SABADINI-SWICH
SABADINI BERNARDO
Venezia
o Parma 1650-Parma 26 novembre 1718
Sacerdote. Studiò probabilmente a Venezia. ebbe
relazioni coi maestri della scuola bolognese e in particolare con giacomo Antonio Perti (come risulta da una lettera
dellottobre 1706, nella Biblioteca G.B. Martini di bologna). Compare nel 1673 in qualità di cantore
del Duomo di Urbino. Il 1° luglio 1681 fu nominato organista alla corte dei Farnese e il 1° marzo 1689 subentrò a
giuseppe Corso Celani nella direzione della
cappella che tenne fino alla morte. Lo stesso anno divenne organista e vicemaestro di
cappella (maestro dal 1692) alla chiesa della Steccata di Parma, di cui fu prebendario dal
1711. Valendosi della collaborazione dello scenografo Francesco Bibiena, fu lanima
degli spettacoli alla corte Farnese dal 1686
al 1700: particolare sfarzo ebbero le feste per le nozze di Odoardo Farnese nel 1690, per
cui allestì lopera Il favore degli dei e La gloria damore spettacolo festivo
sopra lacqua della Gran Peschiera. Dopo lo spettacolo acquatico La gloria
damore, i festeggiamenti culminarono nella rappresentazione del dramma fantastico
musicale, Il favore degli dei, paragonato per fasto e magnificenza al famoso Pomo
doro, dato a Vienna per le nozze dellimperatore Leopoldo nel 1666. Ma anche in
questo caso la musica del Sabadini e il testo di Aureli servirono soprattutto di spunto
alle grandiose invenzioni dei più celebri scenografi del tempo (i fratelli Mauro e
Ferdinando Bibiena) e alle esibizioni di virtuosi di grido (come Siface e Pistocchi). Dopo
Parma, presentò le sue opere a Torino, Roma, Genova e Pavia. Operista fecondo (fu autore
almeno di trentaquattro opere), fu seguace di un costume teatrale che, ispirandosi alle
descrizioni mitologiche, si limitava a seguire pedestremente i progressi della
scenotecnica. In confronto comunque ad altri minori compositori dellepoca, nelle sue
pagine si nota un moto strumentale assai diffuso, specie nelluso dei fiati,
mostrandosi sensibile alla produzione dei maestri della scuola bolognese. Anche nel taglio
formale seguì i criteri dei tempi: recitativi accompagnati dal basso continuo, arie,
duetti, rari cori e molti balli. Il Sabadini fu autore delle seguenti composizioni: opere
teatrali, Furio Camillo (libretto L. Lotti; Parma, 1686; altra versione in collaborazione
con G. A. Perti, libretto M. Noris; Roma, 1696), Didio Giuliano (L. Lotti; parma, 1687), zenone il tiranno (L. Lotti; parma, 1687), hierone tiranno di Siracusa (A. Aureli; Piacenza,
1688), Il favore degli dei (A. Aureli; Parma, 1690), La gloria damore (A. aureli; Parma, 1690), Pompeo continente (A.
Aureli; Piacenza, 1690), Diomede punito da Alcide (A. Aureli; Piacenza, 1691), Circe
abbandonata da Ulisse (A. Aureli; Piacenza, 1692), Il Massimino (A. Aureli; Parma, 1692),
Talestri innamorata di alessandro Magno (A.
Aureli; Parma, 1693; secondo Manferrari e Sesini, Piacenza), Il riso nato fra il pianto
(A. Aureli; Torino, 1694), Demetrio tiranno (A. Aureli; Piacenza, 1694), LEraclea o
il ratto delle Sabine (G. C. Godi; Venezia, 1696; ripresa con musiche di A. Scarlatti,
libretto A. Stampiglia; Parma, 1700), La virtù trionfante dellinganno (Piacenza,
1697), LEusonia ovvero la Dama stravagante (M. N. P. C.; Roma, 1697), Il Domizio (G.
Corradi; Venezia e Genova, 1698), Il Ruggiero (G. Tamagni; Parma, 1699), Gli amori di
Apollo e Dafne (A. Passoni e P. Monti; Parma, 1699), Il Meleagro, in collaborazione con
Martinenghi e Magni (Pavia, 1705). Incerta è lattribuzione di La virtù coronata o
sia Il Fernando (Parma, 1714). Rifacimento di opere di altri autori: Olimpia placata (A.
Aureli; Parma, 1687, da Olimpia vendicata di D. Freschi), Teseo in Atene (A. Aureli;
Parma, 1688, da Medea in Atene di A.G. Zanettini), Ercole trionfante (G.A. Moniglia;
Piacenza, 1688, da Ercole in Tebe di A. Boretti), Amor spesso inganna (A. Aureli; Parma,
1689, secondo Sesini, Piacenza; col titolo Orfeo, Roma, 1689, da Orfeo di A. Sartorio), Il
Vespasiano (G.C. Corradi e A. Aureli; Parma, 1689, dallomonima di C. Pallavicino),
Teodora clemente (Parma, 1689, dallomonima di D. Gabrielli), La Pace fra Tolomeo e
Seleuco (Piacenza, 1690, dallomonima di C. Pollarolo). Inoltre le serenate: I sogni
regolati damore (Parma, 1693), Non stupire, Po, Imeneo e Citerea, loratorio I
disegni della divina Sapienza (1698), alcune cantate, cinque arie per soprano e Grave per
organo.
FONTI E BIBL.: B. Ligi, La Cappella musicale del Duomo di Urbino, in Note
dArchivio 1925; N. pelicelli,
Musicisti in Parma nel secolo XVII, in Note dArchivio 1932-1934; A. Yorke-Long,
Music at Court, Londra, 1954; L. Bianconi, LErcole in Rialto, in Venezia e il
melodramma nel Seicento, Venezia, 1972; C. Sartori, Sabadini smascherato, in Nuova Rivista
Musicale Italiana 1 1977, 44 e seg.; Archivio di Stato di Parma, Ruoli Farnesiani
1671-1682, fol. 478, 1683-1692, fol. 87, 309, 1693-1701, fol. 470, 1702-1712, fol. 87,
1713-1723, fol. 86; Archivio della Steccata di Parma, Mandati 1689-1690, 1691-1695,
1705-1713; G. Gaspari, I, 49 e 52, III, 197 e 235, IV, 28, 64 e 67; P.E. Ferrari,
Spettacoli in Parma, 30; L. Balestrieri, Feste e spettacoli, 124 e 126; R. Eitner, VIII,
372; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 103; B. Bacherini, in Enciclopedia dello
Spettacolo, VIII, 1961, 1355; Dizionario dei Musicisti UTET, 1988, VI, 517; Trionfo del
barocco, 1989, 350.
SABADINI GASPARO
Parma
1696/1707
Fu
organista del duca di Parma Francesco Maria Farnese dal 19 luglio 1696 fino al 15 gennaio
1707, giorno in cui fu licenziato.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 145.
SABADINI MARCO, vedi SABADINI BERNARDO
SABADINO o SABATINI o SABBADINI BERNARDO, vedi SABADINI BERNARDO
SABBADINI CARLO
Pama
seconda metà del XVI secolo
Fabbricatore dorgani attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
IV, 267.
SABBIONI GIUSEPPE
Ranzano
1841-1899
Medico già al servizio nelle truppe del ducato
di Parma, fu volontario nel 1867 a monterotondo
e a Mentana con Garibaldi. Fu amico di Gian Lorenzo Basetti e di altri garibaldini.
Esercitò saltuariamente la medicina, dedicando molto tempo allinsegnamento della
storia naturale nel liceo di Parma e alla coltura dei bachi da seta.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Medici valli cavalieri, 1983, 53.
SACCA BARTOLOMEO
Parma
1424
Fusore di campane. Il Lopez, nel suo Battistero di Parma (1864, 118 e 119), ricorda
che nellarchivio Capitolare del Duomo
di Parma si trova una convenzione seguita il 19 ottobre 1424 tra gli operai della cattedrale e M.ro bartolomeo de Sacca per fondere due campane del
Battistero, le quali si erano rotte: MCCCCXXIIII, die Jovis XVIIII Octubris. Cum verum sit
quod ego Franciscus de Servideis Rector ac Massarius domus fabrice domine Sancte Marie de
laborerio maioris ecclesie parmensis locaverim Bartolameo de Sacha Magistro Campanarum
presenti et conducenti et in presentia domini dompni Macharii prepositi Baptismatis
parmensis ad faciendum et reffetiendum duas campanas, una de quibus de pez. XXX et alia
debet esse de pex. XII quando minus, pro quibus campanis stipulavi fiendis per ipsum ut
supra sibi assignavi mense et die suprascripto pondera XVIIII et libras XI cupri pondrati
in presentia dicti domini Macarii et aliorum et ultra supra scriptum cuprum sibi promisi
dare pondera decem et libras XIIII cupri pro complemento prime campane, et pro alia
campana sibi promixi dare cuprum necessarium et etiam ramum necessarium, quod potest esse
ll XL vel circha, pro quibus duabus campanis fiendis per dictum Bartolameum modo et ordine
suprascripto sibi promixi dare pro eius mercede et solutione pro quolibet pondere saldos
viginti imper. ipso in faciendo dictas campanas bonas et sufficientes de pondere
suprascripto omnibus suis expensis, sic pro bonis et sufficientibus possint colendari de
bono sono. Et in
quantum dicte campane non essent bone et sufficientes ac laudabiles, tunc dictus
Bartolameus teneatur ipsas reficere omnibus suis expensis. Et hoc in presentia
dicti D. macharii propositi Baptismatis
suprascripti, Domini Christophori de garumbertis et D. Bartolomei de gheriis Canonicorum
dicti baptismatis testibus rogatis et
vocatis et qui fuerunt presentes ad omnia suprascripta et etiam me Francisco de Servideis
qui suprascripta scripsi in presentia suprascriptorum de voluntate suprascripti Bartolomei
de Sacha conductore. in ecclesia suprascripti Baptisterii.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
1911, 67-68.
SACCA BERNARDINO
Parma
1424
Fonditore di campane. Lo Scarabelli Zunti scrive che nel 1424 fuse la campana del
Battistero di Parma
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
SACCA GERARDINO, vedi SACCA GHERARDINO
SACCA
GHERARDINO
Parma
1393/1412
Figlio di Giovanni e di Agnesina Gandolfi. Fusore di campane ricordato in alcuni
documenti notarili: 5 gennaio 1402, Donna agnesina
de Gandulfis de Ast figlia del fu Filippo abitante nella vicinanza di San Pietro nella
città di Parma trovandosi inferma di corpo ma sana di mente detta il suo testamento nel
quale providere volens accupiens ipsa domina Agnesina alla salute dellanima sua
instituisce e lascia Gerardinum de Sacha natum quondam Magistri Iohannis de Sacha
parolarium et civem Parme viciniae suprascripte Sancti Petri tanquam pauperem Christi sibi
heredem universalem in omnibus suis bonis mobilibus et immobilibus iuribus et actionibus
quibuscumque, quemquidem gerardinum adhuc
presens ex nunc sibi elegit in pauperem Iesu Christi, considerata presertim necessitate
eiusdem et multitudine filiorum suorum inutili. Salvis tamen legatis infrascriptis e
così: alla Chiesa di San Pietro della città di Parma lire 5 imperiali in subsidium
reaptandi et reficiendi ecclesiam ipsam; altre lire 5 imperiali al Consorzio de Vivi
e de Morti eretto in cattedrale nostra
e quattro simili lire imp.i al Consorzio di Santa M. Maddalena nuper fundato et constituto
in ecclesia eiusdem. Da ultimo nomina suoi esecutori testamentarii i Signori Pietro
Bernieri, Luchino de Quartariis ed il sovranominato Gherardino de Sacha (rogito del notaio
parmense Giuliano da Vigatto nellArchivio Notarile di Parma). Il Sacca è quasi
certamente quello stesso che nel 1393 fuse la campana detta del Sanctus, posta nella
loggia della cupola in Cattedrale a Parma, e ricordato dal Pezzana nella sua Storia di
Parma (I, 45 e 46 dellAppendice). Il Sacca fece testamento il 21 febbraio 1412:
Testam. Gherardino de Sacha f. q. d.ni Iohannis viciniae Sancti Petri (rogito di Giovanni
da San Leonardo, archivio Notarile di
Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
1911, 67.
SACCA GIAN ANTONIO
Parma
1478 c.-Ungheria post 1490
Fu lettore pubblico di giurisprudenza in Roma e in Padova, e quindi auditore del re
Mattia Corvino in Ungheria.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV,
305.
SACCA GIAN FRANCESCO, vedi SACCA GIOVANNI FRANCESCO
SACCA GIAN LODOVICO, vedi SACCA GIOVANNI LODOVICO
SACCA GIOVANNI
-Parma
ante 1402
Fusore di campane. È ricordato in un documento del 5 gennaio 1402 nel quale
risulta già morto. Sposò Agnesina Gandolfi e abitò nella vicinia di San Pietro in
Parma.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
1911, 67.
SACCA GIOVANNI FRANCESCO
Parma
1504c.-post 1540
Fu cancelliere del comune di Parma ed
esercitò in patria il notariato. LAffò, quando parla nelle sue Memorie degli
scrittori e letterati parmigiani (IV, 305) di Lodovico Sacca esimio giureconsulto
parmense, dice che il Sacca era nobile parmigiano e padre di Lodovico. Il Sacca fu anche
nominato custode delle carte comunitative dellArchivio del Comune di Parma. sposò Caterina o Virginia Rangoni. Morì in età
piuttosto avanzata.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le
Province Parmensi 1914, 8.
SACCA GIOVANNI LODOVICO
Parma
1468/1470
Calligrafo. Eseguì nel 1470 (die VII septembris) una elegante copia del famoso
codice di terenzio, autografo, scritto da
Francesco Petrarca nellanno 1358.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Scrittori parmigiani, tomo 2°, XLIV e seg.; A. Pezzana,
Storia di Parma, III, 1847, 275; C. Malaspina, Guida di Parma, 1869.
SACCA LODOVICO
Parma
ante 1523-1614
Figlio di Donnino. Fu notaio e attuario del governatore di Parma nel 1583, come si
evince dallo Statuto de Merciai, a carta 78. A Parma esercitò il notariato, rogando
dal 1547 al 1605. Uomo di modesta cultura ma curioso e attento osservatore degli
avvenimenti del suo tempo, il Sacca usò registrare nelle sue rubriche notarili notizie
sui più svariati avvenimenti del tempo, corredandole spesso di personali annotazioni,
veramente preziose per lo storico perché esprimono gli umori e i gusti di un uomo di
media cultura, a contatto con ambienti e ceti diversi dei quali certamente riprese echi e
atteggiamenti. Le notizie del Sacca stese in un latino semplice, povero se si vuole ma
certo non per questo meno efficace, si riferiscono quasi sempre a cose e uomini che ebbero
un qualche rilievo o significato nella vita cittadina di Parma: De anno supradicto 1584 et
die jovis 13 settembre flumen Parmae inondavit totum pontem Capitis pontis, et ibant aquae
desuper pontem Caprezuche a latere versus occidentem, et rupit partem pontis castri Parmae
et nunquam fuit auditum tantam aquam in dicto flumine derivasse. Non mancano però notizie
relative ad avvenimenti clamorosi del tempo: qui la testimonianza del Sacca acquista
maggiore importanza, proprio per il sapore particolare che gli conferisce la sua stessa
professione, con la relativa posizione culturale e sociale che sempre la caratterizza. È
estremamente interessante così la ripercussione che hanno nelle rubriche del Sacca le
vicende delle guerre di religione in Francia, aspramente e sanguinosamente combattute da
cattolici e ugonotti, che è poi una sorprendente prova della rapidità con cui
circolavano certe notizie e della particolare sensibilità che vi mostravano certi
ambienti italiani ormai decisamente toccati dal dilagare dellondata controriformistica: De anno predicto 1562 Ugonoti
existentes in partibus Francie aprehendiderunt civitatem Leoni et certa alia loca, et
omnes christianos svalisari fecerunt, et officiales occiderunt non sine magno timore
aliorum locorum; de dicto anno exercitus francorum christianorum rupit et indispersum
missit exercitum ugonotorum vulgo luteranorum, non sine magna totius mundi letitia. Non
meno interessante è lannotazione relativa alla vittoria cristiana di Lepanto contro
i Turchi, che costituisce unaltra prova dellenorme ripercussione che ebbe tale
vittoria in tutta lEuropa cristiana, fin nei borghi più sperduti: Die septimo
mensis octobris anni predicti 1571, die dominico illustrissimus dominus Joannes Austriae
frater regis Philippi hispaniarum et
serenissimi veneti et generalis Sancti pontificis Pii quarti cum ducentis lignis armatis
vel circa conflictum fecerunt vulgo giornatam cum armata Turchorum in loco dicto alla
prensa et dictam armatam indisperso mandarunt, et ligna centum octuaginta vel circa
prendiderunt et solummodo fuerunt salvata ligna viginti vel circa dictae armatae Turchorum
et fuit facta leticia per totam christianitatem et terras ac civitatis illius.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III,
632; G. Passerini, Appunnti storici di notai parmigiani (Alessandro Malgari-lodovico Sacchi), in Archivio Storico per le
Province parmensi I 1892, 47 e 58-74; Il
Notariato, 1961, 505.
SACCA LODOVICO
Parma
12 maggio 1530-Parma 21 marzo 1614
Figlio di Gian Francesco e di Virginia (o caterina)
Rangoni. Dopo gli studi di umanità e filosofia, si recò a Bologna nel 1546, dove
frequentò le lezioni di Gabriele Paleotti e divenne chiaro giurista sotto legida
dello zio giulio, professore di
giurisprudenza a Bologna. Passò poi a Padova, ove ebbe a maestri Tiberio Daciano, Guido
Panciroli e il Socino. Laureatosi e sposata Isicratea Malaspina, trattò cause di notevole
rinomanza. La duchessa Margherita dAustria lo nominò suo auditore in Abruzzo e lo
incaricò di importanti affari alla corte di
Napoli. Il duca Ottavio Farnese lo inviò a sua volta quale legato a Roma presso papa
Gregorio XIII e nel 1579 gli affidò il governatorato di Piacenza. Anche il duca
Alessandro Farnese, avendo avuto occasione di conoscerlo e di valutarlo in Fiandra, lo
creò avvocato del fisco: come tale, ebbe a trattare lannosa causa tra i Farnese e i
Pallavicino. Ranuccio Farnese lo ebbe quale consigliere , segretario e auditore generale,
con incarichi di ambasciatore presso papa Clemente VIII. Stimato da tre successivi duchi
regnanti, oltreché da principi (a esempio, Francesco Maria dalla Rovere) e nobili, il
Sacca conseguì la più alta reputazione e lasciò vari scritti, in prevalenza attinenti
alla causa Pallavicino. Il Sacca ebbe solenni funerali nella chiesa di San Pietro in
Parma. Lorazione funebre fu tenuta da cornelio
Pico. In seguito furono pubblicate composizioni
toscane e latine di molti ingegni in morte dellEccellentissimo Signor Consigliero
Lodovico Sacca, raccolte et pubblicate per bartolomeo
Guerresi, dedicate allIllustrissimo et eccellentissimo
Signor Don Ottavio Farnese (In Parma, appresso Anteo Viotti, 1614). Nella chiesa di San
Pietro vi è il seguente epitaffio: Corpus Ludovici Saccae iuriconsulti peregregii qui
populos samnites et Placentiae rexit ad summos pontifices et ad alios principes legatus
fuit ius civile auxit consiliarius serenissimorum ducum Alexandri et Ranutii Farnesiorum
usque ad obitum suum qui fuit LXXXIV aetat. suae anno die XXI mart. MDCXIV.
FONTI
E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, III, 305-307;
Palazzi e casate di Parma, 1971, 399-400.
SACCA LODOVICO
Parma 1694/1723
Dal 1694 al 1723 fu lettore di medicina allUniversità di Parma.
FONTI E BIBL.: F.Rizzi, Professori, 1953, 49.
SACCA LUDOVICO, vedi SACCA LODOVICO
SACCA TIBURIZIO, vedi SACCO TIBURZIO
SACCANI ANTONIO
Parma
prima metà del XIX secolo
Calcografo, fu allievo del Toschi nella Scuola di Parma.
FONTI E BIBL.: P. Martini, LArte dellIncisione in Parma, 1873; L.
Servolini, Dizionario degli Incisori, 1955, 720.
SACCANI CARLO
Parma
26 maggio 1834-post 1883
Nacque da Antonio e Luigia Zamponini, il primo usciere alla Camera di Commercio, la
seconda massaia. La famiglia abitò in borgo Bicchierai 12, successivamente in vicolo San
Tiburzio 5, quindi in strada di Porta Nuova 33. Il Saccani iniziò a fare il fotografo
poco prima del 1857. Nel 1860 operò, con la definizione di photographo, al n. 81 di
strada San Michele. Il Saccani realizzò nel medesimo anno quello che è probabilmente il
suo maggior risultato artistico, carico di valori documentari oltre che tecnici: una serie
di immagini di Parma raccolte in un raro album. È il primo esempio di documentazione
organica della città ottocentesca, ripreso in seguito solo da Marcello Pisseri. Sempre
nel 1860, il saccani fotografò larco
di trionfo allestito per la visita a Parma del re Vittorio Emanuele II. Le pose erano
lunghissime e leffetto trasformava le persone in fantasmi. Di nuovo, nel quinquennio
successivo, il Saccani riprese monumenti e piazze cittadine, con pose diverse e risultati
non meno efficaci. Nel 1864, dopo essersi associato al fratello Pio, il Saccani si
allontanò da Parma: prima fu a Parigi e poi si spostò a Firenze per dirigere lo
stabilimento Mazza Fotografia in via Parlamento 7. Non fece più ritorno nella sua città,
se non da privato cittadino. Nellaprile del 1869, da firenze, dedicò al duca Roberto di Borbone, in
occasione delle sue nozze con Maria Pia, un Album del Ducato di Parma: trentanove
fotografie di Parma, Sala Baganza, Colorno, castelguelfo
e riproduzioni degli affreschi del correggio.
Nel 1870 gli venne un pubblico riconoscimento al Primo Congresso Artistico Italiano e
Esposizione dArti Belle in Parma per una serie di settantaquattro grandi fotografie
raffiguranti le tavole di Francesco Scaramuzza sulla Divina Commedia (Inferno): episodio
non privo di risvolti ambigui, dal momento che lo Scaramuzza era membro della giuria.
Nello stesso anno si trasferì con la famiglia a San Lazzaro Parmense. Il Saccani
risiedette a Reggio Emilia nel 1878, poi di nuovo a firenze
nel 1883 (il primo febbraio il comune
fiorentino chiese notizie a quello di Parma circa la situazione di famiglia, in quanto il
Saccani si era nuovamente stabilito nella città toscana). A testimonianza dei legami con
Firenze, vi è la dedica al Municipio di quella città di una nuova raccolta di fotografie
realizzate dal saccani nel 1875 su disegni
dello Scaramuzza (questa volta largomento fu, sempre relativamente alla Divina
Commedia, il Paradiso). Dopo il 1883 del Saccani non si hanno più notizie.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1989, 42-43; R.Rosati, Fotografi, 1990, 101.
SACCANI GIOVANNI
Collecchio
1920-Collecchio 10 novembre 1996
Chiamato alle armi a diciannove anni e arruolato nella Marina, frequentò la scuola
da radiotelegrafisti a La Spezia, giungendo, al termine del corso, terzo sui
duecentocinquanta allievi. Scelse volontariamente di far parte del corpo dei
sommergibilisti. Come radiotelegrafista, fu imbarcato sullAntonio Siesa, comandato
da Libero Sauro, figlio del patriota Nazario. a
bordo dei sommergibili (oltre che sul Siesa fu imbarcato sui cosiddetti sommergibili
tascabili) partecipò a numerose azioni di guerra sia nel Mediterraneo che nel Mar Nero,
spingendosi anche oltre lo stretto di gibilterra:
partecipò, tra laltro, alle battaglie di alessandria
degitto, di Trapani e di Capo Teulada.
Fu anche decorato di Medaglia dargento
al Valor militare per le tante battaglie cui
partecipò e per laffondamento di una unità navale nemica. Finita la guerra,
lavorò come capo cantiere nella ricerca petrolifera, vivendo quasi sempre
allestero: Algeria, marocco e Madagascar in modo particolare. La salma del
Saccani fu tumulata nel cimitero di Collecchio.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 12 novembre 1996.
SACCANI PIETRO
Sorbolo
29 aprile 1863-Dogali 26 gennaio 1887
Figlio di Enrico e Marianna Ghiretti. risiedette
a San Lazzaro Parmense. Partito per lAfrica, venne assegnato al 41° Reggimento
Fanteria col grado di sergente. Cadde combattendo da valoroso. Alla memoria del Saccani
venne decretata la medaglia dargento al valor militare, con la seguente motivazione:
Per la splendida prova di valore data nel combattimento del 26 gennaio 1887 a Dogali,
rimanendo ucciso sul campo. Fu ricordato nella lapide eretta dal comune di San Lazzaro Parmense e in quella del comune di Parma, nellatrio del Palazzo
Civico.
FONTI E BIBL.: Parmensi nella conquista dellimpe-ro, 1937, 44; Decorati al valore, 1964, 121;
Gazzetta di Parma 27 settembre 1989.
SACCANI PIO
Parma
14 marzo 1840-post 1904
Figlio di Antonio, usciere alla Camera di commercio
di Parma, e di Luigia Zamponini. Sposò Baldemina Moruzzi. Fu fotografo in strada San
Michele 81. Linizio della sua attività professionale avvenne certamente sotto la
guida del fratello maggiore Carlo: nel 1866 il Saccani si associò con lui nella ditta
Saccani Carlo & Pio fotografi. Dal 1867 al 1869 rimase solo a dirigere lo stabilimento
perché il fratello Carlo si trasferì a Firenze. Nel 1870 portò lo studio fotografico in
Piazza Grande (nei locali di strada San Michele 81 si stabilì Guido casali). Poi, dal
1872 al 1879, assieme alla famiglia, fece tappa dapprima a Bologna, poi a Reggio Emilia,
per tornare successivamente a Parma nel 1880, di nuovo come fotografo in strada San
Michele ma al n. 236 di Casa Mauri. Qui subito si distinse come specialista di ritratti in
porcellana inalterabili. Dal 1883 si insediò in Borgo della Macina 21, nello studio di
Carlo Antonietti che aveva cessato la lunga attività un anno prima. Alla fine del 1885 il
Saccani fu in via Angelo Mazza al n. 17, dove la vedova di Giacomo Isola, Virginia Canali,
aveva mantenuto con coraggio lattività del marito, dopo la sua morte, per più di
un anno. Il Saccani rilevò studio, attrezzature e archivio. Per qualche tempo operò da
solo come Premiata Fotografia di Pio Saccani, fotografo di Sua Altezza reale il Duca
dAosta, successore di Giacomo Isola ma dal 1886 si mise in società con Angelo
Sorgato, erede di una consistente tradizione fotografica familiare. Nellottobre del
1887 il Saccani venne premiato con una medaglia dargento allEsposizione
Industriale e Scientifica di Parma. Nonostante le ottime premesse tecniche (con il nuovo
accordo la ditta diventò A. Sorgato-P. Saccani), la società durò poco: si sciolse il
1° ottobre 1888. Dal 1889 al 1904, anno di chiusura di ogni attività del Saccani, lo
studio si trasferì in strada Vittorio Emanuele 23, sotto la denominazione di Saccani Pio
di Antonio. La famiglia Saccani abitava in quel tempo al secondo piano di strada Garibaldi
103, nello stesso edificio in cui, al piano terra, proprio nel 1904, prese vita la ditta
Vaghi & Carra, destinata ad assumere un posto di rilievo nella storia della fotgrafia
di Parma.
FONTI E BIBL.: R.Rosati, Fotografi, 1990, 106.
SACCANI WALTER
Parma
13 settembre 1920-19 gennaio 1945
Fu audace partigiano (col nome di battaglia di Waldemaro) della brigata Giustizia e
Libertà. Morì fucilato.
FONTI E BIBL.: T.Marcheselli, in Gazzetta di Parma 16 maggio 1988, 3.
SACCARDI ALESSANDRO
Parma
XVII secolo
Pittore di storia, ornatista e figurista attivo nel XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti¸ Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
V, 315 e VI, 242.
SACCARDI LAZZARO
ante
1598-Parma 1667
Insegnò allUniversità di Parma prima istituzioni romane (1618-1622) e poi
diritto canonico fino al 1667. Fu canonico della cattedrale
di Parma (1650).
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Professori, 1953, 30.
SACCHELLI ABRAMO
Parma
1915-1991
Professore liceale di materie letterarie, scrisse manuali di latino, italiano e
storia per le scuole secondarie. Giornalista e cultore di argomenti parmensi, lasciò
saggi di storia letteraria.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 586.
SACCHETTI DOMENICO
Parma
seconda metà del XVII secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti,
Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 246.
SACCHETTI RENZO
Parma
1915-1967
Giovanissimo intraprese lattività del padre Dante e dello zio Umberto,
pionieri del motociclismo e concessionari negli anni Venti del Novecento delle prime ditte
italiane costruttrici di motociclette. Nel 1934 vinse a Forlì la sua prima corsa
motociclistica. Nel 1945 fu tra i fautori della ricostituzione del Moto-club Parma, di cui
restò per anni attivo dirigente. Fu anche tra i fondatori della stazione sciistica di
Schia e concessionario a Parma delle moto Guzzi e della Lambretta.
FONTI E BIBL.: F.e T. Marcheselli, Dizionario dei parmigiani, 1997, 277.
SACCHI, vedi LEPORATI FRANCESCO
SACCHI ALESSANDRO
Parma
prima metà del XVII secolo
Orefice ornatista attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V,
317 e 318.
SACCHI ANTONIO
Parma
1487c.-22 novembre 1545
Figlio di Pompilio. Si laureò a Bologna in filosofia e medicina il 19 settembre
1509. La sua fama ben presto si diffuse ovunque, tanto che Carlo V lo onorò delle insegne
di Cavaliere. Insegnò nello Studio di Bologna quale lettore di medicina pratica per il
periodo 1526-1532.
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1930, 76.
SACCHI BIAGIO
Busseto-Parma
1878
Allievo nello Studio Toschi, cooperò nei disegni delle opere del Correggio (1844).
Lasciò poi lincisione per dedicarsi alla pittura.
FONTI E BIBL.: C. Ricci, La R. Galleria di Parma, 1896; Thieme-Becker, 29, 291; A.
Pelliccioni, Incisori, 1949, 157; P. Martini-G. Capacchi, incisione in Parma, 1969.
SACCHI COSTANZA
Parma-post
1777
Nella stagione di primavera 1775 era seconda buffa al Teatro di via del Cocomero di
firenze nei drammi giocosi Il geloso in
cimento di Pasquale anfossi e nella
Frascatana di giovanni Paisiello, mentre
nellestate cantò al Teatro di via Santa Maria nella burletta La locandiera di
Antonio Salieri.Nel Carnevale del 1776 al teatro dellAccademia del Castiglioncelli
di Lucca fu ne La pescatrice e in Il tutore deluso. nellestate
1776 fu al Teatro di Pistoia nellisola
dellamore, opera comica a quattro voci in due parti con musica di Antonio Sacchini:
interpretò la parte di Belinda nobile scozzese amata già da Giocondo poi dal medesimo
abbandona-ta. In un documento del 26 agosto 1776 si legge: Domenica 11 del corrente nel
teatro de signori Accademici
Risvegliati furon dispensati gran quantità di sonetti in lode della signora Costanza
Sacchi di Parma che rappresenta con universale soddisfazione le prime parti della
Burletta. Il sonetto in elogio della medesima per il nobil pensiero e sostenuto stile ha
incontrato lapprovazione de nostri favoriti dApollo. Nel Carnevale 1777
cantò a Pisa nel nuovo Teatro dei fratelli
Prini in Lavaro.
FONTI E BIBL.: Chiappelli; G.N.Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 20
febbraio 1983, 3; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.
SACCHI FLAVIO, vedi SACCO FLAVIO
SACCHI GIOVANNI
Parma
4 luglio 1561-
Figlio di Giacomo e Caterina.Nato nella vicinia di Santa Croce da una famiglia non
nobile, si dilettò della poesia latina.Compose, tra le altre cose, un epigramma per le
nozze del marchese Gian Francesco Sanvitale con Costanza Salviati.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 113.
SACCHI GIUSEPPE POMPEO, vedi SACCO GIUSEPPE POMPEO
SACCHI LODOVICO, vedi SACCA LODOVICO
SACCHI LUCA
Parma
1662/1663
Figlio
di Francesco. Fu banderaro in Roma, con bottega in via del Gonfalone. Nel 1662 o 1663
denunciò il furto di un secchio di rame.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 168.
SACCHI PROSPERO
Collecchio
1354
Fu canonico della pieve di Collecchio (Estimo del 1354). Questa pieve ebbe un
numeroso clero addetto al suo servizio.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei collecchiesi,
in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.
SACCHINI GIOVANNI
Parma
1733/1759
Sacerdote, fu maestro di canto dei dieci chierici addetti al servizio della
Steccata in Parma. Sostituì il Della Nave la festa di Natale del 1733. Il Sacchini fu
anche cappellano della chiesa della Steccata almeno fino al 1759.
FONTI E BIBL.: Parma, Archivio della Steccata, Mandati 1733-1759; N. Pelicelli,
Musica in Parma, 1936.
SACCHINI MAURO
Parma
1705/1723
Sacerdote, fu cantore della Cattedrale di Parma dal 1705 al 3 maggio 1723.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in
Parma, 1936.
SACCHINI TORQUATO
Parma
21 ottobre 1817-Parma 2 agosto 1879
Figlio di Angelo e Marianna Pesci. Fu maggiore nellEsercito italiano durante
le guerre risorgimentali. Fu insignito di due medaglie dargento al valor militare.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 114.
SACCHINI VIRGILIO
Parma
15 dicembre 1818-Parma 12 giugno 1883
Nato da distinta famiglia, a soli diciotto anni entrò nella Segreteria di Stato
per linterno del ducato di Parma. Si applicò nello studio delle
discipline giuridiche, per le quali gli fu guida e maestro Ferdinando Albertelli. Passato
alla Segreteria di Stato per gli affari esteri, a trentadue anni diventò capo
dellufficio. Nel 1861 conseguì una ragguardevole eredità che gli permise di
lasciare il lavoro. Eletto consigliere del comune
di Golese, mantenne la carica fino al 1878. Nominato deputato stradale nel 1862, in breve
volgere di anni sistemò la viabilità del comune.
Più volte sostenne e fece valere gli interessi dellamministrazione comunale: prima
di morire ebbe il conforto di vedere ultimata col responso della Corte Suprema di Torino
la lotta dei comuni foresi contro i comuni cittadini delle ex province parmensi,
relativamente al concorso delle spese per il mantenimento dei ginnasi. Il Sacchini si
prodigò per il comune di Golese anche per
lo stabilimento di una condotta veterinaria, per i diritti e gli obblighi del comune relativamente alle canoniche parrocchiali e
per le risaie. Il Sacchini fece anche parte (dal 1866 al 1878) del Consiglio della
Provincia di Parma. Fu cavaliere dellOrdine Costantiniano, commendatore
dellOrdine di Ferdinando delle Due Sicilie, dIsabella di Spagna, di Francesco
Giuseppe e dei Santi Maurizio e Lazzaro. Morì a sessantaquattro anni detà.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani, 1884, 45-48.
SACCO ALESSANDRO, vedi SACCHI ALESSANDRO
SACCO ANTONIO
Parma
1522
Fu letterato e poeta di buon valore.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 4 1958, 236.
SACCO BERNARDO
-Parma
21 aprile 1780
Conte. Fu canonico della Cattedrale di Parma. Fu anche presidente del Monte di
Pietà di Parma, che grazie alla buona amministrazione del Sacco tornò a prosperare dopo
aver rischiato anche la chiusura.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 397.
SACCO BONAVENTURA
Parma
27 novembre 1632-Parma 24 agosto 1707
Figlio di Flavio e Barbara Simonetta. Fu uomo eclettico: dottore in filosofia
(1652) e in legge, fu teologo e filosofo, cultore di matematica, di astronomia e anche di
storia, tanto che lasciò interessanti scritti sui vescovi parmensi di cui si giovarono
Maurizio Zappata e Benedetto Bacchini. Nel 1657 fu ammesso al Collegio dei Giudici di
Parma. Il duca Ranuccio farnese lo nominò
tra i giudici del Consiglio di Piacenza, carica cui il Sacco presto rinunciò per
concentrarsi sugli studi teologici. Ebbe la prepositura della Cattedrale di Parma. Venne
aggregato al Collegio dei Consorziali e, quale esperto in giurisprudenza, patrocinò pure
qualche causa per la curia. Del Sacco si
tramanda che avesse negato di concorrere alla dote di una nipote da monacarsi per non
togliere denari ai poveri: tale asserzione può in effetti essere vera poiché dedicò in
beneficenza ben ventimila scudi, tenendo per sé solo quanto gli occorreva per arricchire
la biblioteca personale, ove dimenticava cibo e sonno. Nel 1706 figura esecutore
testamentario del canonico conte Bartolomeo Tarasconi.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V,
295-296; Palazzi e casate di Parma, 1971, 402.
SACCO BONAVENTURA
Parma
1831
Marchese. Durante i moti del 1831 fu membro del consesso civico di Parma. Fu
sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza dalla polizia, che ne diede la seguente
descrizione: Uomo quasi imbecille, assai religioso e di buona morale. Fece parte del
consesso civico, ma è da credersi che vi concorresse solo per il bene della città e mai
per fini liberali.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in archivio Storico per le Provincie Parmensi 1937,
209.
SACCÒ CIPRIANO
Collecchio
17 marzo 1855-18 aprile 1932
Consigliere comunale di Collecchio, fu un integerrimo rappresentante popolare.
Rimase in quella carica dal 19 ottobre 1920 al giugno 1923.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei collecchiesi,
in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.
SACCÒ FLAVIO
Parma
1565-post 1652
Figlio di Agesilao. Si laureò in medicina nel 1596. Fu medico-archiatra della
duchessa Margherita Aldobrandini e priore del collegium
Medicorum. Prestò la sua opera durante lepidemia di peste del 1630 e ne vergò
uninteressante descrizione in latino, annessa al codice degli Statuti dello stesso
Collegio medico. Si sposò con Barbara Simonetta, figlia di Paolo, anchesso distinto
chirurgo e consulente di casa Farnese.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 400.
SACCO FLAVIO
Parma
16 giugno 1673-post 1748
Nacque dal celebre medico Giuseppe Pompeo e da Cesarea Torri. Gli fu padrino il
conte Giovanni Sanvitale. Compiuti gli studi di giurisprudenza, vi si laureò e
lanno 1708 fu ascritto al Collegio dei Giudici di Parma. Si dedicò specialmente
agli studi di storia patria. Fu primo decurione e uno degli otto dottori
dellAnzianato di Parma. Dedicò al duca di Parma Filippo di Borbone la sua Istoria
dellorigine e Dominanti di Parma, che non è che una cronaca a salti. Ebbe carteggio
con celebri letterati e soprattutto col Bacchini.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833,
IV, 65-66.
SACCO GIAN PAOLO, vedi SACCO GIOVANNI PAOLO
SACCO GIOVANNI, vedi SACCHI GIOVANNI
SACCO GIOVANNI PAOLO
Remedello
Sotto 1641-post 1703
È nominato nella Storia di Parma del Pezzana e nel volume di Gaetano Capasso sul
Collegio dei Nobili di Parma, istituto dove il Sacco fu bidello. È da essi definito
pessimo poeta e cervello balzano perché autore di una pletorica opera di ben settecento
pagine (edita in Parma nel 1693 dagli Eredi Galeazzo Rosati) sotto il titolo I Passatempi
di una Musa faceta. Il volume è dedicato al principe Odoardo Farnese. Lo zibaldone delle
poesie ivi contenute, di argomentazioni e di spunti occasionali e disparati, non merita
eccessiva considerazione dal punto di vista letterario e ancor meno poetico. È però di
un certo interesse perché fornisce parecchie notizie sulla vita minuta e quotidiana del
Collegio dei Nobili. Anche il titolo esplicativo, che segue al primo, non denota grandi
pretese: I Passatempi di una Musa faceta, così in villa come in città, che vuol dire
diverse composizioni in stile per lo più bernesco fatte fra lanno in Parma e in
Sala nel tempo delle vacanze da G. P. Sacco, bidello dellIll.ma accademia delli Signori Scelti nel Ducale Collegio
dei Nobili di Parma. Nella dedica al Farnese, il Sacco definisce il proprio lavoro come un
miscuglio di componimenti scomposti, pieni di facezie e di insipidezze. Il volume fu
pubblicato, molto tempo dopo la sua definitiva stesura, a spese dello stesso Odoardo
Farnese.
FONTI E BIBL.: G.P. Sacco, I Passatempi di una Musa faceta, Parma 1693; G. Capasso,
Il Collegio dei Nobili di Parma, 58 e 97; A. Pezzana, Memorie degli scrittori, Parma, VII,
1833, 5; Archivio di Stato di Parma, Governo Farnesiano, Istruzione Pubblica, busta 9,
Collegio dei Nobili, Carteggi vari; Collegii Nobilium Parmensis. Nomenclatura Universalis
per Decennia distincta, Parma, Tip. Er. M. Vigna, 1685; Archivio di Stato di Parma, G.B.
Martinelli, catalogo de Soggetti
della Compagnia di Gesù stati Rettori del Coll. Ducale dei Nobili; Argomenti di pietà
dati nel Ducale Coll. dei Nobili dalli Sig.ri Accademici Scelti, Parma, Rosati, 1711;
Ragguaglio Hystorico della guerra fra lImperatore e i Turchi, Parma, 1683; L.
Gambara, in Parma per lArte 3 1957, 127-136; F. da Mareto, Bibliografia, II 1974,
945.
SACCO GIUSEPPE POMPEO
Parma 14 maggio 1634-Parma 22 febbraio 1718
Nacque da Flavio, medico molto reputato, al quale il 19 agosto 1652 toccò la sorte
di concedere egli stesso al figlio, appena diciottenne, la laurea Artium et Medicinae,
ottenendone poi laggregazione al Collegio dei Medici di Parma il 2 settembre
successivo. La madre fu Barbara Simonetta. Il Sacco fu chiamato dal duca Ranuccio Farnese,
rinnovatore dello Studio parmense, alla cattedra di medicina teorica con una provvisione
di cento scudi. Cominciò linsegnamento a ventisette anni, il 3 novembre 1661,
mettendosi subito a diffondere dalla cattedra il suo Novum systema medicum, intorno al
quale pubblicò successivamente unopera, suscitando, con le sue idee innovatrici,
invidia, gelosie e inimicizie tra i devoti alle vecchie usanze, i quali lo giudicarono,
nella migliore delle ipotesi, un grande stravagante. Al Sacco furono affidate le cure dei
principini Pietro e Alessandro e fu inviato a Innsbruck ad accompagnare Margherita
de Medici. Nel periodo che corre tra il 1668 e il 1687 lo si vede Lettore di Teorica
al doppo pranzo nello Studio di Parma, con provvisione che sale da cento a quattrocento
scudi. Nel 1687 il Sacco si ammalò di podagra e fu costretto al letto per sette anni
(1687-1693). Si deve notare però che già nel 1680, col pretesto della lunga infermità
patita, chiese di cambiare la sua lettura del pomeriggio in una della mattina, suscitando
le più vive rimostranze nel collega alessandro
Cittadella, il quale, cinquantenne e da quindici anni insegnante nelle ore del mattino,
non volle sostituirsi col Sacco (lettera del 5 novembre 1680 del Duca al governatore di
Parma). A quanto pare, non mancò effettivamente dallinsegnamento che nel 1687: nel
1694 era certamente già guarito. Durante la malattia, seguitò a dedicarsi alla sua opera
di medicina ed è sicuro che il libro Novum systema fu dettato nel periodo nel quale il
Sacco fu costretto al letto. Nel 1681 la facoltà di medicina gli decretò lonore
della lapide che venne collocata nel palazzo di San Francesco, sede degli Studi. Guarito
del male che lo aveva a lungo angustiato, il Sacco venne chiamato (1694)
allUniversità di Padova a leggere medicina pratica, con un onorario di seicento
fiorini, che in breve vennero portati a ottocento, con passaggio alla cattedra di teorica
e lonore della presidenza della facoltà medica. Apostolo Zeno, scrivendo di lui,
non esita a chiamarlo uno dei più grandi uomini della nostra età. Il duca Francesco
Farnese ne ottenne il ritorno a Parma (1701) come lettore alla prima cattedra di medicina,
con uno stipendio di 3650 lire. Per questo suo ritorno in patria il Sacco fu molto
festeggiato e poco tempo dopo (1704) elevato alla cattedra, vacante da molti anni, di
lettore eminente di medicina. Poco prima di partire per la Spagna (1714), il medico
parmigiano e suo allievo Giuseppe Cervi, essendo in quel tempo egli stesso Professor
Medicinae Primarius, volle compiere verso il Sacco un atto di personale omaggio e
devozione, quale non frequentemente si vede registrato negli annali universitari, facendo
erigere un nuovo monumento optimo quondam praeceptori, octuagenario feliciter viventi. Ma
il Sacco, varcata ormai lottantina, ebbe nuovamente a infermare per la podagra e
ridursi al letto (divenendo per giunta quasi cieco in seguito a una cataratta senile),
Francesco Maria Farnese, che tenne il Sacco in particolare considerazione, gli chiese la
sua opera più importante per stamparla coi torchi della tipografia ducale: il Sacco diede
allora opera, malgrado le sue condizioni fisiche (alle quali vanno probabilmente
attribuiti i non pochi errori delledizione), al riordinamento di Medicina practica
rationalis, che infatti fu pubblicato in quel tempo (1717) ex Typographia Celsitudinis, un
anno prima della sua morte, avvenuta alletà di ottantacinque anni. modesto come era stato in tutta la sua vita,
dispose nel suo testamento che nulla mihi carmina cecineritis; nullam adhibueritis
laudationem, nec me proetioso cum vestimento sepeliveritis; nec privatum corpori meo
tumulum constitueritis. Le sue ultime volontà non furono però rispettate: la sua salma
venne tumulata con solenni esequie nella chiesa di San giovanni evangelista,
la sua vita e le sue opere furono pubblicamente commemorate al Collegio dei Medici e
allUniversità di Parma, dove un suo insigne allievo, Gian Battista Pedana, lesse un
discorso apologetico del Sacco in corretto latino, e infine in suo onore furono scritte
tante poesie latine e italiane da formarne un grosso volume, che fu largamente
distribuito. Il ritratto del Sacco può vedersi, insieme a quelli di altri illustri suoi
colleghi, dipinto a fresco sopra una delle pareti del retrobottega della storica farmacia
del convento di San Giovanni. Il muratori
annoverò il Sacco, ascritto allarcadia
parmense col nome di Arasio Issuntino, nel catalogo dei grandi uomini, tra gli arconti
della Repubblica letteraria dItalia. Tutte le sue opere ebbero, lui vivente, molte
edizioni e nel 1730 ne fu fatta una ristampa completa a venezia (tipis Baldeonianis). Il Sacco fu
veramente una figura di grande rilievo: seppe imporre, malgrado le difficoltà e le non
poche amarezze procurategli dai colleghi, un suo sistema, avviando la medicina a nuovi
indirizzi, così da poter essere considerato un novatore di non comune tempra e vero
fondatore di una scuola che ebbe nel suo tempo importanza non soltanto locale. Essa valse,
con lopera del Sacco e poi con quella dei migliori suoi allievi, a porre termine a
un periodo nefasto causato dallinerzia servile di medici empirici o teoretici,
deviati da speculazioni filosofiche, preparando in tal modo il terreno allavvento
delle nuove teorie, basate sullosservazione e sullesperimento.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V,
323-329; C.Carini, LArcadia dal 1690 al 1890, 1891, 579-580; L.Gambara, Il lettore
eminente G.Pompeo Sacco e la sua Scuola, in Aurea Parma 1926, 241-248; Aurea Parma 1 1931,
9-11; G. Berti, Studio universitario parmense, 1967, 105; M.O. Banzola, LOspedale
Vecchio di Parma, 1980, 155.
SACCO GIUSEPPE POMPEO
Parma
1708c.-post 1781
Figlio del conte Flavio e di Lucrezia Bergonzi. Fu dottore del Collegio dei Giudici
e il 25 febbraio 1771 fu nominato archivista comunale. Assurse alla carica di ministro di
Stato quale immediato successore del Du Tillot, caduto in disgrazia dei duchi e
allontanato da Parma nel 1771. Quale primo ministro nel triennio 1771-1773, è definito
dal Benassi lautore assai pio del memoriale del comune di Parma contro il Du Tillot e, nel campo
della politica ecclesiastica interna, ligio alle idee e ai sentimenti ben noti di don
Ferdinando il quale, dopo il licenziamento del grande ministro, si era abbandonato sempre
più alla bacchettoneria, trascurando il governo. In effetti il Sacco non esercitò alcuna
autorità e fu ministro succube o di comodo, tanto che si lasciò sostituire
interinalmente dal De Llano per tre mesi, allo scopo di salvare la dignità della Spagna
verso il papa (nel frattempo il Sacco fece
opera di nepotismo aiutando i propri famigliari a collocarsi degnamente). Il 31 dicembre
1773 riprese la carica (secondo ministero Sacco) che detenne per sette anni, ossia per
tutto il periodo delle controriforme, che determinò un arretramento sociale e distrusse
lopera del Du Tillot. anchegli,
come il suo predecessore, venne silurato mediante un intrigo di corte (1781), cedendo lalto incarico al
marchese Prospero Manara e ritirandosi a vita privata. Tuttavia ferdinando di Borbone lo tenne ancora amico
carissimo e lo nominò marchese di Castellina.
FONTI E BIBL.: G.Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le
Province Parmensi 1914; Palazzi e casate di Parma, 1971, 404; L.farinelli, Il carteggio Mazza, in Archivio
Storico per le province Parmensi 1980, 207.
SACCO LODOVICO, vedi SACCA LODOVICO
SACCO MARCANTONIO
Parma
1621
Intagliatore. Nellanno 1621 gli fu dato il saldo delle fatture Anchone come
per sua lista per lavori compiuti in San Sepolcro a Parma, dove ebbe come aiutante Giovan
Andrea da Cremona.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Materiali, II, 204-205; Il mobile a Parma,
1993, 254.
SACCO PIER GIOVANNI, vedi SACCO PIETRO GIOVANNI
SACCO PIETRO GIOVANNI
Parma 5 febbraio 1568-1612
Figlio di Cristoforo e Paola. Nacque da nobile e nota famiglia. Fu nipote di notai
e congiunto di medici illustri, quale Flavio Sacco. Una sua figlia, Margherita, sposò
Luigi terzi, conte di Sissa. Il Sacco amò la poesia latina e scrisse diversi epigrammi,
tra i quali due per le nozze Sanvitale-Salviati.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 115.
SACCO POMPEO, vedi SACCO GIUSEPPE POMPEO
SACCO TIBURZIO
Busseto
1480c.-post 1537
Frate di San Domenico, va annoverato tra i primi iniziatori delle sacre
rappresentazioni introdotte dalla Chiesa per porre un freno al malcostume nel quale era
precipitata larte drammatica. Il contributo che il Sacco portò a questopera
di rinnovamento fu la tragedia in volgare Sosanna, della quale si hanno due rare edizioni:
la prima a cura dei fratelli Benedetto e Agostino Bindoni di Venezia (1524), la seconda di
Damiano Turlini di Brescia (1537).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1958, 179; D. soresina,
Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 404.
SACCO VINCENZO
Parma prima metà del XVIII secolo
Collaterale di Giuseppe Pompeo Sacco, fu giurista e insigne personalità della
prima metà del secolo XVIII.
FONTI E BIBL.: C.Antinori-M.C.Testa, università
di Parma, 1999, 152.
SACCOMANI MAURO
Parma-post
1833
Tenore, il 1° agosto 1833 cantò in unaccademia al Teatro Ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: Stocchi, 80; G.N.Vetro, dizionario.Addenda,
1999.
SACERDOTI CARLO
Borgo
San Donnino 1851-1920
Consigliere comunale per un decennio, per più di dieci anni rappresentò inoltre
Colorno in Consiglio provinciale. Candidato dei socialisti alla Camera, combatté accanite
battaglie elettorali nel 1892 e nel 1895 contro il conte Alberto Sanvitale e nel 1897
contro domenico Oliva, soccombendo per pochi
voti. quando il Partito Socialista, grazie
anche allazione di proselitismo del Sacerdoti, riuscì infine ad affermarsi, lo
abbandonò, non ripresentandolo tra i suoi candidati. Nel 1905 fu nominato direttore del
Bagno pubblico di Parma.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 136.
SACERDOTI GABRIELE
Colorno
1818-Parma 4 settembre 1877
Fu volontario nel 1848 nella 1a colonna e prese parte allo scontro di
Santa Lucia. Nel 1853, saputo che Pietro Cocconi, segretario del protomedicato a Parma,
era ricercato per aver preso parte attiva ai movimenti politici del 1848, lo condusse
attraverso i monti nel territorio del re
di Sardegna. Fu consigliere provinciale e del comune
di Parma (1859) e sindaco di Colorno. Direttore della Gazzetta di Parma negli anni
1859-1860, fece del giornale una fiammeggiante bandiera di italianità. Ebbe redattori il
magistrato Pietro monteverde e il medico
Alessandro Cugini, il quale fu poi professore dellUniversità e sindaco di Parma.
Concorse a opere filantropiche: legò il proprio nome alla sistemazione del manicomio di
Colorno e come medico si distinse nella lotta contro il colera.
FONTI E BIBL.: Il Presente 5 settembre 1877; Vessillo Israelitico 1877, 293; G.
Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 419-420; S. Foà, in Dizionario del Risorgimento,
4, 1937, 162; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 103; Parma. Vicende e protagonisti, 1978,
II, 192.
SACHO MARCANTONIO, vedi SACCO MARCANTONIO
SACRAMORI SAGRAMORO, vedi SAGRAMORI SAGRAMORO
SACRAMORO DA PARMA
Parma 1452/1454
Condottiero il cui nome ricorre a proposito di molte imprese compiute sia al
comando dei suoi soldati di ventura, sia al servizio di parecchi signori e capitani. Nel
1452 militò anche con Francesco Sforza. Nel 1454 fu contro gli Alidosi allassedio
di Imola.
FONTI
E BIBL.: G.P. Cagnola, Storia di Milano dal 1023 al 1497, in Archivio Storico Italiano,
III, 123-129; L. Cobelli, Cronache forlivesi, Bologna, 1874; E. Ricotti, Storia delle
Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1893; C. Argegni, Condottieri, 1937, 75.
SACRATI FRANCESCO PAOLO
Parma
17 settembre 1605-Modena 20 maggio 1650
Probabile allievo di F. Manelli, inaugurò a Venezia nel 1639 il teatro dei Santi
Giovanni e Paolo con lopera Delia e nel 1641 il Teatro Novissimo (dove fu anche
impresario sino al 1644) con La finta pazza. Verso il 1645-1648 appartenne probabilmente
alle compagnie viaggianti dei Febi Armonici e degli Accademici Discordati e nel 1649 fu
nominato maestro della cappella ducale di Modena. Sul Sacrati, operista dindubbia
importanza storica nellambito della scuola veneziana della prima metà del Seicento,
di cui fu uno degli iniziatori insieme con F. Manelli, Monteverdi e cavalli, grava la perdita, quasi totale, della
produzione, che ne impedisce la diretta valutazione dei meriti artistici. Vanno comunque
ricordate, tra laltro, La Delia, su libretto mitologico-amoroso, dintonazione
encomiastica, con personaggi comici, che inaugurò il veneziano teatro dei Santi Giovanni
e Paolo (benché largomento e Scenario
della Delia ne attribuisca la musica al solo F. Manelli, Allacci, bonlini e tutti i successivi storici del teatro
veneziano confermano la paternità del Sacrati, ma è probabile una collaborazione tra lui
e manelli), Il Bellerofonte, rappresentata
al Teatro novissimo, su libretto fitto di
mutazioni di scena, nella cui prefazione il Sacrati dichiara di non aver seguito altri
precetti che i sentimenti dellautore degli apparati né altra mira che il genio del
popolo a cui sha ella da rappresentare, La Venere gelosa, pure per il Teatro
Novissimo, nel cui libretto (scena 8a dellatto III) sono menzionati gli
strumenti che costituivano probabilmente il ricco organico orchestrale e nella cui
prefazione il Sacrati precisa di aver adattato la scelta delle parole e la varietà dei
metri alla bizzarria di chi doveva accompagnarle con le note, LUlisse errante, per
il teatro dei Santi Giovanni e Paolo, su libretto eccezionalmente fine, psicologicamente
centrato, metricamente pertinente a fine drammatico, nella cui preposta Avvertenza ai
lettori si legge il celebre accostamento del Sacrati a Monteverdi, pur paragonati
rispettivamente alla luna e al sole, Semiramide in India, per il San Cassiano,
su libretto farraginoso e sconclusionato, tra i primi di soggetto orientale. Tuttavia, la
maggior fama venne al Sacrati dallopera probabilmente primo-nata, La finta pazza
(rinvenuta da L. Bianconi), commedia in cinque atti destinata a inaugurare il Teatro
Novissimo, su libretto mitologico baroccamente elaborato, con apparati e macchine
grandiose di G. torelli, cui arrise un
successo eccezionale, attestato dalle numerose repliche (dodici volte in diciassette
giorni a Venezia e poi in parecchie città dItalia) da parte della compagnia dei febiarmonici (alla quale appartenne lo stesso sacrati), con la celebre A. Renzi come ideale
protagonista. Il 14 dicembre 1645 lopera fu replicata a Parigi per volere di
Mazzarino, al Palais du Petit-Bourbon, da una compagnia di comici italiani per una
ristretta cerchia di spettatori, presente la regina Anna dAustria, e fu quindi la
prima opera italiana importata in Francia, oltre che uno dei primi saggi di opera comica.
Per loccasione, la concezione di questa cosiddetta festa teatrale veneziana fu
modificata a scapito della musica, con parziale sostituzione di dialoghi parlati ai
recitativi (conforme al gusto francese che non avrebbe tollerato uno spettacolo tutto
cantato) e a vantaggio dei nuovissimi, esotici e fantasiosi balletti dinvenzione
(alla fine di ogni atto) del coreografo G.B. Balbi e soprattutto delle mirabolanti risorse
sceniche (peraltro già mostrate a venezia)
del grand sorcier torel, che convertì
lopera in una comédie des machines, feconda di meraviglia. Dei cantanti, margherita Bertolotti (aurora nel prologo) fu lodata per la dolcezza
della voce, Luisa Gabrielli Locatelli interpretò la parte di Flora con grande vivezza e
Giulia Gabrielli assunse appassionatamente quella di Tetide. Prove indirette del valore
delloperista Sacrati, che verosimilmente si mosse nellorbita dellultimo
Monteverdi e del primo Cavalli, sono sia la folgorante carriera sia le lodi dei
contemporanei: il principe Mattias de Medici giudicò La finta pazza, opera
bellissima e Sacrati un virtuoso e uno de meglio compositori che vadino a torno. Fu
autore delle seguenti composizioni: opere teatrali, La finta pazza (libretto di G.
Strozzi; Venezia, 1641), inoltre (perdute) Delia o La Sera sposa del Sole, in probabile
collaborazione con F. Manelli (libretto di G. Strozzi; Venezia, 1639), Il Bellerofonte (V.
Nolfi; Venezia, 1642), La Venere gelosa (N.E. Bartolini; Venezia, 1643), Proserpina rapita
(G. Strozzi; Venezia, 1644), Ulisse errante (G. Badoaro; Venezia, 1644), Lisola di
Alcina (F. Testi; Panzano, presso Bologna, 1648), Semiramide in India (M. Bisaccioni;
Venezia, 1648) ed Ergasto (Venezia, 1650). Perduti sono pure due libri di madrigali a
uno-quattro voci e alcune arie.
FONTI E BIBL.: A. Ademollo, I primi fasti della musica italiana a Parigi, Milano,
1884; R. Rolland, Histoire de lopéra en Europe avant Lully et Scarlatti, Parigi,
1895; H. Goldschmidt, Studien zur geschichte
der italienischen Oper im 17. Jahrhundert, Lipsia, 1901-1904; H. Prunières, Lopéra
italien en France avant Lully, Parigi, 1913; N. Pelicelli, Musicisti in Parma, in Note
dArchivio 1933; F. Liuzzi, I Musicisti in Francia, Roma, 1946; N. Pirrotta, in
Enciclopedia dello Spettacolo; L.F. tagliavini,
in MGG; Cl. Sartori, Un fantomatico compositore per unopera che forse non era
unopera, in Nuova Rivista Musicale Italiana 1971; L. Bianconi-Th. walker, Dalla Finta pazza alla Veremonda: storie
di Febiarmonici, in Rivista Italiana della Musica 1977; F. Bussi, Lopera veneziana
dalla morte di Monteverdi alla fine del Seicento, in Storia dellOpera diretta da A.
Basso, I/1, Torino, 1977; F. Liuzzi, musicisti
in Francia, 1946, 295; Dizionario UTET, XI, 1961, 299; Dizionario Ricordi, 1976, 574; F.
Bussi, in dizionario dei musicisti UTET,
1988, VI, 526-527; Dizionario dellOpera lirica, 1991, 788.
SACRI ANTONIO, vedi SACCHI ANTONIO
SAGLIA AGOSTINO
Borgo
San Donnino 1862
Dottore, fu sindaco di Borgo San Donnino nellanno 1862.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.
SAGRAMORI SAGRAMORO
Rimini
1424-Ferrara 25 agosto 1482
Figlio di Antonio dei Mendozzi de Sagramori, fattore di Carlo Malatesta signore di Rimini, che il poeta Basinio Basini
descrive con foschi colori in una sua epistola a Nicolò V: mendocius audet Usuram foenusque triplex noctesque
diesque Sumere, tamquam habeat tria guttura. Proh pudor ater! Cerberus, aut
monstrum crudele chimaera vocari Dignus homo, haud unquam perna fumante modesta. Secondo
il Pico, il Sagramori fu segretario di Pandolfo Malatesta, signore di Rimini, e sposò una gentildonna
milanese, senza per altro consumare il matrimonio perché contemporaneamente chiamato a
Roma alla corte di papa Sisto III. Il 21
ottobre 1475 fu eletto vescovo di piacenza e
il 14 gennaio 1476 fu traslato alla sede di Parma. Agostino Rossi, che si trovava a Roma
in qualità di ambasciatore del duca,
partecipò al comune questa notizia per
lettera il 16 gennaio, dicendo: del qualle se possiamo benissimo contentare et de
venustate, et de costumi, et de esemplare vita. Prese possesso della sua Chiesa per mezzo
di un rappresentante il 1° aprile 1476 (Bonvicini, Note allughelli) ma non fece la sua solenne entrata in
Parma che il 30 agosto 1478, poiché continuò a dimorare in Roma presso la curia
pontificia quale oratore del duca Galeazzo Maria Sforza. Il Sagramori nominò suo vicario
Giorgio Terdoni, dottore di leggi e canonico di Lodi, e suo procuratore Giuntino Giuntini
di Pistoia, canonico di Rimini. Il Sagramori godette lamicizia di uomini dotti, tra
i quali il Filelfo. Il giorno dellentrata in Parma, venne da porta San michele. Gli andò incontro tutto il clero,
moltissimi ufficiali pubblici e un infinito numero di cittadini. Il Sagramori si portò
alla chiesa di San Giovanni Evangelista, vestito con le insegne pontificali, quindi uscì
per recarsi processionalmente alla cattedrale
a prendere possesso della sua sede. Ma poco dopo il Sagramori partì da Parma per Roma
quale legato del suo principe presso papa Sisto IV e col beneplacito del pontefice
incaricò Benedetto da Cremona, vescovo di Tripoli, di governare la diocesi in sua vece. Il 12 aprile 1478 furono
confermati dal Sagramori, dietro istanza di Ugolino Rossi, arcidiacono, e Pietro Piazza,
entrambi canonici, sindaci e procuratori del Capitolo, gli statuti capitolari. ricondottosi a Parma, ove il 19 ottobre 1479 il
Sagramori convocò i cittadini e li esortò al quieto vivere, alla pace e alla concordia.
Per evitare trambusti, il Sagramori ordinò che fossero scelti due cittadini di ogni
squadra che trattassero queste cose. Il sagramori
era di parte ghibellina, e favorì le sue squadre. ascanio
Maria Sforza, zio del duca di Milano e vescovo di Pavia, nel ritornare a Milano, entrò in
Parma il 24 ottobre 1479, accompagnato da altri due vescovi, dal sagramori, dagli ufficiali e dai cittadini. I
banditi si armarono e vollero accompagnarlo anchessi. Lo Sforza, preso da timore,
fece chiudere le porte del Palazzo vescovile, ma i banditi insultarono i provvigionati che
custodivano le porte e ne ferirono nove. Tutta la città stette in armi durante la notte.
Giunto il mattino, lo Sforza partì per Milano in compagnia del governatore Antonio Trotti
(Pezzana, storia di Parma). A
quellepoca il Sagramori abbellì e in parte riedificò il Palazzo vescovile per dare
conveniente ospitalità a principi e personaggi di passaggio: il 18 dicembre vi accolse giovanni Bentivoglio che si portava con numerosa e
nobile comitiva a Milano. Il 1° maggio 1479 si portò a Parma in qualità di governatore antonio Trotti condottiere darmi,
consigliere aulico e capitano dei bolognesi.
Fu ricevuto al suono di campane, di tamburi e di trombe, accompagnato dal Sagramori, da
Rolando Rossi, dal podestà e da cento pedoni armati, con comitiva di duecento cavalli
scelti tra i più notevoli cittadini di ciascuna squadra. Il 6 agosto dello stesso anno,
Gian Pietro panigarola, che aveva il supremo
governo delle truppe di Gian Galeazzo visconti,
arrivato improvvisamente in Parma, chiamò nel palazzo
del Governatore il sagramori e si lamentò
con lui per il favore che egli dava ai nemici dello stato,
per il suo intercedere per costoro e dei costumi del suo clero alquanto dissipati. Il
Sagramori si difese con ardore. Prese la sua difesa anche il canonico Antonio Colla, che
la notte seguente fu imprigionato nel castello di Cremona per ordine del Panigarola. Nel
luglio 1479 il Sagramori deliberò col Capitolo e col Consorzio che si fondasse un
beneficio, colle rendite del quale fossero istruiti trenta chierici, detti allora camilli,
nella grammatica e nel canto, e vi deputarono Arcangelo de Spaggi, sacerdote
peritissimo in grammatica, e suo fratello Alessio, maestro nellarte oratoria. Nei
primi giorni del 1480, dovendo il Sagramori stare quasi sempre assente dalla diocesi per servizio dei duchi, fece proporre alla
Santa Sede Domenico da Imola, vescovo di Lidda, quale vescovo suffraganeo di Parma,
assicurandogli annualmente sulla rendita della mensa episcopale un decoroso mantenimento.
La proposta fu esaudita. Nel 1480 il Sagramori supplicò Gian Galeazzo Visconti per la
riformazione dellestimo delle terre e intervenne nellultimo consiglio generale
dellanno. L11 maggio 1480 convenne con Cristoforo da Lendinara, maestro in
tarsia, la costruzione di tutta lintelaiatura che doveva racchiudere il nuovo organo
della cattedrale. Furono promessi al
Lendinara centocinquanta ducati veneti (legname e ferramenta sarebbero stati somministrati
dai Santesi) per completare lopera entro un anno. Acconsentendo il sagramori alla domanda fattagli
dallinquisitore Bernardo Gabrii, del convento di San Pietro Martire, gli concesse
copia autenticata della bolla di papa Innocenzo IV in virtù della quale in alcune città
ove stanziavano i frati dellOrdine dei Predicatori, si erano formate compagnie di
laici che si chiamavano della Croce e che avevano per scopo di assistere gli inquisitori
contro gli eretici. Una di queste compagnie, già presente a Parma in antico, fu rinnovata
nel 1480. Ciascuno dei crociati portava al lato destro una piccola croce serica di colore
rosso. Il 2 giugno 1481 il Sagramori fu in Parma, ove convocò nel Palazzo episcopale il
clero, invitandolo a riunirsi per i tre giorni successivi in Cattedrale e a portarsi in
processione in segno di esultanza per la morte di maometto
II (9 marzo 1481). Il 4 giugno 1481 fece una convenzione col maestro fusore Galli perché
rifacesse la campana della cattedrale. Non
avendo avuto effetto, ne fece unaltra il 14 dello stesso mese col maestro Martino
Leone di Francia. Il 10 aprile 1482 il sagramori,
con licenza del duca, si trasferì da milano a Parma per dare opera al proprio ministero
nel tempo pasquale. Per arrecare qualche conforto alla desolata città, fece rappresentare
nel terzo giorno delle festività di Pasqua lo spettacolo drammatico Abramo e Isacco nella
piazza della Cattedrale, sopra un palco (si trattò probabilmente dello spettacolo di Feo
Belcari, che si recitò la prima volta lanno 1449 nella chiesa di Santa Maria
Maddalena di Firenze). Il Sagramori morì alletà di cinquantotto anni a Ferrara,
ove era da tempo ambasciatore ordinario del duca
di Milano presso la corte Estense (vi ebbe
come suo segretario Francesco Carpesano). È possibile che il Sagramori avesse contratto
una qualche malattia contagiosa presso il campo della Lega, da dove il 23 luglio scrisse
al duca di Milano che Roberto Sanseverino
era gravemente ammalato. Il suo cadavere fu trasportato in Parma e sepolto nella cattedrale, dietro laltare maggiore, senza
alcuna iscrizione.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 235-236; G.M. Allodi, Serie cronologica
dei vescovi, I, 1856, 789-811; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 240.
SAGRAMORO DA PARMA, vedi SACRAMORO DA PARMA
SALADDI ANDREA, vedi SALADI ANDREA
SALADI
ANDREA
Parma
30 aprile 1501-Parma febbraio 1559
Figlio di Giovanni Antonio. Compì gli studi a Venezia sotto la guida di Claudio
Merulo. In seguito ritornò a Parma dove fu cantore della chiesa della Steccata dal 1°
maggio 1558. della sua produzione si
conoscono due mottetti a cinque voci, pubblicati postumi nel prontuarium musicum dello Schadaeus (strasburgo, 1611).
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musicisti in Parma, in note dArchivio 1931; N. Pelicelli, La
cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 22-23; R. Eitner, Bibl. der Musik-sammeln
werke, 828, Quellen-Lexikon VIII, 389; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 15; dizionario dei Musicisti UTET, 1988, VI, 540.
SALADI ANTONIO
Parma
1590
Fu soprano della Cattedrale di Parma nellanno 1590.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.
SALADI BATTISTA
Parma
1590/1591
Sacerdote. Fu tenore della Cattedrale di Parma nel 1590, poi passò alla chiesa
della Steccata, ove lo si trova dal 10 gennaio al marzo 1591.
FONTI E BIBL.: Archivio della Fabbriceria del duomo di Parma, Mandati; N. Pelicelli, 43; N.pelicelli, Musica in Parma, 1936, 80.
SALADI BERNARDO
Parma
1455/1506
Detto de Bentevegnis dal nome del padre, fu prete, scrivano, miniatore e
pittore, prima segretario del vescovo di Parma Delfino della Pergola, poi rettore della
chiesa di San Pietro in Parma. Nel 1463 scrisse e miniò per il canonico del Duomo di
Parma, Antonio oddi, alcuni corali
(perduti). Nel 1455 il saladi fu in Roma al
seguito del vescovo Delfino della Pergola in qualità di familiare. rimpatriato, sembra conseguisse allora la rettoria
della chiesa di San Pietro. Nel 1494 rinunziò nelle mani del vicario vescovile, in favore
del celebre Iacopo Caviceo, due benefici di patronato dei Caviceo, che il Saladi aveva
goduto fino ad allora. Lo Scarabelli Zunti lo ricorda ancora citato in un atto del notaio antonmaria Raineri in data 22 settembre 1506.
FONTI E BIBL.: Thieme-Becker, XXIX, 1935; C. Malaspina, Guida di Parma, Grazioli,
1869; M. Lopez, Il Battistero di Parma, 93; A. Pezzana, Storia di Parma, III, 136, IV,
240; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 78;
Dizionario Bolaffi dei Pittori, X, 1975, 110.
SALADI OTTAVIANO
Parma
1481c.-post 1521
Figlio, molto probabilmente, di Andrea. Nel 1507 sposò Antonia Ugoleto, sorella di
francesco, e nello stesso anno pubblicò col
cognato (Impensa Francisci Ugoleti Et Octauiani Saladi) le Fabulae di Esopo. Pubblicò in
proprio due opere di Iacopo Caviceo: Il libro del Peregrino nel 1508 e il Confessionale
nel 1509. La società col cognato riprese nel 1510 per la stampa delle Comoediae di
Plauto, in cui compare un sole raggiante con volto umano, che è da considerare la marca
tipografica dei soci, attivi fino al 1517. In società con Francesco Ugoleto pubblicò
ancora gli Statuta Notariorum (1514), De partibus Aedium (1516), le heroides di Ovidio (1517) e un Plauto (1519). Nel
1521 pubblicò lOpus seu doctrinale e Nuper diligenti castigatione opus excultum di alexander de Villadei.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della stampa, 1969, 286; F. da Mareto, Bibliografia, II
1974, 947; tipografia del Cinquecento, 1989,
80; C. Antinori, La tipografia parmense, 1990, 9-12; Enciclopedia di Parma, 1998, 587.
SALADINI TOMMASO
Ascoli
Piceno gennaio/giugno 1647-Parma 21 agosto 1694
Nacque dalla nobile famiglia dei conti di Rovetino. Andò a Roma in prelatura e vi
compì un regolare corso di studi. Fu governatore di Cesena e vicelegato di Ravenna. Già
referendario delluna e dellaltra segnatura e prelato della curia romana, il 23
giugno 1681 (alletà di trentatré anni) fu promosso da papa Innocenzo XI al vacante
vescovado di Parma. Il duca Ranuccio Farnese
lo aveva caldamente raccomandato al pontefice.
Il Saladini fu consacrato il 7 luglio del medesimo anno e il 16 luglio prese possesso
della Chiesa di Parma per mezzo del suo procuratore speciale e vicario generale Giulio
dalla Rosa. In tale occasione tutto il clero fu chiamato alla Cattedrale con la campana
detta Ugolina e dopo il Te Deum recitò unorazione in ringraziamento
larcidiacono Pallavicino. Il 16 ottobre 1681 il saladini entrò privatamente in città. Il 21
ottobre elesse suo cerimoniere Luca Righelli, consorziale e rettore della chiesa
parrocchiale della Santissima Trinità, e il 22 dello stesso mese fece il suo solenne
ingresso alla cattedrale. Il 22 novembre
1681 il vicario Dalla Rosa, a nome del Saladini, avvisò il Capitolo che presto si sarebbe
proceduto a un nuovo estimo degli ecclesiastici secondo il decreto emanato dalla curia
romana. Nel 1686 il duca Ranuccio Farnese diede la chiesa di Santa Maria addolorata alle cappuccine, che erano venute da guastalla a Parma facendovi fabbricare e dotando
lattiguo convento. Le monache presero possesso del convento il 20 luglio 1686,
essendo stata portata in processione alla cattedrale
poco prima della loro venuta dal Saladini limmagine di Maria col Bambino dipinta a
fresco su di un muro nella cappella Aleotti, detta della Madonna degli Angeli (delle
monache di SantAlessandro; fu sostituita con unaltra allaltare maggiore,
dipinta da Sebastiano Ricci). Il 22 luglio 1688 le Riconosciute, che avevano
unangusta abitazione presso la chiesa di San Michele di Porta Nuova, passarono al
conservatorio di San Benedetto, con lapprovazione del Saladini. Nel 1689 il Saladini
si recò ad Ascoli, da dove, con lettera del 24 dicembre, ringraziò i canonici degli
auguri che gli avevano mandato in occasione delle feste di Natale. Nel 1691 il Saladini
celebrò il sinodo diocesano, che egli compose personalmente e scrisse di proprio pugno
(fu pubblicato il 15 agosto 1691 da Galeazzo Rosati, tipografo vescovile). Il Capitolo, su
richiesta del saladini, gli presentò alcune
riflessioni sopra vari articoli delle costituzioni sinodali, che giudicò doversi
moderare: il Saladini assecondò alcune istanze e altre no. Il manoscritto con le note a
margine del Saladini si conserva nellArchivio Capitolare di Parma. L11
novembre 1693 si fece la processione delle Quaranta Ore con i soli consorziali, senza
lintervento del capitolo, mentre il
Saladini si era recato nuovamente ad Ascoli. In seguito i canonici si dolsero col
provicario che, senza interpellare il Capitolo, aveva concesso quella facoltà. Il 28
novembre 1693 il Saladini, che era ritornato in sede, fu informato del fatto accaduto. Con
molto tatto, egli riuscì a far desistere i canonici da ogni ricorso, ponendo così fine a
una vertenza che comunque durò circa dieci mesi. nellaprile
1694 il Saladini fece un decreto col quale ordinò ai consorziali di regolare meglio il
loro servizio in Cattedrale, di cantare le ore canoniche e le messe tanto conventuali
quanto non conventuali e di prestarsi al servizio della Cattedrale, pena la sospensione a
divinis nunc pro tunc ai contravventori (in caso di disobbedienza, minacciò anche la
privazione dei benefici e altre pene da infliggersi ad arbitrio del papa). Copia del
decreto fu rilasciata ai due massari del consorzio e il Saladini ne ordinò anche
laffissione alle porte della Cattedrale. Il 26 marzo 1694 morì il canonico massaro
Francesco Zunti: il Saladini assegnò il suo canonicato al conte Francesco del Becco. Per
politici riguardi, al Saladini fu data privata sepoltura. Gli si fecero poi magnifici
funerali dai canonici, nella Cattedrale, e dai consorziali, nella chiesa di San Giovanni
Evangelista, il 27 settembre 1694. Larciprete Maurizio Santi cantò la messa
solenne, con musica di bernardo Sabadini,
maestro di cappella del duca. recitò lorazione funebre Pietro Maria toscani, dottore in teologia e in ambo le leggi,
protonotario apostolico e consorziale (fu fatta poi stampare dai consorziali e dedicata al
duca Ranuccio Farnese). Le iscrizioni a lato del feretro furono composte dal poeta
Francesco maria Lemene. Anche la comunità di Parma ne celebrò con decorosa e
splendida pompa le esequie nel tempio della Steccata. Fu sepolto nella cappella di
SantAgata, presso laltare dalla parte del vangelo. Il Saladini lasciò alla
sua morte quattro carrozze e quattro cavalli, duemila once di argenteria per una somma di
32000 lire e la biblioteca personale, valutata cento doppie (5400 lire). Tutta la
biancheria e le suppellettili del Saladini furono trafugate dal suo cameriere, Alfonso
Ricci, che riuscì a fuggire a Voghera.
FONTI E BIBL.: G.M.Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 284-306; A.
Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 242.
SALAFFI ROSA
Parma
1770
Nel 1770 era allieva della Reale scuola
di Ballo di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.
SALATI BERNARDO, vedi SALADI BERNARDO
SALATI ENRICO
Parma
1847/1856
Sotto Maria Luigia dAustria fu presidente di Grazia e Giustizia e Buon
Governo, presidente dellInterno e consigliere di Stato. Fu inoltre nominato
cavaliere dellordine costantiniano di
San Giorgio. Prima di partire (7 giugno 1847) per i bagni di Meidlingen, Maria Luigia
dAustria lo nominò membro della Reggenza alla quale aveva affidato
lamministrazione dello Stato durante la sua assenza. Sotto il governo di Carlo di
Borbone (1848) fu presidente di Grazia e Giustizia e Buon Governo. Dopo la morte di Carlo
di Borbone (25 marzo 1854), sotto la reggenza della vedova Luisa Maria di Berry, il Salati
fu confermato al Dicastero di Grazia e Giustizia.
FONTI E BIBL.: A.V. Marchi, Figure del ducato,
1991, 116.
SALATI GIAMBATTISTA, vedi SALATI GIOVANNI BATTISTA
SALATI GIOVANNI BATTISTA
Parma
1485 c.-Parma post 1545
Il nome del Salati compare nei capitoli di riforma della ragioneria della Magnifica
Comunità di Parma dellanno 1545 (Archivio di Stato di Parma, fondo Archivio
Comunale di Parma, busta 490). La riforma fu deliberata dagli Anziani del secondo
trimestre dellanno 1545. In essa si legge quanto segue: Né in questa reformatione
et ellettione sovradette vogliono gli magnifici Antiani et sintendi essere in alcuno
modo preiudicato el salario o una honoranza che da questa Magn.ca Comunità ognanno
ha messer Joanne Battista Salato, antico Raggionato et benemerito dessa, anzi
vogliono et intendono che gli sia pagato ognanno secondo è stato fin qui,
durantil tempo di sua vita senza che più faci fatica alcuna in quellufficio,
parendogli onesto che quelle persone che hanno ben servito et fidelmente questa città
sieno in lor vecchiezza anchora richonosciuti in memoria della lor servitù e fedeltà. Il
Salati, ragioniere del comune di Parma, si
vide così riconfermato dagli Anziani (secondo trimestre 1545) il privilegio della
pensione a vita in riconoscimento della sua fedeltà e del suo lavoro al servizio della comunità di Parma. La delibera fu presa
probabilmente nel luglio 1545, quando Parma era ancora soggetta alla Chiesa (nel documento
si cita il cardinale legato Marino Grimano nostro legato et benefattore).
FONTI E BIBL.: Malacoda 52 1994, 38-39.
SALATI MARIO
San
Lazzaro Parmense 21 gennaio 1921-botteghino
di Porporano 19 giugno 1944
Fu partigiano del comando provinciale squadre
di azione partigiane, organizzate clandestinamente nel territorio occupato dai Tedeschi,
che attuarono, in modo particolare, atti di sabotaggio e audaci colpi di mano. Il Salati
morì fucilato. È ricordato da una lapide sistemata sul bordo della strada per
Traversetolo, in località Botteghino, con questo testo: Salati Mario perché i posteri
ricordino chi fece olocausto della sua giovane esistenza per la libertà dei popoli 21
gennaio 1921-19 giugno 1944. La popolazione di Porporano e Malandriano ricostruirono ciò
che vili mani distrussero luglio 1964.
FONTI E BIBL.: Strade di Parma, III, 1990, 18.
SALATI OTTAVIANO, vedi SALADI OTTAVIANO
SALATI STEFANO
Parma
2 marzo 1780-
Figlio di Luigi. Nel 1805 fu chirurgo aiutante maggiore negli ospedali francesi.
Nel 1809 fu promosso chirurgo maggiore. Nel 1812 fu chirurgo delle guardie del
Dipartimento del Taro e nel 1814 chirurgo del Battaglione Parma.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 34.
SALATI UGO
Cozzo
di Tizzano 1911-Tortoreto Lido 5 ottobre 1995
Il Salati si laureò in lingue a Milano, dove poi risiedette stabilmente. Iscritto
alla Famija Pramzana, presiedette per quasi dieci anni lAssociazione culturale
italo-francese delluniversità di
Parma e colloborò con la Gazzetta di Parma per le Cronache tizzanesi, ospitate nella
terza pagina del giornale. Nella sua lunga carriera accademica studiò anche in Svizzera e
a Parigi. Il Salati insegnò francese, oltre che allUniversità Cattolica e alla
Bocconi (dal 1965 al 1981, anno del pensionamento), alla facoltà di economia e commercio
dellAteneo di Parma. Alternò alla redazione di rigorosi testi di ricerca, liriche
in dialetto tizzanese. Tra i suoi libri, sono da ricordare un testo sulla storia della
Francia, un dizionario francese-italiano curato per la Garzanti, Un poeta a Cuba,
traduzione di poesie del poeta De Pestre, e i volumetti in dialetto Che vitti signùr del
1978, Insù a ghè bell! del 1982 e Sa nfussa pr al dir dla
geinta. Il Salati fu sepolto nel cimitero di Tizzano.
FONTI
E BIBL.:
Gazzetta di Parma 7 ottobre 1995, 8.
SALAVOLTI GIOVANNI
Roncaglio
1809-Bazzano 5 gennaio 1891
Successe a Giovanni Comastri nellarcipretura di Bazzano: Io Giovanni
Salavolti, di Roncaglio, nominato arciprete di questa chiesa plebana nel concorso avuto il
25 luglio 1833 e preso di questa il possesso il 6 ottobre, domenica prima del mese, in cui
già secondo antico uso si solennizzava la festa della B. Vergine del SS. Rosario ed
incominciai ad effetto mandare la potestà cedutami dal Rev.mo Sig. Filippo Cattani,
vescovo di Reggio Emilia lo stesso giorno 6 ottobre 1833, ricevuto nella stessa solennità
il possesso parrocchiale dal Sig. priore di Roncaglio don Francesco Guadagnini. Resse la
parrocchia cinquantotto anni. Morì in età di ottantadue anni. Gli atti di battesimo da
lui redatti furono 1251 (con una media di ventuno nati lanno), gli atti di
matrimonio 351 e gli atti di morte 1329.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 41.
SALAVOLTI ORAZIO
Roncaglio
29 gennaio 1857-Vigatto 1 gennaio 1927
Figlio di Battista e Domenica Re. Fu ordinato sacerdote il 12 aprile 1884. Fu per
otto mesi cappellano a Mezzano, per un anno e mezzo economo a Torricella e per otto anni
parroco a Gramignazzo. Il 29 giugno 1896 fu chiamato dal vescovo Francesco Magani a
reggere la parrocchia di Vigatto. Appassionato cultore di studi storici, legò il suo nome
allopera Cenni storici sugli antichi pievati e castelli della diocesi di Parma, per
la quale ebbe a collaboratore Antonio Soragna. Del lavoro del Salavolti uscì solo il
primo volume (1904), ristampato con poche aggiunte nel 1906. SullEco, foglio della
curia vescovile di Parma, fu iniziata nel 1926 la pubblicazione dei manoscritti che
avrebbero dovuto formare il secondo volume.
FONTI E BIBL.: A. Schiavi, Vigatto, 1989, 140-158.
SALERNI AZZO
Cremona-Borgo
San Donnino post 1450
Nato da famiglia notabile originaria di cremona.
Secondo quanto afferma il Laurini, il Salerni fissò la propria residenza a Borgo San
Donnino nel 1450, avendo ottenuto in investitura i feudi di Fiorenzuola, di Castelnuovo
Fogliani, di Zibello, di Noceto e altri minori.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 404.
SALETTI CLAUDIO, vedi SELETTI CLAUDIO
SALETTI RINALDO
Borgo
San Donnino 29 luglio 1887-Guardasone 1956
Nato da famiglia della piccola borghesia, il Saletti compì la prima parte degli
studi ginnasiali presso il seminario di Borgo San Donnino senza comunque terminare
liter dei corsi. La sua adesione al socialismo avvenne nella prima gioventù: presto
si fece conoscere e apprezzare tra i compagni che lo nominarono segretario della sezione
giovanile socialista di Borgo San Donnino. In quella veste promosse conferenze, allacciò
rapporti con i dirigenti di Parma, inviò corrispondenze al giornale della Federazione
socialista parmense LIdea, che poi, assieme ad altri giornali di partito, provvide a
diffondere nella sua zona. Impiegato presso la cooperativa muratori, partecipò
attivamente allo sviluppo delliniziativa sindacalista sollecitato dallarrivo
di Alceste de Ambris alla direzione dellorganismo camerale. Nel periodo dello
sciopero del 1907, quando le leghe inflissero, dopo anni di arretramenti, una prima
sconfitta al padronato, il Saletti tenne conferenze a Bargone sul tema
dellagitazione agraria e, in settembre, a Scipione e a San nicomede di Salsomaggiore sul tema
dellorganizzazione operaia. Da San Faustino si trasferì a Parma nel settembre del
1908, dopo essersi sposato con Vittorina Alinovi. Qui assunse lincarico di
funzionario della Camera del Lavoro e curò lamministrazione nei difficili mesi
seguiti al disastro del 1908. La sua attività non si esaurì nellarduo incarico di
riuscire a fare fronte alle tante pendenze contratte con il grande sciopero,
nellassicurare sussidi alle famiglie dei carcerati e nel garantire la base materiale
per la ripresa della vita dellorganismo camerale (che, soprattutto per la stampa
dellInternazionale, si trovava assillato da difficoltà e debiti). Il Saletti si
impegnò infatti anche nellopera di propaganda, assieme ad Angelo Faggi e Amilcare
de Ambris che dirigevano in quel periodo la Camera del lavoro del Borgo delle Grazie, e continuò a
interessarsi della Federazione nazionale giovanile socialista, lorganismo di
osservanza sindacalista, che tenne a Parma nel dicembre del 1908 il IV Congresso
nazionale. In quelloccasione il Saletti fu relatore sul punto Rapporti della
Federazione con le organizzazioni economiche e presentò un ordine del giorno che venne
approvato. Fu in quelle direzioni che il Saletti rivolse il suo impegno. È infatti
possibile seguirlo nelle conferenze che tenne con discreto successo (come annota
lautorità di pubblica sicurezza, che dal novembre del 1908 dispose su di lui la
vigilanza) così come è possibile trovarlo negli uffici delledificio di Borgo delle
Grazie alla prese con spinosi problemi di amministrazione, così ben risolti da
autorizzare i dirigenti parmensi del sindacalismo rivoluzionario a offrire ai compagni di
tutta Italia il modello parmigiano della Cassa unica e di altri strumenti amministrativi e
di reperimento di fondi. Perseguitato dallautorità inquirente, durante la stretta
reazionaria che aprì il secondo decennio del XX secolo, il Saletti si trovò a subire una
serie di procedimenti giudiziari per aver firmato articoli, per essere il gerente
responsabile del giornale sindacalista e per aver tenuto comizi. I reati addebitatigli
furono quelli di istigazione a delinquere, attentato alla libertà di lavoro, vilipendio
alle istituzioni, apologia del regicidio e eccitamento allodio tra le classi
sociali. Eletto membro del Comitato centrale della Federazione nazionale giovanile
socialista, il Saletti scrisse articoli sul giornale La Gioventù socialista e intervenne ai comizi sui temi
dellantimilitarismo, che furono i più ricorrenti nellazione dei giovani
sindacalisti parmensi. Nominato poi nel Comitato direttivo della società di mutuo
soccorso La progressiva (unistituzione
cittadina diretta dai sindacalisti rivoluzionari), il Saletti tornò a impegnarsi
nellazione cooperativa, divenendo in breve tempo il massimo responsabile del settore
tra gli organizzatori che si richiamavano allesperienza dellazione diretta. Lo
scoppio della prima guerra mondiale vide il Saletti in linea con i più prestigiosi
dirigenti del sindacalismo parmense nel sostenere la necessità di abbandonare la scelta
neutralista. In questa campagna di propaganda per la posizione interventista il Saletti si
destreggiò assai bene, nonostante che buona parte della gioventù che si riconosceva
nellorganizzazione sindacalista avesse allentato i legami e non avesse aderito
allimpostazione adottata dal gruppo dirigente. La scelta interventista del Saletti
mosse dalla convinzione che mai la classe dirigente italiana e, particolarmente, la
monarchia si sarebbero decise a intraprendere unazione a fianco della Francia,
individuata come la patria della democrazia. La firma del Saletti appare, assieme a quelle
di Alceste de Ambris, Pietro Nenni, alfredo
Bottari, Tullio Masotti, Attilio deffenu,
Cesare Rossi, Maria Rygier e Paolo mantica,
sotto una dichiarazione dellaprile del 1915 che costituisce un po il manifesto
dellinterventismo democratico-rivoluzionario. Nella dichiarazione, sottoscritta da
sindacalisti rivoluzionari e da esponenti dellestrema sinistra repubblicana, si
afferma che la richiesta di intervento non ha niente a che vedere con le pretese di
espansione nazionale, ma si rifà esplicitamente alla parole pronunciate da Asquith alla
Camera dei Comuni sulla guerra democratica per la difesa del Belgio e della Francia. Tre
sono i punti fermi stabiliti nella dichiarazione: non domandiamo alla monarchia nulla di
utopistico o di ripugnante alla sua natura, se la monarchia non seguiterà la strada
indicatale (più che da noi, dal categorico imperativo dellora storica), dimostrerà
che linteresse dinastico è in contrasto con linteresse nazionale, e segnerà
per ciò stesso la sua condanna, rendendo palese agli occhi di tutti la necessità di
eliminarla, non ci lasceremo irretire o deviare da qualunque diversivo che tolga
allintervento dellItalia il carattere di liberazione dallegemonia degli
imperi centrali e di lotta contro il militarismo tedesco. Per questa dichiarazione, nella
quale le autorità ravvisarono gli estremi per il reato di vilipendio alle istituzioni, il
Saletti subì unennesima denuncia, che comunque non ebbe modo di procedere per
lentrata dellItalia in guerra. Il Saletti, coerente con latteggiamento
interventista di tutti i dirigenti della Camera del Lavoro, si arruolò volontario e fu
assegnato al 61° Reggimento di fanteria di stanza a Parma, per essere poi inviato al
fronte con il grado di sottotenente. In guerra ebbe occasione di farsi apprezzare per il
coraggio e lo spirito di abnegazione. Rimase anche prigioniero degli Austriaci. Si
guadagnò una medaglia dargento e una di bronzo al valor militare per atti di valore
sul campo. In Italia e a Parma il Saletti rientrò solo nel gennaio del 1919 e, dopo
essere stato congedato, riprese lattività alla Camera del Lavoro dedicandosi al
grande piano di sviluppo del movimento cooperativo sindacalista. Nel 1919, con la
collaborazione tecnica di Giacomo Ferrari, creò il Consorzio tra le cooperative di lavoro
e di produzione che occupò migliaia di operai in lavori di parecchi milioni di lire. La
vittoria dei fascisti e la distruzione di tutte le conquiste del movimento operaio
costrinse anche il Saletti a lasciare il suo paese per lesilio. Si rifugiò a Parigi
dove assunse lincarico di direttore del Consorzio tra le cooperative di lavoro e
produzione della provincia di Parma, che ebbe in Alceste de Ambris lanimatore
principale. Più volte, negli anni successivi, rientrò in Italia, per visitare la madre
inferma o per altri motivi. Nel corso di uno di questi viaggi dichiarò alle autorità di
avere ormai abbandonato ogni attività politica, di non esercitare più la funzione di
responsabile delle cooperative e di essersi dedicato al commercio dei vini italiani in
Parigi. Le periodiche relazioni che lambasciata inviò alla prefettura di Parma
confermavano questa versione, per cui verso la metà degli anni Trenta, il Saletti cessò
di essere vigilato. In Italia tornò per stabilirsi definitivamente nel 1952, dopo che
lattività impiantata in Francia aveva toccato un notevole successo sino a divenire
una delle più rinomate case dimportazione ed esportazione di vini, e si ritirò
nella sua villa a Guardasone di Traversetolo.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 136; U. Sereni, Il
movimento cooperativo a Parma, 1977, 251-254; Camera del Lavoro di Fidenza, 1997, 22.
