novennio di agitazioni religiose e politiche, tra un popolo fiero e rude, il quale, senza fare guerre proprie, combatteva nelle guerre degli altri ed era diviso tra cattolici e protestanti in fazioni e partiti che lottavano tra loro con furore. ricorda inoltre come lo Scotti Douglas volesse generosamente lasciare di sé a Lucerna ricordi di arte e di fede degni di rilievo: così egli donò alla Repubblica elvetica uno dei 67 dipinti di Gaspare Meglinger che riproducono la danza dei morti nel Ponte dei Mulini. Il quadro presenta in primo piano Matteo Visconti nell’atto di consegnare lo scettro ad Alberto Scotti. Il visconti è sorretto da uno scheletro e un altro scheletro sta al fianco dello Scotti. Intorno s’intravvedono personaggi in piedi e a cavallo e, bene in evidenza, stemmi e stendardi dei due casati. La scena, suggerita dallo Scotti Douglas al pittore tedesco, si riferisce a un episodio storico. Alberto Scotti, capostipite della famiglia, fu valoroso condottiero e signore per molti anni di Piacenza. Amico dapprima e nemico poi dei Visconti, nel 1302 mosse guerra a Matteo Visconti. Senonché, mentre i due eserciti erano schierati l’uno contro l’altro nei pressi di Lodi, Matteo Visconti ebbe notizia di una rivolta scoppiata a Milano contro il proprio figlio Galeazzo. Si accostò allora al condottiero piacentino e gli consegnò con la mazza del comando il dominio del milanese. Il giorno seguente Alberto Scotti entrò vittorioso nella capitale lombarda. Il dipinto, di forma triangolare, reca al vertice la scritta: S. Fulcus Ep. Placentiae et Papie 1225 e alla base la seguente altra leggenda: Odoardus Scotus Placentino Marchio Montalbi cum fratre Legato et toto domo Scota Reipublicae Luc. si hoc mortuali tipo animum spondet immortalem. Anno 1632. Altro insigne ricordo lo Scotti Douglas lasciò nella chiesa matrice di San Leodègario, fatta ricostruire dal Senato sulle basi dell’antico tempio distrutto da violento incendio nel giorno di Pasqua dell’anno 1633. Lo Scotti Douglas donò al sacro edificio l’altare maggiore, dettando due lapidi a ricordo dell’avvenimento: Io volli pur far palese non solo a quei di Lucerna, ma a’ posteri e stranieri (lasciò scritto nella citata sua opera Helvetia profana et sacra) l’obbligo mio verso Dio, Sua Santità ed il Signor Cardinale Barberino miei benefattori, segnando i marmi dell’altare maggiore, da me rifabbricati, con queste note di gratitudine. Il 7 settembre 1639 lo Scotti Douglas fu trasferito in qualità di nunzio apostolico straordinario a Parigi, dove entrò in consuetudine amichevole con il cardinale Richelieu ed ebbe con lui frequenti rapporti d’ufficio. Rientrato in Italia dopo due anni di permanenza nella capitale francese, venne nominato governatore delle Marche, carica alla quale, stante la guerra intrapresa dai principi collegati contro il Papa, si aggiunse quella di soprintendente generale delle armi pontificie nella stessa provincia. Il 6 agosto 1643 gli fu conferita la dignità patriarcale della Basilica Vaticana e, conclusa il 30 marzo 1644 la pace tra Urbano VIII e Odoardo farnese duca di Parma per la vertenza di Castro, si attendeva che lo Scotti Douglas, per i servizi resi alla chiesa, fosse eletto cardinale. racconta a questo proposito il Grassi che, essendo vacanti otto posti nel Sacro Collegio, il cardinale Antonio Barberini sollecitò il pontefice a provvedere alla nomina di altrettanti porporati. Ma il Papa vi si oppose e dilazionò il provvedimento fintanto che il 19 luglio 1644 venne a morte. A parer nostro fu un modo di togliersi d’imbarazzo circa il conferimento della porpora a mons. Scotti per i legami esistenti fra la sua famiglia ed i Farnese, che nella guerra di Castro combatterono contro la Santa Sede (grassi). Il nuovo pontefice Innocenzo X volle dare un attestato della stima da lui nutrita per lo Scotti Douglas nominandolo il 20 dicembre 1653 maggiordomo dei Sacri Palazzi, incarico che gli fu poi confermato da papa Alessandro VII. Per meglio dedicarsi al nuovo ufficio, lo Scotti Douglas rinunciò (1650) al vescovado di Borgo San Donnino. Nel 1655 fondò una cappellania nella basilica della Santa Casa di Loreto, dotandola di 1470 scudi romani, con l’onere delle messa quotidiana e lasciandone il diritto di giuspatronato ai propri eredi. Il 19 maggio 1657 volle fare testamento, affidando le sue ultime volontà al notaio romano giacomo Simonetti. Sentendosi vecchio e stanco, rinunciò agli onerosi incarichi per ritirarsi a Piacenza a trascorrere serenamente quanto ancora gli rimaneva da vivere. Allorché quattro anni dopo morì, volle essere sepolto nella chiesa dei Cappuccini in un tumulo recante questa breve iscrizione da lui stesso in precedenza dettata: Hic jacet pulvis, cinis, nihil. successivamente il nipote Francesco, canonico della basilica patriarcale di San Pietro in Roma, fece murare la seguente altra lapide a caratteri d’oro, sormontata dallo stemma scottesco, che iniziava con quelle parole e seguitava toccando i punti salienti della vita dello Scotti Douglas: hic jacet pulvis cinis nihil id tantum inscribi voluit suo sepulcro Ranutius Scottius mar. Horatii f. ex mar. mon. alb. ep. burg. s. Don. ex modestia et virtute virtutes abierunt in coelum una cum anima et vivent in memoria posteritatis quas in Rom. cur. muner. probavit per annos xxxiv nuntius ab Urbano viii ad Helvetios cum potestate de latere legati mox ad Lud. xiii Galliae reg. iii et tot. prov. Picenaepraefectus et armorum generalis gubernatur temporibus difficillimis annos iii sub Innocentio x et Alexandro vi supremae pontificiae domus magister quidem mortis nactus in patria post tot labores anno aetatis s.lxiv - h. s. mdclx - x mai comes franciscus Maria Scotus basilicae vat. princep. apostolor. can. et Alex vii cubicularius honorarius patruo beneficentissimo gr. an. mem. p. La lapide spiccava sul muro di destra, entrando nella chiesa dalla porte principale, ma nel 1938, durante i lavori di restauro al tempio, essa fu rimossa e non più ricollocata in loco.

FONTI E BIBL.: E. Grassi, Monsignor Ranuzio Scotti-Douglas Vescovo Fidentino e Nunzio Apostolico. Cenni biografici, Editrice La Giovane Montagna, Parma, 1940; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 411; Aurea Parma 4 1941, 144-152; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 140-144; P.Blet, Correspondance du Nonce en France Ranuccio Scotti (1639-1641), Roma, Parigi, 1964.

SCOTTI DOUGLAS SOFIA, vedi LANDI SOFIA

SCOTTI FUSI PAOLO
Parma 1632/1637
Nel 1632 e 1637 fu eletto Presidente della congregazione Benedettino-Casinense.
FONTI E BIBL.: M.Armellini, Bibliotheca benedectino casinensi, 1782.

SCOVENNA FABIO
Salsomaggiore Terme 1969-1983
Lasciò diverse poesie (una parte di esse apparve postuma, col titolo La poetica di Fabio, 1983), un romanzo, dei diari e alcune lettere. Morì suicida. In sua memoria nel 1986 fu creato a Parma da Ulisse Adorni (in collaborazione con Romano Costa, Paolo Lagazzi, Bruno Rivalta e altri) un premio per poesie scritte da ragazzi di età compresa tra gli undici e i diciotto anni. Supportato da una giuria prestigiosa (ne fecero parte, tra gli altri, Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni, Luciano Erba, Giacinto Spagnoletti, Maria Luisa Spaziani, Giuseppe Conte, Roberto Sanesi, Giancarlo Pontiggia e Paolo Bertolani), il premio visse fino al 1992.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 619.

SCRIBANI GIUSEPPE
Bardi 6 aprile 1787-Piacenza 20 aprile 1866
Allievo alberoniano, dottore in teologia e utroque jure, fu Prevosto della collegiata di sant’ulderico in Piacenza. Lasciò, a beneficio dei poveri della sua borgata natale, una proprietà in Travazzano del valore di venticinquemila lire. Col suo lascito fu poi eretta l’Opera Pia Scribani (regio decreto dell’11 luglio 1867).
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 414; E. De Giovanni, Un benefattore dei poveri di Bardi, in Bollettino Storico piacentino 1955, 21 e seg.; L. Rebecchi, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 247.

SCRIVANI
Parma 1831
Durante i moti del 1831, il giorno 5 marzo volle obbligare il conte Dal Verme, a servizio del Re di Sardegna, a mettere la coccarda tricolore. Fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza. È forse la stessa persona che Adolfo d’Escrivan.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 205.

