VACCA-VOTAGLIA
VACCA ERASMO
Trecasali
1893/1911
Caporale maggiore del 2° reggimento
granatieri, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente
motivazione: comandante di squadra e poi di plotone, dava esempio di calma, di coraggio e
ordinamento ai suoi dipendenti (Bir Tobras, 19 dicembre 1911). . Arrigoni
FONTI
E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dellimpero, 1937.
VACCA MARIO
San
Nazzaro di Sissa 10 febbraio 1887-Parma 7 novembre 1954
Ancora prima di andare a scuola, imparò dal padre luso degli strumenti
agricoli: questa grande lezione gli diede quel senso pratico che gli sarebbe servito
nellesercizio della professione, costituendo anzi il suo punto di forza. Allievo
architetto nel corso di specializzazione nellAccademia delle Belle Arti di Parma,
tenuto da Edoardo Collamarini, che lo ebbe in particolare cosiderazione, si diplomò nel
1910. La sua preparazione si formò sui testi e sui manuali ottocenteschi e sulle lezioni,
oltre che del Collamarini, di Giuseppe Mancini, Mario Soncini, Cecrope Barilli e Arturo
Prati: preparazione che si rileva nei primi concorsi, ancora basati sui temi specifici di
ripresa degli stili architettonici del passato, quali lultimo gotico e il Rinascimento. Non è un caso quindi,
dopo anche le premesse fatte sulla rinascenza come espressione artistica in grado di
sintetizzare la tradizione culturale parmigiana, che il Vacca sentisse la necessità di
sperimentarla. A Siena, nel partecipare al concorso per la decorazione del Palazzo delle
Poste, lavorò con gli stilemi delleclettismo, nella ripresa di motivi
neorinascimentali e di materiali tradizionali. Elementi revivalistici sono ripresi anche
nel progetto di Palazzo Comunale per Città di III Ordine del 1910 e nel progetto di un
Palazzo per Esposizioni di Belle Arti e una sede per conferenze, per il concorso
Curlandese. Di natura esuberante e volitiva, iniziò subito unintensa attività
professionale, divisa per lo più tra Parma e Milano. Nella capitale lombarda il Vacca si
trasferì con la sua famiglia quando, dopo aver insegnato a Bologna al liceo artistico,
vinse la cattedra di disegno architettonico al liceo artistico dellAccademia di brera. Studioso di problemi di geometria
descrittiva e disegnatore di rara abilità, portò nellinsegnamento il contributo
della sua notevole preparazione specifica e soprattutto della sua innata capacità
didattica. Appena fu abilitato alla libera professione, si recò in Toscana per studiare
dal vivo larchitettura del rinascimento.
Lanalisi e il rilievo dei prototipi dellarchitettura residenziale
cinquecentesca di Firenze contribuirono a dare un preciso orientamento alla sua formazione
artistica: furono palazzo Strozzi (di Benedetto da Majano), palazzo Medici (di Michelozzo
Michelozzi), palazzo Pitti (di Filippo Brunelleschi) e palazzo Rucellai (di Leon Battista
Alberti) gli esempi su cui elaborò il suo modello costruttivo. Il Liberty nelle sue varie
espressioni, leclettismo, la corrente ubertina e tutte le altre mode del tempo non
modificarono minimamente la sua concezione classica, che lo spinse a condurre contro le
innovazioni floreali una lunga battaglia. Ammiratore delle costruzioni del medioevo e del periodo umanistico, il Vacca
propose uno stile di transizione tra il Gotico e il primo Rinascimento, ispirandosi a quei
modelli che rappresentarono quasi sempre, per il Liberty, lantitesi. Quando ormai
stava per inserirsi nel gruppo dei più noti progettisti di Parma, scoppiò la prima
guerra mondiale e il Vacca fu chiamato alle armi. Ritornò a conflitto ultimato e dovette
ricominciare tutto da capo. In quellItalia del dopoguerra, economicamente
dissanguata ma euforica per la recente vittoria, sorsero dappertutto comitati per
lerezione di monumenti celebrativi e anche in provincia di Parma non vi fu
comune che non volle il suo. Molti di questi ricordi marmorei e bronzei portano la firma
del Vacca, chiamato dalle rispettive amministrazioni comunali a progettarli. In queste
opere, che furono eseguite dal 1920 al 1928, appare sempre una decorosa correttezza
formale, unita a una eccezionale tecnica esecutiva. Si ricordano, tra gli altri, i
monumenti di Borgo taro, Colorno, sala Baganza, Cortile San Martino e Sissa, molti
dei quali furono defraudati poi degli ornati e delle statue in bronzo (1940), alcune di
notevole pregio artistico. Al primo incarico di rilievo, il Vacca potè mettere finalmente
in atto le sue idee: il progetto di palazzo Sassi (1925-1927) in Parma, allangolo di
via cavour e via al Duomo, dove già
esisteva alla fine del secolo una antica costruzione di proprietà della famiglia
Sforza-Pallavicino. Ledificio, la cui struttura è definita da rigorose simmetrie,
impreziosito nelle facciate da eleganti decorazioni pittoriche, in seguito quasi scomparse
anche se protette dallampia sporgenza del corninicione, si inquadra in una doppia
prospettiva, convergente da un lato sulla torre di San Paolo, dallaltro sul
campanile del Duomo, con un ottimo equilibrio di rapporti spaziali. Il Vacca iniziò così
la sua carriera con un progetto assai insidioso, perché quelledificio non aveva
analogie stilistiche con lambiente architettonico di Parma. Ma la novità del lavoro
ebbe larghi consensi, forse proprio perché portava nel cuore del centro storico il gusto
di un aristocratico medioevalismo. Su questa esperienza il Vacca fondò in seguito due
progetti di case pluripiane, che stilisticamente ricalcano le linee della prima, una in
via Petrarca, laltra in via XXII Luglio. Datato al 3 settembre 1922 è il progetto
di sistemazione interna degli ambienti e di nuova facciata del palazzo, di proprietà di
Vincenzo Paltrinieri, situato in via XXII Luglio 12. Il Vacca intervenne
sulledificio a corte preesistente rettificando il lato interno sud, in prossimità
del cortile orientale, creando nuovi ambienti come il cortiletto a nord-est e chiudendo le
porte di accesso laterali della terrazza al primo piano. Allesterno vennero
mantenuti la stessa impostazione asimmetrica del fronte su strada, le finestre e il
portone dingresso e lintervento si risolse nella sola decorazione di facciata,
che conferì al palazzo una nuova fisionomia. In fase di realizzazione le navi del
sottogronda e i soli delle lunette che sovrastano le finestre del primo piano si
sostituirono alle decorazioni floreali e con vasi della prima versione. In più vennero
aggiunti i graffiti a gigli, estesamente degradati e lacunosi. Forte di colori vivaci e di
forme geometriche ben scandite desunte dal linguaggio delle bandiere e dei vessilli, il
soggetto pittorico colpisce per il suo carattere fantastico. Le bizzarre imbarcazioni che
sfilano senza scorci in prospetti allegiziana ammaliano con una suggestione teatrale
che riporta alle scene dei primi storicismi cinematografici di Cabiria, e immergono in
quel decors che trasfigura ogni qualsivoglia intento documentaristico-ricostruttivo. Un
altro incarico di rilievo, che il Vacca seppe assolvere egregiamente, fu la progettazione
e la direzione dei lavori di palazzo Corazza (1928-1929), allangolo di via
Repubblica e borgo Valorio. Le decorazioni in cotto delle cornici, delle finestre,
dellampio portale con arco a tutto sesto, appositamente disegnate e modellate, sono
legate da precise corrispondenze modulari e tutto il ritmo della facciata è regolato dai
cannoni dellaurea proportione, tanto cara agli architetti del XV secolo.
Limpianto planimetrico della costruzione è caratterizzato da uno schema
semplicissimo: un lunghissimo corridoio passante divide lufficio in due parti sevite
da due scale indipendenti. contemporaneamente
a questi lavori il Vacca disegnò con perfetta aderenza alle linee barocche una cappellina
votiva collocata dangolo tra via Padre Onorio e via Adorni. Negli anni trenta fu chiamato ad affrontare in provincia due
impegnative costruzioni: villa Pizzi, nel comune
di Sissa, e villa Corazza, a Salsomaggiore. La solida struttura della prima, circondata da
un portico sorretto da colonne di arenaria, con la sua centralità planimetrica dimostra
sino a che punto il Vacca volesse restare fedele alla sua concezione stilistica. La
seconda costruzione, in travertino, di dimensioni monumentali, si erge su unaltura
vicina al Poggio Diana, immersa nel verde di un parco. Lampia scalinata, il terrazzo
convesso con balaustra e i corpi di fabbrica laterali riecheggiano certi caratteri delle
ville palladiane, ma vi emergono anche nettissimi i segni di una sensibilità personale
del Vacca. Sempre nellondulato paesaggio precollinare progettò e diresse il
restauro del castello di Tabiano, unitamente al piano urbanistico dellantico borgo
(1919-1954). Non si sa con esattezza quando il Vacca venne chiamato a conferire un nuovo
assetto al castello, ma i primi disegni sono datati al 1919. Lintervento fu
realizzato secondo i criteri del ripristino stilistico e molto spesso della progettazione
di nuovi elementi, di spazi e ambienti in stile, mai esistiti, nellintenzione di
ricreare il luogo del castello feudale: è il caso di una delle prime proposte del Vacca,
dove scene di battaglia e cavalieri con cavalli bardati istoriavano, per esteso tra il
piano terra e il primo, il fronte principale con loggia a sei archi e le ali del cortile,
della loggetta, realizzata a sostituzione della prima soluzione con due trifore, delle
stesse aperture al piano terra ad arco a sesto acuto, o anche del torrione, notevolmente
sopralzato, sul cui fronte principale il Vacca aprì una piccola bifora. A conferire
questo aspetto tardo gotico e neorinascimentale, progettò integralmente la portineria, il
caseificio e le case sul retro, dove ogni dettaglio (comignoli, capitelli, scalette e
balconi) fu studiato attentamente nelle forme e nelluso dei materiali: paramenti
murari in sasso intervallati da corsi di mattone, archetti in cotto regolarmente ripetuti
su tutti i fronti, tessiture in cotto a lisca di pesce, esili colonne in pietra, lanterne,
inferriate e cancelli in ferro battuto. Non si conoscono i nomi degli artigiani di cui il
Vacca si servì per realizzare tutte queste opere, a parte quello dello scultore Dossena,
chiamato a realizzare il bellissimo camino in marmo rosa della sala da pranzo, con
trabeazione scolpita e teste di leone laterali, e quello dello scultore Rossi, chiamato a
istoriare le nozze di un membro della famiglia sul bellissimo camino della sala da pranzo
dellappartamento a sud. Per gli interni il Vacca disegnò pavimenti, mobili e porte,
lampadari e portalampada e le decorazioni a rombi e gigli delle pareti degli uffici
dellamministrazione. Il soffitto della sala da pranzo con il pergolato fiorito
ricorda una delle stanze del Castello Sforzesco, dove però gli alberi arrivano fino al
pavimento. Si trattò a tutti gli effetti anche di piano urbanistico: nel borgo progettò
la trattoria, la casa del fabbro (autore delle opere in ferro battuto) e la casa del
sarto. Dopo il secondo conflitto mondiale, costruì la chiesa di Gramignazzo di Sissa
(1950), che sorse sulle fondazioni di un precedente edificio settecentesco. Il tempio, a
tre navate, di notevoli proporzioni, ricalca in pianta e in alzato lo schema
romanico-gotico per limpiego di muratura faccia a vista e per luso di sagome,
di cornici, e di altre parti decorative che dànno alledificio una certa aria di
autenticità, pur nella scontata artificiosità di un falso stilistico. Ma limporsi
di unarchitettura ormai incamminata sulla strada della modernità non lasciò
completamente insensibile il Vacca. Realizzando la casa alta di Porta Genova a Milano
seppe degnamente contemperare le nuove tendenze con quellinteriore armonia di
proporzioni e di motivi classici, che fu per lui, classico per istinto istruzione e gusto,
una seconda natura (copertini). Nemico dei
progetti di massima, studiava tutti i dettagli sino alla loro definizione più minuziosa.
Disegnatore di eccezionale talento, abituato a tutte le esperienze di cantiere per
quotidiana consuetudine, esigeva che ogni minimo particolare fosse realizzato in piena
fedeltà alle linee del progetto. Nella sua casa circondata dal verde in viale Marche a
Milano vide crescergli intorno una famiglia di artisti: la figlia Maria teresa, diplomata a Brera, il genero Renato
Vernizzi, pittore rinomato, e il nipote Luca che rinnovò i successi del padre. Quando
ormai i tempi concedevano poco spazio alle idee e ai gusti del primo Novecento, il Vacca
chiuse la sua attività lavorativa, poco prima della morte. La sua cospicua attività di
costruttore si svolse ininterrottamente, dentro e fuori Parma, per un quanrantennio,
durante il quale sperimentò e attuò interessanti ritrovati tecnici. Nessuna delle
principali opere da lui costruite andò perduta.
FONTI
E BIBL.: Parma per lArte 1 1955, 48; bacchini,
Sissa, 1973, 72-73; G. Capelli, Architetti del Primo Novecento, 1975, 165-169; G. Capelli,
Sissa, 1996, 111-114; Gazzetta di Parma 22 ottobre 1992, 20; Gli anni del Liberty, 1993,
146-147.
VACCA TOMMASO
Parma
1711/1717
Tornitore. Fu attivo in San Pietro Apostolo a Parma nel 1711-1717.
FONTI
E BIBL.: E. Guerra-A. Ghidiglia, 1948, 27; Il mobile a Parma,1983, 257.
VACCARI
Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI
E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 293.
VACCARI
DIONIGI
Parma
XVII secolo
Incisore di stampre a bulino e intagliatore in legno attivo nel XVII secolo.
FONTI
E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XIX, 1824, 7; C. Malaspina, 1869, appendice; Il Mobile a Parma, 1983, 254.
VACCARI
FRANCESCO
Parma
1770/1782
Violinista. Nel registro tenuto da Antonio Puccini, maestro della Cappella Palatina
di Lucca, risulta tra gli strumentisti invitati per la festa di Santa Croce del 1782.Fu
retribuito con 60 lire.La città di provenienza indicata è Parma, dove era al servizio
della Corte ducale da dodici anni.Fece parte del primo coro e il giudizio espresso fu di
bravis.
FONTI
E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.
VACCARI
GIUSEPPE
Bardi
12 aprile 1918-Russia 19 dicembre 1942
Figlio di Andrea.Caporale maggiore del 6° reggimento
bersaglieri, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente
motivazione: comandante di squadra, durante
un intero ciclo di operazioni, si distingueva per ardimento durante un violento
combattimento; caduto in una imbascata reagiva prontamente contrassaltando alla baionetta
e infliggendo al nemico gravi perdite. Rimasto gravemente ferito, invitava i difensori a
resistere (fronte russo, 9 agosto 1942).
FONTI
E BIBL.: Decorati al valore, 1964, 18.
VACCARI
GUIDO
Parma
1871-post 1919
Studiò canto (tenore) a Padova con Vittorio Orefice. Fu presente per molto tempo
sulle maggiori scene italiane con un repertorio specialmente wagneriano. Nel 1899 lo si
trova per la prima volta al Teatro Verdi di Trieste in Tristano e Isotta, Cornil Schut di
Smareglia e Gioconda. Tornò in questo teatro nel 1906 (Walkiria), 1908 (Loreley) e 1912
(ancora Walkiria). Nel Carnevale 1898-1899 fu alla Fenice di Venezia nella Walkiria e nel
1902- 1903 nellEurianthe di Weber. Sempre a venezia,
al Teatro Rossini, cantò nellaprile 1902 con successo nellElisir
damore. Anche i massimi teatri italiani lo ospitarono varie volte: lOpera di
Roma nel 1905 (Walkiria, ripresa nel 1908 e nel 1919) e nel 1914 (Parsifal), la Scala di
Milano nel 1906 (Freischutz di Weber) e nel 1909-1910 nella Walkiria, parte che eseguì
anche nel 1908 al Teatro Comunale di Bologna. A Parma cantò in due stagioni: nel 1906 nel
Freischutz e nel 1909 nella sua opera preferita, la Walkiria.
FONTI
E BIBL.:
De Angelis; Frajese; Levi; Tintori; Trezzini; Cronologia del Teatro La Fenice di Venezia;
Cronologia del Teatro Regio di Parma; G.N. Vetro, Voci del ducato, in Gazzetta di Parma 3 aprile 1983, 3.
VACCARI
VALENTE
Bardi
1820/1831
Pretore di Bardi. Durante i moti del 1831 fu tra i promotori della rivolta assieme
a Bazzini, Bertucci e Russi, tutti di Bardi, in collegamento con Borgo taro, Compiano, Bedonia e bettola. Il Vaccari tenne anche rapporti con
Moisè Cantoni di Poviglio.Fu sottoposto a stretta sorveglianza dalla Polizia, che del
Vaccari stese le seguenti note: Di conosciute massime liberali. In Bardi ha relazioni
sospette in via politica; è malveduto da quegli abitanti perché anche credesi non sia
fedele nellesercizio del suo ministero di Pretore.
FONTI
E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937,
214.
VACCHERI
ENRICO
Parma-Altipiano
Carsico 2 novembre 1915
Appartenne a una famiglia nobile e risiedette a Bologna. Come capitano aiutante di
campo, fu decorato una prima volta di medaglia di bronzo al valor militare, con la
seguente motivazione: coadiuvava molto
efficacemente, con slancio e coraggio, il suo comandante di brigata (Derna, 27 dicembre
1911). successivamente, quale maggiore del
123° Reggimento Fanteria, fu decorato sul campo di medaglia dargento al valor
militare, con la seguente motivazione: sprezzando
ogni pericolo nellassalto che il suo battaglione dava ad un trinceramento fortemente
difeso dal nemico, fin dallinizio dellazione, marciava in testa ai reparti
più avanzati per dirigerli e incuorarli, finché cadeva mortalmente colpito.
FONTI
E BIBL.: G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 280; Decorati al Valore, 1964, 101; G.
Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dellImpero, 1937.
VACCHESANI
ANTONIO MARIA
Parma
1588
Falegname, nellanno 1588 fu attivo nel Palazuolo di S.A..
FONTI
E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 253; Archivio di Stato di Parma, Mastri farnesiani, 13.
VACCHESANI
MARSILIO
Parma
1586
Falegname. Nellanno 1586 realizzò nel duomo
di Parma, in collaborazione con altri, un catafalco per la duchessa Margherita daustria.
FONTI
E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 253.
VACHESANO MARSILIO, vedi VACCHESANI MARSILIO
VAGHI ANDREA
Parma
1553
Fu canonico preposto (1553), Preside a ragusa
e Prolegato in Bologna.
FONTI
E BIBL.: Aurea Parma 2 1959, 108; G.M. Allodi, Cronologia dei vescovi, 1856, II, 72, 74.
VAGHI BRUNO
Parma
5 settembre 1913-Parma 26 marzo 1972
Figlio di Luigi e di Irma Becchetti. ventiquattrenne,
già esperto fotografo, interruppe gli studi per dedicarsi alla gestione
dellazienda. Il Vaghi seppe affermarsi tanto come fotografo che come documentarista
cinematografico di alto livello. Negli anni sessanta
ricevette riconoscimenti nazionali e internazionali e venne premiato con medaglie
doro. Coltivò quegli studi e quella formazione culturale (scuola darte,
maturità scientifica, architettura) che caratterizzano tutto il capitolo della
fotografia, vista in un modo tutto suo, personale, senza linfluenza paterna.
Coltivò contemporaneamente la passione del volo e ottenne il brevetto di pilota civile.
Ufficiale dellAviazione durante la seconda guerra mondiale, come bombardiere fu alla
guida dellultimo aereo in partenza dal continente africano al momento
dellevacuazione delle truppe e dei civili, guadagnando in quelloccasione la
Croce di guerra. In quegli anni fu anche
corrispondente dellistituto Luce e
realizzò vari servizi. Terminato il conflitto, riprese con vigore lattività
fotografica e negli anni sessanta si
affermò definitivamente. Del Vaghi è nota soprattutto (documentata da una ricca
bibliografia) la specializzazione nel campo della fotografia darte, particolarmente
legata al patrimonio locale: per esempio il correggio,
le cui testine della cupola di San giovanni,
poi restaurate, sono messe in evidenza con un particolare procedimento di fotografia
allinfrarosso. Più che la fotografia, però, fu il cinema ad appassionarlo. Riuscì
a fondare a Parma (1946) una sua casa cinematografica, la Cittadella Film, con la quale
produsse una prima serie di lungometraggi artistici, tra cui la Camera degli sposi del
Mantegna, Le delizie del Palazzo del Te di Giulio Romano e Amore e Psiche. Negli anni cinquanta produsse, tra i primi in Italia, il
cinema industriale (a colori e in bianco e nero) e realizzò documentari e servizi
fotografici a carattere scientifico (operazioni chirurgiche, esperimenti). Fece parte di
quel gruppo, composto da artisti e scrittori quali Pietro Bianchi, Attilio bertolucci, giovanni Guareschi e Carlo Mattioli, che non
mancava periodicamente di ritrovarsi nel suo studio di strada Cavour, nel frattempo
ampliato e dove lavoravano venti dipendenti. proseguì
poi lattività di fotografo della Real Casa in esilio: fu a Cascais più volte. Il
Vaghi fu anche presidente dellAssociazione Fotografi parmensi e vicepresidente emiliano di categoria.
Morì cinquantottenne e lasciò unazienda con un patrimonio di immagini (2000
negativi, attrezzature varie, film) che la moglie liliana
Ceci Piombo (sposata nel 1951) e le figlie stefania
e Brunella donarono al Centro studi e archivio della Comunicazione delluniversità di Parma. Dopo la morte del Vaghi,
la moglie portò a termine alcuni progetti già avviati. successivamente lazienda venne ceduta a una
società milanese. Una buona parte del voluminoso archivio ancora rimasto fu in un primo
tempo donato dalla società acquirente al comune
di Parma che, a sua volta, dopo qualche resistenza, lo dirottò definitivamente al Centro studi e archivio
della comunicazione.
FONTI
E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 222 e 224.