SALETTI SANTE
Colorno
1 ottobre 1792-post 1841
Muratore, sposò nel 1813 Anna Braibanti, dalla quale ebbe cinque figli. Fu in
servizio alla corte di Maria Luigia dal 1823
e fino almeno al 1841 come garzone di cucina.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 314-315.
SALIMBENE DA PARMA, vedi ADAM OGNIBENE
SALLUSTIUS LALUS
Parma
I secolo d.C.
Figlio
quasi certamente di Cassia Catulla e di T. Sallustius Pusio, entrambi liberti, è
ricordato insieme a essi in unepigrafe funeraria attribuibile al I secolo d.C. Lalus
Sallustios, pure liberto, nacque probabilmente in condizione schiavile e fu manumesso in
seguito da una patrona appartenente alla gens Gavia: è uno dei due casi documentati in
Parma di manumissione operata da una mulier. Il nomen Gavius, di origine etrusca,
documentato in unaltra epigrafe parmense e a Veleia, è molto comune in tutta la
Cisalpina e in particolare a Verona, dove la gens Gavia è da annoverare tra le dominanti
del periodo giulio-claudio. Lalus è cognomen caratteristico dellonomastica
infantile, come probabilmente in questo caso, usato tuttavia anche per i liberti.
Documentato solo in questo caso a Parma, è raro nellItalia settentrionale.
FONTI
E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 100.
SALLUSTIUS TITUS PUSIO
Parma
I secolo d.C.
Di condizione libertina, tonsor, dedicò ancora in vita un sepolcro, insieme alla
liberta [c]assia Catulla, per sé e per
Gavius Lalus, databile per le caratteristiche dellepigrafe (T longa, hederae
distinguentes, assenza della adprecatio ai Mani, la formula vivus fecit o vivi fecerunt,
nonché la regolarità del ductus) al I secolo d.C. È probabile, anche se questo non può
essere affermato con assoluta certezza, che cassia
Catulla fosse coniunx del Sallustius e che gavius
Lalus ne fosse il figlio. La gens Sallustia, diffusa ovunque, documentata tuttavia in
questa sola epigrafe in Parma, fu presente nella regio VIII a Brescello, Modena, Bologna e
rimini. Pusio è cognomen assai raro per
quelletà, testimoniato forse solo in questo caso nella regio VIII. Trattandosi di
un tonsor, potrebbe essere inteso forse anche come ragazzo di bottega
(nellantichità le botteghe di barbiere erano assai frequenti). Resta tuttavia
aperta la duplice possibilità che si tratti di un barbiere o di un tosatore di pecore e,
data la ricca produzione di lane del Parmense, si tende a considerare anzi probabile la
seconda attività. Le misure del sepolcro di dodici piedi per lato sono modeste e forse le
più diffuse nella zona. La qualità invece del marmo dellepigrafe, bianco di
Verona, depone per una certa disponibilità finanziaria di questo liberto.
FONTI E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 157.
SALMI VITO
Parma
1925-Bardi 4 maggio 1944
Di professione tornitore, a soli diciannove anni militò tra i partigiani e salì
tra i monti della Val Ceno. Arrestato durante un rastrellamento da nazi-fascisti, venne
interrogato e, non confessando i nomi dei compagni di lotta, fucilato nei pressi di Bardi.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 20
SALONE DA PARMA
Parma VI secolo
Al Salone viene attribuita unantica traduzione delle Favole di Esopo
(Biblioteca ambrosiana di Milano). Tra i
primi letterati che si interessarono al Salone, vi fu Tommaso Ravasini, che in proposito
indirizzò la seguente lettera a Lodovico Muratori: Nonnullae Aesopi Fabulae elegiaco
versu concinnatae circumferuntur, tot in locis, temporibus, et formis editae, ut omnium
propemodum in manibus, et sermone versentur. De authore inter Scriptores non convenit. scaliger eas Accio cuidam affingit, nec a
Scaligero videntur dissentire Baillettus, et Aegidius menagius: sed omnes opinati sunt perperam;
siquidem ex Lilii Gyraldi Historia Poetarum habemus, cui et plurimi viri docti adstipulati
sunt, eum fuisse quendam Romulum, sive Salonem, qui cum saeculo circiter undecimo Athenis
studiis humanioribus navaret operam, Apologos ex Aesopo desumptos, sive ut aliis placet
suo marte adinventos, elegis descriptis, filioque Tyburtino nuncupavit. Quod vero ad earum
elegantiam attinet, Gyraldi judicium nihil moror, parmenses
ideo irridentis, quod hunc Poetam, ut ipse videtur innuere, aspernabilem anxie sibi conati
sint vindicare: plurima enim in eodem apparet perspicuitas, candor et facilitas; et quod
caput est, plures e re ipsa deductae sententiae, quae ad informandos mores mirifice
faciunt. Non inficior quin brevitatem aliquando inepte affectaverit, et nonnulla pariter
reliquerit dicta quae abhorrent a bono saeculo. Sed haec vitia, si tempori rationem
habeas, venia digna, non mediocribus virtutibus redimit. Eo insuper accedit, quod et
Scaliger, et Aegidius Menagius acerrimi Scriptorum censores, hujusmodi fabulas impense
laudaverint. Ubi etiam Jacobus marazzanus
S. J. qui notas nonnullas ad easdem attexuit, locuplectavitque aliis adjectis Fabulis
elegiaco a se versu descriptis. Sed de his satis superque. Venio nunc ad
illud quod me magis movet, an scilicet hic Romulus sive Salo civibus Parmensibus accenseri
jure possit. Te, Lodoice Muratori, utpote qui omnigena doctrina es excultus, et tot
tantasque perlustraveris bibliothecas, rogo
atque obtestor, ut si qua cognoveris mihi ad hoc conficiendum usui fore, notum facias, et
si quas poteris eruere, suppedites notitias: non male enim de patria mereri videbor, si
hunc qualemcumque Poetam civibus meis vindicabo. Etiamnum adolescens
inter volumina Gaudentii Roberti carmelitae
vidi hasce elegias una cum Salonis parmensis
praefixo nomine; quin Saloniam gentem sub initium saeculi proxime elapsi in agro parmensi habitasse compertum habeo prope apenninum. Atqui haec conjecturae leviores sunt
quam ut valeamus assequi ipsummet Salonem fuisse nostrum conterraneum. Hujusmodi libellus
manuscriptus asservatur, si Rigaltio credimus, in Bibliotheca Victorina Parisiensi sine
authoris nomine, veterique charactere exaratus: unde elici potest Scaligerum hallucinatum
fuisse, dicentem eum fuisse Accium quendam Scriptorem neotericum. Nil ultra habeo quod in
medium afferam, nec diutius tibi viro occupatissimo obstrepere volo. Il Muratori rispose
(1710) al Ravasini avanzando qualche fondato dubbio attributivo: Rure in urbem reversus
accipio litteras tuas, easque gratissimas, quod sentiam te bene habere, videamque te in
patriae tuae ornamentum nonnulla meditari. Petis autem quid ego sentiendum putem de
vetusto illo Poeta, qui Aesopi Fabulas elegiaco metro redditas Latio donavit: sed ita
simul rem tute occupasti, ut vix habeam quod eruditioni tuae suggerendum videatur. Attamen
dicam, difficlie plane esse illius Scriptoris nomen statuere, difficilius etiam patriam.
Haec omnia in incerto: at certum quidem est, ut jam monuisti, errare illos, qui hominem
opinantur florente lingua, ac regno Latinorum floruisse; neque pluris habendam earum
sententiam, qui postremis hisce duobus aut tribus saeculis illius aetatem tribuunt. His obstat codicum vetustorum
fides, illis inelegantia latini sermonis. Mihi autem in praesentia ad manum non sunt ejus
carmina: quod pudet fateri; sed memini me olim in antiquum incidere codicem ms. Ambrosianae
Bibliothecae, ubi eadem, ni fallor, legebantur. Immo et eorum specimen in schedas meas
derivavi, quod ita habet: De Lupo, et Agno. Est lupus, est agnus. Sitit hic, sitit ille. Fluentem
Limite non uno quaerit uterque siti. Reliqua omitto. Haec tu confer cum editis. Ego ab
Avieni versibus jam tum hosce diversos animadverti. Ibi nullum auctoris nomen. Codex ante
annos quadringentos conscriptus mihi videbatur. praecedebant
autem carmina alia, quorum exordium: Aethiopum terras jam fervida torruit aestas, In
Cancro Solis dum volvitur aureus axis. Nempe erat haec Ecloga inter Pseustin Pastorem, et
Virginem Alethiam, de sacris historicisque rebus canentes. Subsequebantur Apologi metro
conscricti, quorum habes exemplum; et in Auctore ingenium ego suspiciebam, at non parem
linguae latinae elegantiam. Alium ms. codicem ambrosiana
servat, cui titulus: Liber virtutum, et allegationum Auctorum, fere aureus nuncupatus,
compositus, et cumulatus per nobilem dominum Johannem de Grapanis civem Mediolani, qui ab illustrissimo domino Duce Mediolani propter
hujusmodi floridi Operis extitit recompensus. Congesti illuc multi versus ex Auctoribus
variis, quorum opera non pauca nunc frustra desiderantur, et nomina ipsa cecidere. Occurrunt inter alios Auctor
libelli de Nugis Philosophorum, Maximianus Poeta, Amarius versilogus, versificator fabularum Aesopi. Postremis hisce
verbis designari illum, de quo nobis est sermo, non injuria suspicor: quare et hinc
discimus, ignotum fuisse illius nomen Johanni de Grapanis, hoc est homini circiter annum
vulgaris Aerae 1400, ut conjicio, florenti. Sed quando nullam a
te fieri mentionem video Gasparis Barthii eruditssimi viri, accipe quid ille habet lib. III cap. XXII adversariorum: In potestatem meam (scribit ille)
venit Fabularum Poeta priscus in obsoletissimas membranas exaratus, sed valde barbarus
atque ineptus. Tum ejus specimen producit. Ut juvet et prosit conatur pagina praesens
Fabula I Dum rigido fodit ore fimum, dum quaeritat escam, Dum stupet invento jaspide,
Gallus ait: Tu vide an haec pertineant ad poetam
nostrum. Si vero is est, mitiorem e Barthio expectassem censuram? subdit ille. Talis est universa
illa poesis, et jam quidem edita, et recensita a Neveleto Doschio. Si quis me Auctoris
nomen roget, dicam bernardum esse, cujus ad
oculum similes versus de Castoris fabula producit Silvester Giraldus (a Lilio Gregorio
diversus) et heic forte exciderunt. Sed ne quis Auctorem certiorem quoque ignorare possit,
quae de eo reperi adjungam. Tum haec in iis membranis legi affirmat:
Aesopus magister Atheniensium fuit. Quidam vero Imperator Romanorum rogavit magistrum
Romalium, ut sibi aliquas jocosas Fabulas conscriberet ad removendas publicas curas.
Magister Romalius non audens precibus tanti viri contradicere, auctorem graecum in latinum transtulit. Atque
haec sunt quae mihi in hanc rem ad te perscribenda occurrunt, amatissime Ravasine, sed non
sine molestia, quod nihil de illius Poetae patria tibi desideranti significare possim. Il
Ravasini, non ritenendo particolarmente autorevole lautorità del Barzio e reputando
il Salone lo stesso che Romolo o Romalio, scrisse nuovamente al muratori: Quod vero ad nostrum Salonem, sive
Romulum attinet, de Barthii censura, eruditi quidem, sed parum emunctae naris viri, nihil
laboro. Ejusdem Adversaria non vidi; reliqua tamen Opera, Commentarios scilicet, et Notas
ad Authores plerumque sequioris aevi consarcinatas legi data opera, in quibus tot varias
lectiones ad libidinem confictas, et tot latinae linguae dehonestamenta deprehendi, ut
mihi venerit in mentem aliquando nonnihil conscribere de Barthii erroribus. In realtà,
sia il Ravasini che il muratori ignorarono
che già più di due secoli prima Taddeo Ugoleto, dando vita alla biblioteca di Buda per il re dUngheria
Mattia corvino, aveva potuto appurare che il
Romolo e il Salone erano due personaggi distinti. entrambi
avevano tradotto le Favole di Esopo, ma il primo lo aveva fatto in prosa e il secondo in
versi. Per di più lUgoleto rintracciò presso Tommaso Mattacoda una Vita di Esopo
assai antica, dove si confermava che il Salone, stando in Atene, aveva tradotto in versi
latini le Favole di Esopo: Quod autem quaeris Romulus ne Aesopi Fabellas soluta oratione
an carmine elego latinas fecerit, ut plerique omnes opinantur, paucis respondebo, ne in
minima re, aut parum utili, observationis pene puerilis crimine accuser, tamquam e musca
facturus elephantum. Romulus hic homo, ut illa ferebant tempora, haud indoctus, Aesopi
Fabellas absque controversia soluta oratione interpretatus est, quemadmodum in multis cum
publicis, tum privatis biliothecis vidimus,
quarum nomina citare noluimus, ut aliter credentes opinioni suae libentius faveant,
persasumque habeant (si Diis placet) Fabellas Aesopi elego carmine scriptas romuli esse interpretationem; cum tamen constet salonem municipalem nostrum illarum esse authorem.
Quod nedum
veteres inscriptiones testantur, sed et codex vetustus de Vita Aesopi, qui est apud Thomam
Mactecodam bonarum litterarum professorem haud ignobilem. Ejus codicis verba adscripsi, ne
quis id a me forte fictum suspicetur. Salo autem Poeta parmensis dum studeret Athenis
easdem Fabulas de graeco in latinum nostris moribus aptando metrice composuit. Del Salone
rimane incerta letà in cui visse. LAffò propende, per motivi stilistici, per
il VI secolo.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1789,
17-25; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 19-29;
G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 360-361.
SALSI DANTE
Traversetolo
1920-Parma 20 novembre 1995
Autodidatta, compì la sua prima formazione politica e ideale in montagna, nella 47a
brigata Garibaldi, a contatto con gli uomini
della resistenza e dellantifascismo. Il legame instaurato in quei mesi di dura
esperienza, dal marzo 1944 allaprile 1945, restò attivo e operante per tutta la
vita (ebbe una lunga militanza nel Partito Comunista). Alla fine della guerra lavorò
provvisoriamente alla Biblioteca palatina di
Parma, dove scoprì la propria vocazione di bibliotecario. In quel tempio delle cultura
incontrò Alfredo Zerbini, di cui divenne amico e appassionato estimatore. Lavorò poi
allIspettorato provinciale dellAgricoltura di Parma, dove progettò e
costruì, negli anni sessanta, la Biblioteca
Bizzozero, alla quale conferì il suo aspetto definitivo, ottenendone il passaggio sotto
lamministrazione del comune di Parma.
In seguito, per incarico dellistituto
Gramsci del Partito Comunista Italiano (1975), fondò e diresse la biblioteca Umberto Balestrazzi, mettendo a
disposizione degli studiosi, come primo nucleo, il fondo librario dellinsigne
dirigente e storico del movimento operaio parmense, giunto a lui in eredità personale. La
stima di cui godette dentro e fuori le mura cittadine gli consentì di acquisire alla biblioteca fondi librari e documentari di
straordinario interesse (Pesenti e Cesarini-Sforza in primis). Le iniziative da lui
promosse, dalla semplice presentazione di libri alle più impegnative imprese editoriali
(la collana storica della Balestrazzi) rappresentarono altrettanti successi personali. Fu
autore di diversi scritti e saggi.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1995, 371; V. cervetti,
in Aurea Parma 1 1996, 80-81; enciclopedia
di Parma, 1998, 588.
SALSI ITALO
Massenzatico
6 febbraio 1865-Parma 11 maggio 1962
Nato da famiglia di modeste condizioni, si diplomò maestro elementare il 18 agosto
1885. Fondato nel 1889 un circolo laico, partecipò in seguito alle vicende della
cooperazione e dellorganizzazione socialista del suo paese natale, assai importante
nella genesi e nello sviluppo del movimento operaio emiliano. Entrato nei ruoli delle
scuole elementari del comune di Reggio
Emilia (ancora amministrato dai moderati), fu continuamente trasferito da una sede
allaltra a causa delle sue idee socialiste. Partecipò al II Congresso nazionale del
Partito Socialista Italiano (Reggio Emilia, 8-10 settembre 1893) e aderì alla tattica
della lotta di classe da esso confermata. Collaborò attivamente con C. Prampolini alla
fondazione di nuovi circoli socialisti, come a Villa Cella, sua ultima sede scolastica.
Spesso segnalato allautorità didattica da delatori come fanatico anticlericale e
acceso divulgatore di idee anarchiche, il Salsi fu viceversa mite e tollerante di
carattere ed evoluzionista quanto a orientamento politico. A seguito delle leggi
eccezionali crispine e dello scioglimento dei circoli socialisti, il Salsi fu deferito
alla Commissione provinciale per lassegnazione al domicilio coatto, che lo condannò
a due anni di confino a Porto Ercole (febbraio 1895) con A. vergnani e altri. Venne immediatamente aperta una
sottoscrizione di solidarietà per la famiglia: i socialisti e simpatizzanti di Villa
Cella si tassarono per complessive venti lire al mese e da tutta la provincia arrivarono
offerte alla redazione della Giustizia, mentre si formarono comitati di solidarietà tra i
maestri di Padova, Roma, Cremona, Milano e soprattutto di Parma. In vista delle elezioni
generali politiche del 26 maggio 1895, Prampolini rinunciò in favore del Salsi alla
candidatura nel collegio di Reggio Emilia. La candidatura-protesta del Salsi, come quella
di N. Barbato a Milano e le altre analoghe, suscitò in tutto il paese larghi consensi,
benché fosse proibita la propaganda sui nomi dei condannati. Al primo scrutinio il Salsi
ottenne 1271 voti contro 1406 del moderato Levi e 112 del frondista Gherardini: indetto il
ballottaggio per il 2 giugno, il Salsi risultò eletto con 1852 voti contro 1794. Liberato
dal domicilio coatto, fu accolto con grandi manifestazioni popolari a Reggio Emilia e a
Parma. La rivista parmense Frusta pedagogica
lanciò liniziativa, largamente accolta dagli ambienti magistrali italiani, di
provvedere al mantenimento del Salsi facendone il deputato dei maestri, per i quali
(notava La Campana) vi erano troppi diritti da acquisire e troppi soprusi da far cessare.
Effettivamente il Salsi si occupò più volte, a Montecitorio, delle questioni di
categoria ma anche dei problemi più generali della scuola, chiedendo tra laltro la
revisione dei programmi, lobbligo scolastico fino al dodicesimo anno di età, la
promiscuità dei sessi anche nelle scuole normali, labolizione delle differenze tra
maestri e maestre e tra insegnamento urbano e rurale. Alla scadenza del mandato declinò
lofferta di una nuova candidatura. Con le elezioni del 21 marzo 1897 il seggio del
collegio di Reggio Emilia passò pertanto a Prampolini, che a sua volta aveva rinunciato
alla candidatura nel collegio di Guastalla a favore di A. Sichel. Lautorità
didattica rifiutò al Salsi lattestato di lodevole esercizio, per cui
lamministrazione comunale moderata, nello stesso 1897, lo licenziò
dallinsegnamento. Avendo vinto in pubblici concorsi una cattedra a Concordia e una a
Parma, entrambi i comuni deliberarono di assumerlo, ma le nomine furono annullate per
motivi politici dai rispettivi consigli provinciali scolastici. Dopo sei mesi di
disoccupazione, si trasferì nel 1899 a Parma con la famiglia (la moglie Desolina e cinque
figli), dove fu assunto alle dipendenze del comune.
strettamente vigilato dalla polizia come
individuo pericolosissimo alla pubblica sicurezza, continuò a svolgere attività politica
e sindacale nella commissione esecutiva della Camera del lavoro di Reggio Emilia, poi in quella di Parma
(1900). Quando questa passò al sindacalismo rivoluzionario se ne distaccò entrando nel
direttivo dellUnione socialista parmense, di indirizzo riformista. Nel novembre 1905
fu eletto segretario del circolo del capoluogo. Partecipò alla propaganda antimilitarista
e si occupò contemporaneamente di cooperazione agricola, acquistando larga popolarità in
tutta la Bassa come conferenziere e organizzatore. Quando venne rinnovata la Commissione
esecutiva camerale nellagosto 1903, il Salsi fu il nome più votato dalle leghe e
ottenne 3438 suffragi, seguito da Faraboli con 3381 e da Giuseppe Maia con 3378. Il
dibattito preparatorio del Congresso nazionale di Bologna vide la Federazione parmense con
un corpo dilaniato da rotture e contrapposizioni. Le sezioni di Borgo San Donnino, Casale
e Parmetta, Diolo di Soragna, Pieve Ottoville, Polesine, ragazzola, Ravadese, Soragna e Zibello, con il
circolo elettorale di San Secondo e il gruppo di Siliprandi in città, furono favorevoli
alla mozione Bissolati, che esprimeva la disponibilità a collaborare con il governo
Giolitti. Le sezioni di Parma, Casaltone, Fontanellato, Noceto, Sala Baganza, San
Prospero, Viarolo, Collecchio, Fontanelle, Roccabianca, San Pancrazio, Tortiano, Madregolo
e San Lazzaro si dichiararono daccordo con la formula dellintransigenza, che,
nella provincia parmense, fu sostenuta da Pietro Fontana, Lagazzi e giuseppe Maia, mentre lonorevole Berenini e
Romeo Soglia furono gli esponenti delle posizioni più moderate. Benché potesse vantare,
anche rispetto agli uomini più impegnati del socialismo parmense, una maggiore
esperienza, il Salsi continuò a evitare il campo della polemica e dedicò la sua opera
alla diffusione della cooperazione, aiutato in questo da Giovanni Faraboli, il
rappresentante del movimento contadino della Bassa. La cooperazione divenne così il
terreno dellattività del Salsi, che fu nominato membro della Commissione esecutiva
della Federazione provinciale tra le cooperative (assieme a Pasquale Ferretti, Giuseppe
Franzoni, Zeffirino Alodi e Angelo mambriani)
e presidente del Consorzio tra le cooperative di consumo, sorto alla fine del 1904 con il
compito di garantire alle cooperative di consumo della provincia un unico centro di
approvvigionamenti. A un incarico di direzione nel Partito Socialista il Salsi tornò alla
fine del 1906, quando venne chiamato assieme a Faraboli, Bò, Lagazzi, Capriotti, Zanlari,
Rosa, Allodi, Peracchi e Ghidini, a far parte del Comitato direttivo della Federazione. Il
Salsi non solo non poté approvare le proposte dei sindacalisti rivoluzionari, ma ebbe
persino difficoltà a comprenderne la genesi e non ne condivise, comunque, sia il rifiuto
del partito, sia ancora di più, quellansia spasmodica di scontro frontale, che
sembrava pervadere molti di essi. La sua formazione reggiana, che i sindacalisti
consideravano alla pari di un tradimento dello spirito rivoluzionario o del proletariato,
lo immunizzò da certe teorizzazioni, ma anche gli impedì di avvertire come le conquiste
dei lavoratori reggiani e il carattere del movimento che ruotava intorno a Prampolini e
alla Giustizia, intriso di evangelismo applicato nella versione cooperativa e fiducioso di
un prospero avvenire, non potessero essere trapiantati nella provincia di Parma, dove la
classe proprietaria e capitalistica intendeva a ogni costo riaffermare la sua legge e il
suo diritto. Il Salsi visse così tutto il travaglio dei socialisti di Parma, che videro
ridurre ai minimi termini la loro influenza tra i lavoratori della città e riuscirono a
stento a mantenere in vita molti circoli della provincia, mentre solo nella Bassa
contarono su un forte sostegno di massa. Quando le leghe della Bassa, con lappoggio
dei nuclei di lavoratori usciti dalla Camera del Lavoro sindacalista, cercarono,
nellinverno del 1908, di dar vita a un nuovo organismo su basi provinciali, il
Salsi, assieme al quadro più attivo del socialismo parmense, si impegnò attivamente e al
Congresso di fondazione della nuova Camera del Lavoro dellaprile 1909 tenne la
relazione sulla Cooperazione di consumo. Privato del sostegno del proletariato parmense,
il socialismo parmigiano si fece sempre più espressione delle organizzazioni della Bassa,
mentre in città si fece avanti un gruppo di giovani intellettuali che si richiamava alle
posizioni della sinistra rivoluzionaria. Anche con loro (Gustavo Ghidini, Evaristo
Spagnoli, Ferdinando Laghi, Ildebrando Cocconi) il Salsi non riuscì a stabilire un
terreno dintesa, così come non si ritrovò sulle posizioni ormai prevalenti in
campo nazionale dopo il Congresso di Reggio Emilia. Nel 1909 collaborò allopera del
Comitato di solidarietà a favore dei lavoratori perseguitati per aver partecipato allo
sciopero agrario dellanno precedente. Fu a più riprese amministratore e direttore
dellIdea, settimanale (poi quotidiano) della Federazione socialista e delle
organizzazioni confederali parmensi. Diresse anche la locale scuola cooperativa su
incarico dellistituto nazionale di
credito per la cooperazione e presiedette la federazione
provinciale delle Società di Mutuo Soccorso. Il Salsi partecipò nel novembre del 1912 al
Congresso di fontanelle, dove venne
costituita la Federazione autonoma, nella quale confluirono le organizzazioni politiche ed
economiche orientate verso le posizioni riformiste dellonorevole Berenini, uscito
dal Partito Sociclista per solidarietà con Bissolati e Bonomi, espulsi nel Congresso di
Reggio Emilia. Nel 1914-1915 partecipò alla propaganda neutralista e pacifista
richiamandosi ai principi dellinternazionalismo operaio: richiesto di un intervento
per il numero del 1° maggio 1917 della Parola proletaria
(giornale socialista italiano di Chicago), indirizzò al direttore V. Buttis una cartolina
(che fu intercettata e non inoltrata), nella quale contrappone alla guerra, scatenata dal
capitalismo dei vari paesi per legemonia nel campo dellindustria e del
commercio, i valori dellinternazionale operaia e i vincoli di fratellanza e di
solidarietà fra i lavoratori di tutto il mondo. Con la fine della guerra, nel parmigiano lo sviluppo del movimento cooperativo
socialista fu addirittura impetuoso, tanto che alla fine del 1920 erano attive
quarantasette cooperative di consumo con oltre ottomila soci, nove cooperative per le
affittanze agricole con oltre millecinquecento soci, mentre oltre tremila erano i soci
delle cooperative di lavoro. Di questa fervida stagione della cooperazione parmense, il
Salsi fu uno dei più validi protagonisti: si impegnò a stringere i legami tra le varie
cooperative, che soffrivano di tendenze municipaliste, ad attrezzarle in modo da allargare
il loro campo di azione e a preparare i nuovo quadri dirigenti. Sotto la sua direzione
venne organizzato un corso dei cooperatori al quale parteciparono ventotto allievi. Il
corso durò quarantacinque giorni e furono impartite lezioni di contabilità, merceologia
e legislazione sociale. Tra gli allievi che seguirono le lezioni vi fu Dante Gresta, che
poi assunse responsabilità di direzione nel movimento sindacale parmense. Dopo la guerra
il Salsi prese parte alle lotte di corrente allinterno del Partito Socialista
Italiano, schierandosi con lala riformista, aderendo quindi al Partito Socialista
Unitario dopo il XIX Congresso (Roma, 1-4 ottobre 1922). I fascisti lo minacciarono più
volte. Con lavvento del regime fascista e delle leggi eccezionali fu costretto a
chiedere lanticipato collocamento a riposo per evitare la destituzione
dallimpiego, che lo avrebbe privato della pensione. pur non nascondendo le proprie idee, non
partecipò allattività antifascista clandestina e dopo la liberazione, ormai
ottantenne, non rientrò nella politica attiva, sebbene sia i socialisti che i
socialdemocratici continuassero a consideralo come una bandiera del vecchio socialismo
reggiano e parmense. Morì alletà di novantasette anni.
FONTI E BIBL.: La Giustizia 24 febbraio, 10 marzo, 25-26 maggio, 1-2 e 8 giugno, 21
luglio, 5 ottobre 1895; La Campana 10-11 giugno, 1-2 e 14-15 luglio 1895; A. Angiolini,
Socialismo e socialisti in Italia, Roma, 1966, ad indicem; ESMOI, Attività parlamentare,
I, ad indicem; B. Riguzzi, sindacalismo e
riformismo nel Parmense, Bari, 1931, 130; B. Bottazzi, I vecchi socialisti prampoliniani,
Reggio Emilia, 1945, 15-16; R. Marmiroli, Prampolini, Firenze, 1948, 85-86 e 91-92; R.
Marmiroli, Socialisti e non, controluce, Parma, 1956, ad indicem; LIdea 18 ottobre
1952; Il Resto del carlino 12 maggio 1962;
A. Ferretti, Massenzatico nella Reggio rossa, Reggio Emilia, 1973, 53-54; U. Sereni, Il
movimento cooperativo a Parma, 1977, 254-261; R. Cavandoli, in Movimento operaio italiano,
IV, 1978, 463-465.
SALSI REMO
Traversetolo-Coston
dArsiero 18 maggio 1916
Caporale maggiore di fanteria, fu decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare,
con la seguente motivazione: Già distintosi in precedenti combattimenti, cadeva vittima
del proprio ardimento, durante un intenso fuoco dartiglieria avversaria.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1917, dispensa 30a, 2476; Decorati
al Valore, 1964, 126.
SALTARELLI SIMONE
Firenze
1261-Pisa 24 settembre 1342
Figlio di Guido, nobile e ricco. A ventanni si sposò, ma subito dopo
abbandonò la moglie, i parenti e le ricchezze, rifugiandosi presso i padri domenicani,
vestendone labito in Santa Maria Novella nel 1281. Qui si consacrò a una vita di
pietà e di studio. Prima fu eletto priore del monastero, poi provinciale della provincia
romana e infine procuratore generale dellordine
nella curia papale. Papa Clemente V, ad Avignone, se ne servì negli affari più
importanti e delicati. Ottenne grazie e lodi da molti principi. il 7 settembre 1316 fu eletto da papa Giovanni
XXII alla sede episcopale di Parma, vacante dal 17 di agosto. Il 3 ottobre dello stesso
anno, da Avignone, il pontefice avvertì il Saltarelli di aver spedito le lettere
testimoniali per la consacrazione a Nicolò, vescovo di Ostia, insieme alla licenza di
lasciare la curia pontificia. Il Saltarelli si trovava ancora ad Avignone il 20 gennaio
1317, dove ottenne (obtenta Simonis, ep.i Parmensis) dal papa, a favore di Lapo Bini, suo nipote e
cittadino fiorentino, una prebenda nella chiesa di Ferrara. Nello stesso giorno il papa diede al Saltarelli la facoltà di testare e
di rilasciare il permesso di percepire i frutti da benefici aventi dignità ecclesiastica
a tre chierici. Giovanni XXII gli concesse inoltre la provvisione di una prebenda nella chiesa veronese per Donato Bini, cittadino di
Firenze, nipote del Saltarelli, e nominò i vescovi di Verona, Mantova e Reggio giudici
conservatori del Saltarelli. Gli diede infine la facoltà di concedere il tabellionato a
persone di sua fiducia. Il Chronicon parmense così descive lingresso solenne in
Parma del Saltarelli: A 17 febraro 1317 in giobia, che fu la giobia ghiotta il
venerabile padre Symone Saltarello di Fiorenza de lordine de predicatori, Dei
gratia, episcopo di Parma, la prima volta venne a Parma, e con grande honore et gaudio fu
ricevuto et una domenica a 27 febraro la prima volta predicò e cantò la messa
solenne nel Domo dove la gente per la moltitudine non potean capire, e quela domenica
celebrò nel suo palacio episcopale il prandio al potestà, al capitanio, a tutti gli
anciani del Comune, advocato de mercanti, anciano de giudici, proconsole
de notari, podestà di 4 mestieri, agli 8 del popolo, al capitanio de la Società di
2000 a i canonici e clerici del Domo, e più altri religiosi de ogni ordine e convento di
Parma, a labate di Santo Iohane e suoi monachi e più altri. Il 24 marzo 1317, col
consenso dei canonici, concedette facoltà a giacomo
degli Antichi di fondare un beneficio in Cattedrale a onore di Dio, della Beata Vergine e
di san Giacomo, attribuendo a se stesso saltarelli
il diritto di elezione e istituzione. giovanni
XXII, con suo breve dato da Viterbo il 1° aprile 1317, esaudì listanza delle
badesse e monache di SantUldarico (col consenso del Saltarelli), stabilendo che le
monache non potessero essere più di dodici fin quando non fossero accresciute le loro
rendite. Inoltre il 13 aprile 1317 il papa
ordinò che non fosse permesso in alcun modo di molestare la badessa e il convento delle
monache con clausura dellordine di
Santa Chiara e San Damiano, dette le minorisse, e per questo si rivolse al saltarelli. Il 1° maggio 1318 il pontefice elesse il castellano clugense e il
Saltarelli giudici conservatori del vescovo di Ferrara. Il 6 febbraio 1318, con
approvazione del Saltarelli, la compagnia
della disciplina vecchia cominciò a costruire loratorio dei Santi Cosma e damiano, presso il quale andò a stabilirsi.
Poiché gli esecutori testamentari di Gaspara da Boretto non potevano adempiere un pio
legato istituito dalla medesima per la fondazione di un beneficio in Cattedrale (aveva
lasciato una casa e pochi beni, insufficienti allo scopo), il saltarelli, con suo decreto del 25 maggio 1318,
unì quella casa e gli altri beni al beneficio dellarcidiacono, con lobbligo
al beneficiato di una messa la settimana e un anniversario per lanima della
benefattrice. Il 4 luglio 1318, da avignone,
il pontefice scrisse al priore del
convento maggiore certosino nella diocesi di grazianopoli
e agli altri priori, fratelli e conversi dellordine
certosino sparsi nelle diverse parti del mondo per avvertirli di aver nominati i giudici
conservatori (tra gli altri, figura anche il Saltarelli). Quando si innalzò una campana
sopra una torre di legno allangolo del Palazzo degli Anziani al fine di avvisare
ogni mattina i lavoratori per tempo e per indicare le ore della colazione e del pranzo, il
Saltarelli concesse una particolare indulgenza: Il giorno di Natale, giorno di domenica in
quellanno (1318) cominciò a suonare la cosidetta campana della Pace per tre volte
nel mattino, e il vescovo concesse
lindulgenza di quaranta giorni a chi avesse recitato tre volte il Pater Noster e
lAve Maria (chronicon parmense). Da
Avignone, il 21 maggio 1319 Giovanni XXII ordinò al Saltarelli di togliere la sentenza
dinterdetto lanciata contro il comune
e il popolo di Parma perché avevano prestato aiuto a Can Grande della Scala, a Passerino
di Mantova e a Matteo visconti, causando
gravi danni al popolo bresciano. Il 12 luglio il papa
nominò i giudici conservatori a favore dei maestri e dei frati dellOspedale
teutonico gerosolimitano (tra i vescovi e arcivescovi, si trova anche il saltarelli). Il 13 settembre il papa ordinò al Saltarelli e al Capitolo che tutto
il denaro ricavato dalle decime nella città di Parma e nella diocesi a favore della Terra Santa fosse spedito
alla Camera Apostolica, rendendo ragione dellintero computo. Il 19 settembre 1319,
da avignone, Giovanni XXII scrisse al
Saltarelli, al vescovo di Bologna e a mastro Aimerico di castrolucio, suo cappellano, perché, previe
informazioni, confermassero o meno lelezione di Guido da Meliis, monaco nel
monastero di SantApollonio di Canossa, che vi era stato eletto abate. Erano allora
vicari del Saltarelli frate Giacomo, priore della canonica di Santa Felicola, e Pietro,
arciprete della pieve di collecchio. Il papa, da Avignone, il 19 giugno 1320 scrisse al
Saltarelli perché lo informasse intorno alla concessione delloratorio e sue
adiacenze, già appartenuto ai frati dellordine
del Sacco di Parma, oratorio allora abbandonato per la morte di tutti i frati. Il
Saltarelli intervenne il 24 agosto, festa di san bartolomeo,
alla consacrazione dellaltare maggiore della chiesa di San Pietro Martire dei padri
domenicani. Il 27 settembre dello stesso anno il Saltarelli approvò lo Statuto del
Capitolo della Cattedrale col quale fu stabilito che le singole prebende avessero divisi e
distinti i loro beni, come pure che fossero riconosciute le chiese di giurisdizione del
Capitolo per evitare le discordie sorte nel passato tra i canonici. Il 21 ottobre il
Saltarelli, col consenso del Capitolo, fece una locazione per nove anni dei beni posti a
Mezzano che appartenevano alla mensa vescovile e dei diritti sulle acque del Po a Ruggiero
Servidei, Paganino Toccoli, armanino Bravi
e Marsiglio de Marsigli, per laffitto annuo di centotrenta lire imperiali.
Alla costante ricerca di sedare le continue turbolenze tra le fazioni cittadine, il
Saltarelli ottenne dal papa il 4 aprile
1321, da Avignone, la dispensa del terzo e del quarto grado di consanguineità nel
matrimonio da lui combinato tra il nobile Andreasio Rossi, cittadino di Parma, e la
nobildonna Vanina, figlia di Gianquirico Sanvitale. E quando il 26 gennaio 1322 fu
celebrato il matrimonio, il Saltarelli offrì il Palazzo episcopale per festeggiare le
nozze con un grandioso banchetto. intervennero
mille e seicento invitati, tra i quali 366 dame. Il 20 maggio 1321 fu vicario generale del
Saltarelli, Omodeo, priore della chiesa di Santa Maria di Olmeneta nella diocesi di
Cremona. Il 26 luglio 1321 morì nella sua terra di Castelnovo Giberto da Correggio. Ai
suoi funerali intervenne anche il Saltarelli: Il 26 luglio 1321 veniva a morire a
Castelnovo di Coreggesi allora del vespro Giberto da Correggio e ai funerali il
giorno dopo intervenne il vescovo Saltarelli con quello di Reggio e varii abati, priori,
chierici e molti baroni (Chronicon parmense). Nel 1319 il Saltarelli accolse in Parma i
frati di Armenia dellordine di San
Basilio. Due anni dopo (8 ottobre 1321) il pontefice, da avignone, gli ordinò di costringere, previa
ammonizione, labate del monastero di cavana
dellordine di San Benedetto a non
impedire a giovanni di Leone e ai suoi frati
di Armenia, che dimoravano in Parma, di costruire nella parrocchia soggetta al monastero
di Cavana (San Basilide). Da Castel santangelo, il 4 novembre 1321 il Saltarelli, Aicardo,
arcivescovo di Milano, e Guido, vescovo di Asti, ricorsero al papa contro matteo
Visconti. Il 25 gennaio 1322, sempre da Avignone, Giovanni XXII scrisse al saltarelli di aver concesso la dispensa circa i
natali non legittimi di Nicola, Vinciguerra e Copino, scolari, nati da Giberto da
Correggio, perché potessero ricevere gli ordini e ottenere linvestitura di un
beneficio. Due giorni dopo ottenne la stessa dispensa anche Giovanni, figlio di Nicola
degli Azoni, chierico parmigiano. Poiché erano intercorse diverse cause tra il vescovo di
Pisa, Oddone, e il comune e il popolo di
quella città, giovanni XXII, volendo
definire la questione, il 6 giugno 1323 trasferì Oddone al patriarcato di Alessandria e
lo stesso giorno il saltarelli dal vescovado di Parma allarcivescovado di Pisa. Al Saltarelli venne
consegnato il 6 luglio dello stesso anno il pallio dal cardinale Napoleone di santadriano,
da Iacopo, cardinale di San Giorgio in Velabro, e dal cardinale di Santa Maria in Vialata.
Nellanno 1324 il Saltarelli si portò ad Avignone e non ritornò alla sua Chiesa che
nel 1327, nel quale anno aprì la visita pastorale. Anche a Pisa non gli mancarono i
problemi. Proprio nel 1327 il papa pose
linterdetto alla città per aver accolto Lodovico il Bavaro: in quelloccasione
il Saltarelli fuggì con tutti i familiari e, non senza pericolo, e si rifugiò a Siena,
poi a Massa Veternese e quindi ad Avignone col suo amico Lorenzo da viterbo, dellordine dei predicatori, il quale gli era stato
accanto anche a Parma. Per non avere assecondato allinvito dellimperatore che lo aveva richiamato a Pisa, fu
privato dellarcivescovado e di tutti i
beni (la Chiesa arcivescovile fu data il 24 dicembre 1327 a Gherardo Orlando, vescovo di
Adria). verso la fine del 1329 il Saltarelli
poté ritornare a Pisa e fu poi creato (nel 1330) amministratore del monastero di Pomposa
nella diocesi di Comacchio. Il 15 giugno
1330 lo si trova in Firenze, dove, insieme ai vescovi di quella città, di Fiesole e di
Spoleto, fece la ricognizione del corpo di san Zanobi, vescovo di Firenze, che fu
collocato in unarca marmorea nello stesso luogo. Il Saltarelli arricchì la cattedrale di Pisa di molti vasi dargento e
regalò argenteria anche ai frati del suo ordine.
A sue spese fece costruire la torre e fondere le campane di Santa Maria novella, ove aveva fatto la professione al suo ordine. In Firenze fece anche fabbricare una casa
per sua residenza, da utilizzare quando si portava in quella città. Morì ottuagenario e
in concetto di santità. Dal Brocchi e da altri scrittori dellordine domenicano è posto tra i beati fiorentini.
Fu sepolto in Santa Caterina di Pisa, chiesa dellordine domenicano, ove, ancora vivente, si era
preparato un sontuoso sepolcro a sinistra dellaltare di San Pietro martire, riportante la seguente iscrizione: pisana ecclesia moerore gravi tanto viduata
pastore suspiria traxit hic iacent cineres et ossa reverendissimi in Christo Patris et
Domini Domini fratris Simonis Saltarelli florentini Ord. Praed. primum Episcopi parmensis
postmodum pisarum Archiepiscopi, et totius Sardiniae primatis ac in eaden legati, qui sine querela
vixit annos circiter octoginta decessit dominicae incarnationis anno MCCCXLII die XXIV septembris. Hun locum ex testamento suo pro /
sui cadaveris sepultura elegit, et / Andreas olim Bini de Saltarellis de Florentia eiusdem
ex fratre nepos voluntatem patrui executioni mandavit.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 146 e 231; N. Pelicelli, Vescovi della
Chiesa parmense, 1936, 282-289; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 239.
SALTERINI FERDINANDO
Collecchio
31 maggio 1914-Gaiano 28 aprile 1945
Nato da Pindaro e da Imelde Viola, abitò sempre a Parma. Compiuti gli studi
superiori, scelse la carriera di ufficiale dellEsercito nella specialità delle
truppe corazzate. Dopo aver partecipato alla guerra come capitano carrista, nel settembre
del 1943 tornò a casa e rimase appartato, pur simpatizzando per la resistenza, alla quale nel giugno del 1944 aderì
il fratello più giovane, Vittorio. Nel dicembre 1944 o più probabilmente nel gennaio
1945, su sollecitazione del fratello, divenuto nel frattempo vice comandante della 12a
Brigata Garibaldi Ognibene, assunse la carica di capo di stato maggiore di quella Brigata
col nome di battaglia di Turno. Il 28 aprile partì da Parma già liberata per prendere
contatti col Battaglione Bragazzi, impegnato negli ultimi combattimenti della Sacca di
Fornovo sulla destra del Taro, nei dintorni di Neviano Rossi, o forse per ritrovare la
moglie e i due figli sfollati nella zona di Fornovo Taro. Fu appunto vicino a Gaiano che,
mentre procedeva in auto sulla statale della Cisa, venne colpito da una raffica di
mitragliatrice sparata dalle alture circostanti, probabilmente da uomini della divisione
repubblichina Italia. A suo ricordo, sul luogo della morte venne elevato un cippo
marmoreo.
FONTI E BIBL.: E. Cosenza, La Sacca di Fornovo Aprile 1945, Parma, 1975; I caduti
della Resistenza di Parma 1921-1945, Parma, 1970, 89; Parma partigiana. Albo doro
dei caduti nella guerra di liberazione
1943-1945, Parma, s.a., 111; Archivio dellistituto
Storico della Resistenza, Parma, sezione II, RQ-RIc5, Ruolino 12a Brigata
Garibaldi; associazione Nazionale
Parttigiani Italiani, Parma, Scheda personale e Ruolino 12a Brigata Garibaldi;
testimonianze orali di Bruno Bergamaschi e Luigi Rastelli; La guerra a Collecchio, 1995,
258.
SALTINI UGO
Parma
1867-1954
Di nobile famiglia, medico-chirurgo, per moltissimi anni fu a capo
dellUfficio sanitario del comune di
Parma. Organizzò la Colonia elioterapica, diresse la Scuola di tracomatosi, la Colonia
marina di Massa e altri istituti sanitari. Uomo di vari interessi, anche al di fuori della
sua professione, dal 1913 al 1922 fu critico drammatico della Gazzetta di Parma e per
lungo tempo collaborò con articoli di vario genere, ma soprattutto dindole
teatrale, a giornali e riviste cittadine. Nel 1947, allorché si ritirò in pensione,
donò la sua pregevole raccolta di opere e di ricordi teatrali al comune di Parma.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 137.
SALVARANI LUIGI
Parma
1940-Susanna di Grottaglie 1970
Penultimo dei sei fratelli Salvarani (con Renzo, Emilio, Antonio, Gianni e Mario)
che dal 1958 crearono a Parma una delle industrie più efficienti dEuropa
nellambito dei mobili componibili per cucina, impiantando un doppio stabilimento a
Parma, a lato dellautostrada del Sole,
e circa 2600 punti vendita in Italia e allestero. Lazienda dei Salvarani nel
1970 aveva oltre 2000 dipendenti. Il Salvarani e la moglie Brunetta Corain morirono in un
incidente stradale presso Grottaglie di Taranto, mentre erano in Puglia per affari.
FONTI E BIBL.: B. Raschi, Ricordo di un amico, in Parma bellarma
1970, 36-37; F. da Mareto, bibliografia, II
1974, 956; T. Marcheselli, dizionario dei
Parmigiani, 1997, 278-279.
SALVATORE
Fornovo 1453/1487
Figlio di Martino, fu boccalaro a Fornovo. È citato in un documento del 18
novembre 1453 e in un altro del 1487 come expertus in arte de ministerio bocalarum et
laborerium terra.
FONTI E BIBL.: L. De Mauri, Lamatore di maioliche, Milano 1924; A. Minghetti,
Ceramisti, 1939, 372.
SALVATORE DAPARMA, vedi BERTONCELLI MICHEL ARCANGELO GIUSEPPE e MONICI CARLO
SALVATORI ALESSANDRO
-Parma
post 1629
Sacerdote, fu soprano e suonatore di trombone della Cattedrale di Parma. Nel suo
testamento del 6 luglio 1629, ricevuto dal notaio Giovanni Busana, lasciò alla chiesa
della steccata di Parma il suo trombone, con
lobbligo di far celebrare alla sua morte cento messe.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 106.
SALVI IRMA, vedi FERRARI IRMA
SALVINI ANTONIO
Parma
1796/1797
Intagliatore in legno. Nel 1796-1797 collaborò con Odoardo Panini per la
realizzazione nella chiesa della Steccata di Parma dei capitelli dellaltare
maggiore, di ventisei candelieri, di una croce e di sei portapalme.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 261.
SALVINI CARLO
Parma
25 agosto 1804-Parma 30 gennaio 1855
Figlio di Ferdinando e Camilla Corsini. Dottore in teologia, fu uno dei cento
consorziali addetti alla Cattedrale di Parma. Fu inoltre segretario della curia episcopale, il cui archivio ordinò con
cura. Il Salvini amò le belle arti e coltivò la meccanica.
FONTI
E BIBL.:
Epigrafi della Cattedrale, 1988, 117.
SALVINI DANTE
San
Lazzaro Parmense 12 settembre 1902-Ebro 18 settembre 1938
Nato da Cirillo e Irene Fava. Emigrato in francia,
risiedette a Nîmes. In Spagna combatté in una formazione non meglio precisabile delle
Brigate Internazionali. Risulta ufficialmente disperso durante i combattimenti presso
lEbro.
FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 132.
SALVINI LUIGI
Borgo
San Donnino 5 giugno 1921-Castelleone di Suasa 14 agosto 1944
Figlio
di Cesare. Studente universitario della facoltà di ingegneria, il Salvini, allo scoppio
della seconda guerra mondiale, venne arruolato nel 12° Reggimento bersaglieri di stanza a
Reggio Emilia e poi fu mandato in Croazia. ritornato
in Italia con il grado di sergente verso la fine del 1941, frequentò lAccademia
militare di Modena e alla fine del 1942 diventò ufficiale effettivo nel 5° Bersaglieri.
Dopo tre mesi di scuola di applicazione a Parma, fu trasferito nel 4° Bersaglieri e venne
mandato nel 1942 in Dalmazia, a Sebenico e a Spalato. L8 settembre 1943
lesercito italiano si trovò tra due fuochi: i Tedeschi da una parte e i partigiani
slavi dallaltra. Assieme ai suoi compagni il Salvini consegnò le armi ai
partigiani, i quali si impegnarono di condurli con motopescherecci in Italia. Buona parte
del reggimento venne imbarcata e, nonostante i mitragliamenti dei Tedeschi e le barriere
minate, riuscì a raggiungere le coste italiane. Il 23 settembre il Salvini sbarcò a Bari
e dopo qualche giorno venne trasferito a Miggiano, presso Lecce. Il Salvini si arruolò
volontario nel corpo Italiano di Liberazione
e venne impegnato in prima linea presso Colle al Volturno e Monte Marrone, dove gli
Italiani meritarono un encomio ufficiale dal comandante delle forze alleate. Il Corpo
Italiano di Liberazione fu poi trasformato in Divisione Legnano e venne inviato al fronte
Adriatico. Il Salvini morì in combattimento sul fiume Cesano, presso Castelleone, e venne
sepolto nel cimitero di Jesi. Al Salvini venne conferita alla memoria la medaglia
dargento al valor militare, con la seguente motivazione: comandante di una pattuglia di esplorazione, dopo
avere assolto con successo limportante compito affidatogli, di iniziativa e con alto
senso di solidarietà, interveniva su di un altro obiettivo, ivi richiamato dal fuoco di
una pattuglia laterale. Nel nobile intento di appoggiare lazione dei camerati, con
sprezzo del pericolo si lanciava su di una postazione tedesca. A pochi metri da una
mitragliatrice cadeva colpito da una raffica mortale, riconfermando, col supremo
sacrificio, il già provato valore, le virtù di abnegazione e di altruismo.
FONTI
E BIBL.: Decorati al Valore, 1964, 45; caduti
Resistenza, 1970, 117; Gazzetta di Parma 24 ottobre 1986, 20; Gazzetta di Parma 10 agosto
1994, 19.
SALVINI PROSPERO
Parma
1653
Pittore. È ricordato in documenti dellanno 1653. Affrescò un San Francesco
nel Battistero di Parma. Negli inventari della famiglia del Bosono sono citati due suoi
dipinti: una madonna col Bambino dormiente e
un Cristo morto (da B. Schedoni).
FONTI E BIBL.: Thieme-Becker, XXIX, 1935; Dizionario Bolaffi Pittori, X, 1975, 129.
SALVIUS MARCUS FORTUNATUS
Parma
IV/V secolo d.C.
Liberto, morto forse a cinquantacinque anni di età, dedicatario di
unepigrafe, perduta, postagli dal figlio, con i fratres, e dalla co<n>iu(n)x,
per i caratteri paleografici e contenutistici (formule D.M. e B.M.) databile a tarda età
imperiale. Il Salvius fu forse questore della via Ascicola parmense. Salvius è nomen
diffuso soprattutto nel Nord Italia, documentato con buona frequenza in tutta la
Cisalpina. Fortunatus, molto frequente soprattutto in Italia, Africa e Dalmatia, è nome
caratteristico di schiavi e liberti.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Parma Romana, 1972, 147; Arrigoni, Parmenses, 1986, 159.
SALVO DA MARANO, vedi MARANO SALVO
SALVONI ERCOLE
Noceto
1900/1933
Compositore, fratello di Secondo, fu autore di valzer (Tripoli, Giocondità),
mazurche (Pace, Fascino), Olimpia, one step, e Lampo, polca.
FONTI E BIBL.: B/S, 27; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.
SALVONI LUIGI BERNARDO
Parma
26 settembre 1723-Parma maggio 1784
Nacque da Simone e da Isabella Lansich, vedova Bellici. Ancora fanciullo (1734), si
trasferì con la famiglia a Piacenza, ove il padre aprì una caffetteria che ebbe grande
rinomanza. Fu convittore nel Seminario di Parma, ove si trovava nellanno 1743 (vi
pubblicò sonetti e canzoni). Uscitone, continuò a vestire per diverso tempo labito
clericale. Ritornò poi a Piacenza ove divulgò nel 1744 la sua tragedia Massinissa, che
il Salvoni ideò e scrisse in un mese per commessione venutagli da Venezia. Quattro anni
dopo, rilevata la stamperia bazachi di
Piacenza, si pose a stampare libri: il primo pubblicato fu una Scelta di leggiadrissime
Canzoni di celebri autori viventi fatta e pubblicata da Luigi Bernardo Salvoni (1747). Vi
si trovano in fine otto delle sue Canzonette e alcune Cantate. Nel 1753 pubblicò alcuni
suoi Componimenti drammatici scritti per ordine e servigio della Real Corte di
SantIldefonso. Nel 1766 si trasferì in Parma. Fu accademico Fluttuante e Infecondo.Fu anche emonio col nome di Ormindo Ferredo e Arcade di
Roma con quello di Nisalvo Euritense. A piacenza,
ove esercitò larte della stampa assieme al fratello uterino Andrea Bellici, fu
ascritto alla Colonia Trebbiense dellArcadia col nome di Silvago. Il Salvoni fu un
mediocre poeta. Il Bramieri, parlando di lui nelle Memorie per servire alla storia
letteraria (f. 8 del Settembre 1800) dice che le sue poesie (Opere poetiche, 1777)
salzano di rado sopra la mediocrità, e che sono nondimeno seguite da molte lodi del
troppo facile Metastasio. Linsigne poeta drammatico aveva contratto amicizia col
Salvoni allorché questi intraprese a Piacenza nel 1750 una inelegante e scorretta
edizione dei Drammi metastasiani. Le Opere
poetiche del Salvoni furono lodate anche dalle Novelle letterarie (Firenze, 1777), che,
soprattutto per i versi sciolti, lo giudicarono buon poeta. In una lettera da Genova del 2
febbraio 1754 si legge che si trovava in quel tempo a Parma per dirigere quellopera
in musica (Archivio di Stato di Parma, Carteggio Borbonico, genova, 1751-1777, b.145). La notizia
dellattività in ambito teatrale è confermata sia da una nota apposta in un carme
di nozze dedicato al patrizio lucchese Cristofaro Balbani, in cui il Salvoni scrisse che
lAutore ebbe lonore di regolare e dirigere nel Teatro di Lucca una
splendidissima opera in musica, che da un mandato di pagamento di 1912 lire a suo favore
del Teatro ducale di Parma, relativo al
Carnevale 1756-1757.In occasione delle feste per il matrimonio ducale del 1769 diresse le
musiche e nel Carnevale del 1770 collaborò ancora per il Teatro di Parma e fu retribuito
per aver accomodato i due drammi giocosi fatti diversi cambiamenti per adattarli al primo
buffo. Nel 1754, essendo diventato agente generale per lEmilia e la Lombardia della
casata Sforza Cesarini, cedette la tipografia (la stamperia continuò lattività con
il marchio Bellicci Salvoni fino ai primi anni del secolo XIX).Da una lettera del 26
dicembre 1776, riguardante la stampa dei libretti e dei manifesti per i Teatri ducali di Piacenza, risulta che era cognato
dellimpresario Lorenzo Sirena.Tenne il posto presso la casata Sforza Cesarini fino
al 1774, anche se dal luglio 1773 era stato nominato direttore dei Teatri Ducali.Nel 1774
fu incaricato da Ferdinando di Borbone di formare una compagnia italiana, basata sulle
scuole di canto e ballo funzionanti nel ducato,
per riprendere la serie degli spettacoli, come aveva fatto il Delisle con quella
francese.La compagnia era stipendiata dalla Corte e avrebbe dovuto funzionare dalla Pasqua
del 1774 a quella del 1777.Lesito di questa Accademica unione teatrale al servizio
di SAR non fu felice: fu sciolta il 5 agosto 1774 e il progetto accantonato (Archivio di
Stato di parma, Spettacoli e Teatri borbonici, b. 3).Come liquidazione il salvoni fu nominato direttore della Posta delle Lettere.Nel 1783
scrisse il testo di una cantata in occasione della nascita del secondogenito del Duca
(Piacenza, già presso Andrea Bellicci Salvoni) che, musicata da Francesco Fortunati nella
prima parte e da diversi autori nella seconda, fu eseguita dalla Nobile Accademia
Filarmonica di parma. Nel 1748, su libretto
di Francesco Saverio Baldini, musicò un dramma di cui si ignora il titolo, come pure se
venne eseguito o meno, e lanno dopo scrisse Larrivo di enea in Italia (piacenza, presso salvoni), componimento drammatico di Luigi
Bernardo Salvoni Parmigiano fra gli arcadi silvano, per onorare la venuta del Duca a
Piacenza.Anche di questo non si sa se venne musicato in qualche cantata di circostanza.
Nel 1754 il suo dramma Artaserse fu musicato da Domenico Fischietti e altri e
rappresentato al teatro Ducale di
Piacenza.Scrisse il libretto (edito a Piacenza) per il dramma giocoso Le gare degli
amanti, musicato da Francesco Fortunati e rappresentato da una compagnia che lui stesso
diresse nel 1772 al Teatro Ducale di Parma.Pubblicò (presso Bellicci Salvoni) opere poetiche di luigi Bernardo Salvoni, direttore del R.Ufficio
delle Lettere di Parma: nel primo volume sono compresi i libretti del Tolomeo (messo in
scena a Reggiolo nella stagione di Fiera del 1778) e de Lisola di Circe, nel secondo
volume il dramma Fedra e una poesia dedicata al compositore Giuseppe Carcani (dopo
lascolto delle sue musiche), oltre a cantate e canzoni. Da un decreto del 6 maggio
1788 risulta che venne accordata la pensione vedovile a domitilla Salvoni per un importo di 3 mille lire
allanno per il marito direttore della Posta delle Lettere.dato che, ai sensi del decreto del 17 ottobre
1781, salvo casi eccezionali indicati volta per volta, la pensione equivaleva a un terzo
del soldo percepito dal marito, si deduce che il Salvoni godesse di un soldo veramente
eccezionale (Archivio di Stato di parma,
Decreti e Rescritti).Il Paciaudi lasciò memoria di lui in unepigrafe.Un ritratto,
eseguito da Simon Ravenet, è inciso sullantiporta delle Opere poetiche (volume I).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833,
IV, 249-251; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 378-379; L.Cerri, in
Strenna Piacentina 1899, 21-24; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
SALVONI SECONDO
Noceto
1900/1933
Diplomato in corno nel 1917 al conservatorio
di Parma, oltre a suonare in orchestre, fu autore di diversi ballabili, molti dei quali
editi dalla casa editrice cui aveva dato vita.compose
i valzer chimere (1933), Cuore soavità, osmana,
mazurka, Ardente (1933) e passa
lamore, one step.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.
SAM, vedi PINI ALBERTO LUIGI
SAMACCHINI
ERCOLE
Parma
seconda metà del XVI secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane,
IV, 304.
SAMBUCHI GIUSEPPE
Tizzano
Val Parma 14 dicembre 1891-Tizzano Val Parma 28 maggio 1967
Si diplomò giovanissimo (1910) in oboe presso il Conservatorio di Parma, dove ebbe
compagni di studio Ghione e Del Campo. successivamente
svolse attività concertistiche in tutta lEuropa del Nord e principalmente in
Svezia, dove gli fu offerta la cattedra presso il conservatorio
di Uppsala. Limprovviso scoppio della prima guerra mondiale e il conseguente
richiamo della riserva lo riportarono in Patria a vestire luniforme militare,
dapprima sul fronte macedone, quindi su quello italiano, ove seppe distinguersi in
numerosi fatti darme, quali quelli delle Giudicarie ePasso Buole, fino alle tremende
battaglie per la conquista del Grappa. Terminata la guerra, fu insegnante al Conservatorio
di Trento, da dove si trasferì nel 1922 a Roma, dove entrò a far parte della banda dei
Carabinieri, in cui militò come primo oboe fino al collocamento a riposo avvenuto nel
1952. Fu presente a tutti i concerti che nel trentennale arco di attività la banda tenne
in Italia e allestero. Lasciata la divisa, tornò a vivere a Tizzano, dove diede
vita alla sezione Carabinieri in congedo, di cui fu anche presidente. Il Sambuchi fu
inoltre presidente della sezione ex combattenti e reduci.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 174; La scomparsa a Tizzano del
prof. G.Sambuchi, in Gazzetta di Parma 29 maggio 1967, 2; F. da Mareto, Bibliografia, II,
1974, 957.
SAMBUCHI PIER GIOVANNI, vedi SAMBUCHI PIETRO GIOVANNI
SAMBUCHI PIETRO GIOVANNI
Gubinaria
di Tizzano 13 luglio 1840-29 luglio 1907
Fu orologiaio e buon falegname. Nel 1898, autonomamente e da autodidatta, compì un
tentativo di volo con un apparecchio ad ali completamente articolate. Lazione
motrice era affidata a una potente molla che il Sambuchi si riprometteva di ricaricare
durante il volo, analogamente a quanto si pratica nella ricarica degli orologi. I vari
rotismi cilindrici e conici, che servivano a trasmettere il moto alle ali articolate,
furono fatti costruire a Genova, mentre il rimanente dellapparecchio fu costruito
dal Sambuchi alla Gubinaria di Tizzano, dove abitava e aveva la sua proprietà. Portatosi
con lapparecchio sullo spiazzo del Castello di Tizzano, il Sambuchi spiccò il volo:
lapparecchio procedette in avanti per un certo tratto, ma poi, mancata lazione
motrice della molla, precipitò. Il Sambuchi rimase ferito e lapparecchio andò in
frantumi.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Tizzano, 1970, 85-86; Gazzetta di Parma 25 maggio 1987,
3.
SAMECK NELDA, vedi ROMANI NELDA
SAMORÉ ANTONIO
Bardi
4 dicembre 1905-Roma 3 febbraio 1983
Nato da Gino, segretario comunale, e giuseppina
Basini.Frequentate le scuole elementari a Bardi, a undici anni entrò nel Seminario
vescovile di Piacenza. Fu ammesso (1921) al collegio
Alberoni di Piacenza, ove completò gli studi liceali e il ciclo teologico. Ricevette
lordinazione sacerdotale il 10 giugno 1928 e nel 1929 fu assegnato come vice parroco
a San Savino in Piacenza, appena dopo aver conseguito la laurea in sacra teologia. È del
1930 il primo suo scritto di cui si abbia notizia, pubblicato in un giornale locale: una
perorazione per la costruzione della nuova chiesa di Bardi (Un progetto, in Eco di Bardi,
numero unico, 10 agosto 1930, 3). A ventisette anni fu chiamato al servizio della Santa
Sede e inviato presso la Nunziatura Apostolica in Lituania, ove rimase per sei anni come
addetto e poi come segretario della Nunziatura stessa. Fu in quel periodo che ebbe a
compiere missioni e viaggi nei paesi baltici e in Polonia. Il ricordo, la stima e
lamicizia per quelle nazioni gli rimasero per tutta la vita ed ebbero conseguenze
positive anche a distanza di molti anni. Nel 1938 conseguì la laurea in diritto canonico
allAteneo Lateranense in Roma. Dopo una breve permanenza nella Nunziatura Apostolica
di Berna, fu chiamato in Segreteria di Stato, prima sezione, ove rimase per nove anni
cruciali: gli anni della seconda guerra mondiale. Tracce e indicazioni sullattività
del Samoré in quegli anni si trovano nella monumentale pubblicazione degli Atti e
documenti della Santa Sede relativi alla seconda guerra mondiale (pubblicati tra il 1967 e
il 1981). Nella prima parte del terzo volume il Samoré, allora minutante presso la Sacra
Congregazione degli Affari Ecclesiastici straordinari, viene citato come destinatario di
un incarico delicato. Si trattava di una notizia che il nunzio apostolico Borgongini Duca
aveva trasmesso il 1° ottobre 1940 al cardinale Maglione, segretario di Stato: il
governatore tedesco del territorio polacco, ministro Hans Frank, che faceva professione di
cattolico, intendeva far giungere al papa
lassicurazione che ogni Suo augusto desiderio sarebbe stato accolto da lui nel
miglior modo. Di fronte alla comunicazione di Borgongini Duca, Tardini, stretto
collaboratore del Maglione, postillò la lettera con queste parole: Mons. Samoré
suggerisca qualche cosa che si potrebbe chiedere al Dott. Frank. Dunque già allora al
Samoré vennero affidati compiti delicati e che richiedevano intuito diplomatico e
psicologico, che non si possono definire soltanto di carattere esecutivo. Dagli Atti
pubblicati, risulta che nel luglio 1943 il Samoré fu lincaricato della Segreteria
di Stato per gli affari della Polonia e poco dopo (ormai non più minutante ma attaché)
si occupò anche della sorte degli ebrei deportati in Germania. A guerra appena finita,
Myron Taylor, rappresentante del presidente degli Stati Uniti presso la Santa Sede,
richiese una relazione sui punti di vista del papa
sulla Russia e sul comunismo. La risposta fu affidata al Samoré, che preparò una nota il
cui abbozzo fu sottoposto a Tardini il 23 giugno 1945. Stesa il 28 in bella copia, fu
presentata a papa Pio XII, che lapprovò apportando due sole modifiche. Ricco di
quella intensa esperienza fatta durante nove anni di attività, nel 1947 il Samoré fu
promosso consigliere di Nunziatura e inviato nella Delegazione Apostolica degli Stati
Uniti. Il 30 gennaio 1950 fu nominato arcivescovo titolare di Tirnovo e trasferito in
Colombia come nunzio apostolico. Tra i documenti della Segreteria di Stato, si trovano non
poche minute, relazioni e lettere scritte in uno stile asciutto, essenziale e chiaro,
quale era quello del Samoré. Ebbe a maestro in quegli anni monsignor Tardini e apprese,
non senza pene e fatiche, la disciplina della sobrietà e della riservatezza: una nota
diplomatica che gli chiese di preparare per richiamare energicamente lattenzione del
Governo tedesco sulle crudeltà e le prepotenze attuate in Polonia, Tardini gliela fece
rifare diciassette volte prima che il testo venisse definitivamente approvato
(lepisodio è ricordato anche da Nicolini nella biografia del cardinale Tardini). In
Colombia il Samoré si trovò a essere la voce ufficiale della Santa Sede: rimangono i
testi di un centinaio di allocuzioni, discorsi, omelie, scritti e radio-messaggi, diluiti
in un periodo di meno di tre anni. Sono discorsi diplomatici, prolusioni e relazioni e
toccano, oltre che argomenti religiosi, iniziative caritative, incoraggiamenti al
progresso sociale e culturale, illustrazioni di carattere storico, interpretazioni dei
documenti pontifici e il discorso di risposta allUniversità che gli conferì la
laurea honoris causa in filosofia e lettere. In quegli scritti e discorsi si colgono due
aspetti caratteristici del Samoré: molti suoi interventi furono fatti per promuovere
opere nuove o per consacrare opere puntualmente compiute, col dinamismo che sempre lo
contraddistinse, inoltre nei discorsi e negli scritti di allora anticipò le principali
tematiche affrontate negli anni seguenti nelle encicliche papali e nello stesso Concilio
ecumenico (la pace tra le nazioni, limpegno nel sociale, lapostolato dei
laici, i problemi dei giovani, la missione della Chiesa nel mondo moderno). Nel marzo del
1953 il Samoré venne chiamato dal papa
allufficio di segretario della congregazione
per gli Affari Ecclesiastici Straordinari, in quella prima sezione della Segreteria di
Stato che lo aveva visto operare fin dal 1938 come minutante. In tale ufficio rimase
durante il pontificato di Pio XII, poi con Giovanni XXIII e ancora con Paolo VI, finché
non fu nominato cardinale nel Concistoro del 26 giugno 1967. Nel 1956 riprese a diffondere
la sua voce pubblicamente e a mezzo della stampa, perché, sia pure conservando
lufficio di segretario della Congregazione per gli Affari ecclesiastici Straordinari, dovette adempiere
missioni esterne o collaterali e occuparsi di altri incarichi di rilevo che imponevano
attività pubbliche. Fu infatti membro della Commissione preparatoria della Conferenza
generale dellepiscopato
latino-americano (tenuta a Rio de Janeiro nel luglio-agosto 1955), poi segretario, vice
presidente e infine presidente della commissione
per lAmerica Latina (dal 1958 al 1969), consultore delle Sacre Congregazioni per la
Dottrina della Fede, in quella per i Vescovi e in quella per la Chiese Orientali, fu
presidente della Pontificia Commissione per la Russia, consulente della Commissione
preparatoria del Concilio e membro della commissione
Conciliare per lApostolato dei Laici. È da rilevare come tra tanti gravosi impegni
affidatigli, il Samoré non rallentò quelli pastorali e di carità: lidea di
promuovere la costruzione di un accogliente sito per i vecchi in Bardi (Villa Mater
Gratiae) è del 1957 (linaugurazione è del settembre 1960), nel 1963 progettò la
costruzione della Casa della Gioventù (linaugurazione avvenne nella Pasqua del
1965) e nel 1967 progettò la costruzione della Scuola materna, inaugurata nel settembre
del 1973. Ma contemporaneamente a Roma diresse Villa Nazareth e il convento delle suore di
Vetralla. In quegli stessi anni, tra i molti scritti e discorsi, iniziò la sua
partecipazione alle attività della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi.
La prima relazione è del 17 settembre 1961, in una seduta nel Castello di Bardi promossa
in suo onore. Il Samoré parlò del collegio notarile istituito dallimperatore
Mattia l8 novembre 1616 a Bardi e ricevette da Roberto andreotti, presidente della Deputazione, il
diploma di membro emerito onorifico. Negli anni successivi intensificò i rapporti e nel
1974 presentò in una solenne seduta a Parma, la Bibliografia generale delle antiche
Province Parmensi, opera di padre Felice da Mareto. Per restare nellambito dei suoi
interventi culturali nellarea di Parma, nel 1975 presentò nella badia di torrechiara il libro di Angelo ciavarella su Luigi
Battei, libraio, tipografo, editore. Poi iniziò la serie delle sue relazioni alla deputazione e delle sue pubblicazioni, con le
quali pose vaste e solide basi per le ricerche future sulla storia dello Stato Landi: tra
queste, lAtlante storico dei territori di Bardi, Borgo Val di Taro e compiano che è la sua maggiore opera di carattere
storico. Concorsero a queste ricerche e studi la felice coincidenza dellaffetto per
la terra natale, la sua passione per la storia, la capacità a renderla piana e attraente
anche per il lettore non aduso e la disponibilità che egli ebbe dellaccesso agli
archivi (non soltanto a quello vaticano e a
quello Doria Landi Pamphily). Per la Deputazione di Storia Patria, vanno ancora ricordate
la presentazione di unaltra pregevole opera di Felice da mareto, Chiese e conventi di Parma, la
celebrazione del millennio dellinsigne abbazia di San giovanni Evangelista di Parma, e infine la
commemorazione con cui il 14 dicembre 1980 illustrò la vita e le opere di padre Felice da
Mareto. Tutto ciò nella continuità dei suoi impegni ecclesiastici come prefetto, dal
novembre 1968 al gennaio 1974, della Sacra Congregazione per la Disciplina dei sacramenti, carica che comportava responsabilità
senza limiti territoriali e di essenziale rilevanza per la Chiesa e per i cattolici di
tutto il mondo. Si occupò di Studi cateriniani, del collegio Alberoni (la cui Storia, curata da padre
Felice Rossi di Piacenza, seguì con assidua attenzione), del Centro Studi della Valle del
Ceno, che fu solennemente inaugurato il 23 aprile 1973 e che presiedette per dieci anni,
promuovendone tutte le iniziative culturali (dieci pubblicazioni), le mostre, le
conferenze, i concerti, ma soprattutto stimolando e seguendo le attività intese a
restaurare il castello di Bardi. Fu uomo aperto a tutti gli aspetti, i problemi, le attese
e le istanze della vita moderna: lo ricordò così Giulio Andreotti nella commemorazione
che tenne il 2 luglio 1983 a Bardi, a proposito dellinteresse che il Samoré non
disdegnò di avere per lo sport (del gennaio 1973 è un suo scritto sulla Spiritualità
nello sport nella rivista Panathlon International, e tenne un solenne discorso a Olimpia
nel luglio 1978, durante la XVIII sessione dellassociazione Olimpica Internazionale). Il 23
gennaio 1974 fu nominato bibliotecario e archivista della Chiesa. Sotto la regia del samoré, archivio e biblioteca vaticani vissero
eventi importanti: mostre di codici pregevolissimi, esposizioni di documenti, convegni,
congressi, celebrazioni per il quinto centenario della Vaticana e linaugurazione,
alla presenza del pontefice il 18 ottobre
1980, del nuovo deposito dellArchivio Segreto, consistente in 4500 metri quadrati di
superficie e di 50 chilometri lineari di scaffalature. Nel 1978 papa Giovanni Paolo II
mandò il Samoré in america Latina, come
suo rappresentante, per aiutare Argentina e Cile nella ricerca di unintesa nella
difficile controversia che li opponeva per il possesso del canale di Beagle e di alcune
isole vicine, nella regione della Terra del Fuoco. Il felice esito della missione
dimostrò ancora una volta la sua abilità in campo diplomatico. Questo successo gli valse
il profondo riconoscimento delle due nazioni, che gli intitolarono piazze e vie delle loro
metropoli. Per suo desiderio, il Samoré fu sepolto nel monastero del carmelo a Vetralla, dove riposa anche il
cardinale Tardini, suo maestro spirituale. Nel decimo anniversario della sua scomparsa
Argentina e Cile intitolarono a suo nome il passo Puyehne, che segna il confine tra i due
stati sudamericani.
FONTI E BIBL.: Sullattività del Samoré nella diplomazia vaticana e presso
la Santa Sede, cfr. Actes et documents du Saint-Siège, 1950 e seguenti (in particolare i
volumi III e XI) Numerosi sono gli scritti di storia locale, per un quadro complessivo dei
quali, cfr. G. Nicolini, Scritti del Card. Antonio Samoré, Bardi, 1982. Sul Samoré, cfr.
A. Sodano, Nel X anniversario della morte del Card. Samoré, in La Famiglia bardigiana, 45, 1993, 9-10; G. Montalvo,
Lopera del Card. Samoré nella mediazione papale tra Cile e Argentina, in La
Famiglia bardigiana, 45, 1993, 10-11; A.
Silvestrini, Una vita al servizio della S. Sede e della Chiesa, in La Famiglia bardigiana, 45, 1993, 12-13; Il Cardinale Samoré,
Piacenza, 1984; P. Pellizzari, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1983, 57-69;
M. Caffagnini, in Gazzetta di Parma 19 settembre 1993, 34; A. Silvestrini, in Studium 3
1993, 345-354; B. Perazzoli, in Dizionario storico del Movimento Cattolico. Aggiornamento,
1997, 440.
SAMPERI ELENA
Genova
1951-San Paolo 30 ottobre 1987
A Mossale apprese i primi insegnamenti di pittura dal suo vicino di casa, Arnaldo
Bartoli, artista dotato di una forte capacità di sintesi poetica.La passione per
larte la portò a laurearsi in lingue straniere e
storia dellarte a Genova. Poi andò a Londra per insegnare ma anche per partecipare
ai grandi dibattiti sul sociale, sulla medicina alternativa e sul ruolo della donna. Fu
socia del Womens images e prese parte alle mostre itineranti Womens images of
men (1980) e Pandoras Box (1984-1985). Quindi lasciò lInghilterra per il
Brasile (1986). Si interessò di medicina alternativa, di riflessologia e aromaterapia.
Lincontro con nuove problematiche, tra cui la distruzione della foresta amazzonica,
sono allorigine dei temi degli ultimi lavori, che furono esposti in una mostra
postuma a Londra nel marzo 1988. Morì a soli trentasei anni in un incidente stradale. Fu
sepolta a Mossale Superiore.
FONTI E BIBL.: P.P. Mendogni, in Gazzetta di Parma 21 luglio 1988, 3.
SANBONIFACIO
GIOVANNINO
Parma
seconda metà del XV secolo
Boccalaro attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
II, 323.
SANDEI
Parma 1780
Fu cantore alla Cattedrale di Parma il 4 giugno 1780.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.
SANDEO FELINO MARIA
Felino
1444-Roma 6 settembre 1509
Professore di diritto canonico a Ferrara (1466) e di diritto romano a Pisa (1474),
fu poi nominato uditore di Rota, referendario utriusque Signaturae, canonico di Ferrara,
vice uditore della Camera apostolica, vescovo di Atri e Penne (1495) e infine di Lucca
(1499). Fu a fianco della Santa Sede nelle questioni con Ferdinando I di Napoli e con
Carlo VIII di Francia. Per confermare verso il primo il buon diritto della Santa Sede
contro il cosiddetto privilegio della monarchia sicula, scrisse lopera De regibus
Siciliae et Apuliae (Milano, 1485, e Hannover, 1601), ove riassume gli avvenimenti dal 537
al 1494. In materia di diritto scrisse un Commento alle Decretali (Venezia, 1497-1499;
Lione 1519, 1535 e 1587), dei Consilia (Lipsia, 1553, e Venezia, 1582), delle Repetitiones
ad alcuni punti particolari del diritto (Bologna, 1498), una Concordantia iuris, civile e
canonico, che è rimasta inedita, e alcuni saggi della storia diplomatica del tempo. A
Lucca raccolse i codici che formarono il primo fondo della Biblioteca capitolare, da lui
detta Feliniana.
FONTI E BIBL.: I.F. Schulte, Die Geschichte der Quellen und Literatur des can.
Rechts, II, Stoccarda, 1875, 351; N. Hilling, Felinus Sandeus auditor der Rota, in Archiv.
f. kath. Kirchenrecht 84, 1904, 94-106; E.
Cerchiari, Cappellani Papae et Apost. Sedis auditores, II, Roma, 1920, 71-72; P.
Palazzini, Benedictus de Benedictis, in Apollinaris 19 1947, 267; Hurter, II, 1171-1173;
P. Palazzini, in Encilcopedia Cattolica, X, 1953, 1753; Grandi del cattolicesimo, 1955,
408; Dizionario Ecclesiastico, III, 1958, 692; EBCU, 1978, 445.
SANDEO LODOVICO
Ferrara
1445 c.-1482
Fratello del celebre canonista Felino Maria. Si distinse sia nelle lettere greche
che in quelle latine e coltivò la poesia. Fu assai stimato dagli Este, in particolare dal
duca Borso. Strinse amicizia con molti illustri personaggi del suo tempo. Pur essendo
concittadino e amico del Tibaldeo, non ne seguì la scuola, ma si attenne alla lezione
più pura e nobile del Petrarca. Non fu privo però di nei, sia nella lingua che nella
felicità e sceltezza delle rime. Morì di peste insieme ad altri dieci componenti della
sua famiglia. I suoi versi furono stampati postumi a Pisa nel 1485 e furono dedicati ad
Alberto dEste. La Biblioteca Estense conserva, secondo quanto testimonia il Quadrio,
diversi manoscritto di sue rime.
FONTI
E BIBL.:
Parnaso italiano. Lirici, XI, 1846, 999.
SANDONI FRANCESCA, vedi CUZZONI FRANCESCA
SANDRI GIUSEPPE
Madregolo
1832/1858
Possidente. Fu sindaco di Collecchio (talvolta facente funzione di podestà)
dall11 giugno 1832 fino almeno allanno successivo. Fu consigliere anziano dal
1854 al 1858. Il 23 marzo 1858 cedette al comune
di Collecchio una porzione di terreno per il rassettamento della strada di Roma a
Madregolo.
FONTI
E BIBL.: U. Delsante-R. Barbieri, Collecchio, storia e immagini daltri tempi,
Collecchio, 1978; U. Delsante, Dizionario dei Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo
1960, 3; Indice analitico ed alfabetico della Raccolta generale delle leggi per gli Stati
di Parma, Piacenza e Guastalla degli anni 1814 al 1835, I, Parma, 1837; Malacoda 10 1987,
73.
SANDRINI EVASIO
Fontanellato
24 novembre 1922-Fornovo di Taro 8 novembre 1944
Figlio di Dario. Partigiano della 31a Brigata Garibaldi Forni, fu
decorato di medaglia dargento al valor militare, con la seguente motivazione: Con
pochi uomini non esitava ad attaccare un forte nucleo di nemici. Circondato ed avendo
rifiutato di arrendersi, veniva colpito a morte. Fulgido esempio del più puro eroismo.
FONTI E BIBL.: Decorati al Valore,
1964, 47-48; Caduti Resistenza, 1970, 90.
SANELLI FERDINANDO
Parma
14 maggio 1816-Maranhão 15 dicembre 1861
Dopo aver studiato composizione privatamente con giuseppe alinovi,
fu corista e poi suggeritore nel Teatro Ducale di Parma (1835-1836). Nel 1839 si trasferì
a Mantova in qualità di maestro dei cori. Dopo un breve soggiorno a Milano e in Messico,
si fermò a parigi per perfezionarsi nella
composizione. Prima del ritorno in patria si recò in inghilterra (1843). Tornato in Italia, fu colto
nel 1854 da un attacco di follia. Nel 1858, ristabilito, cantò il 25 aprile a Parigi
nellotello di rossini la parte di Rodrigo, sostituendo Balart,
ed ebbe lincarico di maestro direttore e concertatore dorchestra
dellimpresa Mariangeli per i teatri di Pernambuco e di San Luigi di maranhão in Brasile. Tre anni dopo, colto di
nuovo da follia e malato di cancrena a un piede, morì. Le sue opere ebbero quasi sempre
un buon successo iniziale, senza riuscire peraltro a mantenersi in repertorio a causa
della genericità del loro stile. Il Sanelli compose le seguenti opere: Le Nozze
improvvise (montagnana, Teatro sociale, novembre 1838), La Cantante (G. sacchèro; Milano, Teatro Re, 2 febbraio 1841), I
Due sergenti (F. Romani; Torino, Teatro Regio, carnevale
1842), ermengarda (Martini; Milano, Teatro
Alla Scala, 10 novembre 1844), Luisa Strozzi (Martini; Parma, Teatro Regio, 27 maggio
1846), Gennaro Annese (Firenze, Teatro pergola,
5 aprile 1848), Il Fornaretto (A. Codebò; Parma, Teatro Regio, 24 marzo 1851; anche col
titolo Piero di Vasco), La tradita! (A.
Codebò; Venezia, Teatro La Fenice, 2 marzo 1852), Camoëns (A. Codebò; Torino, Teatro
Regio, 25 dicembre 1852), Ottavia (G. peruzzini;
Milano, Teatro Alla Scala, 11 febbraio 1854), Gusmano il buono (G. Peruzzini; mantova, Teatro Sociale, 10 febbraio 1855; in
edizione riveduta, Parma, Teatro Regio, 14 febbraio 1857, col titolo Gusmano il prode).
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, Fasti Musicali; G.B. Janelli, dizionario biografico dei Parmigiani, 1884,
48-49; N.Pelicelli, Musicisti in Parma, in Note dArchivio 1936; Enciclopedia dello
Spettacolo, VIII, 1961, 1471; Dizionario dei musicisti UTET, 1988, VI, 567; G.N.Vetro,
Dizionario, 1998.
SANELLI GUALTIERO, vedi SANELLI FERNANDO
SANGIORGI ANTONIO GIOVAN BATTISTA
Parma-Parma
1845
Maestro compositore. Nel 1840 diede alle scene due opere: Il contestabile di
Chester (a Reggio Emilia) e Il Colombo (a Parma).
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, Fasti musicali, 1875, 147.
SANGIORGI LUCIANO
Bologna
1921-Parma 19 marzo 1992
Sposò
la figlia del pittore e fotografo Libero Tosi e visse, con lei e i figli, sempre a Parma. controcorrente, alla ricerca di una cifra musicale
personalissima, il Sangiorgi fu uno dei primi esecutori della musica jazz in Italia. Prima
della seconda guerra mondiale, in casa Sangiorgi, che già da bambino suonava il piano,
arrivavano, clandestinamente, i dischi di George Gershwin. Lamore del Sangiorgi per
questo genere musicale fu immediato e contagioso. Con amici prese a frequentare cantine
dove si suonava lo swing e il boogie woogie. Nel 1943 Sangiorgi firmò un contratto per
lEIAR: cinquecento lire per ogni esibizione. Già famoso, nel 1947 il Sangiorgi si
esibì trionfalmente al San Carlo di Napoli e alla Fenice di Venezia con grandi orchestre
sinfoniche: Gershwin accanto a Sibelius e Vivaldi. Nel curriculum del Sangiorgi, estroso
pianista, non mancano le incisioni (per la Durium e per la Cetra) ma i suoi pezzi di
bravura furono certamente le esibizioni dal vivo. Straordinario manipolatore,
improvvisatore, genio della rapsodia, seppe ricreare, magari da appunti di viaggio,
atmosfere estrose e trasognate. Nel 1991 venne celebrato, con un concerto nel chiostro
degli Agostiniani a Viterbo, per i cinquantanni di carriera. Il Sangiorgi eseguì
brani dellamato Gershwin, di Bernstein e di Ellington.
FONTI
E BIBL.: D. Barioni, in Gazzetta di Parma 20 marzo 1992, 7.
SANGIORGIO GIANANTONIO o GIANNANTONIO, vedi SANGIORGIO GIOVANNI ANTONIO
SANGIORGIO GIOVANNI ANTONIO
Milano-Roma
14 marzo 1509
Alletà
di ventotto anni insegnò leggi canoniche a Pavia. Il Panciroli e il Doujat lo citano come
autorevole dottore col nome di cardinalis
Alexandrinus o più spesso col semplice titolo di Praepositus (dalla prevostura di santambrogio
che occupò in Milano), per le opere che lasciò a illustrazione dei decretali, nonché di
peculiari argomenti. LOldoino, nellAteneo romano, lo chiama sui aevi
Jurisconsultorum Princeps. Da papa Sisto IV nel 1479 fu nominato vescovo di Alessandria:
in quella città più che mai vive la memoria della religione, e liberalità sua, per i
sontuosi e ricchi paramenti, e vasi dargento, che ha donati alla chiesa cattedrale,
e per lampio sito, che a sue spese comprò, contiguo al medesimo tempio, per
fabbricarvi una canonica, nella quale abitando tutti i canonici, fossero più comodi e
pronti allassistenza del coro (Ghilini, Teatro di uomini letterati, tomo I). Creato
dallo stesso papa uditore della Rota romana
e referendario apostolico, lasciò la sede di Alessandria. Poi papa Alessandro VI lo
promosse al cardinalato (1493). Per i papi alessandro
VI e Giulio II sostenne importanti uffici e varie legazioni. Fu nominato vescovo di Parma
da Alessandro VI il 6 settembre 1499 e prese possesso della Diocesi per procuratore il 22
settembre 1499. In rapida successione gli furono poi assegnate le rendite dei vescovadi di
Alba, Frascati, Palestrina e Sabina, col titolo di patriarca gerosolimitano. Sembra
lasciasse alla Cattedrale di Parma bellissimi paramenti e altre ricche suppellettili.
Rifece in massima parte la grande fabbrica del vescovado e lo ridusse nella forma attuale.
secondo il Pico, Giulio II, assente da Roma
e impiegato personalmente nel recuperare Perugia e Bologna, affidò al Sangiorgio il
governo di Roma. Fu sepolto nella chiesa di San Celso in Roma, presso il ponte di Castel santangelo.
Camillo Porcario recitò a sua lode unorazione. Gli fu posto questepitaffio:
Hic sepultum est corpus R. Domini D. Jo. Antonii de S. Giorgio Mediolanen. Episc. Sabin.
S. R. E. Card. Alexandrini nuncupati societas salvatoris
ad Sancta Sanctorum heres e testamento B. P. posuit MDX. VII Kal. Decembris. Il Sangiorgio
lasciò tutti i suoi beni alla società
sotto linvocazione di San Salvatore.
FONTI
E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 237-238; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi,
II, 1856, 5-11; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 240.
SANGUINETTI
CESARE
Parma
9 gennaio 1853-1921
Figlio di Guglielmo e Carolina Manara. laureatosi
in legge a ventanni, percorse una rapida e brillante carriera di avvocato. Oratore
fascinoso, logico e stringente, ebbe un periodo di grande popolarità. Fu presidente
dellordine degli Avvocati dal 1900 al
1908, anno in cui abbandonò la professione e si ritirò a vita privata. Dal 1881 al 1894
fu consigliere comunale e dal 1882 al 1884 consigliere provinciale. Fu inoltre deputato al
Parlamento per il Collegio di Parma nelle legislature del 1889 e del 1892 (si schierò
nelle file repubblicane). Il Sanguinetti fu anche letterato: lasciò due volumetti di
poesie (Violetta e Ombre leggiere).
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 137.
SANI EZIO
Noceto
o Parma 27 marzo 1919-Parma 28 aprile 1945
Figlio di Riccardo Sani e Ines Soncini. calzolaio,
l8 dicembre 1944 sposò Irma Gina Ponzi. Subito dopo il matrimonio il Sani, date le
sue idee politiche, fu costretto a scappare in montagna, con un fratello, verso Lagrimone.
Il Sani aderì poi alla Brigata Parma Vecchia che doveva impedire laccesso a Parma
delle forze nemiche, facilitando lingresso dei partigiani della montagna e degli
alleati. Tornò a Parma il 26 aprile 1945. La moglie lo rivide soltanto il 28: si
incontrarono in borgo parente, al funerale
di un altro partigiano, Aristide Rossi. Dopo poche ore il Sani fu ucciso da un cecchino
delle brigate nere appollaiato sul tetto dellex pretura. Il Sani si accingeva ad
attraversare il ponte di Mezzo, quando il fascista gli sparò, colpendolo al braccio
sinistro e al cuore.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 21 gennaio 1984.