SCUDELLARI, vedi SCUTELLARI

SCUDELLARI DIANI GUIDO ASCANIO, vedi SCUTELLARI AJANI GUIDO ASCANIO GIUSEPPE

SCURANI FRANCESCO MARIA RANUCCIO
Parma 6 novembre 1696-Parma 26 marzo 1770
Frate cappuccino. Compì la vestizione a Carpi l’8 novembre 1712 e la professione di fede l’8 novembre 1713. Fu predicatore e guardiano a San Secondo. Nel 1755 predicò la Quaresima in Guastalla, ove fu pubblicata una raccolta di versi italiani e latini in sua lode e diede alla luce un Panegirico di Sant’Anselmo Vescovo di Lucca e protettore di Mantova recitato nel duomo di questa città li 18 marzo 1743 coll’occasione di predicarvi il Quaresimale (Mantova, per Giuseppe Ferrari). Questo Panegirico è seguito da una raccolta di poesie in lode delllo Scurani. Da più componimenti di quella raccolta (Alla sacra fervorosa eloquenza del Padre Angelo Francesco da Parma, Guastalla, per Vincenzo Gualdi, 1755, in-4) si ricava il fatto che avesse perduto il suo primo quaresimale, e perciò fosse stato costretto a rifarlo.

FONTI E BIBL.: Raccolta di composizioni poetiche in lode del M. R. P. Angiolo Franc. da Parma, cappuccino, insigne Oratore nella Cattedrale di Mantova la quaresima dell’anno 1743, in appendice al suo panegirico di Sant’Anselmo stampato in Mantova nel 1743; Alla sacra fervorosa eloquenza del M.R.P. Angiolo Fr. da Parma, Cappuccino, Oratore zelantissimo nel Duomo della Città di Guastalla la Quaresima dell’an. 1755, In Guastalla, per Vincenzo Gualdi impressore Reggio Ducale col permesso dei superiori; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 187-188; F.da Mareto, Bibl. cappuccini, 1951, 156; Cappuccini a Parma, 1961, 24.

SCURITANO ANTONIO
Sivizzano di Fornovo 1453-San Prospero di Parma 1503
Fu discreto verseggiatore. Morì mentre andava a Pontremoli per sposare Maddalena de’ Burati. Fu sepolto in San Prospero. Tra le altre cose, scrisse un epigramma nel quale immagina che Ausonio renda grazie allo stampatore Angelo Ugoleto per aver pubblicato le sue opere (come in realtà avvenne, a cura dell’illustre fratello Taddeo).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 4 1958, 231.

SCURRA o SCURTA o SCURTAPELLICCIA, vedi DELLA PORTA GAMERIO

SCUTELLARI AGOSTINO, vedi SCUTELLARI AJANI ROBERTO CRISTIANO

SCUTELLARI ANTONIO
Parma 1582 -Modena 29 aprile 1642
Frate cappuccino. Compì la professione solenne a faenza il 25 maggio 1603. Fu Vicario provinciale (1633), poeta, predicatore, lettore, più volte guardiano del Convento di Parma, definitore (1632) e commissario generale nella provincia Picena. In data 6 febbraio 1595 diresse un suo volume di Canzoni sacre a ferrante Gonzaga, Signore di Guastalla. Come poeta fu assai lodato in un sonetto a lui dedicato da Curzio Gonzaga. Mostrò zelo in favore degli appestati ed è l’autore di una lettera molto significativa sull’andamento della peste in Parma nel maggio 1630.
FONTI E BIBL.: Necrologium Fratrum Minorum Capuccinorum Prov. Bononiensis, Bologna, 1949, 151; Rime dell’illustriss. Sig. Curtio Gonzaga, già ricorrette, ordinate et accresciute da lui, et hora di nuovo ristampate con gli argomenti ad ogni composizione, Venetia, al segno del Leone, 1591, par. V, 183; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 291; F.da Mareto, Biblioteca cappucci-ni, 1951, 170; Aurea Parma 1 1954, 22-23; cappuccini a Parma, 1961, 22; F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 266.

SCUTELLARI BEATRICE
Parma 10 marzo 1648-Parma 23 settembre 1702
Figlia del conte Giulio e di Barbara Aimi. Figura di donna pia e illuminata, fu dotata di ampia cultura, specie in latino. Preso il velo nel convento delle Clarisse di Sant’Alessandro in Parma, scrisse meditazioni, traduzioni e soliloqui. È ricordata con lode dal Bacchini, dall’Argelati e dall’Armellini. In una succosa apologia (Meditazioni, Soliloquj, e Manuale del glorioso Vesc. e Dott. S. Agostino, con le Meditazioni di S. Anselmo Vesc. Cantuariense, di S. Bernardo Abate, e dell’Idiota Sapiente, tradotte dal latino in volgare da D. Maria Stella Scutellari Monaca Professa dell’Ordine di S. Benedetto nel Monastero di S. Alessandro di Parma, In Modena, per il Capponi e Pont. St. Ep., 1695) volle dimostrare come il sesso femminile fosse atto agli studi quanto e come il sesso maschile. seppe usare ugualmente penna e ago poiché, valente ricamatrice, ebbe l’incarico di ricamare il gonfalone di Parma.

FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 838-839; V. Spreti, enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 223; I. Affò, memorie degli scrittori e letterati parmigiani, Parma, 1797, V, 298; g. Canonici Fachini, Prospetto biografico delle donne italiane rinomate in letteratura, Venezia, 1824; P.L. Ferri, Biblioteca femminile italiana, Padova, 1842; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri o benemeriti nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, Genova, 1877, 411; M. Bandini, Poetesse, 1942, 244-245; Palazzi e casate di Parma, 1971, 604.

SCUTELLARI CARLOTTA, vedi PAOLUCCI CARLOTTA

SCUTELLARI CLARICE, vedi SCUTELLARI BEATRICE

SCUTELLARI FRANCESCO, vedi SCUTELLARI AJANI FRANCESCO MARIA

SCUTELLARI GIACOMO ANTONIO CLEMENTE
Parma 21 gennaio 1543 -1590
Figlio di Angelo e Maria Caterina. Medico, il cui ricordo è in buona parte appoggiato a una lettera scrittagli da un amico ed estimatore. Studiò poetica, filosofia, fisica e medicina, onde fu ascritto al Collegio Medicorum nel 1565. Iscritto all’Accademia degli Innominati col nome di Astruso, scrisse poesie e perfino una tragedia, l’Atamante, ottenendo ampi consensi. Lo Scutellari, trovandosi come sanitario al servizio del marchese Sforza Pallavicino, capitano dei Veneziani, ebbe occasione di conoscere nella residenza del Pallavicino stesso, presso la riviera di Salò, letterati ed esperti di storia naturale e botanica, con l’aiuto dei quali (riferisce l’Affò) raccolse in più volumi le più rare erbe e piante, di cui poi trattò in modo assai erudito. La notizia rilevata acutamente dall’Affò è contenuta in una lettera diretta allo Scutellari, in data aprile 1581, da Antonio Passieno, il quale fu medico a Salò. Questa lettera venne pubblicata da G. B. Olivi a Verona nel 1593 in un suo libro (De reconditis et praecipuis collectaneis ab honestissimo et solertissimo Fr. Calceolario veronensi, in Musaeo adservatis) che ha per argomento la descrizione delle raccolte di prodotti naturali del veronese Francesco Calzolari, semplicista della spezieria alla Campana d’oro in Verona e notissimo descrittore della flora di Verona, e di M. Balbo, che fu, a quanto sembra, molto amico dello Scutellari. Il Passieno scrive allo scutellari: Memini enim dum Saloni essem quam jocunde de medicinalibus hiusmodi rebus sermonem habere summa cum eruditione et delectatione soleres, ac quam exactam de ipsis te scientiam tenere ostenderes. Neque memoria mea excidit doctissimorum virorum apud et vidisse de medica materia insignia monumenta et dono ad te missa volumina amplissima cum affixis quibusque chartis longissime petitis plantis. Dalle quali notizie si deduce che se lo Scutellari non fu egli stesso un diretto raccoglitore di piante, ebbe per altro il merito non tanto di farle oggetto di studio quanto di conservarle in erbari, giacché per erbari si debbono certamente intendere quei volumina amplissima di cui scrive il Passieno. Tale notizia riveste una notevole importanza perché questi erbari dello Scutellari, purtroppo smarriti o distrutti, appartenendo quasi certamente ai primi decenni successivi alla metà del Cinquecento, si possono ritenere tra i più antichi in ordine di tempo. Lo Scutellari fu inoltre medico dell’Imperatore Rodolfo II (1587-1590). La sua opera principale e per la quale è conosciuto fu stampata in Parma: Jacobi Scutellari Medici Parmensis, In librum Hippocratis de natura humana commentarius (Parmae, 1568). Lo Scutellari scrive con un latino elegante, misurato, e si propone di imitare l’esempio di scrittori maestri nelle arti, di conciliare ippocrate con Galeno, di spiegare le incertezze di Galeno con le interpretazioni dei contemporanei ma soprattutto si propone di esporre quantum faciat, non modo ad medicam artem, verum ad totam de natura excultiorem scientiam. Lo Scutellari commenta l’interpretazione d’ippocrate di Vittore Tricavelio in quarantatré commenti, insistendo sui significati diversi dati al contenuto di natura umana, sull’unità di essa, sugli umori vitali e sui rimedi per le malattie che attentano al corpo umano, parte notevole di tutta la personalità. Fu consultato da eminenti medici e chiamato al capezzale di nobili personaggi. Girolamo Zunti lo ricorda con lode nel suo trattato De Balneo Thermali.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 180-182; V.Spreti, enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 223; F. Lanzoni, Albori dello studio delle piante, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1941, 141-142; aurea Parma 3/4 1959, 190, e 1 1958, 35; R. Pico, Appendice, 1642, 167; G. Berti, Studio Universitario Parmense, 1967, 106-107; Palazzi e casate di Parma, 1971, 602.