VAGHI CARLO
Parma
4 novembre 1644- Parma 1729
Nacque da Paolo e Catterina. Entrò nella Congregazione Carmelitana di Mantova
nellanno 1660 (Supplimento al Dictionn. hist. del Feller) e fu uomo assai pio e
caritatevole. Amò vivere appartato, dandosi completamente agli studi teologici (nei quali
ottenne la laurea) e a quelli di storia patria e relativi al suo Ordine. Nelle scuole
della Congregazione insegnò più anni filosofia e divinità. In essa dovette assumere
altre cariche onorevoli e fu eletto definitore nel 1703. È noto specialmente per i suoi
Commentaria Fratrum et Sororum de Monte Carmelo (1725), che dedicò a Maria Vergine. Il
Vaghi trascrisse diverse cronache parmigiane, tra le quali una copia del Compendio del da
Erba.
FONTI
E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani,1833, IV, 6-8.
VAGHI FRANCESCO MARIA, vedi VAGHI GIOVANNI FRANCESCO MARIA
VAGHI GIOVANNI FRANCESCO MARIA
Parma
20 febbraio 1565-Parma 1619 c.
Figlio di Paolo e Barbara, studiò a Bologna e Padova. Dopo la laurea in legge
(1587), andò a Roma, ove ottenne un canonicato nella Basilica Laterana. Vi rinunciò per
ritornare a Parma, ove lesse pubblicamente nellUniversità dal 1606 al 1618. Lasciò
questo incarico perché gli fu conferita la cura della chiesa La duchessa, nello Stato di Reggio, lontana da Parma
poco più di dieci chilometri.
FONTI
E BIBL.: R.Pico, Appendice, 1642, 55; F.Rizzi, Professori, 1953, 30.
VAGHI LUIGI
Parma
1 settembre 1882-Parma 2 gennaio 1967
Figlio di Angelo e Marcellina Gastaldi. Fu il fondatore della più prestigiosa
azienda fotografica di Parma nel Novecento. Lesordio fu tanto precoce quanto
qualificato: appena terminate le scuole elementari entrò come garzone da Enrico
Rastellini, uno dei migliori professionisti sulla piazza. Il Vaghi imparò presto: nel
1898 fu primo commesso, con una paga di 5 lire settimanali. In quello stesso anno però
Ettore Pesci gli offrì un ingaggio più alto e se lo accaparrò facendone il direttore
del suo studio (fino al 1902). Consapevole di essere predisposto per quella professione e
desideroso di autonomia, trasformò in studio fotografico un fienile di strada Garibaldi.
Stampato qualche manifesto pubblicitario, cominciò a tappezzare le località del Reggiano
più vicine a Parma: Guastalla e Poviglio. Così presentatosi, si recava a giorni
predeterminati (sempre di domenica) a offrire al pubblico le sue prestazioni per ritratti
individuali e di gruppo. Lidea era semplice e funzionò: in una sola seduta, a poviglio, riuscì a incassare 120 lire. Imbroccato
un primo filone di guadagno, il Vaghi chiese un prestito bancario per dotarsi delle
attrezzature minime di studio. Il 3 ottobre 1903 aprì con Giuseppe Carra, commesso
fotografo da alfredo Zambini, lo studio in
strada Garibaldi 103, di cui il Vaghi assunse la direzione tecnica e amministrativa. Le
sue doti di organizzatore non furono evidentemente inferiori a quelle fotografiche. Dopo
sei mesi soltanto (8 aprile 1904) arrivò il primo successo: Vittorio emanuele di Savoja, favorevolmente colpito dalla
riproduzione di un busto di suo padre umberto,
collocato nel palazzo delle Poste, non esitò a inviare al Vaghi, estendendola anche al
socio Carra, una lettera di ringraziamento accompagnata da una spilla doro. Il 26
ottobre 1905 il Vaghi sposò Irma Becchetti, di Capurso di Bari, più anziana di lui di
sette anni, ma il matrimonio durò poco tempo, sfociando in una separazione (con il figlio
Bruno ancora fanciullo). Gli affari intanto andavano a gonfie vele. Non così il rapporto
con Giuseppe Carra, per qualche dissenso sul modo di condurre lo studio. Nel 1913 il Vaghi
rilevò latelier di via angelo Mazza
17, lasciato libero da Eugenio fiorentini.
Lo ribattezzò Alla cartolina parigina e non
è improbabile che proprio qui abbia sistemato il Carra. Nel 1916 divenne proprietario
anche della Fotografia Moderna di strada Garibaldi 76, dove chiamò Uberto Branchi come
conduttore fotografico. Nel 1917 un furto e un incendio colpirono lo studio di Vaghi &
Carra infliggendo (non vi era copertura assicurativa) notevoli danni alla società. nellincendio andarono perdute attrezzature
per 56000 lire. Lintesa tra i due, tuttavia, ritornò: non era facile trovare un
ritoccatore come giuseppe Carra e il
Vaghi, che rimaneva il manager dellimpresa, se ne era reso conto. La parentesi della
prima guerra mondiale, frattanto, costrinse sia il Vaghi che il Carra a prestare servizio
militare e lo studio venne gestito, in pratica, dai collaboratori. Nel 1917 però Carra
morì ad appena 35 anni, allospedale militare ricavato nella scuola Pietro Cocconi.
Il Vaghi si assunse le spese del funerale e liquidò alla moglie del fotografo scomparso
la sua parte (pari a 9000 lire), proseguendo da solo lattività. Nel 1919 fu
nominato Cavaliere e nel 1920 compì loperazione finanziaria più rilevante della
sua carriea, destinata a lasciare un segno nel centro storico di Parma: utilizzando un
prestito di 640000 lire, concessogli dalla Cassa di Risparmio di Parma, acquistò dalla
Congregazione municipale di Carità, per 165000 lire, lex chiesa di Santa Maria
della Spina, in strada Cavour. Successivamente trasformò ledificio in un moderno
atelier fotografico che divenne il simbolo della sua supremazia professionale in città.
Allinaugurazione intervennero tutte le autorità locali e il Vaghi venne onorato
della presenza del duca di Bergamo (che non perse loccasione di fotografare). A capo
dellamministrazione fu messa la sorella Maria. Con linaugurazione del nuovo
stabilimento di via Cavour e dopo la morte del socio si crearono le condizioni perché il
Vaghi vendesse gli altri due studi di via Garibaldi 103 (cessato il 12 novembre 1920) e di
borgo Mazza (chiuso il 1° luglio 1921), mantenendo la Fotografia Moderna fino al 1924.
Nel 1922, battendo i diciotto concorrenti in lizza, divenne fotografo ufficiale della Real
Casa e conseguì il diritto di fregiarsi del relativo brevetto per cinque anni. Quando il
fascismo si affermò, il Vaghi, monarchico, non disdegnò di lavorare anche per il regime.
Il 1923 fu un anno importante: fu premiato con medaglia doro allEsposizione
Internazionale di Torino e nellaprile riuscì a fotografare mussolini, ottenendo che la fotografia venisse
riprodotta e acquistata dai comuni di tutta Italia (costo due lire) in migliaia di
esemplari. Nel 1923, sullala del successo e tramite emilio de
Bono, andò a Berlino per fotografare Hitler. Dovette però tornare a mani vuote. Nel
novembre 1924 ottenne lesclusiva commerciale per la vendita dellapparecchio
cinematografico francese Pathè Baby, noto in tutto il mondo. Nel 1925, su deliberazione
congiunta di Mussolini e della Casa Reale, fu insignito del titolo di Commendatore. La sua
clientela fu di altissimo livello, a Parma e fuori. Attori e cantanti impegnati nei due
teatri cittadini (Regio e Reinach) visitarono lo studio Vaghi, che si trasformò presto in
unautentica galleria di personaggi famosi. Lufficialità fu la carta vincente
del Vaghi, che dal regime venne chiamato a fotografare manifestazioni, sia locali che
nazionali, dintesa con il federale di Parma. Memorabile fu la gigantografia
mussoliniana realizzata e poi appesa nel cortile del palazzo della Pilotta: di dodici
metri quadrati, limmagine del Vaghi venne realizzata da emilio Costantini (stampatore), Ober Cagnolati
(ritoccatore e coloritore manuale), Armando Amoretti (ritoccatore) e Mario Cattani
(stampatore), tutti suoi dipendenti. Anche Aristide Vecchi lavorò con lui una decina
danni. Nel 1932 il Vaghi venne chiamato in Prefettura a fotografare il principe di
Piemonte, Umberto di Savoja, non disponibile a recarsi in studio. Il successo non impedì
al Vaghi di dedicarsi a qualche filone nuovo: sono . Arrigonisue, a esempio, le prime foto
industriali di Parma. Anche nel settore dei beni culturali prestò validamente la sua
opera professionale. Lo studio del Vaghi fu lunico di Parma ad avere una struttura
aziendale vera e propria, rapportabile a quella degli Alinari: grande sala di posa, vasto
laboratorio per lo sviluppo di lastre, anche di grande formato, e camera oscura per stampe
di varie misure (al piano terra), da un metro in avanti. Usò macchine fotografiche a
cassetta, di legno, per lo studio, e per lesterno quelle da viaggio, oltre a due
Leica complete di tutti gli obiettivi e una Rolleiflex di nuova commercializzazione in
Italia. Una delle sue caratteristiche fu infatti la grande apertura verso ogni innovazione
tecnica, e ciò concorse a differenziarlo dai suoi colleghi. Negli anni trenta cominciò una flessione.Il Vaghi avviò
trattative per aprire un negozio a Verona (1930-1931) ma liniziativa non andò in
porto. Intanto Annunziata dallolio, che diventò nel 1955 la sua seconda moglie,
si spostava insieme a un dipendente in città come Modena e Alessandria, operando, con
recapiti provvisori, servizi fotografici volanti: lungo le strade principali si facevano
fotografie che i clienti potevano ritirare dopo poche ore. La crisi economica tuttavia si
fece sentire pesantemente. Fallirono la Banca cattolica
e la Banca Agraria, presso le quali il Vaghi aveva i suoi depositi. Il colpo fu durissimo.
Ma nel 1934 ottenne nuovamente il brevetto di fotografo reale, riprendendosi, col lavoro,
dal tracollo finanziario subìto. In quellanno fotografò Maria José, principessa
belga. Per reagire alle difficoltà economiche, il Vaghi, a 55 anni e sullonda
dellespansionismo fascista, decise di tentare lavventura dellAfrica
orientale italiana. Nel 1937 partì insieme alla dallolio, Carlo Faelli, Ugo Mori, Fabio caggiati (che più tardi, a Cheren, condusse una
piccola succursale creata per la clientela locale), Ferretti, Sartori, altri cinque
compagni (tutti lavoranti dello studio di via Cavour) e un meccanico per auto. Con due
vetture Ford (una adibita a trasporto delle persone, laltra attrezzata a laboratorio
mobile e deposito di materiale fotografico) il gruppo si imbarcò a Napoli e sbarcò a
Massaua in settembre. A Natale si inaugurò allAsmara la Foto Film, divenuta poi
Studio Foto Ottica Comm. L. vaghi. Parma
Asmara, in viale Regina 18. Intuendo buone prospettive commerciali, vendette anche
apparecchi radio, fotografici e ottici, cornici, grammofoni e dischi realizzando notevoli
guadagni. In più ottenne la licenza per fabbricare candele e produrre sapone (attività
in seguito fallite). Dopo qualche breve viaggio in patria, tra il 1940 e il 1945, il Vaghi
tornò definitivamente in Italia con la nave Duilio nel 1952. Da quel momento abbandonò
la professione in favore del figlio Bruno. Si risposò il 28 marzo 1955 con Annunziata
DallOlio, compagna discreta per trentanove anni, ritirandosi poi a vita privata.
FONTI
E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 220-222 e 224.
VAGHI MATTEO
Parma
1572
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della steccata
a Parma dal 29 febbraio al 18 marzo 1572.
FONTI
E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 33; N. Pelicelli,
Musica in Parma, 1936, 21.
VAGHI SULPICIA, vedi CASSOLA SULPICIA
VAIRA GIOVANNI
Parma
1572/1582
Sacerdote. Nel 1575, regnando Ottavio farnese,
eresse in città una Congregazione di donzelle delle primarie famiglie, le Orsoline del
Sacro Cuore. Ebbe la collaborazione di Lucia zanacchi,
che ospitò nella sua casa, presso santambrogio, fanciulle dette del soccorso, con le
quali formò una comunità continuata poi da altre pie donne che, intorno al 1582, presero
il nome di Orsoline dalle reliquie di SantOrsola e compagne, da loro custodite.
FONTI
E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 127.
VALDES SANTINO, vedi GARSI SANTINO
VALDONIO
GIULIO
Castel
San Giovanni 1842-Parma 1907
Visse fin dalladolescenza sempre a Parma. Fallito il tentativo di arruolarsi
a soli diciassette anni per la guerra di indipendenza, il valdonio intraprese gli studi universitari e si
laureò alla Scuola Veterinaria di Parma nel 1871, avviandosi quindi alla carriera
universitaria. Assistente per pochi mesi alla cattedra di zootecnia di Milano e ancora per
breve tempo presso il fratello, direttore della scuola veterinaria di Perugia, fu
incaricato a Parma e divenne in seguito direttore della Scuola di veterinaria. Dalla
zootecnica alligiene, dalla patologia alla clinica e alla giurisprudenza
veterinaria, il Valdonio esplicò la sua vasta e profonda preparazione scientifica,
supportato dallinteresse per lapplicazione pratica nei vari settori della
veterinaria. Scrisse un Trattato di Zootecnica generale che venne premiato dal ministero dellAgricoltura. Membro del consiglio Sanitario Provinciale, fece parte del comizio Agrario, fu organizzatore di mercati e di
esposizioni nonché commissario nei concorsi universitari.
FONTI
E BIBL.: A. Cugini, Commemorazione del prof. Giulio Valdonio, Ed. Ferrari, Parma, 1907
(con elenco delle pubblicazioni); necrologio in Libertà 27 gennaio 1907; P. Marchettini,
in Dizionario biografico piacentino, 1987,
272-273.
VALDRÈ
ALFREDO
Parma
3 dicembre 1872-1953
Figlio di Comingio e Maria Dacci.Fu per cinquantanni alle dipendenze
dellamministrazione provinciale di
Parma, ove percorse una brillante carriera che lo portò fino ai gradi più alti della
gerarchia e ove dispiegò unattività feconda di opere e di iniziative. allamministrazione
provinciale il Valdrè venne asssunto per concorso nel 1898, alletà di 25 anni. Due
anni dopo fu promosso segretario di 1a classe e il 1° gennaio 1916 assunse la
carica di segretario generale della Provincia. Fu anche segretario del Consorzio per la
ferrovia Parma-suzzara, del Consorzio
antitubercolare e dellorganizzazione Nazionale maternità e infanzia: a questultimo ente dedicò cure
particolari, che culminarono nella costruzione della Casa della madre e del bambino. Nel
1946 fu nominato segretario generale di 1a classe e molto si adoperò per la
riorganizzazione dellamministrazione
e nellopera di ricostruzione. Nel 1947, dopo quasi cinquanta anni di servizio, venne
collocato a riposo. Si meritò varie onorificienze, premi e riconoscimenti per la sua
laboriosa e proficua attività.
FONTI
E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 151.
VAlDRÈ COMINGIO
Parma
1903-Cremona post 1946
Avvocato e uomo politico, il più longevo tra i segretari della federazione
provinciale del Partito nazionale fascista di Parma. In carica dal 1933 al 1939, riuscì a
conservare gli equilibri interni al partito e tra i gruppi di potere in città, a scapito
però di una più incisiva azione politica complessiva. In seguito fu ispettore generale
del partito (1939) e della Gioventù italiana del Littorio (1941-1945), prima di dedicarsi
allattività sindacale nel settore commerciale e dellabbigliamento
(1941-1943). Nel 1939 e poi nel periodo 1941-1943 fu consigliere nazionale del partito.
Dopo la guerra si trasferì a Cremona, dove svolse la professione di avvocato.
FONTI
E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 674.
VALENTE
VIRIO
Flavia
Fidenza 345 d.C.
Fu patrono del Collegio dei Fabbri, decurione del Municipio di Flavia Fidenza e,
come funzionario, rivestì tutte le cariche più elevate. Fu anche patrono del Collegio
degli Artigiani del Legno. Il 1° aprile, forse dellanno 345 d.C., gli fu decretata
per onorificenza una tabula patronatus.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma.
VALENTI
ALBINO
Parma
o Fornovo 1906-1968
Fu poeta dialettale. Il suo volume di liriche in vernacolo Al cèl, ier sira venne
pubblicato postumo a Parma nel 1969 presso la bodoniana,
a cura di Pellegrino Riccardi.
FONTI
E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 571; F. e T. Marcheselli, Dizionario
Parmigiani, 1997, 317.
VALENTI
ALFONSO
Parma
1608
Fu capitano di Monterale nellanno 1608.
FONTI
E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobliare, 1928-1935.
VALENTI
ALMERICO
Parma
1680/1727
Fu medico del Duca di Parma. Nel 1680 ebbe (come già il Ferrari e il Bucci) una
cattedra straordinaria con lobbligo di leggere gratis per quattro anni, ma nel 1683
passò a una cattedra ordinaria con stipendio. Dal 1703 fu medico ducale.
FONTI
E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Registro dei Mandati, 1619-1715, Nota Lett. di Med.,
1716, Registro dello Studio, 1711-1712, Registro dei Mandati, 1723-1724, Certificati
scolastici, 1688-1755, Ruoli dei Provigionati, 25 e 28; F. Rizzi, Professori, 1953, 49-50.
VALENTI
FRANCESCO
Parma
1625
Fu governatore di Ortona nellanno 1625.
FONTI
E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobliare, 1928-1935.
VALENTI
FRANCESCO
Collecchio
1832/1849
Fu nominato sindaco del comune di collecchio il 25 agosto 1832. In seguito fu anche
consigliere anziano (1849).
FONTI
E BIBL.: Indice analitico e alfabetico della raccolta
generale delle leggi per gli stati di Parma,
piacenza e Guastalla degli anni 1814 al
1835, Parma, 1837; Malacoda 10 1987, 76.
VALENTI
GIACOMO
Parma
1599
Fu capitano di Civitaducale nellanno 1599.
FONTI
E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobliare, 1928-1935.
VALENTI
GIUSEPPE
Sivizzo
1821-Parma 21 gennaio1895
Cominciò gli studi, avviandosi alla carriera ecclesiastica, che, giunto alla
teologia, abbandonò, attratto dalla propaganda dellideale risorgimentale. Nel 1848
aderì alle schiere dei volontari e combatté in Lombardia. Dopo Novara il Valenti
ritornò a Corniglio, facendo pratica di segretario in quel Comune. Ma dopo breve tempo
ritornò a Parma, dove si dedicò al commercio, con un modesto negozio sulla Piazza
Grande. Fu amico prediletto di Giovanni Rustici, il prode cornigliese morto nella guerra
di Polonia. Il Valenti fu sino alla morte il punto di riferimento del gruppo mazziniano di
Parma. Si sacrificò sempre per i suoi ideali e non rifiutò mai un aiuto ai molti che
ricorrevano a lui da ogni paese. Fu perquisito e arrestato parecchie volte. La sua
corrispondenza con Maurizio Quadrio, Brusco Onnis, felice
Albani, Aurelio Saffi e molti altri di ogni parte dItalia è assai interessante,
anche per illustrare lopera del gruppo mazziniano parmense.
FONTI
E BIBL.: G. Micheli, in Aurea Parma, 5/6, 1933, 171-172.
VALENTI
MICHELE
SantAndrea
Bagni 25 febbraio 1894-Parma 13 marzo 1949
Figlio di Giuseppe, per qualche tempo sindaco di Medesano. Studiò
allIstituto Salesiano di Parma e, per il corso superiore, a Reggio emilia. Prima ancora di laurearsi in
giurisprudenza (febbraio 1920), si segnalò per . Arrigonichiarezza di idee, per ferrea
volontà e per efficace oratoria negli incontri del Circolo Domenico Maria Villa di Parma
e della Gioventù di Azione Cattolica. Al ritorno dalla prima guerra mondiale, nel 1919 fu
eletto segretario provinciale del partito
Popolare Italiano (8 ottobre), carica dalla quale si dimise il 30 aprile 1920 per motivi
professionali. Nel frattempo aveva profuso il suo impegno nella campagna per le elezioni
politiche del 1919 tenendo comizi, conferenze e contraddittori in quasi tutti i paesi
della provincia. Fu tenace sostenitore e propagandista della cooperazione bianca
nellambito dellUnione del Lavoro. Si interessò fattivamente dei problemi
della scuola divenendo consulente legale e animatore della federazione provinciale della Associazione
magistrale Niccolò Tommaseo. Continuò a far parte della Giunta esecutiva del Partito
Popolare Italiano e fu candidato nel 1920 al Consiglio provinciale per i mandamenti di
Noceto e di pellegrino Parmense, ma non fu
eletto per disordie tra i popolari. Con Felice Corini fu delegato al congresso del Partito
Popolare di Torino del 1923 e agli inizi del 1924 dettò il telegramma che il Partito
Popolare Italiano di Parma inviò a don Sturzo. L8 giugno 1924 gli venne di nuovo
affidata la carica di segretario di sezione
del Partito Popolare Italiano, quando Felice Corini, eletto deputato, rassegnò le
dimissioni dallincarico. Nellassemblea del 12 luglio, il Valenti presentò un
ordine del giorno, approvato allunanimità, nel quale si afferma lurgenza di
riportare il Paese alla normalità costituzionale e allapplicazione, nei confronti
di tutti, della legge dello Stato, condizione indispensabile perché ogni cittadino si
senta ugualmente tutelato nei proprii più elementari diritti, si chiede giustizia severa
contro i responsabili dellassassinio di Matteotti e si protesta contro il decreto
restrittivo della stampa. Collavvento del fascismo intensificò la sua attività
professionale, ma non trascurò quanto era possibile per alimentare ideali e forze
nellAzione cattolica e tra gli ex
allievi salesiani, della cui unione fu
presidente dal maggio del 1929. Tenente colonnello durante la seconda guerra mondiale, fu
catturato a Bolzano il 9 settembre 1943 e internato successivamente nei campi di
concentramento a Worgl, Stablak, Deblin-Irena, Tschlustokan, Norimberga e Hesepl. Durante
la prigionia, terribile per la fame e il freddo, tenne regolari lezioni di sociologia, ai
compagni di sofferenza. Tornato a Parma nellagosto del 1945, riprese subito
lattività politica a fianco dellonorevole G. Micheli e fu designato e poi
eletto ufficialmente segretario provinciale della Democrazia Cristiana il 3 marzo 1946, ma
si dimise il successivo 29 settembre essendo stato eletto deputato alla Costituente nelle
elezioni del 2 giugno. Condusse con entusismo la campagna elettorale del 1948 e fu
rieletto con ampi suffragi. La morte lo stroncò improvvisamente dopo che aveva avviato la
promettente Società per le opere cristiano-sociali Giuseppe Micheli.