SANI LUCIANO
Parma
1881/1914
Fu bracciante e poeta. Tra il 1901 e il 1914 pubblicò diversi suoi scritti.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 509.
SANI PAOLO
Roma
1855c.-
Visse per lungo tempo a Collecchio ove sposò la contessa Maria Bondani. Prestò
servizio come tenete nellEsercito regio. Nel 1883 scrisse un opuscolo dal titolo
Fagiani
dorati? Osservazioni postume dellimputato nella causa Carrega-Sani. La
causa di cui tratta il Sani riguarda la sua imputazione da parte dei marchesi Carrega di
aver ucciso un fagiano sulla strada che separava i poderi del Sani dalla tenuta boscosa
dei Carrega. Il Sani fu condannato dal Tribunale di Parma. Con lopuscolo confutò le
accuse dei suoi avversari con logica stringente e stile vivo, piacevole e spigliato, ricco
di citazioni in francese e corredato da una vastissima bibliografia venatoria di ogni
nazione europea. Nella Biblioteca Palatina di Parma esisteva un altro scritto del Sani, La
scuola di guerra (Battei, 1881), che, benché figuri nel catalogo, non risulta reperibile.
Sembra comunque che il Sani abbia scritto numerosi romanzi, uno dei quali, Il delitto
dellalbergo dellAquila dOro, ambientato in Collecchio.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei collecchiesi,
in Gazzetta di Parma, 14 marzo 1960, 3.
SANI RICCARDO
Noceto
1889-Monte Cengio 30 maggio 1916
Figlio di Ernesto. Granatiere del Reggimento granatieri,
fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione:
Portaordini al comando di un battaglione, eseguiva il suo speciale servizio in modo
esemplare. Animato da profonda devozione verso il suo comandante, lo seguiva in un
pericoloso spostamento durante il quale cadeva colpito a morte. Vittima del dovere e della
sua devozione.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1917, dispensa 78a, 6456; Decorati
al Valore, 1964, 63-64.
SANINI GAETANO
Parma
23 aprile 1782-post 1866
Figlio di Antonio e Luisa Menori. Argentiere, fu titolare di una bottega senza
dubbio assai attiva, dovendosi a lui attribuire, oltre a un cospicuo nucleo di oggetti
della chiesa della Steccata di Parma, alcuni lavori conservati in altre chiese del
Parmense: a esempio il paliotto della Cattedrale di Borgo San Donnino (cfr. G. Cirillo-G.
Godi, 1984, 27), il turibolo con navicella della chiesa di San Pietro a Vigatto (cfr. G.
Cirillo-G. Godi, II, 339), il calice della chiesa di San Bernardo di Fontevivo e il
turibolo con navicella della chiesa parrocchiale di San Nazzaro di Sissa (cfr. schede
Catalogo Soprintendenza Beni Artistici e Storici). Il Sanini divenne, presumibilmente
dagli inizi del XIX secolo, largentiere di fiducia dellordine Costantiniano, come risulta dagli inventari
del primo Ottocento, in cui figura come pesatore ufficiale e controllore della qualità
dellargenteria, succedendo in tal ruolo a Maurizio Vighi. Il Sanini realizzò, tra
laltro, una serie di lampade per la Steccata, che fu acquistata a spese della Gran
Cancelleria dellordine Costantiniano,
come si deduce sia dalliscrizione sulla coppa sia dallInventario datato 1830,
ma aggiornato con note di epoca successiva. Il Sanini rivela nelle lampade, come negli
altri suoi lavori, scelte formali e decorative sobrie, proprie del gusto neoclassico:
forme rigorose, non prive di eleganza, sono arricchite dai tipici motivi ornamentali a
perlinature, baccellature, girali affrontati, corone dalloro, mai esuberanti, ma
piuttosto equilibratamente accostati a nitide e lucide superfici.
FONTI E BIBL.: Archivio dellOrdine Costantiniano di San Giorgio, Parma, serie
XVI, busta 10 inventario 1830; Per uso del
santificare, 1991, 98-99.
SANINI GIUSEPPE
-Parma
19 gennaio 1842
Fu per oltre ventanni parroco della Ghiaia di Fontanellato. Compì studi
severi nelle discipline letterarie, filosofiche e morali. Fu in particolare cultore delle
lingue orientali: pubblicò una traduzione di Salmi, che fu però confutata dal De Rossi.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 361.
SANINI GIUSEPPE
Parma
7 ottobre 1825-Genova 21 ottobre 1910
Figlio di Giovanni e Maria Villani. Laureato in legge. Lamor patrio lo spinse
a partecipare di propria iniziativa alle guerre del 1848-1849, ma lesito non
favorevole di esse lo disilluse e lo indusse a diventare proscritto e a rifugiarsi in
Grecia. Quando gli eventi ritornarono favorevoli, rientrò in patria, a combattere nelle
schiere di Giuseppe Garibaldi. Partecipò alla battaglia del Volturno, dopo la quale venne
proposto capitano di Stato maggiore e decorato sul campo di medaglia al valore militare.
Nella vita civile si distinse prestando la sua opera per molti anni quale direttore del
ricreatorio G. Garibaldi di Parma. Nel 1864 il sanini
fu tenuto sotto sorveglianza dal Ministero dellInterno perché fervente
repubblicano.
FONTI E BIBL.: Il Presente 26 ottobre 1910, n. 87; C.Guerci, in Il Presente 29
ottobre 1910, n. 88; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 420; P. dangiolini,
Ministero dellInterno, 1964, 207; t. marcheselli,
Strade di Parma, III, 1990, 40.
SANINI MARIO
-Parma
31 agosto 1889
Fece da volontario la campagna risorgimentale 1870-1871.
FONTI E BIBL.: Corriere di Parma 2 settembre 1889, n. 201; G. Sitti, Il
Risorgimento italiano, 1915, 420.
SANINI OSVALDO
Candia
1875-post 1926
Figlio del garibaldino Giuseppe. Ebbe educazione classica e si laureò in legge. Fu
giornalista e poeta di un classicismo superato, chiuso sia alla lirica dannunziana sia a
quella del Carducci. Il suo verseggiare è spesso vigorosamente foscoliano e riproduce non
di rado, non senza fortuna, la maniera più forte del marradi, quale appare dai sonetti di Vita nuova,
Nella steppa, Monte Luco, e nelle quartine di Crepuscolo Marino. Il suo pensiero è sempre
robusto e il suo pessimismo si direbbe leopardiano, se non fossero frequenti il fremito e
lo sdegno al posto della serenità elegiaca del Leopardi. Pessimismo che sembra nutrito
del dolore di unanima fiera e che è elevato dal magistero di unarte
incorrotta dagli allettamenti di qualsiasi decadentismo, ma al tempo stesso sdegnosa di
qualsiasi, anche nobile, modernità.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Poeti del secolo nuovo, 1926, 47-48; J. Bocchialini,
in Aurea Parma 3 1925, 129.
SANINI PELLEGRINO
Parma
2 agosto 1818-post 1864
Figlio di Giovanni e Maria Villani. Negoziante di granaglie, nel febbraio 1864 fu
tenuto sotto sorveglianza dal Ministero dellInterno perché fervente repubblicano.
FONTI E BIBL.: P. dangiolini, Ministero dellinterno, 1964, 207.
SAN MARCO UGOLINO, vedi RUGGERI UGOLINO
SANQUILICI PAOLO
San
Quirico di Trecasali 1565-Roma 1630
Il 12 maggio 1590 fu pagato quattro lire per aver miniato le lettere maiuscole del
privilegio di cittadinanza parmigiana in favore dei fratelli Camillo e Pompeo Pellegrini
di Verona (archivio di Stato di Parma,
Archivio del comune, Ordinazioni Comunali,
serie LVII; raccolta manoscritti, fascicolo
Sanquilico, 1590, carta 90). recatosi in età giovanile a Roma, apprese dallo
scultore Camillo Mariani larte di modellare. Non tardò ad aver nome di buon
ritrattista in busti di cera dipinti. E perché era uomo faceto e sapeva contraffare ogni
linguaggio e rallegrare la conversazione, trovò aperta la via della corte papale: fu fatto canonico di Santa Maria in cosmedin e bussolante di più pontefici. Fu
particolarmente benvoluto alla corte del
principe cardinale Maurizio di Savoja. Fece anche alcuni lavori in bronzo, apprese
larchitettura e disegnò e insegnò fortificazioni. Delle sue opere, rimangono a
Roma in Santa Maria Maggiore (sagrestia) la statua del papa Paolo V in metallo e in San
Giovanni dei Fiorentini (cappella Sacchetti) un Cristo in croce di metallo, tratto da un
modello di Prospero Bresciano. Morì in età di sessantacinque anni, durante il
pontificato di Urbano VIII.
FONTI E BIBL.: Baglione, Vite de pittori, 1642, 210; S. Ticozzi, Dizionario
degli architetti, III, 1832, 210; A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 384, 417 e
445; E. Scarabelli Zunti, IV, 271; Künstler-Lexikon, XXIX, 416 (con bilbiografia
precedente); Archivio storico per le
Province Parmensi XLVI 1994, 362-363.
SANQUIRICO PAOLO o DA PARMA, vedi SANQUILICI PAOLO
SANROMERI GIOSEFFA, vedi SANTOMERI GIOSEFFA
SANSEVERINI, vedi SANSEVERINO
SANSEVERINO ALESSANDRO SAVERIO GAETANO
Parma
17 aprile 1742-Parma 3 agosto 1814
Nacque dal conte Giuseppe e dalla contessa Laura Leni, nella parrocchia di San
Giovanni. Casa Sanseverini risulta, dallelenco degli alloggi assegnati agli alti
ufficiali delle truppe che occuparono il ducato
nel 1745, in borgo Riolo 19. Il Sanseverino venne avviato, per rango e per censo, alla
carriera militare, che percorse fino ad alti gradi. Dal matrimonio con Cecilia Cantelli,
figlia del conte francesco, nacquero il 4
marzo 1768 Giuseppe melchiorre Luigi Maria e
il 14 aprile 1770 eleonora Teresa Maria,
destinata a vestire gli abiti monacali di SantOrsola. Indole mite ma appassionato di
arte e storia, manifestò ben presto curiosità e fermenti conoscitivi che elaborò in
modo personale. Sulla scia di quello che don Luigi Gozzi, un poligrafo legato
allambiente della corte, accanito
raccoglitore di antiche cronache e manoscritti rari, stava realizzando con esiti più
convincenti in ambito cartografico, il Sanseverino si ritagliò un suo spazio in campo
storiografico-cronachistico, mettendosi a frugare tra memoriali e documenti antichi,
collezionandoli, interrogando manoscritti, quadri e statue, con lintento di
riproporre poi in modo sistematico le conoscenze acquisite, a metà strada tra sapere
scientifico e sapere popolare. Il credito di cui godette è dimostrato dalle sovvenzioni
ducali alla pubblicazione della sua unica opera a stampa. Il duca approvò infatti nel 1777 il preventivo dello
stampatore giuseppe Braglia, relativo alla
spesa occorrente per stampare il Diario Istorico Cronologico del conte Alessandro
Sanseverini: si calcolò un occorrente di sessanta risme di carta piacentina per un totale
di 2300 lire. Ma resistenze e opposizioni, sintomi anche di conflitti non solo in ambito
letterario, ne ostacolarono la realizzazione. È lo steso amministratore francese Moreau
de Saint-Méry a svelarne i retroscena in una miscellanea manoscritta dedicata alle
vicende parmigiane. Moreau ricorda come il duca
avesse sollecitato il Sanseverino alla pubblicazione del suo Parmigiano istruito. Il conte
Giuseppe Pompeo Sacco, governatore e poi ministro di Grazia e Giustizia, intervenne a più
riprese facendo invece pressioni sulla famiglia perché dissuadesse il Sanseverino
dalliniziativa, accusandolo di aver circonvenu lInfant e arrivando infine a
far requisire tous les papiers del sanseverino,
salvo poi restituirgliele ancora cachetés, ma con un giudizio di non utilità per la
chose publique. Il Sanseverino, che vinse a stento il desiderio di bruciarle, alla fine si
vide arrivare lautorizzazione del duca
alla pubblicazione. Il Parmigiano istruito nelle notizie della sua patria sparse nel
presente Almanacco istorico-cronologico venne edito da Giuseppe Braglia a Casalmaggiore,
perché les presses de Parme etoient occupées, in due volumetti in ottavo, nel 1778.
Moreau conclude questa nota precisando che lopera era costata 3200 lire di Parma che
il duca doveva pagare, ma che il conte Sacco
ne aveva rimborsate solo 1400. Il sanseverino
nellintroduzione allopera, dedicata al duca Ferdinando di Borbone, dichiara
come il desiderio di accrescere le proprie cognizioni sul passato della sua città lo
avesse portato, attraverso ricerche onerose e dispendiose, a trovarsi possessore di
documenti e notizie che erano in grado di fornirgli materia sufficiente alla formazione di
una non disgradevole seguita Istoria Parmense. Conscio però della complessità
dellimpresa, forse non adatta alle sue forze, con unallusione anche alla sua
salute cagionevole, aveva ripiegato spargendo gli accennati Monumenti nel presente almanacco. Dalla tiepida accoglienza dei
contemporanei, lopera ricevette invece pungenti e aspre stroncature nel periodo
successivo, soprattutto tra i cultori delle belle arti. Paolo Donati nella prefazione alla
sua guida di Parma, facendo il punto sulleditoria del genere, cita anche il
Parmigiano istruito, ma commenta: Il suo autore prometteva di continuarlo ne
susseguenti anni, dando contezza delle pitture e architetture della nostra Patria; ma di
poco conto e fallaci furono le prime, e lo sarebbero state le posteriori, perché, privo
qual egli era, delle tante cognizioni a sì granduopo necessarie, diede in madornali
errori, riferendo di buona fede tutto ciò che gli veniva detto. Nel 1783, già tenente
colonnello del Terzo Suburbano di Parma, il Sanseverino sollecitò e ottenne dal duca la divisa di capitano di Truppa Regolata, che
gli consentì di mostrare dignità pari ai Capitani Urbani e nello stesso tempo maggiore
autorità con i subalterni. La sua fu una carriera costruita con zelo e attenzione, alla
quale solo i problemi di salute e un figlio un po vivace misero dei freni. Il 14
febbraio 1788, infatti, vide umiliato il suo ruolo professionale e frustrato quello
paterno quando il figlio Giuseppe venne fermato e condotto prima nel convento dei padri
minori riformati di CastellArquato e in seguito nelle prigioni nuove del Castello di
Piacenza, per aver disobbedito alle intimazioni del ministro Cesare Ventura che gli
rimproverava di frequentare compagnie disonorevoli al suo rango. Per non pregiudicarne la
salute, venne trasferito nel convento dei riformati di Borgonovo, ma in disaccordo con il
superiore, troppo rigoroso e sofistico, venne ricondotto nel Castello di Piacenza.
Nominato soldato volontario contro la sua volontà, insofferente a qualsiasi limitazione
di libertà, ai disagi e alle fatiche della vita militare, su istigazione di un coetaneo,
disertò il 7 aprile 1789, ma venne arrestato e rinchiuso nel Castello di montechiarugolo. Gli appelli del Sanseverino al duca, nel settembre 1789, perché considerasse con
clemenza la situazione del figlio, riuscirono a ottenerne la libertà, ma solo di giorno e
con obbligo di non uscire dal paese. Il marchese Tommaso Calcagnini, comandante del reggimento Reale di Ferdinando di Borbone e
comandante della Piazza del Ducato, sostenne le richieste del Sanseverino, convenendo
sulla severità del castigo già inflitto, ma suggerì anche di non insistere con la
carriera militare ormai irreparabilmente compromessa. La moglie del Sanseverino, Cecilia
Cantelli, morì il 21 agosto 1796, a cinquantadue anni. Il Sanseverino, perseguitato dalla
malattia, dopo quasi sedici anni di servizio chiese lesonero dallincarico per
la sua cagionevolezza di salute. Il conte Giacomo Cantelli, ispettore delle milizie e
collaterale generale, ne appoggiò la richiesta e il 15 febbraio 1799 il duca firmò il benservito, permettendogli di
conservare i gradi e gli onori di tenente colonnello delle milizie. Il 24 giugno 1800,
tuttavia, in istato di guarigione e con il suo posto ancora vacante, ottenne la
reintegrazione nei ranghi e nel 1803 venne nominato colonnello. Con la malattia imparò a
convivere, limitando più gli impegni mondani che la sua attività professionale. Nel
1804, in piena epoca repubblicana, chiese al suo superiore razioni di pane, come lumi e
altro per la Compagnia de Granatieri aquartierati a San Francesco cento venti. Nel
settembre dello stesso anno ricordò allamministratore generale la disponibilità
del Corpo dei Granatieri Suburbani a essere utilizzato come Truppa viva in occasione del
passaggio a Parma di papa Pio VII, che si stava recando a Parigi per lincoronazione
di Napoleone Bonaparte. Nel marzo del 1805 inviò le proprie considerazioni al collaterale
generale lodovico Cantelli, che poi le
trasmise al moreau, relative al nuovo
Decreto di riforma aglEsenti dal Carico della capitazione,
e Mobigliare. Seppur esili tracce nella quotidianità della sua professione, questi
documenti forniscono la testimonianza dellimpegno costante e dellattenzione
che vi profuse. E con altrettanta dedizione ricercò e raggruppò memorie e testimonianze
storico-artistiche. Giambattista Bodoni, presentandolo al professor Malacarne, al quale
volle indirizzarlo per fargli sperimentare gli effetti dei bagni di Abano sui suoi malori,
lo ritrae in termini affettuosi e lusinghieri, confessando di essergli legato non già per
la nobiltà de suoi natali, né per i molti pinguissimi beni de quali le fu
largo Fortuna, ma sibbene per lottimo suo cuore, per la sua generosa umanità, e per
lamore ardentissimo con cui ha sempre riguardato e conserva i monumenti di questa
sua illustre Patria avendo in ogni tempo raccolto e conservato i più antichi e pregevoli
monumenti che vi esistono ancora sparsi qua e là, ed ignoti alla maggior parte degli
esteri e dei Parmigiani stessi. Al sanseverino,
del resto, Bodoni si rivolse per avere indicazioni su quadri e attribuzioni di autori,
innescando un rapporto di reciproco scambio di informazioni. Larrivo di Moreau de
Saint-Méry a Parma, nel 1801, in qualità di residente della Repubblica Francese prima e
di amministratore generale poi, senza dubbio rappresentò per il Sanseverino un momento di
particolare fervore creativo e nel contempo anche di appagante gratificazione. Moreau
trovò in lui un alleato e un complice: la comune passione per le notizie patrie e
lintenzione di redigere una storia del ducato,
per la quale lamministratore stava cominciando a radunare documentazione,
stimolarono il Sanseverino ad assecondarne le curiosità e ad agevolarne le ricerche. Gli
segnalò bibliografie e procurò libri, come la Storia de Letterati, la Storia di Parma e
la Storia di Guastalla, tutti del padre Ireneo Affò, Il Flaminio da Parma, manoscritti e
riproduzioni di iscrizioni, dipinti e di particolari architettonici. Ricevette anche somme
di denaro, come risarcimento del materiale o per pagare i collaboratori. Alle note visive,
appunti grafici appena acquerellati, riproduzioni di lapidi e dettagli di iscrizioni, che
da tempo raccoglieva, si aggiunsero anche mappe, planimetrie, facciate, vedute, piante e
spaccati, come quelli del Battistero che inviò allamministratore il 31 dicembre del
1803. La dedizione al Moreau fu tale da donargli lintera sua raccolta. Angelo
Pezzana, che non glielo perdonò, tracciò del Sanseverini un ritratto severo e impietoso:
Se a questo suo tanto zelo, egli avesse accoppiata la coltura, la critica e
lesattezza che richieggionsi ne così fatti studii avrebbe potuto recare gran
lume in ogni ramo della nostra Storia. Alla quale avrebbe pure prestato non leggere
servigio se nel satisfare a desideri dellAmministratore gen. Moreau di S.
Méry, che radunava memorie per la storia medesima, a vece di presentarlo di molti antichi
e preziosi Atti originali che quegli recò poscia in Francia, e che indarno io procacciai
di ricuperare alla comune Patria, fosse stato contento a dargliene copia. Le memorie che
lamministratore aveva portato in Francia ritornarono a Parma nel 1847, a seguito
della vendita dellarchivio Moreau da parte della vedova allo Stato. Il Sanseverino
lasciò ai posteri raccolte di notizie manoscritte, poste insieme per pura sua istruzione,
di carattere ecclesiastico e civile e molto materiale per la storia dellarte: Storia
di Parma dal principio al secolo XVIII (Biblioteca Palatina, Parma, manoscritto parmense
528-529), Estratti delle cose rimarchevoli ricavate da certo libro intitolato Giornale di
Parma 1701-1724, redatto nel 1802 (Biblioteca Palatina, Parma, manoscritto parmense 433),
Cronaca parmigiana dal 1760 al 1784 (Archivio di Stato di Parma, Archivio del Comune,
4212), Memorie istoriche parmigiane (Archivio di Stato di Parma, Archivio del Comune,
4211) e Chiese ed edifici pubblici di Parma (Archivio di Stato di Parma, 3 volumi),
annoverante figure, piante, prospettive e notizie sulle architetture parmigiane. particolarmente questultima fatica
testimonia di un suo vedutismo, attrezzato sotto il profilo tecnico e capace di fresca
schematizzazione grafica.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833,
IV, 653; Arte a Parma, 1979, 281-282; R. Lasagni, Bibliografia parmigiana, 1991, 263; V.
Bocchi, in Ossessione della memoria, Parma, 1997, 61-65.
SANSEVERINO
BARBARA
Milano
gennaio/agosto 1550-Parma 19 maggio 1612
Figlia di Gianfrancesco e di Lavinia sanseverino,
trascorse la fanciullezza nella rocca di Colorno. Il 6 settembre 1564, non ancora
quindicenne, andò sposa al cinquantenne cavaliere conte Giberto Sanvitale di Parma,
vedovo di Livia Belgioioso, con diritto di successione alla contea di Sala. Poiché il
Sanvitale aveva domicilio a Parma nel palazzo Bernieri, la Sanseverino, con grande sfarzo,
vi prese stanza. Dal matrimonio nacque Girolamo (1567), che tanti crucci procurò alla sanseverino. A Parma la Sanseverino si prodigò
in opere benefiche di ogni tipo, fino a farsi zelatrice di raccolte di offerte per il
recupero di prostitute alla vita virtuosa. Quando Giberto Sanvitale nel 1572 dovette
recarsi a Roma, la Sanseverino lo seguì ed ebbe modo di intervenire ai ritrovi di dame e
cavalieri mettendo in evidenza sia la sua avvenenza che la buona cultura e intelligenza.
Durante il soggiorno romano, la Sanseverino ebbe esaltazione nel canto dei poeti che
lincontrarono: il patrizio veneto Maffeo Veniero le dedicò una splendida canzone
nel suo dialetto, Curzio Gonzaga la magnificò in numerosi sonetti e Girolamo Catena la
esaltò con epigrammi latini. quando,
tornata da Roma, la Sanseverino si recò nel 1576 a Ferrara accompagnata da Eleonora, sua
figliastra, il poeta principe del tempo, Torquato Tasso, fu stordito dalla bellezza di
entrambe, ma particolarmente dalla sanseverino,
cui dedicò uno splendido sonetto. Mentre si trovava nel suo feudo di Colorno, si dedicò
anche allinterpretazione dellarte scenica: rivelò squisita sensibilità ed
eccezionali doti di interprete, tali che rendere possono una donna singolare nel suo
sesso, o rarissima. La rivelazione di queste capacità fece dedicare alla sanseverino la terza parte delle rime scritte dal
poeta bresciano Gian Mario Agacio. Addirittura il Guarino si gloriò di avere giudizio
dalla sanseverino sullopera sua Il
pastor fido. Dal suo matrimonio con Giberto Sanvitale, nel 1571, alletà di
ventanni, ebbe anche una bambina, cui fu messo il suo stesso nome. Di questa bambina
un poeta del tempo scrisse: Gentil fanciulla, in cui si trova espresso laltero nome
e la beltà materna. La scialba personalità di Giberto Sanvitale, mai libera da bigotte
suggestioni religiose, e i trionfi e le lodi della sanseverino
inevitabilmente minarono la solidità del loro matrimonio: la Sanseverino cominciò a
essere insofferente di abitare a Sala e, quando non poté sostare a Parma, amò starsene a
Colorno (1577). Giberto Sanvitale e il figlio Girolamo la sollecitarono a restare a Sala,
ma tutto fu inutile, finché la Sanseverino arrivò alla decisione di chiedere il
divorzio, pretendendo la restituzione della propria dote e degli arredi nozzereschi.
Intervennero inutilmente nella contesa un cardinale e il marchese Giuliano Pallavicino.
Quando la Sanseverino non seppe più a che cosa aggrapparsi per motivare la propria
decisione, affermò di avere scoperto che le sue nozze con Giberto sanvitale dovevano essere annullate perché
incestuose in quanto tra il padre gianfrancesco
sanseverino e la prima moglie di Giberto
Sanvitale vi era una consanguineità derivante dalla comune origine viscontea. Il vescovo
di Parma Ferrante Farnese non riuscì a smontare il pretesto della Sanseverino. Intervenne
allora il papa che ordinò al vescovo di
fare chiudere la Sanseverino in un convento, ma proprio in quei giorni Giberto Sanvitale
morì (1585). Lasciò per testamento erede di tutti i beni il figlio Girolamo, con
limpegno di corrispondere alla sorella Barbara ventiduemila scudi a titolo di dote.
Successivamente la Sanseverino poté avere dal figlio Girolamo gli alimenti e la
restituzione della dote. Per il cattivo governo del figlio Girolamo nel feudo di Sala, la sanseverino temette che nello sperperare tutto il
suo patrimonio egli arrivasse anche a dilapidare la dote che era stata lasciata alla
sorella. Fu il duca Alessandro Farnese a intervenire perché la dote della giovanetta
fosse messa in salvo, fino a che Barbara andò sposa a un ricco francese nel 1589. Anche
la Sanseverino sborsò in dote diecimila scudi per la figlia. La sanseverino si dedicò alle cure del suo feudo di
Colorno in un periodo di grande miseria: sovvenne famiglie bisognose e, in esecuzione di
una volontà della madre, fondò in Colorno anche un Monte della Pietà. Si legò di
unamicizia più che affettuosa con Vincenzo gonzaga,
figlio del duca di Mantova, ben più giovane di lei, divenendone non solo amante ma
confidente e consigliera in affari di cuore. Più bella e più fresca che mai, venne
esaltata dal Gonzaga allorché era sui quarantanni.Fu lei, con grande
spregiudicatezza, a favorirne gli amori con la reggiana Ippolita Torricella, a mettergli
vicino come favorita Agnese de Argotta, marchesa di Grana, e a raggiungerlo con bellissime
giovani parmigiane a Maderno sul Garda. Ebbe non comune cultura e rese la corte di Colorno un ritrovo di eletti ingegni.
Mise in auge lAccademia degli Amorevoli ed ebbe il vezzo dei cenacoli letterari. Le
furono amici, tra i tanti, Ferrante Gonzaga, bernardino
Baldi, Battista Guarini e Angelo Ingegneri. Vincenzo Gonzaga le accordò tutte le
esenzioni sui beni personali che ella già aveva o poteva avere nel suo ducato. Intanto cominciò a svilupparsi
unaspra contesa tra il duca ranuccio
Farnese e la Sanseverino a proposito della proprietà del feudo di Colorno. ranuccio Farnese, di carattere sospettoso e
chiuso, pose gli occhi su Colorno per molteplici ragioni: per una lotta contro
lultima feudalità locale e i suoi intenti dindipendenza e di prepotenza
(lotta che iniziò nel 1602 con lobbligo ai feudatari di non assentarsi dal ducato senza giustificato motivo e che continuò
nel 1606 col limitarne i diritti di caccia), per desiderio di acquisire alle vuote casse
ducali il patrimonio dei Sanseverino e dei Sanvitale che erano i più cospicui in tutto il
ducato, e per la necessità di dover
prendere una serie di precauzioni militari rinforzando i presidi verso il Po (con questa
scusa aveva posto in Colorno un commissario con un drappello di soldati). ranuccio Farnese avanzò le sue pretese,
infirmando inizialmente le concessioni date da Ottavio Farnese e istruendo un regolare
processo sulla loro validità. Anche cittadini colornesi trovarono modo di lamentarsi con
Ranuccio farnese di certi torti a loro
giudizio ricevuti dalla Sanseverino: grave ingiustizia fu ritenuta dagli abitanti di
Mezzano de Rondani, di copermio,
delle Vedole e di altri centri laver loro imposto la Sanseverino di fare alcune
carreggiature per Parma e Colorno, minacciando pena di cento scudi doro a ciascuno
dei non obbedienti. Sentendosi abbandonata anche dal figlio Girolamo, cercò un aiuto, e
nel 1596 decise così di sposare il conte Orazio Simonetta, che già la corteggiava ed era
tanto invaghito di lei che, avendo avuto da altra donna una figlia naturale, le aveva
imposto il nome di Barbara. Ranuccio Farnese, appellandosi a semplici pretesti, operò sia
contro la Sanseverino, che era semplice usufruttuaria del feudo di Colorno, sia contro il
figlio Girolamo e il nipote gianfrancesco,
che avrebbero dovuto, uno dopo laltro, divenire i titolari del feudo stesso. venuto a sapere la questione, il conte di fuentes, governatore di Milano per la corona di
Spagna, intimò al duca Ranuccio Farnese di desistere dalle sue pretese, giudicate
illogiche e illegittime. Così, finché visse il Fuentes, sia la sanseverino che Girolamo e gianfrancesco non ebbero più minacce. morto però il fuentes, Ranuccio Farnese riprese le sue
rivendicazioni e propose di affidare la diatriba a un collegio di giuristi di Padova, che
egli si riprometteva di corrompere avendo avuto prova della loro corruttibilità in altra
occasione. mentre a Roma i cardinali Gonzaga
e montalto si votarono alle ragioni
Sanvitale-sanseverino, come Ranuccio Farnese
aveva previsto, il collegio dei giuristi si schierò dalla sua parte con trentatré voti
contro diciassette. Quando Girolamo Sanvitale apprese la sentenza, si mise a trattare con
Ranuccio Farnese si predispose a ricevere al posto di Colorno una rendita corrispondente,
con laggiunta di una giurisdizione su Collecchio, e ad avere la dignità marchionale
di Colorno vita naturale durante, in quanto Sala stessa si sarebbe trasformata da contea
in marchesato. Gianfrancesco sanvitale,
figlio di Girolamo e nipote della sanseverino,
prese una posizione ben diversa dal padre, rendendosi conto che, morti la Sanseverino e il
padre, a lui non sarebbe restato nulla. Cominciò dunque a pensare che non gli restava che
disfarsi delliniquo duca. Resosi
conto della ruggine che esisteva tra i duchi di Mantova e quello di Parma, lasciò
trasparire al duca Vincenzo gonzaga il suo
rancore per ranuccio Farnese e il Gonzaga
gli lasciò capire che lo avrebbe aiutato nel suo intento. Inoltre gianfrancesco sanvitale, che aveva sposato una nipote del
principe della mirandola, ottenne
incoraggiamento anche da questultimo. Lo stesso duca di Modena gli lasciò capire che non lo
avrebbe ostacolato nellimpresa. Lattentato avrebbe dovuto compiersi durante la
cerimonia del battesimo di alessandro,
figlio del Farnese. Al sacro rito avrebbero partecipato il duca, il cardinale Odoardo Farnese e Ottavio,
figlio naturale dello stesso Ranuccio Farnese. Nel mezzo della funzione, esecutori
assoldati avrebbero dovuto balzare in chiesa e uccidere tutti i partecipanti. Ad azione
riuscita, soldati già predisposti, avrebbero occupato il castello e gli altri palazzi
principali della città di Parma. Ma, per una banale circostanza, il battesimo non ebbe
luogo nella chiesa e nellora stabilite, per cui limpresa dovette essere
rinviata. Si era persino stabilito che, a impresa compiuta, Parma sarebbe stata proclamata
repubblica oligarchica, Piacenza sarebbe stata annessa al ducato di Mantova, Castro e le terre dipendenti
sarebbero state date al papa e i domini
dAbruzzo al duca di Modena. sfumata loccasione del battesimo, si
cominciò a studiare il modo di uccidere il duca
nellabbazia di Fontevivo, retta dai cappuccini, dove Ranuccio Farnese si rifugiava
quando, comera solito, lo assalivano crisi di fanatismo religioso. Nel frattempo
Girolamo Sanvitale, che pure aveva lasciato sospettare di cedere alle lusinghe del duca, venuto a sapere della congiura in
preparazione, decise di prendervi parte attiva e nel Carnevale del 1611 invitò a casa sua
tutti coloro che sapeva esservi propensi: tra gli altri, la Sanseverino, il marchese
Gianfrancesco Sanvitale, Orazio Simonetta, marito della sanseverino, Pio Torelli e il piacentino Teodoro
Scotti. In quel convito si concordò di assoldare uomini pronti al colpo di mano. gianfrancesco Sanvitale andò a Mantova e ottenne
da quel duca millecinquecento scudi in
contanti. Una parte tenne per sé, una parte dette al sacerdote Gigli e unaltra
parte al suo fidato servitore Onofrio Martani da Spoleto: ognuno avrebbe dovuto assoldare
gli uomini necessari allimpresa. Avvenne però che quasi contemporaneamente il
cugino di Gianfrancesco Sanvitale, Alfonso Sanvitale, in grave disaccordo con la moglie
Silvia Visdomini, decise di farla uccidere. Mentre Silvia Visdomini si trovava con la
madre a villa San Maurizio di reggio, fu
compiuto un attentato ai loro danni: la madre morì, mentre Silvia Visdomini se la cavò
con gravi ferite. ranuccio Farnese, venuto a
conoscenza del fatto e sapendo dei preesistenti rancori tra Alfonso Sanvitale e la moglie,
fece arrestare il Sanvitale insieme a Oliviero Olivieri, sospettato di avergli tenuto
mano. Per ragioni diverse fu arrestato anche Onofrio Martani insieme ad altri soldati. Nel
fare il processo a questi soldati il giudice, il nobile Filiberto Piosasco, trovò nella
tasca di uno dei giudicandi delle schede convenzionali attinenti allingaggio per
Laffare importantissimo che era la cosa del duca.
Insistendo nellinterrogatorio, il Piosasco venne a scoprire i termini della congiura
e in breve cominciarono gli arresti dei sospetti. Il Martani, sottoposto a feroce tortura,
finì col denunciare per primi Gianfrancesco e Alfonso Sanvitale, che furono arrestati e
consegnati al Piosasco, il quale poté allora allargare lindagine sulle dimensioni
della trapelata congiura. Larresto del nipote gianfrancesco
fu un colpo terribile per la Sanseverino che, nellinteressarsi di lui e
nellillusione di poterlo difendere, commise qualche imprudenza. Ranuccio Farnese,
pertanto, dispose ogni sorveglianza sui movimenti, sulle relazioni e sulle parole della
Sanseverino. Gianfrancesco e Alfonso Sanvitale, orribilmente martoriati dalle torture,
fecero delle confessioni, per cui il 9 novembre 1611 furono arrestati anche il conte
Orazio Simonetta, marito della Sanseverino, il conte Pio Torelli di montechiarugolo, il conte Masi da Correggio e il
conte Scotti di Piacenza. Non molto tempo dopo il tesoriere del duca, Bartolomeo Riva, spedì al Piosasco una nota
di delitti di cui egli imputava la Sanseverino. Il Piosasco l11 febbraio 1612
ordinò la carcerazione della sanseverino,
di suo figlio Girolamo e della di lui moglie Benedetta Pia. Il giorno 13 febbraio, mentre
la Sanseverino si trovava a Parma nel suo palazzo nelle vicinanze di Santo Stefano, un
manipolo di guardie comandato da pellegrino
Barbetta irruppe nel palazzo, sequestrò i servi, segregò in una stanza tutte le donne
presenti, arrestò la Sanseverino e la diede in custodia al servo Giovanni Marchetti. La sanseverino fu tradotta nel Castel Nuovo di Parma.
In quel castello fu portata, qualche giorno dopo, anche la giovane nuora Barbara, moglie
di Girolamo Sanvitale, mentre questultimo, con gli altri arrestati, fu rinchiuso
nelle carceri della Rocchetta. Il giorno dopo il giudice Piosasco, accompagnato dal notaio
Moreschi, si recò al castello e iniziò gli interrogatori della Sanseverino. Come risulta
dagli atti del processo, gli interrogatori furono condotti con metodi diversi: a volte
blandi e suadenti, a volte minacciosi e feroci. la
sanseverino continuò a proclamare la sua
non colpevolezza, pure ammettendo il suo rancore per le manifestazioni di inimicizia che
il duca aveva espresso nei suoi confronti.
Dagli atti stessi risulta che la Sanseverino crollò soltanto quando le mostrarono le
rivelazioni di accusa a suo carico che erano state fatte dai suoi più stretti familiari,
quali il marito Orazio Simonetta, il figlio Girolamo e lo stesso nipote gianfrancesco Sanvitale, già sottoposti a
orribili torture. lincalzare
dellinquisizione, i raggiri del personale di custodia, le blandizie e le minacce
ridussero la Sanseverino al punto di doversi sentire meritevole di ogni pena per
loffesa maestà del duca e macchiata
di ogni vergogna davanti ai suoi sudditi. Il 4 maggio 1612 filiberto Piosasco pronunciò col voto del consiglio di Giustizia la sentenza, per la quale,
dichiarati i prigionieri rei di lesa divina e umana Maestà, li condannò, oltre alla
confisca dellavere, ad essere trascinati per la città a coda di cavallo, sopra un
graticcio di vimini, sino al luogo del supplizio, ove sarebbero stati appesi, poi
squartati, e i quarti esposti, secondo luso, al pubblico terrore. Senonché il duca, cui bastava disfarsi di loro, confermò la
sentenza capitale e ne vietò le sevizie. lesecuzione
della sentenza fu fissata il 19 maggio. Nella notte del 15 la Sanseverino fu consegnata
dal castellano Cesi al Ravizzotti, aiutante nelle ducali milizie, e condotta nella rocchetta, dove il custode Genesio Mazza la chiuse
nella prigione. Dopo due notti e un giorno, il 17 maggio fu stretta ai ferri. Al mattino
del 18 le si apprestò il Pane degli Angeli nella cappella delle carceri e le fu assegnato
un confessore permanente. A notte inoltrata il Mazza consegnò in Rocchetta a Gaspare
Antonio Custodi, capitano, presente il notaio Agostino Neroni, la Sanseverino insieme con
gli altri. Fu condotta al palazzo del criminale,
in piazza, e venne tratta per prima al supplizio. Della Sanseverino restano due piccoli
ritratti. Uno, nella Rocca di Fontanellato che fu dei sanvitale, raffigurante un volto affilato che si
affonda in un ampio colletto serrato da una trina di merletto, dallo sguardo e dal lieve
sorriso enigmatico, quasi leonardeschi, con perle al collo, pendagli alle orecchie e i
capelli raccolti a trecce e riccioli, il secondo, che è una piccola miniatura, al museo
Glauco Lombardi.
FONTI E BIBL.: A. Ademollo, La bella Adriana, Città di Castello, 1888; F. Odorici,
Barbara sanvitale e la congiura del 1611
contro i Farnesi, Milano, 1863; A. Valeri, I Farnese, Firenze, 1934; F. Orestano, Eroine,
1940, 318; G.B. Janelli, dizionario
biografico dei Parmigiani illustri o benemeriti nelle scienze, nelle lettere e nelle arti,
Genova, 1877, 362-371 e 525; A. Ronchini, Vita della contessa Barbara Sanseverino, in Atti
e memorie della R. Deputazione di storia patria
per le province modenesi e parmigiane
I 1863; M. Bandini, Poetesse, 1942, 210; M. Pellegri, Colorno villa ducale, 1981, 27-29;
Al Pont ad Mez 2 1988, inserto; P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 2 marzo 1992, 5.
SANSEVERINO
FEDERICO
Napoli
1450-Roma 7 agosto 1516
Fu cardinale diacono (9 marzo 1489), canonico della Cattedrale di Parma e
commendatario della badia di Fontevivo. Fu sostenitore di papa Alessandro VI e francofilo.
Fu privato del cardinalato il 24 ottobre 1511 e di nuovo fatto cardinale il 27 giugno
1513.
FONTI E BIBL.: Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.
SANSEVERINO
FRANCESCO MARIA
Parma-Parma
1673
Insegnò allUniversità di Parma almeno dal 1645. Dapprima professò
istituzioni, ma nel 1646 fu lettore primario di diritto civile. Dal 1657 al 1673 ebbe
ufficio di avvocato fiscale. Nel 1670-1671 trattò nello Studio parmense Rub. et I. C. qui
admitt. ad bonorum possess. Rimane del Sanseverino una allegazione In Buxet Bonorum
vacantium.
FONTI E BIBL.: Bolsi, 38, 48; Archivio di Stato di Parma, Mandati 1619-1715, numero
90, Ruoli de Provigionati, numeri 19, 22; F.Rizzi, Professori, 1953, 37.
SANSEVERINO GIAN ALBERTO, vedi SANSEVERINO SIMONE GIOVANNI ALBERTO
SANSEVERINO
GIAN FRANCESCO
Colorno
1525 c.-1570
Figlio di Giulio e di Ippolita Pallavicino di Scipione. Si distinse nella carriera
delle armi e fu maestro di campo al servizio dellimperatore Carlo V e di Filippo II
di Spagna.
FONTI E BIBL.: M. Pellegri, Colorno villa ducale, 1981, 33.
SANSEVERINO GIAN FRANCESCO, vedi anche SANSEVERINO GIOVANNI FRANCESCO
SANSEVERINO GIAN GALEAZZO, vedi SANSEVERINO GIOVANNI FRANCESCO
SANSEVERINO GIOVANNI ALBERTO, vedi SANSEVERINO SIMONE GIOVANNI ALBERTO
SANSEVERINO
GIOVANNI FRANCESCO
Colorno
1474 c.-Napoli 1500
Figlio naturale di Roberto Ambrogio. Militò sotto Luigi XII di Francia e morì a
Napoli mentre era al servizio di quel re. Fu
sepolto in Santa Chiara. Dalla moglie Barbara Gonzaga di Bozzolo ebbe vari figli, tra cui
il discendente per il feudo di Colorno, Roberto Ambrogio.
FONTI E BIBL.: Colorno. Memorie storiche, 1800, 78; Pellegri, Colorno villa ducale,
1981, 32.
SANSEVERINO
GIUSEPPE
Parma
1776/1821
Fu Gentiluomo di Camera allla Corte di Parma dal 1776, tra gli Esenti della compagnia delle Guardie del Corpo delle Altezze
Reali con la carica di Sottotenente della compagnia
dei Volontari di Colorno dal 1778 e Colonnello Comandante della Piazza almeno dal 1817 al
1821.Fu inoltre commendatore dellOrdine Costantiniano di San Giorgio con incarichi
di vicetesoriere nel Consiglio stesso e autore del manoscritto Plan de toutes les figures
dune contredanse a cheval executée par son Altesse Royal Madame lInfante
Archiduchesse dAutriche avec vint trois cavaliers devant le palais du Jardin Royal
de Parme le 15 fevrier 1778.
FONTI E BIBL.: V.Bocchi, in Ossessione della Memoria, Parma, 1997, 65.
SANSEVERINO IPPOLITA, vedi PALLAVICINO IPPOLITA
SANSEVERINO
ROBERTO
Caiazzo
o Napoli 1417-Rovereto 9 agosto 1487
Figlio di Leonetto e di Elisa Sforza, figlia di Muzio Attendolo e sorella di
Francesco che fu poi Duca di Milano.Trasferitosi da Napoli a Milano al servizio di
Attendolo Sforza, combatté per conto di lui contro gli Aragonesi di Napoli.Nel 1458
compì un viaggio in terrasanta, di cui
rimane linteressante descrizione Viaggio in Terrasanta fatto e descritto per roberto da Sanseverino (Bologna, 1888). Per i suoi
meriti ottenne nel 1451 il feudo di Colorno.Ritiratosi poi dal servizio degli sforza, combatté per la Repubblica di Genova che
si era ribellata alla dominazione degli stessi Sforza.Dovette poi fuggire a Venezia, ove
venne eletto Capitano generale della repubblica
e per essa morì combattendo alla difesa di Rovereto.Dalle sue tre successive mogli e da
un numero imprecisato di amanti sortì una copiosa messe di figli legittimi e non.
FONTI
E BIBL.:
P. Amat di San Filippo, Biografie di viaggiatori, 1875, 65; Palazzi e casate di Parma,
1971, 180; M. Pellegri, Colorno villa ducale, 1981, 32.
SANSEVERINO
ROBERTO AMBROGIO
1500-Busseto
1532
Dopo avere militato al soldo della Chiesa, dellImpero e della Repubblica
Veneta, si pose al servizio di Francesco I di Francia che lo creò generale della
cavalleria italiana. Morì a soli trentadue anni detà, dopo una cena con il
marchese Del Vasto, non senza sospetto di veleno. A Parma gli vennero tributati grandi
onori.
FONTI E BIBL.: M. Pellegri, Colorno villa ducale, 1981, 33.
SANSEVERINO RUBERTO, vedi SANSEVERINO ROBERTO
SANSEVERINO SIMONE GIOVANNI ALBERTO
Parma
28 ottobre 1553-Parma 5 marzo 1622
Figlio di Giovanni Battista e di Anna. Fu buon letterato e diede privatamente
lezioni di logica e scienze. Fu medico di Odoardo e Ranuccio Farnese, ricercato anche da
altri sovrani (tra i quali, Francesco Maria duca di Urbino e Cosimo dei Medici) e
insegnante alluniversità di Parma. Fu
anche appellato Urbano perché, secondo quanto riporta Ranuccio Pico, il padre, essendo
cieco, diede il nome Orbano alla famiglia, che poi cambiò in Urbano, come più
conveniente. Nel 1579 fece domanda discrizione al Collegio dei Medici di Parma, ma
non fu accettato mancando la nobiltà della famiglia, che era uno dei requisiti richiesti.
Nel 1598 una grave e strana malattia colpì Ranuccio Farnese (che non era mai stato
veramente bene e che anche in seguito fu sofferente a varie riprese) e i medici chiamati a
consulto non venivano a capo di nulla. Fu allora interpellato il Sanseverino, che riuscì
a ristorare le forze del duca, il quale il
24 settembre 1599 ordinò che il Sanseverino fosse iscritto al Collegio con
lanzianità della prima richiesta e gli fece assegnare la prima cattedra di medicina
dellUniversità di Parma nel 1602. Rimasto vedovo della prima moglie, il 15 marzo
1615 sposò in seconde nozze Anna Pallavicino di Polesine. È effigiato nellantica
farmacia di San Giovanni e fu sepolto in San Pietro Martire a Parma, dove
uniscrizione così lo ricorda: Joanni Alberto Sanseverino Urbano equiti
philosophoque medico praestantissimo qui postquam serenissimos tres Duce Urbini primo
Franciscum Mariam Parmae deinde Ranutium Hetruriae demum Cosimum Italia universa demirante
praesentiss. morti eripuisset cum exinde fidei suae creditam sereniss. Farnesiorum
familiam maximeque Odoardum nunc Parmae regnantem medica ope insignite juvasset scientia
et arte clarus rarum medicina e prima sede docendi munere per annos viginti obito
repentina morte sublatus obijt anno aetatis LXX salutis MDCXXII septimo idus sept.
FONTI
E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 328-332;
Parma nellarte 3 1965, 206-207; R.
Pico, Appendice, 169-174; G. Berti, Studio universitario parmense, 1967, 104-105; T.
Marcheselli, in Gazzetta di Parma 12 agosto 1986.
SANSEVERINO URBANO, vedi SANSEVERINO SIMONE GIOVANNI ALBERTO
SANSI GIACCO, vedi SANSI GIACOMO
SANSI GIACOMO
Parma
1670
Detto anche Giacco. Fu pittore di architetture e di ornati attivo nellanno
1670.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Encilcopedia metodica di Belle Arti, XVIII, 1823, 16.
SANSO GIACCO, vedi SANSI GIACOMO
SANTE DA BORGO SAN DONNINO, vedi MAESTRI CARLO
SANTE DA PARMA
Parma-Monte Compatri 25 agosto 1241c.
Frate francescano illustre per virtù, e per miracoli celeberrimo. Il suo corpo
riposa nel convento di Monte Compatri, nei pressi di Roma. Il Martirologio francescano ne
fa onorata menzione al 25 di agosto. È chiamato venerabile e beato. Tra i miracoli
attribuitigli, il Bresciano menziona quello avvenuto nel giorno della domenica delle
Palme: avendo piantato un ulivo nellorticello della sua cella, la mattina seguente
lo si vide già fiorito e adulto.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 9; A.Bresciani, Vite dei santi, 1815, 42;
Beato Buralli 1889, 214.
SANTEVASIO
AMBROGIO
Parma
prima metà del XVI secolo
Scultore
attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI
E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 362.
SANTI
Parma XVII secolo
Fu liutista alla corte ducale di
Firenze nel XVII secolo (Bonini, Prima parte de Discorsi e regole sopra la musica).
FONTI E BIBL.: Bonini, manoscritto della biblioteca
Ricciardiana di Firenze; R. Eitner, VIII, 419; Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 151.
SANTI DOMENICO
Riana
di Monchio 1 maggio 1746-Parma 10 novembre 1835
Nacque da Carlo e da Lucia Cocconi, in una modesta famiglia del ceto medio. Compì
gli studi in Parma, si fece sacerdote e fu ascritto nel Collegio dottorale di Sacra
Teologia. Si specializzò in scienze morali e gli fu affidato linsegnamento
delletica allUniversità di Parma nel 1785. Venne poi scelto quale preside
della facoltà filosofica. Successivamente fu precettore ambito dei conti Sanvitale e pallavicino. Fu nominato censore della stampa e
ispettore delle scuole inferiori di Parma. Nella chiesa di San Sepolcro in Parma esiste
una lapide del Santi con epigrafe. Nella Biblioteca Palatina di Parma si conservano le sue
propositiones ex Morali Philosophia
(Parmae, 1793).
FONTI E BIBL.: Lettera di P. Giordani a P. Custodi in Parma e Lettera di P.
Giordani a C. Rasori in Parma (ambedue in Bollettino Storico Piacentino 1909, 241,
pubblicate da G. Ferretti); Supplemento Gazzetta di Parma 12 dicembre 1835; Montali
Riccardi, Il Prof. Santi Don Domenico, in La Giovane Montagna 1 1939; G.B. Janelli,
Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 371; F. Rizzi, Clero in cattedra, 1953; Berti,
Atteggiamenti del pensiero nei ducati di
Parma e Piacenza, 1958, I, 98-99; Gazzetta di Parma 5 agosto 1974, 11.
SANTI FERNANDO
Cornocchio
di Golese 13 novembre 1902-Parma 15 settembre 1969
Il padre, ferroviere, rimase vedovo pochi anni dopo la nascita del Santi e solo con
molti sacrifici riuscì ad avviarlo al conseguimento della licenza tecnica. Rievocando le
ristrettezze economiche sopportate come perseguitato politico durante i primi anni del
fascismo, il Santi così descrisse nel 1965 il suo ambiente di origine: Quella nuda
povertà era per me cosa naturale. Mio padre laveva ereditata da suo padre. Di mia
madre non dico. I suoi erano braccianti della Bassa verso il Po, gialli di secolare
polenta sotto la scorza nera dellaria e del sole. A quindici anni, nel 1917, si
iscrisse al Partito Socialista Italiano (incominciai iscrivendomi agli adulti perché il
circolo giovanile non esisteva più, prima assottigliato e poi disperso dalle chiamate
alle armi per la guerra) e nella lotta contro la guerra si formò alla scuola dei
socialisti riformisti parmensi (G. Albertelli, G. Ghidini, G. Faraboli e B. Riguzzi), che
lasciò unimpronta duratura sulla sua concezione politica: ne assorbì quel
gradualismo rivoluzionario (come egli stesso lavrebbe più tardi chiamato) che era
tipico del riformismo padano di quegli anni e che non perdeva mai di vista i valori
dellautonomia di classe e delliniziativa delle masse. Con la fine della guerra
e la ricostituzione del movimento giovanile, il Santi divenne segretario della federazione
parmense della Federazione Italiana Giovanile Socialista (1921), entrando a far parte del
Comitato centrale di questultima. Vicesegretario della Camera del Lavoro di Parma
(1920, a fianco di A. Simonini) e collaboratore del suo settimanale LIdea, incorse
più volte in denunce per eccitamento allodio di classe. Nello schieramento interno
del Partito Socialista Italiano rimase però attestato su posizioni moderate:
nellottobre del 1921 partecipò ai lavori del XVIII Congresso del Partito Socialista
Italiano portandovi il saluto della Federazione Italiana Giovanile Socialista, la quale,
dopo la scissione di Livorno (in cui la grande maggioranza dei giovani passò al Partito
Comunista Italiano), aveva ricostituito le proprie file per opera di una minoranza che,
affermò il Santi, riteneva allora e ritiene oggi ancora fermamente che il Partito
Socialista Italiano sia il partito della classe operaia, il partito della lotta di classe.
Un anno dopo, al Congresso di Roma che sancì la nuova scissione del Partito Socialista
Italiano, aderì al Partito Socialista Unitario. Dopo aver partecipato alla resistenza
contro le squadre fasciste di Balbo sulle barricate di Parma, si impiegò nel 1924 come
redattore del quotidiano democratico e riformista cittadino Il Piccolo, diretto da T.
Masotti. Allindomani del delitto Matteotti, lasciò Parma per Torino, dove le fonti
di polizia lo segnalano per breve tempo segretario del locale sindacato tranvieri. Durante
la sua permanenza nel capoluogo piemontese fu arrestato insieme a G. Saragat, ma poco dopo
rilasciato. Alla fine del 1924 si trasferì a Milano, dove fu (1925) lultimo
segretario della federazione provinciale del Partito Socialista Unitario prima della sua
soppressione. In occasione dei funerali di A. Kuliscioff fu aggredito e percosso dagli
squadristi. Dopo le leggi eccezionali, il Santi riuscì per qualche tempo a mantenere
contatti con altri gruppi socialisti disseminati nel paese, approfittando della sua
professione di viaggiatore di commercio che gli consentiva di spostarsi di città in
città senza destare sospetti. In collegamento con G. Faravelli e A. Greppi, del Partito socialista dei Lavoratori Italiani, e con R.
Fiorio, del Partito Socialista Italiano, lavorò per superare gli strascichi della
scissione del 1922 e ricostituire lunità delle disperse forze socialiste rimaste in
Italia. Con linsuccesso di questi tentativi, anche il Santi fu inghiottito nel lungo
e silenzioso esilio interno della maggior parte dei quadri dirigenti socialisti. Fermato
ancora a Foligno nel novembre del 1934 e subito rilasciato, nel febbraio del 1936 fu
radiato dal novero dei sovversivi. Alla fine del 1941 riannodò in modo più regolare i
contatti mai del tutto interrotti con i vecchi compagni e con Greppi e R. Veratti
partecipò alle riunioni che si tennero in casa di Ivan Matteo lombardo e F. Lami Starnuti in vista della
riorganizzazione del Partito Socialista Italiano. Nellestate del 1943 partecipò
alla ricostituzione del Partito Socialista, risultante dalla fusione del Partito
Socialista Italiano con il movimento di
Unità Proletaria, ma dopo l8 settembre fu costretto a riparare in Svizzera. A
Lugano assunse la carica di segretario del Comitato per lassistenza ai profughi
politici italiani. Nel settembre del 1944 raggiunse lOssola libera e di lì riuscì
a passare clandestinamente in Italia, dove partecipò alla lotta per la liberazione di
Milano e fu tra i redattori del primo numero dellAvanti! legale. Segretario della
Camera del Lavoro di Milano subito dopo il 25 aprile, nel 1947 assunse, in sostituzione di
O. Lizzardi, la carica di segretario generale aggiunto della Confederazione generale Italiana del Lavoro a fianco di G. di vittorio. Da quel momento la sua vicenda
biografica si identifica in modo completo con la storia della maggiore confederazione
sindacale italiana: deputato al Parlamento per la circoscrizione di Parma dal 1948 al
1968, membro della direzione del Partito Socialista Italiano dal gennaio 1948 al maggio
1949 e poi ancora dal gennaio 1951 allottobre 1968, membro dellesecutivo della
Federazione Sindacale mondiale e del
consiglio di amministrazione dellufficio
Internazionale del Lavoro, il Santi dedicò però la parte di gran lunga prevalente delle
sue energie alla direzione della confederazione
Generale Italiana del Lavoro. Tutto il suo discorso sindacale e politico dopo la fine
della guerra è in fondo legato, come ha notato V. Foa, allaggiornamento, in qualche
modo, dei valori democratici e socialisti della tradizione padana, nelle nuove condizioni
di un capitalismo industrializzato e organizzato. Anche negli anni più duri della guerra
fredda si batté per affermare una concezione della democrazia sindacale che assorbiva la
parte più vitale della tradizione riformista: per una democrazia cioè non formale ma
fondata sulla consapevolezza delle masse, sulla loro iniziativa creatrice, sulla loro
piena partecipazione alla formazione delle scelte collettive quali mezzi per valorizzare,
in termini di azione e di lotta, limmenso patrimonio di energie potenziali del
proletariato (barbadoro).
Sullattuazione coerente del metodo democratico e sulla rivendicazione della
capacità del sindacato di elaborare autonomamente una sua linea rivendicativa e
riformatrice, nel fermo rifiuto di ogni discriminante ideologica e di ogni ipotesi di
subordinazione dellorganizzazione di classe a istanze a essa estranee, il Santi
fondò la sua concezione dellunità sindacale. Strenuo difensore del suo
mantenimento di fronte alle prime minacce di scissione (a lui, oltre che a Di Vittorio, si
deve il tentativo di compromesso con la corrente cristiana noto come modus vivendi, che
ritardò di qualche mese luscita di questa dalla confederazione Generale Italiana del Lavoro),
anche dopo la rottura del 1948 non rinunciò mai a battersi per la ricomposizione. Il
richiamo al riformismo padano è ben presente anche nella concezione che il Santi mostrò
di avere delle riforme di struttura, quale traspare a esempio dalla relazione da lui
svolta al Congresso Nazionale della Confederazione Generale Italiana del lavoro a Genova (1949), quando fu lanciata
liniziativa del Piano del Lavoro: una concezione dinamica, che rifiutava di isolare
le conquiste graduali di nuovi rapporti di lavoro e di vita delle masse
dallobiettivo della trasformazione socialista. Ma il saldo legame con la tradizione
che aveva improntato la sua formazione di dilettante e di dirigente non impedì al Santi
di avvertire con singolare lucidità lemergere di esigenze e di problemi nuovi:
così fu tra i primi a cogliere i limiti della strategia sindacale centralizzata che era
prevalsa fino alla metà degli anni Cinquanta e nella relazione al Congresso Confederale
di Roma (1955) si sforzò di definire un rapporto soddisfacente ed equilibrato tra la
generalizzazione delle lotte da un lato e larticolazione delle rivendicazioni in
modo rispondente a un processo di sviluppo sempre più differenziato dallaltro. nellultimo periodo della sua attività il
Santi fu chiamato a confrontarsi con i problemi posti dalla necessità di definire una
coerente posizione del sindacato di fronte al discorso della programmazione: problemi resi
per lui più delicati dallingresso del partito cui apparteneva, il Partito
Socialista Italiano, nel governo di centro-sinistra. Rivendicando lesigenza di una
politica di piano che non si presentasse come pura e semplice razionalizzazione delle
scelte capitalistiche, bensì come affermazione della priorità della scelta pubblica e
delle riforme di struttura, rifiutò sempre ogni artificiosa contrapposizione tra salari e
investimenti e ogni condizionamento della dinamica rivendicativa. Al VI Congresso
Nazionale della Confederazione generale
Italiana del Lavoro (Bologna, 1965) il Santi annunciò la propria irrevocabile decisione
di ritirarsi, per ragioni di salute, dalla segreteria. Nel suo discorso, tutto proiettato
nella prospettiva, che da anni non era sembrata così vicina, dellunità sindacale,
uscì in unaffermazione che rifletteva nel modo più chiaro il senso della sua
milizia di dirigente operaio e socialista: La più grande soddisfazione sarebbe quella di
poter avere la certezza che un bracciante, un operaio, un lavoratore solo, nel corso di
questi diciotto anni, abbia detto per una volta sola di me: è uno dei nostri, di lui ci
possiamo fidare. Trascorse gli ultimi anni della sua vita sempre più appartato dalla vita
politica attiva, in una posizione di riserbo critico verso molte scelte del Partito
Socialista Italiano, e principalmente verso quella dellunificazione con il Partito
Socialista Democratico Italiano, che sul piano sindacale sembrò comportare il rilancio
della prospettiva, da lui sempre risolutamente respinta, del sindacato socialista.
FONTI E BIBL.: prefazione di V. Foa e introduzione di I. Barbadoro a Lora
dellunità. Scritti e discorsi di Fernando Santi, Firenze, 1969; Critica sociale 5
ottobre 1969, 557-558; S. Turone, Storia del sindacato in Italia (1943-1969), Bari, 1973,
ad indicem; A. Forbice, I socialisti e il sindacato, Milano, 1969, ad indicem; I congressi
della CGIL, I-VII, Roma, 1949-1966; Dizionario storico politico, 1971, 1146; A. Agosti, in
Movimento operaio italiano, IV, 1978, 507-510; P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 15
settembre 1988, 3; P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 16 settembre 1990, 3; Grandi di Parma,
1991, 102-103.
SANTI IGNAZIO FELICE
Parma
1702/1734
Fu docente di istituzioni romane allUniversità di Parma dal 1702 al 1710.
Poi divenne primo segretario di Stato e consigliere del Consiglio di Gabinetto del duca
Francesco Maria Farnese. Nel 1734 fu giubilato con tutti gli onori e i titoli.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Registro de Recipiati e Mandati
per il 1702-1703, Registro dei Mandati 1701-1720, Ruoli de Provigionati n. 29, 1,
numero 30, 179; F. Rizzi, Professori, 1953, 32 e 65.
SANTI RAINALDO
Sambuceto
di Compiano 1242
Architetto, lavorò nel 1242 alla cupola del Duomo di Piacenza.
FONTI E BIBL.: L. Cerri, Larchitetto Rainaldo Santi e la cupola del duomo,
Piacenza, S.T.P., 1912; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 965.
SANTINELLI GIOACCHINO
Parma
12 settembre 1725-Pieve di Guastalla 17 marzo 1813
Frate cappuccino. Compì la vestizione a guastalla
il 15 agosto 1742 e la professione di fede il 15 agosto 1743. Fu consacrato sacerdote a borgo San Donnino il 21 settembre 1748. Fu
predicatore, lettore a Parma e a Piacenza, guardiano a Parma e a Guastalla, definitore
(1771 e 1783), congiudice, teologo degli ordinari di Guastalla Francesco Tirelli e
Francesco scutellari. Nel 1760 predicò la
Quaresima nella collegiata di San Bartolomeo di Busseto con applauso universale, essendo
stato conosciuto dalli spassionati per uomo dottissimo, ed aggradito da tutti li ceti di
persone per li suoi argomenti ben maneggiati non meno che fruttuosi, si per li dotti che
per li popolari. E di più fu a tutti di somma edificazione co suoi buoni esempi e
ritiratezza dal secolo. Morì in odore di santità.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Biblioteca cappuccini, 1951, 132; F. da Mareto,
Necrologio cappuccini, 1963, 187.
SANTINELLI MARIO
Parma
1 dicembre 1685-Gallipoli 29 giugno 1745
Frate cappuccino laico, nel 1720 fu compagno dei missionari in Tunisi, indi (1735)
del ministro provinciale e poi (1741) del vescovo di Gallipoli Antonio Maria Pescatori mantegazza, anchegli cappuccino e alunno
della Provincia Parmense. Compì a Carpi la vestizione (13 dicembre 1704) e la professione
di fede (13 dicembre 1705).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 382.
SANTINI CESARE
Santa
Maria della Fossa 19 marzo 1890-Bazzano 15 agosto 1953
Fu ordinato sacerdote il 28 novembre 1920. Fu combattente nella guerra 1915-1918.
La nomina ad arciprete di Bazzano lo raggiunse mentre era parroco a Monchio delle Corti.
Fece lingresso solenne a Bazzano il 7 dicembre 1936, festa del titolare
santAmbrogio: gli conferì il possesso reale monsignor Giovanni Barili, vicario
generale della diocesi di Parma. Il Liber chronicus lasciato dal Santini è ricco di
annotazioni su fatti accaduti negli anni 1936-1953 e di iniziative da lui curate per il
bene spirituale della parrocchia. Convinto che la predicazione fosse un mezzo efficace di
apostolato, tenne nei diciassette anni della sua parrocchialità cinque missioni solenni
(1937, 1938, 1939, 1940 e 1941) e un congresso eucaristico nel contesto delle parrocchie
della zona (5 maggio 1940), con la partecipazione nella giornata di chiusura di quindici
sacerdoti, di tutta la popolazione della parrocchia e di quella dei paesi limitrofi.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 61 e 65.
SANTINI EGIDIO
Borgo
San Donnino XV/XVI secolo
Fu autore di unode saffica latina (Ill.mo et Clar.mo Juveni Philippo Rubeo
Comiti), che il Pezzana procurò per la Biblioteca parmense. È molto probabilmente lo
stesso ricordato negli Epigrammi latini del Veggiola (1536): Sanctini Sacerdotis
Burgensis.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II,
1827, 453-454.
SANTINI EGIDIO
Vigatto-Pod
Kaksmck 21 agosto 1917
Soldato nel 112° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia dargento al
valor militare, con la seguente motivazione: Porta ordini addetto al Comando di
Reggimento, percorreva ripetute volte zone battutissime dallartiglieria nemica,
offrendosi quando più grave era il pericolo, instancabilmente, assicurando il sollecito
collegamento tra il Comando di reggimento e i comandi superiori, e dando splendide prove
di alto valore personale.
FONTI E BIBL.: A. Coruzzi, Caduti di Vigatto, 1924, 53.
SANTINI VINCENZO FELICE
Parma
23 maggio 1798-Monaco di Baviera ottobre 1836
Cantante (basso), celebre nel genere buffo, esordì a Venezia (teatro San
Benedetto, 14 aprile 1817) nellInganno fortunato di Rossini. Si hanno scarse notizie
sulla sua carriera in Italia: lo si ritrova solo nel 1826 al Teatro alla Scala di Milano
in Giulietta e Romeo di Vaccaj e in Margherita dAnjou di Meyerbeer. Avuta
lapprovazione del maestro Morlacchi, fu da questi scritturato per il teatro di
Dresda. Qui cantò per diversi anni, passando poi al Teatro Italiano di Parigi, dove
esordì il 22 aprile 1828 quale Figaro nel Barbiere di Siviglia. A detta del Bettòli,
possedette una bellisima voce rimarchevole specialmente nelle note gravi che scendeva sino
al contro re. Comunque anzichenò sguaiatello nellazione e ne gesti, che
avevano piuttosto del lazzo, quando si metteva di proposito in una parte, giungeva a farsi
plaudire quanto ed anche più de migliori cantanti che in quel torno calcavano le
scene parigine. Il Santini fu particolarmente apprezzato nellaria del basso nella
Zelmira di Rossini. Rimase a Parigi fino al 1831. Dopo essersi prodotto su altre scene,
nel 1834 ritornò in Germania e cantò con successo al Teatro di Monaco. Morì a soli
trentotto anni.
FONTI E BIBL.: P. Bettòli; Tintori; C. Schmidl, dizionario universale musicisti, 3, 1938, 680;
G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 20 febbraio 1983, 3.
SANTINO
Parma 1515/1517
Figlio di Beltrame. Fu carpentiere attivo in Roma. Figura quale testimone in due
atti notarili del 1515 e 1517.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 140.
SANTINO DA PARMA
Parma 1600
Il Bocchia nella sua opera Drammatica a Parma (p. 92), fa menzione di Santino da
Parma, comico e ballerino, vissuto verso lanno 1600. Nello scenario della Pazzia di
Isabella, pare fosse cosa impossibile mettere daccordo una pavaniglia spagnola
(danza grave e seria) con una gagliarda (ballo pieno di vivacità) di santino.Anche nei dialoghi sul modo di recitare le
commedie, lasciati da leone di Somma (biblioteca Palatina di Parma, ms.), tra gli
interlocutori figura un Santino.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 giugno 1922, 4.
SANTINO DAPARMA, vedi anche GARSI SANTINO
SANTO DA PARMA, vedi SANTE DA PARMA
SANTO DA VIGATTO
Vigatto-post
1266
Un capitulum del 1266 lo nomina trumbeta del Comune di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Banda, 1993, 171.
SANTOMERI GIOSEFFA
Parma-
post 1774
Indicata come Sanromeri.Non risulta tra le pensionanti della Reale Scuola di Ballo
di Parma.Danzò nella primavera del 1765 in Bajazette, nelle feste per le nozze ducali del
1769 fu terza ballerina (fu retribuita con 1720 lire, più 512 lire per la dilazione;
Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri borbonici, b. 5) e nel luglio 1774 lavorò
nel ballo dato in onore dellarciduca di Milano (Archivio di Stato di Parma,
Spettacoli e Teatri borbonici, bb. 4-5)
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.
SAN VITALE, vedi SANVITALE
SANVITALE ALBERTINA, vedi NEIPPERG ALBERTINA MARIA
SANVITALE ALBERTO
Parma
ante 1229-Parma 16 maggio 1257
Secondo
figlio di Guarino e di Margherita Fieschi, sorella di papa Innocenzo IV. dapprima si diede al mestiere delle armi, poi
abbracciò la carriera ecclesiastica. Ottenne un canonicato nella Cattedrale di Parma. Il
7 settembre 1231 prestò il suo consenso a un atto di investitura delle decime e dei
frutti di tutte le terre che i canonici possedevano nella villa di Enzola a favore di
Giovanni, chierico di Castel Rignano, al quale, nello stesso tempo, fu conferito il
beneficio sacerdotale fondato in Cattedrale nel medesimo anno dallarcidiacono
Bonifacio da Cornazzano. Verso la fine di maggio del 1233, come canonico, si sottoscrisse
nel testamento di Gherardo Custode, che fondò un beneficio in Cattedrale con una
dotazione di cinquanta biolche di terra a santEulalia. Il Sanvitale nel 1238 era
ancora arcidiacono della Cattedrale, poiché il 16 agosto approvò la donazione fatta da sopramoggio di Basilicanova dei beni comperati dai
frati di San Francesco per la chiesa di Santa Maria Maddalena. Resosi vacante il vescovado di Parma con lannullamento
dellelezione di bernardo Vizio Scotti,
il papa scrisse al capitolo parmense il 1° dicembre 1234 con
lordine di provvedere allelezione nel termine di quindici giorni. Di fatto si
passò subito allelezione del Sanvitale, che venne poi confermata dal pontefice. Corse voce che limpegno di
annullare lelezione di Bernardo Vizio avesse avuto origine dal voler favorire il
nipote del papa che, al dire di fra Salimbene, molto dotto non era ma bensì di
bella presenza e di singolare onestà: Praedictus Papa abstulit Episcopatum Parmensem
Bernardo Vitio de Scotis, qui erat frater de Martorano, et iam habebat illum sibi datum a
Gregorio de Montelongo in Lombardia Legato, et dedit Alberto de Sancto Vitale ex sorore
sua, suo nepoti, quia caro et sanguis revelavit tibi. Il papa il 9 febbraio 1244 diede lincarico al
Sanvitale di ingiungere allarciprete e al Capitolo di San Prospero di Reggio Emilia
che entro otto giorni eleggessero il loro vescovo, perché altrimenti vi avrebbe
provveduto il Sanvitale stesso. Il Sanvitale fu semplicemente eletto e confermato dal papa perché non fu mai promosso ad altro ordine
che al diaconato, né si curò in seguito di farsi
ordinare sacerdote, per cui non fu neppure mai consacrato vescovo, tenendo solo il titolo
di Eletto e facendo compiere nella sua Chiesa da vescovi suffraganei le funzioni
episcopali. Il Sanvitale ottenne dal papa
Innocenzo IV una ordinanza, del 26 aprile 1244, in cui si legge: Volentes ut Parmensis
Ecclesia debitis ossequiis maxime in Missarum solempniis non fraudetur presentium
autoritate statuimus. Il pontefice, con
lettera dal laterano del 13 maggio 1244,
ordinò al Sanvitale di togliere dal monastero delle cistercensi di San Siro di Fontanelle
i chierici addetti allospedale e
collocarli in chiese della sua diocesi
distanti dal monastero per evitare scandalo. Il sanvitale
fu generoso verso lospedale di Borgo
San Donnino: il 2 giugno 1244 diede linvestitura di tutte le terre del Palazzo
vescovile poste nella pieve suddetta (cioè tutti i frutti delle decime e di decimazione)
a Bianco, rettore e amministratore dellospedale,
con lonere di una libbra di cera nuova da consegnarsi nellottava di Santa
Maria dAgosto. Poiché i frati domenicani di Santa Maria Nuova in Capo di Ponte si
rivolsero al papa per rifabbricarsi un
convento e una chiesa decorosa, Innocenzo IV il 6 luglio 1244 scrisse al Sanvitale, al
Capitolo e al clero di Parma affinché assecondassero il priore e i frati a trovare un
luogo migliore e più adatto. Intanto Innocenzo IV, sfuggendo allimperatore Federico
II, ribelle alla Chiesa, da Genova si trasferì a Lione per celebrarvi un concilio
generale. Il Sanvitale, nipote del papa, si
mosse con grande prudenza e coraggio affinché fosse tenuto il concilio: il papa il 17 luglio 1245 proferì sentenza contro
Federico, privandolo dellimpero e di tutti gli altri stati, come sospetto di eresia,
spergiuro e nemico della Chiesa, assolvendo i sudditi dal giuramento e ordinando sotto
pena di scomunica di negargli ubbidienza. Per ritorsione contro i guelfi parmigiani che
già aveva espulso, Federico non solo confiscò loro tutti i beni ma si appropriò anche
di quelli della Chiesa, occupando il Palazzo vescovile di Parma, esigendo le entrate,
imponendo gravezze alle chiese e lanciando bandi rigorosissimi contro chiunque avesse
avuto contatti con la parte avversaria. limperatore esiliò da Parma e da Reggio i
Sanvitale e i Rossi, parenti del papa e i da
Correggio e i Lupi di parte guelfa. Il Sanvitale, dopo aver persuaso il papa a revocare latto di elezione a badessa
del monastero delle clarisse di Bordeaux della sorella Cecilia, ripartì da Lione. Giunse
nel marzo 1247 a Milano, dove si fermò e da dove si occupò della sua diocesi, avendone avuto licenza dal papa sino dal 21 marzo 1246 da Lione (super his
aliis etiam extra Parmensem Diocesim constitutis cum expedire vices tuas plenam tibi
concedimus auctoritate presentium facultatem). Il papa
il 30 maggio 1247 scrisse al Sanvitale avvertendolo di avergli concesso la facoltà di
conferire a persone idonee le prelature e gli altri benefici ecclesiastici della città e diocesi di Parma, fino a che la persecuzione
suscitata da Federico quondam imperatore non si fosse calmata. Quando re Enzo, lasciato
dal padre a custodia del parmigiano, partì
per rinforzare lassedio al castello di Quinzano, nel territorio di Brescia, i Rossi,
i Lupi, i da Correggio, i Sanvitale, Giberto da Gente e tutti i banditi, provvedutisi
darmi e di soldati, si portarono da Piacenza a Noceto, ove Ugo, fratello del
Sanvitale, venne acclamato loro capitano. Si posero in marcia il 15 giugno 1247 e ruppero
al Borghetto del Taro le squadre ghibelline guidate dal podestà Testa, aretino, da Ugo
Mangiarotto e da Bartolo Tavernieri. Giunti alle fosse del capo di Ponte, che trovarono
asciutte, salirono i ripari e, senza trovarvi resistenza, si recarono ai palazzi del
Vescovo e del Comune, occuparono le porte e le torri e, assoggettata la città, crearono
loro podestà Gherardo da Correggio. Nel luglio Riccardo, conte di San Bonifacio di
Verona, guidò per la via di Guastalla i suoi soldati e quelli di Mantova, accolto con
grandi feste dai Parmigiani. Poco dopo giunse da Piacenza un soccorso di quattrocento
cavalli e da Milano arrivarono il cardinale Gregorio da Montelongo e Bernardo Rossi con
altri mille cavalli. Non mancarono gli aiuti di Azzo dEste e dei fuoriusciti di
Reggio e dei bolognesi. Il comune di Genova prima inviò centocinquanta
balestrieri e poco dopo altri trecento, come pure fecero i conti di Lavagna, parenti del papa (Alberto Fieschi si portò a Parma in
persona, facendo alzare in più luoghi le mura diroccate della città). Il 2 agosto 1247
limperatore Federico II, alla testa di un poderoso esercito, pose lassedio
alla città di Parma. Il 18 febbraio 1248, con una improvvisa sortita portata direttamente
al campo imperiale, le truppe ghibelline furono messe in fuga e la città di Parma
liberata dallassedio. Il papa il 13
marzo dello stesso anno 1248 scrisse al Sanvitale e a Guglielmo, vescovo di Reggio Emilia,
ordinando loro che i cittadini di Cremona, i quali dopo la sentenza di deposizione di
Federico II avevano prestato in qualunque maniera aiuto allImperatore, fossero
privati di tutti i feudi ecclesiastici, da conferire ai soldati cremonesi devoti alla
Chiesa. Lanno dopo il Sanvitale fu presso il papa a Lione, dove ottenne che fosse
promosso alla dignità di abate di Nonantola Cirsacco da Marano. Avvenuta la morte
dellimperatore Federico II nelle Puglie, il papa
rientrò in Italia e si condusse a Genova (maggio 1251) ove incontrò il Sanvitale e il
fratello Obizzo, canonico della Cattedrale e cappellano pontificio, suoi nipoti. Il 23
giugno il papa, che si tratteneva ancora a
Genova, col consenso del Sanvitale, anchegli presente, concesse al prevosto e
canonico Pietraccio de Torselli lusufrutto di tutte le case di ragione della
Chiesa di Parma che erano state assegnate a Obizzo e gliene diede linvestitura. Poi
il papa si portò verso Milano e il Sanvitale, insieme al fratello, tornò a Parma passando da
Berceto. Nellanno 1251 il sanvitale
confermò alla fabbrica della cattedrale le
investiture e le concessioni già fatte, cioè la decima e i frutti della decima di tutte
le terre poste nelle paludi della città presso porta Santa Cristina, i pascoli di San
Prospero, delle Saldine e la palude di Fognano. Il 10 ottobre 1252 il Sanvitale sentenziò
nella causa tra Giovannino e labate del convento di San Ponzio de Tomeriis per la
chiesa di Santa Maria de Corbiano, della diocesi
Agathensis. Il papa, da Perugia, il 5
novembre ne confermò la sentenza. Per desiderio del Sanvitale, il papa il 20 dicembre, sempre da Perugia, permise
a guglielmo, cappellano del Sanvitale, di
percepire come se fosse personalmente residente i frutti della prebenda Conchensis, della
prebenda di Guisa nella diocesi di Lione e
dellarcipretura di Cusignano della diocesi
di Parma. Nellanno 1253 Giberto da Gente, podestà dei Mercanti, si adoperò per
pacificare i parmigiani con i fuoriusciti e
il 18 maggio 1253 il papa conferì facoltà
al Sanvitale di assolvere i fuoriusciti dalle censure contratte per avere aderito
allimperatore Federico e al figlio Corrado. Nel 1254 il Sanvitale istituì nella
chiesa di San Tomaso di Gattatico, allora della diocesi di Parma, due chierici. Intanto
Giberto da gente, che aveva saputo farsi
proclamare signore perpetuo di Parma, prima
mostrò di favorire la parte guelfa e la Chiesa, ma cominciò dopo non molto a intaccarne
limmunità. Il Sanvitale e buona parte del Capitolo della Cattedrale uscì da Parma
e si recò dal papa per richiederne
lintervento, ma poco dopo Innocenzo IV morì (7 dicembre 1254). Il nuovo eletto,
Alessandro IV, da Napoli, il 12 aprile 1255, gli chiese di procurare a giacomino di Galegana, chierico povero della sua
diocesi, un qualche beneficio ecclesiastico che non competesse a nessun altro in qualcuna
delle sue chiese, facendolo ricevere come chierico e fratello. Il 28 maggio dello stesso
anno il papa, che aveva stabilito nella sua
costituzione de consecrandis episcopis il tempo entro il quale gli eletti erano obbligati
a farsi consacrare a vescovo, scrisse al Sanvitale di ritenersi esentato da tale obbligo.
Nel 1256 il Sanvitale fu in Roma e di là inviò una lettera in data 21 marzo al suo
vicario Gherardo, arciprete di Fornovo, con la quale gli ingiunse di ricevere tra i
canonici di Berceto Nantelmino, figlio di Guglielmo Rustico di Solignano, e di metterlo in
possesso di una prebenda vacante. Il sanvitale
si era portato a Roma per ottenere la conferma dei privilegi personali avuti anteriormente
e la concessione di provvedere le chiese della città e diocesi di prelati e sacerdoti e di sostituirli
con più idonei. Tornato a Parma, si trovò presente il 23 marzo 1257 allatto di
fondazione di due benefici istituiti allaltare di Santa Barbara da Alberto
dUngheria, canonico di Parma e notaio del papa: In presentia venerabilis Patris Domini Alberti Dei gratia
Electi. Il Sanvitale fu sepolto in fondo al Coro della Cattedrale di Parma, in quella
parte che guarda la chiesa di San Francesco del Prato, con la seguente iscrizione in versi
leonini: Hic iacet Albertus post mortem vivere certus Qui fuit Electus Parmensis vir bene
rectus Vir sobrius castus vir vitans undique fastus Vir gremiis plenus, largus largitor
egenis Dogmate maturus inter contagia purus Hinc Anselmorum pater et genus extat avorum
Mater de Flisco comitissa ex sanguine prisco Pontificisque nepos summi quartus fuit
Innocentius ipsius clarus frater genitricis In quinquaginta septem cum milleducentis Et
maii mensis octo geminis fugientis.
FONTI
E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 37, 51-52 e 228; N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa
parmense, 1936, 217-230; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 238.
SANVITALE ALBERTO
-Parma
1295
Figlio di Antonio. Fu ucciso nel tumulto che ebbe luogo tra il partito guelfo, che
voleva introdurre in Parma gli Estensi, e quello dei ghibellini, tumulto nato poco dopo
che il vescovo Obizzo Sanvitale, suo prozio, era stato scacciato da Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, famiglie celebri, I, 1819, tavola I.
SANVITALE ALBERTO
Parma 28
agosto 1834-Parma 25 settembre 1907
Figlio
di Luigi e di Albertina Neipperg. Di nobile e ricca famiglia, si laureò in matematica e
in ingegneria e poi entrò nellEsercito Sardo come ufficiale di artiglieria (1859).
Prese parte alle campagne del 1859 e del 1866. Avendo già raggiunto il grado di capitano,
abbandonò la carriera militare per dedicarsi in Parma agli uffici amministrativi e alla
gestione di varie opere pie. Per quattro legislature (dalla XVI alla XIX) rappresentò
alla Camera dei Deputati il collegio di Parma, militando nelle file del partito liberale
moderato. Fu abbastanza assiduo ai lavori della Camera. Fu consigliere comunale dal 1869
al 1892, assessore dal 1870 al 1886 e consigliere provinciale per molti anni. Divenne
deputato di Parma in una elezione supplettiva a scrutinio di lista nel 1887. Fu rieletto
nel 1890 e ancora nel 1891 e nel 1895 a Parma Nord. Presiedette gli Asili Infantili e la
Casa di Provvidenza di Parma. Fece uso liberale dei suoi averi in opere di pubblica e
privata beneficenza.
FONTI E BIBL.: T. Sarti, Il Parlamento subalpino e nazionale. Profili e cenni
biografici, Terni, Tip. de lIndustria, 1890, 851; Gazzetta di Parma 27 e 29
settembre 1907; G. Sitti, Il Risorgimento italiano nelle epigrafi parmensi, Parma, Off.
Grafica fresching, 1915, 137; Gazzetta di
Parma 9 dicembre 1920, 1-2; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 123; E.
Michel, in Dizionario risorgimento, 4, 1937,
205; A. de Gubernatis, Dizionari biografici,
due volumi, Firenze, 1879, e Roma, 1895; L.F. Pallestrini, I nostri deputati: XIX
legislatura, Palermo, 1896; A. Malatesta, Ministri, 1941, 108; B. Molossi, Dizionario
biografico, 1957, 137.
SANVITALE ALESSANDRO
1553-Curzola
1571
Figlio di Alfonso, partecipò giovanissimo alle guerre contro i Turchi, al servizio
dei duchi di Savoja, e morì alla battaglia di Lepanto a soli diciotto anni.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; C. argegni, Condottieri, 1937, 135.
SANVITALE ALESSANDRO
Fontanellato
1573 c.-post 1635
Figlio di Luigi e di Corona della Somaglia. Nel 1622 fu inviato dalla corte di Parma al duca di Savoja per partecipare
la morte del duca Ranuccio Farnese. Nel 1623 fu eletto capitano dei Corazzieri della
Guardia. Nel 1632 fu inviato a Torino al duca Vittorio Amedeo di Savoja per congratularsi
per la nascita del primogenito. Nel 1635 fu eletto governatore delle Armi in Piacenza. Il
duca Odoardo Farnese, in benemerenza della devozione mostrata per la casa Farnese, gli
concesse lacquisto dalla Camera ducale della metà di Fontanellato, che dal 1612 era
stata confiscata ad Alfonso Sanvitale, suo cugino. In questo modo lintera signoria di Fontanellato fu riunita nelle mani
del Sanvitale.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.
SANVITALE ALESSANDRO
Fontanellato
13 agosto 1645-2 marzo 1727
Nacque
dal conte Luigi e da Lucrezia Cesi. Fu celebre negli studi matematici, meccanici e
musicali. Nella meccanica superò i più esperti artefici: in hisce facultatibus
versatissimus, et expertissimus erat, manumque suam mechanicis praesertim operationibus
ita admovebat, ut ipsos peritiores artifices superare visus sit (Museo Mazzuchelliano).
Ebbe al suo servizio Lotto Lotti, bolognese, che gli dedicò il suo poema della
liberazione di Vienna, scritto in lingua bolognese (impresso in Parma per gli Eredi del
Vigna, 1685). Il Malatesta, nella sua dedicatoria del volgarizzamento delle Selve di
Stazio, fatto dal Biacca (Milano, 1732), dice del sanvitale
queste parole: Ognuno sa quanto fosse nelle Matematiche versato il Conte Alessandro,
quanto innamorato delle belle lettere, e quanto egli sia stato generoso Mecenate degli
uomini dotti; quindi ha egli meritato lapplauso delle più fiorite Accademie, le
quali ad eternare la di lui memoria lo hanno onorato, ancor vivente, col far coniare
medaglie al di lui nome; speziosi monumenti, che ai soli granduomini convengonsi. Il
Chiappetti (a foglio 224 della sua architettura
Militare, 1712) descrive una nuova foggia di cannone inventato dal sanvitale nellanno 1711. Il Sanvitale fu
anche violinista, compositore e mecenate illustre. Gli vennero dedicate buon numero di
pubblicazioni di musiche strumentali: lopera 7 di L. Penna (1673), lopera 12
di G. M. Bononcini (1678), lopera 7 di G. B. Vitali (1682), lopera 5 di G. B.
Bassani (1683), lopera 2 di G. B. Bononcini (1685) e lopera 1 di L. Taglietti
(1697). Il Sanvitale pubblicò Messe piene a 8 voci opera 5 (Bologna, Monti, 1684). restaurò nel 1687 il castello di Fontanellato e
vi edificò un teatro. Sposò Paola Simonetta, figlia del conte giacomo, di Milano.
FONTI E BIBL.: A.
Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 12-13; G.B. Janelli,
Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 383-384; Enciclopedia della Musica, 4, 1964,
113.
SANVITALE ALESSANDRO
Parma
17 settembre 1731-9 ottobre 1804
Fu grande cultore delle lettere e in particolare della letteratura francese.
Raccolse una notevole biblioteca di opere di autori francesi. Morì per attacco
apoplettico.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 387-388.
SANVITALE ALFONSO
Parma
ante 1519-1560
Figlio di Gianfrancesco e di Laura Pallavicino. Legato da amicizia e parentela a
Ottavio farnese, gli fu sempre vicino e nel
1545 combatté per lui contro Carlo V, che gli voleva togliere il dominio di Parma.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591; E. Bicchieri,
Vita di Ottavio Farnese, Modena, 1864; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella
Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A.
Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; E. Tiramani, Storia genealogica
della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1637, 130-131.
SANVITALE ALFONSO
1530-Sartiano
26 dicembre 1555
Figlio di Girolamo. Da giovanetto fu paggio donore di Ferdinando
dAustria. Tornato in Italia, difese con grande valore il suo castello di Sala,
assediato dai Farnese alleati col re di
Francia, e li costrinse a ritirarsi (1552). Al comando di due compagnie di Tedeschi seguì
larmata di Andrea Doria che combatté il corsaro Dragut, battendolo allisola
di Ponza. Passò quindi alla guerra di Siena e poi a quella di Piemonte contro i Francesi,
difendendo con magnifico risultato la fortezza di Valfenera. Carlo V lo creò cavaliere di
SantJago. Nel 1555, quando larmata turca, dopo aver depredato la Toscana, si
recò in Corsica, il Sanvitale le andò incontro con i suoi Tedeschi e, dopo un gagliardo
combattimento in cui dimostrò ancora una volta il suo coraggio, la debellò quasi
interamente, volgendola in fuga e facendone appendere le insegne conquistate nella chiesa
di San Sepolcro, a perenne ricordo della valorosa impresa. Ritornato nelle file di cosimo dei Medici, mentre si preparava
allassedio di Sartiano, venne colpito da unarchibugiata che lo condusse a
morte alletà di soli venticinque anni.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; E.
Bicchieri, Vita di ottavio Farnese, Modena,
1864; M.E. da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto della Biblioteca Palatina di Parma;
P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dellorigine et dei
fatti delle famiglie illustri dItalia, Venezia, 1609; E. Tiramani, Storia
genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937,
130.
SANVITALE ALFONSO
1574
c.-Parma 19 maggio 1612
Figlio di Ottavio e di Vittoria Appiani. accusato
di congiura, fu decapitato nel 1612 assieme a Gerolamo e Gianfrancesco Sanvitale, vittima
con tutta probabilità degli interessi dei Farnese.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.
SANVITALE AMALIA
Parma 1757 c.-post 1817
Figlia
di Alessandro e Costanza Scotti. Fu dama di palazzo dellimperatrice e nel 1817 dama della Crociera.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.
SANVITALE ANGELO
Parma
primi anni del XV secolo-1446
Figlio di Gian Martino. Allievo di Braccio da Montone, ne acquistò la valorosa
perizia militare e con lui, nel 1420, prese parte alla conquista di Bologna, quando questa
città si ribellò alla Chiesa. Passò poi al servizio di Niccolò Piccinino. Con
Francesco e Giacomo, figli di questultimo capitano, fu poi al servizio del re
Alfonso I di Napoli, per il quale contribuì a recuperare gran parte del regno (nel 1424 fu allassedio
dellAquila) combattendo contro Renato dAngiò e poi contro Francesco Sforza,
da lui sconfitto nella Marca di Ancona. Passò quindi al soldo di Lionello dEste,
dando sempre prova di valida esperienza militare. quando
morì lultimo Visconti di Milano, lasciando Parma agli Estensi, Lionello dEste
non poté accettarla per motivi politici ma il Sanvitale difese gagliardamente la sua
città assalita (con Fiorenzuola e Colorno) dagli Sforzeschi, che però alla fine lo
spogliarono dei suoi domini. Andò allora a servire la repubblica veneta contro Francesco Sforza,
alleandosi ai da Correggio. Ebbe allora il comando di quattrocento uomini e il soldo di
quaranta fiorini per lancia.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; B.
Corio, Storia di milano, Venezia, 1565; M.E.
da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; G.B.
Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani
illustri, Parma, 1877, 377; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A.
Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, XX; A. Pezzana, La storia della città di Parma,
Parma, 1859; Rosmini, Storia di Milano, Milano, 1820; F. Sansovino, Dellorigine et
dei fatti delle famiglie illustri dItalia, Venezia, 1609; F. Simonetta, Vita di
Francesco Sforza, Venezia, 1544; F. Thomassino e G. Turpino, Ritratti di cento capitani,
Roma, 1635; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto;
P. Totti, Ritratti ed elogi di capitani illustri, Roma, 1635; C. Argegni, Condottieri,
1937, 131.