SCUTELLARI GIACOPO, vedi SCUTELLARI GIACOMO ANTONIO CLEMENTE

SCUTELLARI GIOVANNI, vedi SCUTELLARI AJANI GIOVANNI

SCUTELLARI GIULIO ANTONIO GIUSEPPE
Parma 14 febbraio 1685-Parma 10 febbraio 1771Conte, figlio di Roberto e Caterina. Fu educato nel Collegio dei Nobili di Parma e annoverato nell’Accademia degli Scelti. Fu appassionato raccoglitore di trentamila intagli in legno e in rame e di materiali per scrivere una storia degli artisti parmigiani, che forse andarono perduti. Il conte Antonio Cerati, in una nota inedita ai Sentimenti di un Parmigiano sopra una lettera del Deleyre, dice dello Scutellari: Egli ha da qualche tempo raccolta una storia piena di varii lumi, che riguardano i nostri artisti più celebri. Si spera che la di lui modestia non vorrà più lungamente privare la patria di un libro per lei tanto onorevole. Dello Scutellari scrisse un ricordo il Rezzonico in quello che chiamò Elogio di Giulio Scutellari, ma che veramente è Dissertazione sull’origine delle stampe in legno e in rame. La sua rinomata raccolta fu venduta in Roma nel 1775. Quando nel 1711 pervenne a Parma il granduca Cosimo dei Medici, proveniente da Milano in incognito, venne ricevuto in casa Scutellari e alloggiato all’Albergo della Posta. In suo onore venne recitato al Collegio dei Nobili il primo atto della commedia Pantalonzino. Lo scutellari fu Archivista comunale del Comune di Parma dal 1717 al 1722. Anziano del Comune nella classe dei cavalieri ebbe da ultimo l’incarico di Direttore dell’Accademia di Belle Arti.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 217; G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le province Parmensi 1914; Palazzi e casate di Parma, 1971, 603.

SCUTELLARI GUIDO ASCANIO, vedi SCUTELLARI AJANI GUIDO ASCANIO GIUSEPPE

SCUTELLARI JACOPO, vedi SCUTELLARI GIACOMO ANTONIO CLEMENTE

SCUTELLARI LUIGI
Parma ante 1734-Guastalla 6 maggio 1772
Teatino, professò in Sant’Antonio di Milano il 17 febbraio 1734. Fu predicatore, prevosto e assistente ai bisognosi di soccorso spirituale. Dello Scutellari fu stampato un Panegirico di S. Agata detto in Catania.
FONTI E BIBL.: A.F. Vezzosi, Scrittori teatini, 1780, 301-302.

SCUTELLARI LUIGI
Parma 1742- Parma 25 maggio 1811
Fu Rettore del Collegio dei Nobili di Parma, trasformato in Liceo Imperiale, dal 14 dicembre 1807 al 1814. Lo Scutellari fu inoltre presidente dell’Accademia di Belle Arti di Parma (1807).
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 846.

SCUTELLARI MARIANO
Parma 1806
Amministratore dei beni dell’Ordine costantiniano, fu nominato giudice di pace in Parma nel 1806.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 224.

SCUTELLARI MARIA STELLA, vedi SCUTELLARI BEATRICE

SCUTELLARI NICOLÒ
Parma 1627/1642
Figlio di Giulio. Si addottorò in ambo le leggi tra il 1627 e il 1642. Diede saggio di bontà e di integrità di vita. Vestì infine l’abito clericale.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 92 e 135.

SCUTELLARI NICOLÒ, vedi anche SCUTELLARI AJANI NICOLÒ

SCUTELLARI AJANI AGOSTINO, vedi SCUTELLARI AJANI ROBERTO CRISTIANO

SCUTELLARI AJANI CAMILLO
Parma 1737 c.-post 1760
Figlio del conte Guido Ascanio. Fu disegnatore, incisore di stampe al bulino e collezionista di stampe e quadri.
FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVII, 1823, 186.

SCUTELLARI AJANI FRANCESCO GIOVANNI
Parma 16 dicembre 1742-Guastalla 18 luglio 1826
Figlio del conte Guido Ascanio e di Camilla Dalla Torre di Rezzonico, pronipote di papa Clemente XIII. Il duca Ferdinando di borbone lo nominò abate di Guastalla l’8 agosto 1792 e papa Pio VI lo creò Vescovo di Joppe il 3 febbraio 1795. Fu consacrato nel detto anno in Roma il 24 giugno dal cardinale Gerdil. Lo Scutellari Ajani fu Canonico e Vicario capitolare in Parma, vacante la sede per la morte di monsignor Pettorelli (1776). pubblicò Epistola ad Clerum et populum civitatis et diocesis vastallensis (Parmae, e Regio typographeo, 1793) e un’Omelia recitata il giorno dell’ascensione l’anno 1800 (Guastalla, Costa, 1800). Morì a poco meno di 84 anni.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 217; G.M.Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 498; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 273; Palazzi e casate di Parma, 1971, 604.

SCUTELLARI AJANI FRANCESCO MARIA, vedi SCUTELLARI AJANI FRANCESCO GIOVANNI

SCUTELLARI AJANI GIOVANNI
Roma 27 dicembre 1767-Parma 30 ottobre 1816
Nato dal conte Camillo e da Elisabetta Rossi Ruoti Cini, fiorentina. Ebbe i primi rudimenti delle lingue latina e italiana nell’Università Gregoriana, ove proseguì e terminò gli studi di belle lettere, Filosofia Morale, Storia ecclesiastica e Teologia. In quest’ultima facoltà ottenne per acclamazione, dopo il solito esperimento tra tutti gli altri concorrenti, la laurea dottorale all’età di ventun anni (1788). Ordinato sacerdote nel Natale del 1792, cominciò a esercitarsi nella predicazione. Quando monsignor Francesco Scutellari, suo primo cugino, si recò nell’estate del 1793 a Roma per esservi ordinato vescovo titolare di Joppe nella palestina, fu eletto da papa Pio VI, dietro raccomandazione del duca Ferdinando di Borbone, a occupare il canonicato, divenuto vacante per la promozione del cugino, nella Cattedrale di Parma. Prima di abbandonare Roma, il che avvenne nello stesso anno 1793, fu fatto censore dell’Accademia Teologica. Venne poi aggregato all’Accademia di Religione cattolica. A Parma lo Scutellari fu Esaminatore sinodale ed Espositore in Duomo della Sacra scrittura nei giorni festivi. Fu autore di un reputato Quaresimale in Brescia nel 1812. Fece un’Orazion funebre di Monsignor Turchi, recitata nella Cattedrale di Parma il 16 settembre 1803 e stampata dal Gozzi nell’anno stesso. Morì a causa di una febbre gastrica biliosa, conseguente a un attacco epilettico, male di cui soffriva già da sei anni.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 novembre 1816, 4; A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 217.

SCUTELLARI AJANI GUIDO ASCANIO GIUSEPPE
Parma 14 marzo 1711-settembre/dicembre 1800
Figlio del conte Giulio e di Girolama Bosco, contessa. Fu educato tra il 1720 e il 1730 nel Collegio dei Nobili di Parma, secondo il suo rango. Ne uscì letterato e poeta-arcade aristofonte Enonio. Amico del Frugoni, scrisse con altri nel 1741 la raccolta Lagrime in morte di un gatto (Milano, Marelli) e, con lo pseudonimo di Ser Lello, fece parte della triade (con Jacopo Antonio Sanvitale e Aurelio Bernieri) di verseggiatori ingaggiati da Orazio Mazza onde celebrare l’entrata in convento della figlia Anna. Fu Luogotenente del Commissario Generale di Guerra di Milano (1745). disimpegnò pure la carica di Maggiordomo di camera del duca Filippo di Borbone, di membro della Deputazione Accademica per la scelta delle tragedie o commedie da rappresentarsi al Teatro Ducale per il duca Ferdinando di Borbone e infine succedette al padre quale Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Parma. Esiste nell’Archivio di Stato di Parma una lettera del Paciaudi diretta allo Scutellari Ajani, ove quest’ultimo si giustifica per aver dato in lettura libri proibiti ai giovani frequentatori della Biblioteca Palatina di Parma. Lo Scutellari Ajani fu anche ascritto all’accademia degli Icneutici di Forlì. Compose le tragedie Annibale, Romolo e Remo riconosciuti e Iside Massima o sia la Felicità dell’Egitto. Fu inoltre disegnatore dilettante e collezionista di stampe e quadri.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 217-219; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 224; P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVII, 1823, 186; Palazzi e casate di Parma, 1971, 603.

SCUTELLARI AJANI NICOLÒ
Parma 1769
Fu cavallerizzo di campo del duca Ferdinando di Borbone. Lo stemma dello Scutellari Ajani è inserito nel volume Le nozze di D. ferdinando di Borbone (Parma, 1769), avendo egli partecipato al torneo datosi in quell’occasione.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 223-224.