FONTI
E BIBL.: La sua attività è documentata su La giovane
montagna (1919-1924), Vita nuova (1919-1934), Gazzetta di Parma (1945-1949);
numerosi suoi articoli sono in Il popolo di
Parma (settimanale della Democrazia Cristana) dal 1945 al 1949. postumo è stato pubblicato, in sole 200 copie,
lumanissimo Diario di un prigioniero, ed. A. cantarella, Milano, s.d., 176; interrotta dalla
morte, una sua rievocazione dellonorevole Micheli è in G. Micheli, rievocazioni de La giovane montagna
nellannuale della sua morte, Parma, 1949, 119-125. nellarchivio Micheli della biblioteca Palatina di Parma sono tredici lettere
(c. XXXVIII/2). Su di lui: commemorazioni in Gazzetta di Parma 14, 15 e 16 marzo e 30
aprile 1949, 11 e 12 marzo 1950, 13 marzo 1959; in Il popolo di Parma 14 marzo 1949, 30 aprile 1949, 11
marzo 1950, 10 marzo 1951; in Vita nuova
19 marzo 1949, 24 settembre 1949, 11 marzo 1950; M. Valenti nel 1° anniversario della
morte, Editrice Vita nuova, Parma, 1950; B. molossi,
Dizionario dei Parmigiani grandi e piccini, Parma, 1957, 151; C. Pelosi, Note e appunti
sul movimento Cattolico a Parma, in Quaderni
di vita nuova, Parma, 1962, 102 e ss.; V. Cassaroli, Popolari e fascismo nel Parmense tra
le due guerre, CAF, 96 e ss.; A. Leoni, Il circolo cattolico Domenico Maria villa delloltretorrente parmense durante il pontificato di
Pio XI, CAF, 1038-1056; P. Bonardi, in dizionario
storico del movimento Cattolico, III/2,
1984, 875-876; P.bonardi, Valenti Michele,
in Il Partito popolare in emilia Romagna, II, 1987, 365; gazzetta di Parma 13 marzo 1989, 7; P.Bonardi,
Limpegno ecclesiale e socio politico dellon. Michele Valenti, Parma, 1989;
P.Bonardi, in Gazzetta di Parma 11 ottobre 1999, 25 e 19 ottobre 1999, 13.
VALENTINI
GIOVANNI
Salsomaggiore
15 luglio 1816-Salsomaggiore 28 marzo 1886
Iniziò gli studi a Salsomaggiore e li proseguì a parma, conseguendo in quellAteneo, nel
1840, la laurea in medicina. Successo al berzieri
nella condotta medica salsese, iniziò, sulle orme del suo predecessore, unattività
solerte intesa a diffondere la rinomanza delle fonti minerali, valorizzando al massimo
grado, con studi esposti in varie pubblicazioni, le ricchezze naturali del luogo. Se al
Berzieri va attribuita la scoperta della efficacia terapeutica delle acque salsoiodiche,
al Valentini si deve riconoscere il merito di aver applicato tale scoperta in campo
pratico mediate un primo tentativo di stabilimento balneario. I successivi stabilimenti
ebbero infatti origine da un modesto locale, da lui impiantato, che disponeva soltanto di
una vasca in legno per la raccolta delle acque curative. Ma lo spirito diniziativa
del Valentini nella sua opera precorritrice della stazione termale non si arrestò a quel
primo esperimento. Con ammirevole costanza, superando non lievi ostacoli, sostenne la
propria causa con entusiasmo, guadagnando a essa le autorità governative e riuscendo a
ottenere quellappoggio che gli permise, in collaborazione con il marchese Dalla
Rosa, di erigere il primo vero stabilimento di bagni, dando così lavvio a tutte
quelle analoghe iniziative che fecero di Salsomaggiore un florido centro termale di fama
internazionale. Per otto anni, dal 1857 al 1865, il Valentini svolse a Parma le mansioni
di relatore statistico al protomedicato,
dopo aver rinunciato alla condotta medica ma non allincarico di direttore dei bagni
salsesi. Ritornando nella sua città, vi si stabilì definitivamente, dedicando ogni sua
energia allo sviluppo dello stabilimento. La Guida dei bagni di Salso e di Tabiano (1861)
fu la sua opera maggiore di divulgazione della terapia salsoiodica, ma accanto a essa
figurano numerosi altri opuscoli illustrativi. Eletto sindaco di Salsomaggiore, si
adoperò proficuamente al bene della comunità cittadina e spiegò opera assidua perché
fosse avocato al Comune lesercizio delle saline e dei bagni, ciò che, urtando i
privati interessi di coloro che avrebbero dovuto esserne estromessi, gli procurò noie e
antipatie dalle quali non lo sottrasse, anche in seguito, la mancata attuazione del
progetto. La carica di primo cittadino gli fu comunque confermata. Fu poi per un decennio
deputato provinciale, membro del Consiglio provinciale sanitario di Parma, consigliere del
Ricovero borghigiano di Mendicità e giudice conciliatore in Salsomaggiore. Appassionato
cultore di belle lettere e raccoglitore di memorie storiche locali, illustrò in discorsi
e scritti gli uomini eminenti della sua città, lasciando inoltre una dotta e documentata
Storia di Salsomaggiore, della quale non rimangono che pochi incompleti frammenti. Fu in
rapporti di amicizia con gli esponenti più in vista del mondo letterario, artistico e
scientifico del tempo e si deve a lui laver rivelato ai concittadini Gian Domenico
Romagnosi e lessere stato il principale promotore del monumento che Salsomaggiore
poi eresse alleminente uomo di pensiero.
FONTI
E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico, 1905,112-115; U.A. Pini, Medici nella
Costituente, 1957, 2; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 476-478; Tra
Liberty e Déco: salsomaggiore, 1986, 86; N.
Avanzini, in Gazzetta di Parma 9 settembre 1989, 23.
VALENTINI
GIUSEPPE
Parma
1732
Fu soprano alla chiesa della Steccata di Parma il 16 novembre 1732.
FONTI
E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati . Arrigoni1732; N. Pelicelli, Musica in Parma,
1936, 166.
VALENTINO DA BERCETO, vedi ROTELLI PELLEGRINO
VALENTINO DA ROCCAPREBALZA, vedi ROTELLI PELLEGRINO
VALEO ALBERTO
Parma
febbraio 1925-Parma 26 gennaio 1995
Ebbe lunga milizia come trombettista a capo di unorchestra da ballo e poi
come pittore figurativo dotato e sensibile. Le prime esperienze del Valeo musicista
risalgono al 1942, al Teatro Regio, nellorchestra della stagione lirica. Quindi, dal
1945, iniziò linterminabile sequela delle feste da ballo a Paraggi, a cortina e al Pik e Aup a Parma, con Pino Spotti e paolo Cavazzini al pianoforte, Jack Greci alla
batteria e Hengel Gualdi al clarino. Dopo aver fatto parte dellorchestra Ferrari
(solista di fisarmonica Barimar e Trento Valesi, poi primo trombone alla Scala), per il
Valeo giunse il momento di formare unorchestra propria: prima si chiamò con il suo
nome e suonò prevalentemente al Club delle candele, poi diventò Millesuoni, con Amorino,
Pioppi, Lanzi, Magnani e Saracca, e si esibì al giardino
dinverno, a Milano, Gardone e Cortina (per una stagione il cantante fu Dorelli). Nel
1963 la musica lasciò il posto ai silenzi, alle meditazioni e alla partecipazione
autentica di una pittura neorealista, attenta ai problemi quotidiani della povera gente.
Al valeo che aveva studiato con Tommaso
Tomasi, il tema che interessò maggiormente fu la figura, luomo nella sua faticosa
impresa di sopravvivere. Ma il Valeo fu un artista eclettico e affrontò con uguale
capacità anche il paesaggio (fresco, morbido, appena definito), le nature morte e i
fiori, senza contare i ritratti (centinaia, soprattutto bambini). Ottenne subito grande
successo. Quasi tutti i concorsi del Parmense, in emilia
e in Liguria lo videro trionfare. rassegne
popolari come Un quadro per Natale della Gazzetta di Parma lo posero ai vertici delle
richieste degli appassionati darte parmigiani. La sua pittura, nata di getto, per
impulsi di accusa sociale, negli ultimi anni di vita scoprì una maggiore meditazione,
inserendo silenzi e campiture. Il favore del pubblico fu tale che il Valeo non riuscì a
raccogliere una trentina di quadri per allestire una mostra personale.
FONTI
E BIBL.: T. Marcheselli, Gazzetta di Parma 27 gennaio 1995, 8.
VALERI ANTONIO
Parma
18 gennaio 1900-Milano 1986
Nacque da famiglia operaia. Abbandonati per ragioni economiche gli studi dopo la
licenza tecnica, si impiegò alla Banca Emiliana e successivamente allAzienda
Elettrica Municipale. Iniziò giovanissimo lattività politica come collaboratore
dellAvanti!, dellAvanguardia, organo della federazione italiana giovanile
socialista, e del periodico dei giovani
socialisti parmensi Per la vita. Dopo aver
preso parte al congresso provinciale della federazione
italiana giovanile socialista,
(Parma, 21 maggio 1916) e successivamente a quello regionale (bologna, 17 settembre 1916) dove presentò un
ordine del giorno contro la guerra, nel 1918 assunse la segreteria della federazione
parmense delle cooperative agricole e la direzione della Fiaccola, bollettino della
federazione socialista parmense. Delegato delle sezioni di Parma e Soragna,
nellagosto del 1918 prese parte al congresso nazionale del Partito socialista Italiano (Roma, 1-5 settembre 1918)
figurando tra i firmatari della mozione intransigente rivoluzionaria. Denunciato
dallautorità giudiziaria per un comizio tenuto a Soragna contro i festeggiamenti
per la vittoria e per la richiesta di unamnistia per i rei di disfattismo,
nellottobre del 1918 fu eletto segretario
della federazione provinciale socialista di Bologna (carica che mantenne fino al luglio
del 1919) e direttore della Squilla, settimanale locale del partito. Tornato a Parma
nellestate del 1919, partecipò attivamente allo sciopero generale internazionale
del luglio, alla campagna elettorale del novembre e alla riorganizzazione dei sindacati
confederali. nominato nel luglio del 1920 segretario della federazione socialista parmense,
fu eletto nel dicembre, membro della segreteria della camera del Lavoro e direttore del periodico
Lidea, organo di questultima.
Dopo la scissione comunista del gennaio 1921, rimasto nel Partito Socialista Italiano,
fondò con Primo Savani e Ferdinando Bernini la rivista quindicinale, La Cultura
Socialista.Spaccatasi, dopo livorno, anche
la Federazione Italiana giovanile Socilasta,
fu eletto direttore del settimanale Gioventù Socialista, organo della nuova Federazione
Italiana Giovanile Socialista riorganizzatasi al congresso di Fiesole (marzo 1921) sotto
la segreteria di F. Santi. Chiamato Santi al servizio di leva, il congresso giovanile di
Parma del settembre 1921 decise il trasferimento della propria sede a Bologna e affidò
lincarico di segretario al Valeri, che
lo mantenne fino al 1923 quando la Federazione Italiana Giovanile Socialista passò sotto
linfluenza terzinternazionalista. Trasferita nuovamente la sede della Federazione a
Milano in seguito alle persecuzioni fasciste, nel giugno del 1922 il Valeri entrò a far
parte della redazione milanese dellAvanti! come capo-cronista e aderì al comitato
nazionale di difesa socialista contrario alla fusione coi comunisti, continuando
lattività politico-giornalistica fino alla soppressione del giornale. Espulso per
antifascismo dallAssociazione giornalisti nel 1927, si ritirò dalla vita politica
attiva impiegandosi prima alla Montecatini e poi alla Motta. In contatto coi gruppi
antifascisti raccoltisi negli anni trenta-quaranta attorno a G. Faravelli e ad A.
Oberdorfer, sorvegliato speciale dalla polizia fascista, subì fermi e perquisizioni e nel
1940 fu costretto a scontare quattro mesi di confino a Istonio. Collaboratore di G.
Mazzali e Dagnino nella riorganizzazione della stampa clandestina, partecitò alla
ricostruzione del Partito Socialista Italiano milanese nel 1942 e aderì alle brigate
Matteotti di Corrado bonfantini. Ripresa la
collaborazione con lAvanti! dopo il 25 aprile 1945, fu tra i rifondatori con R.
Mondolfo e Faravelli della Critica sociale e
membro del comitato direttivo della rivista fino alla scomparsa di Faravelli. Dopo la
scissione di palazzo Barberini fu membro del comintato di redazione di Battaglia socialista, organo della federazione provinciale
milanese del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, prendendo quindi parte al
congresso straordinario del partito (Roma, 16-19 giugno 1949) che decise
lunificazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani con lUnione dei
socialisti di G. Romita. Designato dalla direzione del partito assieme a Carlo Andreoni e
Paolo Treves ad assumere la direzione del quotidiano lUmanità, mantenne
lincarico fino alla chiusura delledizione milanese del giornale. Partecipò al
VI congresso del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (Roma, 20 marzo-2 aprile
1951), firmando assieme a Roberto Tramelloni, Umberto Calosso e altri la mozione
responsabilità socialista, unificata al momento della votazione con lordine del
giorno di saragat che ottenne il 54% dei
voti. nominato nel 1952 direttore della
Federazione italiana di pubblicità, si ritirò dalla vita politica attiva. Nel 1976 curò
il fascicolo inugurale della nuova serie di Critica
sociale diretta da ugoberto Alfassio
Grimaldi, dedicato alla figura di Faravelli.
FONTI
E BIBL.: La Fiaccola 1 maggio 1918-30 novembre 1918; La Cultura socialista 5 febbraio 1921 - 5 giugno 1921;
Battaglia socialista 18 dicembre 1947 - 1
aprile 1948; G. Averardi, I socialisti democratici, Roma, 1971; P. Moretti, I due
socialismi, Roma, 1976; F. Taddei, in Movimento Operaio Italiano, V, 1976, 179-180.
VALERI CRISTOFORO
Milano-post
1417
Fu podestà di Modena negli anni 1406-1407. Dal papa Giovanni XXII fu infeudato del
Castello di Beneceto in compenso dei servigi ricevuti. Nella sua spendida dimora ricevette
il 6 settembre 1417 Uguccione Contrario, che veniva in nome di Gabrino Fondolo, che aveva
appena occupato Cremona. Nellottobre dello stesso anno vi fu ospite anche Pandolfo malatesta, tiranno di Brescia.
FONTI
E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 12.
VALERI GIUSEPPE
Parma
8 marzo 1812-6 novembre 1883
Figlio di Antonio e Domenica Ferrari. percorse
i primi studi con lode e profitto. Si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza
dellUniversità di Parma ottenendone il diploma di laurea nel 1838. Dedicatosi al
magistero dellavvocatura, fu nominato avvocato di 2ª classe del Collegio di Parma
nel 1840. Fu quindi pretore a berceto, poi a
Fornovo, a Compiano, a Pellegrino, a Zibello, a San Secondo e a Borgo San donnino, lasciando ovunque onorata memoria di sé
per zelo e rettitudine. Fu quindi nominato giudice del Tribunale di Piacenza, poi in
quello di Parma. Il 20 gennaio 1876 fu nominato cavaliere della Corona dItalia. Una
crudele malattia oftalmica, che lo travagliò per quasi otto anni, lo rese negli ultimi
tre completamente cieco.
FONTI
E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1884, 55-56; Aurea Parma 2/3
1971, 166.
VALERIA
HELIODORIS
Parma
IV/V secolo d.C.
Di condizione probabilmente libertina, fu mater dulcissima di Terentius Orfeus, che
le dedicò unepigrafe, databile, per caratteri paleografici (in particolare la f in
luogo di ph), ad avanzata età imperiale. Valerius è nomen documentatissimo in tutta la
Cisalpina e ampiamente documentato anche a Parma. Heliodoris è cognomen grecanico usato
soprattutto per i liberti, documentato, anche se con scarsa frequenza, in Transpadana e in
due soli casi in Aemilia, ma sempre, tranne in questo caso, nella forma Heliodora
(Heliodorus).
FONTI
E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 183.
VALERIANUS
Parma I secolo a.C./I secolo d.C.
Il suo nome è ricordato in un frammento lapideo trovato nellambito della
città di Parma, databile, per caratteri paleografici (ductus regolare, lettere o e c a
pieno tondo), alla prima età imperiale. Si tratta di unepigrafe funeraria posta da
un genitore o dai genitori al [fi]lio [du]lcis[sim]o, morto probabilmente in giovane età.
Valerianus è cognomen presente in Cispadana, probabilmente derivato dal nomen Valerius,
diffusissimo in tutta la Cisalpina.
FONTI
E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 184.
VALERIJ CRISTOFORO, vedi VALERI CRISTOFORO
VALERIUS
CAIUS AECLANIUS
Parma
III/V secolo d.C.
Di condizione incerta, dedicò unepigrafe, per i caratteri paleografici
presumibilmente di età imperiale avanzata (mancanza del dittongo, trascuratezza
dellincisione, solco di contorno, punteggiatura a triangoli), a Pescenia Paulina,
Sertoria Tert[ia] e [De]metria Hermonina, cui fu probabilmente legato da vincoli di
amicizia. Valerius è nomen assai diffuso dappertutto e in special modo nellItalia
settentrionale. A Parma sono documentati altri tre Valerii, cui si aggiunge un pretoriano.
Vari sono i personaggi di rilievo che operarono in azioni belliche in questa zona nel
periodo della conquista romana dellItalia settentrionale, cui pottrebbe essere
attribuita la diffusione del . Arrigoninomen: innanzitutto L. Valerius Flaccus, che operò
nella Cisalpina tra Rimini e Cremona nel 200 a.C., come praepositus equitibus del pretore
L. Furius Purpurio contro i Galli, assai probabilmente lo stesso che, console nel 195
a.C., Italiam [provinciam] est sortitus, combatté contro i Galli Boi vicino alla selva
Litana, fu proconsole in Gallia nellanno seguente, vinse gli Insubri .
Arrigonipresso Milano, fu poi triumvir coloniis deducendis nel 190 a.C. per il
rafforzamento di Cremona e Piacenza e nel 189 a.C. per la fondazione di Bologna. Negli
stessi anni 190 e 189 a.C. anche L. Valerius Tappo operò in questa zona e nelle stesse
commissioni. Altri sono ancora i personaggi di rilievo con tale nomen operanti in zona
nella prima metà del II secolo a.C.: M. Valerius Messalla, console nel 188 a.C., cui fu
assegnata la Liguria e la regione di Pisa, M. Valerius Laevinus, legato di L. Aemilius
Paullus in Liguria nel 181 a.C., C. Valerius Laevinus,consul suffectus nel 176 a.C., che
combattè contro i Liguri. È necessario tuttavia ricordare che Valerius è uno dei nomina
di più comune attribuzione a indigeni e peregrini al momento della latinizzazione o della
concessione dello ius civitatis. Il cognomen Aeclanius, erroneamente letto Aecianius dal
Bormann che si basò sulla tradizione manoscritta, derivato probabilmente da Aeclanum,
città dellHirpinia, potrebbe indicare lorigine, anche remota, del
personaggio. Questo cognomen non è documentato in Cisalpina, ma si ritrova come nomen in
alcune iscrizioni della regio II, relative soprattutto a liberti pubblici della città di
Aeclanum.
FONTI
E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 186-187.
VALERIUS
POLLIA PARMA
Parma
I secolo a.C./I secolo d.C.
Figlio di Marcus. Fu miles della V coorte pretoria, optio, morto dopo quattordici
anni di servizio. È ricordato in una epigrafe, di provenienza ignota, mancante della
parte sinistra.Il nomen Valerius è comunissimo dappertutto e assai diffuso anche in
Cisalpina. La mancanza del cognomen orienta per una datazione al primo periodo imperiale,
quando i pretoriani erano arruolati quasi esclusivamente dallItalia.
FONTI
E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 185.
VALERIUS
PUBLIUS IRAENEUS
Parma
I secolo a.C./V secolo d.C.
Probabilmente liberto, fu dedicatario di unepigrafe, perduta, per i caratteri
paleografici, quali si leggono nella tradizione manoscritta (hederae distinguentes,
formula D.M.), databile a età imperiale, documentata a Parma, in foro, postagli dai
parentes vivi. Il nomen Valerius, diffusissimo in Cisalpina, è ampiamente documentato
anche a Parma. Iraeneus è nomen virile greco, divenuto poi anche cognomen presso i Romani
e usato soprattutto per schiavi e liberti: raro oltre il Po, è documentato in Aemilia in
questo solo caso.
FONTI
E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 188.
VALESI DIONIGI
Parma
1715-Verona post 1781
Si
trasferì in età giovanile a Verona, dove è documentato a partire dal 1737. Inizialmente
lavorò come incisore soprattutto da quadri di pietro
Rotari (Sacra Famiglia, San Giorgio condotto allara di Apollo) e da Francesco Guardi
(Il Canal Grande a San Geremia, LIsola di San giorgio
Maggiore), vedute di Verona (anfiteatro
detto lArena di Verona) e incisioni per libri editi a Venezia (frontespizio del
Trattato fra sua Maestà lImperatrice
e la Serenissima repubblica di Venezia sopra
luso delle acque del tartaro, del
1768), con buone capacità di adattamento ai diversi temi pittorici. Fu amico e
collaboratore di Giambettino Cignaroli, il più quotato pittore della Verona del tempo.
Tra i suoi protettori vantò il nobile Jacopo muselli
da San Lorenzo, antiquario e appassionato numismatico, per il quale prestò la sua opera,
come appare nel suo scritto Varie fabbriche antiche e moderne della città di Verona, con
alcune statue e busti della Galleria bevilacqua
nonché del Museo Muselliano, edito nel 1753. Il Valesi risulta ancora attivo nel 1781,
quando venne compensato per la realizzazione di un sigillo commissionatogli dalla confraternita di San Carlo Borromeo.