SANVITALE ANA, vedi SANVITALE GIOVANNA
SANVITALE ANNA ELEONORA
Sala
1558-Ferrara 19 marzo 1582
Nacque da Giberto e da Livia da Barbiano, figlia di Pier Francesco conte di
Belgiojoso. Essendosi il padre circondato di cultori delle lettere, ai quali fu largo di
protezione, non meraviglia il fatto che la Sanvitale fosse educata negli studi con
singolare cura. Alletà di quattordici anni sapeva già scrivere elegantemente
orazioni e versi latini, traduceva cicerone
e conosceva la filosofia aristotelica. Tali doti ebbero pomposa descrizione da Girolamo
Catena in una lettera a lei indirizzata da Città della Pieve il 1° ottobre 1574: Nunc
autem id tibi persuadebis, nullam extitisse neque superiori aetate, neque nostra, quae
ingenium tuum, literas, eloquentiam adaequet, aut majoribus naturae adjumentis ac
praesidiis provenerit. Ipse saepe sum admiratus, te vix quatuordecim annos natam et
latinam linguam probe, et etruscam callentem, Ciceronis libros diligenti lectione
evolvisse, quam Arist. de moribus scripsit philosophiam didicisse, veteris ac novi
Testamenti historiam memoria tenere, orationes, epistolas candido stylo fecisse, carmina
fudisse. Et nunc Euclidis operi studere, et post velle astrorum cursus metiri, ac sphaerae
cognitioni incumbere. quaenam ergo mulier, o
praestantissima Virgo, tecum conferenda est? Immo vero qui vir unquam floruit, tam paucis
annis tot claris virtutibus ornatus? Quid de singulari humanitate dicam, quid de
suavissimis moribus, quos omnes video cupiditate honoris, pudicitiae et gloriae
inflammatos, tam erudita simplicitate conditos, tam dulci severitate temperatos? Ut si
Modestia ipsa filiam desiderasset, effiegiem moris, sermonis, gravitatis, integritatis,
animique sui, non aliam quam te voluisset. Tu virginalis verecundiae exemplum; habitus,
vestitus liberalis. praeterea haec animi
pulchritudo cum corporis eximia pulchritudine convenit, quae non tantum venustas
mulieribus, quam virilis dignitas dicenda est: ita omnes partes inter se cum summo lepore
summa gravitate admixta consentiunt, ut nulla quidem species excogitari possit ornatior,
cum ex utroque formae splendore constare videatur. Nel gennaio 1573 Giulio Thiene, che era
al seguito di Alfonso dEste a Roma per rendere omaggio al pontefice Gregorio XIII,
incontrò per la prima volta la Sanvitale che si trovava a Roma col padre e la matrigna,
impegnati in una causa civile. La Sanvitale, allora tredicenne, produsse certamente una
forte impressione nellanimo del giovane feudatario scandianese. Laggregazione
allora avvenuta del Thiene alla nobiltà romana contribuì certo a lusingare ancor più
lamor proprio della sanvitale, la cui
matrigna, barbara Sanseverino, non meno
colta di lei, mise a rumore tutta la Roma aristocratica cinquecentesca per quel fascino
irresistibile che ella seppe esercitare su tutti. La Sanvitale assimilò certamente della
raffinata matrigna le qualità che occorrevano a una gran dama per brillare nel suo
entourage ma, quanto ai costumi morali, per quello che se ne ricava dagli scritti, fu
assai diversa dalla contessa di Sala: se si eccettua una garbata civetteria,
nullaltro trapela di men che corretto attraverso gli studi condotti con certosina
meticolosità da coloro che hanno ricostruito storicamente le vicende della Ferrara
cinquecentesca. Assai avvenente, la Sanvitale fu dunque destinata sposa a Giulio Thiene,
conte di Scandiano, che sposò (febbraio 1576) a scandiano.
Gli sposi si trasferirono poi alla corte di Ferrara, ove Giulio Thiene risiedeva: Era nel
febbrajo di quellanno giunta a Ferrara Donna Eleonora Sanvitali, sposa novella di
Giulio Thiene Conte di scandiano,
giovinetta bellissima, dalto animo, e di leggiadre e gentilissime maniere, ed oltre
a ciò assai versata negli studj delle buone lettere e delle scienze. Eravi ella stata
accompagnata dalla Signora Barbara sanseverino
Contessa di Sala sua matrigna, Dama che per bellezza, per vivacità, per ingegno, e per un
certo maestoso portamento non la cedeva punto alla figliastra. Tutta Ferrara al loro
arrivo si pose in curiosità per la fama già percorsavi del merito di queste Dame, e
particolarmente della Contessa di Sala, che in Roma, ove sera trattenuta alquanti
mesi, saveva acquistato il titolo duna delle più belle e più assennate
matrone dItalia. Ora nelle feste, che si fecero in quel Carnovale alla Corte, la
Signora Barbara comparve con una nuova acconciatura di capelli in forma di corona, la quale unita alla bellezza del sembiante
e alla maestà della persona le dava tutta laria duna Giunone. Né minor
comparsa vi fece la Signora Leonora, bellissima anchella, e a cui accresceva molto
di vaghezza letà giovinetta, e una certa verginale modestia assai piacevole a
riguardanti, ma sopra tutto il labbro inferiore, che alquanto ritondetto si sporgeva in
fuori con molta grazia. Questa corona e questo labbro furono loggetto della
meraviglia, e de discorsi degli oziosi Cortigiani, e di quasi tutta la Nobiltà
Ferrarese; e il Duca medesimo non poté dissimulare il piacer provato per quella vista:
onde il Tasso prese volentieri occasione di scrivere in questo proposito alcuni Sonetti,
chebbero meritamente grandissimo applauso, massime presso il Duca, il quale udendoli
leggere, gliene mostrò particolare godimento; il che Torquato volle partecipare al suo
amico Scalabrino, dicendogli in una lettera dellultimo di Febbrajo: Ho fatto due
Sonetti, uno alla Contessa di Sala, chavea la conciatura delle chiome in forma di
corona, laltro alla figliastra, cha un labrotto quasi allAustriaca; e
con occasion dudirli il Duca mha fatto molti favori; ma io vorrei frutti e non
fiori. Non mando i Sonetti, perché non mi risolvo se son belli o no. Questo so bene,
chavendoli io detti mal mio grado al Maddalò, gli ascoltò con volto severissimo.
Ma sia che si voglia, non so chi facesse molto di meglio. Oltre a questi due ne fece un
altro bellissimo per la medesima Signora Leonora Contessa di Scandiano in occasione che in
quello stesso Carnovale comparve molto leggiadramente mascherata ad una danza, dicendole
che non vera volto o foggia alcuna da maschera, per vaga ed avvistata che ella si
fosse, la quale potesse agguagliare, non che accrescere la sua naturale avvenentezza.
Cotali componimenti gli aprirono ben presto ladito alla grazia e alla famigliarità
di questa virtuosissima Dama, la quale, come già dicemmo, era assai intendente, e si
dilettava di scrivere anchessa in verso e in prosa con molta eleganza. Ma questa
novella ventura non servì che ad aumentar maggiormente la rabbia e linvidia
de suoi emoli; i quali mal sofferendo di vederlo così accetto alle due Principesse,
e in tanta grazia delle Dame più belle e più riguardevoli della Corte, posero in opera
più che mai le loro macchine ribalde per abbatterlo ed atterrarlo (Serassi). La Sanvitale
divenne in breve assai nota anche perché corse voce che a lei fossero rivolti gli
infelici amori del Tasso, che dalla sua prigione le scrisse una lettera, assieme ad alcune
poesie, in cui dice: mando a V. S. questo picciol volume di rime, opera anzi di Febo, e
dAmore che dalcun arte: e la prego, che voglia con ogni studio procurare, che
lemenda degli errori sia non men cara, di quel che gli errori siano stati
spiacevoli, a coloro massimamente, i quali ella può sapere, che più mincresce di
avere offesi. Di queste rime molte sono in lode della Sanvitale. Due sonetti furono poi
ripubblicati dal Venturi (foglio 113 della Storia di Scandiano). Il Manso, il giacomozzi e lo stesso Pezzana, analizzando
filologicamente alcuni sonetti del Tasso, ritengono che il poeta sia stato realmente
innamorato della Sanvitale. Nel 1582 Marfisa dEste concesse in affitto a Giulio
Thiene il palazzo Schifanoja, che il popolo chiamò allora la Scandiana, identificandolo
in volgare metonimia, coi nuovi abitatori. Nella sontuosa sua nuova dimora, la ventiduenne
Sanvitale morì dando alla luce una bambina. La salma fu subito trasportata a Scandiano
dove fu inumata entro il sepolcro di casa Thiene, nella cattedrale. La Fachini collocò la Sanvitale tra
le sue Donne Italiane rinomate in letteratura, dove afferma che si istruì anche nelle
matematiche e nella Sagra Storia.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III,
1827, 660-666; Aurea Parma 4-5 1939, 148-153; G. Canonici Fachini, prospetto biografico delle donne italiane rinomate
in letteratura, Venezia, 1824; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri
o benemeriti nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, Genova, 1877, 380-382; M. Bandini,
Poetesse, 1942, 214; P. Litta, Famiglia Sanvitale ramo di Sala e Colorno, tavola IV; Aurea
Parma 4-6 1943, 79; Gazzetta di Parma 3 febbraio 1953, 3.
SANVITALE ANNA MARIA GIOSEFFA
Parma
14 aprile 1700-Parma 3 agosto 1769
Figlia del conte Luigi e di Carona Avogadri, sposò Francesco Terzi, conte di
Sissa. Fu ascritta allordine della
Croce Stellata, tra le matrone donore della corte
parmense, e scelta da Filippo di Borbone come custode aggiunta della figlia Elisabetta. La
Sanvitale morì a sessantanove anni detà e fu sepolta nella cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 135.
SANVITALE ANSELMO
Parma
1202
Figlio di Ugo. Nel 1202 fu uno dei testimoni intervenuti per convalidare la pace
che si compose in Cremona per opera del podestà di Parma tra i Reggiani e i Modenesi, che
erano venuti a contesa.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.
SANVITALE ANSELMO
ante
1229-Parma post 1295
Figlio di Guarino e di Margherita Fieschi. Nel 1279 fu canonico e custode del
Capitolo di Parma e vicario generale del vescovo Obizzo sanvitale, suo fratello. Nel 1295 fu prevosto
della Chiesa di Parma. Visse lungamente a Roma.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; P. Litta, Famiglie celebri, I,
1819, tavola I.
SANVITALE ANTON FRANCESCO, vedi SANVITALE ANTONIO FRANCESCO
SANVITALE ANTONIA, vedi CORREGGIO ANTONIA
SANVITALE ANTONIO
Parma
1294
Figlio di Ugo. Durante una solenne giostra tenuta a Ferrara nellanno 1294 fu
fatto cavaliere da Azzo dEste.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.
SANVITALE ANTONIO
Parma
1347 c.-14 settembre 1397
Figlio di Giberto. Fu condottiero al servizio di Bernabò Visconti, duca di Milano,
e per lui combatté in Lombardia contro i guelfi. Nella battaglia di Bastia di Solarolo,
presso Modena, rimase prigioniero (1363). Nel 1378 partecipò allassedio di Verona
contro gli Scaligeri, meritandosi il cingolo militare. Nel 1387 fu capitano del popolo in
Firenze.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.;
Archivio della famiglia sanvitale, in Parma;
Biblioteca Palatina di Parma, manoscritto 1193; B. Corio, Storia di Milano, venezia, 1565; M.E.da Erba, Estratti di cronaca,
manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei
parmigiani illustri, Parma, 1877; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A.
Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, XVIII; A. Pezzana, La storia della città di Parma,
Parma, 1859; G.B. Pigna, Historia dei principi dEste, Ferrara, 1570; F. sansovino, Dellorigine et dei fatti delle
famiglie illustri dItalia, Venezia, 1609; F. simonetta, Storia delle imprese di Francesco
Sforza, venezia, 1544; E. Tiramani, Storia
genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. argegni, condottieri,
1937, 131.
SANVITALE ANTONIO
Parma
1470
Figlio di Stefano e della sua seconda moglie, orsina Lecco. Fu protonotario apostolico e
canonico della Cattedrale di Parma. Nel 1470 fu tra i testimoni intervenuti a firmare il
giuramento della città di Milano al primogenito del duca Galeazzo Maria Sforza.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; P. Litta, Famiglie celebri, I,
1819, tavola II.
SANVITALE ANTONIO FRANCESCO
Parma
10 febbraio 1660-Urbino 17 dicembre 1714
Nacque da Luigi e da Margherita Talenti, sposata in seconde nozze. Dopo i primi
studi letterari fatti in Parma, entrò nel 1676 nel collegio
Clementino di Roma, dove studiò filosofia e divinità. Tornato in patria nel 1682, si
diede agli studi di giurisprudenza sotto Francesco Bonvicini e dopo due soli anni si
laureò (31 dicembre 1686). Dopo essere stato ordinato sacerdote a Parma e aver tenuto per
qualche tempo la carica di segretario di legazione del cardinale Rinaldo dEste, dal
vescovo Saladini fu nominato esaminatore sinodale e censore dei libri. Dopo aver viaggiato
per lItalia, la Germania e lUngheria, ritornò a Roma, dove fu prima canonico
di San Pietro, poi referendario apostolico, votante di segnatura, vescovo dEfeso (1704), nunzio alla corte di toscana
e vicelegato in Avignone (dal re Luigi XIV fu lodato per il modo con cui espletò la
legazione avignonese). Fatto il 6 maggio 1709 arcivescovo
e legato di Urbino, salì poco dopo al cardinalato (22 luglio 1709). Nel 1711 il Sanvitale
ritornò per breve tempo a Parma. Durante questo soggiorno fece iniziare i lavori di
restauro e riedificazione della chiesa di santantonio Abate, per i quali spese oltre diecimila
scudi romani. Scrisse parecchie omelie e publicò il Sinodo nel 1713. Il Norcia (congressi letterari) e Pier Antonio Gaetani (Museo
mazzucheliano) lo ricordano come distinto
letterato. Fu sepolto nella cattedrale di
Urbino con la seguente iscrizione: Hic ossa arida cardinalis
Antonii Francisci Sanvitalis Parmensis Archiepiscopi Urbini expectant audire verbum Dei.
Obiit die XVII. mensis Decembris anno MDCCXIV.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 384-385; L.
Barbieri, Pparmigiani cardinali, 1894, 15;
A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 13-16; G.gonizzi, Francesco Sanvitale, in gazzetta di Parma 25 ottobre 1968, 3.
SANVITALE AZZONE
Parma-Borghetto
di Taro 1247
Figlio di Zangaro. Allorché limperatore federico II si impadronì di Parma nel 1245, fu
costretto a lasciare la città insieme ai parenti e ai suoi partigiani guelfi. Si unì
quindi al cugino Ugo Sanvitale, che, raccolti i fuoriusciti, tentò di riprendere Parma.
Dopo aver sconfitto i ghibellini a Borghetto di Taro, venne ucciso sul campo di battaglia.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli,
Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; G.B. Janelli, Dizionario biografico
dei parmigiani illustri, Parma, 1877; P. Litta, famiglie celebri italiane, Milano, 1834;
A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; E. tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia
sanvitale, manoscritto; C. Argegni,
Condottieri, 1937, 131.
SANVITALE BARBARA, vedi SANSEVERINO BARBARA
SANVITALE BENEDETTA, vedi PIO BEDETTA
SANVITALE BERNARDINO
1455
c.-Fornovo 6 luglio 1495
Figlio di Giberto e di Donella Rossi. Militò al servizio di Carlo VIII. Venne
ucciso nella famosa battaglia del Taro, detta anche di fornovo.
FONTI E BIBL.: C. Argegni, Condottieri, 1937, 135; Il conte Bernardino dei
Sanvitale massacrato nella battaglia di Fornovo, in Gazzetta di Parma 11 agosto 1959, 3.
SANVITALE BONA, vedi LOMBARDI BONA
SANVITALE BRUNORO, vedi SANVITALE PIER BRUNORO
SANVITALE BRUNORO PIETRO, vedi SANVITALE PIETRO BRUNORO
SANVITALE
CAMILLO
-Reggio
Emilia ultimi anni del XVIII secolo
Figlio
naturale di Gacomantonio. Legittimato in seguito dal padre, assunse il cognome della sua
casa abbandonando quello di Olivieri, che aveva avuto alla nascita. Non gli fu però
permessa la residenza in patria. Entrò quindi nella Compagnia di Gesù. Fu buon oratore.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.
SANVITALE CARLO
Parma
8 novembre 1555-Zara 1608
Figlio di Alfonso e Girolama Farnese. giovanetto
di appena quattordici anni servì la repubblica
veneta nella guerra di Cipro contro i Turchi (1570, combatté a Zara e a margaritino), passando poi come cavaliere di
ventura al servizio della Spagna nelle guerre di Fiandra (combattendo a Maastricht fu
ferito). Tornato in Italia al soldo dei Veneziani, fu governatore di Padova e governatore
delle armi in Dalmazia (1591). Morì forse a Zara alletà di cinquantatré anni.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; P.
Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di
Parma, Parma, 1859; F. Sansovino, dellorigine
et dei fatti delle famiglie illustri dItalia, Venezia, 1609; E. Tiramani, Storia
genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, condottieri, 1937, 131-132.
SANVITALE CARLO
Fontanellato
1663-23 giugno 1727
Figlio di Luigi e di Lucrezia Cesi. Nel 1699 fu cavaliere gerosolimitano e maestro
di Camera del duca Francesco Farnese di Parma, cui fu molto affezionato. Morì
alletà di sessantaquattro anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.
SANVITALE CARLO FRANCESCO
Fontanellato
XVII secolo
Figlio di Alessandro e di Margherita Rossi. Fu rettore nel XVII secolo della
Cappellania sotto il titolo della Annunziata in Santa Croce di Fontanellato.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.
SANVITALE CECILIA
Parma
1229/1247
Figlia
di Guarino. Fu monaca nel monastero di Santa Chiara di Parma. Nel 1247 le clarisse di
Bordeaux la richiesero per loro badessa a papa Innocenzo IV, il quale decise invece, su
richiesta del fratello della Sanvitale, Alberto, di destinarla al monastero delle clarisse
che si stava per fondare a Chiavari, di cui la sanvitale
fu dunque la prima badessa. Morì scomunicata per non aver voluto ammettere una religiosa
che il visitatore di Lombardia avrebbe voluto trasferire nel monastero di Chiavari.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I; M.Dalla Maggiora, Cecilia
Sanvitale terribile badessa, in Gazzetta di Parma 18 giugno 1951, 3.
SANVITALE CESARE
Fontanellato
ante 1590-1644
Figlio di Luigi e Corona della Somaglia. Nel 1590 fu nominato cavaliere
gerosolimitano e nel 1610 governatore di Sabbioneta.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.
SANVITALE COSTANZA, vedi SCOTTI di MONTALBO COSTANZA
SANVITALE DONELLA vedi ROSSI DONELLA
SANVITALE ELEONORA, vedi SANVITALE ANNA ELEONORA
SANVITALE
ERCOLE
-Fontanellato
1530
Figlio di Gianfrancesco. Nel 1526 fu prevosto della chiesa di Fontanellato. Morì
forse avvelenato.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.
SANVITALE EUCHERIO
Parma
inizi del XVI secolo-Avignone 5 gennaio 1571
Figlio di Galeazzo. Fu nominato canonico nel 1532 e due anni dopo prevosto di fontanellato, carica che lasciò nel 1545 al
fratello Pirro per riprenderla nel 1546 e quindi restituirla nel 1562. Fu nominato
cameriere e assistente al soglio da papa Paolo III e dal 1540 risulta anche abate
commendatario della Gironda. Fu ambasciatore del duca Ottavio Farnese presso il re di Francia e ricevette il 26 agosto 1556 le
istruzioni concernenti ladesione del re
di Francia e del duca di Parma ai trattati
di accordo con Carlo V e la restituzione di piacenza
che il re di Spagna deteneva. Essendo stata
apprezzata la sua diplomazia, il Sanvitale, che ricevette il suo primo ordine sacro il 25
giugno 1561, fu eletto vescovo di Viviers,
secondo il supplemento del Gallia, il 1° luglio 1565, ma questa data deve ritenersi
inesatta poiché molti documenti di archivio lo designano col titolo di vescovo di Viviers dal 1564. Infatti il 6 dicembre
1564 una indulgenza plenaria con remissione di tutti i peccati, anche gravissimi, esclusi
quelli riservati nella bolla In Coenae, fu accordata da papa Pio IV ai fedeli che dopo
essersi confessati e comunicati avessero assistito alla prima messa detta nella chiesa di
Viviers dal vescovo Sanvitale. Il re di francia dette la sua appovazione alla nomina il 7
febbraio 1565 e permise lesecuzione delle bolle pontificali. Comunque, la presenza
del Sanvitale nella sua diocesi è segnalata solo nel corso del 1565. I disordini dovuti
alle lotte religiose che agitarono particolarmente la diocesi di Viviers, lo indussero a prendere la sua
residenza ad Avignone dopo aver nominato Pierre Verrier suo vicario generale. Si sa
inoltre che l11 novembre 1565 confermò i privilegi e le libertà agli abitanti di
Largentiére. NellArmorial dei vescovi di Viviers dellabate Roche il Sanvitale
è descritto come un signore di robusta costituzione, di grande statura, sufficientemente
colto, cortese e molto affabile, amante della musica e della caccia. Altresì liberale e
molto amato dalla nobiltà del paese. Le testimonianze scritte relative al periodo
dellepiscopato del Sanvitale sono piuttosto rare e ciò ha contribuito a renderlo
poco conosciuto. Sono stati peraltro trovati vari documenti: una transazione con i signori
di Largentiére, un atto di quietanza di rendite della diocesi, il risultato di un affare con i suoi
sudditi di Bourg-Saint-Andéol e il testamento, ritrovato tra le minute del notaio Joannis
di Avignone dallabate Requin. Gli abitanti di Viviers, avendo dovuto subire nel 1562
le devastazioni delle truppe del barone des Adrets, qualche mese dopo la nomina del loro
nuovo vescovo e signore, nellagosto 1565 indirizzarono al Sanvitale una richiesta
allo scopo di ottenere la cessione per un censo ragionevole di unisola del Rodano,
vicina a quella denominata du Croissant per indennizzarli delle spese dagli stessi
sopportate per essere stati fedeli alla loro religione, al loro principe e al loro signore. Il Sanvitale ordinò uninchiesta e
nominò a questo scopo come commissari il suo vicario generale Verrier e il professore
Jean de Suarez, giudice di tutte le questioni temporali della diocesi. Linchiesta iniziò il 29 gennaio
1566. Da parte loro i consoli incaricarono Antoine di Viviers, cavaliere di Bourg, di
seguire il procedimento. La richiesta ottenne successo perché un atto di infeudazione fu
siglato dalle parti contraenti a Viviers presso il notaio Garnier il 19 febbraio 1566,
presente anche il Sanvitale, che accolse la domanda per un censo annuale e perpetuo di due
setiers. La città, come tributo per lentrata in possesso dellisola, dovette
versare diverse monete doro e beni in natura, tra cui un carico di vino e sei
capponi. La presenza del Sanvitale a Viviers è segnalata in quel periodo anche per una
quietanza firmata il 3 dicembre 1565 a favore dei consoli di donzère, avendo riscosso sessanta scudi dovuti
per diversi censi. Il 25 aprile 1566, in seguito a un avvenimento poco chiaro, il
Sanvitale scrisse ai consoli di Bourg una lettera in cui afferma che non intende per
nessuna ragione che i suoi sudditi usino insolenze nei suoi riguardi. Un anno dopo il
Sanvitale si trovò a Bourg: il 22 agosto 1567, stanco di perseguire unannosa
controversia con Jean de la Vernade, signore
di Laurac e gentiluomo di Camera del re, pendente presso la Corte di Montpellier, il sanvitale si accordò col suo avversario,
raggiungendo un onorevole compromesso. Dopo questa data il Sanvitale risiedette ad
Avignone e nessun documento indica negli anni successivi la sua presenza nella diocesi di Viviers. Una quietanza scritta dal
notaio Joannis di avignone il giorno 8
dicembre 1570 per la somma di 3610 lire e un soldo di Tours per rendite dovute da suoi
diocesani, rivela la presenza del Sanvitale ad Avignone, poiché latto di quietanza
risulta scritto nella camera adiacente alla sala alta della sua casa di abitazione. Morì
proprio nel momento in cui sperava di essere nominato cardinale.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 39; angeli,
Historia, 1591, 90 e ss.; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 272; Malacoda 8 1986, 8-10.
SANVITALE EUCHIRIO, vedi SANVITALE EUCHERIO
SANVITALE
FEDERICO
Parma
inizi del XVI secolo-Chiusi 1553
Figlio di Galeazzo. Comandò una compagnia di cento cavalleggeri al servizio del re di francia
(fu alla battaglia di Siena e alla difesa di monticelli).
Nel 1552, quando gli imperiali guerreggiavano nel territorio parmense e nei suoi domini,
difese con indomito coraggio il suo castello di Fontanellato e non lo cedette. Nello
stesso anno partecipò con cinquanta celate alla difesa di Siena. Morì in combattimento a
causa di una ferita di archibugio alla coscia sinistra.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.;
Archivio di Casa sanvitale; U. Benassi,
Storia Parma, Parma, 1899; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella biblioteca Palatina di Parma; E. Grassi,
Fontanellato, la famiglia e la rocca Sanvitale, Noceto, 1932; P. Litta, Famiglie celebri
italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dellorigine et dei fatti delle famiglie
illustri dItalia, Venezia, 1609; C. Argegni, Condottieri, 1937, 132.
SANVITALE FEDERICO
Fontanellato
1616-Fontanellato 6 marzo 1693
Figlio di Alessandro e di Margherita Rossi. Fu mastro di Camera del duca Ranuccio
Farnese. In seguito rinunziò alla vita di corte
e nel 1677 fu prevosto di Fontanellato, ove eresse due prebende e provvide la chiesa di
arredi. Morì alletà di settantasette anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.
SANVITALE FEDERICO
Parma
1757 c.-3 ottobre 1819
Figlio di Alessandro e Costanza Scotti. Fu cavaliere gerosolimitano, al servizio
militare del re di Sardegna e di quello
dEtruria. Nel 1814 comandò la Guardia Nazionale di Parma. Maria Luigia
dAustria lo elesse nel 1816 suo ciambellano e castellano di Parma. Coltivò la
storia naturale: ebbe un gabinetto scientifico e una cospicua raccolta di libri.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.
SANVITALE FEDERICO MARIA GIUSEPPE
Parma 19 maggio 1704-Brescia 7 dicembre 1761
Nacque da Luigi e da Corona Avogardo sanvitale.
Entrò nel Collegio gesuitico di Bologna il 29 ottobre 1727. Finito il corso di studi, fu
inviato nel 1749 quale lettore di matematica nel Collegio dei gesuiti di Brescia, nel
quale passò la maggior parte della sua vita ed ebbe più uffici, compreso quello di
bibliotecario. A Brescia il Sanvitale impartì pubbliche lezioni di aritmetica, di
statica, didrostatica, di fisica e di geometria. Tra i suoi allievi vanno ricordati
Giovanni Battista Rodella, Giuseppe colpani
e il Bettinelli. Studioso soprattutto di matematica, fu autore di un manuale di
architettura civile che ebbe una certa rinomanza e fu apprezzato in particolare dal Memmo.
Tra i suoi scritti, vanno ricordati Elementi di aritmetica e di geometria (Brescia, 1756)
ed Elementi di architettura civile (Brescia, 1765), pubblicato postumo. Si tratta di un
manuale diviso in tre parti (la prima riguardante la tecnica costruttiva degli edifici, la
seconda la comodità degli edifici e la terza la loro venustà) in cui il Sanvitale,
riferendosi largamente alla trattatistica antica e quattro-cinquecentesca, tende a fornire
un facile strumento didattico sulla corretta maniera di costruire. Sintomatico a questo
riguardo, il notevole sviluppo dato alla prima e alla seconda parte del trattato. Lo
scritto fu assai lodato da A. Memmo (Elementi darchitettura lodoliana, Roma, 1785),
il quale afferma che lopera del Sanvitale è una delle poche in cui la materia
architettonica è trattata con metodo matematico. Il Sanvitale fu anche autore di numerose
orazioni e buon poeta: fu lodato dal Frugoni, al quale indirizzò alcuni versi. Negli
arcadi della Colonia parmense si chiamò Arcesila Eacideo. Il Brocchi, nei commentari dellAccademia di Scienze del
dipartimento del Mella (1808), afferma che il sanvitale
nel 1760 aprì in Brescia una pubblica accademia
di Scienze sullo stesso disegno regolatore e vasto che la precedente de Filesotici,
e il sanvitale ed il Pilati ne furono i
principali sostegni ed ornamenti. Fu amico e corrispondente del zaccaria e del cardinale Quirini (dopo la morte di
questultimo, ne completò con un quinto volume lopera Commentarii de rebus ad
eum pertinentibus). Nel 1759 il Sanvitale fu tra coloro che ritenevano non si dovesse
inoculare il vaiolo naturale. Si dovette al Sanvitale la dimostrazione della proprietà
dei numeri semplici del Fontenelle (lettera del Sanvitale a Marco Cornaro nel sesto volume
della Storia letteraria del Zaccaria). Il Sanvitale fu tra i primi in Italia a pubblicare
precetti per i sordomuti e fu il primo a scriverne con metodo avanzato e a fare una breve
storia di quelli sino ad allora adoperati. Riprendendo i suggerimenti del padre F. Lana
Terzi e vagliando criticamente i tentativi fatti allestero per leducazione dei
sordomuti, scrisse infatti nel 1757 una Dissertazione sopra la maniera dinsegnare a
parlare a coloro che, essendo nati sordi, sono ancora muti.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833,
IV, 189-192; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 386-387; Saccardo,
Botanica in Italia, 1895, 146; D. Sacchi, uomini
utili e benefattori del genere umano, Milano, 1840, vol. II; T. Pendola,
Sulleducazione dei sordomuti in Italia, Siena, 1885; A. Codignola, pedagogisti, 1939, 381; A. Comolli, Bibliografia
storico-critica dellarchitettura civile ed arti subalterne, Roma, 1792, IV, 24-29;
B. Zevi, Architettura in nuce, Venezia-Roma, 1960, 219; Dizionario Architettura e urbanistica, V, 1969, 412.
SANVITALE FEDERIGO, vedi SANVITALE FEDERICO
SANVITALE FORTUNIANO, vedi SANVITALE ORAZIO FORTUNIANO
SANVITALE GALEAZZO
Fontanellato
1496-Parma 2 dicembre 1550
Nacque da Jacopo Antonio e Veronica da Correggio pochi mesi dopo la battaglia di
Fornovo, come si legge nelle testimonianze di un processo contro di lui, battaglia nella
quale il fratello maggiore Gian Francesco aveva combattuto nelle file francesi di Carlo
VIII. A questa scelta di campo rimase fedele durante le guerre dItalia anche il
Sanvitale, che ebbe leredità indivisa dei feudi di Fontanellato, noceto, Belforte e Pietramogolana, da governare
con il fratello maggiore, nel 1511, alla morte del padre. Nel 1512 morì anche veronica da Correggio e il Sanvitale venne
affidato alla tutela del fratello Gian Francesco. La sorella Giulia, vedova di Lionello
Lupi, confermò al fratello minorenne una parte della dote della madre. Nel 1512 però,
forse per ragioni politiche più che per tensioni familiari, gli venne dato come tutore
Galeotto Lupi, marito di Lodovica Sanvitale. La sconfitta di ravenna, che costrinse i Francesi ad abbandonare
lItalia, mise in grave difficoltà i loro sostenitori. Parma venne occupata dalle
truppe pontificie e Gian Francesco Sanvitale probabilmente si allontanò da Fontanellato,
incaricando il Sanvitale, accompagnato da Jacopo da Correggio e Melchiorre Bergonzi, di
giurare fedeltà a papa Giulio II, nuovo signore
del ducato. Per sottolineare la
distinzione tra i due fratelli, nel dicembre dello stesso anno la Rocca di Fontanellato
venne divisa. Nel 1513 morì Galeotto Lupi, che lasciò erede dei suoi beni il Sanvitale,
e Lodovica nel 1515 sposò in seconde nozze il conte Alessandro Pepoli di Bologna. Il
Sanvitale sposò a sua volta Paola Gonzaga, figlia di Lodovico marchese di Sabbioneta, nel
1516. Da quellanno al 1530 la Rocca di Fontanellato diventò il centro di
unintensa attività culturale di cui furono protagonisti, oltre che il Sanvitale e
la moglie, il fratello Gian Lodovico, che studiava a Pavia, e soprattutto Girolamo
Sanvitale, figlio di nicolò e di Beatrice
da Correggio, detta mamma, conte di Sala,
che protesse un gruppo di riformatori religiosi: Tiberio russelliano, del quale finanziò per i tipi degli
Ugoleto lapologeticus (1519), Giovanni
Delfini (che nel 1523 gli dedicò la sua eterodossa interpretazione del libro VI
dellEneide) e Tranquillo Molossi. Nel 1522 il Sanvitale diventò colonnello del re di Francia e aiutò il cugino gerolamo nella lotta contro i Rossi. Nel 1525,
dopo la sconfitta subita dai Francesi nella battaglia di Pavia, i Sanvitale furono oggetto
di duri attacchi dal comune di Parma, ma la
fedeltà del Sanvitale alla causa di Francesco I era tale che gli fece acquisire la nomina
a cavaliere dellordine di San Michele
da parte del re e la cittadinanza francese.
Nel 1526-1527 il Sanvitale acquistò il casino di Codiponte, a Parma, che gli venne
venduto da Scipione dalla Rosa, probabilmente per conto del comune: si ritiene che si tratti del cosiddetto
casino Eucherio Sanvitale nel Giardino Ducale. Nel 1536 venne, insieme a Gerolamo
Sanvitale, considerato ribelle al potere pontificio e inquisito. Nel 1539-1540, con la
collaborazione dei Pico e la complicità dei francesi,
tentò un colpo di mano contro Cremona, che venne però scoperto e sventato dagli
imperiali. Condivise con i Farnese, nuovi signori di Parma dal 1545, la posizione
filofrancese, per cui alluccisione di Pier Luigi Farnese a Piacenza fortificò
Fontanellato e resistette alle truppe di Ferrante Gonzaga, governatore di Milano,
rifiutando di giurare fedeltà allimperatore Carlo V. Morì allinizio della
guerra di Parma, nella casa di Antonio Bernieri, abitata dai cugini di Sala e molto vicina
alla Cittadella e a Porta Nuova, nella vicinia di San marcellino. Datato al 1524 è il ritratto del
Sanvitale dipinto dal Parmigianino, già nelle collezioni farnesiane e poi a Napoli alla
Galleria nazionale di Capodimonte.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; G.
Annibali, Notizie storiche della Casa Farnese, Montefiascone, 1817; E. Grassi,
Fontanellato, la famiglia e la rocca Sanvitale, noceto,
1932; P. Litta, Famiglie celebri italiane, milano,
1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; L. Sanvitale, Memorie
intorno alla rocca di Fontanellato; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia
Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 132; Enciclopedia di Parma, 1998,
611.
SANVITALE GALEAZZO
1565-Roma 8
settembre 1622
Figlio
del conte Luigi. Fu nominato arcivescovo di Bari il 15 marzo 1604. Fece lingresso
solenne in Bari il 9 maggio 1604. Vi rinunciò nel 1606. Il Sanvitale fu prefetto di papa
Gregorio XV. Fu sepolto in un sarcofago nella chiesa di San Gregorio in Roma.
FONTI E BIBL.: A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 272.
SANVITALE GALEAZZO CESARE, vedi SANVITALE ALESSANDRO
SANVITALE
GERARDO
Parma
1069/1081
È ricordato in un placito tenuto a Parma il 20 aprile 1069 dal vescovo e antipapa
Cadalo: Petrus et Gerardus germani filii condam Iohanni Vitali. Il Sanvitale intervenne in
un altro placito tenuto da Enrico IV a Parma nel Palazzo vescovile, alla presenza del
vescovo Everardo, il 3 dicembre 1081 (vedi G. Drei, Le carte degli Archivi Parmensi dei
secoli X-XI, volume II, ad an.). La famiglia fin da quei tempi era chiamata, come appare
dai documenti citati, de Sancto Vitali o semplicemente Vitali. Tale nome venne a essa dal
possesso di un grosso casamento posto tra la chiesa di San Vitale di Parma e il Palazzo
comunale, stabile che nel secolo XIII fu acquistato dal comune.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 123.
SANVITALE GEROLAMO, vedi SANVITALE GIROLAMO
SANVITALE GHERARDO
Parma
1196/1198
Figlio di Ugo. Nel 1196 e nel 1198 fu assessore del magistrato dei consoli della
Repubblica di Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.
SANVITALE GIACOMANTONIO
-Parma
1563
Figlio di Galeazzo e di Paola Gonzaga. Fu cavallerizzo e scudiero del re di Francia, al cui servizio militò contro
Carlo V al comando della compagnia di cavalleggeri che era del fratello Federico. Dopo la
conclusione della pace si ritirò a Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.
SANVITALE GIACOMANTONIO, vedi anche SANVITALE JACOPO ANTONIO
SANVITALE GIACOMATIO, vedi SANVITALE GIACOMO ANTONIO
SANVITALE GIACOMO
Parma
1222
Nellanno 1222 fu mandato da papa Gregorio X come commissario generale con
genti e denari in soccorso dei cristiani di Siria.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 175-176.
SANVITALE GIACOMO
Parma
ante 1247-Piemonte 1305
Figlio di Azzone. Nel 1262 fu magistrato degli Anziani di Parma. Perseguitato dai
ghibellini di Giberto da Gente che gli demolirono le case, nel 1257 andò a stabilirsi in
Piemonte. Secondo quanto afferma lAngeli, possedette molte, e grandi ricchezze.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.
SANVITALE GIACOMO ANTONIO
Fonatanellato
1458 c.-1511
Figlio di Stefano. Fu condottiero presso i duchi di Milano. Nel 1482, quando
Ludovico il Moro fece guerra ai Rossi di San Secondo, prese parte al conflitto. Rifiutò
ingenti offerte dei Veneziani per passare al loro servizio. Fu agli ordini di Giovanni
Galeazzo Sforza allassedio di Borgo Taro e allassedio di Novara contro il duca
di Orléans. Per i suoi meriti, non solo ritornò in possesso dei feudi occupatigli dai
Veneziani collegati ai Rossi ma ne ebbe anche altri.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.;
Biblioteca Palatina di Parma, manoscritto 1193; M.E.da Erba, Estratti di cronaca,
manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; E. Grassi, Fontanellato, la famiglia e la
rocca Sanvitale, Noceto, 1932; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F.
Sansovino, Dellorigine et dei fatti delle famiglie illustri dItalia, Venezia,
1609; F. Simonetta, Storia delle imprese di Francesco Sforza, Venezia, 1554; E. Tiramani,
Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri,
1937, 132.
SANVITALE GIACOMO ANTONIO MARIA vedi SANVITALE JACOPO ANTONIO MARIA
SANVITALE GIANFRANCESCO
1549
c.-Parma post 1571
Figlio di Alfonso. Con il fratello Ottavio seguì il duca Filiberto di Savoja in
Francia, partecipando alla guerra scatenata da Carlo IX contro gli Ugonotti (1571) in
qualità di condottiero di cavalli. Morì in età giovanile.
FONTI E BIBL.: C. Argegni, Condottieri, 1937, 136.
SANVITALE GIANFRANCESCO
Sala
9 maggio 1590-Parma 19 maggio 1612
Figlio di Girolamo e di Benedetta Pio. Detto il Marchesino di Sala, fu coinvolto
nella cospirazione contro il duca Ranuccio Farnese. Fu prima arrestato e poi giustiziato
mediante decapitazione.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 379.
SANVITALE GIANFRANCESCO, vedi anche SANVITALE GIOVANFRANCESCO
SANVITALE
GIANGALEAZZO
Sala
1527 c.-Parma 1552
Figlio di Girolamo. Nemico dei Farnese che avevano il dominio di Parma, tramò una
congiura per dare la città in mano agli imperiali. Scoperto, fu tratto in arresto e,
secondo quanto afferma largegni, fatto
decapitare.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591; F.M.Annibali,
Notizie storiche della casa Farnese, Montefiascone, 1817-1818; E.Bicchieri, Vita di
Ottavio Farnese, Modena, 1864; P.Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A.pezzana, La storia della città di Parma, Parma,
1859; E.Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C.
Argegni, Condottieri, 1937, 182.
SANVITALE GIANLODOVICO-Fontanellato
1526
Figlio di Giacomo Antonio e di una pallavicino.
Nel 1510 fu nominato protonotario apostolico. Fu poi anche prevosto della chiesa di
Fontanellato.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.
SANVITALE GIAN MARTINO, vedi SANVITALE GIOVAN MARTINO
SANVITALE GIANQUIRICO, vedi SANVITALE GIOVANNI QUIRICO
SANVITALE
GIBERTO
Parma-post
1344
Figlio di Gianquirico. Nel 1344, tornato in patria col padre dopo un lungo esilio,
seguì il partito di Obizzo dEste, che era il nuovo signore della città, combattendo valorosamente
contro i ghibellini che volevano dare Parma a Luchino Visconti.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli,
Storia della città di Parma, Parma, 1591; Archivio di Casa Sanvitale in Parma; Da Erba,
Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie
celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, XXIV; A.
Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; G.B. Pigna, Historia dei principi
dEste, Ferrara, 1570; F. sansovino,
Dellorigine e dei fatti delle famiglie illustri ditalia, Venezia, 1609; E. Tiramani, Storia
genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; Argegni, Condottieri, 1937, 133.
SANVITALE GIBERTO
1373-Fontanellato
17 maggio 1447
Figlio di Antonio. Nel 1404 fu partigiano di Ottobono Terzi per la cacciata dei
Rossi da Parma. Quando Giovanni Galeazzo Visconti fu creato duca di Milano, il Sanvitale
fu inviato quale rappresentante della città di Parma a giurare fedeltà. L8 giugno
1405 fu nominato podestà di Piacenza e in tale carica ottenne da Ottobono Terzi,
intenzionato a saccheggiarla per punire la parte guelfa, di avere salva la città.
Disgustato poi dalla tirannia del Terzi, quando lo uccisero si adoperò nei tumulti sorti
in Parma per escluderne i figli e dare la signoria a Niccolò dEste (1407). Il
Sanvitale ebbe solenni esequie, con la partecipazione di numerosissimi rappresentanti
delle più illustri casate.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.;
M.E.da Erba, estratti di cronaca,
manoscritto nella Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane,
Milano, 1834; L.A. Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, XVI; A. Pezzana, La storia
della città di Parma, Parma, 1859; G.B. Pigna, Historia dei principi dEste,
Ferrara, 1570; F. Sansovino, Dellorigine e dei fatti delle famiglie illustri
dItalia, Venezia, 1609; E. tiramani,
Storia genealogica della nobile famiglia sanvitale,
manoscritto; C.Argegni, Condottieri, 1937, 133.
SANVITALE GIBERTO
1428
c.-Sala post 1495
Figlio di Stefano. Nel 1454 sposò Donella, figlia di Pier Maria Rossi. Fu podestà
di bergamo. Nel 1477 edificò la rocca di
Sala. Come condottiero servì Ludovico il Moro nella guerra contro i Rossi di Parma,
ritornando così nel possesso del castello di Noceto (1482). Nel 1495 combatté ancora una
volta per Ludovico il Moro allassedio di Novara contro il duca dorléans. Ebbe infine da Galeazzo Maria Sforza
linvestitura di parecchi feudi importanti, tra i quali quello di Sala, di cui ebbe
il titolo di conte.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Cronichetta, Parma, 1798; B. Angeli, Storia della città
di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Archivio di Casa Sanvitale in Parma; B. corio, Storia di Milano, Venezia, 1565; Da Erba,
Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca palatina
di Parma; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani
illustri, Parma, 1877, 378, e 1880, 184; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano,
1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; F. Sansovino,
Dellorigine e dei fatti delle famiglie illustri italiane, Venezia, 1609; E.
Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; Argegni,
Condottieri, 1937, 133.
SANVITALE GIBERTO
Sala
gennaio/agosto 1527-Piacenza 30 agosto 1585
Fu cameriere segreto di papa Paolo III e visse per diverso tempo alla corte papale in Roma. In seguito, per garantire la
discendenza della propria casata sul feudo di Sala, abbandonò la prelatura e contrasse
matrimonio. Rimasto vedovo, in seconde nozze sposò la contessa di colorno Barbara Sanseverino. Fu sepolto
nelloratorio di San Lorenzo di Sala, che il sanvitale
aveva fatto costruire e dotato di beni.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 90 e ss.; G.B.Janelli, dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 379;
Bonardi, Fortuniano Sanvitale, in archivio
Storico per le Province Parmensi 1975, 262-263.
SANVITALE GIBERTO
Sala
23 agosto 1597-1631
Figlio di Girolamo e Benedetta Pio. Dopo che i genitori e il fratello Gianfrancesco
erano stati fatti decapitare da Ranuccio Farnese (1612), fu relegato nel castello di Borgo
Taro. Là si innamorò della figlia del castellano, Olimpia, che forse segretamente
sposò. Quasi certamente il Sanvitale morì di peste e con lui i due figli, Ferrante e
Carlo, entrambi in tenera età.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.
SANVITALE GIOVAN FRANCESCO
Fontanellato
-1519
Figlio di Giacomantonio. Seguì la carriera delle armi: ancora giovanetto, nel 1495
fu al servizio di Carlo VIII nella battaglia del Taro, quindi andò al servizio di
Ludovico XII, che gli diede il titolo di cavaliere (1499).
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; argegni, Condottieri, 1937, 136.
SANVITALE GIOVAN MARTINO
Parma-18
agosto 1432
Figlio di Antonio. Alla morte del duca di Milano Giovanni Galeazzo Visconti, fu
scelto con altri undici nobili per trasportare il feretro durante le esequie. Quando il
papa Alessandro V si recò a Bologna, il Sanvitale fu a lui inviato come ambasciatore
della città di Parma. accompagnò inoltre
il corteo papale tra i vassalli maggiori in occasione del solenne incontro col marchese di
Ferrara, avvenuto in pianoro. Nel 1409, per
avere assicurato la signoria di Parma a
Nicolò dEste combattendo contro i Terzi, ebbe in compenso il feudo di madregolo, che gli fu poi devastato dai visconti quando nel 1420 ebbero Parma dagli
Estensi.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.;
Biblioteca Palatina di Parma, manoscritto 1193; Da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto
nella Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A.
Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; G.B. Pigna, Historia dei principi
dEste, Ferrara, 1570; F. Sansovino, Dellorigine e dei fatti delle famiglie
illustri dItalia, Venezia, 1609; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile
famiglia Sanvitale, manoscritto; Argegni, Condottieri, 1937, 132.
SANVITALE GIOVANNA
Parma
1439/1450
Figlia di Obizzo. Fu monaca dellordine
di San Benedetto nel monastero di San Quintino di Parma. Vi fu eletta badessa nel 1439.
Nel 1450 espose in venerazione il corpo della beata Orsolina Veneri.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.
SANVITALE GIOVANNA
Parma
ante 1455-Parma 1529/1531
Figlia del conte Stefano. Entrata novizia nel convento di San Quintino in Parma il
16 novembre 1455, fu eletta alla carica abbaziale nel 1483, dignità riconosciutale da
papa Sisto IV con bolla del 2 dicembre dello stesso anno, succedendo alla zia Maddalena
Sanvitale. A lei si attribuiscono gli interventi di committenza più importanti, legati
allabbellimento della chiesa e allarricchimento culturale e devozionale del
monastero. Allepoca delle più importanti iniziative volte al rinnovamento
dellantico cenobio (rappresentate dagli incarichi esecutivi per i libri corali,
dalla solenne traslazione nella nuova arca del corpo della beata orsolina Veneri, dalla pala daltare
commissionata al Marmitta e dagli stalli lignei del coro, nel 1512) nel convento erano
presenti due badesse contemporaneamente, la Sanvitale e la nipote Susanna Sanvitale,
questultima in età minore per ricoprire la carica assegnatale: ben tre brevi di
papa Giulio II in poco tempo ne ratificarono lanomala situazione. La Sanvitale
figura badessa amministratrice, affiancata dalla giovanissima nipote letterata e dotta,
che si vide precocemente riconosciuta lautorevolezza a ricoprire un ruolo di tanto
impegno. La co-reggenza di San Quintino non costituì tuttavia unesperienza inedita,
né per il monastero né per la Sanvitale, che dal 13 novembre 1483 era stata a sua volta
chiamata ad affiancare, nella direzione abbaziale, la zia Maddalena sanvitale, afflitta da gravi problemi di salute. considerato il rapporto di fattiva collaborazione
che legò per più di un ventennio la Sanvitale alla nipote, si può supporre che i
numerosi e importanti incarichi di committenza nel periodo di co-reggenza di San quintino, legati al solo nome della Sanvitale,
siano stati voluti da entrambe, anche se la titolarità della carica abbaziale rimase alla
Sanvitale fino alla morte, come ben specificato nellatto rogato nel marzo 1504. Uno
studio di G. zanichelli ha assegnato nuovo
impulso alla ricomposizione del tessuto culturale e devozionale di San Quintino,
analizzando un minuscolo libro dore, trascritto da Paolo Stadiani nel 1498 e
dedicato a una giovanissima nobili domine
Susane de Sancto Vitale Moniali in sancto Quintino. A quel tempo la futura badessa non
aveva che quattordici anni, quindi difficilmente si può attribuirle la committenza, tanto
raffinata e atipica se rapportata al gusto artistico-devozionale locale, ma è legittimo
desumere da tale testimonianza il pulsare di un clima monastico rivolto al nuovo, che
iconograficamente cita lambiente veneto-ferrarese, per dare attualità a una
religiosità più intima, quale riflesso della sensibilità religiosa della committenza.
Il piccolo codice preziosamente miniato, attribuito a un artista collegato alla bottega di
Cristoforo Caselli, è dedicato allufficio della Vergine e destinato alla devozione
privata: quasi certamente si trattò di un dono della Sanvitale alla giovane nipote
entrata a quel tempo come novizia in San Quintino e già destinata alla carica abbaziale.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1996, 59-65.
SANVITALE GIOVANNI
Parma
1066
Sacerdote, figlio di Pietro e fratello di sigezone.
Con un atto del 10 novembre 1066 donò alla canonica di Parma alcune terre poste in vigociolo.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, IV, 1932, 123.
SANVITALE GIOVANNI
Parma
1113 c.-1202
Figlio di Ugo. Si diede alle belle lettere e fu più volte impiegato negli affari
pubblici della città di Parma. Fu uomo eccellentissimo e di gran consiglio e prudenza, e
quasi nato ad uscir con onore in ogni difficile impresa (Angeli, historia; Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani). Adoperandosi nel trattare la pace e
nel comporre dissidi tra i cittadini, indusse i parmigiani
a grande riconoscenza verso la sua famiglia. NellArchivio di Stato di Modena sono
conservati parecchi trattati di tregua, di confederazione e di altri particolari accordi
tra Modenesi e Parmigiani, in cui il Sanvitale ebbe parte precipua: in particolare, quando
la città di Parma, non potendo più tollerare il duro governo dei ministri di Enrico,
volle riconquistare la libertà e fece lega con molte città lombarde, il Sanvitale si
recò più volte a Modena per conferire coi capi della lega (1173) sui modi per resistere
allimperatore Federico. Ancora, quando nellanno 1183, sorta tra Modenesi e
Reggiani una contesa sulla giurisdizione della Secchia, vennero i consoli di Modena a
Parma a chiedere che la città si obbligasse a non fare pace o tregua coi Reggiani senza
il consenso dei Modenesi, i Parmigiani, giurata la capitolazione, mandarono il Sanvitale
con altri a Modena a garantire della loro buona volontà. Nellanno 1188 il sanvitale coordinò le operazioni dei parmigiani (alleati ai Cremonesi, ai Reggiani e ai
modenesi) allassedio di Castelnovo e
della torre di Alseno, nel piacentino, che in tre giorni furono espugnate.
Nellanno 1199 ebbe ancora la responsabilità delle truppe parmigiane inviate in
soccorso di Borgo San Donnino, che limperatore Enrico VI aveva dato in pegno ai
Piacentini per duemila lire imperiali (con Bargone). Non volendo i Borghigiani
sottomettersi ai Piacentini, questi ultimi, insieme ai Milanesi, Bresciani, Comaschi, vercellesi, Novaresi, Astigiani e Alessandrini,
mossero con un numeroso esercito a combatterli. In soccorso dei Borghigiani si schierarono
Parmigiani, Cremonesi, Reggiani e modenesi:
ebbe luogo un sanguinoso fatto darmi, al termine del quale le milizie del Sanvitale
ebbero il sopravvento, posero in fuga i nemici e condussero prigionieri in Parma duecento
cavalli. Limperatore Ottone IV dimostrò sempre per il Sanvitale grande stima e
benevolenza.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; G.B.Janelli, Dizionario
biografico dei Parmigiani, 1880, 169-170.
SANVITALE GIOVANNI
Parma
1295/1303
Figlio di Alberto. Nel 1295 fu uno dei capi del partito propenso a introdurre gli
Estensi in Parma contro il volere dei da Correggio. Scontratisi in città i due partiti e
uccisogli il padre, il Sanvitale dovette fuggire presso gli Este. Nel 1303, in seguito
alla pace sopravvenuta con la nomina di Giberto da Correggio alla signoria della città,
venne riammesso con la famiglia in Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.
SANVITALE GIOVANNI
Parma
1308/1310
Figlio di Mastino. Nel 1308 fu podestà di Modena e nel 1310 di Foligno.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.
SANVITALE GIOVANNI
ante
1298-Parma 1329 o 1330
Figlio di Pietro. Fu podestà di Modena e di Perugia. Nel 1311 combatté nella
ribellione contro i vicari imperiali messi in Parma dallimperatore Enrico VII per
restaurarvi le antiche forme di governo. Per questa ragione si alleò col cugino
Gianquirico Sanvitale e con giberto da
Correggio, partigiano del re roberto di
Napoli. Ma nel 1313, corrotto con denaro e con promesse da Matteo Visconti, tentò di
legare Parma al partito imperiale. Fu combattuto perciò dai guelfi e da Giberto da correggio, che lo sconfisse. In
quelloccasione perdette la Torre di San vitale
e il castello di montechiarugolo e fu
bandito da Parma. Poté tornare a Parma nel 1326 ma fu subito fatto prigioniero da Orlando
Rossi, suo acerrimo nemico. Morì in carcere dopo tre anni e mezzo.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli,
Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e s.; M. Benassi, Storia di Parma, Parma,
1899; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, in Rerum
Italicarum Scriptores, XVII e XVIII; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma,
1859; F. Sansovino, dellorigine e dei
fatti delle famiglie illustri dItalia, Venezia, 1609; S. de Sismondi, Histoire
des républ. italiennes, Paris, 1826; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile
famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, condottieri,
1937, 133.
SANVITALE GIOVANNI
Fontanellato
1629-1678
Figlio di Alessandro e Margherita Rossi. Nel 1649 fu nominato cavaliere
gerosolimitano. Morì alletà di quarantanove anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.
SANVITALE GIOVANNI
Parma
4 febbraio 1804-Piacenza 2 agosto 1881
Nacque dal conte Stefano e dalla principessa Luigia Gonzaga. Fece gli studi nel
collegio Tolomei di Siena. Viaggiò a scopo distruzione in vari paesi dEuropa.
Ritornato in patria, pubblicò un libro di novelle che gli procurò fama di letterato. Tra
laltro, ebbe in eredità dal padre una pittoresca villa, detta la Vigna, a
diciannove chilometri da Piacenza. Studioso di agricoltura, ebbe modo di conoscere nei
suoi viaggi in Francia e altrove i progressi e le innovazioni del settore e
appassionatamente si dedicò alla coltivazione dei campi, allallevamento del
bestiame e alla produzione di vini, investendo largamente in dissodamenti, piantagioni,
macchine e nuovi concimi. Il sanvitale
scrisse anche un trattato di economia rurale. Nel 1848 partecipò al movimento nazionale
dindipendenza. Per diverso tempo dovette vivere esule in Piemonte perché gli fu
vietato il ritorno a Parma dal restaurato governo borbonico. In seguito, amnistiato, prese
dimora, insieme con la famiglia, a Piacenza. Dotto filologo e bibliofilo, lasciò una
notevole collezione di libri vari e pregiati. Fu anche studioso di numismatica: fece dono
del suo ricco medagliere al Museo dAntichità di Parma. Sposò la contessa Marianna
Simonetta, che lo fece padre di quattro figli: Enrico, Giberto, Luigi e Sofia.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 190-191.
SANVITALE GIOVANNI
Parma
8 maggio 1872-Bologna 7 aprile 1951
Fu lultimo discendente di una tra le famiglie parmensi di più antica
nobiltà, che si estinse con la sua morte. Figlio di Alberto e della contessa laura Malvezzi, cominciò a occuparsi di
fotografia intorno ai ventanni. Non si conosce praticamente nulla del suo
apprendistato. Ottenne comunque la sua prima onorificenza (una medaglia di bronzo),
allEsposizione Internazionale di Milano del 1894 per una serie di prove tratte col
viraggio Dringoli senza oro, con tinte fredde molto artistiche. Le foto premiate
rappresentano riproduzioni di affreschi del Parmigianino esistenti nel Castello di
Fontanellato. Altri riconoscimenti gli vennero dallEsposizione Internazionale di
Torino del 1898 (ancora medaglia di bronzo) da quella di Firenze (1899, medaglia
dargento) e dallesposizione
Internazionale di Torino (1900, diverse onorificenze). Insieme ad Alfredo zambini chiese ufficialmente al ministro
dellIndustria e del Commercio di poter prendere parte allEsposizione
Universale di Parigi del 1900. Il Sanvitale conseguì la laurea in ingegneria e il 2
febbraio 1919 sposò Amelia Pagani. Fu consigliere comunale e assessore del comune di Parma, consigliere provinciale,
candidato di parte liberale contro Agostino Berenini, che il Sanvitale osò sfidare nel
collegio di Borgo San Donnino, e presidente degli Asili dinfanzia di Parma. Fu tra i
primi in Italia a collezionare cartoline illustrate, che gli amici gli inviavano da ogni
parte del mondo o che lui stesso si spediva durante i viaggi. Unendo le due vocazioni di
fotografo e di ingegnere, costruì nel castello di Fontanellato (di cui fu lultimo
proprietario, prima di cedere ledificio al comune)
una camera ottica, oggetto di attenzione da parte degli esperti oltre che dei turisti: con
una serie di lenti a forma di prisma poste allinterno del castello ottenne la
deviazione dei raggi solari proiettando in pratica nella stanza buia le immagini della
piazza antistante il castello. Si tratta di un principio fisico antico, di cui la camera
di Fontanellato rappresenta una dei pochi esempi rimasti. Scrive in proposito Helmut gernsheim nel suo volume Le origini della
fotografia: Questo tipo di camera è ancora in uso in certi edifici pubblici, come per
esempio il castello di Fontanellato presso Parma, e non bisognerebbe certo perdere
loccasione di constatarne personalmente i sorprendenti effetti. Nel 1899 il
Sanvitale fu presente, insieme a Rastellini (unici fotografi di Parma), al secondo congresso Fotografico Italiano di Firenze.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 137; R.Rosati, Fotografi,
1990, 216.
SANVITALE GIOVANNINO, vedi SANVITALE GIOVANNI
SANVITALE GIOVANNI QUIRICO
1277
c.-Parma 5 marzo 1345
Figlio di Teseo. Sposò nel 1303 Antonia, figlia di Giberto da Correggio. Insieme a
Giberto da Correggio nel 1311 ebbe parte assai importante nella ribellione di Parma contro
il vicario imperiale. Fu quindi podestà di Cremona e di Piacenza, da cui nel 1312 lo
cacciò Alberto Scotti. Ebbe nello stesso anno dalla comunità di Parma, per sé e per i suoi
discendenti, a ricompensa della sua azione, il castello di belforte con altri villaggi. Giurò fedeltà a
Roberto di Napoli, capo dei guelfi, e nel 1316 ordì in Parma una congiura destinata a
scacciarne Giberto da Correggio, che tiranneggiava la città. Venne poi a sua volta
combattuto ed esiliato dai Rossi, che si impadronirono di Parma nel 1329. Nel 1337 il
Sanvitale si trasferì a Ferrara, ove ottenne i diritti di cittadinanza. Dopo che Parma fu
più volte presa e perduta dai diversi partiti, vi ritornò mentre laveva in
signoria Obizzo dEste, dopo ventitré anni di esilio.
FONTI E BIBL.: G. Adorni, Vita del conte Stefano Sanvitale, Parma, 1840; I. Affò,
Storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma,
1591, 90 e ss.; Archivio di Casa sanvitale;
U. Benassi, Storia della città di Parma, Parma, 1899; Biblioteca Palatina di Parma,
manoscritto 1193; G. Cornazzani, Storia di Parma, s. a.; G.B. Janelli, Dizionario
biografico dei parmigiani illustri, Parma,
1877, 376-377; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, in Rerum italicarum Scriptores, XVIII, XXII e XXIV; A.
Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; G.B. Pigna, Historia dei principi
dEste, Ferrara, 1570; F. Sansovino, Dellorigine e dei fatti delle famiglie
illustri dItalia, Venezia, 1609; S. de Sismondi, Histoire des rèpubl.
italiennes, Paris, 1826; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale,
manoscritto; G. Villani, Cronache, Venezia, 1559; C. Argegni, condottieri, 1937, 132-133.
SANVITALE GIOVANNI QUIRICO
Parma
1430 c.-post 1482
Figlio di Angelo. Quando fu al servizio dei Veneziani nella guerra contro i Turchi
(1477) venne esonerato dallincarico per il poco coraggio dimostrato. Nelle guerre
contro Ferdinando, re di Napoli, combattute dai Fiorentini, dei quali il Sanvitale fu
condottiero, fu fatto prigioniero. Ciò gli capitò una seconda volta, quando, al servizio
di Ludovico il Moro, nella lotta per il possesso del ducato di Ferrara contro i Veneziani, combatté
allargenta nel 1482. Quando Ludovico
il Moro fece guerra ai Rossi, ottenne la restituzione di Noceto dal Sanvitale mercé
lesborso di una forte somma.
FONTI E BIBL.: Archivio della famiglia Sanvitale; Biblioteca Palatina di Parma,
manoscritto 1193; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella biblioteca Palatina di Parma; Angeli, Historia,
1591, 90 e s.; E. Grassi, Fontanellato, la famiglia e la rocca Sanvitale, Noceto, 1832; P.
Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di
Parma, Parma, 1837; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale;
Argegni, Condottieri, 1937, 133.
SANVITALE GIROLAMO
1501-Sala
1550
Figlio di Niccolò Maria Quirico e Beatrice da correggio. Fu al servizio di Carlo V. Nel 1536,
come comandante di una compagnia di cento cavalli e duemila fanti, partecipò alla guerra
di Provenza contro i Francesi, segnalandosi ad Antibes e Bregnuol per valore e per perizia
straordinari e meritandosi la stima di Andrea Doria, Antonio de Leva e Ferrante gonzaga. Nel 1545 fu uno dei feudatari dello stato di Parma che giurarono fedeltà e obbedienza
a Pierluigi Farnese. Favorì le parti di Filippo Partisotti e fu avverso ai Rossi. È
ricordato come persona di ottima formazione intellettuale e abile nelle arti militari.
Morì nel castello di Sala e fu sepolto a Parma nella chiesa di San Francesco del Prato.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; P.
Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1819, tavola III; F. Sansovino,
Dellorigine e dei fatti delle famiglie illustri dItalia, Venezia, 1609; E.
Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni,
Condottieri, 1937, 133; M.E.da Erba, Biblioteca Palatina di Parma, ms. Parmense 3768;
A.Micheli, La rocca dei Sanvitale a Sala-Maiatico, 1922; G. Zarotti, franciscus Carpesanus, 1975, XXIII.
SANVITALE GIROLAMO
Sala
24 agosto 1567-Parma 19 maggio 1612
Figlio di Giberto e di Barbara Sanseverino. Dal duca Ottavio Farnese ebbe il feudo
di colorno (avuto in eredità dalla madre)
eretto in marchesato. Sposò Benedetta Pio. Fu cavaliere assai stimato in Parma per le sue
alte qualità, che gli procurarono amicizie e onori. suscitò perciò il sospetto di Ranuccio Farnese,
che in lui vide un pericolo. Fattolo arrestare sotto laccusa di aver tramato contro
i Farnese, fece sottoporre il Sanvitale, con molti altri suoi parenti (la madre, la moglie
e il figlio gianfrancesco), alla tortura e
li fece poi decapitare.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591; F.M. Annibali,
Notizie storiche della famiglia Farnese, Montefiascone, 1817-1818; G.B.Janelli, Dizionario
biografico dei Parmigiani, 1877, 379; T.Bazzi-U. Benassi, Storia di Parma, Parma, 1908; P.
Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1819, I, tavola III; F. Odorici, Barbara
Sanvitale e la congiura del 1611 contro i Farnese, Brescia, 1862; E. tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia
Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 134.
SANVITALE GIUSEPPA, vedi FOLCHERI GIUSEPPINA
SANVITALE GUALTIERI
Parma-ante
1527
Poeta
ricordato da un epitaffio composto dal bolognese Girolamo Casio de Medici
(pubblicato lanno 1527, allinterno di una raccolta di epitaffi e iscrizioni
varie): Il facondo Gualtier da San-Vitale, Chera fra gli Pastori un semideo, Posa in
questurna col suo Melibeo Per lEgloghe sue dotte, et pastorale. Lo stesso
Girolamo casio de Medici, ne La
Gonzaga, riporta alcuni sonetti in lode di Margherita Pio, moglie di Anton Maria
Sanseverino, uno dei quali è detto fatto per la medesima Signora per gualtier Poeta, che faceva lamor con sua
divinità, che secondo lAffò è da identificarsi col sanvitale.
FONTI
E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 195;
A.Pezzana, memorie degli scrittori e
letterati parmigiani, VI/2, 1827, 425-426; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei
Parmigiani, 1877, 380.
SANVITALE GUARINO
Parma-San
Cesario di Modena 1229
Figlio di Anselmo. Sposò Margherita Fieschi, sorella di Sinibaldo (divenuto papa
Innocenzo IV), aumentando le ricchezze e la potenza delle famiglia. Il Sanvitale amò la
letteratura e si circondò di letterati. Fu podestà di Bologna nel 1219. Prese le armi in
aiuto dei conti di lavagna, suoi parenti,
contro i Genovesi. Nel 1229, mentre per i Modenesi si trovava alla difesa di San Cesario
contro i Bolognesi, venne ucciso ai piedi del carroccio di Parma.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli,
Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Caffaro, Annales genuenses, in Rerum
Italicarum Scriptores, VI; G.B. Janelli, dizionario
biografico dei parmigiani illustri, Parma,
1877; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della
città di Parma, Parma, 1859; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia
Sanvitale, manoscritto; C.Argegni, condottieri,
1937, 134.
SANVITALE GUGLIELMO
Parma
1313
Figlio naturale di Pietro. Militando al fianco del fratello Giovanni, nel 1313
rimase prigioniero dei guelfi nello scontro di Tortiano.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.
SANVITALE IACOPO, vedi SANVITALE JACOPO
SANVITALE ISABELLA
Parma 1792-Parma 30
dicembre 1837
Nacque
dal conte Stefano, letterato, archeologo, orientalista e filantropo. Moglie nel 1813 di
Giuseppe Simonetta, cultore anchegli di lettere e di arti, fu donna di grandi virtù
morali e intellettuali. Educata nel collegio di SantOrsola a Piacenza, diede prova
fin dalla prima giovinezza di ingegno non comune e di attitudine ai severi studi delle
lettere. Tornata in famiglia e passata poi a quella del marito, poté coltivare le sue
buone attitudini, specie intrattenendosi in colloqui eruditi con la suocera, contessa
Maria Guerrieri. Fu elogiata dal Litta e dallArrivabene, specie per le sue lettere,
in cui mostra di essere maestra di concetti e di stile, e per la perfetta conoscenza della
lingua francese. Morì in conseguenza di una malattia che per cinque anni le causò acute
sofferenze.
FONTI
E BIBL.: G. Adorni, Discorsi, Parma, 1870, 249; Gazzetta di Parma 1838, 17; G.B. Janelli,
Dizionario biografico dei parmigiani
illustri o benemeriti nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, Genova, 1877, 399-400; I.
Sanvitale, Poesie, Prato, 1875; M. Bandini, Poetesse, 1942, 213.
SANVITALE ISABELLA, vedi anche CENCI MARIA ISABELLA
SANVITALE JACOBA LAURA, vedi PALLAVICINO JACOBA LAURA
SANVITALE JACOPO
Parma
20 febbraio 1668-Ferrara 5 agosto 1753
Nacque dal conte Cesare e dalla contessa Anna Maria Anguissola. Giovanissimo, fu
avviato alla vita ecclesiastica. I parenti lavrebbero voluto nella curia romana, ma
il Sanvitale scelse di entrare tra i gesuiti in Bologna (1682). compiuto il noviziato e gli studi, insegnò belle
lettere in Vicenza e in altre città. ordinato
sacerdote, cominciò poi a impegnarsi nelle missioni. Ma i suoi superiori lo destinarono
quale lettore di filosofia e poi di teologia in Verona, ove tenne anche alcune lezioni di
matematica. Godendo poca salute, fu mandato nel 1706 a Ferrara, ove, dopo aver servito due
anni come confessore nel collegio dei
Nobili, intraprese di nuovo linsegnamento di teologia speculativa e poi di morale,
incarico che mantenne per diciannove anni, senza per altro interrompere gli esercizi di
pietà (congregazioni, confessioni, predicazioni, visite agli ospedali). Il Sanvitale fu
anche utilizzato per incarichi di fiducia dai cardinali Taddeo dal Verme e Tommaso Ruffo,
legati di Ferrara. dallanno 1736 sino
al 1751 volle essere impiegato nel fare il catechismo ai poveri quando alla portineria del
collegio si faceva loro lelemosina. Fino allultimo il Sanvitale si dedicò
agli studi. Scrisse un gran numero di opere, molte delle quali di carattere storico,
teologico, spirituale e ascetico. Negli ultimi anni di vita fu duramente attaccato dai
domenicani Daniele Concina e Giovanni Vincenzo Patuzzi, fustigatori della morale
gesuitica, ai quali il Sanvitale rispose con vituperi che certamente offuscarono la sua
fama. Al Sanvitale dedicò una biografia Gianandrea Barotti (Venezia, Remondini, 1757), e
di lui scrissero anche il Zaccaria, il Lombardi (Storia della letteratura italiana), il
Maffei e il Feller (dictionn. Hist.).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833,
IV, 29-31; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 358.
SANVITALE JACOPO
Parma
28 dicembre 1785-Fontanellato 3 ottobre 1867
Nato da Vittorio, del ramo secondogenito dellillustre famiglia, e dalla
marchesa Camilla Bortolon, dorigine spagnola, morta quando il Sanvitale era ancora
bambino. Studente prima al collegio dei
Nobili e poi al collegio Lalatta di Parma,
fu quindi affidato agli insegnamenti di Angelo Mazza. Sotto lautorevole guida di
Angelo Mazza, il Sanvitale venne a contatto con la poesia ellenica, con le prime
traduzioni che labate prozio faceva dallinglese (il Gray, il Thompson, il
Parnell) e con il mondo aristocratico ed elegante del tempo, che Parma ospitava come un
salotto discreto e ben informato. Appena quattordicenne pubblicò una canzone, Cristo
simboleggiato nellagnello, e a quindici anni era già un ottimo traduttore di
Orazio. A ventitré anni, dopo aver dato prova di carità cristiana in occasione
dellepidemia di peste, fondò la Società Libera Italiana di Scienze e Lettere,
della quale venne acclamato presidente perpetuo. Compreso che lo stesso napoleone Bonaparte aveva tradito le idee della
rivoluzione francese, quando nacque il re di Roma, nella certezza che fosse predestinato a
rinsaldare ineluttabilmente il regime di potere monarchico e tirannico, il Sanvitale
scrisse un feroce sonetto che gli costò il carcere nel porto di Fenestrelle (1812), dove
proseguì nelle traduzioni bibliche e nello studio di opere classiche. Dopo quatordici
mesi di prigionia, travestito da donna fuggì a Milano, ove divenne grande amico del
Romagnosi, del Rasori e di Ugo Foscolo. Tornò a Parma il 5 maggio 1814. Morto Angelo
Mazza, ereditò il suo posto nel mondo della poesia italiana. Già nominato (1817)
professore di eloquenza, fu eletto segretario dellAccademia di Belle Arti di Parma,
insegnò poetica ed ebbe le cariche di segretario e di preside della ducale Università
degli Studi di Parma e di preside della facoltà di lettere (1820). Sposò in Parma, il 28
dicembre 1816, Giuseppina Folcheri, piemontese, donna colta, geniale pittrice, ardente di
spirito italiano, fedele compagna nellesilio e nelle aspre traversie. Nel settembre
1817 accompagnò il metternich a visitare i
monumenti di Parma. appartenne alla società
dei Sublimi Maestri perfetti e fu compreso
tra i settari denunciati, con lettera del 17 aprile 1822, da Francesco deste, duca di Modena, a Maria Luigia daustria. Il sanvitale
fu anche indiziato tra coloro che avevano distribuito un proclama in latino incitante gli
Ungheresi, numerosi nellesercito austriaco che marciava su Napoli, a non battersi
contro un popolo insorto per conquistarsi lindipendenza: da un confesso reggiano il
Sanvitale fu denunciato come lautore del proclama. Oltre che alla setta dei Sublimi
Maestri Perfetti, si riteneva che egli appartenesse alla Carboneria e che avesse
partecipato a diverse riunioni tenute in Parma dai settari per trattare gli affari della
società e, principalmente, dei moti insurrezionali che stavano per scoppiare. Il 24
aprile 1822 il Governo parmense ordinò larresto del Sanvitale e degli altri
indiziati dal duca di Modena: fu rinchiuso
nel castello di Compiano e il 25, 26 e 27 del successivo settembre messo a confronto a
SantIlario coi confessi estensi. La Commissione mista, con sentenza del 29 aprile
1823, lo assolse perché non convinti del crimine loro apposto. Fu membro del Governo
Provvisorio, che esercitò il potere dal 15 febbraio al 13 marzo 1831. Restaurato il
Governo ducale, il Sanvitale fuggì in esilio. La Sezione di accusa, il 21 e 24 maggio
1831, dichiarò che vi era motivo di procedere penalmente contro i membri del Governo
Provvisorio, a eccezione di Luigi mussi, ma
la Commissione Speciale, il 7 luglio successivo, li prosciolse dallaccusa. ripristinato il potere di Maria Luigia daustria, andò in esilio in Francia (a Marsiglia,
in Corsica e poi a Montauban), ove alternò lattività di poeta ed economista a
quella di agronomo. Tra le sue opere di quel periodo è da ricordare il canto Nostalgia.
Fu tradotto in francese e se ne fecero sei edizioni: in Italia ne fu proibita la
diffusione. Nel 1840 il Sanvitale poté rientrare in patria. Si recò a Torino, invitato a
un congresso di scienziati, e dettò lode per la statua di Emanuele Filiberto. Gli
fu quindi offerta la cittadinanza piemontese, ma invano chiese la cattedra di letteratura
comparata, sempre desiderata (1848). Si sistemò allora a Genova, come precettore di un
giovane della famiglia Pallavicino. Ben presto divenne noto e furono pubblicati vari suoi
sonetti. Prese parte a un congresso in Toscana, ove trattò argomenti agrari e, in
particolare, le risaie. Visitò la Maremma e fissò proprie teorie agricole. Tornato in
Francia, ove era rimasta la famiglia, si recò a Tolosa ed ebbe i diritti di cittadino
francese, ma ancora una volta gli fu negato linsegnamento filologico. Poco dopo gli
morirono la moglie, Giuseppina Fulcheri, e la figlia Clementina, colpite da malattia a
Marsiglia. Rientrato a Genova, tenne, dal 19 ottobre 1849 al dicembre 1852, la direzione
della biblioteca civica Berio, al quale
ufficio fu eletto dal Consiglio delegato del comune
a unanimità, con sentimenti di vera esultanza. Il Consiglio generale confermò la nomina
e, quando il Sanvitale lasciò la carica, gli conferì il titolo di bibliotecario emerito.
Nel 1856 gli fu concesso di risiedere a Parma. Nel 1859 fu rappresentante di Fontanellato
allAssemblea costituente parmense e fu tra i delegati a rassegnare latto di
annessione al Piemonte, assieme a Giuseppe Verdi. Sedette tra i deputati al Parlamento in
Torino per la VII legislatura rappresentando il collegio di San Pancrazio. Letà
avanzata e le malattie gli impedirono di partecipare attivamente alla vita pubblica della
nuova nazione: fu costretto a ritirarsi a vita privata e a rinunciare a qualunque ufficio.
Fu presidente della Regia Deputazione di Storia Patria a Parma e la rappresentò nel 1865
a Firenze e a Ravenna per la celebrazione del centenario dantesco. massimiliano dAustria, imperatore del
Messico, gli inviò la Gran Croce di Guadalupa. La salma del Sanvitale, trasferita a
Parma, fu tumulata nel sepolcreto di famiglia. Dopo la sua morte, furono pubblicati da
Caterina Pigorini (Parma, Rossi-Ubaldi) suoi Cenni biografici. La Pigorini scrisse
nuovamente del Sanvitale nel gennaio 1876 in unappendice della Perseveranza. Nel
1875 furono stampate a Prato da Francesco Giachetti Poesie del Conte Jacopo Sanvitale con
prefazione e note di Pietro Martini. Alberto Rondani lo ricordò nella Nuova Antologia e
nelle Serate Italiane. Alcune poesie inedite raccolse G.B. Janelli (Parma, Grazioli, 1882)
ed Emilio Costa pubblicò presso il Battei nel 1886 le Satire inedite. La sorte critica
dellopera sanvitaliana è affidata ad alcuni studiosi parmensi come il Rondani (J.
Sanvitale e le sue poesie, Firenze, Gazzetta dItalia, 1881) e il bocchialini (J. Sanvitale poeta, Parma, 1924;
Poeti parmensi della seconda metà dellottocento,
Parma, 1925). Lo spirito culturale dellOttocento è vivo nellopera del sanvitale in discendenza dalla tradizione poetica
del Paradisi, del Cerretti e del Mazza. Uno spirito che si collega al classicismo (per
quanto di aulico e di eloquente appesantisce la sua poesia) e al romanticismo (per il
nervo e la struttura di una più aderente emozione e di un canto nuovo, intriso di
personale esperienza). Due altre sono le componenti della sua ispirazione: la Bibbia e
Dante. Delluna e dellaltra fonte questi poeti tendevano a eroicizzare il
contenuto e quindi la forte colorazione romantica veniva ad assumere quasi un credo
religioso, un metodo di vita. I salmi biblici parafrasati dal Sanvitale confermano questo
giudizio e La luce eterea, un poema mancato ma iniziato con unautentica volontà di
scoperta e sotto la suggestione della Divina commedia,
poteva riassumere le sue convinzioni scientifico-letterarie con grande abbondanza di
simboli e allegorie. Stupisce che il Sanvitale abbia insistito per ventitré canti su una
materia che non seppe fondere in efficace poesia, ma lesempio rimane comunque
significativo di un clima e di unepoca. Solo La nostalgia porta altra aria, un più
compiuto e personale canto di interiore sincerità. Il Sanvitale resta per questi versi,
come altri poeti si ricordano per una sola celebre composizione. Dal lamento, a un
ripiegamento consapevole, onesto, spoglio di retorica e altero a un tempo, se
laltrui pietà mi è amara. La terra straniera ospita ma non riconosce, è una
presenza fredda, giustificabile solo fino a un certo punto. Il sanvitale percorre la strada verso una meta che
non conosce: La mia vita è affannosa come unerta senza meta, deserta.
Senzorma certa. Realtà dura da concepire e da vivere, eppure affrontata senza
tradimenti, non nascondendosene le difficoltà e gli inganni. Dal fondo della memoria sale
prepotente linvocazione alla terra lontana dEmilia. Savverte uno sforzo
di declamazione ma lintento è sincero, non bloccato dal compiacimento.
FONTI E BIBL.: I. Cantù, Italia scientifica, 1844, III, 106; T. Sarti,
Rappresentanti legislature Regno, 1880, 758; Aurea Parma 3-4 1912, 11-13; A. Rondani,
Jacopo Sanvitale e le sue poesie, in Saggi di critiche letterarie, Firenze, 1881; E.
Costa, Discorso commemorativo, inaugurandosi un monumento a Jacopo sanvitale, Parma, 1886; I. Bocchialini, Jacopo
Sanvitale poeta, Parma, 1921; G.N., in Enciclopedia italiana, XXX, 1936, 804; G. Adorni,
Vita del conte Stefano Sanvitale, Parma, presso F. Carmignani, 1840; T. Sarti, Il
Parlamento Subalpino e Nazionale, Terni, Tip. Ed. dellIndustria, 1890; E. Casa, I
moti rivoluzionari accaduti in Parma nel 1831, Parma, Tip. G. Ferrari e figli, 1895; E.
Casa, I Carbonari Parmigiani e Guastallesi
cospiratori nel 1821 e la Duchessa Maria Luigia Imperiale, Parma, Rossi-Ubaldi, 1904; O.
Masnovo, I moti del 31 a Parma, Torino, Società Editrice Internazionale, 1925; I
Bellini, in dizionario Risorgimento, 4,
1937, 206; A. Calani, Il parlamento del
Regno dItalia, Milano, 1860; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due
volumi, Roma, 1896, e 1898; A. Malatesta, Ministri, 1941, 108; F. Ercole, Uomini politici,
1942, 123-124; C. Pigorini, Cenni biografici del conte Jacopo Sanvitale, Parma, 1867; L.
Sanvitale, Jacopo Sanvitale nellarte e nella poesia, in Aurea Parma 1917, 5-6; I.
Bocchialini, La tradizione della poesia nella famiglia dei conti sanvitale, in Aurea Parma gennaio-febbraio 1923;
Poeti parmensi della seconda metà dellOttocento, Parma, 1925; E. Grassi, Vita di
monsignor L. Sanvitale priore prevosto a Fontanellato, Noceto, Castelli, 1932, con
unappendice di scritti del Sanvitale; A. Credali, Un patriota e poeta parmigiano
maestro di G. Mameli, in Aurea Parma 1948; Poeti minori dellOttocento italiano, a
cura di F. Ulivi, Milano 1963; Dizionario enciclopedico
Letteratura Italiana, 5 1968, 46; Dizionario storico politico, 1971, 1147-1148; Parma.
Vicende e protagonisti, 1978, III, 112-114; Al pont ad Mez 2 1985, 86; T.Marcheselli, in
Gazzetta di Parma 3 luglio 1986; A.Musiari, Neoclassicismo senza modelli, 1986, 263;
Grandi di Parma, 1991, 103; Marchi, Figure del ducato, 1991, 220.
SANVITALE JACOPO ANTONIO, vedi SANVITALE GIACOMO ANTONIO
SANVITALE
JACOPO ANTONIO MARIA
Parma
23 maggio 1699-Parma 6 marzo 1780
Nacque dal conte Luigi e dalla contessa Corona Avogardi Sanvitale. Alletà di
dodici anni scrisse un tetrastico latino, pubblicato dal padre nella raccolta per la
nomina del cardinale Luigi Piazza. Nel 1720 sposò la nobile Maria Isabella Cenci. Poiché
sia il fratello Federico che il padre Luigi entrarono a distanza di pochi anni uno
dallaltro nella compagnia di Gesù, il
Sanvitale rimase nellassoluto possesso dei beni della famiglia. Stimò e fu amico
personale di Innocenzo Frugoni, Aurelio Bernieri e Pier Giovanni Balestrieri. Fu nominato
dal duca Antonio Farnese Cavaliere Gran Conestabile dellordine equestre militare di San Giorgio. Alla
morte del duca Antonio Farnese (20 gennaio 1731) resse, insieme ad altri, gli affari dello
Stato parmense, dimostrando destrezza nel sostenerne i diritti contro le minacce del
generale austriaco Stampa. Il 9 aprile 1741 fondò la Colonia parmense di Arcadia, di cui
fu vice custode col nome di Eaco Panellenio. Il sanvitale
si recò due volte a Pisa (13 febbraio e 27 marzo 1732) per complimentarsi col nuovo duca
Carlo di Borbone. Il 5 agosto 1737 fu alla corte
di Vienna, dove ricevette dimostrazioni daffetto (Pagnini, Orazione funebre, 1780)
dallimperatore Carlo VI, che il Sanvitale assistette anche al momento del decesso
(20 ottobre 1740). Nel 1749 fu inviato da Filippo di Borbone a Genova per ricevere la
consorte Luisa di Francia. Fu maggiordomo del duca Filippo di Borbone che lo mandò nel
1751 ambasciatore a Parigi, ove rimase fino al 1759. Tornato in patria, presiedette
lUniversità degli Studi. Fu pure maggiordomo maggiore e consigliere intimo di
Ferdinando di Borbone, e anche direttore generale dei regi teatri (1763) e spettacoli
(1761) di Parma. Tradusse in italiano il libretto di Fontenelle Enea e Lavinia, con musica
di Tomaso Traetta (Parma, Ducale, primavera 1761) e il libretto Bajezzette, con musica di
Ferdinando Bertoni (Parma, primavera 1765). Scrisse per il maestro Giuseppe colla i libretti Uranio ed erasitea (Parma, ducale, estate 1773) e, forse, Enea in cartagine (Parma, estate 1773). Il Sanvitale fu
sepolto a Fontanellato. Del Sanvitale scrissero elogi Giuseppe Maria Pagnini, Bergantini
(Voci italiane, 1745), Agostino Paradisi (Ode per la nascita di Stefano Sanvitale),
Innocenzo frugoni (del quale il Sanvitale fu
grande benefattore), Camillo Zampieri (Giobbe, canto IX), angelo Mazza (Armonia, 1771), Bettinelli (Poemetto
per lAccademia degli Scelti, 1753), Pizzi (Visione dellEden, 1778, e Rime
degli Arcadi, 1780).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833,
IV, 175-181; Gazzetta di Parma 28 giugno 1922, 3; C.Schmidl, Dizionario universale
musicisti, 2, 1929, 447.
SANVITALE LAVINA, vedi SANVITALE LAVINIA
SANVITALE LAVINIA
Parma
XV secolo-1555
Figlia del conte Girolamo. Fu celebrata da Ludovico Domenichi, che le dedicò la
traduzione del decimo libro dellEneide, per aver coltivato le lettere con grande
amore. Di lei si parla come di scrittrice elegante, ma di quanto avrebbe dato alle stampe
non è rimasta che una lettera inserita da Ortensio Landi nella sua raccolta (Lettere di
molte e valorose donne, raccolte da Ortensio Lando, Venezia, 1548), ritenuta concordemente
apocrifa. Cade così lattribuzione e viene meno ogni documento della sua attività.
Il fatto stesso però che il Landi la ponesse nel novero delle presunte scrittrici, fa
ritenere che la Sanvitale non fosse indegna di appartenere alla schiera delle donne colte
e che comunque esplicasse attività letteraria. Sposò Francesco Sforza.
FONTI E BIBL.: Lettere di molte e valorose donne, raccolte da Ortensio Lando,
Venezia, 1548; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri o benemeriti nelle scienze,
nelle lettere e nelle arti, Genova, 1877, 380; M.Bandini, Poetesse, 1942, 213.
SANVITALE LUIGI
Fontanellato
1539 c.-post 1598
Figlio di Galeazzo e di Paola Gonzaga. Fu al servizio della casa regnante di
Francia. Dopo essere rimpatriato, nel 1598 divenne governatore di Sabbioneta. Per
concessione di roberto, suo fratello, poco
prima del 1574 divenne conte di Fontanellato e Noceto.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.
SANVITALE LUIGI
Fontanellato
1599-1664
Figlio di Alessandro e di Margherita Rossi. Fu capitano delle lance della guardia
del duca di Parma Ranuccio Farnese, che nel 1646 eresse in suo favore la contea di
Belforte in marchesato. Fu inviato dalla corte
di Parma a quella di Torino prima per incontrarvi Cristina di Svezia e nel 1660 per
presentare a Margherita di Savoja i doni del suo sposo, il principe ereditario di Parma
Francesco Maria Farnese. Morì alletà di sessantacinque anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.
SANVITALE LUIGI
Parma
1 luglio 1675-1753
Figlio di Alessandro e di Paola Simonetta. Fu eletto nel 1718 dal duca di Parma
Francesco Maria Farnese gran conestabile dellOrdine Costantiniano. Nel 1729,
divenuto vedovo, entrò nella Compagnia di Gesù. Morì alletà di settantotto anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.
SANVITALE LUIGI
Parma
26 dicembre 1772-Piacenza 25 ottobre 1848
Nacque dal conte Alessandro, appartenente a una tra le più aristocratiche famiglie
italiane, letterato distinto e uomo di larga carità, e dalla contessa Costanza Scotti di
Montalbo, nobildonna piacentina di austeri costumi e di severi principi. Dimorò sino
alletà di otto anni, in seno alla famiglia nellavito palazzo di Parma,
situato nelle vicinanze della Cattedrale. Ebbe due fratelli e quattro sorelle, le quali
contrassero matrimonio con esponenti delle nobili famiglie Anguissola di Piacenza,
DArco di mantova, Robion di Nizza e
Dalla Rosa Prati di parma. Dai precettori di
corte apprese le prime nozioni culturali. Il
14 aprile 1780 vestì labito talare e poco dopo, per incarico del padre, fu
accompagnato a Roma dallo zio Stefano Sanvitale di Reggio Emilia, affinché potesse
seguire, nel Collegio Clementino, retto dai padri somaschi, i corsi di grammatica,
umanità, retorica e filosofia. Per le doti di aperta intelligenza e di amore allo studio,
congiunte a spirito acuto e vivace, ebbe modo di distinguersi, classificandosi tra gli
allievi migliori, per i progressi nello studio delle lettere e per labilità di
verseggiatore, tanto che, finito il corso, venne ammesso tra gli Arcadi col nome di
Elpindo Panellenio. Nel 1780 ricevette la prima tonsura dal vescovo di Parma
Pettorelli-Lalatta e in Roma da Giulio della Somalia, segretario della Sacra congregazione dei Riti. A dodici anni gli furono
conferiti gli ordini minori. A quelletà, per i diritti di casa Sanvitale, fu
nominato il 20 dicembre 1784 prevosto di Priorato e di Fontanellato, dove la famiglia,
antica feudataria di quelle terre, era patrona della chiesa parrocchiale per diritto
attribuito da papa Bonifacio IX (bolla del 9 dicembre 1400) e proprietaria della splendida
Rocca e di ricche tenute. La dispensa per letà giovanissima fu concessa dalla Santa
Sede in considerazione della pietà e doti necessarie che già si erano rivelate nel
Sanvitale, che aveva palesato eccellente disposizione alla carriera ecclesiastica. In
realtà i genitori avevano maturato da tempo le sorti dei figli disponendo che il
primogenito, Stefano, dovesse tramandare il casato, il secondo, Federico, si iscrivesse
allordine di Malta e il terzo, il Sanvitale, godesse la prelatura o la prevostura
con il Priorato. Il 10 maggio 1785 ricevette dal vescovo di Parma, per procura,
linvestitura della parrocchia, trovandosi a Roma per gli studi. Lasciò la capitale
il 7 luglio 1792 diretto a Parma, che era sotto il dominio del duca Ferdinando di Borbone.