SCUTELLARI AJANI ROBERTO CRISTIANO
Parma 29 marzo 1737-Parma 2 marzo 1806
Figlio di Guido Ascanio. Monaco benedettino, decano del Monastero di Parma, fu buon teologo e scrisse non senza lode e con facilità grandissima versi latini, anche estemporanei. Tra i pubblicati, da rammentare Elegia in creatione Pontificis Max. Pii VII (Regii, Davolius, 1800) e la traduzione dei Sonetti di Ang. Mazza per la profess. de’ sacri voti di Rosa Mazza (Parmae, 1802, Carmignani). Alcuni epigrammi, egloghe e altri componimenti sacri e profani dello Scutellari Ajani si conservavano al tempo del Pezzana presso l’abate Tonani. Lo scutellari Ajani insegnò filosofia e teologia in Perugia e in Parma e diede esercizi spirituali.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 217; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 223.

SEBASTIANI ANTONIO
Parma 1736
Pittore attivo nell’anno 1736.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 1823, 188.

SEBASTIANI FRANCESCO
Parma 17 agosto 1885-Parma 1961
Figlio di Giuseppe e Maria Manghi. Terminata la Scuola militare di Modena, partecipò alla guerra di Libia col grado di Tenente e alla prima guerra mondiale come Capitano e Maggiore. Il suo coraggio venne premiato con tre croci di guerra al valore. Nel 1921 con le truppe di occupazione si recò in Alta Slesia. Rimpatriato, fu comandante del 61° Fanteria e poi del Gruppo di educazione fisica di piacenza. Promosso Tenente colonnello, tornò a Parma come istruttore del corso di educazione fisica della Scuola di applicazione. Nel 1940 divenne comandante del Presidio militare di Parma. Nella primavera del 1943 fu collocato a riposo ma trattenuto in servizio e, come ufficiale più anziano, esercitò il comando della piazza di Parma. Nei giorni difficili intorno al 25 luglio 1943 fu un personaggio di primo piano nella vita della città, essendo comandante del Distretto, del Presidio e della Piazza. Mancando l’autorità civile, il Sebastiani, quale suprema autorità militare, ebbe per qualche tempo in mano tutti i poteri. Dopo l’8 settembre 1943 venne rinchiuso in carcere per cinque mesi. Il 31 gennaio 1944 l’Assise straordinaria lo condannò a morte, ma la sentenza non venne eseguita.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario dei parmigiani, 1997, 287-288.

SEBASTIANO
Parma seconda metà del XV secolo
Falegname attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 327.

SECCARDI GIOVANNI MARIA
Parma 1611
Organaro. Nella parrocchiale di Fiumalbo nel Frignano (Registro matrimoni e ricordi) si legge: Anno pariter 1611, die 12 mensis junii ad finem fuit perducta organi fabrica in hac ecclesia parochiali Flunalbi per admodum reverendum dominum Joannem Mariam Seccardum et magnificum Michael Angelum Rangonium organarios et cives Parmenses, quibus pro ipsius organi mercede persolverunt centum quadraginta aureos.

FONTI E BIBL.: G.Lenzini, Fiumalbo, il paese delle tre torri, Modena, Teic, 1983, 205.

SECHELINO
Berceto 1130/1181
Fu Arciprete di Berceto. È ricordato in una bolla pontificia di Alessandro III del 25 aprile 1179, dove figura quale testimone in una lite pendente tra i monaci di Aulla e il vescovo Goffredo di Luni per il diritto di esenzione: I monaci di Aulla non presentarono né scritti, né testamenti, né altra prova che giustificasse in qualche modo la ragione del privilegio accampato. Tu invece, o Fratello Vescovo, ci presentasti due testimoni idonei, cioè l’Arciprete di S. Moderanno di Berceto, di nome Sechelino, e l’abbate di Cepperana, omonimo del primo, pronti a giurare che Bernardo Vescovo Parmense, richiesto e pregato dal Vescovo Filippo di Luni, consacrò il Monastero e benedì l’abbate (cfr. Regesto Pelavicino, in Deputazione Ligure di Storia Patria, vol. 44, pag. 20). Per togliere ogni dubbio circa la lettura del sancti Moderanni de Berceto che compare nella bolla, è opportuno ricordare un altro documento, che si conserva come il precedente nell’Archivio Capitolare di Sarzana, in data 1181: L’anno 1181, indizione XIV, presso Santo Stefano, nella Chiesa dello stesso luogo, il 15 aprile, davanti a testi riconosciuti, il prete Enrico depone sotto giuramento che, trovandosi il Vescovo Filippo ammalato ai piedi, così da non poter recarsi ad Aulla a consacrarvi la Chiesa, mandò ad invitare il Vescovo Parmense Bernardo di santa memoria, affinché venisse a consacrare a nome suo la Chiesa suddetta. Il quale venne ad Aulla ed a nome del Vescovo di Luni consacrò la Chiesa Aullense di San Caprasio, ne consacrò gli Altari, e ne benedì l’Abate di nome Ildeprando. E ciò avvenne cinquant’anni addietro e forse più. Succeduto poscia l’Abate Gausone, sotto il Vescovo Goffredo, sorse controversia circa il diritto di ricevere la Benedizione, poiché il Vescovo Goffredo voleva darla Egli stesso e l’abate per contrario gli negava tale diritto. Per dirimere tale controversia entrambi si presentarono a Roma davanti al Sommo Pontefice, e vennero prodotti quali testi, l’arciprete di Berceto e l’abate di Cepperana. La chiamata di Bernardo, accompagnato dal sechelino, che era già o divenne poi Arciprete di Berceto, fa supporre che non solo Bernardo sia passato da Berceto, ma che vi facesse soggiorno, tanto che ne arrivò la notizia al vescovo di Luni. Parrebbe altrimenti strano che costui ardisse chiamare da Parma il prelato, insignito della dignità cardinalizia, e per di più già vecchio decrepito, costringendolo a un viaggio di montagna di circa centodieci miglia, per il solo motivo di consacrare una chiesa e benedire un abate. Se il Sechelino era già Arciprete durante il viaggio di Bernardo in Lunigiana, la sua cura si protrasse certo più di cinquanta anni: dal 1130 circa al 1181.
FONTI E BIBL.: G. Schianchi, Berceto e i suoi Arcipreti, 1927, 16-19.

SECHI GAETANO
Campobasso 13 ottobre 1911-Sorbolo 13 gennaio 1996
Si trasferì a Parma fin dal 1912, dove poi sempre risiedette e operò. Si diplomò all’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma. Allievo di Carmignani, Mancini, Baratta e De Strobel, pittore figurativo, predilesse la natura morta e le composizioni. Molto attiva fu la sua partecipazione a rassegne e mostre collettive regionali, nazionali e internazionali, conseguendo premi, riconoscimenti e segnalazioni (mantova 1965, Gaeta 1967, Sala Baganza 1968). Allestì mostre personali a Parma (Galleria Artisti Associati, 1965, e Galleria d’Arte, 1970) e a Sorbolo (Sala Municipale, 1967 e 1971).
FONTI E BIBL.: Il Resto del Carlino 22 maggio 1966, e 5 giugno 1966; Gazzetta di Parma 13 giugno 1967, 12 giugno 1968, 3 dicembre 1969 e 5 ottobre 1970; Il Messaggero 11 giugno 1968 e 3 settembre 1971; A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1974, 3008-3009; Gazzetta di Parma 14 gennaio 1996, 27.

SECOMANDI GIOVANNI
Imbersago 1894-San Secondo Parmense 30 gennaio 1990
Iniziò a dipingere all’età di cinque anni manifestando una spiccata propensione verso l’arte. Durante la sua vita, avventurosa e movimentata, fu amico di celebri pittori come Carrà, Morandi, Messina, Mozzanica, Dei, Mosè Bianchi e Manzù e frequentò a lungo gli studi di Picasso in Spagna. La produzione artistica del Secomandi è sterminata. si trasferì in Sudamerica durante il periodo fascista e anche in quel continente lasciò tracce di sé e della sua ispirazione pittorica, che viene inquadrata nel postimpressionismo. Un messaggio semplice e lineare, un linguaggio espresso in nature morte e paesaggi, che conservano, attraverso gli anni e le evoluzioni, il carattere quieto e romantico della sua terra natale. Uomo di cultura profonda (parlava cinque lingue), il secomandi al suo rientro in Italia lavorò con illustri architetti. Ricevette innumerevoli e prestigiosi riconoscimenti e intraprese l’attività di docente di arte e pittura all’Università popolare e all’umanitaria. Collaborando con il Daelli, si impegnò per diversi anni nella creazione delle scenografie al Teatro alla Scala di Milano e in seguito anche all’Opera di Parigi. Per conto del cardinale Schuster, che fu il suo maggiore committente, compì a più riprese restauri nel Duomo di Milano e in sant’ambrogio e intervenne su tele di grandi maestri come Caravaggio e Van Gogh. La sua esistenza fu sempre supportata da una vivissima fede cristiana: da papa Giovanni XXIII ottenne udienza più volte, ricevendo la benedizione del Pontefice anche in occasione del quarto matrimonio (il Secomandi rimase vedovo per tre volte), celebrato nel 1980 a Salsomaggiore Terme con la polacca Stanislava Jenirjasiak. Visse a Salsomaggiore Terme trenta anni. continuò a dipingere fino all’ultimo. Fu sepolto nel cimitero di Imbersago.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 31 gennaio 1990, 21.