Lartista trasse incisioni anche da opere di Agostino Ugolini, tiberio Majeroni e Innocente Bellavite. Incise in
legno e in rame. Firmava Valesi fece o Valesi inc.
FONTI
E BIBL.: U.Thieme-F.Becker, vol. XXXIV, 1940, 71; R. Gallo, Lincisione nel 700
a Venezia e a bassano, Venezia, 1941; R.
Pallucchini, Mostra degli incisori veneti del Settecento, catalogo, Venezia, 1941; Gori,
Notizie degli Intagliatori, III, 1808, 273; J.R. Füssli, Dizionario, 1779; T.H.H.
Füssli, 1806-1821; Gan., 1808, III; F. Ritter, Catal. Ornam, 1889, Vienna; P. Jessen;
Catalogo degli ornamentisti, berlino,
1894; Pelliccioni, Incisori, 1949, 187; Arte incisione a Parma, 1969, 44; Dizionario
Bolaffi pittori, XI, 1976, 229; P. Zani, 1819, I, 19, 28; Nagler, 1835, XIX, 329; E.
Bénézit, 1960, VIII, 456; Arte a Parma, 1979, 381; F. e T. Marcheselli, Dizionario parmigiani, 1997, 317-318.
VALESI DIONISIO, vedi VALESI DIONIGI
VALESI ERNESTO
Parma
20 aprile 1920-Parma 5 giugno 1979
Studiò da bambino il trombone nella banda della parrocchia. La guerra interruppe i
suoi studi e anche la prigionia ritardò il conseguimento del diploma, raggiunto
brillantemente nel 1946 presso il Conservatorio di musica di Parma. Dopo pochi anni di
attività presso varie orchestre di primordine, entrò al Teatro alla Scala di
Milano quale primo trombone nel 1949 (rimase in servizio fino al 1978). Suonò nelle
stagioni più gloriose del massimo teatro milanese con direttori quali Toscanini,
Mitropoulos, Walter, Celibidache, Votto e Honegger, facendosi ammirare per la serietà
professionale e la perfezione e bellezza del suono. In riconoscimento dei suoi meriti, dal
1964 fu chiamato a ricoprire la cattedra di trombone presso il Conservatorio di musica di
Parma. Anche in questa attività, che continuò a esplicare unitamente al lavoro
scaligero, il Valesi diede il meglio di sé, impostando una scuola dalla quale uscirono
diversi diplomati di valore. Dopo aver dato le dimissioni dal Teatro alla Scala,
conservando la cattedra nel Conservatorio di Parma, fondò una scuola sotto légida
del Comune di Parma per avvicinare i giovani alla banda musicale.
FONTI
E BIBL.: G.N. Vetro, in Gazzetta di Parma 6 giugno 1979 6.
VALESI FULGENZIO
Parma
1565 c.-post 1614
Dal 1593 al 1600 fu monaco cistercense del convento di Santa Croce in Gerusalemme
di Roma.Il suo nome compare in molti riferimenti in documenti riguardanti il progetto di
pubblicare il graduale romanum, aggiornato secondo i dettami del Concilio di Trento.Il 16
settembre 1593 ottenne da papa Clemente VIII il privilegio di pubblicare i libri di canti
con un nuovo procedimento, usando note e lettere di grande formato.I testi avrebbero
dovuto essere corretti dal Palestrina, che però morì prima di poter effettuare
loperazione.Assieme a Giovanni Maria Mannino, giovanni Andrea Dragoni e Luca Marenzio, fu
incaricato dalla Congregazione dei Riti di esaminare il manoscritto, al fine di rilevare
la corrispondenza al corretto uso liturgico.Dopo il 1600 abbandonò Roma e iniziò una
vita avventurosa: secondo la testimonianza di Giovanni battista Raimondi, sarebbe stato visto a Ginevra
in vesti militari.Dal 1608 fu in santambrogio maggiore
a Milano.Alcune sue composizioni furono inserite in collezioni milanesi e a Milano dette
alle stampe lopus 2. Nel 1614 era probabilmente in contatto con Adriano Banchieri,
in quanto questi incluse un canone del
Valesi nella Cartella musicale.Realizzò le seguenti composizioni: Canto. Il primo libro
di napolitane a tre voci di Fulgenzio Valesi
parmegiano. nuovamente poste in luce (in Venetia, presso
Giacomo Vincenzi, 1587), Vias tuas a 2 . Arrigonivoci e Alta immensa a 4 voci, inserite
nella raccolta di D. francesco Lucino
(Milano, presso lherede di simon Tini
e Filippo Lomazzo, 1608), Canoni di più sorti sopra doi canti fermi del I tuono a 3-6
voci (Milano, Tini e lomazzo, 1611), canone a 4 voci, inserito in una cartella musicale nel canto figurato fermo e
contrapunto di adriano Banchieri (Venezia,
1614).
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musicisti in Parma nei secoli XV-XVI, in Note
dArchivio, 1932; M. Donà, in Grove; Dizionario
Musicisti, Utet, VIII, 1988, 153.
VALESI GIUSEPPE
Parma
1733
Intagliatore in legno attivo nella prima metà del XVIII secolo. Nellanno
1733 eseguì uno stemma intagliato per il Comune di Parma.
FONTI
E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, v. VII. 214;
Il mobile a Parma, 1983.
VALESI LUCIO, vedi VALLESI LUCIO
VALESI LUIGI
Verona
1743-post 1769
Incisore, figlio di Dionigi. Fu attivo a Parma dal 1764 al 1769. Documentato con
poche opere di traduzione, seguì le orme paterne mettendone in pratica gli insegnamenti
incisori. Tra le acquaforti è il ritratto mediocremente inciso di papa Clemente XIV,
stampato a Parma nel 1769 presso la Calcografia Laferté.
FONTI
E BIBL.: Arte incisione a Parma, 1969, 44; Enciclopedia di Parma, 1998, 674.
VALESIO DIONIGI o DIONISIO, vedi VALESI DIONIGI
VALESIO LUIGI, vedi VALESI LUIGI
VALESTRI
BARTOLOMEO
Parma
1433
Secondo il da Erba, scrisse una cronaca di Parma (Memorie di Bartolommeo de
Valestri dal 1036 sino al 1433), parte in latino e parte in volgare.
FONTI
E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 26.
VALIZZI
GIUSEPPE
Soragna
1915-Parma 25 luglio 1974
Figlio di Vito e di Maria Pettinato. Caporale maggiore del 2° Reggimento Frecce
nere, fu decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con la seguente motivazione:
Comandante di una squadra mitragliatrici, accortosi che una infiltrazione nemica cercava
daggirarlo e prenderlo sul fianco, riuniva il nucleo portamunizioni e si lanciava al
contrassalto riuscendo a sventare la minaccia, infliggendo perdite al nemico e facendolo
rientrare alle proprie posizioni (Torrevelilla, 20 marzo 1938).
FONTI
E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.
VALLA EMMO
Parma
11 gennaio 1896-Parma 1 febbraio 1944
Funzionario postale, appartenne a una facoltosa famiglia. Divenne presto inviso al
regime fascista, non soltanto a causa dei sentimenti democratici nutriti con fermezza, ma
anche per la capacità di influenzare in senso sfavorevole al fascismo la cerchia dei
professionisti, funzionari e commercianti che il Valla frequentava. Dopo l8
settembre 1943 aderì al movimento clandestino (78ª Brigata Sap), ma non potendo
raggiungere le formazioni partigiane in montagna a causa delle precarie condizioni di
salute, collaborò con il Servizio informazioni militari e col Servizio informazioni
partigiane, dipendente dal Comitato di liberazione nazionale di Parma. A fianco dei suoi
responsabili (i fratelli Piero, paolo e vittorio Massolo) svolse rischiosi incarichi di
collegamento, di raccolta fondi e armi e assistette e mise in salvo gli ufficiali alleati
ex-prigionieri di guerra evasi dal campo di concentramento internazionale di Fontanellato.
Prelevato nottetempo dalla propria abitazione, insieme allindustriale Tommaso
Barbieri e al ragioniere Ercole Mason (anchessi ferventi sostenitori della libertà,
da tempo nel mirino fascista), venne con loro trucidato per rappresaglia.
FONTI
E BIBL.: L.Leris, Antifascismo e Resistenza nel Parmense, Parma, 1975; T. Marcheselli,
Strade di Parma, III, 1990, 181.
VALLA MARIO
Parma
2 febbraio 1903-post 1938
Nato da Augusto ed Ermelina Gabba. ricercato
dai servizi segreti fascisti, emigrò in Francia (risiedette a Suresnes, nella regione
parigina). Arruolato l11 settembre 1936 nella XIII Brigata internazionale, 10ª
Compagnia, ebbe il grado di sottotenente. Ferito a Cuesta La Reyna, fu ricoverato in
ospedale a Madrid. Ritornò in Francia il 24 giugno 1938.
FONTI
E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 145.
VALLA PIETRO
Parma
1831
Figlio del capo sarto del Reggimento Maria Luigia di Parma, ebbe parte attiva nei
moti del 1831. La polizia compilò per il Valla la seguente scheda segnaletica: Si pose in
evidenza nel trambusto rivoluzionario forse per la speculazione che la gioventù si
servisse di lui, per essere vestita da guardia nazionale. Si crede che ora siasi recato in
Svizzera con passaporto.
FONTI
E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in archivio
Storico per le Province Parmensi 1937, 215.
VALLARA
FRANCESCO MARIA
Parma
30 agosto 1687-Mantova 1740 c.
Frate carmelitano, fece parte di una congregazione di Mantova, nei registri della
quale le ultime notizie a suo riguardo risalgono allanno 1740. Il Vallara fu autore
della composizione musicale: Selva di varie composizioni ecclesiastiche in Canto fermo a
un coro solo e a due cori in contrapunto (Parma, 1733) e delle seguenti opere didattiche:
Scuola corale nella quale sinsegnano i fondamenti più necessarii alla vera
cognizione del canto gregoriano (Modena, 1707), Trattato teorico-pratico del canto
gregoriano (Parma, 1721), Primizie di canto fermo ristampate, corrette e ridotte in
miglior forma dallo stesso autore (Parma, 1724; una prima edizione di questo lavoro fu
pubblicata nel 1700).
FONTI
E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori, 1833, IV, 90; G.P. Minardi, in Grove; Dizionario musicisti, UTET, VIII, 1988, 153.
VALLARA
GIOVANNI
Parma
seconda metà del XV secolo
Pittore attivo a Parma nella seconda metà del XV secolo. Eseguì due Madonne col
Bambino, già nelloratorio o cappella attigua alla chiesa di San Francesco a Parma
(costruita nel 1474).
FONTI
E BIBL.: U. Thieme-F.Becker, vol. XXXIV, 1940; Dizionario Bolaffi Pittori, XI, 1976, 232.
VALLARA
GIUSEPPE
Parma
1670-1723
Fu a Roma, dove copiò soprattutto da raffaello.
Intorno al 1718 eseguì per loratorio di San Giovanni Battista di Parma i dipinti
con i Santi Nicola e Antonio e la Nascita di Maria.
FONTI
E BIBL.: U. Thieme-F.Becker, vol. XXXIV, 1940; Dizionario Bolaffi Pittori, XI, 1976, 232.
VALLARA
GIUSEPPE
Roccabianca
1887-Vertoiba 10 ottobre 1916
Figlio di Carlo e di Geltrude Ornati. Rimase orfano del padre a soli due anni. Fu
chiamato alle armi il 12 novembre 1915 e assegnato all8° Reggimento fanteria. Con
esso combattè da prode nelle trincee della Vertoibizza e lungo il Vippacco. Pietro Tonna,
che gli fu a fianco nei più aspri combattimenti, narrò che il Vallara era talmente
coraggioso e temerario da prestarsi, in compenso di pochi sigari o di una razione di
carne, a sostituire i compagni nel pericoloso compito di disturbare il nemico col lancio
di bombe nelle trincee. Morì combattendo con sommo valore durante unazione
vittoriosa a Vertoiba.
FONTI
E BIBL.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 52.
VALLARA
LUIGI
Coltaro
15 ottobre 1870-Bologna 29 giugno 1957
Nacque da una famiglia di patrioti, che durante il Risorgimento italiano lottarono
eroicamente per la liberazione della patria dallo straniero. Dopo avere frequentato le
prime scuole elementari nel capoluogo di Sissa, fu iscritto dai genitori presso
lIstituto dei Padri Stimmatini di Parma dove completò brillantemente le scuole
primarie. Nellautunno del 1881 entrò alunno nel seminario di Parma, accolto dal
rettore monsignor Andrea Ferrari. Il Vallara percorse brillantemente i corsi ginnasiali e
liceali. Al termine del secondo anno di teologia venne ordinato suddiacono e
nellautunno del 1890, sentendosi chiamato a una vita più raccolta e ritirata,
entrò nel convento patriarcale di San Domenico di bologna.
Fece il noviziato e poi la professione religiosa il 20 dicembre 1891 nella Casa domenicana
di Ortonovo della Spezia. Passò prima nella Casa di Bologna poi in quella di Roma per
completare gli studi teologici e il 5 marzo 1893 venne ordinato sacerdote a Roma. Nel 1895
conseguì il lettorato in sacra teologia e venne mandato dai superiori nella Casa
domenicana di Ferrara a insegnare teologia, poi in quella di Ortonovo. Nel 1898 predicò
la sua prima Quaresima nel duomo di Sarzana
e da quellanno, lasciato linsegnamento, si diede con passione alla
predicazione sullesempio del fondatore dellOrdine domenicano. Per più di
quarantanni predicò la Quaresima, i mesi di maggio e di ottobre, novene e ottavari
in tutte le cattedrali e nelle chiese principali dItalia e perfino in Svizzera, a
Lugano, e a Lovanio, in Belgio. Dimorò per molti anni nel convento di Santa Maria delle
Grazie di Milano. Nel 1919 passò nel convento del santuario della Madonna di
Fontanellato, dove per due volte venne eletto vicario, collaborando alla erezione della
grandiosa facciata marmorea del santuario e del monumento in bronzo del cardinale Andrea
Ferrari, arcivescovo di Milano. Il Vallara passò poi nei conventi di Ancona e di Bergamo
e nel 1947 in quello di Bologna.Morì alletà di 87 anni. Il Vallara godette la
stima dello stesso pontefice, Benedetto XV, che era stato arcivescovo di Bologna e aveva
potuto apprezzare il grande predicatore in lui e lapostolo.
FONTI
E BIBL.: I. DallAglio, Si ricorda padre vallara
illustre figlio di Coltaro, in Gazzetta di Parma 18 settembre 1971, 10; F. da Mareto,
Bibliografia, II, 1974, 1110.
VALLARIA
GIOVANNI
Parma
1511
Fu minatore di corali per la Cattedrale di Parma, documentato in un pagamento del
23 dicembre 1511 di 9 lire e 6 soldi imperiali (archivio
di Stato di Parma, Archivio Comunale, Registro di spese della Cattedrale e del Comune,
1404-1414, c. 131 v.).
FONTI
E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, vol. III, c. 388; Archivio Storico per le Province Parmensi
XLVI 1994, 374.
VALLE, vedi DALLA VALLE
VALLESI
LUCIO
Madregolo
1850/1859
Fu consigliere anziano del Comune di collecchio
dal 1850 al 1859. Notabile del comunello di
Madregolo, nel 1859 si prodigò attivamente durante le operazioni di voto per il
plebiscito di annessione al Regno Sabaudo. Fu anche consigliere anziano del Comune di collecchio tra il 1850 e il 1858 (in
questultimo anno funse da Segretario del consiglio).
FONTI
E BIBL.: U. Delsante-R. Barbieri, Collecchio storia e immagini daltri tempi; U.
Delsante, dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma 28 marzo
1960, 3; A. Botti, Collecchio Sala Baganza Felino e loro frazioni; A. Balbo,
Lannessione di Collecchio al regno di
Vittorio Emanuele, in Gazzetta di Parma 11 maggio 1959; Malacoda 10 1987, 76.
VALLI ELVEZIO
1909-Parma
13 settembre 1979
Fu socio fondatore e Presidente della Famija Pramzana. Ebbe una presidenza di breve
durata: pochi mesi nel 1979. Fu esuberante e dinamico, con grande volontà di fare ma,
già assai ammalato, le forze per realizzare idee e progetti gli vennero meno.
FONTI
E BIBL.: R. Piazza, 50 anni Famija pramzana,
1997, 141.
VALLI PIERINA MARIA
Como
4 gennaio 1881-Parma 1975
Dal 1917 fino al 1975 visse nel monastero delle Carmelitane di Parma. Per il suo
processo di beatificazione si raccolsero le necessarie testimonianze,
FONTI
E BIBL.: R. Lecchini, Suor Maria eletta,
1984, 9.
VALLI PIETRO
Casalmaggiore
1930-Parma 19 agosto 1989
Ancora giovane si trasferì a Parma, nella cui facoltà di medicina
dellUniversità si laureò. Dopo la specializzazione, percorse tutta la carriera
medica nellIstituto di medicina legale, dove rivestì la funzione di libero docente
prima e di professore associato dopo. successivamente
abbandonò la vita universitaria per dedicarsi allattività privata, sempre nel
settore della medicina legale. Come libero professionista svolse unattività di
consulenza nellambito forense e giudiziario. Come medico legale, le sue perizie, che
riguardarono i casi più interessanti della cronaca cittadina, erano considerate dagli
stessi magistrati di grande affidabilità. Il Valli fu molto apprezzato e conosciuto anche
in campo nazionale. Prese parte a numerosissimi congressi dedicati al settore in cui era
specializzato e molte delle sue relazioni furono pubblicate, ottenendo grandi consensi.
Insieme ad altri esperti prese parte alla redazione di una bozza di progetto di legge
relativo allistituzione dei comitati di etica medica. Nella commissione il Valli fu
inserito quale profondo conoscitore di tutte le problematiche, soprattutto di ordine
etico, connesse alla medicina legale. Rivestì la carica di vice presidente della sezione
di Parma dellAssociazione dei medici cattolici italiani, della quale fu anche
consigliere nazionale. Il Valli, come medico legale, visse da vicino la clamorosa vicenda
del così detto sanguinamento del Cristo della chiesa di San Giovanni in Parma. Per le sue
conoscenze, fu nominato dal vescovo come esperto della commissione che lavorò per dare
una spiegazione dellepisodio. La Chiesa lo nominò anche in altri casi in qualità
di specialista del settore, soprattutto in processi di beatificazione. Tra le cariche
istituzionali, il Valli rivestì quella di commissario della croce Rossa di Parma. Morì in seguito a emorragia
cerebrale a cinquantanove anni di età. Il Valli fu sepolto nel cimitero di casalmaggiore.
FONTI
E BIBL.:
Gazzetta di Parma 20 agosto 1989, 5.
VALLINTELVI
ANGELO
Sorbolo-post
1901
Nellarile 1901 terminò di scrivere lopera rasathustra.Non si sa se venne rappresntata.
FONTI
E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.
VALLISNERA, vedi VALLISNERI
VALLISNERI
ANTONIO
Trassilico
3 maggio 1661-Padova 18 gennaio 1730
Figlio di Lorenzo, giureconsulto. Dopo i primi studi compiuti a Modena e a Reggio
Emilia, frequentò lUniversità di Bologna ove studiò medicina profittando in modo
particolare dellinsegnamento di M. Malpighi, il più eminente medico e naturalista
di quellepoca. Per ingiunzione del Duca dEste si laureò tuttavia presso
lUniversità di Reggio. Una volta laureato, tornò a Bologna e si recò quindi a venezia e Padova per perfezionarsi e prendere
contatto con altri studiosi. Ritornato a Parma, donde la sua famiglia era originaria, il vallisneri si dedicò alla professione medica e
alle ricerche naturalistiche. Queste ricerche, impostate con la rigorosa metodologia
sperimentale appresa alla scuola di Malpighi, verterono soprattutto sui costumi e la
riproduzione degli insetti e si conclusero con una decisa negazione della generazione
spontanea, difesa in quel tempo dal gesuita F. Bonanni. Le ricerche, pubblicate a Venezia
nel 1696 e 1698, furono stese in lingua italiana e in forma di dialogo: simile scelta è
di per sé anticonformista, ma ancora più anticonformisti sono i lunghi richiami a una
corretta metodologia sperimentale e la polemica contro laristotelismo e la
scolastica. Daltra parte il rigore delle osservazioni e la chiarezza e
limportanza dei risultati furono tali da richiamare lattenzione di tutti gli
uomini colti dellambiente. Tra questi vi furono i riformatori dellUniversità
di Padova e in particolare F. Marcello, che non esitarono a offrire al Vallisneri una
cattedra di medicina pratica. Lofferta non fu motivata dal solo desiderio di
assicurare alla facoltà uno studioso di palese valore, ma anche dal desiderio di rompere
una grave tradizione di conformismo filosofico e scientifico che aveva fatto declinare il
prestigio dellantico grande ateneo, con negative ripercussioni sulleconomia
della città e sullindustria libraria. Il Vallisneri esordì nellinsegnamento
con molto tatto e diplomazia, ciononostante le ostilità del retrivo ambiente .
Arrigoniaccademico non tardarono a manifestarsi e i colleghi fecero ricorso alle autorità
che reggevano lUniversità. Queste peraltro si schierarono col Vallisneri, che
proseguì con rinnovato coraggio, pubblicando nel 1710 una memoria intorno a un argomento
naturalistico e medico a un tempo: Considerazioni ed esperienze intorno alla generazione
de vermi ordinari del corpo umano. In questa opera le osservazioni come al solito
sono accurate e la sperimentazione ineccepibile; la polemica antiaristotelica prosegue,
forse meno aspra, mentre ladesione del Vallisneri alla filosofia cartesiana è molto
più scoperta e più scoperto è il sostegno alle ipotesi creazioniste che erano state
avanzate alla fine del secolo precedente. Va notato che nella teologia di quellepoca
prevaleva lopinione che la creazione fosse avvenuta in potentia, avendone il
Creatore affidato la prosecuzione a entità mediatrici: secondo le autorità essa era
quindi avvenuta gradualmente e proseguiva ininterotta. Lipotesi di una creazione in
actu, sostenuta dai creazionisti, ammetteva invece un unico interlocutore allorigine
di ogni cosa, gravido di tutti gli sviluppi successivi, che procederebbero senza alcun
intervento miracoloso. Questa posizione era allora considerata con sospetto e ostilità in
molti ambienti ecclesiastici, sicché il Vallisneri fu chiamato a renderne conto: si
difese con cautela e abilità, ma su alcune questioni dovette fare marcia indietro.