Nellautunno di quello stesso anno si iscrisse allUniversità di Parma al corso
di teologia. Nel 1793 gli fu conferito lordine del suddiaconato. Ritenendosi non
ancora sufficientemente preparato a compiere lultimo passo che lavrebbe
elevato a ministro di Dio, ottenne di poter differire di tre anni la promozione al
sacerdozio. Ricevette la sacra ordinazione il 31 dicembre 1797. Monsignor Adeodato Turchi,
successo al Pettorelli-Lalatta nel governo della diocesi
parmense, lo esortò a prendere possesso della parrocchia di Fontanellato, ma il Sanvitale
indugiò per alcuni anni ancora in Parma, trattenuto da mansioni varie. Insegnò storia
ecclesiastica allUniversità di Parma e nel 1803, oltre allincarico di
professore, ricoprì le mansioni di membro del Collegio teologico e di confratello della congregazione di carità di San Filippo Neri
(della quale divenne ordinario nellautunno di quello steso anno). Nel frattempo si
dedicò con impegno alla teologia e alle lettere. Nel 1803 pubblicò, con i tipi
bodoniani, venti novelle accompagnate da una prefazione nella quale espone come e quanto
si fosse preparato a tal genere di narrazione. Il libro ebbe molto successo e riscosse
lapprovazione dei più illustri letterati del tempo, con i quali il Sanvitale fu
sempre in viva corrispondenza: Angelo Mazza, Gaetano Godi, Michele Colombo. Ma le sue
principali cure furono volte alle opere del sacro ministero e in particolare alla
predicazione, prestandosi di buon grado per lapostolato della parola in Parma e nei
centri di campagna. Nel 1804 prese finalmente possesso del priorato e della prevostura di
Fontanellato. Se al predecessore don Carlo Delfinoni si deve la radicale trasformazione
dei fabbricati canonicali mediante la sostituzione del piccolo convento benedettino con la
maestosa canonica e linizio di costruzione dellampia peschiera che la
circonda, al Sanvitale va riconosciuto il merito di aver condotto a termine tali
importanti opere, rimaste incompiute per limprovvisa morte di quel prevosto. Ma,
più che i lavori materiali, è degna dinteresse lattività da lui spiegata
nella vasta e complessa parrocchia: feste solenni, predicazioni sue e di illustri oratori,
sacre missioni e numerose altre iniziative intese a incrementare nel popolo la pietà
cristiana. Curò il decoro delle sacre funzioni, accrebbe la pompa delle solennità nelle
chiese dipendenti, compilò uno stato danime e fece redigere un elenco delle
suppellettili religiose appartenenti alle chiese a lui soggette di Priorato, di
Fontanellato e di Cannetolo, mantenendosi inoltre in continuo contatto con i canonici
della collegiata di Santa Croce, con il curato di Fontanellato e con il cappellano di
Cannetolo per indirizzare la loro attività. La sua azione si spiegò con solerzia anche
nellistruzione catechistica ai bimbi e agli adulti, in missioni ed esercizi
spirituali per il popolo, facendo inoltre brillare quelle qualità di oratore nelle quali
si era perfezionato con un prolungato esercizio. Gli avvenimenti politici, intanto, si
succedettero gravi e importanti dallepoca in cui il Sanvitale aveva lasciato Parma
per la cura della sua parrocchia. Dopo la morte di Ferdinando di Borbone, avvenuta a
Fontevivo il 9 ottobre 1802, il primo console di Francia dichiarò che, a tenore del
trattato di Aranjuez, la sovranità degli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla era
devoluta di diritto alla Repubblica Francese, insediando a Parma per suo ministro
governatore Moreau de Saint-Mery. Questi ebbe per la famiglia Sanvitale cortesi
attenzioni, nonostante essa nutrisse poche simpatie per Napoleone Bonaparte. I Sanvitale,
che il 9 novembre 1804 ebbero lonore di ospitare papa Pio VII durante il suo viaggio
da Roma a Parigi, ebbero pure la ventura di avere per ospite, il 26 giugno 1805, lo stesso
Bonaparte. In quel periodo tornò a Parma la calma e la tranquillità, dovuta
allintelligente e abile diplomazia del governatore, il quale con saggi provvedimenti
si sforzò di rendere accetta alla popolazione la nuova dominazione. Ma unimprovvisa
rivolta di Piacentini per lapplicazione di tasse ritenute ingiuste provocò la
destituzione del Moreau de Saint-Mery e il 19 gennaio 1806 il suo posto fu assunto dal
generale Junot, che ripristinò lordine con un regime di polizia. A questi, con
linterregno del prefetto Eugene Nardon, successe nel 1810 Dominique Perignon, che
ricoprì la carica solo per pochi mesi. Infatti, dal 1810 al 1814, terminato il dominio
napoleonico, lo Stato di Parma fu retto dal barone Dupont-Delporte, il quale lo cedette il
6 giugno 1814 a Maria Luigia dAustria, che ne prese possesso in forza del trattato
di fontainebleau. Il 21 giugno 1805 venne
firmato il decreto di soppressione dei religiosi domenicani di Fontanellato: il convento,
la chiesa e un appezzamento di terreno annesso furono confiscati. Soltanto più tardi
(1816), per interessamento del Sanvitale e del fratello Stefano, il convento e
lannessa chiesa con il terreno furono da Maria Luigia dAustria concessi alle
suore domenicane del soppresso monastero dei Santi Giacinto e Liborio, in Colorno, le
quali iniziarono da allora la loro attività. Rimasta vacante il 2 aprile 1813 la cattedra
episcopale borghigiana per la morte di Alessandro garimberti,
Maria Luigia dAustria, allorché divenne duchessa degli Stati, propose la nomina del
Sanvitale. Volle tuttavia assicurarsi in precedenza dellaccettazione del designato e
a tale scopo dette incarico al conte generale neipperg,
suo cavaliere donore, di porsi in comunicazione con il conte Stefano Sanvitale
affinché questi sondasse in proposito lanimo del fratello. Dallinteressante
carteggio, pubblicato dal Grassi, si apprende che, pur essendo il Sanvitale restio ad
accettare la nomina, fu ugualmente inoltrata la proposta al pontefice dalla stessa duchessa, la quale, l11 marzo 1817, inviò
al Sanvitale la bolla di nomina accompagnandola con una lettera in cui si compiace di
rendere giustizia ai meriti, alla pietà e alla dottrina particolare di lui e di
contribuire così al bene spirituale dei suoi sudditi della diocesi di Borgo San Donnino.
In tal modo la diocesi borghigiana, da quattro anni vacante, poté finalmente salutare il
suo nuovo pastore. Il Sanvitale fu consacrato nella chiesa del Gesù a Roma il 3 agosto
1817, insieme con Carlo Scribani Rossi, vescovo di Piacenza, dal cardinale Giulio della
Somalia. Nello stesso giorno indirizzò al clero e al popolo una comunicazione in latino
per i suoi nuovi figli spirituali. A questa fece seguito la prima pastorale. Il 28
settembre successivo Borgo San donnino
accolse il Sanvitale con viva esultanza, dimostrazioni di popolo ed espressioni
letterarie, di cui il Grassi rimarca due sonetti di Michele Leoni e del canonico Giuseppe
Rovaldi. Suo primo pensiero fu di indire la visita pastorale, che fece precedere in cattedrale da una solenne missione al popolo e da
un corso di esercizi spirituali per il clero. Liniziò il 23 agosto 1818 e la
terminò nel luglio 1821. Laccurata vigilanza e la naturale disposizione a
interessarsi dei problemi anche minuti gli permisero nel frattempo di dare un solido
assestamento agli affari ecclesiastici, trascurati durante la lunga vacanza. Per quanto
riguarda il culto religioso e la pietà, curò il decoro della Cattedrale, ne riordinò le
funzioni e altre ne istituì, disponendo, tra laltro, che fosse continuata la
pratica introdotta dal suo predecessore di celebrare in Cattedrale la festa di san
Francesco di Sales ogni anno con grande solennità, destinando a questo scopo un capitale
di circa tremila lire nuove di Parma. Distribuì inoltre in forma più regolare i vari
servizi. Diligentissimo, volle far seguire alla visita pastorale una controvisita per
verificare se le disposizioni emanate fossero state osservate. Eresse e benedisse molti
oratori pubblici e privati, promosse esercizi spirituali, predicazioni, missioni e
pubbliche preghiere nelle chiese della città e diocesi.
Regolò luso degli strumenti musicali in chiesa, adottando la severità
dellorgano, senza aggiunte. In cattedrale
restaurò e abbellì la cappella dellimmacolata
e provvide ad altre opere di decoro, donando inoltre un ricco piviale, un artistico calice
dargento con fregi in rilievo dorato e numerosi altri oggetti dargento. Onorò
gli studiosi e ne coltivò con schietto favore lamicizia, come nel caso
dellabate Zani. Egli stesso fu buon letterato: dalle lettere e dallo zibaldone che
lasciò, questa sua inclinazione traspare dalleleganza della forma e dalla ricchezza
dei concetti. Anche le sue pastorali furono ricche di dottrina. Dal 1818 al 1826 fu
professore onorario di teologia allUniversità di Parma. Mantenne rapporti
cordialissimi con i vescovi di Parma Caselli, Crescini e Vitale Loschi. Si tenne in
relazione con le persone più in vista di Parma e di Piacenza e in continuo contatto con
il clero e il popolo. Fu in buoni rapporti con le autorità politiche costituite, sia con
Ferdinando di Borbone che con il Governo del Direttorio francese, assai più con quello di
Maria Luigia dAustria e, in seguito, di Carlo Alberto di Savoja. Conservò con tutti
la sua dignità, congiunta al dovuto ossequio alle autorità, ma senza servilismo né
ostilità preconcetta, desideroso di non urtarsi con alcuno. Sin dal 1805 papa Pio VII lo
annoverò tra i suoi prelati e Maria Luigia dAustria, oltre a conferirgli l11
dicembre 1825 la commenda dellOrdine Costantiniano, lo insignì dieci anni dopo
dellalta onorificenza di Senatore Gran Croce dello stesso ordine. Rimasta vacante la sede episcopale di
Piacenza per la morte di Lodovico Loschi, Maria Luigia daustria pensò di destinargli a successore il sanvitale. Seguendo la stessa procedura per
lelevazione alla cattedra borghigiana, scrisse al suo ciambellano di corte, conte Luigi Sanvitale, una lettera
confidenziale pregandolo di sondare il pensiero del Sanvitale, suo zio. Questi dette il
proprio consenso e la duchessa poté così
liberamente presentarlo a Roma per la promozione. Il 21 novembre 1836 fu preconizzato
vescovo di Piacenza e otto giorni dopo ne dette partecipazione al Capitolo della
Cattedrale piacentina. Contemporaneamente indirizzò una lettera di commiato alla diocesi di Borgo San Donnino, dichiarando con
commosse parole che il distacco della persona non avrebbe attenuato il vivo affetto che
nutriva nel cuore per coloro dei quali era stato pastore per diciannove anni. Con la
nomina a vescovo di Piacenza il Sanvitale rinunciò alla prevostura e al priorato di
Fontanellato, che per speciale concessione della Santa Sede aveva sino ad allora
mantenuto, continuando, pur tra gli impegni del ministero episcopale, a provvedere al bene
spirituale dellimportante parrocchia con direttive, norme e consigli, recandosi di
tanto in tanto in luogo e trattenendovisi ogni anno per lintero mese di settembre.
Lingresso solenne nella nuova diocesi,
dopo il perfezionamento delle pratiche necessarie alla presa di possesso, avvenne il 7
maggio 1837 con ricca pompa di cerimoniale. Soddisfatte le esigenze dei riti ufficiali, il
Sanvitale si pose alacremente allopera, continuando quellattività metodica e
diligente spiegata con tanto profitto a Borgo San Donnino. Essa fu tesa principalmente
alla riforma del clereo e al riordinamento del seminario. A questo pose subito mano,
riorganizzandolo negli studi, nella disposizione dei locali e, soprattutto, nella
disciplina e nel vestiario degli alunni. Iniziò poi la visita pastorale, intendendo porsi
sollecitamente a contatto con il clero e il popolo della vasta diocesi. La molteplice attività al servizio della
Chiesa piacentina può essere riassunta negli otto volumi della sacra visita e in
diciannove altri volumi di decreti emessi nel periodo di dodici anni. Il 23 aprile 1842
ordinò il trasferimento a SantEustachio dei teatini (che abitavano un quartiere in
comune con i carmelitani di SantAnna) ritenendo che la loro opera potesse così
spiegarsi con maggiore profitto per la cittadinanza. Provvide il 7 novembre 1843 che
fossero aperte scuole cattoliche nellex convento dei teatini di San Vincenzo e
protesse i gesuiti dal boicottaggio dellautorità civile, che non vedeva di buon
grado il prestigio dellordine,
acquisito nella direzione delle scuole governative. Il Sanvitale ebbe salute delicata: nel
1837 sofferse di risipola e di enfiagione a una gamba e tre anni dopo cadde gravemente
ammalato per infiammazione di petto congiunta a febbre gastrica catarrale. Il Sanvitale
contribuì ad accrescere il decoro della cattedrale
di Piacenza dotandola di unampia gradinata e curò la fondazione del seminario di
Bedonia. Nei movimenti nazionali e patriottici mantenne sempre un atteggiamento accorto e
prudente. Mentre ancora viveva Maria Luigia dAustria, sebbene inferma e col ducato che ormai si poteva considerare non più
legato alla sovrana, il Sanvitale, nella
confusione che regnava e interpretando così ladesione del papa Pio IX alle
aspirazioni italiche, pose la sua diocesi
sotto la protezione di Carlo alberto di
Savoja e il 1° gennaio 1847 cantò in cattedrale
un solenne Te Deum di ringraziamento al Signore perché il re sabaudo si degnasse di accogliere Piacenza
sotto la propria tutela e di considerarla materialmente e spiritualmente parte del suo
regno. Questo aperto atteggiamento procurò al Sanvitale una corrente di simpatia
progressista e gli valse il conferimento, il 18 giugno 1848, della Croce di commendatore dei santi Maurizio e Lazzaro, che
lo stesso Carlo Alberto di Savoja gli conferì a mezzo del commissario regio di Piacenza, federico Colla. Alla fine dellestate 1848 il
male lo assalì nuovamente e con maggiore intensità e dopo due mesi morì. In Cattedrale
si svolsero i solenni funerali e venne deposta la salma con uniscrizione che ne
sintetizza la lunga vita operosa e illuminata. Il discorso funebre fu tenuto da Giovanni
Moruzzi, il quale pose in risalto le virtù dellestinto, che seppe accoppiare la
gravità del vescovo alla gentilezza delluomo cittadino. Le ossa del Sanvitale
riposano nel massimo tempio piacentino e il suo ricordo è perpetuato in una lapide
infissa sopra il suo sepolcro nella parte interna del sotterraneo.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 514-517; D.
Soresina, enciclopedia diocesana fidentina,
1961, 426-435; A.V. Marchi, Figure del ducato,
1991, 222.
SANVITALE LUIGI
Parma
8 novembre 1799-Fontanellato 3 gennaio 1876
Nacque dal conte Stefano e da Luigia gonzaga.
Appassionato degli studi letterari, ricevette i primi insegnamenti dal poeta Vincenzo
Mistrali e li completò a Siena nel Collegio tolomei.
I molti viaggi nei paesi più evoluti gli arricchirono la mente e alimentarono i suoi
innati sentimenti di libertà e di civile progresso. Tornato a Parma, strinse vincoli di
sincera amicizia con leletta schiera di scienziati, letterati e artisti (Giordani,
Mistrali, Taverna, Toschi, Tommasini, Jan, Colombo, Melloni, Pezzana, Pellegrini e Jacopo
Sanvitale) che diedero lustro al ducato
nella prima metà dellottocento. Animo
nobile e generoso, al culto della poesia, dellamore per la patria e alla
predilezione per la nobiltà di nascita e di cultura, il Sanvitale unì un interesse
altrettanto spontaneo e sincero per gli umili e i bisognosi, che avrebbe voluto protetti
da leggi più giuste e ispirate a principi di una vera uguaglianza. Come il padre, si
distinse per profondo senso filantropico, avendo sommamente a cuore leducazione
popolare. Un asilo dinfanzia, da lui fondato nel 1841, venne citato come esempio in
Italia e allestero. Nominato presidente della Pia Unione di San Bernardo, il
Sanvitale chiamò lassociazione a nuova vita, trasformandola in Società di Mutuo
Soccorso. soprattutto per suo
interessamento, nel 1844 sorse la Casa di Provvidenza, dove i giovani dagli otto ai
diciotto anni entravano per imparare un mestiere. Nel prodigarsi alle opere di bene, ebbe
costante il pensiero dellItalia, ritenendo indispensabile per la sua indipendenza il
miglioramento delle condizioni morali e materiali del
popolo. Sia per il suo temperamento equilibrato, sia per leducazione ricevuta, pur
lavorando con tenacia per la realizzazione degli ideali patriottici professati fin dalla
prima giovinezza, rifuggì dalle violenze e non partecipò alle rivolte quando gli parvero
inutili. Così non aderì ai moti scoppiati a Parma nel febbraio del 1831, giudicando
immatura limpresa, e fu tra coloro che accompagnarono la duchessa Maria Luigia
dAustria da Parma a Piacenza. Di sentimenti liberali, fu maestro perfetto nella
setta dei Sublimi. Ciò nonostante, per intercessione del Mistrali, il 26 ottobre 1833
sposò Albertina Montenovo, figlia della duchessa Maria Luigia e del conte Adamo Neipperg.
Nel 1848, per il suo fervente patriottismo, il Sanvitale venne nominato membro del Governo
Provvisorio di Parma, carica che in seguito gli costò molti anni di esilio, durante i
quali mantenne costante la fede nei futuri destini della patria, strinse rapporti con i
fuoriusciti di altre regioni, cercò di ravvivare lamore allindipendenza
nazionale e beneficò i profughi del ducato.
Carlo Alberto di Savoja lo nominò senatore il 6 giugno 1848 (si dimise il 28 dicembre
1849). Nel 1854, dopo luccisione di Carlo di Borbone, mostrandosi la vedova più
longanime con i liberali, il Sanvitale fece ritorno a fontanellato, dove visse ritiratissimo,
dedicandosi alla famiglia e agli studi. Con lunione del ducato allItalia, venne chiamato ad alte
cariche: fu il primo sindaco di Parma (marzo-luglio 1860) eletto con suffragio popolare.
Come sindaco, ricevette Vittorio Emanuele di Savoja nella sua visita a Parma. Per
lamore alle arti, che in ogni occasione protesse generosamente, venne nominato
accademico onorario dellaccademia
parmense di Belle Arti. Elevato al parlamento
(18 marzo 1860), il Sanvitale si dimise da altre cariche per essere assiduo alle riunioni
del Senato (nel quale fu più volte eletto segretario della Presidenza). In
quellepoca risiedette con grande frequenza a Torino, ove fu apprezzatissimo negli
ambienti politici e letterari: è ricordato con particolare onore nelle memorie della
baronessa Olimpia Savio. Pubblicò Versi e prose (Venezia, Gamba, 1841) e si adoperò alla
pubblicazione delle poesie del cugino conte Jacopo Sanvitale (Prato, 1875). Alla morte di
Jacopo sanvitale, che amò e soccorse
fraternamente, accettò la presidenza della Deputazione di Storia Patria di Parma, che
resse con onore e alta competenza dal 5 novembre 1867 al 3 gennaio 1876. Scrisse delle
memorie che sono conservate nellarchivio Sanvitale.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 400-403;
Gazzetta di Parma 9 dicembre 1920, 1-2, e 14 febbraio 1921, 1; Aurea Parma 1 1923, 7-8;
Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 16 ottobre 1924, 3; O. Masnovo, Patrioti del
1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 207; V. de Castro, Cenni biografici del conte Luigi
Sanvitale, Parma, Borgomanero, 1873; G. Adorni, Cenni biografici del conte Luigi
Sanvitale, Parma, Adorni, 1876; E. Casa, I Carbonari parmigiani e Guastallesi cospiratori nel 1821 e la
Duchessa Maria Luigia Imperiale, Parma, Tip. Rossi-Ubaldi, 1904; O. Masnovo, I moti del
31 a Parma, Torino, Soc. Ed. Internaz., 1925; I. Bellini, in Dizionario
Risorgimento, 4, 1937, 205; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Nazionale, Roma, 1896,
851-852; A. Gambaro, F. Aporti e gli asili nel Risorgimento, II, Torino, 1937, 419; A.
Codignola, Pedagogisti, 1939, 380-381; A. Calani, Il Parlamento del Regno dItalia,
Milano, 1860; A.Malatesta, Ministri, 1941, 108; G. Pasolini, Commemorazione di L.
Sanvitale, seduta del senato del regno del 7 marzo 1876; F. Ercole, Uomini politici, 1942,
123; G.Allegri, Presidenti della deputazione
di Storia Patria 1960, 38-39; Gazzetta di Parma 16 febbraio 1962, 4; G. Berti,
Atteggiamenti del pensiero nei ducati di
Parma e Piacenza, 1962, II, 333; Aurea Parma 3 1973, 195; A.V. Marchi, Figure del ducato, 1991, 222.
SANVITALE LUIGI
Piacenza
31 luglio 1859-Parma 2 aprile 1917
Figlio di Giovanni. Si trasferì ancora fanciullo a Parma al seguito della
famiglia. Nel 1893 il Sanvitale fu adottato (con la condizione dellabbinamento dei
due cognomi) dalla zia Anna Sanvitale, vedova senza prole del conte Giovanni Simonetta. La
sua cospicua attività di uomo pubblico si manifestò nelle cure dedicate alla
congregazione di San Filippo Neri e al Ricovero dei Vecchi di Parma (istituzioni delle
quali fu presidente e direttore) e nelle cariche di consigliere provinciale e segretario
del consiglio di Parma. In politica
appartenne al gruppo dei cattolici patrioti e come tale tenne la vicepresidenza della
cosidetta Giunta di guerra dellUnione Popolare tra i Cattolici, al tempo della prima
guerra mondiale. Critico letterario, scrittore di cose storiche e poeta, impresse a ogni
sua iniziativa una singolare signorilità accoppiando alla nativa genialità una cultura
svariata e profonda. Scrisse sul conte Jacopo Sanvitale unimportante monografia e
dettò dotte relazioni sulla vita cittadina. Pubblicò acute critiche letterarie,
specialmente su autori stranieri, su LAteneo, Per larte, Gazzetta di Parma, Aurea Parma e momento di Torino, di cui fu prima colllaboratore
(1906) e poi redattore (1907), al tempo in cui a quel giornale lavoravano vari parmigiani,
tra cui Zanetti, Fratta, Ildebrando Pizzetti e Antonio
Boselli, oltre a Jacopo Bocchialini che ne era condirettore e poi ne fu direttore. La sua
opera poetica, geniale e finissima, è illustrata nel volume del Bocchialini, Luigi sanvitale poeta, che ne raccoglie le cose migliori
(le odi storiche, sociali, scientifiche e le delicatissime liriche intime). Il Sanvitale
fu membro della Deputazione di Storia Patria di Parma.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1923, 9; B. molossi,
Dizionario biografico, 1957, 138; Palazzi e casate di Parma, 1971, 748.
SANVITALE LUIGIA
Parma
30 luglio 1795-
Figlia di Stefano e di Luigia Gonzaga. Fu dama di palazzo dellarciduchessa
Maria Luigia dAustria. Sposò il marchese Dalla Rosa Prati.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, Tavola III.
SANVITALE MADDALENA
ante
1432-Parma post 1483
Figlia di Gianmartino e di Beatrice pallavicino.
Fu monaca dellordine di San Benedetto nel monastero di San Quintino di Parma. Nel
1456 fu eletta badessa con approvazione di papa Callisto III. Nel 1472 fece raccogliere le
memorie della beata Orsolina de Veneri. Nel 1483, anziana e malata, rinunciò la sua
dignità nelle mani di papa Sisto IV.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.
SANVITALE MARIA
Sala
1606 c.-
Figlia di Gianfrancesco e di Costanza Salviati. Dopo i fatti del 1612 che avevano
portato alla decapitazione del padre, fu rinchiusa da Ranuccio Farnese nel monastero di santuldarico
a Parma, dove poi si fece monaca.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.
SANVITALE MARIACELESTE
Fontanellato
1616 c.-
Figlia di Cesare e di Anna Anguissola. Fu monaca e poi badessa nel monastero di San
Quintino in Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.
SANVITALE MARIA LUIGIA
Fontanellato
ottobre/novembre 1840-
I genitori, Luigi e Albertina di Montenovo, subito dopo la nascita della Sanvitale
si stabilirono temporaneamente nella villa del Casino dei Boschi. Il battesimo avvenne il
10 novembre 1840 a Collecchio e madrina fu la nonna Maria Luigia dAustria.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario collecchiesi,
in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.
SANVITALE MASTINELLO
-Parma
11 agosto 1308
Figlio di Mastino. Fu ucciso assieme al padre dai ghibellini comandati da Guglielmo
Rossi.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; P. Litta, Famiglie celebri, I,
1819, tavola I.
SANVITALE
MASTINO
ante
1247-Parma 11 agosto 1308
Figlio
di Azzone e di Viride della Scala. Nel 1285 si adoperò per calmare le fazioni che in
Modena si erano formate tra i guelfi. Venne ucciso allorché Giberto da Correggio, ammesso
in Parma come privato cittadino dopo che ne aveva poco prima perduto la signoria, suscitò un tumulto popolare contro i
guelfi e, scacciatili, divenne momentaneamente signore
di Parma.
FONTI
E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.
SANVITALE NICCOLÒ MARIA QUIRICO
1454
c.-Noceto o Sala 1511
Figlio di Giberto. Come colonnello al servizio della Repubblica veneta, combatté
durante le guerre contro i Turchi (1477). Giangaleazzo Visconti nel 1482, dopo la guerra
contro i Rossi di Parma, gli diede la Rocca di Carona. Si ritirò infine nei suoi feudi.
Sposò Beatrice da Correggio. Tutte le notizie sulla vita del Sanvitale sono però incerte
e spesso poco attendibili.
FONTI
E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591; P. Litta, Famiglie celebri
italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859; E.
Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni,
Condottieri, 1937, 134.
SANVITALE
NICOLÒ
1459
c.-Fontanellato post 1503
Figlio di Stefano e di Lodovica Pallavicino. Fu rettore della chiesa della Santa
Croce di fontanellato. Nel 1503 assunse il
titolo di prevosto in conseguenza dei privilegi ottenuti dal fratello Giacomantonio.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.
SANVITALE NICOLÒ QUIRICO, vedi SANVITALE NICCOLÒ MARIA QUIRICO
SANVITALE OBIZO o OBIZONE, vedi SANVITALE OBIZZO
SANVITALE
OBIZZO
Parma
1198/1207
Sacerdote
della Cattedrale di Parma (1198), nel 1207 fu ordinario della pieve di Borgo San Donnino.
FONTI
E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 827.
SANVITALE
OBIZZO
Parma
ante 1229-Orvieto 12 settembre 1303
Figlio di Guarino,
guerriero e letterato, e di Margherita Fieschi, sorella di papa Innocenzo IV. Rimase
orfano in tenerissima età (Affò) del padre, ucciso in combattimento a San Cesario nel
1229. Si applicò allo studio delle lettere e del diritto canonico (per il quale ebbe
maestro Giovanni di Donna Rifiuta), divenendo ben presto litteratus diversis scientiis, et
in agendis expertus (Continuator Agnelli Rer. Ital., tomo II, 210). Ciò è confermato da
Salimbene de Adam: Hic fuit litteratus homo, maxime in Jure Canonico, et in Ecclesiastico
officio valde expertus (Chronicon). Divenuto papa lo zio materno, questi favorì in ogni
modo i Sanvitale. Così, morto il vescovo di Parma Martino da Colorno, annullò la scelta
del successore, fatta dal Capitolo nella persona di Bernardo Vizio de Scotti,
istitutore dellordine dei canonici regolari di Martorano, e la fece cadere su
Alberto, fratello del Sanvitale, che non era neppure consacrato. Poco dopo il Sanvitale fu
nominato massaro e canonico della Cattedrale di Parma e cappellano di Parma (1251), quindi
vescovo (6 agosto 1254) col titolo della Chiesa di Tripoli. In quel periodo il Sanvitale
visse lungamente presso la corte romana.
Quando Alberto Sanvitale morì (16 maggio 1257), il Capitolo di Parma individuò quale
successore larciprete Giovanni, ma lintervento del cardinale Ottobono Fieschi
presso il nuovo papa Alessandro IV portò alla nomina del Sanvitale (giugno/ottobre 1258).
Il Sanvitale dimostrò subito una grande abilità politica (fra Salimbene lo dipinge
dicendo: Fuit cum Clericis Clericus, cum Religiosis Religiosus, cum Laicis Laicus, cum
Militibus Miles, cum Baronibus Baro), ciò che gli consentì di superare indenne le gravi
accuse mossegli da Giberto da Gente che, dopo aver tentato di imporre al vescovado di Parma il fratello Guglielmo, lo
denunciò a papa Urbano IV come dissipatore dei beni della diocesi a causa di una serie di contratti
stipulati dal Sanvitale e pregiudizievoli per la Chiesa. Successivamente comunque il
Sanvitale recuperò le terre che aveva alienato. Zelante della disciplina, vigilò sulla
condotta dei chierici e favorì quelli che intendevano dedicarsi agli studi. Beneficiò
sempre gli ordini regolari e nel sinodo di Ravenna del 1259 non esitò a prenderne la
difesa: Tunc insurrexerunt Clerici congregati contra Fratres Minores, et Praedicatores
dicentes, quod ipsi non praedicant decimas, quod audiunt confessiones, quas ipsi audire
deberent, et quod sibi commissos ad sepulturam recipiunt cum decedunt, et quod officium
praedicationis exercent, quod ipsi exercere deberent, et quod omnibus istis quatuor
priventur quibus impediunt eos ne possint dare pecuniam. Tunc surrexit Dominus Opizo de
Sancto Vitale Parmensis Episcopus, et nepos quondam Domini Papae Innocentii Quarti bonae
memoriae, et optime Fratres Minores, et Praedicatores defendit. Videns vero Archiepiscopus
quod Fratres minores, et Praedicatores
propter quatuor praedicta multos mordaces haberent, cepit instantissime eos defendere
dicens: Miseri, et insani, non congregavi vos, ut contra istos duos Ordines insurgatis,
qui dati sunt a Deo Ecclesiae in adjutorium vestrum (Salimbene, Chronica). inizialmente favorì Gherardo Segarello, che in
Parma nel 1260 fondò lordine degli
apostoli. In seguito però (1286) il Sanvitale cacciò gli aderenti allordine, accusati di eresia, dalla diocesi e imprigionò il Segarello, tenendolo
sequestrato nel Palazzo vescovile. Dopo non molto tempo lo liberò, ma nel 1294 il sanvitale condannò al rogo due donne dellordine degli apostoli e nuovamente fece arrestare
il Segarello (che il 18 luglio 1300 venne anchegli arso come eretico). Il Sanvitale
diede credito e consultò più volte anche Benvenuto asdente, calzolaio dotato di spirito profetico,
molto famoso, non solo in ambito locale. Il 25 maggio 1270 consacrò nel nome di san
Giovanni Battista, santAndrea Apostolo e san Cristoforo il Battistero di Parma, la
cui costruzione era ormai giunta a conclusione. Il Sanvitale appoggiò (1294) la
fondazione, voluta dal cardinale Gherardo Bianchi, di un collegio dei canonici. Nel 1284 fece demolire la
vecchia torre campanaria del Duomo, che venne sostituita con una più solida e
architettonicamente più bella (1294). Per indurre i fedeli a concorrere con elemosine per
tale edificio, impetrò alcune indulgenze da papa Niccolò IV, con un breve pubblicato in
una sua pastorale del 28 aprile 1291 (Archivio di Stato
di Parma, archivio Segreto dellillustrissima Comunità di Parma). Compilò
inoltre gli Statuti della Chiesa di Parma, che rimasero in vigore per molto tempo dopo di
lui. Nel 1271 guidò lesercito parmigiano allassedio del castello di Corvara,
dal quale scacciò Giacomo da Palù. Nel 1274 fu al Concilio di Lione. Secondo Salimbene
de Adam, fu anche peritissimo nel giuoco degli scacchi. Nel 1287 il Sanvitale volle
mettersi a capo di una parte della fazione guelfa predominante in Parma, di fatto
originando una pericolosa disunione: In Parma aderat ista divisio. Dominus Opizo de Sancto
Vitale Parmensis Episcopus Capitaneus erat partis unius cum sequacibus suis. Ex altera
vero parte Dominus Hugo Rubeus ejus germanus consanguineus, quia filii duarum sororum
erant. Pompae, et ambitiones istae sunt, et contemnendae ab hominibus habentibus sensum (salimbene, Cronica). Ben presto si arrivò a
unaperta discordia: Et istis erat maxima discordia in Parma inter Episcopum Dominum
Opizonem de Sancto Vitale, et Dominum Guidonem de Corrigia. Isti duo erant Capitanei
partium Civitatis illius tempore illo, non tamen a Parmensibus facti, seu electi, sed a se
ipsis sibi dominium sumpserant, et quilibet se credebat pro Civitatis custodia
rationabiliter facere. Et homines tunc
temporis sicut diligebant ita laudabant, et vilificabant, et loquebantur (Salimbene,
Chronica). Le
cose precipitarono quando il Sanvitale, volendo favorire Azzo dEste nel dominio su
Parma, si scontrò con il podestà Umberto Guarnieri e con lintera fazione
ghibellina: nel 1295 scoppiarono gravi tumulti e lo stesso Palazzo vescovile fu preso
dassalto. Il Sanvitale riuscì a fuggire (24 agosto), mettendosi in salvo a Ravenna.
Ancora prima di questi ultimi avvenimenti, infatti, per evitare che la situazione
precipitasse, papa Bonifacio VIII era stato indotto dal cardinale Gherardo Bianchi a
trasferire il Sanvitale allarcivescovado
di Ravenna (23 luglio 1295), nominando a Parma Giovanni da castellarquato. Ma poiché Giberto da Correggio non volle
far rientrare in Parma i Sanvitale e i Rossi, banditi dalla città, il papa consentì al Sanvitale di inviare truppe ad
assediarla, finché non si giunse a una composizione tra le parti (23 luglio 1303).
Contemporaneamente, con laiuto di Azzo dEste, il Sanvitale riuscì a
recuperare Argenta (1301) e altre terre alla Chiesa di Ravenna. Il Sanvitale morì mentre
si trovava in visita a Bonifacio VIII. Fu sepolto nella chiesa dei frati minori di
Orvieto. Lopera più importante del Sanvitale rimane la raccolta degli Statuti,
composta durante il Sinodo del 22 marzo 1273, citati in innumerevoli sentenze e più volte
riconfermati (nel 1378 dal Capitolo, nel 1436 dal vescovo Delfino della Pergola e nel 1466
da monsignor Jacopo Antonio della Torre).
FONTI
E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 90 e ss.; I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati
parmigiani, I, 1789, 195-207; N.Pelicelli, Vescovi della Chiesa parmense, 1936, 232-260;
A. Schiavi, La Diocesi di Parma, Parma, 1940, 238.
SANVITALE
OBIZZO
Parma
XIV secolo
È
ricordato dallo Janelli (Dizionario biografico dei Parmigiani) con le seguenti parole e
senza alcuna collocazione temporale: Obizzo I si chiamò ancora Obizone e fu uomo di
grandissimo ma piacevole e posato intelletto, onde allontanato dalle cure della cosa
pubblica ed altri interessi mondani, con ogni attenzione si diede a menar vita quieta e
tranquilla, spendendo il tempo in trattenimenti di lettere e donesti piaceri che
allo stato di gentiluomo parevano più convenienti. Visse assai lungo tempo senza essersi
mai potuto disporre a condur moglie, ancorché e dal padre vivente e dal fratello Gioanni,
che tutto allesercizio delle armi era applicato, ne fosse più volte con prieghi ed
ammonizioni instantemente richiesto. Ma egli negando di poter vivere per un giorno con tal
peso, e soggiungendo che a Gioanni più gagliardo e valido di complessione stesse meglio
il maritarsi, ammollì finalmente il fiero animo del fratello, dato solamente alle cose
della guerra, inducendolo a deliberare di ammogliarsi e poco appresso con molta
consolazione vide leffetto.
FONTI
E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 170-171.
SANVITALE OBIZZO
Fontanellato
1673-1744
Figlio
di Cesare e di Anna Anguissola. Nel 1706 fu nominato prevosto della chiesa di
Fontanellato, carica che rassegnò nel 1716. Morì alletà di settantuno anni.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.
SANVITALE OBIZZO, vedi anche FIESCHI OBIZZO
SANVITALE OPIZO, OPIZONE o OPIZZO, vedi SANVITALE OBIZZO
SANVITALE ORAZIO FORTUNIANO
Sala
agosto/dicembre 1564-Parma 29 dicembre 1626
Figlio
illegittimo del quarto conte di Sala, Giberto, uomo colto e celebre ma sfortunato nella
vita matrimoniale: la prima moglie, Livia da Barbiano, figlia di Pierfrancesco conte di
Belgioioso, morì alletà di ventisette anni il 4 settembre 1562 dopo averlo reso
padre di eleonora. Dopo due anni, il 5
settembre 1564, sposò, alletà di trentasette anni, la quindicenne Barbara
Sanseverino. Lunione fu allietata dalla nascita di Girolamo il 24 agosto 1567, ma
poi insorsero per Giberto interminabili cause giudiziarie che lo tennero per diverso tempo
a Roma. Barbara Sanseverino, quando nel 1578 ricevette il titolo di marchesana di Colorno,
abbandonò il marito per godersi lancora fiorente giovinezza nella sua reggia
colornese. La presenza del Sanvitale, venuto alla luce poco prima o subito dopo le nozze,
non dovette influire sulla decisione di Barbara Sanseverino, perché il Sanvitale, dopo
gli studi grammaticali e umanistici sotto la guida del sacerdote Andrea Guidetti, fu
inviato alla corte di Ferrara, dove rimase
cinque anni come paggio di Alfonso dEste. Prima di rientrare a Parma soggiornò a
Bologna, probabilmente per migliorare la propria preparazione culturale e per limare la
tecnica pittorica alla scuola dei maestri ivi operanti. Dal sereno mondo degli studi lo
strappò la quasi repentina morte del padre, sul quale fino ad allora aveva potuto basare
la propria tranquillità economica. Giberto Sanvitale morì infatti a piacenza il 30 agosto 1585 e lasciò erede
universale il figlio Girolamo con testamento del 25 febbraio 1582. Pochi giorni prima di
morire, però, volle aggiungere due codicilli con i quali obbligò lerede a versare
immediatamente trecento scudi doro al Sanvitale, suo fratellastro, e successivamente
a garantirgli quattrocento scudi doro annui vita natural durante. Questi codicilli
determinarono interminabili questioni giudiziarie. Intanto il Sanvitale cominciò a farsi
un nome nellambiente intellettuale di Parma e nel 1593 fu membro dellAccademia
degli Innominati: le incessanti liti col fratellastro Girolamo lo determinarono ad
assumere, come nome accademico, lAgitato. Ebbe corrispondenza, per questioni
letterarie, con giovanni Maria Agacio,
Girolamo Graziani e giambattista Marino. Poi
qualche oscura trama ordita con ogni probabilità dallirriducibile Girolamo, lo
sbalestrò in un difficile esilio, passato, con ogni verosimiglianza, tra Padova e
Vicenza, sul finire del Cinquecento e nei primi anni del Seicento. Il suo ritorno a Parma
fu segnato dal condono (Ser.mi ac optimi Principis D. N. indulgentia) di una capitalis
sententia cui fece seguito la publicatio bonorum: la data della grazia è il 20 maggio
1607. Come ringraziamento, il Sanvitale pubblicò, lanno seguente, il poemetto
Anversa Conquistata, in cinque libri, in versi sciolti, dedicato al duca Odoardo Farnese
(Parma, Viotti, 1608). La tragedia che coinvolse quasi tutti i membri della sua famiglia
nella gran giustizia del 19 maggio 1612, sembra non averlo sfiorato, perché pochi mesi
dopo fu in grado di chiamare in causa la ducale Camera per avere gli scudi doro
garantitigli dal codicillo paterno e la cui riscossione era stata resa impossibile dalla
confisca dei beni del decapitato Girolamo Sanvitale. Tradusse il libro De Consolatione,
attribuito a Cicerone, compose un poema in ottava rima, La Caterina martire, e pure in
ottava rima i poemi lArciduca e il Tristanello, oltre a rime, sparse in vari
canzonieri. Fu anche pittore. Zani scrive che fu un pittore bravissimo che operava nel
1590. Il pittore Fortuniano Gatti, al servizio della corte farnesiana, il 22 febbraio 1627 stimò i
quadri del Sanvitale giudicandoli di non gran pregio (Archivio di Stato di Parma,
Ordinazioni del magistrato, 1627, numero 408). Al 28 luglio 1730 risale la lettera di
Isidoro Grassi, carmelitano, allaiutante di camera del duca, girolamo
Zunti, perché gli fosse donato dal duca il
ritratto del Sanvitale tutto lacero e guasto esistente nella Camera del Magistrato
(lettera autografa donata da Scarabelli-Zunti allArchivio Comunale).
FONTI
E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 334-337; G.B.
Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 382-383; Aurea Parma 2 1958, 117-118;
U.Thieme-F.Becker, vol. XXIX, 1935; F. Barbieri, R. Cevese-L. magagnato, Guida di Vicenza, Vicenza, 1956; dizionario Bolaffi pittori, X, 1975, 157; P.
Bonardi, Fortuniano Sanvitale, in Archivio Storico per le province Parmensi 1975, 261-318; E. da Erba, compendio copiosissimo, manoscritto presso la
Biblioteca Palatina di Parma, cc. 181-182; B. Angeli, Historia della città di Parma,
libro VIII; P. Zani, vol. XVII, 57; E. Scarabelli-Zunti, vol. IV, c. 275; P. Bonardi,
Fortuniano pittore fantasma, in Gabbiola; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI
1994, 363.
SANVITALE OTTAVIO
Parma
26 marzo 1548-Ginevra o Torino 9 ottobre 1589
Figlio di Alfonso e Gerolama Farnese. A soli dodici anni cominciò a servire nelle
truppe di Emanuele Filiberto di Savoja. Col grado di colonnello di due compagnie di
cavalli fu in Francia in aiuto di Carlo IX, nelle lotte contro gli ugonotti, venendo poi
eletto consigliere di guerra nel 1571. In occasione delle nozze di Carlo Emanuele di
Savoja con Caterina, figlia di Filippo di Spagna, gli venne conferito lordine della
Santissima Annunziata (1585). Mentre si trovava, sempre al servizio dei Savoja,
allimpresa di Ginevra, contro i luterani, si ammalò e morì alletà di
quarantuno anni, mentre si faceva trasportare a Torino.
FONTI
E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e s.; P. Litta, Famiglie
celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma, 1859;
E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale, manoscritto; C. Argegni,
Condottieri, 1937, 134.
SANVITALE PAOLA, vedi GONZAGA PAOLA
SANVITALE PAOLA MARIA VITTORIA
Parma
16 dicembre 1771-post 1853
Nata
dal conte Alessandro, gentiluomo di camera del duca Filippo di Borbone, e da costanza Scotti di Montalbo. Fu dama dellordine della Croce Stellata. Per molto tempo fu la
dama più anziana della corte di Parma. Fu
inoltre vicepriore della compagnia del
SantAngelo Custode di Parma. Sposò il marchese Filippo dalla Rosa Prati.
FONTI
E BIBL.: G. Negri, Compagnia SantAngelo Custode, 1853, 52.
SANVITALE
PAOLO
Parma
27 agosto 1540-Roma 5 maggio 1600
Figlio
di Alfonso e di Gerolama Farnese. apprese
umanità, poesia, retorica, filosofia, leggi e teologia, studiando a Padova e a bologna, dove si laureò. Papa Paolo III nel 1549
gli conferì la Badia di Cavana. Papa Pio IV lo fece referendario delle due Segnature e
papa gregorio XIII lo nominò governatore di
Orvieto. Tornato a Roma, fu aggregato alla congregazione
del SantUffizio dellInquisizione, in cui non si ammettevano se non uomini di
singolare dottrina e di esimia bontà. Entrò anche in parecchie altre congregazioni e fu
vicario del cardinale Alessandro Farnese nellarcipresbiteriato di San Pietro. Il 26
aprile 1591 fu eletto vescovo di Spoleto.
Durante la permanenza a Spoleto, fece traslare nel 1597 nella cattedrale il corpo di san Vitale Martire e nel
1596 fece restaurare la collegiata della chiesa di San gregorio. Nel 1600 si portò a Roma, dove morì
alletà di sessanta anni. Fu sepolto nella chiesa di San Biagio di strada Giulia in
Roma. Nel muro del Palazzo dei Priori a Spoleto fu murata una lapide in suo onore, nella
quale il sanvitale è detto conte di
Fontanellato e si ricordano i suoi vari uffici e incarichi. Alcune sue ri-me appaiono in
una Raccolta di rime spirituali.
FONTI
E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 40-41; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 272; Aurea
Parma 3-4 1959, 195, e 1 1958, 33-34.
SANVITALE
PIER BRUNORO
Fontanellato
1646 c.-Corone giugno/luglio 1685
Figlio
del conte Luigi e di Lucrezia Cesi. Nel 1664 fu nominato cavaliere gerosolimitano. Nelle
truppe da sbarco della squadra ausiliaria toscana, partecipò allattacco della
fortezza di Corone, nel battaglione di Giuseppe Orselli. Mentre proteggeva i lavori per la
predisposizione dellassedio venne ucciso dai Turchi.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III; Garzoni, I, 108; C. Argegni,
Condottieri, 1937, 135; Guglielmotti, Squadra ausiliaria, 395; H. Valori, Condottieri,
1940, 344.
SANVITALE PIER BRUNONO o PIERBRUNORO, vedi anche SANVITALE PIETRO BRUNORO
SANVITALE PIERMARIA
Fontanellato
1599 c.-Casale 1635
Figlio
di Alessandro e di Margherita Rossi. Fu alfiere di una compagnia di gentiluomini della
Guardia del duca di Parma Odoardo Farnese.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.
SANVITALE
PIETRO
Parma-Parma
1298
Figlio
di Ugo e di Mabilia. Fu bandito da Parma nel 1295, quando il vescovo Obizzo Sanvitale, suo
zio, fu cacciato da quella diocesi dai
ghibellini. Visse per diverso tempo ramingo nel territorio parmigiano. Nel 1298, incolpato
di oscure manovre, fu incarcerato dai Parmigiani. Nonostante fosse stato sottoposto a
tortura, non ammise mai alcunché. I ghibellini lo vollero morto, anche contro
lopinione del podestà Gatti, che, piuttosto che farsi complice di una ingiusta
condanna, si dimise. Il nuovo podestà, Mariano Mali di Cremona, accondiscese a
pronunciare la sentenza capitale, che dopo poco fu eseguita in Parma.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.
SANVITALE PIETRO BRUNORO
Parma
ante 1427-Negroponte 1468
Figlio
di Obizzo. Fu condottiero assai apprezzato presso i duchi di Milano. Militò per parecchi
anni con Francesco Sforza, combattendo per lui in diversi luoghi (allassedio di
Lonigo fu gravemente ferito alla spalla destra da un colpo di archibugio) e nella Marca di
Ancona. Lasciato lo Sforza in seguito a controversie, passò ad Alfonso, re di Napoli, il
quale però lo tenne prigioniero per dieci anni nella Rocca di Stabia, presso Valenza, in
Spagna, con laccusa di tradimento, forse montata ad arte dallo Sforza. Liberato per
mezzo delle fervide intercessioni della moglie (Bona lombardi, che, combattendo con virile coraggio, lo
seguì in ogni impresa) passò presso le corti di Francia, Borgogna e Venezia. Fu valoroso
condottiero al servizio della Serenissima repubblica
di Venezia. Nel 1453, durante la lotta di quella signoria
contro Francesco Sforza, dopo la presa di Romanengo, nel cremonese, da parte degli sforzeschi, il Sanvitale
con una parte dellesercito veneziano si diresse sulla riviera di Salò, nel bresciano. Nel 1454, avendo il conte Everso Orsini
dellAnguillara e Jacopo Piccinino occupato il territorio senese, la signoria di Siena, vista minacciata la sua
libertà, chiese aiuto a Venezia, Firenze e milano.
Venezia rispose allappello e vi mandò un esercito al comando di Carlo Gonzaga e del
Sanvitale. Mentre era in quella missione, fu pregato dai Senesi di catturare Sigismondo
Pandolfo Malatesta, per decapitarlo. La trama però non riuscì poiché il Malatesta,
avvisato, nel gennaio del 1455 fuggì da quelle terre e ritornò a Rimini. Il Sanvitale
ebbe grande valentia nel maneggiare la spada: il 30 maggio 1458, durante una giostra a
Venezia per la creazione del doge, riuscì vincitore dellambitissimo premio.
FONTI
E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e ss.; Archivio di casa sanvitale, in Parma; U. Benassi, Storia di Parma,
Parma, 1899; G. Bonanona, Lintrepida lombarda, Milano, 1655; B. Corio, Storia di
Milano, Venezia, 1565; A. Cornazzano, De vita et gestis Bart. Coleoni, in Grevio,
Thesaurus antiquitatis, t. X; G.B. Janelli, dizionario
biografico dei parmigiani illustri, Parma,
1877, 377-378 e 525; 1880, 183; F. Gabotto, Un condottiero ed una virago nel secolo XV,
Verona; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, Annali
dItalia, Milano, 1818-1821; A. Pezzana, La storia della città di Parma, Parma,
1859; Quadrio, Storia valtellinese, vol. III; Sabellico, dellhistoria vinitiana, Venezia, 1558; F.
Sansovino, Dellorigine e dei fatti delle famiglie illustri dItalia, Venezia,
1609; F. Simonetta, Storia delle imprese di Francesco Sforza, Venezia, 1544; S. de
Sismondi, histoire des républ. italiennes,
Paris, 1826; Strenna parmense, Parma, 1842; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile
famiglia Sanvitale, manoscritto; Torelli, Dissertazioni critico-storiche intorno alla
Valtellina; B. Belotti, La vita di Bartolomeo Colleoni, Bergamo, 1923; Porcellio,
Commentarium secundi a. de gestis Sc., Rerum Italicarum Scriptores, XXV, 63; Cronica
dellAnonimo Veronese, ed. Soranzo, Venezia, 1915; circa la missione del Sanvitale a
Siena: L. Banchi, La guerra dei senesi col conte di Pitigliano (1454-1455), in Archivio
Storico Italiano, s. IV, t. III, 1879; F. Contarini, Historiae Etruriae, sive commentarium
de rebus in Hetruria a Senensibus gestis, in Thesaurus antiquitatis, Grevio, t. VII, p.
II, Leida, 1732; G. Soranzo, Uninvettiva contro Malatesta, in La Romagna
maggio-giugno 1911; Argegni, Condottieri, 1936, 112-113, e 1937, 134.
SANVITALE
PIRRO
Fontanellato
ante 1537-post 1580
Figlio di Galeazzo e di Paola Gonzaga. Nel 1545 fu prevosto della chiesa di
Fontanellato, che nel 1546 rassegnò al fratello Eucherio, da cui la riebbe nel 1562. La
rassegnò definitivamente nel 1580. Nel 1556 fu nominato canonico della Cattedrale di
Parma, nel 1562 parroco della chiesa di SantAgnese a Ravenna e nel 1570 abate
commendatario della Geronda.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.
SANVITALE RENEA, vedi SANVITALE VIRGINIA
SANVITALE ROBERTO
Fontanellato
1537 c.-post 1577
Figlio di Galeazzo e di Paola Gonzaga. Nel 1556 fu tra i cavalieri destinati dal
duca Ottavio Farnese a recarsi nelle Fiandre per ricevervi e condurre in Parma Maria di portogallo, sposa di Alessandro Farnese. Fu poi
maggiordomo di Margherita dAustria, duchessa di Parma e reggente delle Fiandre. Fece
testamento nel 1577.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola II.
SANVITALE
SILVIA
Fontanellato
1503 c.-23 aprile 1584
Nel
1523 sposò Giulio Bojardo, conte di scandiano
e discendente del celebre poeta Matteo Maria Bojardo. La Sanvitale fu celebrata per la sua
cultura dal Guasco e annoverata tra le donne insigni dai contemporanei. Nessuno scritto è
rimasto a giustificare tale fama.
FONTI
E BIBL.: G. Guasco, Storia letteraria dellaccademia di Reggio, Reggio, 1711; G.
Tiraboschi, Biblioteca modenese, Modena, 1781-1786, vol. I, 110; Bandini, Poetesse, 1942,
214.
SANVITALE
STEFANO
Fontanellato
1399 c.-post 1459
Figlio di Giberto. Con il cugino Angelo sanvitale
nel 1447 trattò la cessione di Parma agli Estensi, che però non venne accettata. Si unì
quindi a Jacopo Piccinino nella lotta contro Francesco Sforza, passando poi a sostenerlo
quando divenne duca di Milano. Ne ebbe in ricompensa tutti i domini confiscati al cugino
Angelo e il titolo di conte di Belforte.
FONTI
E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, Archivio della famiglia sanvitale, in Parma; Biblioteca Palatina di Parma,
manoscritto 1193; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca Palatina
di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della
città di Parma, Parma, 1859; rosmini,
Storia di Milano, Milano, 1520; F. Sansovino, Dellorigine e dei fatti delle famiglie
illustri dItalia, Venezia, 1609; F. Simonetta, Storia delle imprese di Francesco
Sforza, Venezia, 1544; C. Argegni, condot-tieri,
1937, 134.
SANVITALE
STEFANO
Fontanellato
1624-23 luglio 1709
Figlio
di Alessandro e Margherita Rossi. Nel 1649 fu nominato cavaliere gerosolimitano. Compì la
professione di fede nel 1651. Nel 1654 fu capitano di galera, nel 1657 commendatore, nel
1671 ricevitore della religione in Venezia e nel 1676 luogotenente del priorato di
Venezia. Fu infine creato, nel 1699, balio di SantEufemia. Morì a ottantacinque
anni di età.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.
SANVITALE
STEFANO
Parma
17 marzo 1764-Parma 10 agosto 1838
Figlio
primogenito del conte Alessandro e della marchesa Costanza Scotti. Labate domenico Santi, professore di filosofia alluniversità di Parma, e labate Guatteri,
professore universitario di botanica, furono i maestri che diedero una più forte impronta
al suo carattere e alla sua formazione culturale. Nel 1784 fu tra le Guardie del duca
Ferdinando di Borbone e, nominato gentiluomo di Camera, per due anni viaggiò un po
dovunque in italia, allargando le sue
cognizioni e le sue conoscenze. Ritornato a Parma nel 1786, fu nominato socio
dellAccademia filarmonica. Nel 1788 fu socio dellAccademia di Belle Arti che,
il 13 novembre 1802, lo nominò accademico consigliere con diritto di voto. Nel 1787
sposò la principessa Luigia Gonzaga. Nel 1803 venne nominato generale di brigata dalla regina dEtruria. Di animo generoso, volle
sopperire alle necessità dei più poveri e fondò a Fontanellato la scuola delle Figlie
della Carità e la scuola di Santo Stefano, dove i giovani venivano educati e avviati a un
mestiere (29 novembre 1801). Nella stessa Fontanellato fondò (1802) la Scuola di Musica strumentale, con maestro il colornese Francesco
Paglia. La musica vi si studiava allo scopo di avere nello stabilimento una piccola banda
militare per servire di trattenimento alla domenica e per formare buoni suonatori atti a
rimpiazzare quelli che continuamente emigravano a causa degli avvenimenti politici. La
fama che man mano acquistò questo Corpo dindustria gli procurò non pochi
dozzinanti. Gli ospizi civili di Parma, unitamente ai comuni limitrofi e ai conservatori
di carità, dietro superiore autorizzazione (decreto 29 marzo 1808), stabilirono di farvi
ammettere con pensione di duecento e quaranta franchi allanno i fanciulli che si
ritenevano dotati di certa attitudine per lo studio della musica. Non potendo più
mantenersi autonomamente per ragioni economiche, la Scuola di Musica venne, con decreto
imperiale del 2 novembre 1810, dichiarata stabilimento pubblico e annessa alle
amministrazioni governative. Dal conservatorio
di Fontanellato uscirono molti artisti di musica che acquistarono rinomanza come esecutori
e professori dorchestra. Meritano speciale menzione Pini, Baruffini, Rocchi e
Colombi per avere formato un quartetto di strumenti a fiato e intrapreso una breve tournee
dando pubblici concerti con grande successo. Il 24 gennaio 1806 il Sanvitale fu podestà
di Parma. Nel 1813 fu presidente della Deputazione del municipio parmense inviata a Napoleone Bonaparte.
Nel 1815 Maria Luigia dAustria lo elesse gran ciambellano, nel 1816 consigliere
intimo e senatore di Gran Croce dellordine
costantiniano di San Giorgio. Nel 1824 fu gran cancelliere e presidente del consiglio
amministrativo dellordine. Il
Sanvitale fu inoltre presidente della Società economico agraria di Parma (1805),
direttore dellospizio di mendicità di
Borgo San Donnino (1808) e presidente del Cantone di Fontanellato (1810 e 1813). Il 7
gennaio 1814 fu nominato barone dellimpero.
Fu anche membro della Società dincoraggiamento per lIndustria Nazionale di
Parigi (1809) e presidente della commissione
direttrice dellUnione di San Bernardo (1834). Socio di molte accademie, si adoperò
per la fondazione di un istituto per mendicanti. Lasciò molti scritti filantropici,
meditazioni e ricordi. Per tutta la vita fu viva in lui la passione per la botanica e per
le scienze naturali, passione che lo spinse a formare una ricchissima collezione di
minerali, insetti e conchiglie. In seguito alle molte ricerche in campo botanico,
introdusse anche a Parma piante fino a quel momento inesistenti (cotone, caffè) e
promosse lallevamento delle pecore e delle vacche di razza svizzera e
lestrazione dello zucchero dalle barbabietole. Si interessò alla produzione di
carte speciali e individuò nel torrente Fabiola, per conto di Paolo toschi, un tipo di pietra adatta per la
litografia. Il Sanvitale ebbe ospiti nel suo palazzo di Parma papa Pio VII e Napoleone
Bonaparte. Cadde preda di una violenta malattia che nemmeno le cure del valente medico
Rossi seppero debellare. Fu sepolto a Fontanellato.
FONTI
E BIBL.: G.M. Bozoli, in E. De Tipaldo, biografie
degli Italiani, 8, 1841, 404-407; G.B. Janelli, dizionario
biografico dei Parmigiani, 1877, 388-395; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 178-179;
A.V. Marchi, Figure del ducato, 1991, 46.
SANVITALE
STEFANO
Parma
14 agosto 1838-Parma 2 gennaio 1914
Figlio
di Luigi e di Albertina Neipperg. Dedito alle lettere, affinò negli studi e nei viaggi in
Italia e fuori la passione per larte. Pronto ad accogliere e ad ammirare tutte le
manifestazioni estetiche, preferì però la musica e a essa particolarmente si dedicò,
mostrando attitudini dinvenzione e di esecuzione. pubblicò, in giovinezza, ballabili e romanze non
privi di pregio e compose, in età matura, alcune sonate di stile classico. Il Sanvitale
ebbe a cuore le sorti del Regio Conservatorio di Musica di Parma, contribuendo al suo
decoro e incremento. Nei Cenni di Storia e di statistica
del Conservatorio di Parma, Guido gasperini,
accennando ai donatori, così si esprime: Fra i molti è però necessario che un nome
venga citato, un nome che splende più alto dogni altro nellelenco dei
benemeriti della Biblioteca, quello del Conte Stefano Sanvitale che, oltre allaver
donato in vari tempi numerose opere antiche di pregiato valore (stampe e manoscritti) ha,
pochi anni or sono, elargito alla biblioteca lintera sua collezione di musica
istrumentale da camera e da concerto, ricchissima e moderna raccolta di musica che forma,
ora, una delle parti più apprezzate della sezione moderna della stessa Biblioteca.
Nellintento poi che Parma avesse, come le principali città dItalia, una
cronistoria dei suoi teatri, il Sanvitale affidò a Paolo Emilio Ferrari lincarico
di compilarla e pubblicò nel 1884, a sue spese, lopera di circa quattrocento pagine
in quarto, che uscì dalla tipografia di Luigi Battei col titolo Spettacoli
drammatico-musicali e coreografici in Parma dal 1628 al 1883. A questopera il
Sanvitale collaborò assiduamente, ponendo a disposizione del compilatore la sua preziosa
raccolta di libretti dopera e la sua ricca biblioteca e coadiuvandolo di autorevoli
consigli e di accurati riscontri. Il volume, per le difficoltà inerenti a tale genere di
lavori, non fu scevro di mende: se ne conserva un esemplare tutto corretto di mano del
Sanvitale. Si propose anche di comporre un Dizionario degli artisti di musica parmigiani e
scrisse, sulla scorta di documenti inediti, la biografia di Lucrezia Agujari, cantante di
fama europea, che, sebbene nata a Ferrara nel 1743, si era poi stabilita a Parma col
titolo di virtuosa della Regia Camera. Ma le cure degli affari, che dovette assumere
durante la lunga malattia e dopo la morte del fratello Alberto, e la sua stessa malferma
salute lo distolsero dal progetto. Nel 1875 il sanvitale
fu, con Parmenio bettoli, Alfonso cavagnari, G. Cesare ferrarini e Stanislao Ficcarelli, uno dei più
zelanti promotori dellistituzione in Parma di una Società del Quartetto per
lesecuzione dei migliori lavori di musica strumentale italiana e straniera. La
Società ebbe per alcuni anni vita fiorente, alternando a concerti quartettistici concerti
orchestrali di grande importanza, non senza il frequente intervento dei più illustri
cantanti del tempo. A questo esito così prospero il Sanvitale contribuì non solamente
con intelligente attività ma anche con signorile larghezza di mezzi. Iniziò nel 1880 e
proseguì sino a tutto il 1913 in casa sua un ciclo con cadenza annuale di letture e di
concerti di musica da camera e da piccola orchestra, ai quali intervennero talvolta anche
gli alunni del Regio Conservatorio, per addestrare a questo genere i giovani violinisti.
Da tali prove, dirette da Pio Ferrari, uscirono Ferruccio Catalani, cleofonte Campanini, Lino Mattioli, Enrico Polo,
Romano romanini e altri che poi si
segnalarono ed ebbero grande notorietà. A quelle serate assistettero insigni musicisti,
come Carlo Gomez, Arrigo Boito, Giovanni Bottesini e Antonio Bazzini. Quando
nellaprile 1880 fu promossa dal Comitato di provvedimento unesposizione di
arte antica, il Sanvitale, che era stato eletto presidente della Commissione ordinatrice,
sebbene non accettasse lufficio si adoperò alacremente alla ricerca di oggetti
antichi e concesse a sua volta preziose porcellane, avori, ventagli e pizzi. Fu grande
collezionista ed esperto di stampe, libri e cimeli storici. Fu inoltre insuperabile nel
parlare e nello scrivere il dialetto parmigiano antico. Con la casa editrice Giudici e
Strada di Torino pubblicò le composizioni per pianoforte Capriccio (mazurka), Colloqui
amorosi (valzer), Due romanze, Deux mazurkas, Fantasia (valzer), Laura (valzer) e Saluto a
Parma (valzer).
FONTI
E BIBL.: Aurea Parma 5-6 1913, 246-248; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 176-178; M.
Ferrarini, Parma teatrale ottocentesca, 1946, 150-151; B. Molossi, Dizionario biografico,
1957, 138; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 41; Banda della Guardia Nazionale,
1993, 98.
SANVITALE
STILICONE
-Fiandra
1570
Figlio di Alfonso. Nel 1570 militò nella guerra di Fiandra, nel corso della quale
venne ucciso.
FONTI
E BIBL.: C.Argegni, Condottieri, 1937, 136.
SANVITALE
SUSANNA
Fontanellato
1484-post 1531
Figlia
di Jacopo Antonio, conte di Belforte e di Fontanellato, e di Veronica da Correggio. Il
padre fu valoroso uomo darmi, schierato con gli Sforza e tenuto in grande
considerazione da Ludovico XII, re di Francia. Jacopo Antonio Sanvitale avviò i figli,
maschi e femmine indistintamente, allo studio delle lettere, riservando la pratica delle
armi e lesercizio del governo al primogenito Giovanni Francesco e al minore Gian
Galeazzo. Nel 1505, alletà di soli ventuno anni, la Sanvitale fu eletta badessa del
monastero di San Quintino di Parma, affiancando in tale carica la zia Giovanna sanvitale. Lanomala situazione fu ratificata
da tre diversi brevi emanati da papa Giulio II. Anche la Sanvitale sembra aver seguito a
grandi linee la formazione dei fratelli: leducazione letteraria curata da Giacomo
dalla Valle, professore di grammatica, singolarmente accurata anche per una nobildonna del
suo tempo, costituì la premessa per ricoprire il ruolo di badessa, non certo marginale
nellambiente parmigiano del primo Cinquecento. La vita ecclesiastica e monastica non
erano assimilabili, neppure per la componente femminile della nobiltà, a
unesistenza separata dal mondo laico, ma si ponevano come ambito prestigioso e
privilegiato riservato alle nobildonne dingegno, capaci di concretizzare iniziative
socialmente e culturalmente vantaggiose per lordine religioso prescelto o per la
famiglia dorigine. È inoltre importante ricordare come in epoca pretridentina per
ottenere uffici o benefici ecclesiastici, anche rilevanti come il protonotariato o il
cardinalato, fosse sufficiente ricevere gli ordini minori e come anche la carica di
badessa non comportasse losservanza della disciplina claustrale oppure luso di
vestire labito dellordine religioso dappartenenza, norme rese
obbligatorie solo con il Concilio di Trento. La compenetrazione di consuetudini laiche in
campo ecclesiastico determinò anche a Parma lesigenza di una riforma volta a sanare
gli innumerevoli abusi di carattere religioso e amministrativo allinterno delle
comunità monastiche maschili e femminili, ma tale disputa generò a sua volta una serie
ininterrotta di lotte e rivalità che in pochi decenni sfibrò la comunità cittadina e
ridimensionò pesantemente il ruolo della nobiltà locale. Proprio lintroduzione
della clausura sembra rappresentare il fatto distintivo dellesistenza della
Sanvitale, che contrariamente a Giovanna da Piacenza che accettò, forse per convenienza,
una prima introduzione della riforma nel monastero di San Paolo già dal 1518, non si
piegò mai completamene alla nuova regola, tanto che ottenne, ancora nel 1531, dopo la
morte della zia, di poter dimorare tra le monache riformate, con il rispetto dovuto al
rango, anche se la concessione dei privilegi fu giustificata con il particolare riguardo
per la sua salute malferma. Lautorità vescovile comunque simpose, nonostante
le fortissime resistenze manifestate non solo dalle badesse ma anche dagli autorevoli
esponenti del casato dei Sanvitale, che cercarono di opporsi strenuamente alle decisioni
assunte, avvertite come indebita imposizione. Al tempo cruciale e decisivo dello scontro,
la Sanvitale, nonostante la solidarietà della zia e badessa Giovanna Sanvitale, che
sempre ne appoggiò le iniziative, si trovò a fronteggiare una situazione che imponeva
fermezza, coraggio, determinazione e ampio consenso. Ma un clima di aperta ostilità si
venne a creare tra le monache del cenobio benedettino e allinterno della stessa
comunità cittadina: se fino al 1510-1512 (il 1509 fu lanno dellinvestitura
del cardinale Alessandro Farnese quale amministratore vescovile di Parma) il monastero di
San quintino si era proposto alla
cittadinanza mediante scelte devozionali che avevano trovato vasta risonanza e
accoglienza, a poco più di un decennio di distanza i profondi rivolgimenti
politico-culturali ne inficiarono ruolo e immagine, identificando il cenobio femminile
come luogo di abusi, sopraffazione e patente immoralità. La Sanvitale e la zia tuttavia
non si diedero per vinte: spalleggiate dal rispettivo nipote e fratello Giovanni Lodovico,
protonotario apostolico, e dalla più aggressiva cognata Jacoba Laura Pallavicino,
ricorsero infine allautorità di papa Clemente VII, nel gennaio del 1528. Nel giro
di poco tempo trionfò comunque la volontà vescovile e la riforma trovò applicazione:
Sopra le Reformate de San Quintino Ita che non possano mai elleger abbadessa perpetua una
temporale, ita che la abbadessa moderna non possa pigliare monache durante la vita sua,
morta essa il monastero se possa reformare ad una sola vita et regula de observantia, et
non vadi in perpetuo in le mane de li sanvitale qual hano dominato esso monastero 100 anni
fa a suo modo et de presenti hano aparechiato alcune monache ale quale voriano ritentar di
modo fosse sempre et in eternum de casa san vital.
FONTI
E BIBL.: Aurea Parma 1 1996, 59-65.
SANVITALE
TEDISIO
Parma
ante 1229-post 1277
Figlio
di Guarino e di Margherita Fieschi. Fu eletto nel 1276 podestà di Milano
nelloccasione in cui Parma, di fazione guelfa, si alleò coi Torriani, a capo dello stato di Milano. Il 28 gennaio 1276 liberò Simone
Locarnese, che da tredici anni era rinchiuso in carcere a Milano per essere stato a capo
di una sollevazione avvenuta in Como nel 1263. Scacciati i Torriani dai Visconti, il
Sanvitale dovette abbandonare quella dignità. Nel 1277 (secondo lAngeli, nel 1291)
fu eletto podestà di Ferrara e nel 1278 fu vicario di Carlo I, re di Napoli, in Firenze.
Nel 1258 comprò da Bernardino Franceschi il castello di San Lorenzo di Sala.
FONTI E BIBL.:
B.Angeli, Historia, 1591, 90 e s.; P. Litta, Famiglie celerbi, I, 1819, tavola I.
SANVITALE TESEO, vedi SANVITALE TEDISIO
SANVITALE UGO
Parma
1087 c.-post 1122
Per
i suoi estesi possedimenti fu soprannominato il Ricco. Edificò una munitissima e alta
torre nei pressi del fiume Enza, che volle porre sotto la protezione di San Vitale
Martire, dalla quale ebbe poi il cognome la sua famiglia. concorse largamente alla costruzione di nuovi
edifici in Parma e al sostentamento dei più poveri durante le maggiori carestie e
calamità del tempo. Il Sanvitale, che ebbe due figli maschi (Giovanni e Obizzo),
raggiunse unetà avanzata.
FONTI
E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 167-168.
SANVITALE
UGO
Parma
ante 1210-post 1254
Figlio
primogenito di Guarino. In gioventù ebbe una buona istruzione letteraria. Nel 1210 fu
nominato cavaliere dallimperatore Ottone IV. Nel 1242 fu console di Giustizia e nel
1244 podestà dei Mercanti in Parma. Nel 1249 fu inviato dal comune di Parma a Bologna per dirimere le
controversie sorte tra Modenesi e Bolognesi sul possesso del frignano. Nel 1250 fu nominato da papa Innocenzo
IV vicario perpetuo per la giurisdizione di Carpi, dalla quale fu però cacciato poco dopo
dai Modenesi. Ottenne più tardi a compensazione del danno subito una somma in monete
doro e il castello di mombaranzone. chiarissimo e valoroso uomo darmi, portò
alla maggiore gloria il nome dei sanvitale
quando liberò Parma dallassedio di Federico II. Eletto capitano generale dei
fuoriusciti guelfi, li portò alla riscossa sconfiggendo il 16 giugno 1247 i ghibellini a
Borghetto di Taro e ritornando in possesso di Parma, a conclusione di una gloriosa
battaglia. Entrato in Parma coi fuoriusciti, incitò alla resistenza, opposta nel 1248 dai
Parmigiani assediati, fino alla sconfitta dellimperatore.
Come ricompensa ebbe molti doni dal comune e
da Francesco IV il feudo della terra di Carpi e la concessione di aggiungere al proprio
stemma la Vittoria coronata di alloro.
FONTI
E BIBL.: G. Adorni, Vita del conte Stefano Sanvitale, Parma, 1840; I. Affò, La storia
della città di Parma, 1792; B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e
ss.; Archivio della famiglia Sanvitale, in Parma; Biblioteca Palatina di Parma,
manoscritto 1193; M.E.da Erba, Estratti di cronaca, manoscritto nella Biblioteca di
Palatina Parma; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877, 375-376, e 1880,
184; Gazzetta di Parma 15 maggio 1873; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834;
L. Molossi, Vocabolario topografico dei ducati di Parma, Parma, 1832; A. Pezzana, La
storia della città di Parma, Parma, 1859; F. sansovino,
Dellorigine e dei fatti delle famiglie illustri ditalia, Venezia, 1609; L. Silva, Lassedio
di Parma, Parma, 1875; E. Tiramani, Storia genealogica della nobile famiglia Sanvitale,
manoscritto; V. Spreti, enciclopedia storico
nobiliare, VI, 1932, 123; C. Argegni, Condottieri, 1937, 135.
SANVITALE UGO
Fontanellato
1617-Roma 1648
Figlio
di Alessandro e di Margherita Rossi. Fu eletto da papa Innocenzo X referendario
delluna e dellaltra Segnatura e nel 1647 protonotario apostolico. Morì
alletà di trentuno anni e fu sepolto in San Gregorio a Roma.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.
SANVITALE
UGO
Parma
1817 c.-post 1849
Figlio di
Jacopo e di Giuseppina Folcheri. Ufficiale degli Spahis, fu poi arruolato nellesercito nazionale. Prese parte alla spedizione di
Crimea e alle guerre dindipendenza, raggiungendo, nello Stato Maggiore, il grado di
tenente colonnello. NellArchivio Storico comunale
di Parma (Lascito sanvitale), del sanvitale si trovano le composizioni per
pianoforte Sus aux Cosaques!, quadrille militaire (Paris, L.Pére), Souvenirs
dOrient, quadrille (Paris, Gambogi), Zerghita, polka mazurka (Paris, Grus) e Zarifa
(Paris, Lafleur).
FONTI
E BIBL.: Aurea Parma 3-4 1912, 11-13; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.
SANVITALE UGOLETTO o UGONE, vedi SANVITALE UGO
SANVITALE VANINA
Parma
1302 c.-
Figlia
di Gianquirico. Sposò nel 1322 andreasio
Rossi. Per loccasione la città di Parma chiese a papa Giovanni XII la dispensa per
le nozze, essendo Vanina parente coi Rossi, nella speranza che il matrimonio potesse
conciliare le rivalità tra le due famiglie. Per il banchetto di nozze il padre radunò un
convito di mille e seicento persone.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola I.
SANVITALE
VIRGINIA
Sala
28 aprile 1599-Busseto
Figlia
di Girolamo e di Benedetta Pio. durante il
processo ai suoi familiari accusati della congiura contro la casa Farnese, venne tenuta
sotto sorveglianza nella Rocca di Sala. Il duca Ranuccio Farnese la obbligò poi a
rinchiudersi in un monastero. Un mese prima che si conoscesse lesito del processo,
scelse di entrare nel monastero di Santa Chiara a Busseto, assumendo il nome di Renea. Da
quel momento ricevette dalla corte un
assegno sui beni allodiali confiscati al padre.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.
SANVITALE VITTORIO AMADEO, vedi SANVITALE VITTORIO AMEDEO GIUSEPPE
SANVITALE VITTORIO AMEDEO GIUSEPPE
Parma
27 agosto 1734-28 dicembre 1806
Figlio di Giacomantonio e di Isabella Cenci. Nel 1738 fu nominato cavaliere
gerosolimitano. Fu gentiluomo ed esente delle Guardie del Corpo del duca di Parma. Fu stimato per le sue qualità
morali. Morì alletà di settantadue anni.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, I, 1819, tavola III.
SANVITALE ZANGARO
Parma-San
Cesario di Modena 1229
Figlio di Anselmo. Nel 1229 fu inviato da parma
in soccorso dei Modenesi assaliti dai bolognesi.
Mentre combatteva al castello di San Cesario, venne ucciso accanto al carroccio
parmigiano.
FONTI E BIBL.: I. Affò, La storia della città di Parma, Parma, 1792; B. Angeli,
Storia della città di Parma, Parma, 1591, 90 e s.; G.B. janelli, dizionario
biografico dei parmigiani illustri, Parma,
1870; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, La storia della
città di Parma, Parma, 1859; E. Tiramani, Storia genealogica delle nobile famiglia
Sanvitale, manoscritto; C. Argegni, Condottieri, 1937, 135.
SANVITALE SIMONETTA LUIGI, vedi SANVITALE LUIGI
SANVITALI, vedi SANVITALE
SANVITI DECIO
Parma
1822/1831
Conte. Fu implicato nei moti del 1831. La polizia, che lo sottopose ai precetti di
visita e sorveglianza, redasse del Sanviti la seguente scheda segnaletica: Questuomo
fu destituito sotto tutti i governi come lo fu anche sotto quello di S. M. Maria Luigia.
Esso godeva della confidenza del Barone Werklein e ne abusava. Si sa per certa scienza che
allorquando il governo di Parma trattava lappalto della Ferma eravi fra gli
aspiranti la casa Necker di Trieste. Sanviti trattava laffare in Milano e fra le
condizioni segrete eravi pur quella dello sborso di 100 mila franchi per altro personaggio
di Parma, al dire di Sanviti Werklein ne fu fatto consapevole da persona amica e
laffare poi non ebbe luogo per altre ragioni. La delibera dellappalto delle
strade postali nella persona di Testa per la quale si pagano franchi dal governo, fu
maneggiato da Sanviti il quale anche in oggi si dice che percepisce lire otto mila annue e
che altra somma annua venga per lo stesso titolo percepita da Giovanni Marianelli che era
segretario di Werklein e che ora fu dimesso. Cognito per raggiri ed estorsioni fatte in
tempo che copriva la carica di Intendente Generale del Tesoro e che godeva la confidenza
del Sup. Gov. Fu perciò non solo dimesso dallimpiego ma privato ben anco dalla
croce di Cav.re dellOrdine costantiniano.
Non emerge però avere demeritato in politica.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Provincie
Parmensi 1937, 209; M.Mora, in Archivio Storico per le Provincie parmensi 8 1956, 123-128.
SAPORITI TERESA
Parma-post
1796
Cantante, nel 1791 fu al Teatro Zagnoni di Bologna nel dramma musicale La morte di
Semiramide di Giovanni Battista Borghi, mentre nella stagione di Fiera del 1796 fu la
primadonna al Teatro di Reggio Emilia nella vendetta
di Nino di Alessio Prati.
FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; Librettistica bolognese; G.N.Vetro, dizionario, 1998.
SARACCHI SEVERINO
Bibbiano
1875-Parma 1963
Fin da ragazzo mostrò viva passione per i fiori. A diciotto anni lasciò Bibbiano
per raggiungere Milano, ove trovò occupazione presso il più importante stabilimento di
floricoltura: venne assegnato al reparto serre per la coltivazione delle orchidee e piante
verdi tropicali. chiamato a Parma dal
fratello per essere assunto dalla Banca Cattolica, rifiutò limpiego e fondò invece
la ditta di floricultura Saracchi e Pasini. Venne premiato allesposizione per i festeggiamenti verdiani e
ottenne la medaglia doro allEsposizione internazionale di Torino, nel 50°
anniversario della proclamazione del Regno dItalia.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario dei Parmigiani, 1997, 282.
SARASI DONNINO
Borgo
San Donnino 23 marzo 1705-Bahia 31 marzo 1758
Frate cappuccino, dal 1743 fu missionario nellaldea di San Fidelis, sul Rio
do Una. Compì a Guastalla la vestizione (4 ottobre 1732) e la professione di fede (4
ottobre 1733).
FONTI E BIBL.: Anal. O.F.M. Cap. 21 1905, 184; De Primerio, Capuchinhos em Terras
de S. Cruz, 150, 317; Metodio, Storia Cappuccini nel Brasile, 145; F. da Mareto,
Necrologio cappuccini, 1963, 211.
SARASINI IPPOLITO
Parma
1389/XV secolo
Famosus homo, fu richiesto il 22 giugno 1389 dal Comune di Lucca per insegnare
tutte e tre le arti del trivio. Il 25 dello stesso mese accettò lelezione, che era
stata fatta con le seguenti vantaggiose condizioni: il Comune gli doveva dare, fino a tre
anni, cento fiorini doro per ciascun anno, senza alcuna diminuzione di gabella, in
rate mensili o trimestrali; ogni scolaro latinante doveva pagargli due fiorini lanno
in due rate e ogni non latinante un fiorino; i forestieri dovevano poter seguire in Lucca
le sue lezioni, senza subire molestie di sorta; dal Comune gli doveva essere pagata per la
durata di tre anni la pigione di una casa per la sua famiglia e per gli scolari; per lo
stesso termine di tempo doveva essere esente da ogni onere reale e personale; doveva poter
introdurre in Lucca la sua mobilia senza pagare gabelle; il suo salario doveva aver inizio
dallottobre; gli doveva essere concesso lo jus summarium, che facilitava la
riscossione del compenso dagli scolari insolventi. Il Sarasini non restò comunque a Lucca
più di nove mesi.
FONTI E BIBL.: P. Barsanti, Il pubblico insegnamento in Lucca, Lucca, 1913, 114,
115, 119, 240; A. codignola, Pedagogisti,
1939, 381.
SARDELLI
Parma 1757/1759
Fu cantore alla Cattedrale di Parma dal 25 dicembre 1757 al 14 giugno 1759.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.
SARDI AGOSTINO
Parma
1734/1767
Cartografo e geometra. Realizzò nel 1734 una planimetria della città di Parma.
FONTI E BIBL.: F. Miani Uluhogian, Le immagini di una città, 1983, 46.
SARDI GIAN PIETRO
ante
1765-Parma 16 settembre 1793
Figlio,
molto probabilmente, di Agostino, che nel 1734 realizzò una planimetria della città di
Parma. Assunto dalla Corte di Parma nel 1765 come delineatore a 300 lire mensili (archivio di stato
di parma, Decreti Sovrani, 8 ottobre 1765),
nel 1779 fu nominato ingegnere ordinario (archivio
di stato di parma, Patenti, vol. 44, 16, del 25 febbraio 1778)
e aggregato con il grado di Sottotenente nel corpo degli ingegneri (archivio di stato
di parma, Rescritti Sovrani, 19 febbraio
1779). Fu quindi destinato a insegnare ai giovani ingegneri la pratica e il disegno (archivio di stato di parma,
Rescritti Sovrani, 7 dicembre 1780). Nominato capitano
ingegnere (archivio di stato di parma,
Rescritti Sovrani, 2 maggio 1787), divenne ingegnere capo (archivio di stato
di parma, Rescritti Sovrani, 7 luglio
1791). Nel 1782 venne acclamato Accademico dOnore nellaccademia Parmense di Belle Arti. Fu il primo
cartografo a redigere un vero e proprio catasto della città di Parma che contava allora
31921 abitanti.
FONTI
E BIBL.: Parma economica 10 1968, 42;
Palazzi e casate di Parma, 1971, 65; Arte a Parma, 1979, 279; F. Miani Uluhogian, Le
immagini di una città, 1983, 46; Disegni della Biblioteca Palatina, 1991, 163.
SARDI PIETRO
Parma
prima metà del XVII secolo
Ingegnere
attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI
E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 79.
SARDI PIETRO, vedi anche SARDI GIAN PIETRO
SARDINELLI BALDASSARRE
Parma
seconda metà del XV secolo
Ricamatore attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
II, 324.
SARMIENTO MARGHERITA, vedi PINELLI MARGHERITA
SARONI GIOVANNI BATTISTA
Parma-post
1763
Nel Carnevale del 1752 cantò al Teatro di Vercelli nella Faccendiera, mentre
nellautunno si esibì in Il mondo alla moda al Teatro Ducale di Milano.Fu attivo a
Bologna al Teatro Formagliari nel Carnevale del 1755 nella Finta sposa, al Marsigli Rossi
in quello dellanno successivo in Don Trastullo, La pupilla e La finta schiava e nel
Teatro Pubblico della Sala nel Carnevale del 1760 in Le stravaganze del caso.Il Teatro di
via del Cocomero di Firenze lo ospitò in La cascina nel Carnevale del 1763.
FONTI E BIBL.: Librettistica bolognese; Sartori; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.
SARTI CESARE
Traversetolo
1924-Traversetolo 12 febbraio 1983
Nacque da una famiglia aderente al partito popolare, di salde tradizioni
antifasciste, una delle poche nella zona che non si piegò alla soverchie delle squadre
nere. Col nome di battaglia di Gim, appena ventenne, fu tra i primi ad andare sui monti
del Nevianese per organizzare la lotta partigiana. Nellinverno tra il 1943 e il 1944
si unì alla 47a brigata Garibaldi che operava in questa zona e divenne comandante di un battaglione chiamato linternazionale perché formato da uomini di
diverse nazioni, tra cui Polacchi, Russi e Francesi. Si segnalò particolarmente in
unazione contro il presidio delle SS di Ciano dEnza dimostrando coraggio e
sprezzo del pericolo, tantè che il suo valore gli fu riconosciuto con
lassegnazione di una medaglia dargento al valor militare, con la seguente
motivazione: Comandante di distaccamento partigiano, nel corso di un attacco ad un
presidio nemico, pur rimasto isolato dalle altre formazioni, lanciava audacemente i suoi
uomini contro una colonna avversaria distruggendo un autocarro carico di truppe. successivamente attaccato alle spalle, mentre
teneva sotto controllo un ponte, riusciva con fredda decisione e grande perizia, a
controllare lavversario e a riunirsi al grosso della sua formazione unitamente alla
quale incalzava il nemico in ritirata, distruggendo un altro autocarro. Terminata la
guerra, rientrò a Traversetolo dove riprese, senza mai ostentare i meriti partigiani, la
sua attività di meccanico. Militante nellAzione cattolica fin dalla gioventù,
molto amico del parroco don Varesi, partecipò sempre in modo attivo alla vita della
parrocchia e fu fondatore della locale sezione della Democrazia cristiana, della quale fece parte fin
dallinizio del consiglio direttivo. Fu eletto nel 1972 consigliere comunale di
Traversetolo e dal 1973 al 1978 ricoprì la carica di assessore per i rapporti con la
popolazione e il decentramento. Fu rieletto nel 1978 e nel 1979. Rinunciò a qualsiasi
incarico nella giunta di centro-sinistra insediatasi nel 1982. Fu anche tra i soci
fondatori dellAssistenza pubblica e per parecchi anni attivo milite.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 13 febbraio 1983, 14; Gazzetta di Parma 2 marzo
1993; gazzetta di Parma 28 aprile 1996, 26.
SARTORI ANTONIO
Roncadello
di Casalmaggiore 6 luglio 1878 -Cheng-Chow 5 novembre 1924
Fece le prime classi ginnasiali nel Seminario della diocesi di Cremona, poi passò nel Seminario
Maggiore di Parma. Nel 1899 entrò nellIstituto delle Missioni Estere, ove fu
consacrato sacerdote il 29 luglio 1901. Fu cappellano del Riformatorio Lambruschini della
Certosa di Parma e prestò la sua assistenza allEducandato del Buon Pastore. Partì
per la Cina il 18 gennaio 1904. Fu destinato successivamente alle sedi di cristianità di
Può-Ceng, Wu-yang, Lu-shan, Zuchow e Honanfu. rientrato
in Patria nel 1911, fu eletto Direttore Spirituale dellIstituto Missioni Estere di
Parma. Scoppiata la prima guerra mondiale, fu nominato nel 1915 cappellano militare
nellospedale da campo 0,36. Poi passò a Parma negli ospedali militari del
Seminario, dei collegi Maria Luigia e San Benedetto e della scuola Felice Cavallotti. Nel
corso del 1919 fece le pratiche per la fondazione di una Scuola apostolica Missionaria a Vienna, di cui fu il
primo Rettore fino al principio del 1922, quando partì di nuovo per la Cina. Quivi fu
nominato Pro Vicario Generale della Missione da monsignor Luigi Calza. Morì di polmonite.
Il Sartori fu una delle figure più rappresentative della sua Congregazione.
FONTI E BIBL.: Vita Nuova 15 novembre 1924; I. DallAglio, Seminari di Parma,
1958, 169-170.
SARTORI ENRICO
Parma
4 febbraio 1831-Parma 25 ottobre 1889
Già dal 1844 risulta iscritto alla scuola di paesaggio diretta da Giuseppe
Boccaccio, scuola che frequentò fino al 1859 sotto la guida del nuovo direttore Luigi
Marchesi, successore del Boccaccio dal 1852. Pur avendo seguito anche la scuola di
disegno, alla quale fu iscritto dal 1850, preferì dedicarsi esclusivamente allo studio
del paesaggio, dove riuscì a conseguire i risultati migliori, come testimoniano i giudizi
meritevoli e i premi acquisiti. Nel 1857 ottenne una menzione onorevole tra i premiati
della medaglia di prima classe nella scuola di paesaggio e lanno successivo
ricevette il primo premio, che gli consentì di frequentare il perfezionamento a Roma, per
la stessa classe, con lesecuzione del Pontaccio di Valera (Parma, Galleria
Nazionale, inv. 593), dove dimostra una buona conoscenza della costruzione prospettica
della veduta ripresa dal vero. Durante gli ultimi anni di frequenza della scuola mostrò
un interesse sempre maggiore per lo studio dal vero. Piuttosto frequenti furono, infatti,
le sue richieste di passare periodi fuori dalla scuola per recarsi in campagna dove
potersi esercitare nellesecuzione di vedute en plein air. Intrapresa la carriera
professionale, si dedicò quasi esclusivamente alla realizzazione di soggetti agresti che
trovano espressioni di più ampio respiro proprio nelle ambientazioni di scene
paesistiche. Manifestò, inoltre, una particolare attenzione per la rappresentazione di
soggetti militari, sicuramente maturata grazie alla sua diretta presenza sul campo di
battaglia (partecipò alle guerre di Indipendenza) ma probabilmente favorita anche dal
contatto, certamente non irrilevante, con le opere di Giovanni Fattori (La battaglia di
San Martino ed Episodio della battaglia di Custoza), viste allEsposizione Nazionale
di Parma del 1870, alla quale lui stesso presenziò con ben nove opere. Partecipò con
assiduità alle esposizioni parmensi, in particolare a quelle promosse dalla Società di
Incoraggiamento, e alle mostre nazionali di Torino nel 1880 e nel 1884, di Milano nel
1881, nel 1883 e nel 1886 e di Firenze nel 1884. In particolare, nel 1854 presentò alcuni
paesaggi, lanno dopo, a Piacenza e poi a Parma, una Veduta della piazza della Ghiaia
presa dalla Pilotta e una Veduta dun lato del Duomo di Parma preso dallangolo
del Troilo S. Giovanni, che venne sorteggiata al duca Roberto di Borbone. Nel 1856 espose
La peschiera del Giardino di Parma, Parma vista dalla Baganza e Parma vista dal baluardo
di San Girolamo, mentre lanno seguente si aggiudicò una medaglia di prima classe
presso lAccademia, esponendo a Piacenza e a Parma interno del già convento di S. Caterina in
Parma, sorteggiato alla contessa Albertina sanvitale,
Veduta esterna dellArcadia nel R. giardino
di Parma, Veduta delle colline di collec-chio,
estratto a Giulio Bernini, e Interno di una stalla in villa. Nel 1858 mostrò Veduta dei
burroni di Majatico, Interno di un mulino sul fiume Po, Veduta del fiume Po, sorteggiata
al comune di Castel San Giovanni, ottenendo pure una medaglia doro. Nel 1859 espose
Linterno di un mulino sul Po e Veduta del Torrente Parma, nel 1860 Truppe francesi
nel Giardino reale e nel 1861 Veduta campestre dAutunno, che fu sorteggiata al
Comune di Fiorenzuola. Nel 1863 partecipò alla mostra triennale dellAccademia
bolognese con una Veduta di Basilicanova, mentre a Parma presentò un Campo di frumento e
allEsposizione Industriale Provinciale Interno dello stallo della Fontana in Parma e
Strada della naviglia nei contorni di Parma. Nel 1865 espose La raccolta del fieno e nel
1866 a Milano Lavori campestri dAutunno. Nel 1867, tramite la Società dincoraggiamento, vennero estratti al Comune di
Parma Fiera di bovini e Fazione di Cavalleria e nel 1869 al comune di Varsi un Incendio e un Accampamento.