SEGADELLI o SEGALELLI o SEGALELLO GERARDO o GHERARDINO o GHERARDO, vedi SEGARELLI GHERARDO

SEGARELLI o SEGARELLO GERARDO o GERARDINO, vedi SEGARELLI GHERARDO

SEGARELLI GHERARDO
Alzano prima metà del XIII secolo-Parma 18 luglio 1300
Iniziò a Parma, verso il 1260, il movimento ereticale detto degli Apostoli e Apostolissae Christi (Fratres e Sorores Apostolarum), continuato e organizzato da fra’ Dolcino. Il segarelli, ingenuo e fanatico, si vide rifiutato (1249) l’ingresso tra i Frati Minori di Parma. Si diede per conto suo alla vita ascetica, nella linea del costume francescano e in coincidenza con l’inizio della terza epoca gioachimita dello Spirito Santo, volgarizzata dagli Spirituali. Sognò di ripristinare la vita evangelica e apostolica: sul modello dell’iconografia degli Apostoli si rivestì di una tunica ruvida e di un mantello bianco, cinto di corda, barba lunga e capelli spioventi, sandali ai piedi scalzi, vendé la propria casa, distribuì il denaro ricavato a giovani mendicanti e visse randagio, predicando la penitenza e proclamando versetti evangelici. Ebbe seguaci, uomini e donne, e la benevolenza delle autorità cittadine e del vescovo Obizzo Sanvitale. Il Segarelli rivestiva i suoi aderenti dell’abito apostolico e li mandava per il mondo: vivevano di elemosine quotidiane, recitavano preghiere, cantavano inni religiosi ed esortavano alla vita evangelica. Il Segarelli non seppe né volle dare una sistemazione al movimento, lo concepì anzi in libertà di spirito, senza regola, senza gerarchia, con l’unico vincolo dell’obbedienza interna e spirituale a Dio, e senza voti, neppure di castità, con contubernio muliebre incontrollato. Alle abitazioni formali con chiese e culto regolato sostituì la libera circolazione devozionale facilmente oziosa e sovente viziosa. Anche i giuramenti non erano ritenuti vincolanti. Agendo scopertamente e intensificando la sua azione programmatica nella terra parmense, senza timori dell’agguerrita autorità ecclesiastica e padronale, incitava la popolazione a compiere pericolose azioni di appropriazione indebita in nome di una solidarietà umana arbitrariamente interpretata dalla lettura del Vangelo. Vi si aggiunse la pretesa di ricostituire la vera Chiesa spirituale degli Apostoli, contro quella carnale e adulterata di Roma. Nel 1273 papa Gregorio X mise l’ordine fuori legge. Nel 1280 il vescovo Obizzo Sanvitale incarcerò il Segarelli per le sue crescenti stranezze e scurrilità, poi lo tenne sotto benevola vigilanza, ritenendolo fatuo e inoffensivo. La degenerazione ereticale e morale degli pseudo-apostoli provocò le condanne esplicite di papa Onorio IV (11 marzo 1286), di papa Niccolò IV (7 marzo 1290) e l’azione repressiva degli inquisitori. Questi convinsero d’eresia il Segarelli, che dal Vescovo fu condannato al carcere perpetuo nel 1294 (quattro suoi seguaci furono dal Comune di Parma mandati al rogo). Sei anni dopo l’inquisitore domenicano Manfredo di Parma ritrovò recidivo il Segarelli, che fu consegnato al braccio secolare e bruciato sul rogo.
FONTI E BIBL.: Cfr. soprattutto l’elenco ragionato delle fonti e degli studi in L. Spätling, De apostolicis, pseudoapostolis, apostolinis, Monaco, 1947, 113-140; Ilarino da Milano, in Enciclopedia Cattolica, XI, 1953, 236-237; Dizionario Ecclesiastico, III, 1958, 786; Dizionario UTET, XI, 1961, 684; Dizionario storico politico, 1971, 1175; Parma Economica 11 1973, 25-26; L. Alfieri, Parma, la vita e gli amori, 1993, 39-40.

SEGARELLI GIOVANNI
Parma 1379
Fece parte della Corte papale in Roma e fu buon scrittore latino in prosa e in versi. Nel Codice Vaticano 5994 si trova una epistola in prosa, ridotta poi anche in versi, a Francesco da Fiagiano, scrittore e abbreviatore pontificio, con questa sottoscrizione: Festinanter in Vallemont undecimo Decembris. Ubique tuus Parmigena Johannes de Segarellis. Segue la risposta del Fiagiano intitolata Responsio Domini Francisci de Fiagiano praefato Domino Johanni. Eliconio viro Johanni de Segarellis de Parma amico plus dilecto, quam cognito. Tra le altre cose, il Segarelli dice di scrivere al fiagiano, eccitato da Noffo o Nolfo da Ceccano: Magnificus virtutum cultor ex claro sanguine de Cecchano ferreus et herculeus Noffus urbis imperatricis armiger, et meus orator fuit, ac tuus eximius praedicator. Hic jubendi jus habens, jussit ut inops discipulus opulento scriberem praeceptori. Il Fiagiano, rispondendo, afferma: congratulor etiam Noffo de Cecchano multae claritatis et bellicarum rerum laudibus abundanti viro, qui apud te me magnum fecit. Noffo da Ceccano fu insigne personaggio aderente al ponteficie Urbano VI e fatto bersaglio di una bolla di scomunica in data 23 marzo 1379 dall’antipapa Clemente. Da una lettera del cardinale Garampi al Paciaudi, scrittagli il 28 gennaio 1769, si ricava che un Giovanni Segarelli fu Giureconsulto e che scrisse molte memorie storiche concernenti particolarmente i tempi degli Sforzeschi: Ho veduto un Codice ms. contenente la Storia degli Sforzeschi dalla loro origine fino al 1530 in circa, scritta da F. Hieronimo Pictore de S. Flora, il quale attesta di essersi principalmente servito dei scritti de Messer Johanne de Segarelli da Parma jurisconsulto. Non ho saputo finora rintracciare né in che tempo costui scrivesse, né se abbia lasciato di sé cos’alcuna che sia a noi pervenuta. È lecito però dubitare sull’identità della persona, per la distanza che passa dall’epoca in cui visse il Segarelli ai tempi degli Sforzeschi. Non è peraltro inverosimile che il Segarelli di cui parla l’Affò, se era ancora giovane nel 1379, possa avere scritto le memorie del primo Sforza, nato nel 1369 e morto nel 1424, e quelle dei suoi fratelli.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 92-93; A. Pezzana, memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 116.

SEGARELLO, vedi SEGARELLI

SEGRÈ ALESSANDRO
Parma XIX secolo
Rabbino e scrittore israelita vissuto a Parma nel XIX secolo.
FONTI E BIBL.: M. Mortara, Rabbini e scrittori israeliti, 1886, 60.

SELETTI
Parma 1795/1801
Fu maestro di canto dei chierici alla Steccata di Parma in sostituzione di Liborio Cornini dal 1795 al 1801.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1795-1801; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 169.

SELETTI CLAUDIO
Soragna 26 maggio 1597-Bologna 18 settembre 1631
Si fece cappuccino il 19 maggio 1619 e un anno dopo compì la professione a Faenza. Fu buon predicatore e trascorse la sua vita nell’esercizio della carità verso i sofferenti. Si distinse particolarmente durante la peste che nel 1630 colpì la città di Bologna, assistendo, senza sosta e noncurante di ogni sacrificio, gli ammalati della parrocchia di Santa Cristina, a cui era stato assegnato. Colpito dal contagio, morì: gli storici suoi contemporanei non mancarono di annotare che di lì a poco si verificò una notevole diminuzione della mortalità, attribuita dal popolo ai meriti dello stesso Seletti, già stimato come uomo di rare virtù umane e dotato di non comuni sentimenti.
FONTI E BIBL.: Da Gatteo, La peste a Bologna, 133 e 134-135; F. da Mareto, Necrologio dei cappuccini, 1963, 538; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 291.