Seguirono altre opere dedicate ancora alla riproduzione dei vermi parassiti, alle malattie
verminose degli equini, alla fisiologia e ai costumi del camaleonte e ad altri temi
naturalistici. Si rinfocolarono le critiche dellambiente accademico e venne mossa al
Vallisneri laccusa di occuparsi troppo di argomenti estranei alla medicina.
Laccusa era peraltro poco fondata perché è proprio da queste ricerche che il
Vallisneri trasse spunto per appoggiare le tesi di Cogrossi, il quale suggeriva che le
malattie contagiose fossero propagate da microscopici parassiti, posizione corretta e
avnzatissima in quei tempi. Anche questi attacchi comunque non ebbero conseguenze e il
Vallisneri nel 1711 venne promosso alla cattedra primaria di medicina teorica, massimo
traguardo nellinsegnamento della medicina. Negli anni seguenti il Vallisneri, che
molto viaggiò per la penisola sospinto dalla sua curiosità naturalistica, produsse una
Lezione accademica intorno lorigine delle fontane (1715), pietra miliare per il
corretto intendimento di vari fenomeni geologici. Anche questa opera scatenò un putiferio
di confutazioni e polemiche attraverso le quali il vallisneri,
che ormai aveva raggiunto una solida reputazione come medico e scienziato, passò con
imperturbata serenità. Al riparo dalle inconsulte reazioni del retrivo ambiente in cui
operava, pubblicò nel 1721 la Istoria della generatione delluomo e degli animali,
nella quale proseguì il suo programma di edificare una biologia di modello cartesiano da
contrapporre alla biologia di stampo aristotelico. In questa opera formula e sostiene il
principio dellinscatolamento dei germi, secondo il quale tutte le generazioni future
erano racchiuse le une dentro le altre nelle ovaie delle prime femmine al momento della
Creazione. Idee simili furono avanzate in forma più o meno esplicita da vari autori, tra
cui lo stesso Malpighi, e rappresentarono uno dei più curiosi sviluppi del creazionismo,
che trovò poi in C. Bonnet un infaticabile propagandista. Accanto a questo principio,
ovviamente assai poco plausibile, viene riproposta lidea, che fu poi al centro
dellattenzione degli studiosi di tutto il Settecento, che tutti gli esseri, non
viventi e viventi, formino una progressione regolare e ininterrotta dal più semplice al
più complesso. Simile tesi nelle intenzioni del Vallisneri avrebbe dovuto integrare la
dottrina creazionista, ma ben presto finì, a opera dei filosofi dellIlluminismo
francese, col costituire il primo nucleo dellevoluzionismo. Lultima opera di
rilievo del Vallisneri è di argomento geologico e si intitola: De corpi marini che
su monti si ritrovano (1721). Vi si sostiene che i fossili sono testimonianza del
diluvio narrato nel Genesi e vi si nega che siano testimonianza di alterne vicende di
invasioni e retrocessioni del mare dalla terraferma e del graduale sollevamento delle
montagne. Una volta di più è evidente lo sforzo del Vallisneri di rinsaldare la dottrina
creazionista, sostenuta non per convinzioni religiose (il Vallisneri fu un tiepido
credente) ma solo perché permetteva di sbarazzare il campo della speculazione scientifica
da continui interventi di entità trascendenti e quindi da considerazioni miracolistiche. senonché Vallisneri finì col trovarsi
completamente fuori strada e col rifiutare ipotesi più limpide e valide, formulate in
precedenza. Il vallisneri morì a seguito
di unaffezione di tipo influenzale che in pochi giorni ne spezzò la solida fibra.
Contribuì in modo decisivo nel fare progredire le discipline naturalistiche e nel
conferire alla biologia dignità di scienza autonoma.
FONTI
E BIBL.: P. Omodeo, Origine e destino della biologia di Vallisneri, in Critica storica II 1963, 129; Il metodo sperimentale da vallisneri a oggi, Padova, 1961; B.Brunelli,
Figurine e costumi nella corrispondenza di un medico del Settecento (Antonio Vallisneri),
Milano, 1938; P. Omodeo, in Scienziati e tecnologi, 1976, IV, 215-217. . Arrigoni
VALLISNERI
JACOPO
Castellaro
di Vairo 1448/1465
Signore del castellaro di Vairo.
Appartenne al ramo parmigiano della potente famiglia vallisneri. Nel 1448, approfittando di un grave
episodio di discordia tra il ramo reggiano e quello parmigiano della famiglia,
lesercito della Repubblica di Parma organizzò una spedizione nelle Valli dei
Cavalieri contro il Castellaro con il sostegno di Pier Maria Rossi e dei Torelli di
Montechiarugolo. Con la caduta del Castellaro (14 aprile 1448) ebbe così termine la signoria del Vallisneri e la consorteria feudale
dei cavalieri delle Valli, che controllava limportante territorio di confine verso
la Lunigiana, territorio che da allora fu retto da un podestà con ampia autonomia
giuridica, amministrativa e militare. Nel 1465 il vallisneri
fu reintegrato nella sua antica funzione di riscossore di tributi dovuti dalle corti di monchio alla Mensa vescovile. Da allora non si
hanno più notizie di lui. La leggenda lo vuole assassinato da due cavalieri, un Cavalli e
un Cortesi, che volevano impadronirsi del suo tesoro e impedirgli di organizzare un
tentativo di riscossa delle Valli.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 6 maggio 1996, 5; Enciclopedia di Parma, 1998, 674-675.
VALLISNERI
RODOLFO
Ranzano
1107
È ricordato in un atto di emancipazione dato in Ranzano il 31 gennaio 1107, atto
che riveste particolare importanza in quanto rappresenta nella storia dItalia il
primo in assoluto del suo genere. In esso il Vallisneri con la moglie Matilde e il
fratello germano guglielmo, figli di
Raniero, nel concedere la libertà al loro servo Gualtiero, figlio di Gusberto da vallisnera detto Crinale, dichiarano: Qui professi
sumus ex natione nostra lege vivere longobardorum.
Il fatto che il Vallisneri professasse la legge longobarda e che inserisse nel suo stemma
il veltro, simbolo del potere longobardo, sono elementi che consentono di affermare
lorigine nobiliare longobarda della famiglia.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 6 maggio, 1996, 5.
VALLISNERI
UMBERTO
Vairo
1247
Nel 1247 occupò il castello e il territorio di vallisnera, riportandoli sotto il dominio di
Parma.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 6 maggio 1996, 5.
VALLISNIERI ANTONIO, vedi VALLISNERI ANTONIO
VALLOCCHIO
GUIDO
Parma
3 settembre 1897-Parma 26 agosto 1984
Volontario nella guerra di Spagna (Ufficiale dell80a Legione Duca
Alessandro Farnese), fu primo presidente dellopera Nazionale Balilla di Parma (1927) e capo
drappello scout CNGEI di Parma dal 1915 al 1920. Di professione arredatore (gestì un
negozio in via Repubblica a Parma), il Vallocchio ebbe sin da ragazzo una sola passione:
il teatro. Lo praticò in tutte le sue forme: come cantante, caratterista, scenografo,
regista e attore. Esordì giovanissimo come cantante di avanspettacolo al teatro Centrale di Parma. Poi tra gli anni venti e Trenta fece parte della compagnia
dialettale dei fratelli Clerici, quindi si trasferì a Brescia dove formò una compagnia
di operetta che ebbe un certo successo. Rientrato a Parma dopo la parentesi della seconda
guerra mondiale, il Vallocchio fu tra i fondatori della compagnia dialettale della Famija
pramzana, cui continuò a dare per molto tempo il suo apporto come attore, regista e
scenografo. Quando le forze cominciarono a venirgli meno, si congedò dalle fatiche della
ribalta per dedicarsi alla preparazione dellorganico della Compagnia dialettale.Con
la sua esperienza contribuì allimpostazione tecnica dei nuovi elementi dispensando
loro insegnamenti sulla vocalità, sulla gestualità e sul modo di muoversi su un
palcoscenico.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 28 agosto 1984, 5; Al pont ad mez 2 1984, 122; Centro studi scout
C.Colombo (M.Furia).
VALSOVANI
MARIA LUIGIA
Parma
1793 c.-post 1834
Nata da famiglia borghese, sin dallinfanzia dimostrò notevole attitudine
alla musica e al canto (soprano), dove ebbe per maestro per cinque anni Francesco
Fortunati. Studiò poi arte scenica a Bologna con Matteo Babini. Nel carnevale 1809 debuttò al Teatro Argentina di
Roma nellAmazilda di Giuseppe Curcio. In tale occasione la Gazzetta Romana scrisse:
Sostenne la parte della prima donna la signora Valsovani di Parma. Il pubblico le ha dato
non equivoci segni di soddisfazione. Pari successo riscosse nellopera Telestri,
regina dEgitto. Il buon risultato conseguito la fece confermare anche per le
stagioni successive e, a proposito della stagione romana del 1811, nelle Memorie del
Ferretti si legge: Vi cantò la sempre briaca Marianna Sessi, la sempre distratta
Valsovani e il vecchio tenore Pedrazzi che sarebbe sembrato freddo anche fra i ghiacci
della Siberia (lopera era il Baldovino di Nicola Zingarelli). Nel Carnevale dello
stesso anno la Valsovani fu alla Fenice di Venezia nellIdomeneo di Farinelli e nel
Sogno verificato del Coccia. Nel Carnevale 1812 fu al Ducale di Parma in due opere di
Giuseppe Mosca, I pretendenti delusi e romilda,
e in una di Pietro Generali, lAdelina. In quelloccasione conobbe il basso
Filippo Spada che sposò nel 1813. Nel luglio 1815 fu a firenze al Teatro di Santa Maria nel sargino di Päer. Nel Carnevale 1821 ebbe
successo a barcellona nella farsa La scelta
dello sposo. Nella primavera 1820 fu a Cremona in opere di pacini, Mayr e Pavesi, due anni dopo vi tornò
nella Gazza ladra di Rossini e nel Barone di Dolsheim di Pacini. Nello stesso 1823 fu al
Teatro di Lugo in Edoardo e Cristina di rossini.
La stagione fu però interrotta il 27 agosto per ordine del cardinale legato in seguito
alla morte del papa Pio VII. Nel 1834 la Valsovani fu nuovamente al Teatro Regio di Parma
nelle opere Lelisir damore e Il furioso di G. donizetti.
FONTI
E BIBL.: C. Alcari; C. Gervasoni, Nuova teoria di Musica, Parma, 1812, 292; P. Bettoli, I
nostri fasti musicali, 165; P.E. Ferrari, Gli spettacoli musicali, 56, 62, 99, 105, 132,
178 e 346; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 244; De Angelis; Rinaldi; Rossi; santoro; Cronologia del Teatro la Fenice di
Venezia; cronologia del Teatro Regio di
Parma; G.N.Vetro, Voci del ducato, in
Gazzetta di Parma 3 aprile 1983, 3.
VAN DER
O LEONE ENRICO
Parma
1660
Incisore di stampe al bulino attivo nel 1660.
FONTI
E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XIV, 1823, 117.
VANDOMI o VANDOMO, vedi VANDONI
VANDONE
ALESSANDRO
Parma
1606
Falegname ricordato nellanno 1606 per un pagamento per i mobili realizzati
per la farmacia di San Giovanni Evangelista
in Parma.
FONTI
E BIBL.: E. Bocchia, 1953; Il mobile a Parma, 1983, 253.
VANDONI
ALESSANDRO
1390-post
1434
Figlio di Alessandro, morto appena trentenne (1389) qualche mese prima della
nascita del vandoni. È descritto quale uomo
di molta reputazione, appassionato viaggiatore e perciò conoscitore di popoli e di
costumi e di mente sveglia. Presentato allimperatore Sigismondo daustria (1434), ne conseguì la stima, tanto da
ottenere un privilegio imperiale nel quale venne riconosciuta la sua discendenza dai vendôme di Francia. Il Vandoni venne perciò
creato Conte e Barone dellimpero, con
larma leone doro rampante in campo turchino e tre gigli doro divisi da
sbarra bianca sullistesso campo, con lautorità di portare la corona comitale.
Fu Signore del castello di ramoscello di
Sorbolo, già degli Attanasii o Attanagi, e venne annoverato tra i nobili di Parma.
FONTI
E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 643-644.
VANDONI
ALESSANDRO
Parma
1643
Nel 1643 fu nominato Archivista dellArchivio della Comunità di Parma. Il
Vandoni tenne lincarico solo per poco tempo.
FONTI
E BIBL.: G. Sitti, Archivio comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province
Parmensi 1914.
VANDONI
CAMILLO
Parma
1710
Figlio del conte Valerio. Fu insignito della Croce di Santo Stefano e fatto
Capitano dello stesso Ordine il 31 luglio 1710.
FONTI
E BIBL.: G.V. Marchesi Buonaccorsi, Galeria dellonore, 1735, II, 156.
VANDONI
CESARE
Parma
1659 c.-post 1688
Figlio di Giovanni Ronsardo e di Maria Palmia Picchi. Nellanno 1688 fu
insignito della Croce dellOrdine Militare dei Cavalieri di Santo Stefano.
FONTI
E BIBL.: G.V. Marchesi Buonaccorsi, Galeria dellonore, 1735, II, 156.
VANDONI
GIOVANNI ANTONIO NICOLA
Parma
6 dicembre 1633-Parma 1687
Figlio di Cesare e Francesca. Combattè col grado di Capitano sotto le bandiere
francesi nelle guerre di Fiandra, comportandosi onorevolmente in alcuni fatti darme
a Valencienne e a Cambray. Ritornato in patria nel 1663, il 27 luglio di quellanno
vestì labito militare di Santo Stefano. Nel 1684 si imbarcò sullarmata
allestita da Cosimo Medici per combattere i Turchi. Unitosi allarmata veneta di
Francesco Morosini, fu allespugnazione di Santa Maura, al cui acquisto cooperò col
suo valore. Nel 1685 tornò in Levante come Gran conestabile
e fu alla spedizione della Morea. Assediò corone,
segnalandovisi nellattacco. Dopo queste imprese ritornò definitivamente a Parma. Fu
nominato Cavaliere e Priore dellordine
Militare di Santo Stefano dal granduca Ferdinando di Toscana e riconfermato conte e barone
da Ranuccio Farnese. Sposò Maria Palmia Picchi.
FONTI
E BIBL.: N. Berengani, Istoria delle guerre dEuropa, parte I, libro V; M. Foscarini,
Istoria veneta, Venezia, 1696; G.V. Marchesi Buonaccorsi, galeria dellonore, Forlì, 1735; C.
Argegni, combattenti, 1937, 345; Palazzi e
casate di Parma, 1971, 644.
VANDONI GIOVANI RONSARDO, vedi VANDONI GIOVANNI ANTONIO NICOLA
VANINI
Borgo Taro 1823/1831
Negoziante in Borgo Taro, nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei
carbonari. Nel 1827 si allontanò dal Ducato di Parma. La Polizia segnalò il suo nome
durante i moti del 1831 nonostante il Vanini si trovasse allestero.
FONTI
E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937,
216.
VANINI DANTE
Parma
10 giugno 1884-1952
Figlio di Angelo e Maria Tavernari. appartenente
ad una dinastia di librai stabilitasi a Parma, fu un libraio umanista, fine e colto. La
sua bottega di via Pisacane fu per molti anni un cenacolo di conversazioni. Gordon Craig
parlò del Vannini con ammirazione e simpatia. Morì un anno o due dopo che aveva
abbandonato la professione.
FONTI
E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 152.
VANINI LORENZO
Parma
1890 c.-Parma 29 novembre 1957
Figlio di Angelo e Maria Tavernari. La sua antica bottega sotto i portici dei
Crociferi in via Farini fu per almeno mezzo secolo il centro di attrazione, il luogo di
incontro e il punto di ritrovo di tutti gli uomini di cultura parmigiani e dei forestieri
che passavano da Parma. Gordon Craig, Henry Bédarida, Anatole France, Valery Larbaud, Ugo
Betti, Bruno Barilli, Renzo Pezzani e Ildebrando Cocconi furono suoi clienti e amici. Una
grave malattia nel 1945 lo costrinse a cedere la sua bottega, ritirandosi da allora in
casa, ove condusse vita solitaria.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 dicembre 1957, 4; A.Scotti, in Aurea Parma 41 1957, 252-253.
VANMERAGER
ENRICO
Parma
prima metà del XIX secolo.
Pittore paesista attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI
E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, IX, 286.
VANNINI, vedi VANINI
VANOLI ARNALDO
SantAndrea
di Busseto 30 agosto 1881-Chicago 9 gennaio 1957
Compì gli studi ecclesiastici nel Seminario di Borgo San Donnino e fu ordinato
sacerdote il 23 settembre 1905. Dopo aver esercitato per circa quattro anni il sacro
ministero a monticelli dOngina in
qualità di curato, si volse allapostolato missionario. Entrato il 2 maggio 1910
nella Congregazione per gli emigrati italiani, fondata dal vescovo piacentino scalabrini, si recò per tale missione nel Nord
America. Fu parroco a Buffalo, Fredonia, New York, Boston e quindi a Chicago. Ebbe la
ventura di collaborare nellapostolato con Francesca cabrini, fondatrice della congregazione delle
Missionarie del Sacro Cuore, infaticabile eroina tra i cinquecentomila connazionali
incompresi, maltrattati e privi di assistenza religiosa e civile. Il Vanoli assistette
Francesca Cabrini morente, nel 1917, e dieci anni dopo fu presente allesumazione
delle spoglie allorché ebbe inizio il processo di beatificazione. Il Vanoli spese gli
ultimi sette anni di vita quale cappellano nel Mother Cabrini Memorial Hospital di
Chicago. Nel settembre 1955 non volle mancare di fare ritorno nella sua terra a celebrarvi
la messa doro e la parrocchia di SantAndrea gli tributò per la circostanza
una manifestazione di affetto e deferenza. Allorché morì, la funzione religiosa si
svolse nella chiesa della Madonna di Pompei, quindi la salma del Vanoli fu inumata nella
tomba Scalabriniana del cimitero Queen of Heaven di Chicago.
FONTI
E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 478-479.
VANOLI GIOVANNI
Busseto
4 giugno 1889-
Insegnante di musica e canto, compose il poema sinfonico Endimione, per orchestra
Ouverture, Introduzione e danza, Preghiera e danza, Ulivi, meditazione per una voce,
quattro impressioni, Il gabbiano, per coro e
archi, e canti per linfanzia.
FONTI
E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.
VANUCCI
Parma XV secolo
Fu raccoglitore di strumenti armonici della scuola Deconet, operante a Parma nel XV
secolo.
FONTI
E BIBL.: G. De Piccolellis, Liutai antichi e moderni, 1885.
VARANI GIANMARIA, vedi VARANI GIOVANNI MARIA
VARANI GIOVANNI MARIA
Borgo
San Donnino ante1544- post 1601
Fu pittore di ornati e quadrature attivo per il Comune di Parma e per la Corte
farnesiana. Il 22 aprile 1544 venne pagato dal comune
per avere dipinto stemmi (archivio di stato di Parma, archivio comunale,
Ordinazioni comunali 1544, cc. 112-113) e
nel 1545 fu pagato per aver dipinto stemmi farnesiani e la croce azzurra di Parma nei
palazzi del Comune e archi per lingresso di Pier Luigi Farnese (archivio di stato di Parma, Registro di entrate e spese
1545, c. 58). Il 14 aprile 1545 fu pagato per avere eseguito pitture sulla facciata
rivolta verso la città da entrambi i lati allinterno della porta di Santa Croce (archivio di stato di Parma, archivio comunale,
Libro delle Convocazioni dellUfficio delle Riparazioni del 1542). Il 14 ottobre
1545, in occasione dellingresso del duca Pier Luigi Farnese, vennero pagati al
Varani e al suo compagno, il pittore Giovanni Malamadre, 8 lire e 6 soldi imperiali per
avere dipinto alcuni stemmi in diversi luoghi della città (archivio di stato di Parma, archivio comunale,
Ordinazioni Comunali). L8 maggio 1546 ricevette 40 lire e 12 soldi (archivio di stato
di Parma, archivio comunale, Liber creditorum magnifice comunitas
ab anno 1545, c. 20 v.; Mastro dentrate e spese dei dazii 1545-1550, c. 90 v.). Nel
1548 dipinse stemmi per il duca Ottavio Farnese (archivio
di stato di Parma, Registro di entrate e
spese 1548, c. 58). Si mise poi al servizio dei Farnese, come risulta dai seguenti
pagamenti: 13 giugno 1553, per tintura di 18 sgabelli (archivio di stato di Parma, archivio comunale,
Mastro farnesiano, anni 1553-1556, cc. 15 e 58), 20 agosto 1553, per 100 stemmi, 200 teste
di morto, 4 stendardi e 4 quadri dipinti in Duomo per le esequie del duca Orazio morto
nellassedio di Heisden il 18 luglio 1553 (Mastro farnesiano, anni 1553-1556, c.