Alla mostra nazionale parmense del 1870 partecipò con vari dipinti: Fiera di bestiame nel
Campo di Marte in Parma, La raccolta del fieno, Veduta del Ceno presso Varsi, Manovra dei
lancieri di Novara nella Piazza dArmi di Parma, Strada maestra S. Michele in Parma
nel carnevale del 1870, Ritirata di Russia nel 1812, Veduta del Torrente Parma, La
raccolta del fieno, Mercato dei bozzoli nel cortile della Pilotta di Parma, Manovra dei
lancieri Nizza nella Piazza dArmi di Parma e Manovra di sciabola del reggimento
lancieri Nizza nella piazza dArmi di Parma. In quello stesso anno la Galleria
Nazionale di Parma si aggiudicò, tramite la Società dellIncoraggiamento, la Fiera
bovina nel campo di Marte. Nel 1872 il Sartori presentò alla seconda Nazionale di Milano
Il torrente Parma, che fu comperato dal marchese Guido della Rosa, mentre la Pinacoteca
parmense vinse le Rovine di Casalmaggiore nel 1872 e la Piazza darmi di Parma coi
lancieri Nizza. Nel 1874 venne poi estratto al Comune di Roccabianca Una corvé di artiglieria e lanno dopo il
Sartori partecipò alla Società dIncoraggiamento di Firenze con Manovra di sciabola
del reggimento Lancieri Nizza. Nel 1876-1877 espose a Parma rispettivamente Una manovra di
bersaglieri nei dintorni di Parma e Una campagna romana e nel 1879 Accampamento di
cavalleria, sorteggiato ad Agostino Ferrarini, e Fazione di cavalleria, al Comune di
Torrile. Alla quarta mostra Nazionale di Torino (1880) partecipò con Passeggiata di uno
squadrone di cavalleria monferrato presso
Parma e ancora alla nazionale milanese del 1881 con Manovra di cavalleria Lodi nella
Piazza dArmi di Torino e passeggiata
del 7° Fanteria. Lanno dopo a Firenze espose Manovra di cavalleria monferrato e Istruzioni militari, mentre la
Galleria nazionale di Parma vinse dallincoraggiamento il Pontaccio di Valera. Nel 1883
espose, ancora a Milano, Amore nello studio e uno studio dal vero. Infine espose a Torino
nel 1884 Manovre tattiche e Cavalleria Monferrato in piazza darmi a Par-ma, mentre
nel 1887 venne sorteggiata alla pinacoteca
di Parma Manovra di cavalleria a Parma e nel 1888 figurò in mostra a Vienna un suo
dipinto. In un primo tempo si dedicò quasi esclusivamente alla scena agreste, che sempre
ambientò nel più ampio respiro del dipinto di paesaggio. Gli esiti sovente non superano
lonesto mestiere. È tuttavia singolare lo spirito semplice e spontaneo, sincero e
incantato che il Sartori rivela nella contemplazione della poesia georgica, sin dalla
robusta stesura di bozzetti come Mercato del bestiame (Parma, proprietà privata),
preparatorio della più vasta tela Fiera bovina nel Campo di Marte a Parma, che denuncia
simpatie pasiniane. Il modo di accostare la scena rurale o quella ai margini della città
è cronistico, quasi sempre sorretto dallimmediatezza della pennellata che ha sapore
di spontaneo impressionismo e dal gusto naïf del particolare, come in Villa tedeschi e Strada verso la Cittadella sotto la
neve (1881, Parma, collezione privata). Il Sartori abbandona invece il minuto
descrittivismo dimpressione di scene come Il mercato dei bozzoli nel Piazzale della
Pilotta (Parma, pinacoteca Nazionale) e il
più dettagliato maniscalcia (Parma, Cassa
di Risparmio), quando risolve le proprie tele in termini di paesaggismo puro. Rilevante fu
il contatto con le opere di Giovanni Fattori, che induce una suggestione non solo tematica
(perché il Sartori aveva già fornito prove di buon pittore di bovini e di cavalli nelle
sue scene rurali) ma anche stilistica, con la più accurata costruzione disegnativa delle
figure a larghe campiture cromatiche, nella sua pittura. Ne sono documenti lolio
Fattoria maremmana (1873, Fontevivo, palazzo
Comunale) e tutta la successiva produzione di quadri di genere militare, in cui più
scoperto è il riferimento ai soggetti preferiti dallartista livornese: Una corvé
di artiglieria e Lancieri Aosta (Parma, Palazzo Comunale). Manovra di cavalleria Lodi
nella Piazza dArmi di Torino costituisce lesempio forse più tipico del
consolidarsi di una caratteristica espressine della maturità, bilanciata sulla lezione
fattoriana ma non dimentica di unambientazione scenica pasiniana, atta a conferire
respiro epico alla scena.
FONTI E BIBL.: Archivio dellAccademia di Belle Arti di Parma, Ruolo,
1837-1856, 1856-1859, Archivio Scuole, busta 1824-1860, fascicolo Giudizi 1824-1850, busta
1839-1869, fascicolo Giudizi, Atti, vol. VII, 1857-1863; A. Pariset, Dizionario
biografico, 1905, 101; A. De Gubernatis, 1906, 455; G.Copertini, in Aurea Parma 2 1936,
68; E. Bénézit, 1957, vol. VII, 529; A.Rondani, Scritti darte, 1874, 463-465; A.
De Gubernatis, dizionario artisti italiani
viventi, 1889; C. Ricci, La R. Galleria di Parma, 1896, 387, 388, 390; A.M.comanducci, dizionario
dei pittori, 1974, 2937; Gazzetta di Parma 20 febbraio 1854, 165, 31 maggio, 21 e 27
luglio 1855, 493, 663 e 683, 18 luglio 1856, 649, 18 agosto e 30 settembre 1857, 737 e
881; G. Panini, 1857, 945; X., in LAnnotatore, 1857, 147; lannotatore 11 settembre 1858, 140;
Esposizione delle opere, 1858, 13; F.G., in Gazzetta di Parma 1858, 869; Gazzetta di Parma
18 settembre 1858, 842; P. martini, 1858,
25; G. Panini, 1858, 885; C.I., in LAnnotatore, 1859, 162; G. carmignani, 1861, 18; Atto verbale, 1863, 28; gazzetta di Parma 13 luglio 1863, 620; Esposizione
industriale provinciale, 1864, 92; Gazzetta di Parma 15 settembre 1865, 83; catalogo Delle opere esposte, 1870, 30, 31, 39,
40, 50, 55, 56; Gazzetta di Parma 10 settembre 1872; B., in Gazzetta di Parma 20 gennaio
1875; Il Fanfulla 17 settembre 1875; Gazzetta di Parma 26 ottobre 1875; A.C., in gazzetta di Parma, 1876; P. Bettoli, foglio
volante, 1877; P. Bettoli, 8 ottobre 1877; Il Presente 23 ottobre 1877; L. Pigorini, 25
novembre 1879; Catalogo ufficiale generale, 1880, 96; Gazzetta di Parma 27 aprile 1880; Il
Presente 27 maggio 1880; Esposizione nazionale
in Milano, 1881, 87; Z., in Gazzetta di Parma, 1881; Gazzetta di Parma 6 marzo 1888 e 26
ottobre 1888; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, v. X,
133; L. Càllari, 1909, 362; A. Corna, 1930, II ediz., vol. II, 818; Inventario ms.
Istituto P. Toschi, v. II, nn. 6149 e 3267; I. Da Valera, 1931, 238-240; N. Pelicelli, in
Thieme-Becker, 1935, v. XXIX, 477; G. Battelli, 1939, 151-153; A.M. Comanducci, 1945, v.
II, 736; G. Copertini, 19 agosto 1959, 3; Gazzetta di Parma 8 maggio 1960; G. Copertini,
10 novembre 1962, 3; R. Allegri, 1963, 49; G. Copertini, 1964, 58-61; G. Copertini, 7
dicembre 1967, 6; Mostra del paesaggio parmense dell800, catalogo, Parma, 1936, 16,
39, 40, 41, 42, 43; G. Allegri Tassoni, mostra
dellAccademia parmense, catalogo, Parma, 1952, 56, 58, 62; G. Copertini, Il pittore
Enrico sartori, in Parma per lArte,
1960, 118-125; G. copertini, La pittura
parmense dell800, Milano, 1971, 80-85; Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma
nella pittura dell800, catalogo della mostra, Parma, 1974, 80-81; G.L. Marini, in
Dizionario bolaffi pittori, X, 1975,
169-170; Città latente, 1995, 91; M.Tanara Sacchelli, in Gazzetta di parma 22 novembre 1999, 27.
SARTORI GIUSEPPE
Parma
1836/1849
Nel 1849 fece parte della Commissione di Sanità e Soccorso di Solignano. Nello
stesso anno diede le dimissioni da tale incarico. Nel 1836 fu decorato di medaglia
dargento per i Benemeriti della Sanità Pubblica, per lopera prestata in
occasione di unepidemia di colera.
FONTI E BIBL.: U.A.Pini, Vecchi medici, 1960, 32.
SARTORI PIETRO
Fontanellato
1 agosto 1864-Ginevra aprile 1940
Nel 1882, nel Conservatorio di Parma, fu approvato con lode in violoncello e
composizione. Percorse come professore di violoncello una splendida carriera, dedicandosi
anche alla direzione dorchestra.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 179.
SARTORI STANISLAO
Parma
1831
Impiegato di Finanza. Venne indicato dalla Direzione Generale di Polizia come
cooperatore alla scoppio e propagazione della rivolta del 1831 a Parma. Figurò
nellelenco degli inquisiti di Stato con requisitoria.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province
Parmensi 1937, 207.
SASSATELLI CARISSIMI GELTRUDE SAVERIA
Imola
3 settembre 1778-Parma 9 febbraio 1846
Nacque, primogenita, da Alessandro Sassatelli e da Teresa Manciforte di Ancona,
famiglie di antica nobiltà entrambe. Il conte Alessandro, per testamento di una Carissimi
Pallavicino di Parma, unì al cognome del suo casato quello dei Carissimi, trasmissibile
al suo primo nato, maschio o femmina che fosse. Nel 1790, quando la Sassatelli Carissimi
aveva già dodici anni, fu mandata, assieme alle sorelle minori Marianna e Giulia, a Parma
nel Collegio delle Orsoline a compiervi la sua educazione.Dopo un ipotizzato breve ritorno
in famiglia alla fine degli studi, ritornò in collegio per non più uscirne. La
Sassatelli Carissimi conobbe bene la letteratura italiana, la storia, la geografia e la
storia naturale, cui dedicò anche negli ultimi anni di vita molte ore di studio e di
meditazione. Conobbe bene la lingua inglese, al punto da considerare la lettura
dellObserver, al quale era abbonata, il miglior diletto dei giorni di vacanza, ed
ebbe anche facilità per il francese, tanto che spesso nelle sue lettere chiede il
permesso di adoperare la lingua qui fait aller ma plume plus vite et couramment. Conobbe
la musica e suonò il piano, per cui, rispetto alleducandato, ebbe la mansione di
sorvegliare le puttine quando erano a lezione di musica col maestro Alinovi o col suo
sostituto, il Savi, e finalmente tentò anche qualche poesia, fedele ai facili metri dei
settenari e quinari rimati, ma anche componendo qualche saffica, allora di moda. Della sua
passione per la lettura è testimonianza buona parte dei libri della biblioteca del
convento, che furono suo acquisto e portano il suo nome. Esiste in quellarchivio il
documento con cui papa Pio VII il 5 agosto 1805, probabilmente in una sua visita a Parma,
le concesse la licenza per i libri proibiti. La Sassatelli Carissimi nel 1796 cominciò il
suo noviziato e nel maggio del 1798 fu suora. La sua decisione trovò validi alleati nella
consuetudine di molte famiglie aristocratiche di collocare le figlie nei monasteri, nella
sua passione per gli studi (che, nella quiete propizia del collegio, le avevano già dato
tante soddisfazioni) e finalmente nel timore di essere sposata non per amore ma per i miei
soldicciuoli: le richieste che della sua mano furono fatte a suo padre, mentre ella era
ancora in educazione, il padre gliele trasmise, avendone sempre un rifiuto. La Sassatelli
Carissimi, donna vivace di temperamento, avida di sapere, esuberante e candida, rimase
chiusa nel convento di Parma per quarantotto anni. Rimangono diverse sue lettere dal
gennaio 1833 al gennaio 1846. Dei primi anni non vi è che il riflesso nelle sue lettere
posteriori. Vi si indovinano la giovinezza piena di movimento, gli studi, le compagne
cercate per quanto lo permetteva la regola, unamicizia, soprattutto, per una giovane
di Imola come lei, vivace, intelligente e imparentata con la sua famiglia: Geltrude
Silvestri. La morte presto le tolse lamica e poi la sorella Maddalena,
anchessa suora nello stesso convento. Morì alletà di 67 anni, dopo un lungo
periodo di malattia.
FONTI E BIBL.: B.Camis, in Aurea Parma 4 1926, 191-194.
SASSETTI FRANCESCO
Parma
1706
Pittore attivo nella seconda metà del XVII secolo e ancora nel 1706. Viene citato
nel passeggiere Disingannato (p. 39).
FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVII, 1823, 69.
SASSI AUGUSTO
-Milano
5 marzo 1899
Prese parte ai moti insurrezionali del 20 marzo 1848. Nellaprile successivo
partì colla prima colonna dei volontari parmensi che, al comando del patriota Giuseppe
Gallenga, diede prova di coraggio e di valore sui campi di battaglia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 8 marzo 1899, n. 66; G. Sitti, Il Risorgimento
italiano, 1915, 420.
SASSI GIUSEPPE
Parma
XVIII/XIX secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVIII secolo e ancora nei primi anni
dellOttocento.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVII, 1823, 70.
SASSI LUIGI
Parma
1900 c.-post 1936
Figlio di Silvio. Conduttore di laboratorio fotografico, iniziò ufficialmente
lattività (matricola della Camera di Commercio di Parma) in borgo Roma 7 nel 1920,
per poi trasferirsi due anni dopo in via Cavour 25. Nel 1926 il Sassi ebbe la licenza per
vendita di apparecchi fotografici, ottica, fotografia e geodesia integrando così
lattività del laboratorio. Nel 1932 si spostò al n. 93 di via Cavour dove, dopo
sedici anni, cessò per fallimento, il 29 settembre 1936. Il Sassi rappresenta il primo
esempio di attività professionale limitata allo sviluppo e alla stampa, al servizio dei
fotografi e dei dilettanti di fotografia. Gli studi fotografici parmigiani nel periodo in
cui operò il Sassi erano quelli di Grolli, Lottici, Pesci, Pisseri, Vaghi, Zambini e
Montacchini, ma era diffusa anche la pratica degli ambulanti, che si servivano in gran
parte proprio dal Sassi: Ezio Mazza, valentino
Stefanini & Carlo Neuhauser, giuseppe
Saraceno, Giambattista Morini, Carlo Alfredo Bianchi, Ettore Ruozi, Dante De Pietri, Italo
Cepollaro, Celeste Penuzzi ed Enrico Pozzi.
FONTI E BIBL.: R.Rosati, Fotografi, 1990, 296.
SASSI LUIGI
Firenze
1912-Parma 1987
Laureato alla facoltà di Architettura di Firenze nel 1937, entrò nel 1945 nel
collegio dei docenti dellIstituto dArte P. Toschi di Parma, che poi diresse in
veste di preside dal 1974 al 1983. Limpegno didattico non lo distolse dalla
professione, ciò che gli permise di costruire numerosi edifici a Parma e provincia,
soprattutto nel campo delledilizia popolare (Ina-Casa). Portò a compimento numerosi
restauri, iniziando dal riassetto di una torre nella chiesa della Steccata, sinistrata dai
bombardamenti aerei del 1944. La costruzione di Santa Maria del Rosario (1960-1962) in via
Isola a Parma, affiancata dal campanile, manca del proposto apparato decorativo a mosaico
in facciata. Tra i progetti realizzati sono da ricordare le ville Del Bono, Salvi,
Villicich, Bocchi e Sassi.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 613-614.
SASSI PIETRO
Parma
1514
Fu boccalaro e pittore, discepolo di Pier Ilario e Michele Mazzola nel 1514.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, vol. III, c. 364; Archivio Storico per le
Province Parmensi XLVI 1994, 364.
SASSOLI ADA, vedi RUATA ADA
SASSONI ANTONIO
Parma
1591/1598
Sacerdote. Fu cantore nella chiesa della steccata
di Parma dal 1° gennaio 1591 al 10 aprile 1598. Il 4 luglio 1598 ottenne un beneficio
nella Cattedrale di Parma e lasciò quindi la Steccata.
FONTI
E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata, 36; N.Pelicelli, Musica in
Parma, 1936, 80.
SASSONI LORENZO
Parma
1565/1598
Sacerdote. Fu cantore nella chiesa della Steccata di Parma dal 31 gennaio 1565 al
24 luglio 1598.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 25; N.
Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 21.
SASSONIA CAROLINA MARIA TERESA, vedi BORBONE PARMA CAROLINA MARIA TERESA
SATRIA
Parma II/I secolo a.C.
Figlia di Caius. Libera, uxor di T. Spedius Vibi f., compare in epigrafe (perduta)
documentata dalla tradizione manoscritta come trovata fuori porta Santa Croce, a occidente
della città di Parma. Nella riproduzione del ferrarini
Satria è rappresentata di età di gran lunga inferiore a quella del marito. Satrius è
nomen diffuso in Italia e in Occidente. Presente in tutta la Cisalpina, in particolare in
Cispadana, è documentato nella Tabula Veleiate, dove quattro sono i fundi Satriani, tre
in territorio Veleiate e uno in territorio piacentino.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 160.
SATRIUS CAIUS
Parma
II/I secolo a.C.
Fu probabilmente libero. Padre di Satria, il cui nome compare in epigrafe, perduta
ma nota nella tradizione manoscritta, che la dice trovata fuori da porta Santa Croce, a
occidente della città di Parma.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 160.
SATURNINO GIAMPEPE, vedi MONTANARI GIUSEPPE
SATURNINUS
Parma II secolo a.C./V secolo d.C.
Fu probabilmente uno schiavo, dedicante documentato in una brevissima iscrizione
ritrovata, secondo la tradizione manoscritta, nel centro cittadino di Parma (perduta).
Saturninus è cognomen molto diffuso soprattutto in Africa e nelle province celtiche.
Molto documentato in tutta la Cisalpina, è presente anche nella Tabula Veleiate e in
questo solo caso a Parma. Data la brevità delliscrizione, non è possibile
formulare, se non in modo approssimativo, una ipotesi di datazione.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 161.
SAUSSAT CARLO
Colorno-12
giugno 1796
Scolaro nellAccademia di Parma di Benigno Bossi, si perfezionò poi a Parigi.
Incise Il ripudio di Agar (1776), Madonna
col bambino, dal Sassoferrato (1781) e S. domenico, dal Bossi.FONTI E BIBL.: E. Scarabelli
Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 1751-1800, 259; U. Thieme-F.
Becher, XXIX, 495; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 161; P. Martini-G. capacchi, Incisione a Parma, 1969.
SAUSSATL CLAUDIO, vedi SAUSSAT CARLO
SAVANI PIETRO
Tornolo
16 novembre 1884-Aibonito 25 maggio 1964
Entrò
come Figlio di Maria nel collegio San Benedetto di Parma su sollecitazione di don Baratta.
Fu professore a Lombriasco dal 29 settembre 1905. Dopo i voti fu inviato in argentina, a Viedma. Il 1 maggio 1914 fu
consacrato sacerdote a La Plata. Lavorò molti anni come missionario nella Patagonia. Fu
direttore a Bahìa Blanca (1921-1923), a Viedma (1923-1934) e poi parroco e vicario
foraneo a Neuquén (1934-1937). Fu solerte compagno di viaggio e guida a don Pietro
Berruti, che fece la visita straordinaria nella Patagonia. Poi fu nominato ispettore delle
Antille-Messico (1937-1946). Ristabilì il noviziato, organizzò linsegnamento del
catechismo con gare annuali e fondò nuove case, a Matanzas, a Camaguey e a Moca. Diede
fondamento allopera salesiana anche a Porto Rico. Dedicò gli ultimi anni della vita
alla casa di formazione di Arroyo Naranjo (Cuba) e poi di Aibonito (Porto Rico).
FONTI
E BIBL.: Dizionario biografico Salesiani, 1969, 254.
SAVANI PRIMO
Berceto
12 marzo 1897-Parma 15 gennaio 1977
Nato da famiglia di modeste condizioni, primo di sette fratelli, a soli 17 anni
ottenne labilitazione magistrale con il concorso di premi e di borse di studio che
seppe meritare grazie al naturale ingegno e alla ferma volontà. Dedicatosi
allinsegnamento, affrontò contemporaneamente gli studi di giurisprudenza, anche per
poter meglio contribuire allazione politica socialista, da lui intrapresa nella
prima giovinezza e che lo portò ad assumere la responsabilità di segretario della
sezione di Parma. Tenace oppositore della nascente dittatura fascista, fu tra i fondatori
del Circolo universitario antifascista (1924). Ne divenne segretario impegnandosi fin da
allora a sostegno di una visione unitaria delliniziativa democratica. Fu tra i
promotori, nel 1940, di un Comitato dazione antifascista nel quale rappresentò il
Partito Comunista, cui nel frattempo aveva aderito. Dopo l8 settembre 1943 il Savani
salì ai monti come partigiano, con il nome di battaglia Mauri. Ebbe i genitori arrestati.
La moglie e le due figlie, per sfuggire alle persecuzioni, condivisero la sua vita di
partigiano. Quando nel 1944 le formazioni parmensi decisero di costituire un comando
unificato, sotto la denominazione di Comando Unico Operativo per la provincia di Parma, il
Savani acquisì il grado di Commissario politico a fianco di Giacomo di Crollalanza, il
leggendario comandante Pablo. Nel nuovo e delicato incarico si espressero tutte le doti di
equilibrio e la chiara visione politica del Savani: gli è riconosciuto il merito di
essere stato tra gli artefici della raggiunta unità delle forze partigiane. Il primo atto
del Comando Unico operativo
sullorganizzazione delle formazioni, sui loro rapporti e sul comportamento dei
partigiani anticipa al riguardo le norme emanate nel marzo 1945 dal Comitato di
Liberazione Nazionale-Alta Italia. Particolare cura fu prestata dal Savani anche
allamministrazione delle giustizia, a cui venne preposto lavvocato Druso
Parisi. Alla fine del conflitto il Savani rivestì per un biennio le funzioni di pubblico
ministero presso la Corte dassise straordinaria. Eletto nel 1946 sindaco di Parma,
seppe essere un amministratore capace e scrupoloso, pur in unepoca particolarmente
difficile. Presidente della Provincia nel 1950, mantenne tale incarico per dieci anni.
Sotto la sua guida furono intraprese diverse opere pubbliche: il ponte sul Po a
Casalmaggiore e il progetto sullautocamionale della Cisa, il piano di trasformazione
della T.E.P. Inoltre furono attuate iniziative culturali ispirate alla lotta di
liberazione e che suscitarono vasta eco in campo nazionale, come il premio Città di Parma
per unopera sulla Resistenza, vinto da Ubaldo Bertoli con La Quarantasettesima, il
monumento al partigiano, progetto di alto livello artistico, vincitore alla Biennale di
Venezia, realizzato da Marino Mazzacurati con la collaborazione dellarchitetto
Lusignoli. Di pari importanza artistica è laffresco della sala del Consiglio
provinciale, eseguito da Armando Pizzinato, che illustra i momenti salienti delle lotte
per il riscatto sociale e per la conquista della libertà nel Parmense. Del Savani vanno
ricordate la passione regionalistica e la cultura giuridica. Alcuni suoi scritti
precorrono lEnte regione e furono apprezzati per la visione differenziata degli
aspetti delle autonomie. Presidente dellassociazione
Nazionale partigiani Italiani provinciale
fin dal suo sorgere, il Savani si prodigò con passione alla vita del sodalizio. testimonianza del suo legame ininterrotto con gli
uomini e le idee della resistenza rimane il
suo volume Antifascismo e guerra di liberazione a Parma, edito da guanda.
FONTI E BIBL.: P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 15 gennaio 1978, 8; T. Marcheselli,
Strade di Parma, III, 1990, 70-71.
SAVANI UBALDO
Berceto
6 marzo 1862-Sala Baganza 16 ottobre 1921
Figlio di Pietro Antonio e di Maddalena Foussereau, entrò nel Seminario di
Berceto. A Parma il Savani compì gli studi teologici durante il rettorato del canonico
Andrea Ferrari, che gli fu professore di teologia morale e pro-vicario generale dopo la
consacrazione presbiterale avvenuta il 20 settembre 1884, per ministero del vescovo
Giovanni Miotti. Il Savani, novello sacerdote, fu nominato coadiutore a Langhirano per pochi mesi, indi fino
allottobre 1887 a Tizzano, dove, per circostanze speciali, si richiedeva
lopera di un sacerdote pio e di non comune prudenza (Fornari). Dopo essere stato
arciprete a Mulazzano, fu designato a succedere a Pietro Ghironi, arciprete di Sala baganza, morto l8 dicembre 1893. Fu lo
stesso vicario capitolare della diocesi, Pietro Tonarelli, a immetterlo nel reale possesso
della parrocchia, domenica 14 ottobre 1894. La comunità parrocchiale di Sala Baganza
contava 2200 abitanti, distribuiti in 400 famiglie. Il capitale era in mano a pochi e la
maggior parte dei capifamiglia era costituita da
piccoli artigiani e operai giornalieri. Così il Savani descrive la parrocchia al vescovo:
La parrocchia di Sala lascia a desiderare non poco sotto il lato morale e religioso. Sia
la chiesa che i Sacramenti sono frequentati dalle donne nella grande maggioranza, ma non
così dagli uomini, dei quali pochissimi sono i praticanti. Vi hanno società
antireligiose: circolo anarchico, circolo socialista sindacalista. Tengonsi con una certa
frequenza adunanze e si cerca di allontanare dal prete specialmente la gioventù. Alcune
conferenze, tenute nel locale delle leghe, furono contro la Religione, il Clero,
lAutorità civile e religiosa. La stampa cattiva è purtroppo diffusa. Le copie
dellinternazionale si vendono a
centinaia ai sindacalisti del paese; pure le copie dellIdea sono presenti assieme a
quelle dellAsino. È diffuso anche il Corriere della Sera (30 copie circa al
giorno), alcune copie del Secolo e altri periodici anarchici di Milano, Spezia, Ancona. In
parrocchia si leggono 10 copie dellAvvenire, n. 15 copie della giovane Montagna, alcune copie del Giornale del
Popolo, lUnione di Milano, la Civiltà cattolica.
Vi ha loratorio festivo per la Gioventù femminile presso le revv. Suore Figlie
della Croce, presenti in questa parrocchia fin dal 1856. In apposito locale, separati
dalle bambine, vi convengono anche i maschi, sotto la guida del Cappellano. Vi hanno
alcuni matrimoni prettamente civili. Nelle scuole pubbliche non sinsegna il
catechismo e ciò dietro proibizione dellamministrazione comunale. Le Suore, però,
che sono pure maestre comunali, continuano ad insegnare il catechismo, come per il
passato. Il corpo degli insegnanti comunali, però, tutte maestre e un maestro, è buono.
Nelle scuole non si fa proselitismo antireligioso, né in esse vengono distribuiti libri
contrari alla fede e al buon costume. Pochissimi di Sala emigrano, giacché hanno qui
mezzi di guadagno. Solo dopo lo sciopero del 1908 alcuni braccianti, specialmente
muratori, andarono in Svizzera. Il giorno festivo è profanato, specialmente nei mesi
estivi. La condotta dei notabili, in generale, è abbastanza buona. I dipendenti, facendo
parte nella grande maggioranza del partito socialista sindacalista, sono irrequieti e non
vogliono sapere di obbedienza. I disordini principali sono costituiti dai matrimoni civili
e dai funerali civili, fatti però da povera gente allevata in famiglie senza fede. Nei
primi mesi del suo servizio pastorale istituì la Pia Unione delle Madri Cristiane, che
vide un numero elevatissimo di iscritte. Raggruppò la gioventù femminile
nellassociazione delle Figlie di Maria. Fondò per i giovani il Circolo Giovanile
Cattolico. Per opera del Savani, nel 1902 fu istituita la Cassa Rurale e come conseguenza
immediata nel settembre 1903 fu costituita lUnione Agricola tra Piccoli proprietari, della quale il Savani fu animatore a
vantaggio della categoria interessata. Morì a 59 anni, consunto da cirrosi.
FONTI E BIBL.: G. Pelizzari, in Per la Val Baganza 2 1978, 60-62.
SAVAZZINI AMALIA
Parma-post
1793
Nel
1793 cantò in unopera del giovane Paër (I pretendenti burlati) nel teatrino di medesano.
FONTI
E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario., 1998.
SAVAZZINI ANTONIO
Parma
14 luglio 1766-Parma 3 giugno 1822
Scolaro di Pietro Ferrari, ricevette nel 1785 un premio per il pastello Edipo e la
Sfinge. Dal 27 aprile 1816 divenne professore di disegno allaccademia di Parma, dove operò anche come
restauratore. Di lui rimane un Ritratto di Maria Luigia nella sala delle lauree delluniversità di Parma e una Sacra Famiglia, già
nella chiesa di Santa Maria delle Grazie nella medesima città, poi trasferita nella
Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: Archivio Accademia di Belle Arti, Atti, vol. I, 1770-1793; E.
Scarabelli Zunti, documenti e Memorie di
Belle Arti parmigiane, vol. VIII (1751-1800); U.Thieme-F. Becker, vol.
XXIX, 1935; G.
Copertini, Pittori dellOttocento, in archivio
Storico per le Province Parmensi 1954, 150; dizionario
Bolaffi pittori, X, 1975, 179-180; Arte a Parma, 1979, 198.
SAVAZZINI CAROLINA
Parma
17 gennaio 1828-Parma 2 aprile 1843
Figlia di Ferdinando, fu una precoce pianista e a tredici anni iniziò lo studio
dellarpa.Dette numerosi concerti: a otto anni fu al Teatro di cremona (13 giugno 1837) e al Teatro ducale di Parma (2 e 14 ottobre), presente anche
la duchessa Maria Luigia dAustria.Lanno dopo dette accademie in diverse città
della Lombardia (tra cui il 12 dicembre al Teatro Re di Milano).Fu ancora al Teatro Ducale
di Parma: nellintermezzo di uno spettacolo di prosa (23 febbraio 1839), nel ridotto
in un concerto dellAccademia filarmonica
Ducale, nel quale si esibì a quattro mani con il fratello Federico (10 giugno 1842), e in
unaccademia a suo beneficio, nella quale cantò anche il baritono Cosselli (1°
marzo 1843).Morì un mese dopo questo concerto.
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Gazzetta di Parma 5 aprile 1843; Stocchi.
SAVAZZINI ETTORE
CastellArquato
15 ottobre 1859-Parma 22 marzo 1944
Ancora fanciullo, seguì la sua famiglia a Soragna, dove il padre Federico fu
chiamato a dirigere una scuola di musica e il concerto bandistico del luogo. Il Savazzini
frequentò le scuole elementari a Soragna e compì gli studi ginnasiali presso il
sacerdote Vincenzo toscani. Entrato nel
Seminario di Parma nel 1876, percorse con lode le classi liceali e i corsi teologici,
essendo rettore dellIstituto il canonico Andrea Ferrari. Mentre il Savazzini era
decano della disciplina, ebbe nella sua camerata Guido Maria Conforti, alunno delle scuole
ginnasiali. Ancora studente di teologia, il Savazzini fu scelto dal vescovo Villa perché
coadiuvasse il cancelliere della Curia nel disbrigo delle pratiche dufficio. Fu
ordinato sacerdote il 4 marzo 1882 da monsignor domenico
Villa, che lo volle suo Segretario dal 1883 al 1886. Monsignor Miotti lo confermò
nellimportante e delicato ufficio, nominandolo anche cappellano della Chiesa di
Santa Lucia in Parma. Portato per natura al raccoglimento, allo studio e alla pietà, il savazzini si portò poi nel Collegio dei Padri
Gesuiti di Porto Re, presso Fiume. Richiamato in Diocesi dal Miotti, fu nominato Prevosto
dellimportante Collegiata di Santa Margherita di Colorno (1886-1902). Essendo
fornito di una solida cultura e di eccellenti doti oratorie, fu invitato molto spesso per
predicazioni, specialmente nei grandi centri rivieraschi del Po. Durante il suo ministero
a Colorno, fu nominato da monsignor Francesco Magani professore nel Seminario Maggiore di
Parma. Inoltre il Savazzini istituì nella sua canonica un corso di lezioni elementari e
ginnasiali. Il 18 dicembre 1901 monsignor Magani nominò il savazzini parroco della chiesa del Santo sepolcro di Parma, dove rimase quarantadue anni e
dove fondò il Circolo San Raffaele. Il Magani lo nominò nel 1902 Canonico onorario della
Basilica Cattedrale di Parma. Fu professore nel Seminario di Parma di Sacra Scrittura, teologia fondamentale, Pastorale, Eloquenza e di
Arte Sacra. Il Conforti lo nominò Rettore del Seminario Maggiore per gli anni 1919-1920.
Dal 1927 al 1932 ricoprì la carica di Direttore Spirituale del Seminario. Insignito
dellonorificenza di Prelato Domestico di Sua Santità in occasione delle sue nozze
doro sacerdotali (1932) e di Cavaliere Ufficiale del Santo sepolcro, fu nominato da monsignor Colli vicario
vescovile per le religiose. Fu inoltre socio della Deputazione di Storia Patria per le
Province Parmensi. Morì a 84 anni di età, dopo avere servito ben cinque vescovi e avere
ricevuto da essi sempre grande stima e fiducia.
FONTI E BIBL.: I. DallAglio, Seminari di Parma, 1958, 182-184; R. Lecchini,
Suor Maria Eletta, 1984, 8; Il seminario di Parma, 1986, 100.
SAVAZZINI FEDERICO
Parma
3 giugno 1830-Parma 9 febbraio 1913
Venne iniziato alla musica dal padre ferdinando.
Come alunno esterno presso il Regio conservatorio
di Parma, riuscì egregio professore di tromba. Fu carissimo al Silva, che spesso
sostituì al Teatro Ducale e nelle esecuzioni di messe e sacre funzioni. In composizione
ebbe maestro il padre, che gli insegnò pure lorgano. Dal 1858 al 1876 fu organista,
direttore della banda della guardia nazionale e docente alla scuola di musica di castellarquato.verdiano
appassionato, da castellarquato si recava nelle feste solenni alle Roncole
per suonarvi lorgano.Dal 1864 fu anche direttore della società filarmonica
di soragna e dal 1876 allaprile 1893 organista della parrocchia. Scrisse molte marce
e ballabili, assai piacevoli, pur essendo contenuti in forma classica. Compose una Messa,
vari inni sacri e una sinfonia, Adele, da lui dedicata al re Vittorio Emanuele II di
Savoja, dal quale ebbe un rescritto sovrano di lode e di ringraziamento. La sinfonia fu
anche eseguita dalla banda del 2° Reggimento Granatieri nella piazza garibaldi di Parma. Per molti anni (dal 1891 al
1913) il Savazzini tenne il posto di organista della Cattedrale di Parma, avendo
sostituito il vecchio titolare Savi.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 179; B. Molossi, Dizionario
biografico, 1957, 138-139; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.
SAVAZZINI FERDINANDO
Parma
8 febbraio 1803-Parma 31 dicembre 1861
Nato
da Carlo e Luigia Pescatori. Fece gli studi a Parma. Poi, come maestro e organista, si
portò a Monticelli dOngina (1835), a busseto
(1855), a Borgo Taro (1831)e a fiorenzuola
dArda (1845). Di là fu richiamato a Parma (1858), come maestro al Collegio dei nobili, da Maria Luigia dAustria. Tenne
questo incarico fino alla morte. Fu valente organista e perciò fu invitato a suonare
nelle feste più solenni e con orchestre celebrate alla chiesa della Steccata e in
Cattedrale, tra laltro in occasione dellingresso di monsignor Loschi, eletto
vescovo di Parma (12 maggio 1831). nellestate
del 1830 e dal 15 luglio al 17 agosto 1831 fu maestro dei cori al Teatro ducale di Parma.
Scrisse per il Teatro il ballo giocoso Il medico avaro, rappresentato il 20 febbraio 1840.
Alcune sue composizioni furono date alle stampe, tra le quali una fantasia a grande
orchestra composta per la celebre ballerina Fanny Cerreto, eseguita al Regio Teatro di
Parma il 26 e il 30 gennaio 1844. Si ricorda ancora un suo Tantum Ergo per baritono di
grande effetto, più volte eseguito in cattedrale,
e una Messa da Requiem con orchestra, che fu eseguita alle sue esequie nella chiesa di San
sepolcro. Negli ultimi anni di vita attese a
comporre lopera il Podestà, rimasta incompiuta.
FONTI
E BIBL.: Archivio della Fabbriceria della cattedrale
di Parma, Mandati 1831; P. Bettoli, I nostri fasti musicali, Parma, 1875, 148; P.E.
Ferrari, Gli Spettacoli, Parma, 1884, 130 e 135; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 271.
SAVAZZINI GIOVANNI
Parma
1883-Parma 21 giugno 1948
Competente e appassionato dellagricoltura e dei suoi problemi, fu per vari
anni capo dellispettorato agrario
della provincia di Parma. Continuò assai degnamente lopera del grande pioniere e
maestro Antonio Bizzozero. Scrisse di agricoltura su vari giornali con la competenza che
gli derivava dalla vasta pratica della materia.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 139.
SAVI ALFONSO
Parma
29 dicembre 1773-Parma 8 maggio 1847
Compì studi letterari e filosofici allUniversità di Parma e fu quindi
allievo di violoncello e contrappunto di Gaspare Ghiretti. Fece parte dellorchestra
del Teatro Ducale di Parma e fu attivo come compositore. Il 1° luglio 1795 (era
violoncellista già da otto anni) fu nominato violoncellista soprannumerario della Reale
Orchestra, alternando lattività strumentale con la composizione (Archivio di Stato
di Parma, Spettacoli e Teatri, 1802-1806, B. 6).Il 31 ottobre 1816 gli fu concesso di
rivestire luniforme decretata da S.M. per i professori in proprietà della Reale
Orchestra.Vice direttore della musica vocale della risorta Accademia Filarmonica di Parma,
fino al 1831 suonò nelle cappelle della Steccata e della Cattedrale.Tra il 1826 e il 1829
fu insegnante di violoncello e di contrappunto al Collegio Lalatta e, con il decreto
istitutivo del Collegio Maria Luigia (10 dicembre 1831), fu nominato docente dello
strumento.Apprezzato anche come maestro di canto, poté vantare diversi buoni allievi.Nel
1832 concorse per il posto di insegnante della scuola
di canto istituita nellOspizio delle Mendicanti, ma gli venne preferito Antonio De
Cesari.Per la morte di Pietro Rachelle, dal Carnevale del 1837 prese nellorchestra
il posto di violoncello al cembalo, posto che un anno dopo lasciò a Carlo Curti. Il Savi
compose le seguenti opere teatrali: La tazza incantata (Parma, 1811), La trombetta ossia I
due mariti gelosi (A. Sarti; Parma, 1812), Luigia e Leandro o Lamante prigioniero
(L. Romanelli; Parma, 1814); e lastuzia
di un amante, balletto (Parma, 1825). Inoltre scrisse messe, salmi, vespri (da segnalare
la messa e il vespro a grande orchestra eseguiti in occasione dei funerali della duchessa
Maria Amalia, 1802) e altra musica sacra, sinfonie (tra cui, Sinfonia Pastorale, 1822),
quartetti, terzetti e duetti per archi e fiati.
FONTI E BIBL.: C. Gallico, Le capitali della musica, Parma, 1985, 133; Dizionario
Musicisti UTET, 1988, VI, 593; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.
SAVI DEMETRIO
Parma
23 ottobre 1814-
Figlio di Alfonso, studiò violoncello con il padre, per dedicarsi poi al
contrabbasso, con il quale suonò come aggiunto della Ducale Orchestra di Parma.Nel 1838
fu primo contrabbasso per i balli nella stagione di carnevale del Teatro Comunale di Reggio Emilia.trasferitosi a Piacenza, fu primo contrabbasso del
Teatro Comunitativo e, in occasione del riordino del Teatro e della scuola di musica degli anni 1839-1843, per
concorso venne nominato contrabbasso al cembalo e docente della scuola.Il 19 dicembre 1839 prestò giuramento per
essere annoverato tra i dipendenti in organico del Comune.
FONTI E BIBL.: Censi, 20; Fabbri e Verti; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.
SAVI GIOVANNI
Vigatto
1899/1917
Figlio di Carlo. Soldato del 16° Battaglione dassalto, fu decorato di medaglia di bronzo al
valor militare, con la seguente motivazione: Porta feriti, dava costante prova di sprezzo
del pericolo, preoccupato soltanto di portare in salvo i nostri caduti, colpito egli
stesso al viso da una scheggia di granata nemica, rimaneva al proprio posto, continuando
lopera pietosa (Gallio, 10 novembre 1917).
FONTI E BIBL.: A. Coruzzi, Caduti di Vigatto, 1924, 54.
SAVI GIUSEPPE
ante
1826-Parma agosto 1860
Fu organista nella Cattedrale di Parma fino dal 1 febbraio 1826 in sostituzione del
Giavarini. Il Savi fu anche organaro: pulì e accordò lorgano della Cattedrale
nella primavera del 1828. Per molti anni esercitò la sua professione in Cattedrale: solo
il 23 novembre 1858 venne eletto organista Giuseppe Frattini, come suo sostituto (ed
effettivo alla sua morte).
FONTI E BIBL.: Archivio della Fabbriceria della Cattedrale di Parma, Mandati dal
1826 al 1860; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 249.
SAVI LUIGI
Parma
15 aprile 1803-Firenze 3 gennaio 1842
Nacque da Alfonso. Compì in Parma gli studi, ed ebbe a maestro il padre,
violoncellista e compositore di musica sacra. Dal Carnevale del 1823 (dove nel programma
della stagione di Fiera è indicato del Duca di parma)
fu primo violoncello al cembalo al Teatro di Reggio Emilia, tenendo lincarico fino
al 1830, anche quando, nel Carnevale del 1825, utilizzando il libretto già usato dal
padre nel 1814, presentò al Teatro di Reggio Emilia Luigia e Leandro ossia Lamante
prigioniero. Debuttò al nuovo teatro Ducale di Parma con una cantata, Il tempio della
clemenza (parole di marcantonio molesini),
la sera del 9 agosto 1831 in occasione delle feste dedicate alla duchessa Maria Luigia
dAustria che ritornava da Piacenza alla capitale dopo i moti rivoluzionari di
quellanno. Nella stagione di carnevale
1833-1834 si presentò (22 gennaio 1834) ai suoi concittadini con unopera di genere
grandioso, Il Cid, su libretto del poeta melodrammatico romano Jacopo Ferretti. La
cantarono due interpreti famosi: la prima donna schöberlechner
e il tenore Moriani. Ebbe un successo clamoroso di pubblico: grandi applausi e pezzi
bissati (specialmente un coro, quello dei saraceni, scrive il Ferrari, fu trovato lavoro
grandioso, vario, di tinte originali, da non disdire a qualsiasi bella rinomanza). La
critica invece non gli fu favorevole: sulla Gazzetta di Parma Luigi Torrigiani non esitò
a esprimere acerbe critiche sia contro il librettista, sia anche, se pure in tono minore,
contro la musica. Poco dopo (1836) il Savi se ne andò a Firenze. Nella città medicea,
dove fu ben accolto e assai stimato, poté vedere rappresentata al Teatro alla Pergola il
31 gennaio 1838 (con esito ottimo) la sua Caterina di Cleves e nel 1839 il suo Salvini e
Andelson. Tali opere furono poi messe in scena a Roma al Teatro Argentina, il che gli
valse il 25 novembre 1839 la nomina di Accademico filarmonico Tiberino. Una sua quarta
opera, Lavaro o Un episodio del San Michele, su libretto di Felice Romani, composta
per il teatro Carlo Felice di Genova nellanno 1840, fu per diciotto sere sempre
applaudita. Ridatavi per ventidue sere nellautunno del 1842 (con successo), ritornò
sulle stesse scene per nove sere nel 1849. La Caterina di Clèves fu eseguita per dieci
sere anche al Teatro alla Scala di Milano nellautunno del 1841, dove ebbe a
esecutori la Fink-Lhor, Marietta Brambilla, Carlo Guasco e Felice Varesi. Il Savi morì a
soli 38 anni detà. Firenze non esitò a decretargli onoranze solenni e lo volle
sepolto nel tempio di Santa Croce, dove unartistica epigrafe, poco discosta dal
monumento a Rossini, lo ricorda con queste parole: Al parmense Luigi Savj di anni 38
nellArte Musicale compositore celebratissimo e dottissimo institutore da inopinata
morte rapito alle speranze della patria allamore dei suoi il 3 Gennaio 1842. I
genitori e i fratelli inconsolabili posero. Il Savi compose le seguenti opere teatrali: Il
Cid (libretto J. Ferretti; Parma, 1834), Caterina di Cleves (F. Romani; Firenze, 1838),
Adelson e Salvini (J. Ferretti; Firenze, 1839) e LAvaro ossia Un episodio del S.
Michele (F. Romani; Genova, 1840). Inoltre compose Il Tempio della clemenza, cantata
(Parma, 1834), quattro quartetti (opera 4 e 5), dodici duetti e un Capriccio per violino e
contrabbasso, pezzi per pianoforte e romanze.
FONTI E BIBL.: R.Regli, Dizionario biografico Artisti, 1860, 492; G.N. Vetro, in
Gazzetta di Parma 11 febbraio 1980, 3; M. Ferrarini, in Aurea Parma 1-3 1943, 47-48; N.
Pelicelli, Musicisti in Parma, in Note dArchivio, 1935 e 1936; dizionario Musicisti UTET, 1988, VI, 593;
G.N.Vetro, Dizionario, 1998.
SAVI LUIGI
Parma-post
1893
Forse figlio di Demetrio, fu docente di contrabbasso al Liceo musicale di Piacenza
fino al 1879.Da quanto scrive il Billé, fu uno degli strumentisti che maggiormente si
dedicò alla composizione e alla trascrizione di duetti assai utili per addestrare gli
allievi alla musica dassieme.Del Savi si conoscono: Studi progressivi per
contrabbasso (Biblioteca del Conservatorio di Piacenza, ms. in tre volumi), 12 duetti ed
un capriccio, per contrabbasso e violino (Milano, Ricordi), 3 duetti, per contrabbasso e
violino (Milano, Ricordi), Studi per contrabbasso (biblioteca
del Conservatorio di Parma, ms.), Duetti, per contrabbasso e violino (1893; biblioteca del Conservatorio di Parma, due volumi
manoscritti).
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario., 1998.
SAVI MICHELE
-Parma
3 aprile 1848
Fu nominato organista della chiesa della steccata
di Parma il 10 maggio 1823, ma solo dal 24 aprile 1829 sostituì effettivamente il suo
predecessore, Pietro Giavarini. Il Savi venne giubilato nel luglio 1843. Dopo qualche
tempo si ammalò e dal 14 febbraio 1848 ebbe un sussidio caritatevole.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata; Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 247.
SAVINI LUIGI
Cortile
San martino-post 1940
Tenore, allievo del Conservatorio di musica di Parma, nel 1919 debuttò negli
spettacoli dellestate Milanese e nel
marzo 1940 cantò al Teatro Puccini di Milano in Bohème (Rodolfo) e nella Butterfly
(Pinkerton).
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.
SAVINI MARINO
Cortile
San Martino 1946-Parma 1 luglio 1995
Visse fino ai venti anni a Milano e poi si trasferì nuovamente a Parma con i
genitori Igino e Maria. Si laureò in Medicina nellAteneo di Parma nel 1973. Nel
1977 conseguì la specializzazione in radiologia e nel 1980 quella in tisiologia e
malattie dellapparato respiratorio. Dopo aver ricoperto, fino al 1976,
lincarico di assistente radiologo, divenne aiuto di radiologia diagnostica e, dal
1990, responsabile della radiologia pneumologica dellOspedale Rasori di Parma. Dal
1986 al 1991 svolse le mansioni di primario. Per diversi anni inoltre il Savini insegnò
radiologia del torace, come professore a contratto, nelle scuole di specializzazione in
Radiologia e Pneumologia della Facoltà di Medicina dellUniversità di Parma. Con il
suo lavoro diede continuità alla scuola di radiologia del torace di Mario Miglio,
primario della radiologia del Rasori fino al 1986, ampliandola con lacquisizione di
nuove tecniche diagnostiche, come la Tac. Il suo studio si rivolse soprattutto alle
interstiziopatie polmonari, malattie di varia origine che interessano il tessuto del
polmone.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 luglio 1995, 6.
SAVIOLI ALESSANDRO
Parma
12 agosto 1544-post 1623
Fu attivo dal 1597 al 1600 in SantAlessandro a Bergamo come maestro di
cappella e tenne analogo incarico nel Duomo di Salò sicuramente negli anni 1615 e 1616,
probabilmente fino al 1621 (il 13 aprile venne nominato maestro Camillo Orlandi).Qui
riordinò la cappella musicale, portò i cantori stipendiati a otto e riordinò
larchivio musicale, facendo acquistare alla Municipalità parecchie musiche per
tutte le funzioni solenni. Fu autore delle seguenti composizioni: Madrigali a 5 voci libro
I (Venezia, 1595), Madrigali a 5 voci libro II (Venezia, 1597), Salmi intieri a 5 voci
(Venezia, 1597) e Madrigali a 5 voci libro III (Venezia, 1600). Inoltre cinque canzonette
(quattro a 3 voci e una a 4) e 2 madrigali a 5 voci in raccolte dellepoca.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musicisti in Parma nei sec. XV-XVI, in Note
dArchivio, 1932; C. Sartori, Giulio Cesare Monteverde a Salò: nuovi documenti
inediti, in Nuova Rivista Musicale Italiana, 1967; Dizionario Musicisti UTET, 1988, VI,
595; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.
SAVJ, vedi SAVI
SAVOJA MARIA TERESA FERDINANDA
Roma 19
settembre 1803- San Martino in Vignale luglio 1879
Figlia di Vittorio Emanuele e di Maria Teresa dAustria. Buona parte delle
notizie che la riguardano sono tolte da una autobiografia che la Savoja scrisse dietro
suggerimento di un suo confessore. Il giorno dopo la nascita fu battezzata dal pontefice
Pio VII. Passò linfanzia in Sardegna, dove i Savoja si erano rifugiati. Partecipò
alle feste di Corte con lentusiasmo e la gioia della fanciullezza, che però
controbilanciava con penitenze: una tendenza a una scrupolosa religiosità che si alterò
nelletà matura trasformandosi in vera e propria mania. Dopo il Congresso di Vienna,
Vittorio Emanuele di Savoja, rientrato in possesso dei suoi Stati, tornò a Torino. Negli
anni delladolescenza trascorsi nella capitale sabauda la Savoja provò (per sua
stessa ammissione) una affettuosa simpatia per il cugino Carlo Alberto di Savoja. Andò
sposa a diciassette anni a Carlo Ludovico di Borbone. Fu il padre a condurla a Viareggio
dallo sposo. Il marito, definito dai suoi biografi una macchietta divertente e originale,
stravagante ed estroso, grande amatore del bel sesso, non poneva limiti di alcuna
convenienza al suo libertinaggio, non ebbe alcun rispetto né affetto per la Savoja, che
visse la maggior parte della sua vita nello sgomento e nella solitudine della splendida
villa di Marlìa. Malgrado lestrema villania e i gravi difetti del marito, la Savoja
gli fu fedelissima. Accorata per la sua freddezza, si chiuse in se stessa, trovando
conforto solo nella sua religiosità. Un vero angiolo venne definita per la squisita
signorilità e fresca leggiadria con cui si comportò nel 1829 alla corte di Dresda, dove era andata col marito. Chi
la vide presso altre corti confermò questo giudizio. Col passare degli anni, i rapporti,
apparentemente corretti, dei due coniugi subirono delle incrinature e si ebbero scoppi di
malumore e sfuriate. A poco a poco la Savoja si estraniò alla vita coniugale e da quella
di Corte, offesa dalla condotta del marito, i cui numerosi tradimenti sopportò con la
massima dignità, e si dedicò sempre maggiormente alle pratiche religiose.
Lisolamento quasi continuo nel quale la Savoja visse, dapprima a Marlìa, poi alle
Pianore, ne alterò gradualmente lindole e il carattere, di modo che la sua innata
pietà accennò a diventare mania religiosa. Come sovrana di Parma non lasciò alcun
ricordo: fu effettivamente duchessa solo per
quattro mesi, dalla morte di Maria Luigia dAustria al 18 aprile 1848, giorno in cui
Carlo Ludovico di Borbone nominò una reggenza rinunciando ai suoi diritti di sovrano, poi
abbandonò il ducato per trasferirsi a
Weistropp, in sassonia, da dove passò a
Parigi, vivendovi come uno scapolo molto discolo. La Savoja, daccordo con il marito,
dopo la tragica morte del figlio Carlo, si ritirò in una sua villa presso viareggio, nel parco della quale fece erigere una
cappella e un monumento per il figlio. Visse senza dame né cavalieri: solo il cappellano
confessore abitò con lei e le uniche visite che riceveva erano quelle del suo
amministratore. Negli ultimi anni visse nella sua prediletta villa di San Martino in
Vignale, sulle colline lucchesi, preda troppo prematura dellarteriosclerosi
cerebrale che ne attutiva con progressione anche troppo rapida la facoltà
dellintelletto. La Savoja fu priora emerita della Compagnia del santangelo
custode di Parma. Quando si chiuse la sua infelice esistenza, fu rivestita delle candide
lane del terzo ordine di San Domenico.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia S. Angelo Custode, 1853, 49; C. Artocchini,
Padrone di Parma e Piacenza, 1975, 81-84.
SBRAVATI GIUSEPPE
Parma 1743-Parma
29 ottobre 1818
Nato da Pietro Paolo, plastico anchegli, e da Angela Folli. Sposò Angiola,
più giovane di circa dieci anni. Forte del primissimo insegnamento paterno, lo Sbravati
si trovò nel 1760 (come dichiarò un quarto di secolo più tardi) nellorbita ducale
della Corte di Parma, probabilmente per merito del ministro Du Tillot, del quale infatti
ebbe la protezione cheragli di grandissimo vantaggio (Bertoluzzi). Servì per almeno
cinque anni nella nuova Fabbrica della Maiolica impiantata dal Piacentini. Nel giugno 1766
questi annotò che in passato addirittura sonosi spedite in Ispagna varie Casse di Figure
formate in questa stessa Fabbrica. In mancanza di altre informazioni, si può supporre
trattarsi di una collaborazione con la famosa Manifattura del Buen Retiro, ex Capodimonte,
che cominciò a produrre proprio nel 1760. Sembra probabile che la manifattura di Parma (e
quindi lo Sbravati), più che partecipare alle decorazioni con scene cinesi e classiche
nei gabinetti dei palazzi reali di Aranjuez e Madrid, realizzasse lotti di quei sontuosi
servizi da tavola o di quelle numerosissime figure, gruppi e rilievi con soggetti
mitologici, religiosi e di genere (pur sempre legati ai modelli partenopei) ben noti agli
studiosi e al pubblico. Lo Sbravati alla metà del 1765 era presente nella classe di
Jean-Baptiste Boudard in Accademia di Belle Arti a Parma, avendo forse già lasciato la
Fabbrica. Ciò potrebbe sorprendere un poco, vista una certa concorrenza che sembrò
esserci tra suo padre e il francese al momento di collocare sei statue in terracotta nella
facciata della chiesa di San Vitale. Linedito cronista Sgavetti, infatti, sottolinea
il 22 settembre 1761 che Pietro Paolo Sbravati queste ce le a fate per sempre più farsi
conoscere dal Figurista di Corte Monsieur Dubudar. In Accademia lo Sbravati vinse il 24
giugno 1765 il primo premio per il bassorilievo con Galatea ammirata dal pastorello Aci,
avendo osservato un disegno leggerissimo e di giusta proporzione nelle figure, con buon
gusto negli accessori. Da una sua lettera allabate Frugoni si apprende che si
ripresentò il 2 ottobre 1766 con un rilievo allegorico rappresentante il progresso della
Pittura. Nel frattempo aiutava a giornata il Boudard nei suoi lavori. Questi morì il 17
ottobre 1768, cioè poco dopo che, tra aprile e agosto, Cousinet e lo Sbravati (pagato a
metà dal maestro e dalla Corte) realizzassero in piccolo i modelli dei quattro obelischi
istoriati previsti dal Petitot ai fianchi degli ingressi dellutopico e mai costruito
Palazzo Ducale. Esiste al riguardo, oltre a due contratti col Boudard, un foglietto
volante (relativo a conti posteriori dello Sbravati) con indicato il Palazzo del Giardino
come sede del nuovo atelier e la notizia che lo Sbravati dopo lanno 1768 non ha più
conseguita alcuna giornata, venendogli pagati di mano in mano i lavori che ha fatti. Anche
senza lappoggio boudardiano, nel 1770 si aggiudicò in Accademia il premio per il
Nudo in modello e di lì a poco maturò limportante commissione decorativa per
loratorio ducale di Copermio, presso Colorno. Lo Sbravati venne iscritto nei ruoli
annuali sopra la Cassa segreta del Duca e quindi non appare quasi mai in modo diretto nei
minutissimi pagamenti riguardanti limpresa. Fu presente a Copermio al tempo della
partenza da Parma del Du Tillot (che fu avverso allerezione delledificio), dal
novembre 1771 (quando negli elenchi dei giornalieri gli risulta assegnato per la prima
volta un muratore come aiutante) al 17 settembre 1772, vale a dire anche dopo
linaugurazione delloratorio costruito affrettatamente. Oltre ai pasti
consumati presso loste del luogo, i documenti restituiscono i materiali usati dallo
Sbravati: dalle padelle di scagliola cotte nel forno del panettiere alle sagome per
cornici e ornati e agli utensili in acciaio (eseguiti espressamente dal fabbro ducale) per
modellare i rilievi della cupoletta, nel tamburo e nel cornicione sottostanti. Va notato
che la fornitura di tela greggia servì per realizzare le parti troppo aggettanti ovvero
gli angioletti che mascherano le quattro lunette nella cupoletta e quelli che stanno
seduti sul tamburo, che infatti risultano vuoti. Gli stucchi infine vennero patinati e
lucidati con olio doliva e cera bianca e gialla. Le varie figure componenti i gruppi
degli Evangelisti nei pennacchi sono in terracotta e quindi attuate con comodo dallo
Sbravati e poi applicate. Agli accurati altorilievi sono pertanto da collegare i pagamenti
di fine giugno, luglio e agosto 1772 per i fornaciai Bussani di Parma, Sanini e Gandolfi,
e Gerbella di Colorno, per cottura di Statue di Terra ad uso dellO.rio di S.A.R. in
Copermio ossia per ordine del Sig. Sbravati. Alla fine di agosto venne retribuito pure
Nicola Piacentini (il direttore della Fabbrica della Maiolica) per la Terra manipolata, e
somministrata per lo Stuccatore. Accanto allo Sbravati vi fu come aiuto il padre Pietro
per almeno diciassette giornate lavorative, ma non è facile discernere il frutto di
questa partecipazione. Nella facciata delloratorio sono in terracotta, oltre alla
testa femminile che sormonta la tabella dedicatoria e ai festoni fiorati che contornano le
due nicchie, anche i busti dei Santi Ferdinando e Amalia, così come lo fu la statua della
Vergine del Buon Cuore per la nicchia dietro laltare maggiore, ove fu adattata
provvisoriamente a causa della sproporzione che derivò da misure mal prese. Un diarista
contemporaneo ascrisse lo stile petitotiano che connota la partitura decorativa eseguita
dallo Sbravati allarchitetto progettista Pietro Cugini, definendolo ingegnoso assai
ma mal condotto, e non conveniente alla santità del luogo, avendovi intrecciati profani
simboli che servivano dornamento agli antichi templi delle favolose Deità.
Evidentemente si riferisce al fregio nel cornicione, dove si alternano curiosamente teste
di ariete classiche e sorridenti faccioni maschili entro ghirlande. Sempre secondo il
diarista, altre mancanze si trovano ne quattro Pennachi della Cupola. Il linguaggio
dello Sbravati non procede dai secenteschi Reti ma dallespressivo barocchetto di giuliano Mozzani, con la mediazione del padre
Pietro. Su Boudard è attualizzata la modellazione fremente dei panneggi, mentre
lincipiente neoclassicismo di fisionomie e pose dipende senzaltro da Gaetano
Callani. La promozione ducale improntò anche la carriera dello Sbravati insegnante. Il 21
giugno 1772, proprio mentre stava ultimando la prestigiosa impresa di Copermio, venne
eletto in Accademia professore aggiunto, poiché non risparmia fatica per acquistarsi un
nome distinto nella Plastica. Un esposto del 1785 informa inoltre che, terminato il suo
operato nella R. Chiesa di Copermio (quindi verso metà settembre 1772), fu mandato a
Parma dal ministro de Llano (decaduto dalla carica il 25 ottobre) per allestire una scuola
di scultura nel Palazzo del Giardino, attendibilmente nei medesimi locali che lo videro
attivo durante gli ultimi mesi di vita del Boudard. Nel 1807 lo Sbravati venne censito
come abitante ancora nel Palazzo. Il conte Castone della Torre rezzonico, segretario dellAccademia, ebbe
lincarico il 20 febbraio 1773 di far stimare dai professori alcuni lavori dello
Sbravati eseguiti per servizio ducale, dei quali non restano altre notizie. Dai
manoscritti dello Scarabelli Zunti, le cui fonti documentarie restano ignote, si ricava
invece che circa nello stesso anno lo Sbravati pensò di realizzare di propria iniziativa
i ritratti a mezzo busto della coppia ducale ferdinando
e Amalia di Borbone, facendosene inviare da Carrara i marmi abbozzati da Giovanni Cybei,
senza però retribuirlo. Questi pazientò due anni, ossia sino al 1774-1775, quando,
accortosi che le sculture ultimate erano già state accolte e pagate dalla Corte, risolse
di denunciare lo Sbravati, ottenendone lincarcerazione in Cittadella. Le opere in
questione vanno identificate senzaltro con quelle citate in una lista di lavori
parte Ordinati e parte acetati a fine di asistermi compilata dallo Sbravati verso il
maggio del 1780: Due ritrati che sono in Academia Presi dal fu Marchese Canosa ed auto a
Conto L. 2.400 che sara cinque ani e giudicati molto. In origine i rilievi si trovavano
nel refettorio del convento dei domenicani annesso alla chiesa di San Liborio a Colorno.
Presso lIstituto Toschi è identificabile il solo ritratto in bassorilievo tondo
(recante ancora la cornice originale) della Duchessa vista di profilo, ascritto ad anonimo
accademico del 1774 circa. Da una lettera del 4 maggio 1775 del Rezzonico (la cui
preoccupazione era salvaguardare i privilegi goduti comunque dai membri
dellAccademia), si apprende che in carcere lo Sbravati aveva contratto nuovi debiti.
Il mediatore chiese una dilazione di due mesi per il saldo, dato che lo Sbravati,
traslocato in Pilotta nelle stanze delli Galeotti dove per ordine di Madama deve
travagliare, stava realizzando un busto a tutto tondo del duca Ferdinando di Borbone che
si conservava provvisoriamente nel gabinetto della duchessa.
Secondo lo Scarabelli Zunti, fece parte della commissione caritatevole anche il busto
della medesima Amalia: per il primo è certo comunque che il Duca si limitò a far
somministrare il materiale. Era previsto che lopera venisse terminata appunto nel
mese di luglio, ma sembra sicuro trattarsi del marmo che fu giudicato in Accademia
(assieme a una terracotta) tra il 24 e il 30 maggio 1776, allo scopo di ammettere lo
Sbravati al corpo dei consiglieri con voto. Dovrebbe essere quindi il busto, firmato e
datato 1776, conservato nella Galleria Nazionale di Parma, ove reca erroneamente
lattribuzione collaborativa col detto Cybei: ne connotano lo stile il moto naturale
della testa, la politezza delle superfici e il marcato tondeggiare dei volumi. Nel secondo
Ottocento il marmo si trovava presso la seconda galleria della Biblioteca Palatina. A
Colorno nel 1777 stava per essere terminata la prima versione della chiesa ducale dedicata
a san Liborio, ove lo Sbravati intagliò dallanno prima elementi del coro (compreso
un bassorilievo sopra la porta di mezzo) e del portone dingresso. LUfficio
delle Fabbriche gli ordinò, come si evince dallincipit di una memoria autografa
stesa alcuni anni dopo, un gruppo di statue lignee da realizzare nel mese di giugno,
oppure alla metà di luglio. Avvenne però che a conto già saldato, col relativo ribasso,
le opere furono riordinate con dimensioni maggiori, sostituendosi a due angeli panneggiati
le figure dei Santi Domenico e Caterina da Siena complete dei loro attributi iconografici.
Il gruppo finale venne composto, oltre che da queste, dalle statue più semplificate della
Fede, Speranza, Carità e Giustizia e da otto Puttini per lancona principale, da
quattro Cherubini (di due diverse dimensioni) per la mensa e da due Puttini per il
tabernacolo dellaltare maggiore (sopravvivono nella sagrestia i Santi Domenico e
Caterina da Siena, ridotti a busti sicuramente dal medesimo Sbravati nel 1792, mentre la
Fede e la Carità sono nellabside della chiesa parrocchiale). Laccentuata
stilizzazione neoclassica delle due figure dorate richiama allistante lo
straordinario portacero pasquale, sempre in legno dorato, in San Giuseppe in Parma,
strutturato coi simboli degli Evangelisti. Loriginale ideazione spetta con certezza
a Gaetano Callani, ma potrebbe non essere remota la probabilità che lo Sbravati ne sia
stato lesecutore materiale. Dal canto suo, il Duca in persona commissionò allo
Sbravati per San Liborio, presumibilmente verso la seconda metà del 1777, un busto
portatile della Madonna del Rosario con Gesù Bambino, in sostituzione del gruppo a figure
intere previsto in un primo tempo, i busti grandi più del vero delle Sante Caterina
Romana e Margherita sopra le porte ai lati dellaltare maggiore e la Cena in Emmaus,
con architettura, nella portella del tabernacolo. La Santa Margherita nella prima metà
del novecento era presso la collezione di
Glauco lombardi a Colorno, come attesta una
foto darchivio. Appare di pretto gusto boudardiano la modellazione fremente della
corona di fiori, dei capelli e dei panni. Probabilmente vennero dopo il 1777 unaltra
Madonna, che il Duca regalò, e il Davide che suona larpa per il letturino del coro
(la statuetta, in legno naturale, è stata ascritta anche a Giovanni Prati), nonché altri
due Puttini non richiesti per il tabernacolo. Nella lista di lavori parte Ordinati e parte
acetati dal Duca per San Liborio appaiono pure i tre bassorilievi ovali con Santi
domenicani che decorano il pulpito della navata, forse iniziati il 17 agosto 1779, e un
Cristo spirante quasi al Naturale per il refettorio dellannesso convento domenicano,
terminato prima del settembre 1780. Lopera va identificata con quella realistica, in
legno dipinto (in San Liborio), ritenuta proveniente da San Pietro Martire a Parma e
ascritta al Guiard, pur se in modo dubitativo. I pagamenti dilazionati per tale complesso
servizio ducale, in parte compiuti da Antonio Furlani, architetto della fabbrica
liboriana, vennero curati in Accademia (i cui professori fornirono le perizie) dal
segretario Castone Rezzonico e dal direttore Ascanio Scutellari tra il maggio e
lottobre del 1780. Le pressioni del sempre più indebitato Sbravati furono mitigate
dalla clausola che gli imponeva la contemporanea soddisfazione dei suoi vari creditori,
mentre il computista Garnier, il 20 e il 21 ottobre, contestò specialmente il tabernacolo
coi due angeli non richiesti. Tra il 12 e il 15 ottobre 1780 e il 19 febbraio 1781 rimase
nel palazzo di Colorno a disposizione del duca Ferdinando di Borbone per ritrarlo sia in
medaglione (forse quello che appare nel ritrattino dello Sbravati eseguito dal Collina
verso il 1783/1786), sia in busto, entrambi di terracotta: opere che il Duca conservò nel
proprio appartamento. Infatti, in un inventario del 1802, il busto venne citato come
esistente, sopra apposito piedistallo, nella sala da pranzo. Di una Medaglia di cera non
restano invece ulteriori notizie. Tornato a Parma, tra il 20 febbraio e il 15 novembre del
1781, lo sbravati trasse da questi originali
dei controstampi per ricavarne quattro coppie di multipli in scagliola.
Alloperazione sono collegabili quattro richieste di pagamenti datate nel mese di
maggio. La prima coppia restò naturalmente nellappartamento del Duca a Colorno, la
seconda in quello della Duchessa, probabilmente nel palazzo di Parma, la terza venne
ritirata dal ministro Prospero Manara e lultima dal direttore dellazienda
Girolamo Obach, il quale donò il busto al Collegio ducale di Parma. Non si conosce la
destinazione di altri due busti, sempre in scagliola, mentre un terzo in terracotta andò
al Pretorio di Colorno. Forse questultimo è identificabile con quello, patinato a
bronzo, conservato presso la Pinacoteca Stuard e indicato come di scuola del Boudard.
Terminati i multipli, tra il 15 novembre 1781 e il 14 dicembre 1782 lo Sbravati si occupò
della decorazione nella facciata di Santo Stefano a Colorno. Come nel caso dei pennacchi
delloratorio di Copermio, optò per la non usuale tecnica della terracotta
applicata, attuando con comodo nel suo atelier di Parma le due figure della Fama, in
seguito mutilate, reggenti lo stemma ducale per il timpano curvo, e un medaglione con
testa femminile e ghirlande per la cimasa della finestra sottostante. Anche in queste
figure volanti la modellazione marezzata sembra più fedele al tardo barocchetto di
Boudard che al precoce neoclassicismo del Callani. contemporaneamente,
nella primavera del 1782, lo Sbravati realizzò attrezzi in tela stuccata e particolari
dei costumi per lopera Alessandro e Timoteo, allestita dallo scenografo Pietro
Gonzaga nel Teatro Ducale. Si trattava delle serpi recate dalle Furie, di fiaccole, di
dodici vasi e altrettante coppe e della celata per lelmo di alessandro, nonché degli ornati, zampe di tigri e
teste per i costumi. I pagamenti per questo lavoro furono contrastati, protraendosi almeno
dal dicembre 1782 alla fine di marzo del 1783, previo linteressamento dei periti
Luigi feneulle, architetto, e Benigno Bossi,
stuccatore. Appena terminate le terrecotte per la facciata di Santo Stefano a Colorno,
cioè alla fine del 1782, lo Sbravati intraprese il suo lavoro ducale più prestigioso,
ovvero la colossale Statua rappresentante il Sig.r Infante nostro R.I. Sovrano vestito da
Eroe alla foggia di quella di Ludovico il Grande. Lopera venne spesso citata tra il
1783 e il 1785 nelle richieste di acconti dirette al ministro Manara (10 e 27 settembre e
22 ottobre 1784, nonché quelle del 4 e 18 febbraio 1785). Nelle carte si nota la costante
recriminazione dello Sbravati nei confronti della Corte per non avergli concesso una
pensione fissa, paragonando continuamente la sua paga saltuaria a quelle regolarmente
percepite dai colleghi Guiard e Bossi e dallarchitetto Petitot. Il Duca andò a
visitare lo studio dello Sbravati il 18 febbraio 1785, restando assai contento della
somiglianza, come pure ammirò altri lavori suoi e dei suoi allievi. La grande statua in
terra cruda venne collaudata il 6 luglio, oltre che da Feneulle e Bossi, dal pittore
Pietro Melchiorre Ferrari e poi esposta al pubblico. Lo Sbravati nei quattro mesi
successivi, ossia fino al novembre 1785, trasse da solo da questo modello, che era di una
mole non indiferente, un controstampo composto di quarantatré pezzi ben ripuliti e
assemblati, dal quale uscì un secondo modello in scagliola, evidentemente in previsione
di un marmo finale. Annunciando direttamente al Duca la riuscita di tale modello, lo
Sbravati rilevò con orgoglio (esternando nel contempo, pur se in modo sgrammaticato, la
sua fede nello stile neoclassico) che certamente o procurato dimpiegare tutti li
miei talenti e le magiori mie premure, al fine di darci il caratere di statua Colosale a
la fogia dei primi maestri Greci per cui ne studio le tracie considerando una semplice
testa Grecha o del famoso Michelangelo unico imitatore conoscho se campai li Ani di
Nestore non sarei mai Scultore e studio sempre e studiero per fare qualche cosa di
pasabile perche larte e lunga e la vita breve. Del capo dopera così scrisse
lo Scarabelli Zunti nel secondo Ottocento: Nella prima Sala dellArchivio segreto del
Comune si vede la statua maggior del vero del Duca D. Ferdinando I vestito di clamide
guerriera e manto ducale con appiedi lelmo e la spada nella guaina, fatta qui
collocare dal Co. Antonio Ceretoli il 21 ottobre del 1802, come sta scritto sulla base del
monumento onorario (trasloco avvenuto quindi quattordici giorni dopo la morte improvvisa
del Sovrano). Lo Sbravati fu attivo contemporaneamente per la Zecca di Parma: presentò il
conto il 17 settembre 1784, ma cinque mesi dopo (22 febbraio 1785) stava ancora attendendo
il denaro per un ritrattino originale del Duca, che nel frattempo era stato rubato. Una
supplica non datata, che lamenta i mancati pagamenti per la versione in creta della grande
statua, rivela poi che lo Sbravati di buon grado sofrì avendo tra le mani il Busto di
Marmo di V.A.R. per li Padri Domenicani di Colorno e che stava eseguendo un Cristo
policromo, forse in terracotta, per gli agostiniani, probabilmente quelli di Parma, la cui
chiesa venne rinnovata nel 1786. Infine, prima del novembre 1785, offrì in dono alla
Corte, sempre per agevolare lottenimento di acconti, un Ecce Homo grande al
naturale, forse identificabile col mezzo busto su base, colorato e caratterizzato da un
ruvido realismo, già nella collezione Glauco Lombardi a Colorno (proveniente, secondo una
nota autografa, dal Monte di Pietà di Parma) e poi nei depositi dellomonimo museo.
Dopo il duplice modello per la grande statua del Duca mai realizzata, i rapporti dello
Sbravati con la Corte si ridussero a ulteriori prestazioni per la Zecca. Nel 1786 fornì
una piciola medaglia del Ritratto di V.A.R., il cui prezzo venne contestato, trattandosi
di un Ritratto già vecchio, ed imperfetto, cioè spezzato. Come annotò Glauco lombardi, esisteva però una supplica del 30 marzo
1787, con allegata lista di scolari, relativa al saldo di servizi e lavori non meglio
identificati. Le otto statue degli Dèi poggianti sulla balaustra nella facciata del
Palazzo del Governatore a Piacenza dovrebbero aggirarsi tra il 1784, data che appare su
una lapide dedicata al Duca (probabile donatore delle opere) con incorniciatura tipica
dello Sbravati, e il 1787, anno (non sicuro) del completamento delledificio. Tra le
figure un poco malriuscite (forse lo Sbravati ne diede solo i disegni) e ancora di gusto
barocchetto, si nota la copia quasi esatta della Flora Farnese nellIstituto Toschi
di Parma, che il suo maestro Boudard aveva tratto dallesemplare ellenistico. Nella
rinnovata chiesa di San Liborio a Colorno lo Sbravati realizzò delle altre teste di leone
nellaggiunta ai precedenti stalli del coro, fornendo, entro giugno 1792, i modellini
in cera per la fusione dei due piccoli Angeli adoranti lAgnus Dei nella cimasa e
della Fede e Speranza (nello stile del Boudard) ai lati dello sportello nel tabernacolo
dellaltare maggiore. Prima di settembre eseguì in legno dorato i due angeli che
reggono la mitria e i due adolescenti seduti nella cimasa dellancona principale, il
cui neoclassicismo appare meno sentito di quello che appiomba la Fede e la Carità, già
decoranti lancona del 1777. Il 5 giugno 1795 lo Sbravati chiese acconti al ministro
Ventura per un lavoro che avrebbe concluso a fine mese, assieme a due allievi: È lungo
tratandosi di Molti Modeli e Molte Forme di già fate come pure tute le Cere. Da una
lettera del 18 novembre si apprende che per questo lavoro lo Sbravati non era ancora stato
saldato. Le fusioni in bronzo implicarono larchitetto Feneulle e gli argentieri
Froni, Bonani e Vighi. Intanto lo Sbravati minacciò di cessare la fornitura dei modelli
successivi. Con lavvento di napoleone
Bonaparte le ordinazioni ducali dovettero ben presto esaurirsi, ma si sa che lo Sbravati
godette di una sovvenzione annuale di milleduecento lire tra la riapertura
dellAccademia, nel maggio 1797, e la morte del duca ferdinando di Borbone, nel 1802. Tra i lavori
andati perduti va ricordata la decorazione della facciata e dellinterno di
SantAmbrogio (verso il 1778), il Ritratto del conte Antonio Bertioli e il Busto del
medico Giuseppe Ambri (questultimo lavoro venne riprodotto dai Bacchini in una
litografia Vigotti). Pure se non esiste prova documentaria che venisse tradotto in marmo,
presso la Galleria Nazionale di Parma sidentifica con quello del Bertioli un busto
di uomo maturo abbigliato molto semplicemente, la cui ascrizione allo Sbravati sembrerebbe
comunque corretta grazie alla volumetria tondeggiante e alla politezza del modellato. Tra
i lavori perduti primeggia lapparato plastico della macchina funebre eretta per
commissione civica in onore del Duca dallarchitetto Donnino Ferrari il 15 dicembre
1802 nella chiesa della Steccata. A testimonianza dellimportante impresa effimera,
realizzata dallo Sbravati in poco più di due mesi, rimane unincisione di Paolo
Bernardi allegata alledizione bodoniana dellOrazione del Giordani (1803). Un
ultimo, notevole progetto rimase irrisolto, proprio come la statua del Duca vestito
allantica. Lo Sbravati presentò il 1° dicembre 1811 allesposizione di
oggetti darte in Accademia une statue en terre cuite, qui represente, mais
tout-a-fait en petit, le Grand Napoleon en habit Impérial. La mossa promozionale sortì
il suo effetto il 3 aprile 1812, quando il sindaco Leggiadri Gallani comunicò al
direttore Pietro De Lama di avergli commissionato un Buste colossal de Napoléon le Grand,
en marbre statuaire de Carrara, da porsi appunto nellistituto entro apposita
nicchia. Dal preventivo, vergato sette giorni dopo, si evince che avrebbe dovuto essere
preceduto da un modello in argilla e da un calco in gesso, per ricavarne due copie,
nonché dalla decorazione a stucco della nicchia, col manto imperiale, rami di palme,
allori e targhe, una delle quali rappresentante Parma. Lo Sbravati, anche se sprovvisto
del formale contratto, approntò il modello molti mesi prima dell8 dicembre, giorno
in cui supplicò di avere la prima delle rate convenute, ma neppure dopo il 17, e
nonostante lapprezzamento mostrato dal publico, il sindaco andò ad approvarlo.
Negli atti dellAccademia relativi al 1806 (in Archivio di Stato di parma) dello Sbravati è scritto a titolo
esemplificativo: On voit de lui une foule douvrages en bois et en terre cuite.
Tralasciando alcune opere minori (perlopiù mezzi busti di Ecce Homo) che gli vengono
attribuite, si può ricordare il notevole gruppo, forse databile verso il 1782, sopra
laltare maggiore in San Giuseppe con Dio Padre in una gloria dangeli, eseguito
in altorilievo in tela stuccata e dipinta, e la Sacra Famiglia, composta da distinte
statue a tutto tondo in terracotta colorata, una tecnica mista già adottata nella
decorazione di Copermio. Consuete le fisionomie tondeggianti ed espressivamente ironiche e
i panneggi marezzati di gusto boudardiano-callaniano. Le prime si ritrovano nel grazioso
altorilievo con la Divina Pastora, sempre in terracotta dipinta, in San Pietro
dAlcantara, cui giunse nel 1800 da una cappelletta. In Santa Maria delle Grazie il
policromo Cristo morto con un putto piangente, forse la miliore opera in terra cotta dello
Sbravati (Malaspina), pare sia pervenuto nel 1790 da una nicchia esterna. La tipologia
drammatica e il modellato naturalista rammentano strettamente il Cristo spirante del 1779
in San Liborio a Colorno. Anche per questo vi è il sospetto che si tratti del ben
documentato Cristo deposto dalla Croce di Grandeza Naturale e di intero rilievo, eseguito
dallo Sbravati in terracotta policroma, tramite diciotto sedute dal vero, tra
lottobre-novembre del 1775 e il 10 aprile del 1776 per il vano sotto laltare
nella cappella dellAddolorata che le ducali Guardie del Corpo possedevano nella
chiesa della Trinità dei Rossi. La realizzazione della commissione fu tormentata, proprio
come per quelle ricevute dal Sovrano. Dopo i primi dissapori, lo Sbravanti, volendo essere
ammesso tra i consiglieri con voto, ne approfittò per mostrare il Cristo morto in
Accademia tra il 24 e il 30 maggio 1776, insieme al busto in marmo del duca Ferdinando
(Galleria Nazionale), meritando publici sufragi. Lopera però rimase
nellatelier per ben undici anni, finché il 4 aprile 1787 lincaricato Guido
Meli Lupi chiese allautorità ducale di poterla rifiutare definitivamente. Il
Ritratto di Mederico Moreau de Saint-Mery, in terracotta, della collezione Gambara
(esposto alla mostra dellaccademia
nel 1952), va identificato senza dubbio col busto del presidente dellistituto, che
stava per essere acquistato nel 1806, come attestano gli atti in Archivio di Stato di
Parma. La datazione al 1789-1790 per la più importante impresa pubblica dello Sbravati,
le cinque statue e gli altorilievi in pietra nella grande facciata di SantAgostino a
Piacenza, è ricavabile da memorie manoscritte locali. La supervisione architettonica
toccò allaccademia, la quale
probabilmente ebbe modo di raccomandare lo Sbravati, figura ormai emblematica della
scultura nel Ducato, forsanche per le statue nel Palazzo del Governatore
affacciantesi sulla centralissima Piazza Cavalli. Vista la molte dei lavori, sembra
plausibile che lo Sbravati si sia valso di allievi e collaboratori. Si nota comunque il
passaggio dalle nostalgie barocchette dei Santi Ubaldo e Leandro, ai lati degli ingressi,
alle forti stilizzazioni neoclassiche delle soprastanti figure angeliche. Lo stipendio di
tremila lire percepito dallo Sbravati in Accademia in qualità di professore emerito venne
confermato come carico del Comune da Maria Luigia dAustria il 16 aprile 1816.
Attendibilmente lemolumento fu tramutato poco dopo in pensione annuale di settecento
franchi, anche perché il biografo Bertoluzzi rammentò, ancora vivo lo Sbravati, il colpo
appopletico da cui fu colpito tre anni fa, che lo rese di peso a se stesso e oggetto di
duolo continuo alla famiglia e agli amici. Fu sepolto nel nuovo cimitero pubblico detto
della Villetta. Nonostante la sua notevole carriera pubblica, lo Sbravati è ricordato
soprattutto per la produzione di piccole terrecotte caricaturali, frutto a evidenza
dellesperienza giovanile nella Fabbrica della Maiolica. Loriginale
specializzazione, collegabile ai mondi figurativi di Callot e Ceruti, non trova paragoni
facili, se si escludono i soggetti popolari che animano i presepi napoletani, genovesi o
bolognesi.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma: A. Sgavetti, Cronaca, 1746-1771,
Raccolta manoscritti, n. 23, al 22 settembre 1761; Computisteria farnesiana e borbonica,
Spese di Colorno 1771, busta 897, documenti del 25 novembre e del dicembre (1 e 31); Spese
di Colorno 1772, busta 898, documenti del novembre e 17 dicembre 1771; aprile-settembre
1772 (30 aprile, 30 giugno, 6-24 e 31 luglio, 26-28 e 31 agosto, 17 settembre);
Epistolario scelto, busta 24, fasc. Sbravati Giuseppe, 42 documenti (alcuni in più fogli
e senza data) raccolti non in ordine cronologico ma scalabili tra il marzo 1772 e il 5
giugno 1795; Istruzione pubblica, R. Accademia di Belle Arti (1766-1785), busta 30,
documenti del 20 febbraio 1773, 4 e 5 maggio 1775, 10 aprile 1776, fine 1786-inizio 1787,
inizio e 4 aprile 1787; Atti dellAccademia Imperiale, 1806 (due segnalazioni di
Guglielma Manfredi); Ruolo dei provvigionati borbonici, vol. 41, 1766-1805, f. 720, voce
Marianna Sbravati; Corti borboniche di Lucca e Parma, inventario dei Mobili, Utensiglj, Arredi, ed
Altro, che esiste nel Regio Ducale Palazzo di Colorno, 30 novembre 1802, busta 2, fasc.
11, f. 12 r.: Archivio del comune, Belle
Arti, busta 4149, documento del 30 settembre 1773; Autografi illustri, busta 4402, fasc.
35 (Sbravati Giuseppe), documenti del 1° giugno 1783, 18 novembre 1795, 8 e fine dicembre
1812; Archivio Accademia di Belle Arti, Parma: busta anno 1765, al 24 giugno; Carteggio,
vol. 1764-1768, f. 3, documento del 2 ottobre 1766; Atti, vol. I (1770-1793), f. 17, al 21
giugno 1772, f. 69, 70, 74, ai 24 e 30 maggio, 5 giugno 1776; busta anni 1802-1816,
documento del 10 aprile 1812; Archivio Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici, Parma:
E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, seconda metà
dellOttocento, vol. VIII, f. 261 r. e v., 262 r., 263 r., 264 r., 265; E. Scarabelli
Zunti, Guida storica e artistica di Parma, vol. I, f. 10; Biblioteca Palatina, Parma: C. malaspina, Materiali su artisti parmensi,
1860-1886, manoscritto Parmense Misto C 30, f. 385 r.; Archivio Rocca Meli Lupi, Soragna:
Gazzetta patria (diario del segretario del principe Guido Meli Lupi), seconda metà del
Settecento, armadio 3, p. 3, r. 1, n. 2, circa al 4 settembre 1772; Archivio privato: G.
Lombardi, Schede, primi decenni del Novecento circa (copie da documenti già in Archivio
di Stato a Parma: Ruolo delle persone soddisfatte dei loro assegni annuali sopra la Cassa
segreta a tutto il 1771, Decreti e rescritti sovrani, vol. 16, 1772, n. 58; Carteggio
dazienda, busta 295, settembre 1784, ai giorni 10, 17 e 19, busta 296, ottobre 1784,
ai giorni 15 e 22, busta 300, febbraio 1785, ai giorni 1, 4, 18 e 22, busta 305, luglio
1785, ai giorni 6 e 15, busta dicembre 1786, al giorno 18, busta 323, marzo 1787, ai
giorni 20, 21, 27 e 30, busta settembre 1787, al giorno 21; Archivio privato: G.B. Gabbi,
Storia antica e moderna di Parma, circa 1819-1824, vol. I, f. 71; P. Donati, Nuova
descrizione della città di Parma, Parma, 1824, 92, 105,127, 138; P. Martini, La scuola
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1862, Parma, 1862, 10; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri,
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periodo napoleonico e la Restaurazione (1796-1820), Parma, 1986, 19, 21, 22, 26, 27, 37,
78, 81, 85, 87, 204, 244, 247 (nota 135), 249 (note 159, 162), 252 (note 228, 231), 257
(nota 318), 258 (note 331, 336), 263 (note 419, 427); M. Pellegri, testimonianze delle vicende umane intercorrenti
dal 1773 al 1788 dello scultore Laurent Guiard al servizio della Real Corte di Parma, in
Parma nellArte 1988, 70, 71-72, 75-76, 87; M. Pellegri, Concorsi dellaccademia Reale di Belle Arti di Parma dal 1757 al
1796, Parma, 1988, 19, 61, 91; Faenza 1931, IV e V; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 378;
Bertini, 1975, 223; Po 3 1994, 31-50.
SBRAVATI PAOLO
Parma 1831
Tenente aiutante, durante i moti del 1831 fu il primo che andò a incontrare il
generale zucchi fuori di Porta Santa Croce e
passò allalbergo Gambero per complimentarlo a nome dellufficialità. Fu
processato ma non condannato.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831 in Archivio Storico per le Province
Parmensi 1937, 208.
SBRAVATI PIETRO PAOLO
Parma 1721 c.-
Parma gennaio 1792
Fu passabil intagliatore in legno al servizio della Corte di Parma
dallottobre 1784.
FONTI E BIBL.: Bertoluzzi, 316 r. (ediz. 1980, 86); Janelli, 1877, 407; Il mobile a
Parma, 1983, 261.
SBRUZZI CRISTOFARO
Parma 1859
Fu deputato allAssemblea dei rappresentanti del popolo di Parma nel 1859.
Fece parte del 2° ufficio.
FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F.Ercole, Uomini
politici, 1942, 149.
SBRUZZI LICINIO
San Secondo
Parmense 31 ottobre 1868-Chidane Meret 1 marzo 1896
Figlio
di Aristide e di Tommasina Rossi. Tenente dellEsercito italiano, chiese di lasciare
il 14° Reggimento fanteria e di arruolarsi
nel Regio Corpo Truppe Coloniali: sbarcò a massaua
il 4 novembre 1894. Dai Cacciatori dAfrica fu trasferito, dietro sua richiesta, alle
Truppe Indigene già operanti, raccolte frettolosamente dal Baratieri per far fronte alle
minacce di Bas Mangascià e di Batà-Agos. Lo Sbruzzi venne dapprima incaricato di
presidiare Saati poi il 3 gennaio 1895 assunse il comando del Forte di Ghinda, con
funzioni anche di giudice. A Ghinda rimase sino alla fine della prima e breve campagna
tigrina. Lasciata Ghinda, passò a Cheren. Da Cheren lo Sbruzzi (attraversando quasi tutta
la Colonia col 2° Battaglione Indigeni) raggiunse il 20 giugno 1895 Càssala,
continuamente soggetta alle scorrerie dei Dervisci. nellottobre
1895 fu destinato, con pochi ascari eritrei e una banda dirregolari, al comando del
fortino di Ela-Dal, in pieno deserto, a tre giorni di marcia da Càssala verso Agordat, a
vigilanza e protezione delle comunicazioni contro i colpi di mano dei Dervisci. Poco tempo
dopo fu chiamato verso i confini sud della Colonia, dove conversero tutte le forze armate
etiopiche. La 1a compagnia del
capitano Barbanti (VIII Battaglione Indigeni agli ordini del Maggiore Gamerra, che faceva
parte della Brigata Albertone) alla quale fu assegnato lo Sbruzzi, con un lungo tragitto
raggiunse Mai Mafalès, presso Adi Ugri. Incendiò e distrusse parte di Adua per
rappresaglia dopo Amba Alagi, occupò, dopo un breve ripiegamento su Adrigat, le dominanti
posizioni di Hedagà Hamùs e Mai Uegheltà e si trovò, infine, sulle alture del colle di
Chidane Meret allalba del 1° marzo 1896. Appena arrivati sul colle, vi trovarono il
1° Battaglione Indigeni seriamente impegnato: le truppe italiane compirono prodigi di
valore, ma il nemico, venti volte superiore per numero, incalzava e premeva da tutte le
parti. Per frenarne limpeto aggressivo e allentare la stretta, il maggiore Gamerra
comandò un disperato contrattacco. Fu durante tale azione che il tenente Annibale Sori,
compagno di combattimento dello Sbruzzi, vide il Tenente Sbruzzi, che fino a quel momento
aveva comandato e diretto il fuoco con la massima calma, slanciarsi e guidare per ben due
volte allassalto i suoi ascari; precipitare dal muletto uccisogli sotto; rialzarsi e
continuare a piedi il combattimento, eccitando, trattenendo, disciplinando lazione
dei suoi; salire, sfinito di forze, sul mio muletto, proseguendo insieme sullo stesso
muletto la terribile lotta, finché lo Sbruzzi stramazzò a terra una seconda volta. Lo
Sbruzzi poté rialzarsi quasi subito, per gettarsi di nuovo nella mischia furibonda. Cadde
poco dopo crivellato di proiettili al capo e al fianco sinistro mentre, riuniti i pochi
ascari superstiti, tentava ancora di arginare lirrompente nemico. Morì a 28 anni
detà. Alla sua memoria venne concessa la Medaglia dArgento al Valor Militare
con la motivazione: Combatté valorosamente alla testa del suo reparto, lasciando la vita
sul campo.
FONTI E BIBL.:
G. Corradi-G. Sitti, Glorie parmensi nella conquista dellImpero, Parma, Fresching,
1937, 91-92; Decorati al Valore, 1964, 115.
SBUTTONI LUIGI
Gravago 5 marzo
1816-Savona 1894
Iniziò gli studi nel Seminario di Piacenza e nel 1835 entrò nel collegio
Alberoni. Fattosi prete delle Missioni, fu assunto allinsegnamento delle
matematiche, nelle quali eccelse. trascorse
gli ultimi anni di vita nel collegio dei Missionari in Savona, ove morì alletà di
settantotto anni.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 392.