SELETTI EDELINO
Fontanelle 27 gennaio 1878-Fontanelle 18 ottobre 1950
Appartenne a una famiglia di agricoltori e cestai. Fu sarto, vetraio e specialmente fotografo. Si dedicò alla fotografia nel 1904. I soggetti sono quelli del mondo a lui circostante: gruppi di contadini indaffarati e bambini sull’aia. Presto il Seletti allargò l’area di intervento da Fontanelle alle vicine località di roccabianca, Coltaro, Gramignazzo, Trecasali, Pizzo, Stagno, fino a San Quirico. Lo stesso suo negozio, come accadeva ai fotografi di paese, rappresentò un vero punto di riferimento, potendosi trovare ogni cosa. Al primo piano era situata la camera oscura: una tenda nera separava il luogo delle operazioni di sviluppo e stampa dal resto dell’abitazione. La nipote Liliana manovrava il fondale scuro dall’alto di una scala quando si trattava di fotografare un gruppo oppure portava un secchio d’acqua con dentro centinaia di copie stampate appena uscite dal fissaggio con l’incarico di tenerle sciacquate. Se poi il lavoro si faceva urgente era il Seletti a scendere di persona per asciugare le stampe grazie a una scatola di quelle usate all’epoca come contenitori di lucido da scarpe: dopo averla riempita d’alcool, dava fuoco e passava le fotografie a una a una sopra la fiamma fino a ottenerne un rapido risultato. Quanto alla smaltatura, il Seletti satinava a mano facendo scorrere le stampe sui lati del tavolo di cucina. Poi con la forbice da taglio rifilava le fotografie sfruttando sapientemente la lama un po’ frastagliata dell’attrezzo. Il Seletti era disponibile a partire in ogni momento se le circostanze si facevano pressanti ma normalmente si spostava sul territorio la domenica mattina. Elaborò lui stesso la bicicletta per ospitare tutta l’attrezzatura, composta da due apparecchi a lastra da campagna, cavalletti, fondali neri e cassette colme di lastre. I suoi soggetti sono tipici del mondo cui anch’egli appartenne: famiglie di contadini, trebbiature, processioni e funerali, le cose che segnano il ritmo della vita tra la gente dei campi. Fotografò occasionalmente qualche proprietario terriero in vena di immortalarsi tra i suoi possedimenti. Tra i soggetti non mancano molti bambini, vivi e morti. La moglie Ermina Borella di Samboseto lo aiutò in negozio. Il Seletti operò fino agli anni quaranta. Fu amico di Luigi Vaghi, al quale dovette molto sul piano professionale. Apolitico, frequentò però assiduamente Giovanni faraboli, noto sindacalista e cooperatore. nell’agosto del 1922 documentò la distruzione della biblioteca, dei magazzini, del caseificio, della cantina e della segheria, tutti edifici della cooperativa di Fontanelle, incendiati e saccheggiati dai fascisti cacciati dalle barricate di Parma.
FONTI E BIBL.: R.Rosati, Fotografi, 1990, 270-271.

SELETTI EMILIO
Milano 29 settembre 1830-Milano 1 aprile 1913
Figlio di Giuseppe e nipote del canonico Pietro. Fu cultore appassionato di cose bussetane, raccogliendo i frutti di lunghe e pazienti ricerche in un’opera monumentale di larga consultazione per la storia della cittadina. Laureato in legge nel 1854 e divenuto quindi avvocato, si dedicò anche a studi di paleografia, iniziando la raccolta di oggetti archeologici, di una biblioteca che arricchì di settemila volumi, di circa duemila tra codici, documenti manoscritti e lettere autografe e infine di una raccolta di circa quindicimila ritratti incisi. Stabilitosi con la famiglia a Milano, vi dette alle stampe, nel 1883, la Città di Busseto, che ebbe larga diffusione (non soltanto nel bussetano) avendovi introdotto le biografie di illustri personaggi della sua terra, tra cui, in primo piano, quella di Giuseppe Verdi, del quale godette l’amicizia. Nel 1885 fu nominato Consigliere comunale in Milano, tenendo la carica per un quinquennio. Annoverato tra i membri della commissione per il Museo del Risorgimento italiano, per quindici anni fu pure Segretario della Società Storica Lombarda (della quale venne poi nominato vice-presidente) e membro della consulta del Museo archeologico. Ricoprì anche le cariche di socio fondatore dell’Archeologica Comense, di membro corrispondente della Regia deputazione Storica per le province di Parma e Piacenza, di socio corrispondente ed effettivo e di Segretario della Deputazione di Storia Patria in Torino e di socio effettivo della società Numismatica Italiana. Per istituti storici, letterari e artistici scrisse un considerevole numero di cenni, memorie e rapporti. contribuì efficacemente alla pubblicazione dei dodici volumi delle Iscrizioni delle chiese di Milano dal sec. VIII e compilò un Catalogo dei marmi scritti nel Museo archeologico di Milano. Sua opera principale rimane La Città di Busseto. In tre volumi, essa illustra la cittadina dalle origini all’età contemporanea. Forma materia dell’ultimo volume la trascrizione dei più importanti documenti di storia locale e l’elenco della produzione letteraria e artistica dei Bussetani insigni, con appendice degli alberi genealogici delle famiglie notabili. Scrittore dotto e diligente, gli nocque tuttavia la posizione polemica assunta nei confronti di storiografi borghigiani, portandolo ad affermazioni fantasiose sulle origini di Borgo San Donnino, di cui negò la fondazione romana, poi invece provata da scoperte archeologiche. Ma il difetto nell’equilibrio del giudizio non smentisce nel Seletti la nobiltà dell’aspirazione, espressa in un’opera ancora fondamentale per la storia di Busseto. Nel corso della sua laboriosa esistenza, fece, con passione di studioso e generosità preziosi doni a diversi istituti pubblici milanesi, quali la Biblioteca di Brera, il Museo del risorgimento italiano e l’Archivio storico. Dispose che la sua ricca raccolta archeologica andasse ad arricchire il patrimonio del Museo del Castello Sforzesco e destinò quella degli autografi, dei manoscritti e dei ritratti all’Archivio storico del Comune di Milano. Non dimenticò Busseto, la città verso la quale nutrì inalterabile affetto e devozione. Lasciò infatti all’ospedale un legato di quindicimila lire e alla civica Biblioteca donò una parte della sua ricca raccolta di libri di ogni epoca. Da Verdi fu invitato a far parte della Commissione di amministrazione della Casa di Riposo per Musicisti, della quale divenne poi presidente. Dedicò all’istituto particolari cure, fondandovi il Museo Verdiano e cooperando all’iniziativa con il dono di preziosi cimeli.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 435-437.

SELETTI ERMENEGILDO
Roccabianca 1831
Durante i moti del 1831 fu uno degli autori della rivolta a Roccabianca. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 207.

SELETTI GIULIO
Parma 1714/1762
Intagliatore. Realizzò, tra l’altro, le seguenti opere: 1714 simulacro di N. S. G..C., 1717 sei candelieri e sei vasi, 1724 quattro vasi nella parrocchiale di Fontanellato, 1730 cornice e altare maggiore nella chiesa del Priorato, 1743 pagamenti per baldacchino del Santissimo, dodici candelieri, sei vasi, tre tavolette e un basamento di croce, 1748-1749 croce con piede e due candelieri in San Giacomo a soragna, 1761 croce nella parrocchiale di fontanellato, 1762 altare maggiore nell’oratorio di Sant’Antonio a Soragna.
FONTI E BIBL.: Colombi, 1975, 46 e 222; Il mobile a Parma, 1983, 257.

SELETTI GIUSEPPE
Busseto 25 agosto 1786-Milano 3 maggio 1846
Ebbe a precettore nei primi anni di studio lo zio canonico Pietro Seletti, dimostrando sin dalla giovinezza singolare attitudine alle belle lettere e specialmente alla poesia. Compose infatti un notevole numero di rime, che furono poi raccolte in un volume di 265 pagine, ma di esse videro la stampa soltanto due sonetti dedicati all’attrice Margherita Perelli e al concittadino Giulio Dordoni nella circostanza dell’elezione di questi a maire di busseto. Tra le opere giovanili del Seletti figurano anche le commedie I letterati e Una madre delusa, il dramma in versi Argenide e Filippo tra i pastori, le tragedie Pelopida, Polissena, Beatrice Cenci, Cosroe, re di Persia ed Elena, gran principessa di Mosca. Nel 1808 fu accolto tra i soci dell’Accademia bussetana Emonia con lo pseudonimo di Darsindo Uranèo, sotto il quale pubblicò nel 1824 una Storia di evaristo Pancardio e di Angelica baronessa di Vitrelto. Dal 1816 risiedette a Milano, occupato nell’insegnamento. Fu professore di grammatica superiore e di umanità al Collegio Burla di Rho, poi di latino nel Collegio-ginnasio milanese Calchi-Taeggi e infine della stessa materia al Ginnasio comunale di via Santa Maria. Acquistò benemerenze nel campo dell’istruzione pubblica. Largo favore di pubblico e di critica incontrarono nel 1824 la volgarizzazione della Vita di Publio Scipione Emiliano del Sigonio e un saggio di Lezioni greche per le classi terza e quarta di grammatica, opere ristampate in sei edizioni. I suoi Rudimenti di geografia, pubblicati nel 1848, furono anch’essi oggetto di replicate ristampe, così pure un’Analisi delle lezioni di greco ad uso dei ginnasi. Collaborò ai giornali Gazzetta di milano e Il Giovedì con articolari letterari e lasciò, inedite, Storie del Regno d’Italia tradotte dal Sigonio, una compendiosa Storia della Russia, un’Introduzione allo studio delle Umane Lettere, Lezioni, studi di matematica, di umane lettere, di storia antica e del Medio Evo e varie altre opere minori.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 437-438.

SELETTI LINO
Fontanelle 27 agosto 1907-Magreto di Palanzano 20 settembre 1985
Figlio del fotografo Edelino. Cercò di migliorare in molti modi il livello qualitativo raggiunto dal padre e studiò anche la tecnica delle foto industriali. Ottimo ritoccatore, diede impulso alle fototessere, alle immagini di gite sul Po e di militari. Fu amico del suo conterraneo, lo scrittore Giovannino Guareschi, e amò, insieme alla fotografia, la pittura. Il Seletti restò in contatto con Luigi Vaghi e Alfredo Zambini, tenendosi sempre aggiornato sulle evoluzioni della tecnica. Fino agli anni cinquanta proseguì l’attività lavorando prevalentemente di domenica: infatti il seletti, per molti anni (e fino alla seconda guerra mondiale), fu anche fotografo ambulante.
FONTI E BIBL.: R.Rosati, Fotografi, 1990, 271.