148), 28 dicembre 1553, per lavori allorologio della torre (archivio di stato di Parma, archivio comunale,
ordinazioni Comunali, c. 165), 22 aprile
1555, per aver dipinto 11 stemmi (archivio
di stato di Parma, Mastro farnesiano, anni
1553-1556, c. 163), 6 agosto 1556, per diversi lavori eseguiti per il Duca (Mastro
farnesiano, anni 1553-1556, c. 223), 4 luglio 1559, per avere dipinto una bandiera per la
galeotta o bucintoro sul fiume Po (Mastro farnesiano, 1557-1560, c. 49), 11 agosto 1559,
per avere dipinto più cose in Corte (Mastro farnesiano, 1557-1560, c. 153), 28 gennaio
1560, per avere dipinto più stemmi (Mastro farnesiano, 1557-1560, c. 181). Nel 1562 il
Varani si fece garante di Tommaso de Pitatis da Brescia, battiloro (doratore), per la
somministrazione che questo dovette fare delloro in foglie al pittore bernardino Gatti, che stava affrescando la cupola
della Steccata di Parma (archivio di stato di Parma, rogito di Giuseppe Ambanelli, 22
maggio 1562). Nella prima metà degli anni Sessanta sono di nuovo documentati lavori del
Varani per il Comune di Parma: 21 maggio 1563 per avere dipinto le lettere delle insegne
marmoree sulle pareti del ponte sul Parma (archivio
di stato di Parma, archivio comunale,
Ragioneria, Ordinazioni e Mandati 1563-1566), 9 giugno 1564 per avere dorato la stella
dellorologio della torre verso Porta Nuova e per la pittura e la doratura
dellorologio stesso (Ordinazioni e Mandati, 1563-1566), 16 giugno 1564 per avere
dipinto 24 stemmi e insegne di diversi anziani sulla torre del Comune ai lati della ruota
degli angeli nella torre comunale (Ordinazioni e Mandati, 1563-1566), 18 dicembre 1564 per
avere dipinto 24 stemmi degli anziani ai lati della ruota degli angeli nella torre
comunale (Ordinazioni e Mandati, 1563-1566, c. 215) e 9 marzo 1565 per avere dipinto
sgabelli per la casa del Ceuli (registri
farnesiani 1565-1568, c. 47). Il 27 giugno 1566 il Comune gli commissionò la pittura
delle aste del baldacchino sotto il quale il 24 giugno fece il solenne ingresso in Parma
Maria di Portogallo, sposa del principe Alessandro Farnese (20 lire e 2 soldi; archivio di stato di Parma, archivio comunale,
Ordinazioni Comunali, 26 giugno 1566) e il 28 settembre 1566 il Comune pagò 30 lire al
Varani per avere dipinto e dorato gli stemmi marmorei dei principi sopra il ponte di
pietra (Ordinazioni Comunali, 1566-1567, c. 102). Nel 1568, in occasione
dellingresso della principessa Maria di Portogallo, furono realizzati tre archi
trionfali ornati di pitture e statue. In una lista di spese data al massaro del Comune il
29 aprile 1568 si legge: speso in fogli dui de orpello bianco datto a M. Zanmaria
depintore per orpellare la testa del lione sotto lharco di Porta de S. Croce
soldi sei. Il 25 febbraio 1574 il Comune pagò una lira al Varani per avere dipinto la
tavoletta del ponte Enza (archivio di stato di Parma, archivio comunale,
Ordinazioni Comunali, c. 87). Il 6 maggio 1574 i Farnese gli pagarono 2 scudi e 10 soldi
per un rosone dorato per la volta del casino del giardino (archivio di stato di Parma, Registro di computisteria
farnesiano, in cuoio nero, c. 54). Nel 1577 decorò per 25 scudi doro il catafalco
di Maria di Portogallo ed eseguì 196 stemmi, 312 teste di morto, 12 grandi scheletri, 28
cartelloni con iscrizioni e 4 grandi stemmi farnesiani e portoghesi (archivio di stato
di Parma, archivio comunale, Ordinazioni Comunali, mandato del 3
ottobre 1577). Venne pagato anche per aver fatto portare due store (due quadri di storia)
a un facchino, per aver dipinto sette stemmi grandi e per avere rinnovato lo stemma del principe sul ponte (archivio di stato di Parma, archivio comunale,
Ordinazioni comunali, anno 1578). Il 24
maggio 1578 i Farnese pagarono al Varani 9 scudi doro e 44 soldi per lavori in
occasione delle esequie del Duca: 196 stemmi, 312 teste di morto, 28 brevi, 12 scheletri e
altri lavori (pagamenti fatti dal tesoriere ducale, archivio di stato di Parma, Registro di computisteria
farnesiano, in cuoio nero, c. 21). Il 30 aprile 1583 furono pagati al Varani 18 scudi
doro e 44 soldi (pagamenti fatti dal tesoriere ducale, (archivio di stato
di Parma, Registro di computisteria farnesiano, in cuoio nero, c. 85). Al 2 aprile 1590
risale il testamento del Varani con cui istituì suo esecutore testamentario il principe
Ranuccio Farnese (archivio di stato di Parma, rogito di Ottavio Manlio). Nel
giugno 1595, il 28 giugno 1596 e nel maggio 1601 il Varani fu pagato per avere dipinto i
bastoni per la processione del Corpus Domini (archivio
di stato di Parma, archivio comunale,
ordinazioni Comunali, 1595, 1596, 1601). .
Arrigoni
FONTI
E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, voll. III, cc. 390-391 e IV, cc. 341-343; Archivio Storico
per le Province Parmensi XLVI 1994, 375-377.
VARANINI
MARIO
Parma
17 febbraio 1873-Parma 5 aprile 1950
Laureatosi a Parma in Medicina, dopo essere stato a perfezionarsi a Torino, fu
nominato assistente e quindi aiuto di Alberto Riva alla Clinica medica generale
dellUniversità di Parma. Divenne primario allOspedale maggiore di Parma e libero docente in patologia
speciale medica. Dal 1910 al 1929 diresse lospedale
civile e i due ospedali militari di bergamo.
Volontario di guerra, si congedò col grado di Tenente colonnello medico e nel 1919
assunse la direzione dellospedale di trieste. Dopo essere stato per quasi tre anni
direttore dellOspedale civile di Trieste, si trasferì nel 1921 a Salsomaggiore come
direttore delle Terme. Nel 1933 fu incaricato di istituire un Ufficio di propaganda, e
ciò in considerazione dei suoi notevoli meriti nel campo letterario. Mercé la sua opera,
in soli quattro anni si triplicò il numero dei medici corrispondenti delle Terme e
aumentò in numero notevolissimo laffluenza dei villeggianti in cura. Tenne
conferenze e lezioni in quasi ogni città dItalia. Dal 1933 fu incaricato
dellinsegnamento di idrologia medica allUniversità di Parma. pubblicò oltre cento opere di medicina, oltre a
numerose altre di arte, storia e letteratura, quali una guida di Salsomaggiore (1937) e un
bel volume nel 1939 in occasione del primo centenario delle cure salsoiodiche. In
gioventù fu giornalista, critico teatrale del Corriere di Parma e collaboratore del Per
lArte e di Parma giovine. diresse alcune riviste scientifico-sanitarie e
collaborò a numerosi giornali di medicina. Negli ultimi anni di vita scrisse uno Studio
medico dellUniversità di Parma, rimasto inedito.
FONTI
E BIBL.: Aurea Parma 1 1950, 48; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 152; U. delsante, Dizionario dei Collecchiesi, in Gazzetta
di Parma 28 marzo 1960, 3.
VARANINI VARO, vedi VARANINI MARIO
VARANO GIAMBATTISTA
Parma
XVI secolo
Fu pittore dornati e quadraturista.
FONTI
E BIBL.: Enciclopedia metodica di belle arti, XIX, 1824, 61.
VARAZZANI
FRANCESCO
Parma
1831
Impiegato nella Presidenza delle Finanze, ebbe un ruolo di primo piano nei moti del
1831. La polizia compilò per il Varazzani la seguente scheda segnaletica: Questuomo
è assai ligio alla famiglia Melloni.Si recò a Firenze con Vittore melloni per informare lambasciatore Francese
dellavvenimento di Fiorenzola, e collo stesso Melloni partì da Parma, battendo la
strada di langhirano per recarsi a sollevare
quella parte di paese montuoso, che era rimasto fedele alla Sovrana. Giunti alla Cisa,
punto di confine colla Toscana, trovarono colà un distaccamento del reggimento M.L.
comandato da certo lasperanza che
attualmente trovasi in Parma. varazzani e
Melloni cercarono di sedurre questo distaccamento, e ricusando esso costantemente di
ricevere la coccarda tricolore, tentarono di disarmarlo, ma il distaccamento si evase.
Varazzani e Melloni avevano seco una quantità di armati raccolti nel loro viaggio da
Langhirano alla Cisa e retrocessero a Parma per la via di Berceto, Cassio e Fornovo
procurando sempre di estendere la rivolta. Fu consigliato a chiedere la sua dimissione e
la chiese di fatto. Gli venne però accordato un annuale sussidio. Egli continua le
strette relazioni cogli Melloni, nella famiglia dei quali gode eziandio la tavola ed è al
pari di essi sospetto.
FONTI
E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937,
214.
VARAZZANI
GIUSEPPE
Parma
1831
Durante i moti del 1831 fu tra coloro che si distinsero il 13 febbraio sia col
disarmare la truppa sia collalzare grida sediziose, sia collinalberare le
insegne tricolori. Figurò nellelenco degli inquisiti di Stato ma senza
requisitoria.
FONTI
E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937,
213.
VARESI CELESTINA, vedi AQUILA CELESTINA
VARESI PELLEGRINO
Mattaleto
1929-Parma 3 giugno 1998
Fu abile restauratore di antichi e preziosi mobili. Fin da giovanissimo dimostrò
una spiccata attitudine per questa professione, tanto che il padre lo mandò a imparare le
basi dellintaglio a Parma da un grande maestro, Edgardo Minozzi, con bottega in via
Affò. Minozzi si adoperò subito per convincere i genitori del Varesi a iscrivere il
figlio allistituto darte Toschi, dove poi si diplomò. Subito dopo andò a
perfezionarsi allAccademia darte di Roma, dove allacciò rapporti con grandi
artisti, come il cesellatore traversetolese renato
Brozzi. Il Varesi fu molto conosciuto e stimato in provincia e anche fuori. restaurò mobili di particolare valore artistico
e storico per molti musei e chiese, compresa quella monumentale del suo paese, Mattaleto,
alla periferia di Langhirano.
FONTI
E BIBL.: E. Grossi, in Gazzetta di Parma 6 giugno 1998, 22.
VARESI RICCARDO
Parma
20 settembre 1876-Soragna 16 gennaio 1953
Figlio di Francino e Celesta Borrini. Divenne sacerdote di Traversetolo nel gennaio
del 1908, in sostituzione di don Simonazzi. Nel 1935 venne creato Monsignore dal vescovo colli. verso
la fine del 1945 si trasferì a soragna
presso don Bruno Binini, dove rimane fino al giorno della morte.
FONTI
E BIBL.: S. Moroni, Umanità e fede, 1996, 197.
VARIO, vedi VENTURI MARCO ANTONIO
VARISIDIUS
ICELUS
Parma
I secolo a.C./II secolo d.C.
Certamente liberto, [P]armensis, è documentato in una epigrafe di Telesia, nel
Sannio, postagli dal patronus. Varisidius è nomen sporadicamente documentato nella
Cisalpina, in questo solo caso a Parma. Icelus è cognomen grecanico testimoniato
soprattutto nel primo periodo imperiale, non riscontrato in cisalpina e a Parma.
FONTI
E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 189.
VARIUS LUCIUS PUDENS
Parma
10/29 d.C.-Budapest 70/89 d.C.
Libero, vet(eranus) leg(ionis) X G(eminae), originario di Parma e morto a
sessantanni di età, è documentato in stele funeraria trovata presso Budapest,
posta al coniuge con(eugi) pient(issimo) da Maria Gei s(erva). La legio X Gemina,
stanziata stabilmente in Germania dal 70 d.C., ottenne lattributo di p(ia) f(idelis)
probabilmente nell89 d.C. per la repressione della rivolta di Antonio Saturnino.
Lepigrafe sarebbe pertanto anteriore a questo anno e, probabilmente, posteriore al
70 d.C. Il nomen Varius e il cognomen Pudens sono documentati in tutta la Cisalpina. Il
secondo è testimoniato da un altro parmense.
FONTI
E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 189.
VARNIERI ANDREA, vedi VARNIERI ANTONIO
VARNIERI
ANTONIO
Parma
1676-Parma 3 dicembre 1730
Frate cappuccino. Compì a Carpi la vestizione (7 giugno 1693) e la professione
solenne (7 giugno 1694). Fu predicatore e segretario provinciale. nellottobre 1717 espose al duca di Parma
Francesco Maria Farnese il suo disegno di scrivere lIstoria degli uomini illustri e
cose memorabili di Parma e il Duca lo appoggiò presso il padre provinciale ottenendogli
le esenzioni dei lettori. Doveva essere la prima parte di un enorme lavoro, se ciò che ne
rimane comincia da facce 995 e, lasciando un vuoto tra le 1016 e le 1523, cioè
dallanno 1545 sino al 1688, cammina fino alla 1727, oltre cui è una giunta. Altre
sue opere sono la vita, stampata nel 1729, del B. Fedele da Sigmaringa e alcuni inediti.
Queste carte furono donate alla Biblioteca Parmense dallerudito Domenico Bosi nel
1831 e comprendono anche lautografo della vita del Beato Giuseppe da leonessa, mancante però circa della quinta
parte del tutto. Lo stile di tali scritture è prolisso, povero di critica storica, ma
abbondante di racconti favolosi. Il Varnieri concorda con lopinione di coloro che
ritengono Parma fondata al tempo degli Etruschi.
FONTI
E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmensi, IV, 1833, 185-186; F.da
Mareto, biblioteca cappuccini, 1951, 128;
Cappuccini a Parma, 1961, 23.
VAROLI AUGUSTO
Parma
13 luglio 1872-Adua 1 marzo 1896
Nato da Luigi, ingegnere, e da Ester Molinari. Percorsi in parte gli studi
classici, entrò nella Scuola Militare di Modena, uscendone sottotenente nel 1893. Fu ammesso, secondo il suo
desiderio, il 1° gennaio 1896 nelle Regie truppe
dAfrica (XV Battaglione Fanteria). Poco più di un mese dopo lo sbarco a Massaua,
incontrò morte gloriosa nel campo di battaglia di Adua. Ferito una prima volta e
pervenutogli lordine di ripiegare, per più ore continuò a combattere sotto la
pressione incalzante del nemico, poi, colpito da nuovi proiettili, cadde con la sciabola
ancora in pugno. Gli venne concesso il seguente encomio solenne: ferito leggermente,
teneva lodevole condotta durante il combattimento, soccombendo nella ritirata. Una lapide
lo ricorda nella Galleria Nord del cimitero di Parma. È ricordato anche nella lapide che
il Comune di Parma pose sotto latrio del Palazzo Civico.
FONTI
E BIBL.: Parmensi nella conquista dellImpero, 1937, 94-95.
VAROLI FRANCESCO MARIA CIPRIANO
Parma
17 agosto 1775-Parma 5 aprile 1814
Figlio di Giuseppe e di Luigia Poldi. A diciotto anni studiò Etica e Fisica
nellArchiginnasio di Parma, riportandone onorifici attestati. Si ignora fino a quale
punto proseguì i suoi studi. Il 13 febbraio 1796 venne accettato nellOrdine
Francescano. Nel Convento di San Secondo, il 5 maggio 1796 indossò labito
francescano, assumendo il nome di Francesco Maria di san Pio, e il 7 maggio 1797, compiuto
lanno di noviziato, emise la solenne professione. Dal noviziato fu mandato a Roma
nel convento di Aracoeli perché vi apprendesse le scienze divine: è da ritenere che a
Roma ricevesse gli ordini sacri e celebrasse la prima messa. Ritornato poi nella sua
provincia religiosa, fu prima in Busseto, poi a Ferrara, ove dimorò molti anni.
Nonostante una vita ritirata e quasi nascosta agli occhi del mondo, pure la fama delle sue
virtù fu tale che affluebant ad ipsum et cives ferrarienses et finitimi populi
benedictionem et consolationem in morbis et afflictationibus cupientes. Secondo quanto
scrive Luigi Canali (Memorie e documenti, Parma, 1885), per intercessione del Varoli
furono ottenute non poche grazie e furono operati prodigi su infermi giudicati incurabili:
de eo mira narrantur, scilicet translationes de loco in locum longinquum temporis momento;
sanitates restitutae, dum salus a medicis desperabatur. Se non che, emanata nel 1810 la
legge di soppressione dei conventi, il Varoli si vide obbligato a rimpatriare, lasciando
nella desolazione la città di Ferrara (universa ferrariensi civitate plorante discessum
viri, quem Patris Sancti nomine appellabant). Pervenuto al fiume Po, sul quale si doveva
imbarcare alla volta di Parma, a mala pena poté liberarsi dal popolo che ne voleva
impedire la partenza. Lungo il viaggio, fece sosta a Guastalla, dove i cittadini,
acclamandolo santo, ne invocarono la benedizione: le dimostrazioni di entusiasmo furono
tali che il governo, temendo disordini, gli diede ordine di riprendere immediatamente il
viaggio. Giunto finalmente a Parma, prese stanza nella casa paterna, ove, vivendo come nel
chiostro, nonnisi in cultura spiritus et bonis operibus animum occupabat. Morì dopo
essere stato colto da febbre acuta, contratta, sembra, nellassistere gli infermi.
Alla sua morte, tutti gli oggetti di sua pertinenza furono distribuite in reliquie. Venne
sepolto nella chiesa della santissima
Annunciata entro la cappella di San Francesco, con apposita iscrizione in marmo. Luigi
Taeschi, procuratore della Causa dei Santi presso la Sacra Congregazione dei Riti, nel
1886 raccolse documenti per lintroduzione della causa di beatificazione.
FONTI
E BIBL.: Beato Buralli 1889, 181-184 e 190-192.
VAROLI GIAMPIETRO, vedi VAROLO GIAMPIETRO
VAROLI GIUSEPPE
Collecchio
1849/1859
Fu sindaco del Comune di Collecchio nel 1859. Fu inoltre consigliere anziano del comune di Collecchio tra il 1849 e il 1858.
FONTI
E BIBL.: Almanacco di corte per lanno 1859; Malacoda 10 1987, 76.
VAROLI
PIAZZA ANGELO
Parma
21 febbraio 1896-Roma 31 dicembre 1959
Frequentò dapprima una scuola tecnica, iscrivendosi poi allAccademia navale
di Livorno. giovanissimo, partecipò alla
prima guerra mondiale non solo come ufficiale di Marina ma anche quale pilota di
dirigibili. Allo scoppio della seconda guerra mondiale gli venne affidato il comando della
Giulio Cesare, con la quale prese parte alla battaglia di Puntaspina: in quella occasione
ricevette una prima medaglia dargento al valor militare. successivamente fu ancora decorato con una
medaglia dargento, oltre a tre medaglie di bronzo al valor militare (queste ultime
guadagnate come dirigibilista nei cieli del Piave e del Tagliamento). Raggiunse il grado
di Ammiraglio. Il Varoli Piazza fu promotore, nel primo dopoguerra, dellistituzione
del cantiere navale di Boretto. Fu sepolto nel cimitero della Villetta di Parma.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 gennaio 1960, 4; Aviatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 15
maggio 1978, 3.
VAROLI
PIAZZA FRANCESCO
Parma
22 agosto 1880-post 1927
Figlio di Cesare ed Emma Barbugli. Fu valente avvocato civilista. Occupò varie
cariche pubbliche e fece parte, come rappresentante del Comune di Parma, del Consiglio di
Amministrazione del Collegio Maria Luigia di Parma (1927).
FONTI
E BIBL.: Annuario del Regio Convitto Maria Luigia, 1927, 17.
VAROLO GIAMPIETRO
Borgo
San Donnino 1588
Figlio di Gislamerio. Orefice attivo nella prima metà del XVI secolo e ancora nel
1588.
FONTI
E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XIX, 1824, 64.
VAROLO NICCOLÒ
Borgo
San Donnino seconda metà del XV secolo-post 1523
Appartenne
a nobile e illustre casato borghigiano. Fu valoroso Capitano e, come tale, prese parte a
numerose campagne di guerra. Di lui si ricorda, in particolare, che nel 1523, per incarico
del Governo francese, sostenne bravamente Cremona al seguito del generale Colonna nella
difesa organizzata contro gli Spagnoli.
FONTI
E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 479.
VARRON AGOSTINO
Parma
23 giugno 1836-Calatafimi 15 maggio 1860
Figlio di Carlo e di Ippolita Pavesi Negri. Prese parte alla spedizione dei Mille
di Garibaldi, assegnato ai carabinieri genovesi. Morì nella battaglia di Calatafimi.
FONTI
E BIBL.: G.Micheli, Rocca Sanvitale, 1922.
VARRON ALFREDO
Parma
4 marzo 1834-Parma 7 marzo 1867
Figlio di Carlo e di Ippolita Pavesi Negri. Fu educato nel Collegio Maria Luigia di
Parma insieme ai fratelli Lodovico e Agostino. versato
nelle patrie lettere, studiosissimo di Dante, il Varron per altro si diede alle discipline
matematiche, in cui si addottorò nel 1855. Nel 1859, compiuti gli studi pratici,
conseguì la laurea in ingegneria civile. Non potendosi arruolare soldato nel 1859 perché
non fatto idoneo dai medici, concorse alla cattedra di matematica, resasi allora vacante nelluniversità di Parma, che vinse. Poi continuò
tale insegnamento nel Liceo, al quale passò per il riordinamento degli studi, mantenendo
però sempre il grado di professore universitario. Fondò la Società per
listruzione popolare gratuita dei maschi. Fu eletto nel 1861 consigliere Comunale, nel 1864 fece le funzioni di
Sindaco e nel 1865 fu dal Governo insignito dellordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.
FONTI
E BIBL.: S. Massari, in Gazzetta di Parma 9 marzo 1867, n. 59; G.B. Janelli, Dizionario
biografico dei Parmigiani illustri, 1884, 56-59; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915,
423; Aurea Parma 2/3 1971, 166.
VARRON MICHELE
Piemonte-post
1831
Ebbe parte di rilievo durante i moti del 1831. La polizia compilò per il Varron la
seguente scheda segnaletica: Oltre ad essere stato membro del consesso civico,
distinguendosi pel suo calore alla rivolta, fu quegli che recossi in Castello con un
ammasso di coccarde tricolori per distribuirle ai soldati del reggimento, che sulle prime
si rifiutarono di accettarle; ma dietro la persuasione del sig. Maggiore Crotti si
adattarono al tradimento. Oltre a ciò il Varron andò a incontrare a S. martino il battaglione che servì di scorta a S.
M. quando partì, ed egli stesso fu incaricato dal consesso civico della distribuzione
delle coccarde al battaglione medesimo, In seguito fu sottoposto a sorveglianza.
FONTI
E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937,
215.
VARRONE, vedi GROSSARDI GIOVANNI
VASCELLI
SERAFINA
Parma
1812
Dilettante di canto, fu una delle migliori allieve del maestro Francesco Fortunati.