SCACCABAROZZI LUIGIA
1823 c.-Parma
Figlia di Francesco e di Angiola Giuseppina Brumani. Nel 1843 sposò il marchese
Guido dalla Rosa Prati: dal matrimonio nacquero Francesco e Paola. Il 29 dicembre 1846
venne nominata Dama di palazzo: la marchesa Litta Modignani, dama donore della
duchessa Maria Luigia dAustria, le comunicò lavvenuta nomina precisandole in
una lettera del dicembre 1846 che lAugusta Sovrana con motu proprio 10 dicembre 1846
n. 4491 la nomina sua Dama di Palazzo per le rare doti onde Ella è adorna.
FONTI E BIBL.: A.V.Marchi, Figure del Ducato, 1991, 30.
SCACCAGLIA ARNALDO
Corcagnano
1913-4 aprile 1997
Compì gli studi allIstituto darte Paolo Toschi di Parma. Poi eseguì
vari lavori di decorazione e restauro, partecipando a mostre provinciali, regionali e
nazionali. La sua fu una pittura robusta, dai colori caldi, giocati sulle terre e sui
rossi arancio accesi, mentre nella scultura (che portò avanti parallelamente) amò
forgiare ritratti di amici e personaggi di Parma. Il suo post-cubismo elaborato e il suo
impegno sociale lo portarono subito al successo: nel 1945 vinse il Premio Suzzara, nel
1951 il Premio provinciale di Parma per la
scultura, nel 1954 il SantIlario dEnza, nel 1955 ancora il Premio Suzzara, poi
il Premio Rinascente alla Biennale di Milano, il San Martino di noceto, il regionale
di Fidenza e il parmigianino a fontanellato. Dopo una decina danni di
silenzio, dedicati a diversi interessi (lo Scaccaglia, con Zoni, Corradini e Tosi creò il
sindacato pittori, mentre nel 1980 fu tra i
fondatori dellassociazione parmense
artisti), alla fine degli anni Sessanta tornò alle mostre nella Galleria del Teatro di
Parma. Lo scaccaglia organizzò il centro
culturale comunale di Parma, prima nelle stanze accanto al Ridotto del Teatro Regio e poi
in via Mameli. Inoltre curò con intelligenza e meticolosità lilluminazione del
castello di Fontanellato. In occasione del ritorno dello scaccaglia alla Galleria del Teatro, Marcheselli
scrisse tra laltro: Queste tele rigogliose accusano Scaccaglia, per non aver
impegnato, in particolare nel momento di splendore del neo-naturalismo, le sue doti
secondo un filone che costituisce la linfa di tutta la produzione dellartista. Sono
le vive pannocchie le pietre miliari di questo discorso di pittura a piene mani, di
vegetazione carnosa, di rossi e di bruni impastati, di luci blu, materia più che luce
vera e propria. E, attraverso le pannocchie, Scaccaglia racconta di sé, del proprio
bisogno di affondare le mani in una pittura di qui e senza tempo, anche se si potrebbero
ricercarne le origini in certa cézanniana maniera di essenzializzare e inquadrare. Quadri
freschi, brulicanti di elementi, anche se su temi limitati; quadri padani, ma non
abbandonati alla sensibilità larga degli oggetti deformati, bensì colti, avvertiti e
mescolati in misura giusta. Dello Scaccaglia, oltre a una mostra antologica, ancora alla
Galleria del Teatro, e a una selezione di periferie realiste degli anni cinquanta alla Bottega di Giovati a Parma, va
ricordata una mostra tenuta nel 1977 alla calleria
Giordani di via Cairoli, sempre a Parma, per la quale fu scritto: È il caso di Arnaldo
Scaccaglia, dalla pittura apparentemente chiara, forte, sanguigna, quasi istintiva; una
pitture che, invece, a osservarla e a gustarla lentamente, sorprende con una miriade di
citazioni culturali, di sensazioni, di trasparenze poetiche: una pittura di pensiero,
quindi, e cioè lopposto dellimpressione primitiva. Una pittura tutta da
scoprire, dove sorprende soprattutto il fatto che esistano tanti evidenti agganci storici
e che tuttavia non vengano minimamente toccate unitarietà di stile e coerenza ideologica:
da Paolo Uccello al futurismo, dallimpressionismo di certi interni ai fauves,
allastratto geometrico, al realismo padano. Sono pagine chiare, legate tra di loro,
di un discorso fluido, privo di compiacimenti e velleitarismi, per lesclusivo gusto
della pittura, attraverso un colore sempre terso e una composizione armoniosa (marcheselli).
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 6 aprile 1997, 11.
SCACCAGLIA ENEA
Talignano
1922-Noceto 19 marzo 1945
Fu tra i primi ad aderire al movimento partigiano. Le vessazioni continue cui fu
fatta oggetto la sua famiglia dalla brigata nera di Collecchio lo indussero nei primi mesi
del 1945 a rientrare a Sala Baganza abbandonando la lotta in cambio dellincolumità
personale e dei familiari. Dopo pochi giorni fu però arrestato e, senza alcun processo,
condannato a morte. Fu poi fucilato per rappresaglia assieme ad altri partigiani.
FONTI E BIBL.: F. Botti, Talignano, 1973, 91-92; Gazzetta di Parma 22 dicembre
1988, 20.
SCACCAGLIA FERDINANDO PIETRO
Beneceto 5
dicembre 1823-Fontanellato 29 marzo 1894
Figlio di Antonio. Muratore, si arruolò volontario nel 1859 per combattere nella
seconda guerra dindipendenza. Lanno successivo fece parte della gloriosa
schiera dei Mille sbarcati a Marsala.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano nelle epigrafi parmensi, Parma,
Off. grafica fresching, 1915, 345 e 356; E.
Michel, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 225.
SCACCHINI ALBERTO
1596-Parma 26
ottobre 1676
Carmelitano, fu teologo esimio nonché filosofo e predicatore. Per le sue qualità,
fu elevato alla carica di Superiore del Convento di Parma (1631) poi di Ferrara (1640). Fu
Teologo del duca Ranuccio Farnese e del principe alessandro
Farnese, e nel 1640 fu Vicegerente del vicario generale della Congregazione mantovana del suo Ordine. Fu eletto dai vescovi di
Parma e Ferrara Esaminatore Sinodale e dagli inquisitori delle due città Consultore del
SantUffizio. Scrisse varie opere di soggetto religioso. Venne inumato nella cappella
di famiglia ubicata nella chiesa del Carmine, nel cui chiostro gli fu dedicata la seguente
epigrafe: Alberto Scacchinio Hieronymo Droghio carmelit s t mm de aevo familiaq bb mm
impietatis profligandae consvlt hvivs coenobii moderat opt libr ab altero compositis ab
altero biblioth dedicata post pvb mvn optim cvrata an rep sal ille mdclxxiv hic mdcl xxxvi
defunctis Gavd Rob carmelita.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V,
198-199; A. Pezzana, memorie degli scrittori
e letterati parmigiani, III, 793; palazzi e
casate di Parma, 1971, 705.
SCACCHINI GIACOMO FRANCESCO
Parma 25 luglio
1596-post 1642
Figlio di Adriano e Sulpitia. Si laureò in legge nellanno 1616. Fu tenuto in
gran credito a Parma sia per le capacità professionali che per la bontà e
lintegrità della persona. Si occupò soprattutto dellamministrazione degli
affari pubblici.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 83.
SCACCHINI SEMPRONIO
Parma 1594
Dottore in ambo le leggi. Fu pretore di Trento nel 1594. Fu mandato come Residente
in Napoli dal duca Ranuccio Farnese, che lo tenne sempre in molta considerazione. ritornato in seguito a Parma, attese alla sua
professione. Morì in età assai avanzata.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 49; A; Pezzana, Storia di Parma, I, 1837,
Appendice 56.
SCACCHINO SEMPRONIO, vedi SCACCHINI SEMPRONIO
SCACCIA ALESSANDRA
Parma 1697/1712
Cantante, probabilmente figlia di Giuseppe, cantò quasi sempre nelle opere
interpretate da lui: piacenza (Nuovo Teatro
Ducale, 1697, La virtù trionfante dellinganno), Mantova (1698, nel divertimento
pastorale Gli amori infelici felici), Genova (Teatro del Falcone, autunno 1700, Gerone
tiranno di Siracusa), Mantova (1701, Il duello dammore e di vendetta), Firenze
(1701, Partenope; Teatro di via del Cocomero, Carnevale del 1702, LAnalinda o Le
nozze con linimico), Torino (Teatro Regio, 1703, Arsiade), Casale Monferrato (Teatro
nuovo, 1703, Gli equivoci del sembiante, Il
più fedel tra vassalli), Genova (Teatro di santagostino, 1705, LArmindo), Piacenza (Piccolo
Teatro Ducale, 1707, La fortezza al cimento; Carnevale del 1708, La Griselda), Parma
(Nuovo Teatro Ducale, 1708, Gli equivoci amorosi), Bergamo (1709, LAlcibiade o
Leroico amore, Lalciade o la
violenza damore), Genova (Teatro del Falcone, autunno 1709, Dafni) e Piacenza
(Piccolo Teatro Ducale, Carnevale del 1712, LAlarico).
FONTI E BIBL.: Sartori; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.
SCACCIA GIUSEPPE
Parma o Mantova
ante 1677-post 1716
Fu tenore alla Corte dei duchi di Parma dal 31 agosto 1677 al 4 agosto 1698 (nel
quale giorno venne licenziato), come pure alla cattedrale
di Parma dal 3 maggio 1709 al 22 giugno 1716 e alla Steccata di Parma dal luglio 1690 a
tutto il settembre 1694. Calcò le scene per moltissimi anni.La carriera ebbe inizio a
Mantova (Nuovo Teatro, 1669, LEudosia) e proseguì poi a Mialno nel 1670 (Teatro
Ducale, LIppolita reina delle amazzoni).Dopo una lunga assenza ritornò a Parma
(Teatro del Collegio dei Nobili, 1681, Amalasonta in Italia; Piccolo Teatro di Corte,
1681, Amore riconciliato con Venere, introduzione al balletto della duchessa), per
proseguire poi nel 1684 a Venezia nel Teatro Vendramino di San salvatore (Publio Elio Pertinace), Piacenza (Nuovo
Teatro Ducale, 1687, Zenone il tiranno, e 1688, LErcole trionfante), di nuovo a
Venezia (Teatro Grimano dei Santi Giovanni e Paolo, 1689, Il gran Tamerlano) e Genova
(Teatro del Falcone, 1689, Il Giustino, e 1690, Antioco principe della Siria, Massimo
Pappieno). Cantò a Parma nelle grandiose feste nuziali del 1690 (Il favore degli dei, Lidea di tutte le perfezioni) e proseguì la
carriera a Crema (1692, Il pausania),
Piacenza (Nuovo Teatro Ducale, 1692, Circe abbandonata da Ulisse, e 1693, Talesti
innamorata dAlessandro Magno), Roma (teatro
di Tordinona, 1693, Il Seleuco, Il vespasiano),
Genova (Teatro del Falcone, 1693, La virtù trionfante dellamore e dellodio),
Milano (Teatro Reale, Carnevale del 1694, LAiace, glamori ministri della fortuna), Piacenza
(Nuovo Teatro Ducale, 1694, Demetrio Tiranno), torino
(Teatro Regio, autunno 1695, lanfitrione
di Plauto), Roma (Teatro Capranica, 1695, Il Clearco in Negroponte e 1696, Flavio
Cuniberto, Il re infante), Napoli (nuovo
Teatro, 1969, Il Trionfo di Camilla regina dei Volsci, e 1697, Emireno), Parma (1697,
Ottone in Italia), Piacenza (Nuovo Teatro Ducale, 1697, La virtù trionfante
dellinganno), Mantova (dicembre 1699, loracolo
in sogno), Genova (Teatro del Falcone, autunno 1700, Gerone tiranno di Siracusa), Mantova
(1701, Il duello dammore e di vendetta), firenze
(1701, Partenope; Teatro di via del cocomero,
Carnevale del 1702, LAnalinda o Le nozze con linimico), Torino, (Teatro Regio,
1703, Arsiade), Piacenza (Piccolo Teatro Ducale, 1707, La fortezza al cimento; Carnevale
del 1708, La Griselda), Parma (Nuovo Teatro Ducale, 1708, Gli equivoci amorosi), Bergamo
(1709, LAlcibiade o Leroico amore, Lalciade o la vilenza damore) e Genova
(Teatro del Falcone, autunno 1709, Dafni).
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruoli Farnesiani, 1671-1682, fol. 313,
1683-1692, fol. 129, 412, 1693-1701, fol. 138, 472; Archivio della Steccata di Parma,
Mandati 1689-1690, 1691-1695; Archivio del Duomo di Parma, Mandati 1700-1725; L.
Balestrieri, 121, 122, 123 e 124; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 136; G.N.Vetro,
Dizionario, 1998.
SCACHINI GIACOMO, vedi SCACCHINI GIACOMO
SCAFFARDI EVARISTO
Parma 8
settembre 1901-Parma 4 dicembre 1990
Parroco di Santo Stefano in SantAntonio Abate dal 1941, fu Assistente
ecclesiastico scout ASCI provinciale (1927), fondatore e primo Assistente ecclesiastico
delle Guide Cattoliche AGI di Parma (girl-scout) dal 1948 e cappellano scout CNGEI Parma
dal 1976.
FONTI E BIBL.: Centro Studi Scout C.Colombo (M.Furia).
SCAGLIA RICCARDO
Parma 6 febbraio
1897 -
Figlio di Carlo e di madre ignota. Noto anche sotto gli pseudonimi di Risca e Dado,
fu giornalista e direttore della Biblioteca Civica e della Pinacoteca di Alessandria.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1206.
SCAGLIONI AUGUSTO RUOCCO
Fontanellato 9
settembre 1924-Passo dei Guselli 4 dicembre 1944
Figlio di Carlo. Partigiano nella 36a Brigata Garibaldi W. Bersani, fu
decorato di Medaglia dArgento al Valor Militare, con la seguente motivazione:
Comandante di un distaccamento partigiano si prodigava per cinque mesi in diuturne e
pericolose azioni di disturbo contro le linee di comunicazione nemiche ostacolandone i
rifornimenti. Durante una azione particolarmente critica, per la situazione tattica venuta
a determinarsi, accorreva col suo reparto in aiuto di una formazione partigiana che era
per essere circondata dal nemico e, penetrato audacemente nello schieramento tedesco,
costringeva lavversario a ripiegare. In altro fatto darmi di leggendario
ardimento attaccava con i suoi uomini una autocolonna tedesca e, dopo circa unora di
combattimento, sconfiggeva la scorta catturando numerosi prigionieri e 7 autocarri carichi
di abbondante materiale. Incaricato di procedere alla occupazione di un passo montano per
impedire laccerchiamento di una intera divisione partigiana, raggiungeva a tappe
forzate limportante posizione ove si scontrava con truppe mongole che tenacemente ne
contrastavano il possesso. Nella irruenza della furiosa lotta, durante la quale fu di
esempio per valore ed ardimento, cadeva colpito a morte, immolando alla Patria la sua
giovane esistenza.
FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964, 48; Caduti Resistenza, 1970, 90.
SCAGLIONI GIUSEPPE
Parma 1831
Rigattiere, ebbe parte nei moti del 1831. Dello Scaglioni, la polizia compilò la
seguente scheda informativa: Distributore di denaro alla plebe per incoraggiarla a gridare
e schiamazzare. Ora oste. Famoso giuocatore e ritenuto anche barrattiere, non gode tanto
buon nome sebbene siasi emendato in punto di giuoco. Fu uno degli istigatori della
rivolta.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province
Parmensi 1937, 207.
SCAGLIONI RAIMONDO
Parma 21 gennaio
1750-Parma 26 agosto 1829
Frate cappuccino, fu predicatore di molta dottrina, lettore di teologia morale,
guardiano, maestro dei novizi e definitore. Compì a Guastalla la vestizione (29 giugno
1767) e la professione di fede (29 giugno 1768). Fu consacrato sacerdote a Reggio il 6
marzo 1773.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 494.
SCAGLIONI RUOCCO AUGUSTO, vedi SCAGLIONI AUGUSTO RUOCCO
SCAGNONI PIETRO, vedi SGAGNONI PIETRO
SCAJOLI LELIO
Parma 1561/1582
Fu Zecchiere della Zecca di Parma almeno dal 1577 al 1582. In quattro parpaiole
coniate in quegli anni si riscontrano infatti le iniziali L.S.. Il Coggiola ipotizza anche
una precedente attività dello Scajoli per il periodo 1561-1573, sempre per la coniazione
di parpaiole con leffigie di Alessandro Farnese al rovescio e quella della dea
Pallade al dritto.
FONTI E BIBL.: G. Coggiola, La Zecca di Parma, in archivio Storico per le Provincie Parmensi
1897/1898, 17-20.
SCANAVINI GIOVAN BATTISTA
Parma 1718
Fu pittore in Parma nellanno 1718: Adi 3 luglio 1718. Il Tesoriere pagherà
al sig. Giovan Battista Scanavini di Parma lire quarantacinque per sua mercede dun
ritratto di S.A. S.ma da esso dipinto, da esporsi in detto Oratorio di S. Giuseppe in
Cortemaggiore.
FONTI E BIBL.: Parma nellarte 1
1980, 101.
SCANNATI ALESSANDRO
Parma 1595-Parma
10 luglio 1630
Frate cappuccino laico, vittima di carità verso gli appestati. Compì la
vestizione il 24 maggio 1614.
FONTI E BIBL.: Ann. Prov. I, 198; Bertani, Ann. III/III, 488, n. 183; Mussini,
Memorie storiche, II, 39-40; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 403.
SCANNAVINO GIOVAN BATTISTA, vedi SCANAVINI GIOVAN BATTISTA
SCANO ADELAIDE, vedi NAGEL ADELAIDE
SCARABELLI ENRICO
Parma 13 agosto
1808 -Parma 6 gennaio 1893
Nato da nobile casato, poté, ancora giovanissimo, compiere le prime ricerche
storiche nellarchivio di famiglia. Sposò prima la contessa Camilla Zunti, poi in
seconde nozze la marchesa Douglas Scotti di Vigoleno. Ebbe così modo di studiare e
riordinare completamente i ricchi archivi di quelle due illustri famiglie, che ebbero
tanta parte nelle vicende storiche di Parma e di Piacenza. Entrato come impiegato
nellArchivio Notarile di Parma il 1 giugno 1841, poi nellArchivio dello Stato
il 2 giugno 1848, nelluno e nellaltro studiò e riordinò innumerevoli serie
di atti, traendone appunti preziosi, specialmente per la storia delle belle arti nelle
Province Parmensi. Chiamato infine il 18 ottobre 1876, con deliberazione unanime del
Consiglio Municipale di Parma, a dirigere il ricco e importantissimo Archivio del Comune,
si accinse con vigore a riordinare quelle svariatissime serie di carte, che raccolgono
gran parte dei documenti politici, amministrativi e giudiziari a partire dal secolo XII.
In quel lungo e faticoso lavoro poté trarre in luce documenti che si credevano per sempre
perduti: tra i quali è soprattutto degno di nota il codice statutario De officio Sindaci
generalis Civitatis, Communis et Populi Parmae, scritto splendidamente in un volume di
pergamena nel 1317 (codice importantissimo, che rimase sconosciuto al Ronchini, editore e
illustratore degli Statuti parmensi, e che dà un concetto esatto delle origini e
dellimportanza del nuovo magistrato del Sindaco, che, appunto sui primi del secolo
XIV, in molti comuni italiani si sovrappose allufficio del Podestà, con ampie
attribuzioni e autorità). Né, tra i molti documenti che lo scarabelli trasse di nuovo in luce, si debbono
dimenticare i Rotoli dei professori, le Matricole degli scolari e altri atti relativi alla
storia delluniversità di Parma. Ma lo
Scarabelli non si limitò a riordinare le carte che trovò nellarchivio del Comune. Egli, che da tanti anni
andava raccogliendo documenti sulla storia delle famiglie illustri di Parma, che aveva
coadiuvato il Litta nella pubblicazione delle genealogie dei Pallavicino, dei Rossi, dei
Sanvitale, dei Torelli e di molte altre famiglie, che aveva già preparato tutto il
materiale per pubblicare, in continuazione al Litta, le genealogie dei Terzi e degli
Scotti, donò al Comune e ordinò nellArchivio del Comune tutto il materiale
raccolto e vi aggiunse il proprio archivio domestico e quello importantissimo dei Zunti, a
lui pervenuto in eredità. Volle poi completare il lascito con molte centinaia di volumi
di manoscritti e di stampati relativi alla storia patria. Al Museo di Parma, pochi mesi
prima di morire, volle cedere la sua ricca biblioteca, formata di documenti trascritti da
originali inediti e in gran parte non conosciuti, di note raccolte dagli atti dei notai
dal secolo XIII sin oltre il secolo XVI, di disegni rilevati con mano sicura, con gusto
artistico e colla massima precisione da parecchi monumenti, poi in buona parte distrutti.
A questa raccolta, formata di molti mazzi e volumi di manoscritti, unì tutti i volumi
dellAffò, del Pezzana e degli altri scrittori di cose storiche parmensi e
piacentine e di tutti gli scrittori più insigni della storia artistica italiana,
arricchiti da lui stesso di note eruditissime, sia sui margini, sia in fogli intercalati,
sia in apposite appendici poste in calce a ogni volume. A completare questa biblioteca
veramente preziosa per la storia delle arti italiane, lo scarabelli aggiunse una raccolta speciale di oltre
mille e cinquecento guide di città e paesi dItalia, molte delle quali inedite e di
edizioni divenute rarissime, dei secoli XVI e XVII. Nel cedere al Museo Parmense questo
tesoro artistico, lo Scarabelli trattenne solo presso di sé dieci volumi di Memorie e
documenti per la Storia delle Belle Arti parmigiane, scritti tutti di suo pugno, e alcuni
grossi mazzi di appunti e documenti per una Guida artistica di Parma, intorno alla quale
lavorava da molti anni e di cui pubblicò a più riprese saggi interessantissimi in
diversi opuscoli: sul Santuario dei Valeri in Duomo (1840), sulle chiese e sui monasteri
di San Quintino (1846) e di SantAlessandro (1872) sul Collegio di S. Caterina e sul
Palazzo degli Scofoni. Trattenne presso di sé quei volumi e quei mazzi perché ogni
giorno, rovistando le carte dellarchivio del Comune, poteva scrivere in essi qualche
nuova pagina rendendo sempre più ricco e completo limmenso lavoro a cui dedicò
tutta la vita. Ma pochi giorni prima di morire lo Scarabelli mandò al Museo anche quegli
ultimi volumi. Lo Scarabelli fu uno dei dotti editori di quella grande raccolta di fonti
di storia patria che sono i Monumenta Historica ad Provincias Parmensem et placentinam pertinentia. Fu inoltre membro
attivo della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi.
FONTI E BIBL.: G. Mariotti, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1893,
VII-IX; G.Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le province Parmensi 1914; T.Marcheselli, Strade di
Parma, III, 1990, 73.
SCARABELLI GIUSEPPE
Colorno 1733
Fu Commissario di Colorno nellanno 1733.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.
SCARABELLI PAOLO
Parma 1605
Fu castellano dellisola di Ponza nellanno 1605.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.
SCARABELLI ZUNTI ENRICO, vedi SCARABELLI ENRICO
SCARAMPI ELISABETTA, vedi MONTFRAULT ELISABETTA
SCARAMUZZA
Parma 1822
Corno da caccia del Reggimento
Maria Luigia, il 7 settembre 1822 chiese di essere nominato professore soprannumerario
della Ducale orchestra di Parma (Biblioteca
del conservatorio di Parma, Archivio della
Ducale orchestra).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.
SCARAMUZZA BRUNO
Pongennaro di
Soragna maggio/dicembre 1929-Soragna 25 aprile 1945
Fu ucciso, non ancora sedicenne, dai Tedeschi lultimo giorno di guerra del
secondo conflitto mondiale. Soragna era da alcuni giorni testimone del passaggio di truppe
germaniche in fuga, dirette verso il Po e la Lombardia. allalba del 25 aprile 1945, diversi
soldati entrarono in casa di Valentino Scaramuzza, nella campagna di Pongennaro. Chiesero
e ottennero da mangiare. In casa cera in quel momento anche il fratello più
giovane, lo Scaramuzza. Non fu mai chiarito quanto accadde di preciso in quella casa: sta
di fatto che i Tedeschi, prima di riprendere il loro cammino, pensarono di coprirsi le
spalle con un ostaggio. Lo scaramuzza
venne prelevato e portato via dai militari. Durante il passaggio in Soragna si udirono
colpi di arma da fuoco, sparati allindirizzo della colonna tedesca diretta verso
Busseto. Fu questo probabilmente a scatenare la rabbiosa reazione di vendetta verso lo scaramuzza che, nei pressi dello stradello del
caseificio Lazzari, venne ucciso. Lepisodio scosse il paese: ai funerali che si
svolsero nella chiesa parrocchiale parteciparono moltissimi abitanti. Sul luogo del
martirio dello scaramuzza venne eretto un
cippo a ricordo, ristrutturato nel 1985.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 aprile 1998, 21.
SCARAMUZZA CAMILLO
Parma 23 maggio
1842-Milano 1915
Tra i pochi paesaggisti parmensi del secondo ottocento
ricordati dalla critica coeva (De gubernatis,
Callari) figura lo Scaramuzza, nipote del più noto pittore di figura Francesco
Scaramuzza, dal quale fu probabilmente avviato allarte figurativa. Allievo
dellAccademia parmense fin dal 1857 presso la Scuola di paesaggio, frequentò successivamente i corsi di
Ornato elementare e superiore, conseguendo una menzione onorevole nel 1861 per il paesaggio di 2a classe (copia di un
dipinto) e aggiudicandosi nel 1862 la medaglia doro per il Paesaggio di 1a
classe (lavoro dal vero), a pari merito con Adelchi Venturini, per una veduta di borgo del
Naviglio. Espose nel 1863 a Parma per lIncoraggiamento Rive del Cinghio e Studio dal
vero sullEnza col castello di Montechiarugolo e alla mostra Industriale provinciale Veduta di Calestano. Tre anni dopo,
per la stessa mostra espose Alpi di succiso
viste da Vairo. Nel 1867 espose a Bologna Lo sbocco del torrente Enza nel Po, che gli
fruttò una menzione onorevole, mentre nel 1869 la Pinacoteca di Parma vinse unaltra
sua opera, Cortile di casa Villa a Parma. Espose regolarmente dal 1861 presso la Società
dincoraggiamento e in particolare alla
Mostra parmense di Belle Arti del 1870 presentò un nucleo assai consistente di dipinti,
lodati dai contemporanei per la buona disposizione dei colori e lesatta riproduzione
del vero, tra i quali Borgo del naviglio, in
tale circostanza pervenuto al Comune di Zibello, ove è conservato. In questa opera la sua
pittura, altre volte più tradizionale e talora ingenua, si accosta al tocco pastoso di
Luigi Marchesi in una delicata gradazione coloristica e vibrante luminosità. Due anni
dopo espose a Milano Il torrente Parma e nel 1879 a Parma Courmayeur vista dalle alpi, che venne sorteggiato a Quintilio Zoni. I
lavori dellottavo decennio del secolo denotano poi un contatto con la pittura
toscana di macchia (alla mostra del 1870 furono tra gli altri presenti G. Fattori e S.
Lega) nella pennellata veloce, nelle larghe campiture di colore e nei profili delle figure
nettamente definiti, come evidenziano i dipinti Circo in una piazza di paese del 1871,
posseduto dal Comune di Zibello, o Studio dal vero presso Fiorenzuola, del Comune di
Fidenza, datato 1879. Alla pittura di cavalletto, che dopo tale data non risulta peraltro
documentata, lo Scaramuzza alternò lattività di decoratore e, in epoca tarda,
quella di scenografo. Lavorò quale scenografo col Giacopelli per le scene
dellOtello del settembre 1887. Nella sua produzione di paesista si distinguono
diversi momenti e vari livelli qualitativi, pur in un iter di linguaggio conseguente.
Accanto a opere che non demeritano una collocazione ai vertici del paesismo parmense del
secondo Ottocento, come Il corso dei carri mascherati in via San Michele, ve ne sono altre
ancora legate a un tardo gusto romantico, come Vallata del Baganza (Parma, Cassa di
Risparmio), altre ancora, come Corso dacqua (1863, Parma, Istituto dArte Paolo
Toschi) e Il canale del naviglio allinterno di Parma (1870, Zibello, Palazzo
Comunale) che, per la poetica luminosità e i risultati cromatici richiamano una precisa
conoscenza fontanesiana. Tuttavia più caratteristica è la produzione posteriore al 1870,
già parzialmente anticipata da Case di Borgo delle Grazie (1864, Parma, Palazzo
Comunale), probabilmente influenzata, come accadde a Enrico Sartori, dal contatto con le
opere di Giovanni Fattori esposte nel 1870 a Parma. Avvicinano infatti lo Scaramuzza al
macchiaiolismo sia la pennellata che i netti contorni delle figure, con le larghe
campiture cromatiche di Il circo in una piazza di paese e di Studio dal vero presso
Fiorenzuola in cui la sciolta macchia dimpressione imparenta lo Scaramuzza a un
ambiente artistico estraneo a quello provinciale, informato delle acquisizione mature del
linguaggio toscano.
FONTI E BIBL.: G. Copertini, Pittura dellottocen-to, 1971, 125 e 128; A. De Gubernatis,
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latente, 1995, 91-92.
SCARAMUZZA FRANCESCO ANTONIO BONAVENTURA
Sissa 15 luglio
1803-Parma 20 ottobre 1886
Figlio di Nicolò e Marianna Benedetta Frondoni. Antonio Pasini e Giovanni Tebaldi
educarono allarte lo Scaramuzza, che vinse nel 1820 due concorsi accademici, uno per
il disegno a chiaroscuro con Un soldato Cimbro entrato nella stanza di Caio Mario per
ucciderlo, si ritira vinto dalla sua voce e laltro per il nudo. Sei anni più tardi
gli venne conferito il premio annuale di pittura per lAlessandro Farnese che uccide
il pascià alla battaglia di Lepanto (Parma, Galleria Nazionale), donde la permanenza di
studio a Roma da dove nel 1828 inviò come saggi una Madonna col bambino, copiata da un
particolare della Madonna di Foligno di Raffaello (ancora catalogata in Pinacoteca di
Parma nel 1896 dal Ricci, p. 21), e il tonante S. Giovanni Battista nel deserto (nella
Galleria Nazionale di Parma), nonché nel 1830 il Silvia ed Aminta. Nel 1829 lo Scaramuzza
si aggiudicò il premio triennale dellAccademia parmense col Dandolo alla presa di
Costantinopoli, che fu anche mostrato al pubblico nella Galleria Ducale. Ritornato a Parma
nellaprile del 1830, dopo sette mesi fu visibile, sempre in Galleria, un Miracolo di
S. Antonio da Padova, il quale dipinto è invece erroneamente datato dal Pariset al 1842.
A tale proposito è da notare che questo autore confonde molti altri dati cronologici
dello Scaramuzza, errori che sono ripresi da autori posteriori, come Copertini, Allegri
Tassoni, Bacchini, Capelli e DallOlio. La principessa Maria Antonietta di Borbone
allogò allo Scaramuzza la pala del S. Rocco che guarisce gli appestati, in sostituzione
di quella non gradita di Giovanni Tebaldi. Una piccola mostra personale fu organizzata
nellottobre del 1832 nella Galleria Ducale dove vennero esposte quattro sue nuove
opere: il S. Martino a cavallo per laltare maggiore della parrocchiale di Noceto (il
bozzetto si trova in canonica), la Visione di S. Ilario per lomonima parrocchiale di
SantIlario Baganza, una Sacra famiglia
e infine un Apollo, la cui minuta descrizione di un anonimo cronista sulla Gazzetta di
Parma diventa utilissima per identificarne il bozzetto col dipinto di collezione privata
parmense erroneamente pubblicato da Copertini-Allegri Tassoni (1971, figura a p. 22) col
nome di Giovan Battista Borghesi. Lanno seguente lo Scaramuzza eseguì lAmore
e Psiche della Galleria Nazionale di Parma, iniziando pure lo scomparto centrale nel
soffitto della grande sala di lettura nella Biblioteca Palatina di Parma, raffigurandovi
Prometeo che protetto da Minerva ruba una scintilla al sole, che terminò nel 1834. Sempre
in quellanno siglò e datò il S. Francesco Solano della chiesa di San Michele in
Parma. La Presentazione di Maria al tempio della chiesa del Quartiere di Parma fu invece
frutto di una commissione ducale nel 1835, una benevolenza della Sovrana che lanno
dopo in qualche modo lo Scaramuzza ricambiò dipingendo per lex ufficiale
napoleonico Varron un S. Napoleone Martire da porsi nelloratorio della Rocca di Sala
Baganza (in collezione privata genovese), la quale figura ha i tratti del volto di
Napoleone Bonaparte. Sempre nel 1836 il Principe di Metternich allogò allo Scaramuzza un
Davive che placa le ire di Saulle, che venne mostrato al pubblico nel 1837. La duchessa
Maria Luigia dAustria nel 1838 gli commissionò una Carità patria che venne poi
ereditata da Leopoldo dAustria, mentre contemporaneamente lo Scaramuzza espose nel
Palazzo del Giardino di Parma la Malinconia e una Scena del Conte Ugolino dalla Divina
Commedia. Questultimo quadro, secondo il Pariset, fu due anni prima esposto a
Milano. Nel 1839 lo Scaramuzza eseguì per la Duchessa Dare da bere agli assetati, che
venne ereditato da Leopoldo dAustria e presentato nella mostra parmense del 1840,
dove figurò pure la Carità di uno Scolaretto, sempre commissionato dalla Sovrana,
proveniente dallesposizione che se ne era fatta lanno prima nel palazzo di
Brera a Milano. Entrambi i dipinti furono riprodotti in litografia dal Vigotti nel 1842.
Del 1840 sono le Figure di Santi benedettini
dipinti nel chiostro di San Giovanni evangelista
in Parma e forse i due affreschi nella parrocchiale di Monticelli dOngina
raffiguranti Le virtù teologali e il Cristo nellorto degli ulivi (stando al
Gervasoni, mentre il Pariset data questi ultimi al 1856; il secondo autore sembra in
questo caso più attendibile, trovandosi una memoria per i due dipinti sul giornale
LAnnotatore del 27 novembre 1858 che appunto li illustra). Ancora nel 1841 Maria
Luigia dAustria gli retribuì le pitture nella volta del tempietto dedicato al
Petrarca a Selvapiana di Ciano e gli ordinò pure le prime scene dantesche da dipingersi
nella stanza del bibliotecario nella Biblioteca palatina
di Parma. La famosa decorazione fu compiuta dallo Scaramuzza a più riprese: nel 1842,
1843 e 1844, concludendola nel 1857. sempre
nel 1841 lo Scaramuzza presentò in mostra nel Palazzo del Giardino di Parma tre quadri:
La preghiera del mattino, Pregare Iddio per i vivi e per i morti e La Madonna col bambino e S. Giovanni Battista. Lanno
seguente si trovò a San Secondo per dipingere la villa del conte Caimi con Episodi della
vita di napoleone. Nel dicembre del 1844
terminò la volta nella sala delle medaglie del Museo dantichità di Parma e nel 1846 la tela con la
Vergine Assunta per la parrocchiale di cortemaggiore.
Nel medesimo anno lo Scaramuzza venne nominato maestro destetica e di composizione
nellAccademia di Belle Arti di Parma, nelle cui sale espose pure altri due pezzi
della serie le opere di misericordia (Visitare gli infermi e Consolare gli afflitti). Nel
1847 ricevette la cattedra di maestro di pittura. Terminò nel 1849 la tela del Baliatico
ordinatagli da Maria Luigia dAustria già nel 1842, ma terminata appunto dopo la
morte della mecenate (lopera venne acquisita dalla Galleria Ducale). Verso il 1853
lo Scaramuzza finì di dipingere una vasta tela rappresentante la Discesa al limbo,
iniziata tre anni prima (conservata nel castello di moncalieri).
Già professore di pittura, nel 1860 lo Scaramuzza fu posto a dirigere lAccademia,
ma si dimise nel 1877 dedicandosi così principalmente al sua grande progetto di
illustrare la Divina Commedia. Questa sua aspirazione risaliva al 1838, quando iniziò la
progettazione di molte scene con finissimi disegni a penna (anticipanti la tecnica
divisionista) che imitavano le incisioni. Infine nel 1876, dopo diciassette anni di
appassionato lavoro, espose finiti i 243 fogli realizzati. Lo Scaramuzza, costante e
instancabile disegnatore durante tutta la sua carriera, rivela soprattutto nellarte
grafica le sue doti eccezionali. Lasciò innumerevoli disegni di genere, spesso
caratterizzati da acute osservazioni e che vanno dalla scene elaborate allo studio nel
dettaglio di ciascun elemento delle proprie composizioni. Indagini puntigliose, eseguite a
penna e a matita, di piante e fiori, disegni di nudi dal vero, svariatissimi ritratti,
soprattutto di amici e di familiari, vari fogli che fanno supporre trattarsi di bozzetti
predisposti dallartista per il consueto giudizio preliminare da parte della
committenza. Intensa risulta pure la sua produzione disegnativa giovanile, improntata a un
depurato nitore formale. Alcuni taccuini, suoi precoci e inseparabili compagni di brevi
viaggi nella pianura padana, lo rivelano, attento al paesaggio e ai monumenti, già dotato
di una eccezionale omogeneità linguistica con la quale riesce a cogliere
lessenziale di quanto interessa il suo occhio curioso. Sono però il gigantesco
complesso dei duecentoquarantatré cartoni con le illustrazioni per la Divina Commedia che
proiettano lo Scaramuzza tra i maggiori disegnatori europei del suo tempo. Lartista
lavorò a questa sua impresa splendida e vigorosa dal 1859 al 1876. Ma i suoi esordi in
tema dantesco risultano assai precoci. Fin dal 1836, infatti, presentò La morte del Conte
Ugolino con figli e nipoti, che prelude agli encausti della Sala Dante nella Biblioteca
Palatina di Parma, condotti, tra svariate interruzioni dovute ai continui dubbiosi
ripensamenti, dal 1842 al 1857. Nello Scaramuzza cè sempre un profondo legame tra
la parola del testo e la figura. La rappresentazione visuale di ogni sua tavola è in
continuo scambio e potenziamento con lespressione di Dante, sempre in rivelatrice
interespressività. Lo Scaramuzza procede continuamente a tradurre il logos e lo spirito
del logos, che sempre dimostra di avere correttamente indagati e capiti, in immagini,
costantemente alla ricerca febbrile del legame tra testo e figura, addirittura tra colore
vocale e colore del segno grafico. Le sue tavole accompagnano dunque il testo dantesco
interpretandolo come una specie di fedelissima traduzione figurata. Tra le numerose
illustrazioni del mirabile viaggio dal buio della selva e della valle alla luce risolutiva
nel Paradiso dei tre cerchi, quelle dello Scaramuzza sembrano anche contribuire
allinterpretazione stessa dei testi, soprattutto per la comprensione di passi
particolarmente oscuri. Il rapporto dinamico testo-visualizzazione contiene poi una grande
ansia di comunicazione anche popolare, tesa ad allargare il messaggio dellopera
scritta al di fuori della cerchia degli intendenti. Non va dimenticato che lo Scaramuzza
fu altresì autore di una traduzione, impeccabile, in dialetto parmigiano del poema di
Dante, rimasta manoscritta nonostante il suo struggimento per farla stampare, che dimostra
il proposito di farlo conoscere al più largo pubblico possibile, ben al di là della
fascia aristocratica e letteraria. Lo Scaramuzza, di carattere estroso, coltivò anche
interessi stregoneschi e letterari. spiritista
convinto, affermò di essere come medium in comunicazione con gli spiriti dei trapassati
che gli trasmettevano i loro pensieri e perfino gli dettavano le loro composizioni
poetiche e letterarie doltretomba: lo spirito di Ludovico Ariosto un Poema sacro
(1873), composto di ben tremila ottave (lo scaramuzza
si spinse al punto di pubblicare lopera come postuma del poeta), lo spirito di Carlo
Goldoni La scostumata delusa e Il fastoso superbo e egoista. Inoltre prese attivamente
parte ai movimenti politici e rivoluzionari dellepoca. Il 20 marzo 1848 suonò a
stormo per unora e mezzo dalla torre del Duomo di Parma e ospitò in casa sua i
liberali più perseguitati. È del 1831, pochi giorni dopo lesecuzione di Ciro
Menotti, il suo dipinto Pregate per i vivi e per i morti, notevole in quanto prova la
temerarietà dello Scaramuzza: rappresenta una donna abbrunata che, dopo aver collocato
una corona di fiori e quercia su un cippo marmoreo, si prostra e abbraccia il piccolo
figlio. Sul nastro della corona è scritto Francesca Menotti. Fu il maestro di Ignazio
Affanni, Cecrope Barilli, Clementina Morgari Lomazzi, Giorgio Scherer e Cleofonte Preti.
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parmense dellOttocento, Parma, 1971, 42-48; G. Capelli, Francesco Scaramuzza, in
Gazzetta di Parma 26 aprile 1974; G. Capelli-E. dallOlio,
Francesco scaramuzza, Parma, Battei, 1974;
G. Capelli, In pericolo a Selvapiana i dipinti di Scaramuzza, in Gazzetta di Parma 14
ottobre 1974; T. Coghi Ruggero, scaramuzza
dantesco, in Gazzetta di Parma 20 ottobre 1986; A. Marasini, Il pittore Francesco
Scaramuzza è stato anche fervente patriota, in Gazzetta di Parma 21 ottobre 1986; Al Pont
ad Mez 2 1986, 42-47; G. Capelli, Sissa, 1996, 101-107; Grandi di Parma, 1991, 104; A.V.
Marchi, Figure del Ducato, 1991, 286; Aurea Parma 3 1993, 248-250; G. Capelli, in Gazzetta
di Parma 15 ottobre 1996, 5.
SCARAMUZZA SALVATORE
Sissa 1804 c.-
Figlio di Nicolò e di Marianna Benedetta Frondoni. Fu un valente incisore
calligrafo.
FONTI E BIBL.: Bacchini, Sissa, 1973, 71.
SCARATTI GIAMPAOLO
Parma 1710/1711
Gesuita. Fu Rettore del Collegio dei Nobili di Parma dal 14 settembre 1710 al 31
gennaio 1711.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 836.
SCARATTI GIAN PAOLO, vedi SCARATTI GIAMPAOLO
SCARONI CATERINA EMILIA, vedi SOLCI SCARPA CATERINA EMILIA
SCARPA ANDREA
Parma prima
metà del XVII secolo
Maestro muratore attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
V, 321.
SCARPA CRISTOFORO
Vianino ante
1415- Treviso post 1441
Figlio di Enrico. Fu egregio ed eccellente gramatico (Affò). Ebbe corrispondenza
con Guarino Veronese, del quale si conservano alcune lettere del 1415 e 1418 indirizzate
allo Scarpa. Fu personaggio assai accreditato, lodato anche da Gasparino Barziza e da
Antonio Baratella, che in una sua lettera in versi lo definisce insignis Rhetor. Verso il
1415 lo Scarpa si trasferì a verona, e
quindi insegnò Belle Lettere in Venezia (1423). Nel 1425 passò a Padova come professore
di Retorica, ottenendo nel contempo la cittadinanza padovana. Morto nel 1430 Gasparino
Barziza, lo Scarpa fu proposto come sostituto per la cattedra di umane lettere
allUniversità di Padova, ma il Senato gli preferì Antonio Picino. Insegnò infine
a Treviso dal 1435 al 1441.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789,
138-143; A. Pezzana, memorie degli scrittori
e letterati parmigiani, VI/2, 1827, 143-146; A.Segarizzi, Cristoforo de Scarpis, in Nuovo
Archivio Veneto 29 1915, 57 s.
SCARTOCCHINO, vedi LUCCHI FRANCESCO
SCARZARINO GUSTAVO, vedi PONTI CRISTOFORO
SCARZELLA FRANCESCO
Parma-post 1781
Allievo al Collegio dei Nobili di Parma, nel Carnevale del 1781 cantò nel dramma
pastorale La morte di Nice, rappresentato nel Teatro dellIstituto.
FONTI E BIBL.: Sartori; G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.
SCATOLA ASENZIO
Neviano degli
Arduini 4 settembre 1909-montereau Fault
Yonne 31 gennaio 1991
Nato da Attilio e Annunziata Mistrali. comunista,
espatriò in Francia il 21 aprile 1936. Il suo nome compare sul Bollettino delle ricerche.
Supplemento dei sovversivi. Da Bagnolet, nella regione parigina, dove risiedeva, passò in
Spagna nellaprile 1937, arruolandosi poi nella Brigata Garibaldi, 1° Battaglione, 1a
compagnia. Combatté sui fronti di
Huesca, Brunete e Farlete, raggiungendo il grado di Sergente. Nel settembre 1937 fu
Sottotenente nel 1° battaglione. Ferito in
combattimento a farlete, rientrò in
Francia. Allinizio della seconda guerra mondiale fu internato nel forte di
Tourelles, poi trasferito al campo di Aurigny fino alla Liberazione.
FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 133.
SCHENINI GIUSEPPE
Busseto 14
aprile 1780-
Figlio di Giovanni Battista. Nel 1810 fu chirurgo
al servizio dItalia nel 1° reggimento
e nel 1815 fu Chirurgo di Battaglione al servizio di Parma. Prese parte alle campagne
militari del 1813-1814 in Italia e del 1815 in Francia. Nel 1823 fu riconosciuto
appartenere alla società dei carbonari. Lanno seguente fu posto in ritiro. Durante
i moti del 1831 fu sottoposto a sorveglianza ma non partecipò alla rivolta trovandosi fin
da allora in Edolo, nel bergamasco, dove
sposò una Calvi.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 34; O.Masnovo, Patrioti del 1831, in
Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 210.
SCHENONI ANGELO
Parma 1767/1799
Sacerdote. Fu Segretario della Biblioteca Palatina di Parma (dal 1767) e poi
direttore del Museo di Archeologia di Parma (1785-1799).
FONTI E BIBL.: L.Farinelli, Il carteggio Mazza, in Archivio Storico per le Province
Parmensi 1980, 208.
SCHENONI ANGELO
Parma 17 aprile
1858-1939
Figlio di Gaetano ed Ezilde Cornazzani. Fu generale
di Divisione, comandante la brigata Sicilia,
letterato e poeta.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1206.
SCHENONI IPPOLITO
Parma 1630/1632
Frate Servita, fu contralto alla chiesa della Steccata di Parma nellottobre
1630. La licenza da lui richiesta fu accettata il 13 febbraio 1632.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 90.
SCHERER EMILIO GIUSEPPE
Parma 16 maggio
1834-post 1874
Figlio di Giorgio e Caterina Paumer. Nel settembre del 1860 concorse presso
lAccademia di Belle Arti di parma al
premio di terza classe, con la copia di un disegno di figura intera, aggiudicandosi una
menzione onorevole. Nel luglio del 1862 ricevette un premio per la mezza figura grande al
naturale, a olio dal vero. Lanno seguente espose un chiaroscuro copiato da un
bassorilievo con la Vergine e il Bambino, partecipando anche al concorso accademico per il
disegno di nudo, per il quale ottenne una menzione onorevole. nel 1870 espose alla Galleria Nazionale Filippo
Lippi e Lucrezia Buti e La piccola nutrice, aiutando Alberto Rondani, del quale era stato
compagno di studi presso lAccademia, a tratteggiare gli appunti critici sulla
mostra, pubblicati quattro anni più tardi negli Scritti dArte. Fu stilisticamente
dipendente da Giorgio Scherer e da Ignazio Affanni, ma con accentuate intonazioni
sentimentali.
FONTI E BIBL.: ms. Atti della R. Accademia parmense, 1857-1863, 227, 326 e 380;
Gazzetta di Parma 11 luglio 1863, 615; Esposizione industriale provinciale, 1864, 92;
Catalogo delle opere esposte, 1870, 50-52; Giornale del primo Congresso, 1870, 284; A.
Rondani, 1874, 41; G. Copertini, La pittura parmense dell800, Milano, 1971, 150,
nota 92; G. Godi, Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura
dell800, catalogo della mostra, Colorno, 1974, 104; Dizionario Bolaffi Pittori, X,
1975, 216-217.
SCHERER GIORGIO
Parma 6 marzo
1831-Parma 12 marzo 1896
Figlio di altro Giorgio e di Caterina Paumer. Fu allievo, assieme allAffanni
e a Cletofonte Preti, di Francesco Scaramuzza presso laccademia di Belle Arti di Parma. Da giovane venne
inviato e mantenuto dalla duchessa Luisa Maria di Borbone a Venezia, in compagnia di
Giuseppe Bissoli, con lincarico di copiare dei dipinti antichi da porsi sugli altari
laterali del restaurando oratorio di Santa Maria Annunciata a Colorno. Lo Scherer nel 1852
eseguì la copia dellAdorazione dei Magi di Paolo Veronese (fu esposta lanno
dopo nelle sale dellAccademia), ma non adattandosi la superficie del dipinto antico
a riprodursi esattamente in quella a sua disposizione, vi aggiunse in alto una Gloria
dangeli riproducendola da unopera di Alessandro Varotari detto il Padovanino.
Nel 1853 vinse il concorso accademico con lAbdolomiro salutato Re, esponendo anche
lanno seguente per la società
dIncoraggiamento lOfferta della polenta e un bel bozzetto. Partito per Roma,
lo Scherer vi risiedeva nel 1856, anno in cui inviò a Parma, come saggio di pensione,
lalcibiade e la copia da un tondo con
la Poesia affrescata nel soffitto di una stanza vaticana di Raffaello (nellIstituto
P. Toschi), la quale, dopo lesposizione del 1856, era visibile nel 1884 nella camera
di San Paolo, nonché il quadretto con lo Studio di pittore e di scultore. Ma nel 1857 fu
di ritorno in sede, esponendo a Piacenza e poi a Parma alcune opere per la Società
dIncoraggiamento: S. Giovanni dinanzi ad Erode, Lo studio di un pittore (sorteggiato
a Luigi Dosi), Visitare gli infermi (sorteggiato a Ferdinando Douglas-Scotti di Fombio) e
La fanciulletta estinta. Lanno dopo lo Scherer presenziò allesposizione
parmense con Insegnare agli ignoranti (sorteggiato a Deogratias Lasagna), Tobia curato
della vista, S. Gregorio che prega per le anime purganti, eseguito su commissione della
duchessa reggente Luisa Maria di Borbone (il quadro si conservava nella cappella del
Cimitero Comunale di Parma, da dove fu trafugato il 25 maggio 1974). Nel 1859 espose I
parmigiani che rientrano dopo aver distrutto Vittoria, nel 1860, sempre a Parma, i
Profughi dAquileja e un Ritratto e nel 1863 la Donna fiorentina, un Ritratto e un
Ritratto di puttina. Dal 1861 al 1864 lo Scherer insegnò figura e paesaggio nel Collegio
Militare di Parma, sempre partecipando alle mostre parmensi: nel 1863 con Visitare gli
infermi, che vinse una medaglia dargento, Insegnare agli ignoranti, La difesa di
Nizza, Un episodio dellassedio di Firenze, Gli ultimi momenti di Nicolò de Lapi
(vinto dal Ministero della Pubblica Istruzione che lo donò alla Galleria di Parma). Nel
1867 espose a Bologna Consolare gli afflitti e La prima medaglia e nel 1870 partecipò
alla prima mostra Nazionale parmense con un congruo numero di quadri: Una battaglia,
Tiziano ed Odoardo Farnese, Consolare gli afflitti e La mascherata. Nel 1882 partecipò a
quella fiorentina con Una lezione di pianoforte e linfausta notizia, le quale opere furono entrambe
ripresentate lanno seguente sempre a Firenze, mentre solo la seconda venne
riproposta nel 1887 allesposizione della Società dincoraggiamento, che la sorteggiò al comune di Golese, passando nel 1948 a quello di
Parma. Nel 1879 espose Il maestro del villaggio, che fu estratto al Ministero della
Pubblica istruzione, mentre nel 1880
partecipò con i quadraturisti Mazzari, Soncini e Robuschi (allievi del Magnani) al
rinnovamento decorativo dei locali del Caffè del Risorgimento. Nel 1884 espose a Torino
Il figlio del soldato e il Merciaio ambulante. Infine nel 1891 lo Scherer fu a Chiavari,
dove affrescò nella chiesa di Nostra Signora dellOrto, presenziando anche nel 1893
a una mostra locale con Saul e Consolare gli afflitti, che vinsero un primo premio. Ma fu
anche presente in quellanno a Parma, dove, alla mostra della Società
dIncoraggiamento tenuta nel Teatro Regio, espose il Correggio illustra alla badessa
Giovanna Piacenza gli affreschi della camera di S. Paolo (conservato presso la Cassa di
Risparmio di Parma). Come testimonia il Rondani (1874, pp. 448-453), lo Scherer mantenne
un incostante comportamento stilistico, dibattendosi alternativamente tra una
convenzionale pittura borghesemente stucchevole e uno stile più realistico, sia per la
tematica che per la tecnica in certi aspetti quasi impressionistica.
FONTI E BIBL.: G. Negri, 1852, 67; Gazzetta di Parma, supplemento, 7 gennaio 1853,
20 febbraio 1854, 165, 16 luglio 1856, 642, 18 agosto 2, 8 e 19 ottobre 1857, 737, 890,
909, 945; X, in lannotatore 1857, 131,
132, 143; Gazzetta di Parma 18 settembre 1858, 842; F.G., in Gazzetta di Parma 1858,
853-854; G. Panini, 1858, 885; Esposizione delle opere, 1858, 13; C.I., in
lAnnotatore 1859, 170; A. Billia, 1860, 1247; G. Carmignani, 1860-1861, 9; Gazzetta
di Parma 10 e 11 luglio 1863, 612, 615; Esposizione industriale provinciale, 1864, 92-93;
Atti della R. Emiliana Accademia, 1867, 29; Catalogo delle opere esposte, 1870, 43, 44,
49; A. Rabbeno, 1870, 43; L. Pigorini, 25 novembre 1879; L. Ameni, 24 ottobre 1880; L.
Pigorini, 1887, 22 e 54; Gazzetta di Parma 23 aprile e 17 giugno 1891; R. De Croddi, 1893,
371; A. De Gubernatis, 1906, 460; Inventario ms. Istitituto P. Toschi, v. I, n. 1648; A.
Corna, 1930, 495; A. Santangelo, 1934, 115; N. Pelicelli, in Thieme-Becker, 1936, v. XXX,
34; inventario ms. Galleria Nazionale, 1938,
259; A.M. Comanducci, 1945, v. II, 743; L. Gambara, 1966, 250; G. Copertini, 7 dicembre
1967, 6; G. Ponzi, 1973, II, 29; Gazzetta di Parma 27 maggio 1974, 4; G. Allegri Tassoni,
1974; E. Scarabelli Zunti, documenti e
memorie di Belle Arti parmigiane, ms. nella Biblioteca Palatina di Parma, 1851-1893, X,
136; De Gubernatis, Dizionario artisti italiani viventi, 1889; A.S. Trucchi, Guida di
Chiavari; N. Pelicelli, Guida di Parma, 1910; G. Godi, Soragna: larte dal XIV al XIX
secolo, 1975, 80-81; P. Martini, La scuola parmense di Belle Arti e gli artisti delle
province di Parma e di Piacenza dal 1777 alloggi, Parma, 1862, 37; P. Martini, La
Regia Accademia parmense di Belle Arti, Parma, 1873, 17; A. Rondani, Scritti darte,
Parma, 1874, 448-453; C. Ricci, Catalogo della Regia galleria di Parma, Parma, 1896, 6 e 172; A.
Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri o benemeriti, Parma, 1905, 105-106;
G. Allegri Tassoni, mostra
dellAccademia Parmense, catalogo, Parma, 1952, 60-61; Mostra di pittori emiliani
dell800, catalogo, Bologna, 1955, 28; G. Copertini, Un grazioso dipinto di Giorgio
Scherer, in Parma per lArte 1959, 202; A. Ghidiglia Quintavalle, Doni ai musei e
gallerie dello Stato, in Bollettino dArte 1964, 425; G. Copertini, La pittura
parmense dell800, Milano, 1971, 64-66; G. Godi, Mecenatismo e collezionismo pubblico
a Parma nella pittura dell800, catalogo della mostra, Parma, 1974, 71-72; A.M.comanducci, Dizionario dei Pittori, 1974, 2971; S.
Pinto, romanticismo storico, catalogo della
mostra, Firenze, 1974, 375; G.L. Marini, in Dizionario Bolaffi pittori, X, 1975, 217-218.
SCHIAFFINATI GIAN GIACOMO, vedi SCHIAFFINATI GIOVANNI GIACOMO
SCHIAFFINATI GIOVANNI GIACOMO
Milano 10
settembre 1450-Roma 8 dicembre 1497
Figlio di Tonello, nobile milanese. Fu cameriere
di papa Sisto IV e Canonico della basilica
Vaticana. Il 30 dicembre 1482 fu eletto da Sisto IV vescovo di Parma. Ebbe due fratelli:
Gabriele, vescovo di Gap (Episcopus vapicen-sis),
che lo Schiaffinati costituì suo sindaco, procuratore e luogotenente, che risiedette nel
palazzo episcopale di Parma, e Andrea. Lo Schiaffinati si valse del fratello Gabriele
nellamministrazione spirituale e temporale della Chiesa di Parma. Il 15 novembre
1483 il Papa lo creò Cardinale del titolo di Santo Stefano in monte Celio, onde in
seguito volgarmente fu chiamato il cardinale Parmense. Il diario contenuto nella Vita di
Sisto V, scritto in latino da un canonico, descrive lo Schiaffinati come juvenis est
quidem bonae indolis, et morigeratus et formosus, ut videri potest, litteras autem non
habet. Lo stesso documento afferma che lo Schiaffinati fuit cubicularius Castellani Sancti
Angeli, quem quum Xystus vidisset, mox ad se advocavit illumque multis equidem
opulentissimis beneficiis insignitum, tandem ad cardinalatus
apicem contra aliorum, ut fertur, voluntatem assumpsit. Il 26 aprile 1483 lo Schiaffinati
emanò un decreto che dettava le regole per ottenere un sussidio caritativo. Nel 1487 lo
Schiaffinati fu a Roma, ove sottoscrisse una bolla di papa Innocenzo VIII e onorò colla
sua presenza le solenni esequie di Carlotta, regina di Cipro. Lo Schiaffinati decretò con
un pubblico Statuto, sottoscritto anche dal clero e dal Comune della città, che si
celebrasse con pia e devota pompa la festa dellImmacolata Concezione: Parma fu una
delle prime città che solennizzò questa ricorrenza. Il 4 maggio 1487 diede licenza a
tutti i confratelli della società della Beata Vergine del Carmine di eleggersi per
confessore qualunque sacerdote secolare o regolare e ingiunse lobbligo di accostarsi
alla propria parrocchia per ricevervi nella Pasqua i sacramenti della confessione e della
comunione. Lo Schiaffinati morì alletà di 47 anni e fu sepolto nella chiesa di
santagostino in Roma in un bellissimo
sepolcro di marmo, con la seguente iscrizione: Io: Jacobo Sclafenato mediolan. divi
Stephani in Coelio monte s. r. e. presbytero cardinali parmen. ob ingenium, fidem,
solertiam, ceterasque animi et corporis dotes a Sixto iiii. pont. max. inter pares relato
undecumque ornato queis perpetua modestia, incomparabilique integrtate gnariter annos
viiii. functo Philippus eq. ord. hierosol. fratri concordissimo nato iiii id. sept.
mccccli. mortuo vi idus decembr. miii. d. moerens b. m. posuit.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 236; G.M. Allodi, Serie cronologica dei
vescovi, I, 1856, 811-824; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 240.
SCHIANCHI ANGELA
Parma-2 maggio
1807
Pia donna, morta in concetto di santità.
FONTI E BIBL.: Angela Schianchi morta in concetto di santità nel 1807 e tumulata
nella parrocchiale della SS. Trinità in Parma, in Indicatore Ecclesiastico parmense 1906; Di Angela Schianchi morta in
concetto di santità il 2 maggio 1807, Parma, 1913; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974,
981.
SCHIANCHI GIUSEPPE
Vallerano di
Calestano 1888-Fornovo 30 agosto 1957
Sacerdote, esercitò il suo ministero a Sorbolo, a Berceto, a Viarolo, a
Castellonchio, a vigatto e infine a Mezzano
Rondani. Il vescovo colli nel 1944, quando
ancora infuriava la guerra, affidò allo Schianchi i chierici di teologia perché presso
di lui completassero la loro formazione. A fine anno dieci di questi teologi furono
ordinati preti proprio nella parrocchia dello Schianchi, Mezzano Rondani. Dedicò la sua
attenzione di studioso di storia e di arte locali soprattutto alla zona di Berceto,
illuminando in saggi e monografie figure e fatti della storia ecclesiastica
dellantico centro appenninico. Importanti sono stati specialmente gli studi
pubblicati sulla rivista milanese Arte cristiana
intorno al leggendario monastero di Tabertasco e sulle origini e lo sviluppo della chiesa
basilicale di Berceto, di cui lo schianchi,
che fu anche Canonico della Collegiata, per primo tentò razionalmente la storia nella sua
genesi religiosa e artistica.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2/3 1957, 187; Gazzetta di Parma 4 settembre 1991, 16.
SCHIANCHI GUALBERTO
Neviano degli
Arduini-Plezzo 23 ottobre 1915
Caporale di Reggimento Artiglieria da campagna,
fu decorato di medaglia dargento al valor militare, con la seguente motivazione:
Quale capo-pezzo, dimostrò sotto il fuoco nemico rara fermezza danimo e,
mortalmente ferito, continuò ad impartire gli ordini ai serventi, finché gli vennero
meno le forze.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1916, Dispensa 70a, 3736; Decorati
al valore, 1964, 63.
SCHIANCHI PAOLO
Collecchio 21
agosto 1774-Parma 24 ottobre 1807
Capo di malviventi che operavano nei dintorni della città di Parma, fu catturato
in seguito a una serie di gravi reati, tra i quali una aggressione a mano armata commessa
il 14 dicembre 1805, a danno del quartiermastro del IV battaglione del Treno di Artiglieria, Simeonis,
e una aggressione, compiuta il 7 gennaio 1806, a danno del direttore delle Poste della
città di Parma, Urtin, e del corriere di Alessandria, Fotraud. Lo Schianchi operò con
due complici, anchessi catturati e assieme a lui condannati a morte dalla
commissione militare riunitasi in Parma il 27 gennaio 1806. La condanna fu eseguita il 24
ottobre 1807 nella Piazza della Ghiaja in Parma.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei collecchiesi,
in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.
SCHIARETTI
GUIDO
Parma 13 gennaio
1906-Parma 8 marzo 1972
Allievo di Annibale Pizzarelli e Renzo Martini, pur non avendo ale spalle
approfonditi studi musicali, seppe farsi apprezzare come ottimo tenore utilité,
comprimario e in varie occasioni anche come protagonista.Dopo una lunga gavetta in teatri
di provincia, nellaprile 1945 ebbe la sua occasione, sostituendo il tenore Infantino
al Teatro Regio di Parma nellAmico Fritz.Lanno successivo fu lord Arturo nella
Lucia e nel 1947 cantò nuovamente lopera a Ovada con Carlo Bergonzi, allora
baritono.Fu in Francia (Lione e Tolosa) e in Portogallo cantò in Traviata, Barbiere di
Siviglia e Arlesiana.Fu anche negli stati
Uniti in una serie di spettacoli.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.
SCHIASSI ANTONIO
Parma 1849
Incisore in rame attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
IX, 248.
SCHIAVELLI TIOLO, vedi CHIAVELLI TIOLO
SCHIAVI ANTONIO
Vigatto 28
agosto 1887-Parma 19 giugno 1951
Entrò giovanetto nel Seminario di Berceto, ove frequentò le scuole ginnasiali, e
poi passò nel Seminario di Parma per i corsi liceali e teologici. Venne ordinato
sacerdote il 14 maggio 1915 nella chiesa di San Tommaso dal vescovo Guido Maria Conforti.
Venne poi nominato vice-archivista e Protocollista della Curia vescovile e Rettore della
chiesa di San giovanni decollato, quindi
vice-cancelliere della Curia per cinque anni (1919-1924), dogmano della Collegiata del Battistero e
cappellano della chiesa di San Carlo. Fu inoltre confessore presso le maestre Luigine e
presso lorfanatrofio Vittorio
Emanuele, Cancelliere della Curia vescovile dal 1925 al 1931, Vicario generale della
Diocesi e arciprete della Basilica cattedrale
dal 9 giugno al 4 settembre 1931. Fu quindi nominato parroco della chiesa di San Tommaso
in Parma e Canonico onorario della basilica
Cattedrale il 5 settembre 1931. restaurò e
decorò la chiesa di San Tommaso, ornandola di un pregevole altare in marmo, su disegno di
don Alberto Tadè, e di vetrate istoriate. Fu anche insegnante di liturgia nel Seminario
maggiore, Promotore di giustizia, Promotore del vincolo e giudice del Tribunale
ecclesiastico regionale per le cause matrimoniali, membro del Consiglio amministrativo
diocesano, membro della commissione dei definitori per la Congregazione del clero,
Ispettore dellinsegnamento di religione nelle scuole primarie della città di Parma,
promotore della fede nei processi
informativi per le cause delle serve di Dio Lucrezia Zileri e Anna Maria Adorni e
Postulatore della causa di beatificazione di monsignor Agostino Chieppi. Fu un assiduo e
diligente studioso di storia locale e diocesana: pubblicò i due importanti volumi La
Diocesi di Parma, il primo nel 1925 e il secondo nel 1940, indispensabili per la
conoscenza della Diocesi e delle singole parrocchie e ricchi di documenti che orientano
gli studiosi sulle vicende della storia ecclesiastica della Diocesi parmense. Pubblicò
anche Il Pievato di Vigatto e i suoi arcipreti e Nel VII centenario del primo battesimo
amministrato nel Battistero monumentale di Parma (1916). Socio corrispondente della
Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi (1925), riordinò lArchivio
della Curia vescovile, facilitando agli studiosi le ricerche storiche.
FONTI E BIBL.: E. Guerra, in Parma per lArte 3 1951, 129; I. DallAglio,
Seminari di Parma, 1958, 208-209; T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 77.
SCHIAVI EUGENIO
-Collecchio
aprile 1905
Fu consigliere comunale di Collecchio dal 1888 e Sindaco dal 1892 al 23 maggio
1894, allorché rinunciò allincarico. Ritornò alle sue funzioni di semplice
consigliere e, in assenza del sindaco Lodovico Paveri Fontana, agì da presidente della
seduta. Il 23 febbraio 1899 fu di nuovo nominato Sindaco, dalla quale carica fu
dimissionario il 28 agosto 1900. Da allora rimase consigliere comunale fino alla morte.
FONTI E BIBL.: U.Delsante, Dizionario dei collecchiesi,
in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.
SCHIAVI ORAZIO
San Secondo
Parmense-Woschilowa 19 gennaio 1942
Figlio di Albino. Camicia Nera della Legione Camicie Nere Tagliamento, 63°
Battaglione, fu decorato di medaglia dargento al valor militare, con la seguente
motivazione: Porta arma tiratore, durante un tentativo nemico di sorprendere e attaccare
un punto particolarmente delicato di un nostro caposaldo, interveniva prontamente aprendo
il fuoco sullavversario. Ferito rimaneva sul posto di combattimento continuando
nellazione fino a quando veniva colpito a morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1947, Dispensa 27a, 2712; Decorati
al valore, 1964, 116.
SCHIETI PAOLO
Parma 1548/1562
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della steccata
in Parma dal 1548 al 1556. Passò, come consorziale, alla Cattedrale di Parma il 7
novembre 1558. Il 9 novembre 1562 venne sostituito (loco D. Do. Pauli de Schietis) da
Eustacchio Cernitori.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 20;
Benefitiorum et beneficiatorum Elenchus, 493
(Archivio di Stato in Parma); N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 16.
SCHINON, vedi FORNIA ALFIO
SCHIROLI RICCARDO
Parma
1917-Krasno Orecowo 13 febbraio 1942
Figlio di Arnaldo. Sottotenente del 121° Reggimento Artiglieria, fu decorato di
medaglia dargento al valor militare, con la seguente motivazione: Giunto da pochi
giorni in zona doperazioni e destinato ad un gruppo dartiglieria in qualità
di ufficiale osservatore, rinunciava alla licenza di sei mesi spettantegli quale iscritto
alla facoltà di veterinaria e chiedeva di essere subito adibito ad un osservatorio
avanzato dartiglieria. Durante questo servizio ed allo scopo di individuare meglio
le posizioni avversarie, esprimeva insistentemente il desiderio di spingersi oltre le
prime linee. Si univa pertanto spontaneamente ad una pattuglia di fanti con la quale, dopo
essere penetrato profondamente in territorio nemico, a missione ultimata e sulla via del
ritorno, veniva attaccato da preponderanti forze avversarie che gli precludevano ogni via
di scampo. Impegnatosi audacemente in cruenta impari lotta, cadeva colpito mortalmente.
Bellesempio di volontarismo e sprezzo del pericolo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1949, Dispensa 7a, 1254; Decorati al
valore, 1964, 98.
SCHIVAZAPPA ENRICO
Parma 27 agosto
1846-Parma 14 settembre 1890
Figlio di un addetto al servizio della Corte ducale,
da giovane fu garzone prestinaio e nei ritagli di tempo studiò indefessamente. emigrato nel Parà (Brasile), giunse a occupare
una posizione eminente nel commercio. Fu viceconsole
italiano per molti anni e meritò linsegna di Cavaliere della Corona dItalia. rimpatriò nel 1888, portando con sé dal Brasile
molti oggetti darte, che donò a vari musei dItalia. Anche nel Museo
dantichità di Parma vi è una sala contenente unimportante collezione
etnografica, dovuta appunto allo Schivazappa.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1905, 106-107.
SCHIZZATI
A.B.
Noceto 1811
Fu Protomedico in Noceto e poeta dialettale. La sua Filastroca pr Carlotta Levacher
al giorn dSan Carl Borromè lan 1811 è conservata nel ms. parmense 1308
(carte di Giuseppe De Lama) della Biblioteca Palatina di Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 839.
SCHIZZATI ANDREA
Parma 1773 c. -
Figlio del conte Francesco. Fu autorevole Consigliere di Stato.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 200.
SCHIZZATI ANTONIO
Parma 16 aprile
1790-Parma maggio 1876
Figlio di Francesco e di Gaetana Dodi. canonico,
fu Decano del Capitolo della Basilica cattedrale
di Parma, della quale dignità sostenne con fermezza i diritti e le prerogative.
Nellufficio di fabbriciere, ne curò con intelligenza e solerzia gli interessi
dellamministrazione. In età avanzata lo Schizzati fu afflitto da cecità.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 28.
SCHIZZATI FILIPPO
Parma 1725/1758
Figlio di Giovanni Antonio e di Lelia Silva. Ottenne nel 1725 una patente ducale di
familiarità. Dal 1733 al 1753 fu successivamente Podestà di Cortemaggiore,
CastellArquato, Busseto e Borgo San Donnino. Nel 1758 ebbe lonore della toga e
fu nominato Pretore di Castel San Giovanni. Sposò in seconde nozze Margherita Torricella
di Cortemaggiore.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 200.
SCHIZZATI FILIPPO
Parma 25
febbraio 1784-Parma 28 luglio 1877
Figlio del conte Francesco e della nobile piacentina Gaetana Dodi. Fu avvocato.
Intelletto acuto e geniale, particolarmente versato negli studi del diritto, della storia
e delle lettere, lasciò una buona traduzione de Le Stagioni di Giacomo Thompson (Parma,
Stamperia Ducale, 1818), al quale volume il poeta Angelo Mazza, che allo Schizzati aveva
dato in sposa la figlia Drusilla, aggiunse la versione dellInno al Creatore.
Pubblicò anche un quadro storico sulla Fondazione di Parma, mentre rimase inedita la sua
opera Cenni sui Borboni di Parma. Ma dove lo Schizzati si mise maggiormente in evidenza fu
nelle sentenze, che redasse a migliaia, in tutti i gradi delle giurisdizioni, civile,
penale e amministrativa. Nel 1831 ebbe il delicato incarico di istruire il processo ai
moti carbonari scoppiati nel febbraio di quellanno: in quelloccasione venne
apprezzato per la moderazione che lo contraddistinse. Già consigliere del tribunale di
revisione di Parma, nella prima legislatura (1848) venne eletto deputato della stessa
città al Parlamento subalpino. Di idee
liberali, al ritorno dei Borbone poté comunque restare a Parma, insegnando giurisprudenza
nellUniversità. Nel 1850, in una causa molto importante, che, con le licenze ai
coloni, implicava molteplici e gravi interessi, egli non esitò ad andare contro il volere
espresso da Carlo di Borbone. Dalla magistratura del Ducato passò in quella del Regno
dItalia: fu presidente della Corte di cassazione
di Milano, nonché consigliere e vicepresidente del Consiglio di Stato. Nel testamento,
fatto a novantanni, lasciò scritto che i funerali si celebrassero nelle ore più
solitarie ed oscure, senza seguito alcuno al di fuori del servitore, vietò iscrizioni e
necrologie e raccomandò ai medici di ben assicurarsi che egli fosse morto davvero.
FONTI E BIBL.: T.Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 764; G.B. Janelli,
Dizionario biografico dei Parmigiani, 1884, 65; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e
Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; A. Malatesta, Ministri, 1941, 120-121; Aurea
Parma 1 1949, 24; A. Boni, Documenti parmigiani, 1998, 147.
SCHIZZATI FRANCESCO
Parma 1747-Parma
24 agosto 1820
Figlio di Filippo e di Margherita Torricella. Lo Schizzati discese da un ceppo
patrizio, che a Parma aveva già dato studiosi, funzionari, prelati e magistrati. Egli
stesso fu, poco più che quarantenne, Auditore civile nel Tribunale di Parma e professore
di diritto criminale presso lAteneo parmense. Nel 1788 fu travolto nel provvedimento
di defenestrazione dellintero Tribunale, reo di aver giudicato in una controversia
privata contro il volere del duca Ferdinando di Borbone. Lo Schizzati fu poi reintegrato
nella sua funzione giudiziaria e già nel 1793 fu elevato al grado di Governatore di
Parma. In tale carica porse alla duchessa Maria Amalia le sue condoglianze e quelle della
città, a seguito della tragica fine della sorella Maria Antonietta. Nel 1791 fu
Consigliere di giustizia nel Supremo Consiglio di Piacenza. nellestate del 1799, al fermo e impavido
contegno dello Schizzati, rimasto quale unica autorità nella città sguarnita di
qualsiasi difesa e ribollente dei fermenti che il vento di Francia aveva portato, Parma
dovette la sua salvezza da molto maggiori sconvolgimenti, e vide le requisizioni, che i
Francesi avevano richiesto, ridursi a proporzioni notevolmente minori. Fu una vittoria del
buon diritto, della quale lopera del Cavagnari offre adeguata documentazione. Ormai
collaudato e pronto a sostituire il Ventura, fisicamente stanco e probabilmente più
ancora timoroso delle imminenti gravissime responsabilità, lo Schizzati assunse (intera,
non limitata al Dispaccio di Stato) la funzione di primo Ministro. Nellestate del
1800 la vittoria di Marengo eliminò lAustria da ogni sfera dinfluenza sul
medio corso del Po e aprì le province emiliane al sogno napoleonico di un comodo e sicuro
allacciamento del porto di La Spezia alla Cisalpina, attraverso il facile valico della
Cisa. Napoleone Bonaparte scrisse al Duca una lettera, nella quale contrastano il proemio
severo e la lusinghevole chiusa. Si lagna il primo console di una connivenza della Corte
ducale con la rivolta armata dei montanari del Piacentino contro le truppe francesi,
esprimendo propositi di severa rappresaglia, poi promette addirittura al Duca un
ingrandimento dei suoi domini. La risposta del Duca, minutata tutta dallo Schizzati, è un
capolavoro di finezza diplomatica e al tempo stesso un deciso rifiuto delle allettanti
promesse. E i due trattati di Lunéville e di Aranjuez, a cavallo tra linverno e la
primavera del 1801, sono il documento dellinsuccesso delle blandizie. Mentre col
primo di essi si mette fuori causa lImpero Austriaco, unica possibile difesa del
minacciato Ducato, con laltro, stracciando con balda noncuranza ogni buona norma di
diritto, si dà voce allassente e inconsapevole Duca di Parma per fargli dichiarare
che gli rinuncia por se y sus herederos perpetuamente el Ducado de Parma con todas sus
dependencias en favor de la Repubblica francesa (il Re di Spagna si fece garante di tale
rinuncia). Ma nel più di un anno e mezzo che seguì alliniquo trattato, la
resistenza ducale, tanto più ferma quanto meno spettacolare e violenta, tenne in rispetto
lo stesso Napoleone Bonaparte. Accanto a quella resistenza passiva, un lavorìo incessante
e discreto si sforzò di paralizzare la sentenza di morte del Ducato parmense e magna pars
ne fu, insieme al fido amico Giuseppe Nicola Azara, ministro del Re di Spagna, lo
Schizzati. Questa attività diplomatica era già a buon punto, quando, improvvisamente, il
Duca si spense. Ufficialmente si parlò di colèra sporadico, ma è lecito dubitarne di
fronte allalone di mistero che circondò le successive indagini e che il Lecomte
così descrive: Avant que les chirurgiens procédassent à lautopsie, il fut enjoint
à toutes les personnes présentes, et sous peine dêtre sur-le-champ disgraciées
par la Régence, de rien révéler de ce qui pourrait être découvert par
louverture du cadavre de Don Ferdinand. Con la morte del Duca lostacolo
allavverarsi del sogno napoleonico svanì e il tricolore dellanchessa
agonizzante Repubblica di Francia poté sostituire la bandiera borbonica. Parma fu
costituita in Dipartimento del Taro. Lo Schizzati fu reggente del Ducato, alla morte di
Ferdinando di Borbone, insieme con Maria Amalia e Cesare Ventura.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1820, 281; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei
Parmigiani, 1877, 407-408; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 200;
Bocconi, Lultimo ministro di Don Ferdinando, in Archivio Storico per le Province parmensi 1952, 55-62; L. Farinelli, Il carteggio
Zani, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1986, 373.
SCHIZZATI GIOVANNI ANTONIO
Piacentino ante
1704-Parma 1736
Figlio di Paolo. Con Patente dell11 febbraio 1704, dal duca di Parma
Francesco Maria Farnese fu creato nobile coi discendenti dambo i sessi. Fu uditore
criminale in Parma, consigliere della Dettatura di Parma nel 1716, Capo-giudice e
Presidente ducale nel 1721 e Progovernatore di Parma nel 1732. Sposò Lelia Silva.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 200.
SCHIZZI PAINO
Cremona-post
1377
Fu Canonico della Cattedrale di Cremona. Governò come Prevosto mitrato la Chiesa
di Borgo San Donnino per oltre trentanni (1345-1377), distinguendosi per prudenza,
dottrina e carità.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 28.
SCHIZZI PAXINO, vedi SCHIZZI PAINO
SCHMID JOHANN LUDWING PHILIPP
Parma 1849/1850
Fu Cavaliere di gran croce dellOrdine costantiniano,
Commendatore dellOrdine di San Lodovico e Cavaliere del Regio Ordine dellaquila Rossa. Di origine tedesca, passò a Parma
coi secondi duchi di Borbone. Fu creato da Carlo di Borbone, con privilegio dell8
maggio 1850 per diritto concesso dallo statuto dellOrdine di San Lodovico, nobile
coi discendenti dambo i sessi.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 202.
SCHMIT ANTONIO
Parma 1850/1860
Dottore in medicina, fu Consigliere aulico e Commendatore dellOrdine di San
Lodovico (titolo che concedeva per statuto la nobiltà). Fu riconosciuto nobile assieme ai
suoi discendenti dambo i sessi da Carlo di Borbone duca di Parma, con Decreto del 7
marzo 1850. Lo Schmit fu col medesimo decreto autorizzato ad aggiungere al proprio il
cognome Tavera.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 202.
SCHMIT TAVERA ANTONIO, vedi SCHMIT ANTONIO
SCHON PIETRO
Parma seconda
metà del XIX secolo
Incisore in rame attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X,
137
SCHREIBER BRUNO
Trieste
settembre/dicembre 1904-Parma 31 agosto 1992
Si laureò con lode nel 1927 con una tesi in Scienze naturali allUniversità
di Padova. Lavorò presso lUniversità di Milano dal 1930 al 1952, eccettuato il
periodo bellico: il 5 settembre 1938 fu infatti dimesso dalla carica di aiuto di ruolo
alla libera docenza e venne licenziato dallinsegnamento accademico in seguito
allentrata in vigore delle leggi razziali emanate dal governo fascista. Da questa
data al 1943 lo Schreiber continuò a insegnare presso la scuola della comunità ebraica
di milano. Pochi giorni dopo l8
settembre 1943, lo Schreiber riuscì a evitare linternamento nei lager nazisti
riparando in Svizzera. Dopo essersi spostato per vari campi di raccolta profughi, riprese
a esercitare la professione di docente: fu infatti insegnante in un campo liceale per
studenti italiani. Il governo dellItalia liberata lo considerò uno dei principali
punti di riferimento perché i giovani italiani espatriati nella Comunità elvetica
proseguissero gli studi. A guerra finita, nel 1945, lo Schreiber fu reintegrato nella
carica di aiuto di ruolo nella libera docenza nellUniversità di Milano, dove rimase
per sei anni. Nel 1951 vinse il concorso per la cattedra di zoologia della facoltà di
Scienze naturali dellUniversità di Parma. Da allora non cambiò più la sede
universitaria e Parma divenne la sua città adottiva. Nel 1954 gli venne affidato anche
lincarico dellinsegnamento della biologia e della zoologia generale presso la
facoltà di Medicina. Mantenne queste cattedre fino alla prima metà degli anni Settanta.
Lo Schreiber fu Preside di Scienze naturali dal 1960 al 1975, portando a cento (dai dieci
iniziali) il numero degli scienziati occupati nella facoltà. In quel periodo promosse lo
studio della genetica, chiamando a Parma Luigi Cavalli Sforza, Giovanni Magni e Franco
Conterio. Fu infatti tra i primi a comprendere (nonostante non corrispondesse alla sua
specializzazione) limportanza di questa scienza. Nella sua lunga carriera lo
Schreiber fu autore di più di 130 lavori scientifici pubblicati in atti di congressi e da
riviste internazionali. Gli studi che gli valsero i maggiori riconoscimenti sono relativi
alle capacità di orientamento dei piccioni viaggiatori e alla radioecologia del plancton
marino. Il suo insegnamento formò scienziati quali Danilo Mainardi, Antonio Moroni ed
Elsa Massera. Lo Schreiber fu sepolto presso il reparto israelitico del cimitero di
Musocco a Milano.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 settembre 1992, 8.
SCHREIBER CORRADO
1894-Monte San
Michele 26 settembre 1915
Figlio di Ettore. Ancora studente, fu sottotenente
di Complemento del 112° Reggimento Fanteria. Fu decorato di medaglia dargento al
valor militare. Morì in combattimento, colpito in pieno da una granata nemica.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3, 4, 12 e 13 ottobre 1913, 8 giugno 1916 e 20
maggio 1917; Aurea Parma luglio-dicembre 1915; G.Sitti, Caduti e decorati, 1919, 227.
SCHREIBER GIUSEPPE
Parma 1800-post
1825
Dopo aver studiato quattro anni con Pasquale Cavallero e aver suonato in teatro e
in funzioni religiose, nel 1825 chiese di concorrere al posto di secondo flauto nella
Ducale orchestra di Parma, vincendo il posto
(Biblioteca del Conservatorio di Parma, Archivio della ducale Orchestra).
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro,
Dizionario.Addenda, 1999.
SCHWING KARL
Laur 4 gennaio
1780-Parma 10 giugno 1851
Entrato
nelle milizie austriache (Corpo dei Cacciatori Tirolesi) nel 1799, passò quindi in
Italia, dove nel 1824 fu nominato Capitano. Come tale, nel 1832 fu al servizio di Maria
Luigia dAustria quale Comandante del Corpo dei Dragoni Ducali (Gendarmeria). Giunse
al grado di Colonnello e fu creato nobile, cavaliere
dellOrdine Pontificio di Gregorio magno
nel 1838 e Cavaliere e quindi commendatore
dellOrdine Costantiniano di San Giorgio. Nel 1846 ottenne di essere messo a riposo.
Dopo la Morte di Maria Luigia fu nominato Maggiore Generale e Governatore della Cittadella
di Parma. Lo Schwing riportò nelladempimento della carriera militare ben cinque
ferite. Parlava e scriveva correttamente tre lingue: tedesco, italiano e francese. Sposò
Anna Vinter. Si distinse anche durante lepidemia di colera del 1836.
FONTI E BIBL.:
Gazzetta di Parma 1838, 41, e 1851, 585; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei
Parmigiani, 1877, 408-410; M. De Grazia, Lettera di Carlo III, in Archivio Storico per le
Province parmensi, 1969, 256.
SCIOPERATO, vedi GIANFATTORI FERDINANDO CARLO
SCIPIONE FERDINANDO
Parma 1831
Impiegato nellOrdine Costantiniano, prese parte ai moti del 1831. La polizia
ne redasse la seguente scheda segnaletica: Membro del consesso civico. Liberale sciocco e
poco onesto. Dalla Direzione Generale di Polizia viene indicato come cooperatore allo
scoppio ed alla propagazione della rivolta. Figurò nellelenco degli inquisiti di
Stato con requisitoria.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province
Parmensi 1937, 206.
SCIPIONE GIANN'AGOSTINO
Borgo San
Donnino XVI secolo
Scrisse un poema in rima in onore di San donnino
Martire, citato dal Brioschi e dal fagiuoli
nella Vita che pubblicarono di detto santo lanno 1578, affermando che tale poema si
conservava in Borgo San Donnino nellarchivio privato della famiglia Pinchelini.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III,
1827, 656.
SCIPIONI FERDINANDO, vedi SCIPIONE FERDINANDO
SCIRULLI GIOVANNI BATTISTA, vedi SERULLO GIOVANNI BATTISTA
SCOCCIABUSA GABRIELE
Busseto
1533/1546
Figlio di Andrea. Fu il primo notaio e Priore del Collegio dei Notai di Busseto,
fondato nel 1533. Apprese lAstronomia da Gian francesco
Tuzzi. Di questi studi, rimane un foglio volante impresso in due colonne e contornato,
avente questa intitolazione: Conjunctiones, oppositiones cum Quartis suis Luminarium anni
1546 per D. Gabrielem Scozzabusum Notarium Bussetanum in ipso Busseto diligentissime
calculatae (Parmae, per Franciscum de Prato). È verosimile che lo Scocciabusa ne
publicasse altri per gli anni precedenti o posteriori. compilò con Lorenzo Berretti, altro notaio
bussetano, le Costituzioni di quel Collegio, che si trovano stampate dietro lo Statuto
Pallavicino.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III,
1827, 652-653.
SCOCIABUSA GABRIELE, vedi SCOCCIABUSA GABRIELE
SCODEGGIA PAOLO
Parma 1899/1918
Fu un pioniere dellaviazione parmigiana. Fu decorato di Croce di guerra al
valore.
FONTI E BIBL.: M. Cobianchi, Pionieri dellaviazione, 1943.
SCOFFONI CATERINA, vedi GAMBARA CATERINA
SCOFFONI LUCREZIA
Parma-1729
Marchesa. Fu vicepriora della Compagnia del SantAngelo Custode di Parma.
Sposò un conte Terzi di Sissa.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia S. Angelo Custode, 1853, 51.
SCOFFONI MARC'ANTONIO
Parma 1632
Nellanno 1632 fu insignito della Croce dellordine Militare dei Cavalieri di Santo Stefano.
FONTI E BIBL.: l.Araldi,
LItalia nobile, 1722.
SCOFFONI TIBERIO
-Parma fine del
XVI secolo
Fu Canonico della Cattedrale di Parma. Dottore in ambo le leggi, attese più alle
opere pie che alla professione. Secondo il Pico, non ebbe pari per bontà ed integrità di
vita nel Capitolo dei Canonici né in tutto il Clero di Parma. Morì più pieno di gloria
che di anni verso la fine del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 48.
SCOLA ROCCO
-Parma 20
dicembre 1672
Frate servita, fu ammesso come musico nella Cappella della Steccata e in quella
della Corte ducale di Parma il 18 aprile 1663.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 134.
SCOLARI ALBERTINA
San Michelino di
Tiorre 17 settembre 1857-Parma 2 febbraio 1898
Studiò canto alla Regia Scuola di musica di Parma dal 1876 al 1879. Debuttò
(mezzo soprano) con successo al Teatro Regio di Parma nel Carnevale 1878-1879 nella
Dinorah e vi tornò la stagione successiva in Roberto il diavolo e nel Niccolò de
Lapi. Fu poi colpita da una grave malattia, per cui, quando risalì sulle scene, preferì
dedicarsi al teatro leggero. In queste vesti, nel 1881-1882 fu a Genova al Teatro Andrea
Doria nella compagnia di opere comiche Bruto Bocci che presentò un cartellone con Il
campanello dello speziale di Donizetti, Orfeo allinferno e La bella Elena di
Offenbach, Boccaccio di Suppé e Madama Angot di lecocq.
Continuò con queste compagnie con successo. Lultima notizia pubblica che si ha
della Scolari risale allaprile 1894: fu nella compagnia di operette fioravanti al Teatro Reinach di Parma. In
cartellone, anche quella volta vi furono operette, di Suppé, Planquette e Lecocq. La
stagione suscitò scarso interesse e causa la mancanza di pubblico la compagnia abbandonò
la piazza.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 181-182; Dacci; Ferrari;
Frassoni; Cronologia del Teatro Regio di Parma; G.N.Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di
Parma 27 febbraio 1983, 3.
SCOLARI MORELLO
Parma 1439
Fu Commissario ducale di Parma nellanno 1439.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Consoli, Governatori e Podestà, 1935, 61.
SCOPESI DELLA CAVANNA BARTOLOMEO
Compiano
1486/XVI secolo
Figlio di Giovanni. Dopo aver conseguito grandissimi onori per i suoi meriti
scientifici e letterari presso il principe Fregoso, doge di Genova, ottenne anche dal Re
di Francia lonorevolissima carica di suo intimo Segretario.
FONTI E BIBL.: A. Emmanueli, Lalta valle del Taro, 1886, 132.
SCORTA, vedi DELLA PORTA GAMERIO
SCORTICATI ETERIO
San Secondo 1824
c.-Castelfidardo 18 settembre 1860
Fu educato alle discipline liberali: studiò matematica e vi si laureò in Parma
nel 1846. In seguito si arruolò nelle truppe parmensi, divenendo presto ufficiale. Dal
Governo fu mandato a Insbruck a studiare per lArma del Genio. Vi rimase due anni.
Durante i moti del 1848 lo Scorticati fu messo al comando del Genio. Seguì poi il
generale dei Bersaglieri alessandro
Lamarmora, che lo prese come suo aiutante.
Morì in battaglia. Gli venne decretata la medaglia dargento al valor militare per
aver condotto con ammirabile assennatezza e sangue freddo la sua Compagnia, dove più
terribile era il fuoco, animando i suoi soldati collesempio.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 410.
SCORZA CESARE
Collecchiello XI
secolo
Abitante a Collecchiello, ai primi dellXI secolo divenne usufruttuario
dellOratorio della Madonna degli Angeli in Collecchio, insieme con i due figli
Giuseppe e don Paolo.
FONTI E BIBL.: U.Delsante, Dizionario dei collecchiesi,
in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.
SCOTO DA PARMA, vedi SCOTTI
SCOTTI
Parma 1579/1580
Ingegnere. Lavorò in Polonia, dove nel 1579-1580 eresse la fortezza di Grodno per
ordine di re Stefano Bàthory. Secondo lo storico polacco Martin Cromer (De origine et
rebus gestis Polonorum), si rese particolarmente famoso il 27 giugno 1580 quando, senza
servirsi dacqua e senza verunaltro mezzo manuale, spense lincendio
suscitatosi nella città di grodno presso il
castello dove sorggiornava il re Stefano Batory.
FONTI E BIBL.: S. Ciampi, Artisti in Polonia, 1830, 93; S. Ciampi, Bibliografia
critica delle antiche reciproche corrispondenze dellItalia colla Polonia, vol. 2,
Firenze, 1839, 253; F. Daugnon, Gli italiani in Polonia, 1905, II, 270-271; T. Jankowski,
Smierc Batorego w Grodnie, 1930; L.A. Maggiorotti, dizionario architetti e ingegneri, 1934, 135; R.
Lewanski, Polacchi a Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1986, 380.