SELETTI LUIGI
Roccabianca 1831
Durante i moti del 1831 fu uno degli autori della rivolta in Roccabianca. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 207.

SELETTI PIETRO
Busseto 19 ottobre 1770-Busseto 6 dicembre 1853
Ebbe a maestri in Busseto Buonafede Vitali e Ireneo Affò. Entrò poi nel seminario borghigiano per compiervi gli studi liceali e teologici. Ordinato sacerdote e destinato a svolgere il sacro ministero nel paese natale, si dedicò anche all’insegnamento di grammatica nel ginnasio superiore. Con Marco Pagani, Pietro Vitali e Gaetano Bombardi fondò nel 1796 l’Accademia di Lettere Greche per incrementare nei giovani lo studio dei classici. Chiamato nell’autunno 1806 a insegnare greco e latino nel seminario di Brescia, accettò l’incarico, che declinò tuttavia al termine dell’anno scolastico per poter far ritorno a Bussetto ad aprirvi una scuola privata di lingue e lettere antiche. Nel 1816 gli venne affidata la conservazione della pubblica Biblioteca di Busseto e nel 1820 fu nuovamente incaricato a occupare nel locale ginnasio la cattedra di lettere. La sua cultura si estese dalle lingue antiche all’archeologia, alla numismatica, all’astronomia e alla musica. Si interessò di storia locale e dette alle stampe alcuni lavori nell’intento di difendere qualche ricerca storica e il nome dei suoi maestri Vitali ed Affo, bistrattati per un male inteso amor patrio da scrittori di Borgo San Donnino, che, invogliati di dare un’origine romana alla loro terra, si fecero a sostenere inveterate opinioni sulla esistenza dell’antica Fidenza nel luogo ove ora sorge la città di San Donnino (Emilio seletti). In quelle opere (Confutazione del libretto uscito dai torchi di Giuseppe Vecchi di Borgo San Donnino nell’anno 1840 che ha per titolo “Memorie storiche sulla fondazione della città di Giulia Fidenza” e Confutazione di un’opera uscita dalla tipografia di Borgo San Donnino nell’anno 1843 intitolata Controversie archeologiche patrie) il Seletti sostenne, sorretto soltanto dalla forza del ragionamento, come Borgo San Donnino sorgesse nella campagna di Samboseto, soggiungendo che non era anticamente che un cimitero romano e che assurse a notorietà dopo la scoperta, nel VII secolo, delle ossa del martire Donnino. Le controversie archeologiche, lavoro cui il Seletti attese negli ultimi anni di vita, gli impedirono di redigere, come aveva in progetto, una storia del paese natale. Emilio Seletti se ne rammarica, spiegando che, con l’abbondante messe delle sue cognizioni storiche e con i documenti che aveva raccolti e studiati, egli avrebbe potuto condurre l’opera a perfezione. Rivelò non comune perizia nella decifrazione di antiche iscrizioni e nell’illustrazione di epitaffi, pubblicando osservazioni e dissertazioni apologetico-critiche sopra epigrafi latine e greche difficilmente interpretabili. Lasciò trentasei scritti (dei quali ventotto inediti) d’argomento vario, ma in prevalenza di ricerca storica e di archeologia. Nel 1830 fu annoverato tra i canonici della collegiata di Busseto e per qualche tempo diresse l’orchestra in chiesa. Fu suonatore di viola e compose alcuni brani di musica sacra e vari concerti.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 182; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 438-439.

SELLI MARIO
Castel San Giovanni 1895-Altipiano di Bainsizza 24 ottobre 1917
Figlio di Luigi. Tenente di complemento del 211° Reggimento Fanteria, fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione: Comandante di un plotone, durante un nostro contrattacco per la riconquista di un elemento di trincea perduto, dava mirabile prova di sprezzo del pericolo e di coraggio. Da solo affrontava un ufficiale ed un gruppo di arditi nemici, mettendo fuori combattimento l’ufficiale stesso. Colpito a morte, lasciava gloriosamente la vita sul campo, ma col proprio sacrificio dava tempo ai nostri di correre e di far sgombrare dall’avversario un camminamento che essi avevano occupato. Il Selli risiedette a lungo a Parma.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1920, Dispensa 56a; Decorati al valore, 1964.

SELONI, vedi FRANZONI CARLO

SELVA CRISIPPO
Parma 12 novembre 1546-1630 c.
Figlio del medico Filippo e di Isabella. Il Selva studiò medicina ma si applicò anche alla poesia in volgare. Dedito sempre a nuovi amori (Affò), si spostò nel Mantovano, nel Reggiano e in Bologna. Secondo quanto afferma giambattista Rocca, il Selva, indispettito da una sua innamorata, bruciò tutte le rime fatte in suo onore e compose un Canzoniere per manifestare il suo biasimo (l’opera, stampata dai Viotti, ebbe molte edizioni: 1574, 1601, 1607 e 1609). Per i suoi meriti nella medicina, ebbe il titolo di Cavaliere dai duchi di Parma. Nel 1582 fu tra gli Anziani della Comunità di Parma, eletti a correggere gli Statuti delle Arti. Perduto allora il padre in età di 80 anni, gli dedicò un epitaffio in San Giovanni evangelista. Il Selva scrisse versi anche in lingua spanola. Il Pico (Appendice, 1642) lo dice morto pochi anni prima. Sposò Sestilia Strinieri, di nove anni più giovane di lui, poetessa anche lei.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 339; Aurea Parma 3/4 1959, 197.

SELVA CRISIPPO, vedi SELVA CRISIPPO

SELVA FILIPPO BENEDETTO
Parma 20 marzo 1504-Parma 1582
Figlio di Domenico.È compreso tra i dodici dottori effigiati nella storica farmacia di San Giovanni Evangelista in Parma. Iscritto al collegio nel 1529 in Arti e Medicina, fu tra i medici consultati dal farmacista Girolamo Calestani per la stesura delle Osservazioni, antidotario prescritto nel Ducato di Parma anche molto tempo dopo la morte del calestani. Nel 1530 prese parte a una riunione del Collegio Medico per le modifiche agli Statuti. Si dilettò anche in poesia. Fu sepolto nella chiesa di San Giovanni Evangelista in Parma, con epitaffio dettato dal figlio Crisippo.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1959, 110; Parma nell’Arte 1 1970, 73.

SELVA GEMIGNANO, vedi SILVAGNI GEMINIANO

SELVA GEROLAMO
Parma 1504 c.-post 1554
Fratello di Filippo. Si laureò in legge.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 39.

SELVA ORAZIO
Parma 24 luglio 1558-
Figlio di Martino e Africa Bravi. Nacque da nobile famiglia. Conosciuto anche col nome di Zucco (la famiglia era nominata Selva o Zucchi). Fu mediocre poeta: tutto ne’ suoi versi si vede debole, spossato, prosaico, e scritto senza aiuto alcuno, ben che minimo delle Muse e d’Apollo.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 112-113.

SELVA RANUCCIO PICO
Parma 1559 c.-
Figlio di Martino e Africa Bravi. Fu sacerdote e poeta. Un suo epigramma in lode di Anton Maria Garofani è contenuto nel Santuario di Parma del Garofani stesso. È composto di cinque distici latini.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 113.

SELVA ZUCCO, vedi SELVA ORAZIO

SELVAGNI GEMINIANO, vedi SILVAGNI GEMINIANO

SEMORILE MARIANNA, vedi MARCHINI MARIANNA

SENECIUS PUBLIUS APRONIANUS
Parma-Roma 144 d. C.
Libero, pretoriano, signifer, documentato in latercolo rinvenuto presso Roma, datata al 144 d.C. Senecius è nomen rarissimo in Cisalpina, non presente a Parma. Apronianus è cognomen derivato da gentilizio, raramente documentato, non presente in altri casi a Parma, dove invece si trova Apra.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 161.

SENTIA BETUTIA
Parma I secolo a. C./V secolo d.C.
Di condizione incerta, fu moglie di C. Ae [...] Pau [...], col quale visse quindici anni e cui pose un’epigrafe, documentata a Parma, poi perduta. Sentius è nomen diffuso soprattutto in Italia settentrionale e centrale, dove è frequente. In particolare in Cispadana se ne riscontrano alcuni casi. A Parma si trova in questa sola epigrafe. Betutius, nomen diffuso soprattutto in Gallia Cisalpina e Narbonese, usato talvolta, come in questo caso, come cognomen forse derivato da Bettius, è frequente soprattutto in Cispadana, particolarmente nella Tabula Veleiate. A Parma è documentato in questo solo caso.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 162.

SERAFINI FRANCESCO ROMANA, vedi LITTA MODIGNANI FRANCESCA ROMANA

SERAFINO
Parma 1221/1274
Frate francescano. Fu mistico e teologo (doctor Seraphinus).
FONTI E BIBL.: Pighini, Storia di Parma, 1965, 97.

SERAFINO DA PARMA
Parma 1529
Frate Minore. Nel 1529 pubblico l’orazione Venerandi Patris Fratris Seraphini de Parma Ord. Minor. Oratio habita in Capitulo generali Parmae celebrato an. MDXXIX (Impressum Parmae, per Antonium de Viottis).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 652.