Il gervasoni la ricorda nel 1812 quando, in
età ancora giovanile, eseguisce i più difficili pezzi di canto con molta grazia ed
espressione.
FONTI
E BIBL.: C. Gervasoni, Nuova teoria di musica, 1812, 293.
VECCHI AMELIA
Parma-post
1928
Soprano, nel gennaio 1926 cantò al Teatro comunale
di Cosenza nellAndrea Chenier.Nel successivo settembre fu Adina nellElisir
damore che Renzo Martini diresse al Teatro reinach
di Parma e poi in altri paesi della provincia.Cantò al Teatro Regio di Parma
nellautunno 1925 nella serata in onore di Benito mussolini, in un concerto vocale
dellestate 1927 e nel successivo Carnevale nella sonnambula (Lisa).
FONTI
E BIBL.: G.N.Vetro, Reinach, 1995, 500, 557.
VECCHI ARISTIDE
1910-Parma
12 luglio 1997
Fu uno dei maestri parmigiani della fotografia, tra i più grandi ritrattisti. I
primi rudimenti del mestiere li apprese alletà di sette anni nello studio di
Marcello Pisseri in via Farini, poi si affinò allatelier Vaghi in via Cavour (il
fotografo di casa Savoja), una specie di università per gli artisti dellimmagine
degli anni Trenta. erano i tempi di lastre,
macchine di legno, treppiedi e lunghe pose. I colleghi del Vecchi si chiamavano Libero
Tosi, Alberto Montacchini e Alberico Zambini. Imparato il mestiere, il Vecchi trovò uno
spazio in via Garibaldi, dove poi svolse tutta la sua carriera. Fece anche una esperienza
breve e fortunata in Venezuela, ma non resistette alla nostalgia della sua città. Uomo
legato al passato e alla storia della fotografia, il Vecchi fu però sempre molto
sensibile alle nuove tecnologie, avendo capito il grande sviluppo che avrebbe avuto quel
mestiere. Il Vecchi fu infatti uno dei primi fotografi ad aprire un laboratorio per lo
sviluppo delle fotografie a colori.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 luglio 1997, 10.
VECCHI ARTURO
Parma
16 agosto 1895-Rio de Janeiro febbraio 1969
Figlio di Secondo, impiegato, e di Marianna Rognoni, emigrò in Brasile nel 1924,
alletà di diciassette anni, e in breve seppe raggiungere una posizione di assoluto
rilievo nel campo editoriale, fondando una casa editrice e portandola a grandi
affermazioni. In riconoscimento della sua attività, nel 1964 fu nominato cittadino
onorario di Rio de Janeiro per il suo contributo alla editoria culturale brasiliana. Morì
in seguito ad attacco cardiaco.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 23 febbraio 1969, 5.
VECCHI BEDA ISAURO PIETRO
Parma
9 agosto 1842-Sampierdarena 14 aprile 1912
Figlio di Giovanni e di Gioconda Passera. A soli 17 anni abbandonò la famiglia e
gli studi e, riuscito a passare il confine, si trasferì in Piemonte, ove si arruolò
nellEsercito. Fece da volontario la campagna del 1859. Nel 1860, essendosi
costituito lEsercito dellItalia centrale,
passò in questo, seguendone le vicende. Allassedio di Ancona si distinse per
ardimento e intelligenza, cosicché fu fregiato di medaglia di bronzo al valor militare e
promosso sottufficiale. questa
promozione lo indusse a passare, a sua domanda, effettivo. Seguì così la carriera
militare, raggiungendo durante la campagna del 1866 il grado di Sottotenente. appartenne al 4° battaglione del 49° Reggimento
fanteria. A Villafranca tenne un contegno così fermo che gli meritò la medaglia
dargento al valor militare. Terminata quella campagna, fu mandato in Calabria per
soffocare la lotta dei briganti contro il nuovo ordine costituito. spiegò anche in quella circostanza un indomito
valore: il Vecchi fu impiegato nellopera di repressione per ben cinque anni, per
quanto più volte fosse stato ferito. Ne ottenne come riconoscimento una seconda medaglia
dargento al valor militare. Raggiunse nalla riserva il grado di Tenente colonnello.
FONTI
E BIBL.: V. Giglio, in Dizionario del risorgimento,
4, 1937, 539; A. Ribera, Combattenti, 1943, 381.
VECCHI DAVIDE
San
Martino Sinzano 22 febbraio 1857-Soragna 17 dicembre 1917
Figlio di Giovanni e Adelina Bandini. Si stabilì a Parma, ove frequentò le scuole
presso i Fratelli delle Scuole Cristiane. entrato
nel Seminario di Parma e ordinato sacerdote, vi rimase quale docente, coadiuvando don
Leni, parroco di Santa Maria Borgo Taschieri in Parma. Il vescovo Miotti lo inviò
Arciprete a Soragna, succedendo ad Antonio Ghezzi, nominato canonico penitenziere in
Cattedrale. Il 22 settembre 1884 fece il suo ingresso in parrocchia. Già professore
ginnasiale in seminario, fu sua prima cura
quella di dare la massima importanza allinsegnamento della dottrina cristiana,
profondendo poi in essa tutte le sue migliori energie. Legato da profonda amicizia con il
cardinale Ferrari, di cui era stato discepolo, lo chiamò più volte a Soragna per
predicazioni e funzioni sacre e il 21 settembre 1890, da poco eletto vescovo di Guastalla,
il presule gli riservò la sua partecipazione alla festa della Beata Vergine Addolorata.
Fu pure molto vicino a monsignor Agostino Chieppi, fondatore della Congregazione delle
Piccole Figlie. Favorì il sorgere di nuove vocazioni sacerdotali, tanto che nel 1909,
celebrandosi il suo 25° di parrocchialità, ebbe la consolazione di vedersi circondato da
ben nove suoi allievi già sacerdoti. Assai dotto e versato nelle scienze teologiche, fu
promosso da monsignor Miotti a membro dellAccademia di San tommaso, mentre monsignor Magani lo volle
esaminatore prosinodale. Amante della storia, lasciò un saggio della sua cultura
tracciando, nel corso di una tornata accademica del 1895, un dotto profilo sulle Glorie
del clero parmense nel secolo XIII. Lasciò suo erede universale lospedale civile di Soragna affinché provvedesse
ai bisogni dei poveri.
FONTI
E BIBL.: I.DallAglio, Seminari di Parma, 1958, 195-196; B. Colombi, Soragna:
cristiani ed ebrei, 1975, 38.
VECCHI EDOARDO
Carignano
di Parma 9 dicembre 1893-Hamelburg 6 luglio 1918
Figlio di Clemente ed Elvira Bernieri. contadino,
fu chiamato alle armi per mobilitazione e assegnato al 97° Fanteria. Si distinse per
singolare ardimento, che lo rese degno della medaglia di bronzo al valor militare. nel corso di unavanzata nemica venne fatto
prigioniero coi compagni e mandato nel campo di concentramento di Hamelburg. Vi morì per
tubercolosi.
FONTI
E BIBL.: A. Coruzzi, Caduti di Vigatto, 1924, 48.
VECCHI ERCOLE
Parma
1866
Sergente, fu decorato con medaglia dargento al valore militare dopo la
battaglia di Villafranca (24 giugno 1866).
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 agosto 1980, 3.
VECCHI FRANCESCO
Parma
12 agosto 1787-Monaco di Baviera post 1838
Dotato di bellissima voce tenorile, ebbe le prime lezioni di canto da un chierico
di Parma, poi completò la preparazione con Ferdinando Carrozzi. Iniziò a cantare nelle
chiese della città natale, poi, contro il volere della famiglia, debuttò a Guastalla
riscuotendo un vivo successo. Ebbe così inizio una brillante carriera che lo vide a
fianco delle stelle del momento, tra le quali anche la Boccabadati. La Gazzetta Nazionale
della Liguria, a proposito della sua esibizione al Teatro SantAgostino di Genova nel
Carnevale 1814-1815 nella contessa del colle
erboso di Pietro Generali e nellinganno
felice di Rossini, scrive: Il tenore, il signor Vecchi, vi figura e vi brilla pel canto e
pel vestiario in una maniera distinta. Nel 1838 si trovava a Monaco di Baviera con la
qualifica di Cantante di camera al servizio di S.M. il Re di Baviera. Nonostante tale
impiego, il Vecchi fu però libero di fare due teatri allanno a proprio vantaggio.
Continuò ad abitare a Monaco per il resto della vita e si presume sia deceduto in quella
città.
FONTI
E BIBL.: Frassoni; P. Bettoli, I nostri fasti musicali, 166; N. Pelicelli, Musica in
Parma, 1936, 280; G.N.Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 3 aprile 1983, 3.
VECCHI GAETANO
Parma-post
1882
Nel febbraio 1882 compose la mazurka Gli augelli al nido e il galop Il dondolo.
FONTI
E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario Addenda, 1999.
VECCHI GIOVANNA, vedi VECCHI GIOVANNINA
VECCHI GIOVANNINA
Parma
1820/1844
Cantante.Si produsse al Teatro di Parma durante il Carnevale del 1820-1821 e in una
accademia data al Teatro Ducale di Parma la sera del 24 ottobre 1821, in occasione della
venuta a Parma dei principi di Sassonia. Nellottobre 1844 cantò al teatro comunale
di Bologna nellErnani.
FONTI
E BIBL.: P. Bettoli, I nostri fasti musicali, 167; P.E. Ferrari, Gli spettacoli, 60; N.
Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 280.
VECCHI GIUSEPPE
Borgo
San Donnino 1836/1863
Figlio di Carlo. Uomo assai colto, aprì una tipografia in Borgo San Donnino nel
1836, con la quale sperò di rialzare, senza per altro riuscirvi, le incerte sorti del
patrimonio di famiglia.
FONTI
E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 936.
VECCHI GIUSEPPE
Parma
5 gennaio 1886-Fidenza 4 maggio 1965
Si laureò a Parma in Medicina e Chirurgia e quindi si perfezionò
allIstituto Rizzoli di Bologna in Ortopedia, quale allievo di Putti. Allo scoppio
della prima guerra mondiale, il Vecchi divenne Sottotenente medico e fu assegnato
allOspedale militare di Parma. Col grado di Tenente fu poi inviato al fronte. Dopo
aver esercitato la libera professione, aprì a Parma la Casa di cura Inzani presso lo
stabilimento Barilla, che nel 1932 trasportò nello Stradone Umberto I. Il Vecchi fu il
direttore e il chirurgo della clinica. Oltre le scienze mediche, coltivò pure con grande
passione la musica, riuscendo buon pianista. fu
per diversi anni critico del Piccolo e della Gazzetta di Parma. La sua attività musicale
lo portò a essere nominato presidente del Conservatorio di musica in Parma, presidenza
che tenne con impegno e con onore, tanto da meritarsi lonorificenza di commendatore.
Si interessò sempre di letteratura e fu scrittore lui stesso. Resse pure il Centro
elioterapico di Parma. Dal 1960 si stabilì a Fidenza e volle donare la sua copiosa
biblioteca alla Biblioteca comunale della cittadina. Fu sepolto nel cimitero di Fidenza.
FONTI
E BIBL.: C.C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 203; Gazzetta di Parma 5 maggio 1965, 4.
VECCHI LEANDRO
-Parma
1 aprile 1878
Fu intrepido soldato garibaldino combattendo per il Risorgimento italiano.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 aprile 1878, n. 90; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915,
423.
VECCHI LOTARIO, vedi VECCHI LOTTARIO
VECCHI LOTTARIO
Parma
18 luglio 1888-Milano 1 settembre 1985
Il padre, Secondo, un ex carabiniere, gestiva insieme con la moglie, Marianna
Rognoni, una stazione di posta delle diligenze dei cavalli. Con lavvento del tram a
vapore, i genitori furono costretti a chiudere il locale e a trasferirsi alla Spezia, dove
il padre si adattò a fare il manovale. Il Vecchi, dopo una breve esperienza come
contabile nei cantieri navali della Spezia, a ventanni fu convinto da alcuni amici a
tentare la carriera nellAmministrazione pubblica. Partecipò così a un concorso per
trecento posti di tecnico delle trasmissioni telegrafiche, arrivando quattordicesimo in
graduatoria. Ma alla vigilia del primo giorno di lavoro preferì rinunciare
allimpiego: si mise a fare il venditore porta a porta di romanzi a dispense per uno
stampatore di Sampierdarena. Il Vecchi può a buon diritto essere considerato
liniziatore di un nuovo corso del giornalismo italiano: comprese che i fumetti
esercitavano un notevole impatto sui giovani lettori e che potevano quindi costituire
unattività editoriale commercialmente redditizia. La produzione dei settimanali a
fumetti inglesi parve al Vecchi uno strumento ideale per soddisfare la sete di avventura
propria dellinfanzia. Fu così che, fondata la casa editrice Flash, il 17 dicembre
1932 comparve il settimanale Jumbo, al quale arrise subito uno strepitoso successo. Vi
figuravano storie inglesi comiche e avventurose. Oltrepassando le aspettative dello stesso
Vecchi, Jumbo, raggiunse nel giro di qualche settimana una tiratura di 350 mila copie (il
Corriere dei piccoli vendeva 220 mila
copie). nel 1934 il Vecchi creò Laudace. Pubblicato dal 6 marzo 1934 al 4 gennaio
1941, tiratura 180 mila copie, Laudace
fu imperniato su personaggi avventurosi di origine americana, tra i quali figuravano Brick
Bradford, Tarzan di Foster, Mandrake (ribattezzato Drakeman), Audax di Flanders e Radio
Pattuglia. Il Vecchi legò il proprio nome anche al primo album di figurine venduto in
edicola: Gli animali di tutto il mondo, che aveva in copertina una coppia di koala.
Durante il fascismo, quando su un giornale apparve una fotografia del Vecchi accanto a
Nitti e al conte Sforza davanti alla nuova macchina tipografica Lambert acquistata per la
casa editrice già lanciata nelle pubblicazioni di giornali e fumetti, il regime cominciò
a perseguitarlo perché temeva che le pubblicazioni per ragazzi fossero soltanto un
paravento e che con le sue macchine potesse pubblicare clandestinamente scritti
denigratori del fascismo. Fu così costretto a lasciare lItalia. Dopo aver lavorato
in Francia, in Brasile e negli Stati Uniti, il Vecchi tornò in Italia e si stabilì a
Milano. Lucidissimo e in buona salute nonostante letà, fino a pochi mesi prima
della morte seguì in prima persona il lavoro della casa editrice Flash, con sede a
Sarzana, diretta da Gianni Carozzo, pronipote del cognato che durante la sua assenza aveva
mandato avanti la sua attività di editore. Il Vecchi fu sepolto a Lerici, dove aveva
costruito con i suoi primi guadagni di editore una villa in collina.
FONTI
E BIBL.: G. Molossi, in Gazzetta di Parma 2 settembre 1985, 7.
VECCHI MATTEO
Parma
1659
Sacerdote, fu cantore della Cattedrale di Parma in occasione della Pentecoste del
1659.
FONTI
E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.
VECCHI MATTIA
Parma
1656/1661
Sacerdote, fu cantore alla chiesa della Steccata di Parma dall11 febbraio
1656 fino al 30 dicembre 1661.
FONTI
E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.
VECCHI STANISLAO
Parma
10 luglio 1843-Parma 23 maggio 1903
Laureatosi nel 1864 in Matematica con un esame che gli meritò la menzione sulla gazzetta Ufficiale e una medaglia dargento,
dal 1864 al 1868 fu inviato dal Governo a perfezionarsi in Francia e nel 1868 si laureò
anche in Ingegneria. Insegnò dal 1869 al 1880 materie scientifiche (geometria
descrittiva, disegno assonometrico, disegno e composizione delle macchine) prima
allAccademia di Belle Arti di Parma e poi allUniversità di Parma, ove fu
Preside della Facoltà di Scienze e anche Rettore dellAteneo per sette anni. Come
studioso ha al suo attivo una grande quantità di opere sui più complessi problemi
riguardanti la scienza pura e applicata, quali lidraulica, la meccanica, la
geometria e lingegneria. Tra i tanti titoli, vanno ricordati Limpossibilità
del moto perpetuo dimostrata in modo elementare (Parma, 1869) e Corso di meccanica pratica
sulle locomobili e sulle trebbiatrici (Parma, 1875). Pubblicò anche un interessante
Studio sul risanamento della città di Parma e scrisse saggi importanti, intorno a vari
argomenti delle sue materie predilette, sul Politecnico, sul Nuovo cimento e sulla Nuova Antologia. pubblico amministratore di grande probità, fu
consigliere provinciale e comunale e assessore del Comune di Parma.
FONTI
E BIBL.: A. De Gubernatis, Dizionario biografico degli scrittori, 1879, 1028; B. Molossi, dizionario biografico, 1957, 152-153; F. Tricomi,
Matematici italiani, 1962, 113.
VECCHI VALDEMARO
Borgo
San Donnino 7 ottobre 1840-Trani 9 febbraio 1906
Nacque da Giuseppe e Luigia Taxil, tra le più cospicue famiglie del luogo. La
fortuna della famiglia cominciò a declinare col nonno Carlo fino a decadere del tutto nel
1863 con il padre Giuseppe, uomo assai colto, che aprì una tipografia nel paese, con la
quale forse sperò di rialzare le incerte sorti del patrimonio. Il Vecchi, per le
sopraggiunte ristrettezze economiche, fu costretto a interrompere gli studi alletà
di quindici anni e a imparare un mestiere per vivere. Lasciò Borgo San Donnino in giovane
età e si stabilì a Milano presso guglielmini,
la più importante tipografia della capitale lombarda, per apprendere larte paterna.
peregrinando da un luogo allaltro in
quei difficili esordi, dopo la tappa milanese si fermò a Parma (1859-1862) e si diede al
giornalismo, esperienza fruttuosa, che riprese con successo negli anni della sua attività
in Puglia. Fu infatti scrittore chiaro e vivace e dotato di bella cultura (Croce). Nel
1862 andò a dirigere una tipografia ad Alessandria, ove poi si sposò. Ad Alessandria
acquistò in seguito una tipografia, finché nel 1868 un amico piemontese, direttore delle
Scuole di Barletta, gli consigliò di trasferire i suoi torchi nella città pugliese,
priva, come tutta la regione, di tipografie, facendogli balenare, per la particolare
situazione, buone possibilità di guadagno. Fu per il Vecchi unesperienza assai
dura, affrontata e sofferta, allinizio, nelle condizioni più ingrate. Il Vecchi da
principio fu costretto a ricorrere a operai del Nord. Ma questi restavano cinque o sei
mesi, un anno al massimo e poi facevano ritorno nelle loro città. Continuare a servirsi
di mano dopera così costosa, considerati anche i lunghi viaggi che dovevano
affrontare gli operai forestieri, non era affatto conveniente e il Vecchi dovette
prodigarsi a formare sul posto le maestranze. Dopo la morte dellunico figlio,
abbandonò Barletta e trasferì i suoi torchi a Trani, spinto dal desiderio di allargare
la sua attività e di imprimere un impulso vigoroso alla vita intellettuale della regione.
Trani era sede di Corte di Appello e con le memorie degli avvocati offriva una base di
lavoro costante. Assicurata così la continuità lavorativa dei suoi torchi, non perdette
di vista laltro principale obiettivo: quello di migliorare il gusto tipografico e di
portare la stampa a un livello di decoro, di ordine e di dignità Gli avvocati del foro
tranese abbandonarono ben presto gli antichi tipografi e si rivolsero a lui. Più tardi il
Vecchi istituì una tipografia a giovinazzo,
presso lOspizio Vittorio Emanuele II, e poi unaltra a Sansevero, in provincia
di Foggia. Queste sue imprese non gli fruttarono alcun vantaggio economico e si
conclusero, sotto questo aspetto, in un vero e proprio fallimento. Dopo le disastrose
esperienze di Giovinazzo e Sansevero, concentrò la sua attività intorno alla sola
tipografia di Trani, cui aggiunse poi la Casa Editoriale, unica nelle Puglie, sebbene di
modeste proporzioni. In alcuni numeri del 1903 della Napoli nobilissima che il Vecchi stampò per conto della società di letterati e storici napoletani, si
legge il seguente annuncio: Editore V. Vecchi. Prima Casa Editrice pugliese, fondata nel
1868 (laddove leditore Giuseppe Laterza fece la sua prima apparizione nel 1901 con
una rivista quindicinale, La Puglia tecnica,
che durò in vita un anno soltanto). Il Vecchi partecipò allesposizione Generale Italiana del 1898,
sollecitato con insistenza dal De Cesare. NellEsposizione torinese (Arti grafiche e
industrie affini) ebbe un diploma di medaglia dargento. Nel 1898 pubblicò per
lEsposizione Generale di Torino un libriccino dal titolo Trentanni di lavoro
in Puglia, cenni storici di Valdemaro Vecchi, tipografo-editore, nel quale narra gli
sforzi che, nel suo alto concetto per la stampa, dovette sostenere per imporre i suoi
ideali in edizioni nitide e corrette, prive di quei fronzoli e fregi che ornavano le
pubblicazioni locali. il Croce lo commemorò
nel secondo numero della Critica del 1906 con parole dense di commozione, di affetto e di
stima. Il filosofo, che ebbe col vecchi
relazioni ininterrotte e quasi giornaliere per oltre ventanni e ne sperimentò la
rigorosa osservanza negli impegni e la vivacità dellintelligenza, riconobbe di
perdere con lui un cooperatore prezioso. Frutto della vocazione e passione giornalistica
del Vecchi sono il circondario di Barletta,
la Rivista di giurisprudenza (1876) e la
Rassegna Pugliese di Scienze lettere e arti (1884), di cui assunse la direzione per
evitare suscettibilità tra i collaboratori. Fu interrotta nel 1913 (nel 1966 ritornò
alla luce per merito di un editore di Santo Spirito, agostino Cajati, che ne affidò la rinascita e la
continuità a un gruppo di studiosi sotto la direzione dellarabista Francesco
Gabrieli, letterato di varia dottrina e finissimo saggista). La Rassegna Pugliese
rappresenta senza dubbio una delle benemerenze più alte del Vecchi. La rivista esercitò
unazione stimolante e positiva e colse frutti cospicui. Quando venne meno la sua
presenza, si eclissò e decadde la tradizione culturale da essa raccolta e potenziata e la
Puglia perse il suo più valido strumento di pungolo e di guida, come indissociabile
realtà geografica e spirituale. La Rassegna Pugliese fu molto apprezzata per la serietà
e importanza degli articoli ma anche per leleganza e la proprietà della veste
tipografica. Tra i collaboratori, sono da ricordare il giovanissimo Croce (che firmò
talvolta con lo pseudonimo Rodolfo-Colline), Giustino Fortunato e Antonio Salandra. Il
programma cui si ispirò era rivolto ai problemi più vivi della realtà pugliese e
meridionale più in generale, allo scopo di rinnovarla e trasformarla, secondo le più
illuminate istanze di giustizia e di civile progresso. Arnaldo cervesato, dopo aver rilevato la grandezza del vecchi nel culto e nella perizia della sua arte,
lo chiamò, forse anche per leccezionale opera di divulgazione e di irradiazione
culturale che egli realizzò, primo tipografo dellItalia moderna. Della ricchissima
produzione uscita dai suoi torchi, merita di essere ricordata la monumentale opera su La
Terra di Bari, i volumi dei Codici diplomatici e dei Documenti e monografie della Commissione di Archeologia e
Storia della Provincia di Bari, le quindici annate della Napoli nobilissima (1892-1906), per conto della Società
di letterati e storici di quella città, di cui facevano parte Croce, Di Giacomo e
Michelangelo Schipa. Essa si propose di ravvivare il passato di arte e di cultura di
Napoli, in una forma letteraria che voleva essere lucida e viva. Inoltre sono da ricordare
i tre volumi in edizione di lusso della Biblioteca napoletana di storia e letteratura
(1894) diretta da B. Croce (Le Rime del Cariteo, Lo cunto de li cunti di G.B. Basile,
LEcloga e i poemetti di L. tansillo) e
infine lopera del filosofo abruzzese dal titolo La critica letteraria. Questioni
storiche. Elegantissima edizione, questultima, dello stabilimento del Vecchi, su
carta a mano. ma la sua benemerenza più
alta ed eccezionale fu la stampa de La Critica, che esercitò unazione stimolante e
rinnovatrice nella storia della cultura italiana e delle idee in generale. Tra gli onori
ufficiali che il Vecchi ebbe in vita si ricordano la Croce di Cavaliere della Corona
dItalia (1884), a premio della sua operosità in favore della diffusione delle
lettere e della cultura in Puglia, e quella di Cavaliere Ufficiale (gennaio 1900). Nel
1887 la Regina margherita gli fece omaggio
di un magnifico gioiello fregiato delle sue iniziali, a compenso di una copia del lavoro
svolto da Andrea Calenda di tavani su
Ramondello Orsini: storia napoletana del Trecento. Successivamente alla Mostra provinciale di Bari del 1900 gli venne conferita
la medaglia doro. Una lapide fu apposta nel 1906 sulla facciata di Palazzo Sarri a
Trani, che ospitò la Tipografia Vecchi, con questa intestazione: Qui visse lavorando,
soffrendo per ventisette anni Valdemaro Vecchi da Borgo S. donnino Cittadino nostro per elezione E qui morì
a IX Febbraio MCMVI. Tipografo, editore, pubblicista che innalzò la stampa a memoranda
altezza, fulgida glora dinsigne merito civile.