SCOTTI ARTURO
San Lazzaro
Parmense 31 luglio 1879-Parma 17 aprile 1963
Laureatosi in legge, entrò nello studio dellavvocato Paolo Mussini, al quale
successe, non tardando a raggiungere e a consolidare una notevole fortuna professionale:
per cinquantacinque anni fu avvocato civilista. Consigliere del Comitato di sconto della
Banca dItalia e legale per oltre un quarantennio della Banca Commerciale Italiana,
fece parte per qualche anno del Consiglio nazionale superiore del commercio. Nel secondo
dopoguerra, dopo qualche anno di attività ridotta, si ritirò dalla professione attiva,
dedicandosi ai suoi studi prediletti: problemi di arte e di toponomastica, ricordi
farnesiani, napoleonici e risorgimentali, che lo appassionarono alla raccolta di preziosi
cimeli, di stampe, di libri e di scritti rari. Fu anche sobrio e arguto scrittore
dialettale. Nellelezioni amministrative del 1951 venne eletto consigliere comunale
per il partito liberale. Fu Presidente del Rotary Club di Parma. Sulla Gazzetta di Parma
tenne la popolare rubrica A Vajòn, ricca di note sui problemi della città. Con Francesco
Squarcia fu condirettore della rivista culturale Aurea Parma per una dozzina di anni.
Lasciò una ricca biblioteca, con unedizione delle leggi dellImpero francese e
altre raccolte di leggi dal 1805 al 1861.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 127; A. Credali, in Archivio
Storico per le Province Parmensi, 1964, 29; T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990,
81-82; Gazzetta di Parma 10 maggio 1993, 5.
SCOTTI BERNARDO VIZIO
Parma 1233/1243
Nellanno 1233 istituì un nuovo Ordine di frati, detti di Martorano. Fra
Salimbene scrive: Fr. Bernardus Vicius fuit de Scottis et fecit ordinem fratrum de Martorano. Tunc Bernardus
Vicius cum quibusdam aliis Religionem de Martorano inchoavit. questi religiosi canonici regolari furono soggetti
alla regola di santagostino. Abitarono in Capo di Ponte, presso il
luogo detto di Santa Maria nuova. Lo Scotti fu eletto Vescovo di Parma dal Capitolo poco
dopo il 15 ottobre 1243, ma subito dopo papa Innocenzo IV lo sospese
dallamministrazione spirituale e temporale della Chiesa di Parma, commettendola
invece a Tancredi Pallavicino, abate del Monastero di San Giovanni evangelista perché è sospetto a noi e ai nostri
fratelli, come dilapidatore, e perché cè dato sapere che è cagione di imminenti
discordie. Perciò fino a che le cose non siano chiarite ci siamo determinati di
sospenderlo e ad interdirlo dallamministrazione, a cui però verrà assegnata una
congrua provvigione per le sue necessità. Lo Scotti, semplicemente eletto, fu tuttavia
messo in possesso del Vescovado dal legato Gregorio di montelongo. Nei giorni seguenti un decreto del
Comune di Parma ordinò al podestà di obbligarsi con giuramento a non costringere mai
alla restituzione chiunque avesse avuto dallo Scotti prestito di denaro o avesse in potere
beni e robe spettanti al Vescovado, liberando anzi chi fosse tenuto per cauzione a un
qualunque vincolo. Contemporaneamente il Pontefice fu informato che lo Scotti,
contrariamente ai suoi ordini, aveva osato ingerirsi con la forza
nellamministrazione della diocesi.
Innocenzo IV, dopo aver annullato il 21 novembre 1243 il decreto comunale, scrisse il 1°
dicembre dello stesso anno al prevosto e al Capitolo di Parma dichiarando non canonica la
scelta dello Scotti per avere il legato pontificio fatto trascorrere i termini della
facoltà accordatagli. Annullò quindi lelezione dello Scotti e ordinò che, se
entro quindici giorni dopo la ricezione della lettera, non fossero venuti
allelezione, labate di Polirone avrebbe scelto una persona degna e confermata
in sua vece. Il Capitolo ubbidì prontamente, eleggendo Alberto Sanvitale.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa parmense, 1936, 215-216; A.
Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 238.
SCOTTI COSTANZA, vedi SCOTTI di MONTALBO COSTANZA
SCOTTI GIUSEPPE
Parma 1698/XVIII
secolo
In età giovanile scrisse unopera intitolata Filosofia numerale ove si
lusinga il genio di Pitagora intorno la Virtù, bellezza e forza de numeri et
luso di essi nel secondo elementare, e celeste. Compositio mei Josephi Scotti. F.
anno 1698 (Biblioteca Palatina di Parma, ms. in folio di f. 234, la tavola del quale è
autografa e il resto di mano di un suo discepolo, a cui lo Scotti aveva insegnato
laritmetica). Tra alcune note che lo Scotti scrisse in fronte a questo libro ve
nè una che dice che il conte alessandro
Sanvitale, suo parziale, voleva farlo stampare a proprie spese. Lo Scotti visse lungamente
anche nel secolo successivo.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III,
1827, 923.
SCOTTI LUIGI
-Parma 1672
Conte, fu Capitano di cavalleria nelle guerre condotte da Odoardo Farnese:
combatté a lungo in Piemonte. Successivamente venne nominato Generale di artiglieria
(1661).
FONTI E BIBL.: L. Balduzzi, I Douglas e gli Scotti Douglas, Pisa, 1883; L. Mensi,
Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1899; C. Argegni, Condottieri, 1937, 227.
SCOTTI LUIGI
Fontanellato o
Piacenza-Fontanellato 1933
Fu pioniere in Italia nella ricerca e nello sfruttamento dei giacimenti di
idrocarburi. Maestro elementare, lo Scotti sentì come pochi del suo tempo tutto il
fascino della ricerca petrolifera, di cui seppe inoltre presagire lincalcolabile
importanza futura. Fondò e diresse per venti anni la Società Petrolifera Italiana.
Durante la prima guerra mondiale ideò il deposito di benzina del Bersanello di Fornovo e,
dopo Caporetto, fornì allesercito italiano in ritirata 9000 tonnellate di
carburante. Pubblicò varie monografie, la più parte di argomento paleontologico. È
attribuita allo Scotti la scoperta del solco primigenio o augurale delle abitazioni dei
terremaricoli o antichi italici (esiste un suo studio sullargomento). Lasciato
linsegnamento e messo insieme un modesto capitale, aggredì letteralmente le colline
fornovesi (Vallezza-Monterotondo), perforandole incessantemente, ma con alterna fortuna,
così da avere spesso bisogno di mezzi finanziari per non dover lasciare il lavoro.
Soprattutto, perché lattività fosse produttiva e di rischio contenuto, occorrevano
macchine di perforazione e strutture collaterali di grande efficienza, assai costose e di
fabbricazione americana. Un problema difficile, quello economico, per risolvere il quale
lo Scotti si rivolse alla Casa reale. E Margherita di Savoja, la regina madre, giunse a
Neviano Rossi, nella zona dei pozzi, tra il tripudio della gente incolonnata lungo il
percorso prestabilito e grandi festeggiamenti. Il camminamento tra il fondo della miniera
e il pozzo da inaugurare, che si trovava non lontano dalla chiesa parrocchiale, quasi in
vetta alla collina, fu coperto da un tappeto rosso. Lo Scotti attese il momento opportuno
per fare sgorgare il petrolio, fingendo il ritrovamento al pozzo n. 20, con luscita
verso lalto di un potente getto del minerale in modo da farne ricadere sugli astanti
a rendere più credibile lavvenimento. la
finzione, essendosi presto risaputa, non piacque alle autorità e ai personaggi romani. Il
sospetto o forse la certezza avuti dallalta finanza e dalla stessa casa Savoja che i
loro investimenti, ottenuti con linganno, non avrebbero mai prodotto degli utili,
determinarono misure drastiche nei confronti dello Scotti: il suo allontanamento dalla
Società e la perdita del capitale investito. attorno
al 1925 il potente finanziere Angelo pogliani
lo liquidò senza esitazione e senza alcuna possibilità di ritorno: nei confronti di una
società, la Petroli Taro (con sede in fornovo),
creduta concorrente, lo Scotti aveva intavolato trattative con proposte di acquisto,
proposte che poi furono accettate e sottoscritte dalle parti, ma senza lesplicito
consenso del nuovo gruppo finanziario della Società Petrolifera Italiana. proprio mentre queste trattative erano in corso
di perfezionamento, assunse la gestione della Società Petrolifera Italiana il gruppo finanziario Pogliani, il quale non
riconobbe mai lacquisizione della Petroli, considerandola anzi un affare personale
dello Scotti. Le conseguenze per lo Scotti furono amarissime: oltre a subire un
inevitabile dissesto economico, fu costretto allabbandono del posto ricoperto fin a
quel momento nella società e a ritirarsi a vita privata.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 139; L.Merusi, Fornovo di
Taro, 1993, 128-130.
SCOTTI ODOARDO, vedi SCOTTI di MONTALBO ODOARDO
SCOTTI ODOARDO MARIA
Parma 1677/1739
Nel 1739 fu eletto Presidente della congregazione
Benedettino-Casinense.
FONTI E BIBL.: M.Armellini, Bibliotheca benedictino
casinensis, 1732.
SCOTTI PAOLO
Parma 1563-Parma
20 gennaio 1639
Alunno del Cenobio, fu, a partire dal 1584, Abate di Cassino e di San Paolo in
Roma. Fu inoltre Lettore a Cassino e a Parma, dove fece costruire un magnifico coro
quando, dal 1623 al 1627, fu Abate del Monastero di San giovanni Evangelista una prima volta. Fu
nuovamente Abate del Monastero di San giovanni
dal 1634 al 1639. Morì alletà di 76 anni.
FONTI E BIBL.: M. Zappata, Corollarium abbatum,
in Archivio Storico per le Province parmensi
1980, 112-113.
SCOTTI PAOLO, vedi anche SCOTTI FUSI PAOLO
SCOTTI PIETRO
Parma ante
1815-post 1858
Si incontra la prima volta nel 1815 nella stagione di Fiera al Teatro Comunale di
Reggio Emilia, dove danzò nel ballo Gunderberga.Nel Carnevale 1816-1817 fu il primo
ballerino al Teatro Regio di Torino sia in balli eroici che mitologici.Nel Carnevale
successivo fu primo ballerino al Teatro La Fenice di Venezia, ritornando nella Fiera del
1818 a Reggio Emilia.Nel Carnevale 1818-1819 lo si trova ancora al Teatro Regio di Torino
e al Teatro Ducale di Parma nel Carnevale 1822-1823 e in quello dellanno dopo: per
loccasione gli venne dedicata unode a stampa (Biblioteca Palatina di Parma,
Fogli volanti, A. 28).Mentre nella stagione di Fiera del 1824 fu al Teatro Comunale di
Reggio Emilia, nella primavera 1825 il Teatro Ducale di Parma lo onorò di una beneficiata
il30 maggio e gli venne donata unaltra ode a stampa (Biblioteca Palatina di Parma,
Fogli volanti, A. 83).In questo teatro si esibì come coreografo e ballerino nel Carnevale
1827-1828. Con linaugurazione del Nuovo Teatro Ducale, fu numinato sottoispettore al
Teatro, mentre esercitava la professione di maestro di ballo.In questa attività fece
delle buone allieve: nel maggio 1846 si esibirono al Teatro Ducale le giovanissime
parmigiane Regina Ghizani e Severina Casanova, che si trovano anche successivamente in
diversi spettacoli di beneficenza in danze dello Scotti.Nel 1849, ritiratosi Senesio Del
Bono, si propose per la nomina al posto di ispettore di palcoscenico, che gli venne
conferito. Nel 1853 gli fu dato lincarico di sostitutire Pietro Martini quale
direttore amministrativo degli spettacoli in caso di sua assenza.Nel 1854 presentò le
dimissioni dagli incarichi ricoperti, che però non furono accettate.Il 1° luglio 1858
chiese un permesso per recarsi in Svizzera e da questo momento cessano le sue notizie.Il
decreto del 7 ottobre 1858 nominò ispettore effettivo del Teatro Reale Antonio
Superchi.NellArchivio Storico Comunale di Parma si trovano dal 1830 al 1858 i
registri dei rapporti sullandamento del Teatro compilati dallo Scotti.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 182.
SCOTTI RANUCCIO, vedi SCOTTI DOUGLAS RANUZIO
SCOTTI TOMMASO
-Parma 17 agosto
1871
Nel 1866 abbandonò la famiglia per combattere agli ordini del generale Giuseppe garibaldi.
FONTI E BIBL.: Il Presente 17 agosto 1871, n. 229; G. Sitti, Il Risorgimento
italiano, 1915, 420.
SCOTTI DA MONTALBO, vedi SCOTTI DI MONTALBO
SCOTTI DI MONTALBO COSTANZA
Parma 1736-31
dicembre 1794
Appartenne alla famiglia marchionale piacentina. Sposò il conte Alessandro
Sanvitale di Parma. Fu Dama di palazzo alla Corte di Parma e Vice Priora della Compagnia
del santangelo Custode. Fu scrittrice reputata, elegante e
piacevole conversatrice e appassionata studiosa in ogni tempo della sua vita. Nel 1791 si
pubblicarono coi tipi bodoniani alcune massime e consigli diretti alla figlia Luigia, in
procinto di sposarsi, col titolo di Ricordi di una madre ad una figlia che si colloca in
matrimonio. Tale lavoro venne ristampato nel 1795. Della Scotti di Montalbo si hanno pure
alle stampe varie novelle.
FONTI E BIBL.: P.L. Ferri, Biblioteca femminile italiana, Padova, 1842; G. Negri,
Compagnia S. Angelo Custode, 1853, 61; L. Mensi, Dizionario biografico piacentino,
Piacenza, 1899; M. Bandini, Poetesse, 1942, 243 e 244.
SCOTTI DI MONTALBO ODOARDO
ante 1607-Parma
1667
Marchese, fu Generale di artiglieria del duca Odoardo Farnese. Partecipò alla
guerra di castro e fu poi Maggiordomo ducale
e comandante del castello di Parma.
FONTI E BIBL.: C. Poggiali, Memorie storiche di piacenza, t. XI, Piacenza, 1737; C. Argegni, condot-tieri, 1937, 228.
SCOTTI DOUGLAS RANUZIO
Parma 19 luglio
1597-Piacenza 10 maggio 1661
Appartenne a una tra le più antiche famiglie patrizie piacentine, il cui ceppo
originario, risalente alla metà del Medioevo, si suddivise nei tre rami principali di
Vigoleno, Sarmato e Fombio. Lo Scotti Douglas nacque dal conte di sarmato Orazio e dalla nobildonna lucrezia Alciati, nota per la santità della vita,
un compendio della quale venne dato alle stampe nel 1670 da Orazio Smeraldi. Fu il
primogenito di sei fratelli, tre maschi e tre femmine. Dei primi, Odoardo emerse nelle
armi e nella politica, mentre Filippo, dopo essere stato cavaliere di Malta, si fece
cappuccino e morì in ufficio di definitore e guardiano del convento di Ferrara. Il padre,
generale di artiglieria, valoroso guerriero e abile diplomatico, fu nominato marchese di
Montalbo da Ranuccio Farnese per i servizi resi al duca, presso il quale si trovava a Parma
allorché nacque lo Scotti douglas, che lo
stesso duca volle tenere a battesimo il 27
luglio 1597 nella chiesa di Santa cecilia,
imponendogli il proprio nome. Lo Scotti Douglas coltivò le lettere. Si dette in seguito
alla studio delle leggi e fu giureconsulto. Abbracciato lo stato ecclesiastico, iniziò
una rapida e brillante carriera. Ottenuta la fiducia del pontefice Urbano VIII, questi lo
nominò referendario delluna e dellaltra segnatura, affidandogli in seguito il governo di
alcune città della Chiesa. Ricopriva lincarico di governatore di Spoleto e non
aveva che trentanni di età allorché lo stesso pontefice, il 22 marzo 1627, lo elevò alla
dignità di vescovo di Borgo San Donnino. Il
18 aprile di quellanno lo Scotti Douglas fu consacrato a Roma dal cardinale Tadia,
dopo aver preso sei giorni prima possesso della diocesi
a mezzo del suo procuratore Antonio Maria Loffio. Entrò a Borgo San Donnino in incognito
nella notte del 28 maggio successivo e il 30 fece il solenne ingresso in Cattedrale per le
cerimonie di rito. La sua permanenza in diocesi
fu breve e saltuaria. Per sua stessa ammissione non aveva genio per la cura delle anime e
aspirò a ricoprire altri uffici. Nondimento, nei due anni effettivi che resse la cattedra
borghigiana, compì la sacra visita pastorale, che iniziò il 25 agosto 1627, e fondò in
Cattedrale i canonicati di San Clemente, di SantAlessandro, di Santa margherita e di SantOdoardo.
Liniziativa fu suggerita allo Scotti Douglas dalla necessità di accrescere il
decoro del Capitolo in relazione alla maggiore dignità della Cattedrale, da pochi anni
eretta in sede vescovile. Valendosi delle buone relazioni della sua famiglia con la casa
ducale di Parma, convinse la duchessa Margherita aldobrandini,
vedova del duca Ranuccio farnese, ad
assegnare allarcidiaconato, allarcipretura e ai predetti quattro canonicati
una pingue dote prebendale. Il 23 settembre 1628 fu steso il relativo rogito dal
cancelliere e notaio della Camera ducale Alessandro Magri e lo Scotti Douglas provvide ad
assegnare i titoli ai canonici. Il 22 maggio 1630, dopo essere stato annoverato tra i
vescovi assistenti al soglio pontificio (22 aprile 1630), fu elevato alla carica di nunzio
apostolico in Svizzera. Egli, senza per questo rinunciare al mandato episcopale, raggiunse
a Lucerna la nuova residenza. Ricoprì tale ufficio per nove anni, sino al 3 maggio 1639.
Di quel periodo è la sua opera Helvetia profana et sacra, che tratta dei luoghi, delle
origini, delle qualità del popolo svizzero, dei costumi civili e militari, con cenni sui
singoli cantoni e sullo stato dei Grigioni e dei Vallesani, nonché dei vescovadi, delle
abbazie, della vita e della condizione religiosa in cui versavano i cantoni di fronte alla
chiesa cattolica e alle varie correnti dei novatori. Enrico Grassi rileva come la
nunziatura svizzera avesse rappresentato un novennio di agitazioni religiose e politiche,
tra un popolo fiero e rude, il quale, senza fare guerre proprie, combatteva nelle guerre
degli altri ed era diviso tra cattolici e protestanti in fazioni e partiti che lottavano
tra loro con furore. ricorda inoltre come lo
Scotti Douglas volesse generosamente lasciare di sé a Lucerna ricordi di arte e di fede
degni di rilievo: così egli donò alla Repubblica elvetica uno dei 67 dipinti di Gaspare
Meglinger che riproducono la danza dei morti nel Ponte dei Mulini. Il quadro presenta in
primo piano Matteo Visconti nellatto di consegnare lo scettro ad Alberto Scotti. Il visconti è sorretto da uno scheletro e un altro
scheletro sta al fianco dello Scotti. Intorno sintravvedono personaggi in piedi e a
cavallo e, bene in evidenza, stemmi e stendardi dei due casati. La scena, suggerita dallo
Scotti Douglas al pittore tedesco, si riferisce a un episodio storico. Alberto Scotti,
capostipite della famiglia, fu valoroso condottiero e signore per molti anni di Piacenza. Amico dapprima
e nemico poi dei Visconti, nel 1302 mosse guerra a Matteo Visconti. Senonché, mentre i
due eserciti erano schierati luno contro laltro nei pressi di Lodi, Matteo
Visconti ebbe notizia di una rivolta scoppiata a Milano contro il proprio figlio Galeazzo.
Si accostò allora al condottiero piacentino e gli consegnò con la mazza del comando il
dominio del milanese. Il giorno seguente
Alberto Scotti entrò vittorioso nella capitale lombarda. Il dipinto, di forma
triangolare, reca al vertice la scritta: S. Fulcus Ep. Placentiae et Papie 1225 e alla
base la seguente altra leggenda: Odoardus Scotus Placentino Marchio Montalbi cum fratre
Legato et toto domo Scota Reipublicae Luc. si hoc mortuali tipo animum spondet immortalem.
Anno 1632. Altro insigne ricordo lo Scotti Douglas lasciò nella chiesa matrice di San
Leodègario, fatta ricostruire dal Senato sulle basi dellantico tempio distrutto da
violento incendio nel giorno di Pasqua dellanno 1633. Lo Scotti Douglas donò al
sacro edificio laltare maggiore, dettando due lapidi a ricordo
dellavvenimento: Io volli pur far palese non solo a quei di Lucerna, ma a
posteri e stranieri (lasciò scritto nella citata sua opera Helvetia profana et sacra)
lobbligo mio verso Dio, Sua Santità ed il Signor Cardinale Barberino miei
benefattori, segnando i marmi dellaltare maggiore, da me rifabbricati, con queste
note di gratitudine. Il 7 settembre 1639 lo Scotti Douglas fu trasferito in qualità di
nunzio apostolico straordinario a Parigi, dove entrò in consuetudine amichevole con il
cardinale Richelieu ed ebbe con lui frequenti rapporti dufficio. Rientrato in Italia
dopo due anni di permanenza nella capitale francese, venne nominato governatore delle
Marche, carica alla quale, stante la guerra intrapresa dai principi collegati contro il
Papa, si aggiunse quella di soprintendente generale delle armi pontificie nella stessa
provincia. Il 6 agosto 1643 gli fu conferita la dignità patriarcale della Basilica
Vaticana e, conclusa il 30 marzo 1644 la pace tra Urbano VIII e Odoardo farnese duca di Parma per la vertenza di Castro,
si attendeva che lo Scotti Douglas, per i servizi resi alla chiesa, fosse eletto cardinale. racconta a questo proposito il Grassi che, essendo
vacanti otto posti nel Sacro Collegio, il cardinale Antonio Barberini sollecitò il pontefice a provvedere alla nomina di
altrettanti porporati. Ma il Papa vi si oppose e dilazionò il provvedimento fintanto che
il 19 luglio 1644 venne a morte. A parer nostro fu un modo di togliersi dimbarazzo
circa il conferimento della porpora a mons. Scotti per i legami esistenti fra la sua
famiglia ed i Farnese, che nella guerra di Castro combatterono contro la Santa Sede (grassi). Il nuovo pontefice Innocenzo X volle dare
un attestato della stima da lui nutrita per lo Scotti Douglas nominandolo il 20 dicembre
1653 maggiordomo dei Sacri Palazzi, incarico che gli fu poi confermato da papa Alessandro
VII. Per meglio dedicarsi al nuovo ufficio, lo Scotti Douglas rinunciò (1650) al vescovado di Borgo San Donnino. Nel 1655 fondò
una cappellania nella basilica della Santa Casa di Loreto, dotandola di 1470 scudi romani,
con lonere delle messa quotidiana e lasciandone il diritto di giuspatronato ai
propri eredi. Il 19 maggio 1657 volle fare testamento, affidando le sue ultime volontà al
notaio romano giacomo Simonetti. Sentendosi
vecchio e stanco, rinunciò agli onerosi incarichi per ritirarsi a Piacenza a trascorrere
serenamente quanto ancora gli rimaneva da vivere. Allorché quattro anni dopo morì, volle
essere sepolto nella chiesa dei Cappuccini in un tumulo recante questa breve iscrizione da
lui stesso in precedenza dettata: Hic jacet pulvis, cinis, nihil. successivamente il nipote Francesco, canonico
della basilica patriarcale di San Pietro in Roma, fece murare la seguente altra lapide a
caratteri doro, sormontata dallo stemma scottesco, che iniziava con quelle parole e
seguitava toccando i punti salienti della vita dello Scotti Douglas: hic jacet pulvis
cinis nihil id tantum inscribi voluit suo sepulcro Ranutius Scottius mar. Horatii f. ex
mar. mon. alb. ep. burg. s. Don.
ex modestia et virtute virtutes abierunt in coelum una cum anima et vivent in memoria
posteritatis quas in Rom. cur. muner. probavit per annos xxxiv nuntius ab Urbano viii ad
Helvetios cum potestate de latere legati mox ad Lud. xiii Galliae reg. iii et tot. prov.
Picenaepraefectus et armorum generalis gubernatur temporibus difficillimis annos iii sub
Innocentio x et Alexandro vi supremae pontificiae domus magister quidem mortis nactus in
patria post tot labores anno aetatis s.lxiv - h. s. mdclx - x mai comes franciscus Maria Scotus basilicae vat. princep.
apostolor. can. et Alex vii cubicularius honorarius patruo beneficentissimo gr. an. mem.
p. La lapide spiccava sul muro di destra, entrando nella chiesa dalla porte principale, ma
nel 1938, durante i lavori di restauro al tempio, essa fu rimossa e non più ricollocata
in loco.
FONTI E BIBL.: E.
Grassi, Monsignor Ranuzio Scotti-Douglas Vescovo Fidentino e Nunzio Apostolico. Cenni
biografici, Editrice La Giovane Montagna, Parma, 1940; L. Mensi, Dizionario biografico dei
Piacentini, 1899, 411; Aurea Parma 4 1941, 144-152; D. Soresina, Enciclopedia diocesana
fidentina, 1961, 140-144; P.Blet, Correspondance du Nonce en France Ranuccio Scotti
(1639-1641), Roma, Parigi, 1964.
SCOTTI DOUGLAS SOFIA, vedi LANDI SOFIA
SCOTTI FUSI PAOLO
Parma 1632/1637
Nel 1632 e 1637 fu eletto Presidente della congregazione
Benedettino-Casinense.
FONTI E BIBL.: M.Armellini, Bibliotheca benedectino
casinensi, 1782.
SCOVENNA FABIO
Salsomaggiore
Terme 1969-1983
Lasciò
diverse poesie (una parte di esse apparve postuma, col titolo La poetica di Fabio, 1983),
un romanzo, dei diari e alcune lettere. Morì suicida. In sua memoria nel 1986 fu creato a
Parma da Ulisse Adorni (in collaborazione con Romano Costa, Paolo Lagazzi, Bruno Rivalta e
altri) un premio per poesie scritte da ragazzi di età compresa tra gli undici e i
diciotto anni. Supportato da una giuria prestigiosa (ne fecero parte, tra gli altri,
Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni, Luciano Erba, Giacinto Spagnoletti, Maria Luisa
Spaziani, Giuseppe Conte, Roberto Sanesi, Giancarlo Pontiggia e Paolo Bertolani), il
premio visse fino al 1992.
FONTI E BIBL.:
Enciclopedia di Parma, 1998, 619.
SCRIBANI GIUSEPPE
Bardi 6 aprile
1787-Piacenza 20 aprile 1866
Allievo
alberoniano, dottore in teologia e utroque jure, fu Prevosto della collegiata di santulderico
in Piacenza. Lasciò, a beneficio dei poveri della sua borgata natale, una proprietà in
Travazzano del valore di venticinquemila lire. Col suo lascito fu poi eretta lOpera
Pia Scribani (regio decreto dell11 luglio 1867).
FONTI E BIBL.:
L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 414; E. De Giovanni, Un benefattore
dei poveri di Bardi, in Bollettino Storico piacentino
1955, 21 e seg.; L. Rebecchi, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 247.
SCRIVANI
Parma 1831
Durante i moti del 1831, il giorno 5 marzo volle obbligare il conte Dal Verme, a
servizio del Re di Sardegna, a mettere la coccarda tricolore. Fu sottoposto ai precetti di
visita e sorveglianza. È forse la stessa persona che Adolfo dEscrivan.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province
Parmensi 1937, 205.
SCUDELLARI, vedi SCUTELLARI
SCUDELLARI DIANI GUIDO ASCANIO, vedi SCUTELLARI AJANI GUIDO ASCANIO GIUSEPPE
SCURANI FRANCESCO MARIA RANUCCIO
Parma 6 novembre
1696-Parma 26 marzo 1770
Frate cappuccino. Compì la vestizione a Carpi l8 novembre 1712 e la
professione di fede l8 novembre 1713. Fu predicatore e guardiano a San Secondo. Nel
1755 predicò la Quaresima in Guastalla, ove fu pubblicata una raccolta di versi italiani
e latini in sua lode e diede alla luce un Panegirico di SantAnselmo Vescovo di Lucca
e protettore di Mantova recitato nel duomo
di questa città li 18 marzo 1743 colloccasione di predicarvi il Quaresimale
(Mantova, per Giuseppe Ferrari). Questo Panegirico è seguito da una raccolta di poesie in
lode delllo Scurani. Da più componimenti di quella raccolta (Alla sacra fervorosa
eloquenza del Padre Angelo Francesco da Parma, Guastalla, per Vincenzo Gualdi, 1755, in-4)
si ricava il fatto che avesse perduto il suo primo quaresimale, e perciò fosse stato
costretto a rifarlo.
FONTI
E BIBL.: Raccolta di composizioni poetiche in lode del M. R. P. Angiolo Franc. da Parma, cappuccino, insigne Oratore nella Cattedrale di
Mantova la quaresima dellanno 1743, in
appendice al suo panegirico di
SantAnselmo stampato in Mantova nel 1743; Alla sacra fervorosa eloquenza del M.R.P.
Angiolo Fr. da Parma, Cappuccino, Oratore zelantissimo nel Duomo della Città di Guastalla
la Quaresima dellan. 1755, In Guastalla, per Vincenzo Gualdi impressore Reggio Ducale col permesso dei superiori; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e
letterati parmigiani, IV, 1833, 187-188; F.da Mareto, Bibl. cappuccini, 1951, 156; Cappuccini a Parma, 1961,
24.
SCURITANO ANTONIO
Sivizzano di
Fornovo 1453-San Prospero di Parma 1503
Fu discreto verseggiatore. Morì mentre andava a Pontremoli per sposare Maddalena
de Burati. Fu sepolto in San Prospero. Tra le altre cose, scrisse un epigramma nel
quale immagina che Ausonio renda grazie allo stampatore Angelo Ugoleto per aver pubblicato
le sue opere (come in realtà avvenne, a cura dellillustre fratello Taddeo).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 4 1958, 231.
SCURRA o SCURTA o SCURTAPELLICCIA, vedi DELLA PORTA GAMERIO
SCUTELLARI AGOSTINO, vedi SCUTELLARI AJANI ROBERTO CRISTIANO
SCUTELLARI ANTONIO
Parma 1582
-Modena 29 aprile 1642
Frate cappuccino. Compì la professione solenne a faenza il 25 maggio 1603. Fu Vicario provinciale
(1633), poeta, predicatore, lettore, più volte guardiano del Convento di Parma,
definitore (1632) e commissario generale nella provincia Picena. In data 6 febbraio 1595
diresse un suo volume di Canzoni sacre a ferrante
Gonzaga, Signore di Guastalla. Come poeta fu assai lodato in un sonetto a lui dedicato da
Curzio Gonzaga. Mostrò zelo in favore degli appestati ed è lautore di una lettera
molto significativa sullandamento della peste in Parma nel maggio 1630.
FONTI E BIBL.: Necrologium Fratrum Minorum Capuccinorum Prov. Bononiensis, Bologna,
1949, 151; Rime dellillustriss. Sig. Curtio Gonzaga, già ricorrette, ordinate et
accresciute da lui, et hora di nuovo ristampate con gli argomenti ad ogni composizione,
Venetia, al segno del Leone, 1591, par. V, 183; I. Affò, Memorie degli scrittori e
letterati parmigiani, 1797, V, 291; F.da Mareto, Biblioteca cappucci-ni, 1951, 170; Aurea
Parma 1 1954, 22-23; cappuccini a Parma,
1961, 22; F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 266.
SCUTELLARI BEATRICE
Parma 10 marzo
1648-Parma 23 settembre 1702
Figlia del conte Giulio e di Barbara Aimi. Figura di donna pia e illuminata, fu
dotata di ampia cultura, specie in latino. Preso il velo nel convento delle Clarisse di
SantAlessandro in Parma, scrisse meditazioni, traduzioni e soliloqui. È ricordata
con lode dal Bacchini, dallArgelati e dallArmellini. In una succosa apologia
(Meditazioni, Soliloquj, e Manuale del glorioso Vesc. e Dott. S. Agostino, con le
Meditazioni di S. Anselmo Vesc. Cantuariense, di S. Bernardo Abate, e dellIdiota
Sapiente, tradotte dal latino in volgare da D. Maria Stella Scutellari Monaca Professa
dellOrdine di S. Benedetto nel Monastero di S. Alessandro di Parma, In Modena, per
il Capponi e Pont. St. Ep., 1695) volle dimostrare come il sesso femminile fosse atto agli
studi quanto e come il sesso maschile. seppe
usare ugualmente penna e ago poiché, valente ricamatrice, ebbe lincarico di
ricamare il gonfalone di Parma.
FONTI E BIBL.: A.
Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 838-839; V. Spreti, enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 223; I.
Affò, memorie degli scrittori e letterati
parmigiani, Parma, 1797, V, 298; g. Canonici
Fachini, Prospetto biografico delle donne italiane rinomate in letteratura, Venezia, 1824;
P.L. Ferri, Biblioteca femminile italiana, Padova, 1842; G.B. Janelli, Dizionario
biografico dei parmigiani illustri o benemeriti nelle scienze, nelle lettere e nelle arti,
Genova, 1877, 411; M. Bandini, Poetesse, 1942, 244-245; Palazzi e casate di Parma, 1971,
604.
SCUTELLARI CARLOTTA, vedi PAOLUCCI CARLOTTA
SCUTELLARI CLARICE, vedi SCUTELLARI BEATRICE
SCUTELLARI FRANCESCO, vedi SCUTELLARI AJANI FRANCESCO MARIA
SCUTELLARI GIACOMO ANTONIO CLEMENTE
Parma 21 gennaio
1543 -1590
Figlio di Angelo e Maria Caterina. Medico, il cui ricordo è in buona parte
appoggiato a una lettera scrittagli da un amico ed estimatore. Studiò poetica, filosofia,
fisica e medicina, onde fu ascritto al Collegio Medicorum nel 1565. Iscritto
allAccademia degli Innominati col nome di Astruso, scrisse poesie e perfino una
tragedia, lAtamante, ottenendo ampi consensi. Lo Scutellari, trovandosi come
sanitario al servizio del marchese Sforza Pallavicino, capitano dei Veneziani, ebbe
occasione di conoscere nella residenza del Pallavicino stesso, presso la riviera di Salò,
letterati ed esperti di storia naturale e botanica, con laiuto dei quali (riferisce
lAffò) raccolse in più volumi le più rare erbe e piante, di cui poi trattò in
modo assai erudito. La notizia rilevata acutamente dallAffò è contenuta in una
lettera diretta allo Scutellari, in data aprile 1581, da Antonio Passieno, il quale fu
medico a Salò. Questa lettera venne pubblicata da G. B. Olivi a Verona nel 1593 in un suo
libro (De reconditis et praecipuis collectaneis ab honestissimo et solertissimo Fr.
Calceolario veronensi, in Musaeo adservatis) che ha per argomento la descrizione delle
raccolte di prodotti naturali del veronese Francesco Calzolari, semplicista della
spezieria alla Campana doro in Verona e notissimo descrittore della flora di Verona,
e di M. Balbo, che fu, a quanto sembra, molto amico dello Scutellari. Il Passieno scrive
allo scutellari: Memini enim dum Saloni
essem quam jocunde de medicinalibus hiusmodi rebus sermonem habere summa cum eruditione et
delectatione soleres, ac quam exactam de ipsis te scientiam tenere ostenderes. Neque
memoria mea excidit doctissimorum virorum apud et vidisse de medica materia insignia
monumenta et dono ad te missa volumina amplissima cum affixis quibusque chartis longissime
petitis plantis. Dalle quali notizie si deduce che se lo Scutellari non fu egli stesso un
diretto raccoglitore di piante, ebbe per altro il merito non tanto di farle oggetto di
studio quanto di conservarle in erbari, giacché per erbari si debbono certamente
intendere quei volumina amplissima di cui scrive il Passieno. Tale notizia riveste una
notevole importanza perché questi erbari dello Scutellari, purtroppo smarriti o
distrutti, appartenendo quasi certamente ai primi decenni successivi alla metà del
Cinquecento, si possono ritenere tra i più antichi in ordine di tempo. Lo Scutellari fu
inoltre medico dellImperatore Rodolfo II (1587-1590). La sua opera principale e per
la quale è conosciuto fu stampata in Parma: Jacobi Scutellari Medici Parmensis, In librum
Hippocratis de natura humana commentarius (Parmae, 1568). Lo Scutellari scrive con un
latino elegante, misurato, e si propone di imitare lesempio di scrittori maestri
nelle arti, di conciliare ippocrate con
Galeno, di spiegare le incertezze di Galeno con le interpretazioni dei contemporanei ma
soprattutto si propone di esporre quantum faciat, non modo ad medicam artem, verum ad
totam de natura excultiorem scientiam. Lo Scutellari commenta linterpretazione
dippocrate di Vittore Tricavelio in
quarantatré commenti, insistendo sui significati diversi dati al contenuto di natura
umana, sullunità di essa, sugli umori vitali e sui rimedi per le malattie che
attentano al corpo umano, parte notevole di tutta la personalità. Fu consultato da
eminenti medici e chiamato al capezzale di nobili personaggi. Girolamo Zunti lo ricorda
con lode nel suo trattato De Balneo Thermali.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV,
180-182; V.Spreti, enciclopedia storico
nobiliare, VI, 1932, 223; F. Lanzoni, Albori dello studio delle piante, in Archivio
Storico per le Province Parmensi 1941, 141-142; aurea
Parma 3/4 1959, 190, e 1 1958, 35; R. Pico, Appendice, 1642, 167; G. Berti, Studio
Universitario Parmense, 1967, 106-107; Palazzi e casate di Parma, 1971, 602.
SCUTELLARI GIACOPO, vedi SCUTELLARI GIACOMO ANTONIO CLEMENTE
SCUTELLARI GIOVANNI, vedi SCUTELLARI AJANI GIOVANNI
SCUTELLARI GIULIO ANTONIO GIUSEPPE
Parma 14
febbraio 1685-Parma 10 febbraio 1771Conte, figlio di Roberto e Caterina. Fu educato nel
Collegio dei Nobili di Parma e annoverato nellAccademia degli Scelti. Fu
appassionato raccoglitore di trentamila intagli in legno e in rame e di materiali per
scrivere una storia degli artisti parmigiani, che forse andarono perduti. Il conte Antonio
Cerati, in una nota inedita ai Sentimenti di un Parmigiano sopra una lettera del Deleyre,
dice dello Scutellari: Egli ha da qualche tempo raccolta una storia piena di varii lumi,
che riguardano i nostri artisti più celebri. Si spera che la di lui modestia non vorrà
più lungamente privare la patria di un libro per lei tanto onorevole. Dello Scutellari
scrisse un ricordo il Rezzonico in quello che chiamò Elogio di Giulio Scutellari, ma che
veramente è Dissertazione sullorigine delle stampe in legno e in rame. La sua
rinomata raccolta fu venduta in Roma nel 1775. Quando nel 1711 pervenne a Parma il
granduca Cosimo dei Medici, proveniente da Milano in incognito, venne ricevuto in casa
Scutellari e alloggiato allAlbergo della Posta. In suo onore venne recitato al
Collegio dei Nobili il primo atto della commedia Pantalonzino. Lo scutellari fu Archivista comunale del Comune di
Parma dal 1717 al 1722. Anziano del Comune nella classe dei cavalieri ebbe da ultimo
lincarico di Direttore dellAccademia di Belle Arti.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833,
IV, 217; G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le province Parmensi 1914; Palazzi e casate di
Parma, 1971, 603.
SCUTELLARI GUIDO ASCANIO, vedi SCUTELLARI AJANI GUIDO ASCANIO GIUSEPPE
SCUTELLARI JACOPO, vedi SCUTELLARI GIACOMO ANTONIO CLEMENTE
SCUTELLARI LUIGI
Parma ante
1734-Guastalla 6 maggio 1772
Teatino, professò in SantAntonio di Milano il 17 febbraio 1734. Fu
predicatore, prevosto e assistente ai bisognosi di soccorso spirituale. Dello Scutellari
fu stampato un Panegirico di S. Agata detto in Catania.
FONTI E BIBL.: A.F. Vezzosi, Scrittori teatini, 1780, 301-302.
SCUTELLARI LUIGI
Parma 1742-
Parma 25 maggio 1811
Fu
Rettore del Collegio dei Nobili di Parma, trasformato in Liceo Imperiale, dal 14 dicembre
1807 al 1814. Lo Scutellari fu inoltre presidente
dellAccademia di Belle Arti di Parma (1807).
FONTI E BIBL.:
F.da Mareto, Indice, 1967, 846.
SCUTELLARI MARIANO
Parma 1806
Amministratore dei beni dellOrdine costantiniano,
fu nominato giudice di pace in Parma nel 1806.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 224.
SCUTELLARI MARIA STELLA, vedi SCUTELLARI BEATRICE
SCUTELLARI NICOLÒ
Parma 1627/1642
Figlio
di Giulio. Si addottorò in ambo le leggi tra il 1627 e il 1642. Diede saggio di bontà e
di integrità di vita. Vestì infine labito clericale.
FONTI E BIBL.: R.
Pico, Appendice, 1642, 92 e 135.
SCUTELLARI NICOLÒ, vedi anche SCUTELLARI AJANI NICOLÒ
SCUTELLARI AJANI AGOSTINO, vedi SCUTELLARI AJANI ROBERTO CRISTIANO
SCUTELLARI AJANI CAMILLO
Parma 1737
c.-post 1760
Figlio del conte Guido Ascanio. Fu disegnatore, incisore di stampe al bulino e
collezionista di stampe e quadri.
FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVII, 1823, 186.
SCUTELLARI AJANI FRANCESCO GIOVANNI
Parma
16 dicembre 1742-Guastalla 18 luglio 1826
Figlio del conte
Guido Ascanio e di Camilla Dalla Torre di Rezzonico, pronipote di papa Clemente XIII. Il
duca Ferdinando di borbone lo nominò abate
di Guastalla l8 agosto 1792 e papa Pio VI lo creò Vescovo di Joppe il 3 febbraio
1795. Fu consacrato nel detto anno in Roma il 24 giugno dal cardinale Gerdil. Lo
Scutellari Ajani fu Canonico e Vicario capitolare in Parma, vacante la sede per la morte
di monsignor Pettorelli (1776). pubblicò
Epistola ad Clerum et populum civitatis et diocesis vastallensis
(Parmae, e Regio typographeo, 1793) e unOmelia recitata il giorno dellascensione lanno 1800 (Guastalla, Costa,
1800). Morì a poco meno di 84 anni.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833,
IV, 217; G.M.Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 498; A. Schiavi, Diocesi di
Parma, 1940, 273; Palazzi e casate di Parma, 1971, 604.
SCUTELLARI AJANI FRANCESCO MARIA, vedi SCUTELLARI AJANI FRANCESCO GIOVANNI
SCUTELLARI AJANI GIOVANNI
Roma 27 dicembre
1767-Parma 30 ottobre 1816
Nato dal conte Camillo e da Elisabetta Rossi Ruoti Cini, fiorentina. Ebbe i primi
rudimenti delle lingue latina e italiana nellUniversità Gregoriana, ove proseguì e
terminò gli studi di belle lettere, Filosofia Morale, Storia ecclesiastica e Teologia. In questultima
facoltà ottenne per acclamazione, dopo il solito esperimento tra tutti gli altri
concorrenti, la laurea dottorale alletà di ventun anni (1788). Ordinato sacerdote
nel Natale del 1792, cominciò a esercitarsi nella predicazione. Quando monsignor
Francesco Scutellari, suo primo cugino, si recò nellestate del 1793 a Roma per
esservi ordinato vescovo titolare di Joppe nella palestina,
fu eletto da papa Pio VI, dietro raccomandazione del duca Ferdinando di Borbone, a
occupare il canonicato, divenuto vacante per la promozione del cugino, nella Cattedrale di
Parma. Prima di abbandonare Roma, il che avvenne nello stesso anno 1793, fu fatto censore dellAccademia Teologica. Venne poi
aggregato allAccademia di Religione cattolica.
A Parma lo Scutellari fu Esaminatore sinodale
ed Espositore in Duomo della Sacra scrittura
nei giorni festivi. Fu autore di un reputato Quaresimale in Brescia nel 1812. Fece
unOrazion funebre di Monsignor Turchi, recitata nella Cattedrale di Parma il 16
settembre 1803 e stampata dal Gozzi nellanno stesso. Morì a causa di una febbre
gastrica biliosa, conseguente a un attacco epilettico, male di cui soffriva già da sei
anni.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 novembre 1816, 4; A.Pezzana, Memorie degli
scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 217.
SCUTELLARI AJANI GUIDO ASCANIO GIUSEPPE
Parma 14 marzo
1711-settembre/dicembre 1800
Figlio
del conte Giulio e di Girolama Bosco, contessa. Fu educato tra il 1720 e il 1730 nel
Collegio dei Nobili di Parma, secondo il suo rango. Ne uscì letterato e poeta-arcade aristofonte Enonio. Amico del Frugoni, scrisse con
altri nel 1741 la raccolta Lagrime in morte di un gatto (Milano, Marelli) e, con lo
pseudonimo di Ser Lello, fece parte della triade (con Jacopo Antonio Sanvitale e Aurelio
Bernieri) di verseggiatori ingaggiati da Orazio Mazza onde celebrare lentrata in
convento della figlia Anna. Fu Luogotenente del Commissario Generale di Guerra di Milano
(1745). disimpegnò pure la carica di
Maggiordomo di camera del duca Filippo di Borbone, di membro della Deputazione Accademica
per la scelta delle tragedie o commedie da rappresentarsi al Teatro Ducale per il duca
Ferdinando di Borbone e infine succedette al padre quale Direttore dellAccademia di
Belle Arti di Parma. Esiste nellArchivio di Stato di Parma una lettera del Paciaudi
diretta allo Scutellari Ajani, ove questultimo si giustifica per aver dato in
lettura libri proibiti ai giovani frequentatori della Biblioteca Palatina di Parma. Lo
Scutellari Ajani fu anche ascritto allaccademia
degli Icneutici di Forlì. Compose le tragedie Annibale, Romolo e Remo riconosciuti e
Iside Massima o sia la Felicità dellEgitto. Fu inoltre disegnatore dilettante e
collezionista di stampe e quadri.
FONTI E BIBL.:
A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 217-219; V.Spreti,
Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 224; P. Zani, Enciclopedia metodica di belle
arti, XVII, 1823, 186; Palazzi e casate di Parma, 1971, 603.
SCUTELLARI AJANI NICOLÒ
Parma 1769
Fu cavallerizzo di campo del duca Ferdinando di Borbone. Lo stemma dello Scutellari
Ajani è inserito nel volume Le nozze di D. ferdinando
di Borbone (Parma, 1769), avendo egli partecipato al torneo datosi in
quelloccasione.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 223-224.
SCUTELLARI AJANI ROBERTO CRISTIANO
Parma 29 marzo
1737-Parma 2 marzo 1806
Figlio di Guido Ascanio. Monaco benedettino,
decano del Monastero di Parma, fu buon teologo e scrisse non senza lode e con facilità
grandissima versi latini, anche estemporanei. Tra i pubblicati, da rammentare Elegia in
creatione Pontificis Max. Pii VII (Regii, Davolius, 1800) e la traduzione dei Sonetti di
Ang. Mazza per la profess. de sacri voti di Rosa Mazza (Parmae, 1802, Carmignani).
Alcuni epigrammi, egloghe e altri componimenti sacri e profani dello Scutellari Ajani si
conservavano al tempo del Pezzana presso labate Tonani. Lo scutellari Ajani insegnò filosofia e teologia in
Perugia e in Parma e diede esercizi spirituali.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833,
IV, 217; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 223.
SEBASTIANI ANTONIO
Parma 1736
Pittore attivo nellanno 1736.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 1823, 188.
SEBASTIANI FRANCESCO
Parma 17 agosto
1885-Parma 1961
Figlio di Giuseppe e Maria Manghi. Terminata la Scuola militare di Modena,
partecipò alla guerra di Libia col grado di Tenente e alla prima guerra mondiale come
Capitano e Maggiore. Il suo coraggio venne premiato con tre croci di guerra al valore. Nel
1921 con le truppe di occupazione si recò in Alta Slesia. Rimpatriato, fu comandante del
61° Fanteria e poi del Gruppo di educazione fisica di piacenza. Promosso Tenente colonnello, tornò a
Parma come istruttore del corso di educazione fisica della Scuola di applicazione. Nel
1940 divenne comandante del Presidio militare di Parma. Nella primavera del 1943 fu
collocato a riposo ma trattenuto in servizio e, come ufficiale più anziano, esercitò il
comando della piazza di Parma. Nei giorni difficili intorno al 25 luglio 1943 fu un
personaggio di primo piano nella vita della città, essendo comandante del Distretto, del
Presidio e della Piazza. Mancando lautorità civile, il Sebastiani, quale suprema
autorità militare, ebbe per qualche tempo in mano tutti i poteri. Dopo l8 settembre
1943 venne rinchiuso in carcere per cinque mesi. Il 31 gennaio 1944 lAssise
straordinaria lo condannò a morte, ma la sentenza non venne eseguita.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario dei parmigiani, 1997, 287-288.
SEBASTIANO
Parma seconda metà del XV secolo
Falegname attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
II, 327.
SECCARDI GIOVANNI MARIA
Parma 1611
Organaro. Nella parrocchiale di Fiumalbo nel Frignano (Registro matrimoni e
ricordi) si legge: Anno pariter 1611, die 12 mensis junii ad finem fuit perducta organi
fabrica in hac ecclesia parochiali Flunalbi per admodum reverendum dominum Joannem Mariam
Seccardum et magnificum Michael Angelum Rangonium organarios et cives Parmenses, quibus
pro ipsius organi mercede persolverunt centum quadraginta aureos.
FONTI
E BIBL.: G.Lenzini, Fiumalbo, il paese delle tre torri, Modena, Teic, 1983, 205.
SECHELINO
Berceto 1130/1181
Fu Arciprete di Berceto. È ricordato in una bolla pontificia di Alessandro III del
25 aprile 1179, dove figura quale testimone in una lite pendente tra i monaci di Aulla e
il vescovo Goffredo di Luni per il diritto di esenzione: I monaci di Aulla non
presentarono né scritti, né testamenti, né altra prova che giustificasse in qualche
modo la ragione del privilegio accampato. Tu invece, o Fratello Vescovo, ci presentasti
due testimoni idonei, cioè lArciprete di S. Moderanno di Berceto, di nome
Sechelino, e labbate di Cepperana, omonimo del primo, pronti a giurare che Bernardo
Vescovo Parmense, richiesto e pregato dal Vescovo Filippo di Luni, consacrò il Monastero
e benedì labbate (cfr. Regesto Pelavicino, in Deputazione Ligure di Storia Patria,
vol. 44, pag. 20). Per togliere ogni dubbio circa la lettura del sancti Moderanni de
Berceto che compare nella bolla, è opportuno ricordare un altro documento, che si
conserva come il precedente nellArchivio Capitolare di Sarzana, in data 1181:
Lanno 1181, indizione XIV, presso Santo Stefano, nella Chiesa dello stesso luogo, il
15 aprile, davanti a testi riconosciuti, il prete Enrico depone sotto giuramento che,
trovandosi il Vescovo Filippo ammalato ai piedi, così da non poter recarsi ad Aulla a
consacrarvi la Chiesa, mandò ad invitare il Vescovo Parmense Bernardo di santa memoria,
affinché venisse a consacrare a nome suo la Chiesa suddetta. Il quale venne ad Aulla ed a
nome del Vescovo di Luni consacrò la Chiesa Aullense di San Caprasio, ne consacrò gli
Altari, e ne benedì lAbate di nome Ildeprando. E ciò avvenne cinquantanni
addietro e forse più. Succeduto poscia lAbate Gausone, sotto il Vescovo Goffredo,
sorse controversia circa il diritto di ricevere la Benedizione, poiché il Vescovo
Goffredo voleva darla Egli stesso e labate per contrario gli negava tale diritto.
Per dirimere tale controversia entrambi si presentarono a Roma davanti al Sommo Pontefice,
e vennero prodotti quali testi, larciprete di Berceto e labate di Cepperana.
La chiamata di Bernardo, accompagnato dal sechelino,
che era già o divenne poi Arciprete di Berceto, fa supporre che non solo Bernardo sia
passato da Berceto, ma che vi facesse soggiorno, tanto che ne arrivò la notizia al
vescovo di Luni. Parrebbe altrimenti strano che costui ardisse chiamare da Parma il
prelato, insignito della dignità cardinalizia, e per di più già vecchio decrepito,
costringendolo a un viaggio di montagna di circa centodieci miglia, per il solo motivo di
consacrare una chiesa e benedire un abate. Se il Sechelino era già Arciprete durante il
viaggio di Bernardo in Lunigiana, la sua cura si protrasse certo più di cinquanta anni:
dal 1130 circa al 1181.
FONTI E BIBL.: G. Schianchi, Berceto e i suoi Arcipreti, 1927, 16-19.
SECHI GAETANO
Campobasso 13
ottobre 1911-Sorbolo 13 gennaio 1996
Si trasferì a Parma fin dal 1912, dove poi sempre risiedette e operò. Si diplomò
allIstituto dArte Paolo Toschi di Parma. Allievo di Carmignani, Mancini,
Baratta e De Strobel, pittore figurativo, predilesse la natura morta e le composizioni.
Molto attiva fu la sua partecipazione a rassegne e mostre collettive regionali, nazionali
e internazionali, conseguendo premi, riconoscimenti e segnalazioni (mantova 1965, Gaeta 1967, Sala Baganza 1968).
Allestì mostre personali a Parma (Galleria Artisti Associati, 1965, e Galleria
dArte, 1970) e a Sorbolo (Sala Municipale, 1967 e 1971).
FONTI E BIBL.: Il Resto del Carlino 22 maggio 1966, e 5 giugno 1966; Gazzetta di
Parma 13 giugno 1967, 12 giugno 1968, 3 dicembre 1969 e 5 ottobre 1970; Il Messaggero 11
giugno 1968 e 3 settembre 1971; A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1974, 3008-3009;
Gazzetta di Parma 14 gennaio 1996, 27.
SECOMANDI GIOVANNI
Imbersago
1894-San Secondo Parmense 30 gennaio 1990
Iniziò a dipingere alletà di cinque anni manifestando una spiccata
propensione verso larte. Durante la sua vita, avventurosa e movimentata, fu amico di
celebri pittori come Carrà, Morandi, Messina, Mozzanica, Dei, Mosè Bianchi e Manzù e
frequentò a lungo gli studi di Picasso in Spagna. La produzione artistica del Secomandi
è sterminata. si trasferì in Sudamerica
durante il periodo fascista e anche in quel continente lasciò tracce di sé e della sua
ispirazione pittorica, che viene inquadrata nel postimpressionismo. Un messaggio semplice
e lineare, un linguaggio espresso in nature morte e paesaggi, che conservano, attraverso
gli anni e le evoluzioni, il carattere quieto e romantico della sua terra natale. Uomo di
cultura profonda (parlava cinque lingue), il secomandi
al suo rientro in Italia lavorò con illustri architetti. Ricevette innumerevoli e
prestigiosi riconoscimenti e intraprese lattività di docente di arte e pittura
allUniversità popolare e allumanitaria.
Collaborando con il Daelli, si impegnò per diversi anni nella creazione delle scenografie
al Teatro alla Scala di Milano e in seguito anche allOpera di Parigi. Per conto del
cardinale Schuster, che fu il suo maggiore committente, compì a più riprese restauri nel
Duomo di Milano e in santambrogio e intervenne su tele di grandi maestri
come Caravaggio e Van Gogh. La sua esistenza fu sempre supportata da una vivissima fede
cristiana: da papa Giovanni XXIII ottenne udienza più volte, ricevendo la benedizione del
Pontefice anche in occasione del quarto matrimonio (il Secomandi rimase vedovo per tre
volte), celebrato nel 1980 a Salsomaggiore Terme con la polacca Stanislava Jenirjasiak.
Visse a Salsomaggiore Terme trenta anni. continuò
a dipingere fino allultimo. Fu sepolto nel cimitero di Imbersago.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 31 gennaio 1990, 21.
SEGADELLI o SEGALELLI o SEGALELLO GERARDO o GHERARDINO o GHERARDO, vedi SEGARELLI GHERARDO
SEGARELLI o SEGARELLO GERARDO o GERARDINO, vedi SEGARELLI GHERARDO
SEGARELLI GHERARDO
Alzano prima
metà del XIII secolo-Parma 18 luglio 1300
Iniziò a Parma, verso il 1260, il movimento ereticale detto degli Apostoli e
Apostolissae Christi (Fratres e Sorores Apostolarum), continuato e organizzato da
fra Dolcino. Il segarelli, ingenuo e
fanatico, si vide rifiutato (1249) lingresso tra i Frati Minori di Parma. Si diede
per conto suo alla vita ascetica, nella linea del costume francescano e in coincidenza con
linizio della terza epoca gioachimita dello Spirito Santo, volgarizzata dagli
Spirituali. Sognò di ripristinare la vita evangelica e apostolica: sul modello
delliconografia degli Apostoli si rivestì di una tunica ruvida e di un mantello
bianco, cinto di corda, barba lunga e capelli spioventi, sandali ai piedi scalzi, vendé
la propria casa, distribuì il denaro ricavato a giovani mendicanti e visse randagio,
predicando la penitenza e proclamando versetti evangelici. Ebbe seguaci, uomini e donne, e
la benevolenza delle autorità cittadine e del vescovo Obizzo Sanvitale. Il Segarelli
rivestiva i suoi aderenti dellabito apostolico e li mandava per il mondo: vivevano
di elemosine quotidiane, recitavano preghiere, cantavano inni religiosi ed esortavano alla
vita evangelica. Il Segarelli non seppe né volle dare una sistemazione al movimento, lo
concepì anzi in libertà di spirito, senza regola, senza gerarchia, con lunico
vincolo dellobbedienza interna e spirituale a Dio, e senza voti, neppure di
castità, con contubernio muliebre incontrollato. Alle abitazioni formali con chiese e
culto regolato sostituì la libera circolazione devozionale facilmente oziosa e sovente
viziosa. Anche i giuramenti non erano ritenuti vincolanti. Agendo scopertamente e
intensificando la sua azione programmatica nella terra parmense, senza timori
dellagguerrita autorità ecclesiastica e padronale, incitava la popolazione a
compiere pericolose azioni di appropriazione indebita in nome di una solidarietà umana
arbitrariamente interpretata dalla lettura del Vangelo. Vi si aggiunse la pretesa di
ricostituire la vera Chiesa spirituale degli Apostoli, contro quella carnale e adulterata
di Roma. Nel 1273 papa Gregorio X mise lordine
fuori legge. Nel 1280 il vescovo Obizzo Sanvitale incarcerò il Segarelli per le sue
crescenti stranezze e scurrilità, poi lo tenne sotto benevola vigilanza, ritenendolo
fatuo e inoffensivo. La degenerazione ereticale e morale degli pseudo-apostoli provocò le
condanne esplicite di papa Onorio IV (11 marzo 1286), di papa Niccolò IV (7 marzo 1290) e
lazione repressiva degli inquisitori. Questi convinsero deresia il Segarelli,
che dal Vescovo fu condannato al carcere perpetuo nel 1294 (quattro suoi seguaci furono
dal Comune di Parma mandati al rogo). Sei anni dopo linquisitore domenicano Manfredo
di Parma ritrovò recidivo il Segarelli, che fu consegnato al braccio secolare e bruciato
sul rogo.
FONTI E BIBL.: Cfr. soprattutto lelenco ragionato delle fonti e degli studi
in L. Spätling, De apostolicis, pseudoapostolis, apostolinis, Monaco, 1947, 113-140;
Ilarino da Milano, in Enciclopedia Cattolica, XI, 1953, 236-237; Dizionario Ecclesiastico,
III, 1958, 786; Dizionario UTET, XI, 1961, 684; Dizionario storico politico, 1971, 1175;
Parma Economica 11 1973, 25-26; L. Alfieri, Parma, la vita e gli amori, 1993, 39-40.
SEGARELLI GIOVANNI
Parma 1379
Fece parte della Corte papale in Roma e fu buon scrittore latino in prosa e in
versi. Nel Codice Vaticano 5994 si trova una epistola in prosa, ridotta poi anche in
versi, a Francesco da Fiagiano, scrittore e abbreviatore pontificio, con questa
sottoscrizione: Festinanter in Vallemont undecimo Decembris. Ubique tuus Parmigena Johannes de Segarellis. Segue la risposta del
Fiagiano intitolata Responsio Domini Francisci de Fiagiano praefato Domino Johanni.
Eliconio viro Johanni de Segarellis de Parma amico plus dilecto, quam cognito. Tra le
altre cose, il Segarelli dice di scrivere al fiagiano,
eccitato da Noffo o Nolfo da Ceccano: Magnificus virtutum cultor ex claro sanguine de
Cecchano ferreus et herculeus Noffus urbis imperatricis armiger, et meus orator fuit, ac
tuus eximius praedicator. Hic jubendi jus habens, jussit ut inops discipulus opulento
scriberem praeceptori. Il Fiagiano, rispondendo, afferma: congratulor etiam Noffo de Cecchano multae
claritatis et bellicarum rerum laudibus abundanti viro, qui apud te me magnum fecit. Noffo
da Ceccano fu insigne personaggio aderente al ponteficie Urbano VI e fatto bersaglio di
una bolla di scomunica in data 23 marzo 1379 dallantipapa Clemente. Da una lettera
del cardinale Garampi al Paciaudi, scrittagli il 28 gennaio 1769, si ricava che un
Giovanni Segarelli fu Giureconsulto e che scrisse molte memorie storiche concernenti
particolarmente i tempi degli Sforzeschi: Ho veduto un Codice ms. contenente la Storia
degli Sforzeschi dalla loro origine fino al 1530 in circa, scritta da F. Hieronimo Pictore
de S. Flora, il quale attesta di essersi principalmente servito dei scritti de Messer
Johanne de Segarelli da Parma jurisconsulto.
Non ho saputo finora rintracciare né in che tempo costui scrivesse, né se abbia lasciato
di sé cosalcuna che sia a noi pervenuta. È lecito però dubitare
sullidentità della persona, per la distanza che passa dallepoca in cui visse
il Segarelli ai tempi degli Sforzeschi. Non è peraltro inverosimile che il Segarelli di
cui parla lAffò, se era ancora giovane nel 1379, possa avere scritto le memorie del
primo Sforza, nato nel 1369 e morto nel 1424, e quelle dei suoi fratelli.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789,
92-93; A. Pezzana, memorie degli scrittori e
letterati parmigiani, II, 1827, 116.
SEGARELLO, vedi SEGARELLI
SEGRÈ ALESSANDRO
Parma XIX secolo
Rabbino e scrittore israelita vissuto a Parma nel XIX secolo.
FONTI E BIBL.: M. Mortara, Rabbini e scrittori israeliti, 1886, 60.
SELETTI
Parma 1795/1801
Fu maestro di canto dei chierici alla Steccata di Parma in sostituzione di Liborio
Cornini dal 1795 al 1801.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1795-1801; N.Pelicelli, Musica in
Parma, 1936, 169.
SELETTI CLAUDIO
Soragna 26
maggio 1597-Bologna 18 settembre 1631
Si fece cappuccino il 19 maggio 1619 e un anno dopo compì la professione a Faenza.
Fu buon predicatore e trascorse la sua vita nellesercizio della carità verso i
sofferenti. Si distinse particolarmente durante la peste che nel 1630 colpì la città di
Bologna, assistendo, senza sosta e noncurante di ogni sacrificio, gli ammalati della
parrocchia di Santa Cristina, a cui era stato assegnato. Colpito dal contagio, morì: gli
storici suoi contemporanei non mancarono di annotare che di lì a poco si verificò una
notevole diminuzione della mortalità, attribuita dal popolo ai meriti dello stesso
Seletti, già stimato come uomo di rare virtù umane e dotato di non comuni sentimenti.
FONTI E BIBL.: Da Gatteo, La peste a Bologna, 133 e 134-135; F. da Mareto,
Necrologio dei cappuccini, 1963, 538; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 291.
SELETTI EDELINO
Fontanelle 27
gennaio 1878-Fontanelle 18 ottobre 1950
Appartenne a una famiglia di agricoltori e cestai. Fu sarto, vetraio e specialmente
fotografo. Si dedicò alla fotografia nel 1904. I soggetti sono quelli del mondo a lui
circostante: gruppi di contadini indaffarati e bambini sullaia. Presto il Seletti
allargò larea di intervento da Fontanelle alle vicine località di roccabianca, Coltaro, Gramignazzo, Trecasali,
Pizzo, Stagno, fino a San Quirico. Lo stesso suo negozio, come accadeva ai fotografi di
paese, rappresentò un vero punto di riferimento, potendosi trovare ogni cosa. Al primo
piano era situata la camera oscura: una tenda nera separava il luogo delle operazioni di
sviluppo e stampa dal resto dellabitazione. La nipote Liliana manovrava il fondale
scuro dallalto di una scala quando si trattava di fotografare un gruppo oppure
portava un secchio dacqua con dentro centinaia di copie stampate appena uscite dal
fissaggio con lincarico di tenerle sciacquate. Se poi il lavoro si faceva urgente
era il Seletti a scendere di persona per asciugare le stampe grazie a una scatola di
quelle usate allepoca come contenitori di lucido da scarpe: dopo averla riempita
dalcool, dava fuoco e passava le fotografie a una a una sopra la fiamma fino a
ottenerne un rapido risultato. Quanto alla smaltatura, il Seletti satinava a mano facendo
scorrere le stampe sui lati del tavolo di cucina. Poi con la forbice da taglio rifilava le
fotografie sfruttando sapientemente la lama un po frastagliata dellattrezzo.
Il Seletti era disponibile a partire in ogni momento se le circostanze si facevano
pressanti ma normalmente si spostava sul territorio la domenica mattina. Elaborò lui
stesso la bicicletta per ospitare tutta lattrezzatura, composta da due apparecchi a
lastra da campagna, cavalletti, fondali neri e cassette colme di lastre. I suoi soggetti
sono tipici del mondo cui anchegli appartenne: famiglie di contadini, trebbiature,
processioni e funerali, le cose che segnano il ritmo della vita tra la gente dei campi.
Fotografò occasionalmente qualche proprietario terriero in vena di immortalarsi tra i
suoi possedimenti. Tra i soggetti non mancano molti bambini, vivi e morti. La moglie
Ermina Borella di Samboseto lo aiutò in negozio. Il Seletti operò fino agli anni quaranta. Fu amico di Luigi Vaghi, al quale
dovette molto sul piano professionale. Apolitico, frequentò però assiduamente Giovanni faraboli, noto sindacalista e cooperatore. nellagosto del 1922 documentò la
distruzione della biblioteca, dei magazzini, del caseificio, della cantina e della
segheria, tutti edifici della cooperativa di
Fontanelle, incendiati e saccheggiati dai fascisti cacciati dalle barricate di Parma.
FONTI E BIBL.: R.Rosati, Fotografi, 1990, 270-271.
SELETTI EMILIO
Milano 29
settembre 1830-Milano 1 aprile 1913
Figlio di Giuseppe e nipote del canonico Pietro. Fu cultore appassionato di cose
bussetane, raccogliendo i frutti di lunghe e pazienti ricerche in unopera
monumentale di larga consultazione per la storia della cittadina. Laureato in legge nel
1854 e divenuto quindi avvocato, si dedicò anche a studi di paleografia, iniziando la
raccolta di oggetti archeologici, di una biblioteca che arricchì di settemila volumi, di
circa duemila tra codici, documenti manoscritti e lettere autografe e infine di una
raccolta di circa quindicimila ritratti incisi. Stabilitosi con la famiglia a Milano, vi
dette alle stampe, nel 1883, la Città di Busseto, che ebbe larga diffusione (non soltanto
nel bussetano) avendovi introdotto le
biografie di illustri personaggi della sua terra, tra cui, in primo piano, quella di
Giuseppe Verdi, del quale godette lamicizia. Nel 1885 fu nominato Consigliere
comunale in Milano, tenendo la carica per un quinquennio. Annoverato tra i membri della
commissione per il Museo del Risorgimento italiano, per quindici anni fu pure Segretario
della Società Storica Lombarda (della quale venne poi nominato vice-presidente) e membro
della consulta del Museo archeologico. Ricoprì anche le cariche di socio fondatore
dellArcheologica Comense, di membro corrispondente della Regia deputazione Storica
per le province di Parma e Piacenza, di socio corrispondente ed effettivo e di Segretario
della Deputazione di Storia Patria in Torino e di socio effettivo della società Numismatica Italiana. Per istituti
storici, letterari e artistici scrisse un considerevole numero di cenni, memorie e
rapporti. contribuì efficacemente alla
pubblicazione dei dodici volumi delle Iscrizioni delle chiese di Milano dal sec. VIII e
compilò un Catalogo dei marmi scritti nel Museo archeologico di Milano. Sua opera
principale rimane La Città di Busseto. In tre volumi, essa illustra la cittadina dalle
origini alletà contemporanea. Forma materia dellultimo volume la trascrizione
dei più importanti documenti di storia locale e lelenco della produzione letteraria
e artistica dei Bussetani insigni, con appendice degli alberi genealogici delle famiglie
notabili. Scrittore dotto e diligente, gli nocque tuttavia la posizione polemica assunta
nei confronti di storiografi borghigiani, portandolo ad affermazioni fantasiose sulle
origini di Borgo San Donnino, di cui negò la fondazione romana, poi invece provata da
scoperte archeologiche. Ma il difetto nellequilibrio del giudizio non smentisce nel
Seletti la nobiltà dellaspirazione, espressa in unopera ancora fondamentale
per la storia di Busseto. Nel corso della sua laboriosa esistenza, fece, con passione di
studioso e generosità preziosi doni a diversi istituti pubblici milanesi, quali la
Biblioteca di Brera, il Museo del risorgimento
italiano e lArchivio storico. Dispose che la sua ricca raccolta archeologica andasse
ad arricchire il patrimonio del Museo del Castello Sforzesco e destinò quella degli
autografi, dei manoscritti e dei ritratti allArchivio storico del Comune di Milano.
Non dimenticò Busseto, la città verso la quale nutrì inalterabile affetto e devozione.
Lasciò infatti allospedale un
legato di quindicimila lire e alla civica Biblioteca donò una parte della sua ricca
raccolta di libri di ogni epoca. Da Verdi fu invitato a far parte della Commissione di
amministrazione della Casa di Riposo per Musicisti, della quale divenne poi presidente.
Dedicò allistituto particolari cure,
fondandovi il Museo Verdiano e cooperando alliniziativa con il dono di preziosi
cimeli.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 435-437.
SELETTI ERMENEGILDO
Roccabianca 1831
Durante i moti del 1831 fu uno degli autori della rivolta a Roccabianca. Figurò
nellelenco degli inquisiti di Stato con requisitoria.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province
Parmensi 1937, 207.
SELETTI GIULIO
Parma 1714/1762
Intagliatore. Realizzò, tra laltro, le seguenti opere: 1714 simulacro di N.
S. G..C., 1717 sei candelieri e sei vasi, 1724 quattro vasi nella parrocchiale di
Fontanellato, 1730 cornice e altare maggiore nella chiesa del Priorato, 1743 pagamenti per
baldacchino del Santissimo, dodici candelieri, sei vasi, tre tavolette e un basamento di
croce, 1748-1749 croce con piede e due candelieri in San Giacomo a soragna, 1761 croce nella parrocchiale di fontanellato, 1762 altare maggiore
nelloratorio di SantAntonio a Soragna.
FONTI E BIBL.: Colombi, 1975, 46 e 222; Il mobile a Parma, 1983, 257.
SELETTI GIUSEPPE
Busseto 25
agosto 1786-Milano 3 maggio 1846
Ebbe a precettore nei primi anni di studio lo zio canonico Pietro Seletti,
dimostrando sin dalla giovinezza singolare attitudine alle belle lettere e specialmente
alla poesia. Compose infatti un notevole numero di rime, che furono poi raccolte in un
volume di 265 pagine, ma di esse videro la stampa soltanto due sonetti dedicati
allattrice Margherita Perelli e al concittadino Giulio Dordoni nella circostanza
dellelezione di questi a maire di busseto.
Tra le opere giovanili del Seletti figurano anche le commedie I letterati e Una madre
delusa, il dramma in versi Argenide e Filippo tra i pastori, le tragedie Pelopida,
Polissena, Beatrice Cenci, Cosroe, re di Persia ed Elena, gran principessa di Mosca. Nel
1808 fu accolto tra i soci dellAccademia bussetana Emonia con lo pseudonimo di
Darsindo Uranèo, sotto il quale pubblicò nel 1824 una Storia di evaristo Pancardio e di Angelica baronessa di
Vitrelto. Dal 1816 risiedette a Milano, occupato nellinsegnamento. Fu professore di
grammatica superiore e di umanità al Collegio Burla di Rho, poi di latino nel
Collegio-ginnasio milanese Calchi-Taeggi e infine della stessa materia al Ginnasio
comunale di via Santa Maria. Acquistò benemerenze nel campo dellistruzione
pubblica. Largo favore di pubblico e di critica incontrarono nel 1824 la volgarizzazione
della Vita di Publio Scipione Emiliano del Sigonio e un saggio di Lezioni greche per le
classi terza e quarta di grammatica, opere ristampate in sei edizioni. I suoi Rudimenti di
geografia, pubblicati nel 1848, furono anchessi oggetto di replicate ristampe, così
pure unAnalisi delle lezioni di greco ad uso dei ginnasi. Collaborò ai giornali Gazzetta di milano e Il Giovedì con articolari letterari e
lasciò, inedite, Storie del Regno dItalia tradotte dal Sigonio, una compendiosa
Storia della Russia, unIntroduzione allo studio delle Umane Lettere, Lezioni, studi
di matematica, di umane lettere, di storia antica e del Medio Evo e varie altre opere
minori.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 437-438.
SELETTI LINO
Fontanelle 27
agosto 1907-Magreto di Palanzano 20 settembre 1985
Figlio
del fotografo Edelino. Cercò di migliorare in molti modi il livello qualitativo raggiunto
dal padre e studiò anche la tecnica delle foto industriali. Ottimo ritoccatore, diede
impulso alle fototessere, alle immagini di gite sul Po e di militari. Fu amico del suo
conterraneo, lo scrittore Giovannino Guareschi, e amò, insieme alla fotografia, la
pittura. Il Seletti restò in contatto con Luigi Vaghi e Alfredo Zambini, tenendosi sempre
aggiornato sulle evoluzioni della tecnica. Fino agli anni cinquanta proseguì lattività lavorando
prevalentemente di domenica: infatti il seletti,
per molti anni (e fino alla seconda guerra mondiale), fu anche fotografo ambulante.
FONTI E BIBL.:
R.Rosati, Fotografi, 1990, 271.
SELETTI LUIGI
Roccabianca 1831
Durante i moti del 1831 fu uno degli autori della rivolta in Roccabianca. Figurò
nellelenco degli inquisiti di Stato con requisitoria.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province
Parmensi 1937, 207.
SELETTI PIETRO
Busseto 19
ottobre 1770-Busseto 6 dicembre 1853
Ebbe a maestri in Busseto Buonafede Vitali e Ireneo Affò. Entrò poi nel seminario
borghigiano per compiervi gli studi liceali e teologici. Ordinato sacerdote e destinato a
svolgere il sacro ministero nel paese natale, si dedicò anche allinsegnamento di
grammatica nel ginnasio superiore. Con Marco Pagani, Pietro Vitali e Gaetano Bombardi
fondò nel 1796 lAccademia di Lettere Greche per incrementare nei giovani lo studio
dei classici. Chiamato nellautunno 1806 a insegnare greco e latino nel seminario di
Brescia, accettò lincarico, che declinò tuttavia al termine dellanno
scolastico per poter far ritorno a Bussetto ad aprirvi una scuola privata di lingue e
lettere antiche. Nel 1816 gli venne affidata la conservazione della pubblica Biblioteca di
Busseto e nel 1820 fu nuovamente incaricato a occupare nel locale ginnasio la cattedra di
lettere. La sua cultura si estese dalle lingue antiche allarcheologia, alla
numismatica, allastronomia e alla musica. Si interessò di storia locale e dette
alle stampe alcuni lavori nellintento di difendere qualche ricerca storica e il nome
dei suoi maestri Vitali ed Affo, bistrattati per un male inteso amor patrio da scrittori
di Borgo San Donnino, che, invogliati di dare unorigine romana alla loro terra, si
fecero a sostenere inveterate opinioni sulla esistenza dellantica Fidenza nel luogo
ove ora sorge la città di San Donnino (Emilio seletti).
In quelle opere (Confutazione del libretto uscito dai torchi di Giuseppe Vecchi di Borgo
San Donnino nellanno 1840 che ha per titolo Memorie storiche sulla fondazione
della città di Giulia Fidenza e Confutazione di unopera uscita dalla
tipografia di Borgo San Donnino nellanno 1843 intitolata Controversie archeologiche
patrie) il Seletti sostenne, sorretto soltanto dalla forza del ragionamento, come Borgo
San Donnino sorgesse nella campagna di Samboseto, soggiungendo che non era anticamente che
un cimitero romano e che assurse a notorietà dopo la scoperta, nel VII secolo, delle ossa
del martire Donnino. Le controversie
archeologiche, lavoro cui il Seletti attese negli ultimi anni di vita, gli impedirono di
redigere, come aveva in progetto, una storia del paese natale. Emilio Seletti se ne
rammarica, spiegando che, con labbondante messe delle sue cognizioni storiche e con
i documenti che aveva raccolti e studiati, egli avrebbe potuto condurre lopera a
perfezione. Rivelò non comune perizia nella decifrazione di antiche iscrizioni e
nellillustrazione di epitaffi, pubblicando osservazioni e dissertazioni
apologetico-critiche sopra epigrafi latine e greche difficilmente interpretabili. Lasciò
trentasei scritti (dei quali ventotto inediti) dargomento vario, ma in prevalenza di
ricerca storica e di archeologia. Nel 1830 fu annoverato tra i canonici della collegiata
di Busseto e per qualche tempo diresse lorchestra in chiesa. Fu suonatore di viola e
compose alcuni brani di musica sacra e vari concerti.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 182; D. Soresina, Enciclopedia
diocesana fidentina, 1961, 438-439.
SELLI MARIO
Castel San
Giovanni 1895-Altipiano di Bainsizza 24 ottobre 1917
Figlio di Luigi. Tenente di complemento del 211° Reggimento Fanteria, fu decorato
di Medaglia dArgento al Valor Militare, con la seguente motivazione: Comandante di
un plotone, durante un nostro contrattacco per la riconquista di un elemento di trincea
perduto, dava mirabile prova di sprezzo del pericolo e di coraggio. Da solo affrontava un
ufficiale ed un gruppo di arditi nemici, mettendo fuori combattimento lufficiale
stesso. Colpito a morte, lasciava gloriosamente la vita sul campo, ma col proprio
sacrificio dava tempo ai nostri di correre e di far sgombrare dallavversario un
camminamento che essi avevano occupato. Il Selli risiedette a lungo a Parma.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1920, Dispensa 56a; Decorati al
valore, 1964.
SELONI, vedi FRANZONI CARLO
SELVA CRISIPPO
Parma 12
novembre 1546-1630 c.
Figlio del medico Filippo e di Isabella. Il Selva studiò medicina ma si applicò
anche alla poesia in volgare. Dedito sempre a nuovi amori (Affò), si spostò nel
Mantovano, nel Reggiano e in Bologna. Secondo quanto afferma giambattista Rocca, il Selva, indispettito da una
sua innamorata, bruciò tutte le rime fatte in suo onore e compose un Canzoniere per
manifestare il suo biasimo (lopera, stampata dai Viotti, ebbe molte edizioni: 1574,
1601, 1607 e 1609). Per i suoi meriti nella medicina, ebbe il titolo di Cavaliere dai
duchi di Parma. Nel 1582 fu tra gli Anziani della Comunità di Parma, eletti a correggere
gli Statuti delle Arti. Perduto allora il padre in età di 80 anni, gli dedicò un
epitaffio in San Giovanni evangelista. Il
Selva scrisse versi anche in lingua spanola. Il Pico (Appendice, 1642) lo dice morto pochi
anni prima. Sposò Sestilia Strinieri, di nove anni più giovane di lui, poetessa anche
lei.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV,
339; Aurea Parma 3/4 1959, 197.
SELVA CRISIPPO, vedi SELVA CRISIPPO
SELVA FILIPPO BENEDETTO
Parma 20 marzo
1504-Parma 1582
Figlio di Domenico.È compreso tra i dodici dottori effigiati nella storica
farmacia di San Giovanni Evangelista in Parma. Iscritto al collegio nel 1529 in Arti e Medicina, fu tra i
medici consultati dal farmacista Girolamo Calestani per la stesura delle Osservazioni,
antidotario prescritto nel Ducato di Parma anche molto tempo dopo la morte del calestani. Nel 1530 prese parte a una riunione del
Collegio Medico per le modifiche agli Statuti. Si dilettò anche in poesia. Fu sepolto
nella chiesa di San Giovanni Evangelista in Parma, con epitaffio dettato dal figlio
Crisippo.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1959, 110; Parma nellArte 1 1970, 73.
SELVA GEMIGNANO, vedi SILVAGNI GEMINIANO
SELVA GEROLAMO
Parma 1504
c.-post 1554
Fratello di Filippo. Si laureò in legge.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 39.
SELVA ORAZIO
Parma 24 luglio
1558-
Figlio di Martino e Africa Bravi. Nacque da nobile famiglia. Conosciuto anche col
nome di Zucco (la famiglia era nominata Selva o Zucchi). Fu mediocre poeta: tutto ne
suoi versi si vede debole, spossato, prosaico, e scritto senza aiuto alcuno, ben che
minimo delle Muse e dApollo.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 112-113.
SELVA RANUCCIO PICO
Parma 1559 c.-
Figlio di Martino e Africa Bravi. Fu sacerdote e poeta. Un suo epigramma in lode di
Anton Maria Garofani è contenuto nel Santuario di Parma del Garofani stesso. È composto
di cinque distici latini.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 113.
SELVA ZUCCO, vedi SELVA ORAZIO
SELVAGNI GEMINIANO, vedi SILVAGNI GEMINIANO
SEMORILE MARIANNA, vedi MARCHINI MARIANNA
SENECIUS PUBLIUS APRONIANUS
Parma-Roma 144
d. C.
Libero, pretoriano, signifer, documentato in latercolo rinvenuto presso Roma,
datata al 144 d.C. Senecius è nomen rarissimo in Cisalpina, non presente a Parma.
Apronianus è cognomen derivato da gentilizio, raramente documentato, non presente in
altri casi a Parma, dove invece si trova Apra.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 161.
SENTIA BETUTIA
Parma I secolo
a. C./V secolo d.C.
Di
condizione incerta, fu moglie di C. Ae [...] Pau [...], col quale visse quindici anni e
cui pose unepigrafe, documentata a Parma, poi perduta. Sentius è nomen diffuso
soprattutto in Italia settentrionale e centrale, dove è frequente. In particolare in
Cispadana se ne riscontrano alcuni casi. A Parma si trova in questa sola epigrafe.
Betutius, nomen diffuso soprattutto in Gallia Cisalpina e Narbonese, usato talvolta, come
in questo caso, come cognomen forse derivato da Bettius, è frequente soprattutto in
Cispadana, particolarmente nella Tabula Veleiate. A Parma è documentato in questo solo
caso.
FONTI E BIBL.:
M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 162.
SERAFINI FRANCESCO ROMANA, vedi LITTA MODIGNANI FRANCESCA ROMANA
SERAFINO
Parma 1221/1274
Frate francescano. Fu mistico e teologo (doctor
Seraphinus).
FONTI E BIBL.: Pighini, Storia di Parma, 1965, 97.
SERAFINO DA
PARMA
Parma 1529
Frate Minore. Nel 1529 pubblico lorazione Venerandi Patris Fratris Seraphini
de Parma Ord. Minor. Oratio habita in Capitulo generali Parmae celebrato an. MDXXIX
(Impressum Parmae, per Antonium de Viottis).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III,
1827, 652.
SERAFINO DA PARMA, vedi anche AGUZZOLI CAMILLO e GHIDINI GIOVANNI
SERGENTI GIOVANNI
Parma seconda
metà del XIX secolo
Soldato, fu decorato con medaglia dargento al valor militare dopo il fatto
darme di Vigolo.
FONTI E BIBL.: Gazzetta
di Parma 25 agosto 1980, 3.
SERGIO CALLISTO, vedi CALISTO SERGIO
SERINI ARNALDO
Colorno
1894-Parma 21 febbraio 1981
Figlio di fornaio, fu valoroso combattente nella prima guerra mondiale. Al suo
ritorno, subito colse i fermenti sociali che si agitavano tra la sua gente e si impegnò
nelle organizzazioni democratiche bianche, nel sindacato, nel partito popolare (di cui fu tra i fondatori),
oltre che nellAssociazione reduci e nellunione
del lavoro (fu Segretario di zona). linsorgente
fascismo lo vide tenace e coraggioso oppositore, al punto che dovette subire violenze e
persecuzioni. Nel secondo conflitto mondiale combatté col grado di ufficiale in terra
dAfrica, meritò decorazioni al valor militare (tra laltro una medaglia
dargento) e rimase ferito a Tobruk. Nei giorni più drammatici della Resistenza
operò presso il comando Piazza di Parma e fu ispettore del Comitato di Liberazione
Nazionale. Il Serini profuse il suo impegno anche nellimmediato dopoguerra: fu
Sindaco per breve tempo di Colorno e tra i fondatori della Democrazia Cristiana e delle
Acli, dopo aver avuto una parte importante nel sindacato unitario per la parte cattolica a
fianco di Giuseppe Mori. Quando sorse lassociazione
partigiani cristiani, il Serini non tardò a prestare la sua collaborazione: fu per molti
anni, finché le forze glielo consentirono, Segretario amministrativo a fianco di don
Cavalli prima, di Molinari e del senatore Cacchioli poi. Nel trentennale dellassociazione Partigiani Cristiani,
lonorevole Zaccagnini gli conferì a Parma una medaglia doro a riconoscimento
e coronamento di una vita dedicata allaffermazione degli ideali di libertà e
democrazia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 23 febbraio 1981, 5.
SERINI GIUSEPPE
Colorno
1899-Vittorio 30 ottobre 1918
Figlio di Carlo. Caporale maggiore del 3° Reggimento Fanteria, fu decorato di
medaglia dargento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di
squadra, con calma e perizia, sotto violento bombardamento nemico, manteneva i suoi uomini
in ordine perfetto nonostante le perdite subite, finché cadeva colpito a morte sul campo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1920, Dispensa 50a, 2622; Decorati
al valore, 1964, 35.
SER LELLO, vedi SCUTELLARI AJANI GUIDO ASCANIO GIUSEPPE
SERMATTEI ADRIANO
Assisi 30 giugno
1680-Viterbo 9 aprile 1731
Appartenne a nobile famiglia. Compì i primi studi nella città natale sotto la
guida di precettori e li continuò a Roma, dove il 26 febbraio 1710 si addottorò in
entrambe le leggi. Fu giureconsulto di valore e ricoprì importanti cariche pubbliche.
Ordinato sacerdote il 4 settembre 1707 e ottenuta la stima e la fiducia di Michelangelo
Conti, vescovo di Osimo, questi lo nominò suo Vicario generale e, come tale, lo volle con
sé a Viterbo allorché fu promosso a quella sede. Il 30 gennaio 1713 papa clemente XI lo elevò alla dignità episcopale,
destinandolo a reggere la vacante cattedra di Borgo San Donnino. Consacrato nel Duomo di
Viterbo il 18 di quel mese dallo stesso Conti, prese possesso della sua sede il 10 maggio
successivo. Primo atto del suo governo fu di indire la visita pastorale, che iniziò il 3
settembre 1713 e condusse a termine il 28 aprile dellanno seguente. I vari decreti
emessi per la circostanza sono raccolti in un volumetto conservato nella Cancelleria
vescovile: da essi si rileva quanto il Sermattei fosse rigoroso nellimporre
losservanza al clero delle regole di disciplina e nel correggere abusi inveterati
nel costume dei fedeli. Il Sermattei ebbe un carattere austero e severo, congiunto a un
temperamento impetuoso: sono rimaste celebri le aspre contese con il capitolo della Cattedrale, che continuarono, con
fasi alterne, per tutto il periodo del suo episcopato. Il sinodo diocesano fu da lui
redatto in modo da essere più completo dei precedenti perché richiama e riporta
decisioni dei concilii e dei pontefici. Lo tenne nellanno 1718 ma non poté darne
alle stampe le costituzioni per essere stato traslato, con provvedimento apostolico del 15
marzo 1719, alla sede di Viterbo. Nel periodo del suo pontificato a Borgo San Donnino ebbe
a collaboratore monsignor Antonio Ferali, suo vicario generale, il quale resse poi la diocesi durante la vacanza. Prima di lasciare la
città, donò al Capitolo una ricca pianeta, che fece seguire da una lettera di congedo
nella quale espresse sentimenti di stima per il Collegio dei canonici e manifestò, con
commosse parole, il proprio rammarico a separarsi dalla diocesi. A Viterbo fece il solenne ingresso il
18 maggio di quello stesso anno e anche nel nuovo campo di lavoro dette prova del suo zelo
apostolico, spiegandovi intensa attività. Nel 1724 tenne il sinodo, durante il quale
espose alla pubblica venerazione sullaltare maggiore della cattedrale, in unurna di legno intagliato e
scolpito munita di cristalli, le reliquie dei santi martiri Valentino e Ilario. Per suo
interessamento, papa Benedetto XIII concesse il 2 agosto 1726 ai canonici della Cattedrale
luso della mitria, dellanello, della bugia e del faldistorio e il Sermattei,
con suggestiva cerimonia, benedisse nella festa di San Lorenzo le mitrie dei canonici.
Dallo stesso Pontefice ottenne il 7 ottobre successivo la toga aurea (robbone doro)
ai conservatori del Comune. In precedenza aveva provveduto a consacrare le due importanti
chiese di SantAndrea in Varalla (5 maggio 1720) e dei Carmelitani Scalzi, in Viterbo
(18 agosto 1725). L8 novembre 1727 ebbe lonore di ricevere papa Benedetto XIII
di passaggio a Viterbo per recarsi alla Quercia a consacrare con grande solennità
larcivescovo di Colonia. Tra i titoli di merito acquisiti dal Sermattei durante il
pontificato viterbense vanno annoverate le cure appassionate che ebbe per la Cattedrale,
facendo tra laltro dipingere dal celebre pittore Marco Benefiele sotto gli archi
delle colonne due artistici medaglioni. Nel Duomo di Viterbo, dove il Sermattei fu
sepolto, i restauri e i bombardamenti aerei anglo-americani durante la guerra 1940-1945
cancellarono ogni traccia della sua tomba.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 442-444.
SERMATTEI ELISA
Parma 1842 c.-
Figlia di Valentino. Cantante (soprano), fu prima donna nei teatri diretti dal padre
(Odessa, Mosca e Karkoff).
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.
SERMATTEI VALENTINO
Parma 1 maggio
1816-Karkoff 1866 c.
Studiò musica alla Regia Scuola di musica di Parma (fu allievo di Luigi Finali)
dal 1827 al 1829 e vi tornò nel 1836. contemporaneamente
esercitò il mestiere di sarto. Il 3 novembre debuttò a Lodi in un concerto della società filarmonica,
la cui orchestra era diretta dal giovane violinista parmigiano Vincenzo
Morganti.Nellottobre 1838 fu al Teatro Civico di cagliari nellElisir damore e nella
Gemma di Vergy. Debuttò come baritono con un concerto al Teatro Regio di Parma il 6
giugno 1839 con alcune arie della Gabriella di Vergy di Mercadante. Nel 1841 fu al Teatro
di Trieste nellAssedio di Corinto di Rossini, nel 1842 al Teatro comunale di Modena nella Vestale di Mercadante e
nellautunno dello stesso anno al Carlo Felice di Genova nelle Nozze di Figaro di
Ricci, nellElisir damore di Donizetti e nei Due sergenti di Mazuccato. Fu
anche allestero: in Francia, Spagna e Russia. In questultima nazione operò
per diversi anni e vi si stabilì definitivamente. Nel 1856 cessò di cantare per
dedicarsi allimpresariato teatrale. Prese in affitto vari teatri ed ebbe
lappalto di quelli di Odessa (per otto anni), Mosca e Karkoff. Dal 1857 al 1865 fu
limpresario del Teatro di Odessa, portando sulle scene opere italiane con rinomati
artisti. Nel 1859 la sua compagnia comprendeva 75 artisti e con il personale occupava 107
persone. Rinnovò il repertorio, portando per la prima volta le opere di Verdi (Traviata,
Un ballo in maschera, La battaglia di Legnano e Giovann