SERAFINO DA PARMA, vedi anche AGUZZOLI CAMILLO e GHIDINI GIOVANNI

SERGENTI GIOVANNI
Parma seconda metà del XIX secolo
Soldato, fu decorato con medaglia d’argento al valor militare dopo il fatto d’arme di Vigolo.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 agosto 1980, 3.

SERGIO CALLISTO, vedi CALISTO SERGIO

SERINI ARNALDO
Colorno 1894-Parma 21 febbraio 1981
Figlio di fornaio, fu valoroso combattente nella prima guerra mondiale. Al suo ritorno, subito colse i fermenti sociali che si agitavano tra la sua gente e si impegnò nelle organizzazioni democratiche bianche, nel sindacato, nel partito popolare (di cui fu tra i fondatori), oltre che nell’Associazione reduci e nell’unione del lavoro (fu Segretario di zona). l’insorgente fascismo lo vide tenace e coraggioso oppositore, al punto che dovette subire violenze e persecuzioni. Nel secondo conflitto mondiale combatté col grado di ufficiale in terra d’Africa, meritò decorazioni al valor militare (tra l’altro una medaglia d’argento) e rimase ferito a Tobruk. Nei giorni più drammatici della Resistenza operò presso il comando Piazza di Parma e fu ispettore del Comitato di Liberazione Nazionale. Il Serini profuse il suo impegno anche nell’immediato dopoguerra: fu Sindaco per breve tempo di Colorno e tra i fondatori della Democrazia Cristiana e delle Acli, dopo aver avuto una parte importante nel sindacato unitario per la parte cattolica a fianco di Giuseppe Mori. Quando sorse l’associazione partigiani cristiani, il Serini non tardò a prestare la sua collaborazione: fu per molti anni, finché le forze glielo consentirono, Segretario amministrativo a fianco di don Cavalli prima, di Molinari e del senatore Cacchioli poi. Nel trentennale dell’associazione Partigiani Cristiani, l’onorevole Zaccagnini gli conferì a Parma una medaglia d’oro a riconoscimento e coronamento di una vita dedicata all’affermazione degli ideali di libertà e democrazia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 23 febbraio 1981, 5.

SERINI GIUSEPPE
Colorno 1899-Vittorio 30 ottobre 1918
Figlio di Carlo. Caporale maggiore del 3° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di squadra, con calma e perizia, sotto violento bombardamento nemico, manteneva i suoi uomini in ordine perfetto nonostante le perdite subite, finché cadeva colpito a morte sul campo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1920, Dispensa 50a, 2622; Decorati al valore, 1964, 35.

SER LELLO, vedi SCUTELLARI AJANI GUIDO ASCANIO GIUSEPPE

SERMATTEI ADRIANO
Assisi 30 giugno 1680-Viterbo 9 aprile 1731
Appartenne a nobile famiglia. Compì i primi studi nella città natale sotto la guida di precettori e li continuò a Roma, dove il 26 febbraio 1710 si addottorò in entrambe le leggi. Fu giureconsulto di valore e ricoprì importanti cariche pubbliche. Ordinato sacerdote il 4 settembre 1707 e ottenuta la stima e la fiducia di Michelangelo Conti, vescovo di Osimo, questi lo nominò suo Vicario generale e, come tale, lo volle con sé a Viterbo allorché fu promosso a quella sede. Il 30 gennaio 1713 papa clemente XI lo elevò alla dignità episcopale, destinandolo a reggere la vacante cattedra di Borgo San Donnino. Consacrato nel Duomo di Viterbo il 18 di quel mese dallo stesso Conti, prese possesso della sua sede il 10 maggio successivo. Primo atto del suo governo fu di indire la visita pastorale, che iniziò il 3 settembre 1713 e condusse a termine il 28 aprile dell’anno seguente. I vari decreti emessi per la circostanza sono raccolti in un volumetto conservato nella Cancelleria vescovile: da essi si rileva quanto il Sermattei fosse rigoroso nell’imporre l’osservanza al clero delle regole di disciplina e nel correggere abusi inveterati nel costume dei fedeli. Il Sermattei ebbe un carattere austero e severo, congiunto a un temperamento impetuoso: sono rimaste celebri le aspre contese con il capitolo della Cattedrale, che continuarono, con fasi alterne, per tutto il periodo del suo episcopato. Il sinodo diocesano fu da lui redatto in modo da essere più completo dei precedenti perché richiama e riporta decisioni dei concilii e dei pontefici. Lo tenne nell’anno 1718 ma non poté darne alle stampe le costituzioni per essere stato traslato, con provvedimento apostolico del 15 marzo 1719, alla sede di Viterbo. Nel periodo del suo pontificato a Borgo San Donnino ebbe a collaboratore monsignor Antonio Ferali, suo vicario generale, il quale resse poi la diocesi durante la vacanza. Prima di lasciare la città, donò al Capitolo una ricca pianeta, che fece seguire da una lettera di congedo nella quale espresse sentimenti di stima per il Collegio dei canonici e manifestò, con commosse parole, il proprio rammarico a separarsi dalla diocesi. A Viterbo fece il solenne ingresso il 18 maggio di quello stesso anno e anche nel nuovo campo di lavoro dette prova del suo zelo apostolico, spiegandovi intensa attività. Nel 1724 tenne il sinodo, durante il quale espose alla pubblica venerazione sull’altare maggiore della cattedrale, in un’urna di legno intagliato e scolpito munita di cristalli, le reliquie dei santi martiri Valentino e Ilario. Per suo interessamento, papa Benedetto XIII concesse il 2 agosto 1726 ai canonici della Cattedrale l’uso della mitria, dell’anello, della bugia e del faldistorio e il Sermattei, con suggestiva cerimonia, benedisse nella festa di San Lorenzo le mitrie dei canonici. Dallo stesso Pontefice ottenne il 7 ottobre successivo la toga aurea (robbone d’oro) ai conservatori del Comune. In precedenza aveva provveduto a consacrare le due importanti chiese di Sant’Andrea in Varalla (5 maggio 1720) e dei Carmelitani Scalzi, in Viterbo (18 agosto 1725). L’8 novembre 1727 ebbe l’onore di ricevere papa Benedetto XIII di passaggio a Viterbo per recarsi alla Quercia a consacrare con grande solennità l’arcivescovo di Colonia. Tra i titoli di merito acquisiti dal Sermattei durante il pontificato viterbense vanno annoverate le cure appassionate che ebbe per la Cattedrale, facendo tra l’altro dipingere dal celebre pittore Marco Benefiele sotto gli archi delle colonne due artistici medaglioni. Nel Duomo di Viterbo, dove il Sermattei fu sepolto, i restauri e i bombardamenti aerei anglo-americani durante la guerra 1940-1945 cancellarono ogni traccia della sua tomba.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 442-444.

SERMATTEI ELISA
Parma 1842 c.-
Figlia di Valentino. Cantante (soprano), fu prima donna nei teatri diretti dal padre (Odessa, Mosca e Karkoff).
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

SERMATTEI VALENTINO
Parma 1 maggio 1816-Karkoff 1866 c.
Studiò musica alla Regia Scuola di musica di Parma (fu allievo di Luigi Finali) dal 1827 al 1829 e vi tornò nel 1836. contemporaneamente esercitò il mestiere di sarto. Il 3 novembre debuttò a Lodi in un concerto della società filarmonica, la cui orchestra era diretta dal giovane violinista parmigiano Vincenzo Morganti.Nell’ottobre 1838 fu al Teatro Civico di cagliari nell’Elisir d’amore e nella Gemma di Vergy. Debuttò come baritono con un concerto al Teatro Regio di Parma il 6 giugno 1839 con alcune arie della Gabriella di Vergy di Mercadante. Nel 1841 fu al Teatro di Trieste nell’Assedio di Corinto di Rossini, nel 1842 al Teatro comunale di Modena nella Vestale di Mercadante e nell’autunno dello stesso anno al Carlo Felice di Genova nelle Nozze di Figaro di Ricci, nell’Elisir d’amore di Donizetti e nei Due sergenti di Mazuccato. Fu anche all’estero: in Francia, Spagna e Russia. In quest’ultima nazione operò per diversi anni e vi si stabilì definitivamente. Nel 1856 cessò di cantare per dedicarsi all’impresariato teatrale. Prese in affitto vari teatri ed ebbe l’appalto di quelli di Odessa (per otto anni), Mosca e Karkoff. Dal 1857 al 1865 fu l’impresario del Teatro di Odessa, portando sulle scene opere italiane con rinomati artisti. Nel 1859 la sua compagnia comprendeva 75 artisti e con il personale occupava 107 persone. Rinnovò il repertorio, portando per la prima volta le opere di Verdi (Traviata, Un ballo in maschera, La battaglia di Legnano e Giovanna di Guzman) e i suoi spettacoli furono apprezzati dal pubblico e dalla critica. Dal 1860 con la compagnia fece tourneée per l’Ucraina: nel 1864 dette a Karkoff 44 rappresentazioni di undici opere (tra le quali, oltre a quelle di Verdi, Norma, Lucia, Marta e Barbiere di Siviglia) e a Poltava una ventina di recite. Nel 1865 tornò a Karkoff, dove presentò in prima rappresentazione diverse opere italiane.
FONTI E BIBL.: Alcari; Dacci; Frassoni; Gandini; Levi; P. Be