FONTI
E BIBL.: V. Vecchi, Delle attuali condizioni della tipografia nelle provincie meridionali,
in raccolta di scritti vari inviati per
nozze Beltrani-Jatta, tra-ni, V. Vecchi,
1880, 237-258; V. Vecchi, trentanni di
lavoro in Puglia. Cenni storici, Trani, V. Vecchi, 1898; A Cervesato, Valdemaro Vecchi, in
La nuova parola, aprile 1906; B. Croce, Valdemaro Vecchi,
in La Critica IV 1906, 167-168; B. Croce, Valdemaro Vecchi, in Napoli nobilissima II 1906, 17; G. beltrani, Valdemaro Vecchi. (Discorso
commemorativo e ricordi), Trani, Vecchi e C., 1906; E. Beltrani, Cenno storico ed indice
generale della Rassegna Pugliese per le annate dal 1884 al 1906, (vol. I-XXIII), Trani, vecchi, 1910; B. Molossi, Dizionario biografico,
1957, 153; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 479-480; N. Pastina,
Larte della stampa in Puglia. I primi scritti di Benedetto Croce, la Rassegna
Pugliese e leditore Vecchi, Bari, Cressati, 1962; B. Ronchi, Valdemaro Vecchi. Un
grande benemerito delleditoria e della cultura pugliese, in La Rassegna Pugliese
fasc. 1, 3, 5, 9 1966, 40-55, 256-275, 402-435, 672-693; A. Ciavarella, in Aurea Parma 1
1971, 11-22.
VECCHI BEDA ISAURO PIETRO, vedi VECCHI BEDA ISAURO PIETRO
VECCHIETTI
DAMIANO
Parma
prima metà del XVI secolo
Orefice
attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI
E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, III, 393.
VEGGIO AGOSTINO, vedi VEGGIO GIOVANNI AGOSTINO
VEGGIO GIOVANNI AGOSTINO
Parma
1575/1590
Compositore. Nel 1575 fu al servizio del duca di Parma Ottavio Farnese. Fu autore
delle seguenti composizioni (pubblicate): Madrigali a cinque voci libro primo (Parma,
1574) e Il primo libro de Madrigali a quattro voci (Parma, 1575); mentre altri suoi lavori
sono compresi in antologie a stampa fino al 1585. Tra il 1587 e il 1590 fu maestro di
cappella alla Cattedrale di Carpi.
FONTI
E BIBL.: G. Turini, LAccademia Filarmonica di Verona, Verona, 1941; A. Einstein, The
Italian madrigal, Princeton, 1949; H.C.
Slim, The keyboard Ricercar and Fantasia in
Italy ca. 1500-1550, Diss., Harvard University, 1960; H.C. Slim, keyboard Music at CastellArquato by an Early
madrigalist, in JAMS 1962; J. Haar, The note
nere madrigal, in JAMS 1965; J. Haar, Notes on the Dialogo de musica of Anton Francesco
Doni, in ML 1966; H.C. Slim, in Grove; Dizionario
dei musicisti Utet, VIII, 1988, 182.
VEGLIOLI BARBARA, vedi VIGLIOLI BARBARA
VELENFELD BONIFAZIO, vedi WELLENFELDT BONIFAZIO
VELLEIUS
LUCIUS NOVELLUS
Parma
II secolo d.C.
di
condizione incerta, dedicò unepigrafe, databile al II secolo d.C., per la coniunx,
di cui è andato perduto il nome con la prima parte dellepigrafe, ma di cui restano
indicati il tempo di vita o quello di vita coniugale: diciassette anni, dieci mesi, un
giorno. Velleius è nomen raro nellItalia settentrionale a nord del Po, attestato
nella Cispadana soltanto a brescello nel
Reggiano e nella Tabula Veleiate: indica forse una famiglia originaria di Veleia. Novellus
è cognomen già documentato a Parma, presente, ma sporadicamente, in Africa.
FONTI
E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 190.
VELUTI FRANCESCO MARIA
Parma
seconda metà del XVI secolo
Orefice attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI
E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 344.
VELUTI OTTAVIO
-Parma
10 luglio 1630
Sacerdote. Cantò come basso, eletto in luogo di Pietro Paolo Canti, il 10 dicembre
1610 nella cappella della Steccata di Parma e come suonatore di trombone il 17 marzo 1617.
Morì di peste.
FONTI
E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 85.
VELUTI PIETRO PAOLO
Parma
1590/1618
Saceerdote, cantò come basso della Cattedrale di Parma nel 1590. Passò poi, come
cantore, alla chiesa della Steccata di Parma il 5 aprile 1596 e il 18 dicembre 1598 vi fu
nominato vicesagrista (lo si trova in tale ufficio fino al 10 dicembre 1608 e, tra i
cantori, fino al 21 giugno 1613). Per aver trasgredito gli ordini della compagnia, venne licenziato il 30 giugno 1617. Il
21 luglio venne riammesso come cantore e il 13 novembre 1617 come cappellano
delloratorio delle Putte, dipendente dalla Steccata. Tra i cantori figura fino al
1618.
FONTI
E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 108.
VENANZIO DA PARMA, vedi PANIZZARI GIUSEPPE ANTONIO
VENANZIO DA SALSOMAGGIORE, vedi ARMANINI BENEDETTO
VENANZIO DA SAN ROCCO, vedi BONOMINI EUGENIO
VENERI GIROLAMO
Parma
1590-Parma 1 settembre 1630
Già sacerdote e poi frate cappuccino, fu vittima di carità verso gli appestati.
Compì la vestizione il 13 maggio 1617 e la professione di fede nel 1618.
FONTI
E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 504.
VENERI ORSOLA, vedi VENERI ORSOLINA
VENERI ORSOLINA
Parma
14 maggio 1375-Verona 7 aprile 1408
Nacque da Pietro e da Bertolina. Secondo la tradizione devozionale, la sua infanzia
fu segnata dallelezione a Dio: rifiutò di farsi allattare da una nutrice disonesta,
fu incapace di reggersi fino a cinque anni di età, ma portata in San Pietro Martire
cominciò a prendere vigore fino a giungere alla guarigione, infine a nove anni rivelò a
un sacerdote le sue speciali virtù intellettuali mostrandosi posseduta dalla grazia,
tanto da parlare delle cose divine con straordinaria proprietà e scurezza, senza essere
stata istruita da alcuno. Palesò doti speciali riferite non tanto alla possibilità di
operare miracoli, ma alla capacità di esercitare prodigi intellettuali, singolari per
età ed estrazione sociale. Nella Vita della Veneri, compilata da zanacchi, viene successivamente ricordato come
ella vivesse molto opportunamente appartata, per tutelarsi dai pericoli del mondo a causa
del suo aspetto particolarmente grazioso. Il riferimento, riportato dallAffò,
sembra riecheggiare la motivazione addotta per tradizione al ruolo dei monasteri
femminili, che a Parma pare abbiano esercitato una funzione di controllo sociale nei
confronti delle giovani aristocratiche dotate di prestigio e beni, affinché non
divenissero preda delle insidie mondane. Fin dallinfanzia fu tutta dedita alle
pratiche di pietà ed ebbe il dono di visioni o, come meglio dice Ireneo Affò, devote
contemplazioni, che furono da lei comunicate ai suoi direttori spirituali i quali le
registrarono in parecchi manoscritti che si conservano nellarchivio di Stato di Parma e in quello comunale di
Siena. Della sua appartenenza allordine
Benedettino parlano tutti i biografi parmensi, i quali la dicono monaca o almeno oblata,
ma il fatto è ignorato dal suo primo biografo, il già ricordato Simone Zanacchi, priore
della certosa dei Santi Maria e Girolamo di montello
presso Treviso, il quale, pur scrivendone la Vita nel 1472 (trascritta dai Bollandisti) su
richiesta delle Benedettine di San Quintino in Parma, dice anzi che la Veneri non volle
legarsi a nessun istituto religioso. È ben vero però che essa ebbe molti rapporti di
amicizia con la badessa di San Paolo, altro monastero benedettino di Parma, che le sue
reliquie ebbero sepoltura nella chiesa di San Quintino e che le benedettine ne conservarono e ne promossero il
culto. La Veneri decise di porre le sue straordinarie doti spirituali al servizio della
pace della Chiesa, ancora travagliata dallo scisma avignonese. Partì allora da Parma
nella primavera del 1393, alletà di circa diciotto anni, accompagnata da un gruppo
esclusivamente femminile (la madre, una parente e una fantesca), intraprendendo il viaggio
alla volta della Provenza. Preparata a superare insidie non comuni, la tradizione vuole
che, nei tratti più rischiosi del tragitto, fosse confortata dalla visione di San
Giovanni Evangelista, sua guida e protettore. Ad Avignone poté rivolgere la parola allo
stesso antipapa, che nonostante lindubbio interesse mostrato, rifiutò successivi
incontri con la Veneri. Si recò quindi a Roma da papa Bonifacio IX, il quale la rimandò
ad Avignone, dove però non venne neppure ricevuta dallantipapa Clemente VII. Al suo
ritorno nella città natale avvenne lincontro con Giangaleazzo Visconti, Signore di
Milano e governatore di Parma, al quale la Veneri si rivolse più volte per convincerlo a
governare con maggiore clemenza e giustizia. nellArchivio
di Stato di Parma, tra le carte dellex monastero di San Quintino, si conservano due
bolle di Bonifacio IX del 1396 (pubblicate dallAffò nel 1787), nella prima delle
quali, in data 22 febbraio, si concede alla Veneri di potersi fare assolvere in punto di
morte dal confessore da lei scelto, con remissione plenaria di tutte le sue colpe, e
nellaltra, del 1° marzo, si dà facoltà alla madre bertolina, vedova di Pietro e alla Veneri di
potersi recare in pellegrinaggio al Santo Sepolcro in compagnia di altre dieci persone da
loro scelte. Queste sono le uniche testimonianze documentali che si conoscono sui rapporti
della Veneri con la Santa Sede. È ancora ignota limportanza della sua attività per
la cessazione dello scisma, ma il fatto non può essere messo in dubbio. Nel 1396 compì
il viaggio in Terra Santa. Al ritorno si fermò a Venezia, dove lasciò unimpronta
così viva della sua santità che, a distanza di quarantanni dalla sua morte, la
Repubblica volle promuoverne la canonizzazione e diede inizio alla costruzione di un
monastero di monache sotto il suo nome (così almeno affermano le monache di San quintino in una supplica agli Anziani di Parma).
Da Parma venne mandata in esilio (come appartenente a famiglia della squadra dei Rossi)
nel 1405 da Ottone Terzi che si era impadronito del potere della città e temeva
linfluenza spirituale della Veneri sui suoi concittadini. Affò ritiene che il
forzato allontanamento dalla città non fosse dovuto a esplicita militanza nella squadra
dei Rossi, ma al fatto di essere coinvolta nella lotta politico-economica che, già dai
primi anni del XV secolo, faceva del ricco cenobio femminile del monastero di San Paolo
unambita preda da conquistarsi attraverso lelezione della badessa. Dopo un
breve soggiorno a Bologna, si portò con la madre a Verona, dove morì a 33 anni
detà. Alla morte del Terzi, la madre ne portò la salma a Parma e la seppellì
nella chiesa di San Quintino. Il suo culto fu confermato da papa Pio VI l11 febbraio
1786. La festa si celebra nella diocesi di
Parma il 7 aprile, con rito di terza classe. In San Quintino si celebra la festa popolare
la domenica in Albis.
FONTI
E BIBL.: Vita della Beata Orsolina, Parma, 1606; Acta SS. Aprilis, I, Venezia, 1735,
723-739 (Vita B. Ursulinae); I. Affò, Vita della Beata Orsolina da Parma, Parma, 1786;
Vita della B. Orsolina, in monumenta
Historica Prov. Parm. et Plac., Parma, 1859; N. Bartoli, Vita e viaggi della B. Orsolina
di Parma, Parma, 1887; M.C., Vita della B. Orsolina Venerii, Parma, 1908; Vies des Saints,
IV, 175; P. sannazzaro, in Enciclopedia
cattolica, IX, 1952, col. 380; A. Bresciani, Vite dei santi, 1815, 29-31; G.M. Allodi,
Serie cronologica dei Vescovi, I, 1856, 678-679; dizionario
ecclesiastico, II, 1955, 1241; Enciclopedia ecclesiastica,
VII, 1962, 898; I. Mannocci, in bibliotheca
Sanctorum, IX, 1271; T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 186-187; R. Pico, Teatro
de Santi e Beati della Città di Parma e suo territorio rappresentato con la
narrazione della vita di ciascuno di essi, Parma, MDCXXXXII,
653; C. Frugoni, La donna nelle immagini, la donna immaginata, in G. Duby-M.
Perrot, Storia delle donne in Occidente. Il Medioevo, 449-457; A. Volpato, Tra sante
profetesse e santi dottori: Caterina da Siena, in Donne e uomini nella cultura spirituale,
XVI-XVII secolo, a cura di E. Schulte van Kessel, Roma, 1986, 149-162; Aurea Parma 1 1996,
73-74.
VENERII o VENERJ ORSOLINA, vedi VENERI ORSOLINA
VENERONI
FRANCESCO
Luzzara-Parma
prima metà del XIX secolo
Il molossi nel vocabolario topografico (p. 298) scrisse che a
Parma ai primi dellOttocento vi era la manifattura distrumenti da fiato di
Francesco Veneroni da Luzzara, la quale, per quanto se ne può giudicarne sino da ora, dà
sicurtà di voler salire rapidamente in credito delle migliori.
FONTI
E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.
VENERONI
INNOCENTE
Parma-post
1850
Di questo compositore dilettante della prima metà dellOttocento, si
conoscono alcuni pezzi manoscritti per pianoforte (archivio di Stato di Parma, Lascito Sanvitale): garibaldi al tiro del bersaglio che incoraggia i
suoi connazionali, polka, Gloriosa entrata di garibaldi
in Varese, marcia trionfale, Due passi di mazurka a Venezia, Il bando delle semicrome
ossia La cacciata degli Austriaci dallItalia, polka, allaurora dun bel mattino, polka, ed
Esultanza di Garibaldi in occasione del suo sbarco in Sicilia, polka.
FONTI
E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.
VENTILIUS CAIUS PRAECONIUS, vedi PRAECONIUS VENTILIUS MAGNUS
VENTURA
ANTONIO
-Parma
1631
Dal 1622 al 1630 insegnò Istituzioni alluniversità di Parma. È ricordato dal Bolsi.
FONTI
E BIBL.: F.Rizzi, Professori, 1953, 40.
VENTURA
BONFIELLO
Parma
1618/1619
Fu lettore di Medicina nellUniversità di bologna negli anni 1618-1619.
FONTI
E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1930, 78.
VENTURA
CESARE IGNAZIO GIOVANNI
Parma
16 maggio 1741-Parma 21 giugno 1826
Figlio di Francesco Maria. Fu avvocato fiscale della Real Camera Ducale di Parma.
Resse come Primo Ministro di Stato dal 1789 al 1800 le sorti del Ducato di Parma in
situazioni quanto mai calamitose, pronto e solerte a pararne i rovesci e a barcamenarsi
onorevolmente a difesa dello Stato e dei suoi sovrani durante la Rivoluzione francese e
lascesa dellastro napoleonico. Seppe mantenere in piedi così, finché poté,
il Ducato, situato in una posizione chiave e perciò soggetto al transito di eserciti dei
diversi schieramenti, con relative conseguenze. Nel 1794 accompagnò Lodovico di Borbone,
principe ereditario, a Madrid, ove si recò per sposare Maria Luigia di Borbone, figlia di
Carlo IV. Indusse papa Pio VI a lasciare Parma e spiegò la sua sagace e prudente opera
anche dopo la morte di Ferdinando di Borbone (1802), allorquando il Département du Taro
fu sottoposto ai governatori francesi. Mostrò, in particolare, squisito tatto e abilità
nella presa di possesso del Regno di Etruria (1801), riscuotendo la più assoluta fiducia
dei sovrani. Ferdinando di Borbone scrisse di lui: il conte Ventura ubbidisce bene e
fatica con assiduità. Il figlio Lodovico di Etruria lo stimò al punto di volerlo suo
ministro di Stato a Firenze (1802-1807) e plenipotenziario del Regno dEtruria. Nel
1802, alla morte di ferdinando di Borbone,
fu membro della Reggenza, con francesco
Schizzati e Maria Amalia di Borbone, e così pure nel 1814 alla caduta del governo
francese. Quale plenipotenziario dei Borbone, eredi della duchessa Maria Amalia, concluse
con il conte Neipperg la vendita a Maria Luigia daustria della magnifica villa detta Il Casino dei
Boschi di Sala. Dopo il 1814 il Ventura fu nominato consigliere intimo di Maria Luigia
dAustria, che lo tenne in alta considerazione, e per lei disimpegnò ancora vari
incarichi amministrativi, pure in età avanzata. Fu decorato di numerose onorificenze: nel
1800 gli venne conferito il titolo di Marchese col feudo di Gallinella, fu nominato ancora
Senatore Gran Croce dellOrdine Costantiniano, Gran croce dellOrdine di Carlo III e Priore
dellordine di Santo Stefano. La sua
opera politio amministrativa, compresa tra quelle di Du Tillot e di Moreau de Saint Mery,
fu tale da potersi considerare loro pari. Anche il Drei conferma che il Ventura fu la
testa migliore del ducato. Vedovo dal 1810 della prima consorte, contessa Marianna
Rizzini, da cui ebbe un figlio, sposò in età avanzata la marchesa francesca Litta Modignani Serafini, dama
donore di Maria Luigia dAustria. Morì a 85 anni. La Duchessa ne scrisse, in
una lettera motu proprio, una fulgida lode.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 1826, 199; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani
illustri, 1877, 462-463; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 857; G.
Ventura, Ultimo ministro dei primi Borbone, 1971, 17; Palazzi e casate di Parma, 1971,
174-176; A.V.Marchi, Figure del Ducato, 1991, 118.
VENTURA
CESARE ILARIO GIOVANNI
Parma
8 luglio 1665-post 1702
Figlio di Francesco Maria e di Maria margherita
Cusani. Verso la fine del XVII secolo la famiglia Ventura riprese vigore e riapparve in
Parma con nuovo splendore. Lalleanza matrimoniale con la potente famiglia Tarasconi
riportò i Ventura in primo piano nella vita pubblica dei Ducati. Infatti il Ventura
sposò la contessa Anna Maddalena Tarasconi (figlia del conte Scipione e della nobile
Laura Landriani di Milano) e ne ebbe i figli Francesco Maria giuseppe, Luigia, Scipione e Fabrizio,
questultimo morto giovanetto. Il primogenito fu tenuto al fonte battesimale dal duca
Francesco Maria Farnese, il quale il 19 gennaio 1700 creò il Ventura Conte, con
privilegio in suo favore e per i suoi figli e discendenti maschi legittimi e naturali in
infinito, e l8 febbraio 1702 gli affidò il comando di una compagnia di 150 fanti
della città di Parma.
FONTI
E BIBL.: V.Spreti, . ArrigoniEnciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 857; Ventura,
Ultimo ministro dei primi Borbone, 1971, 16-17.
VENTURA FRANCESCA ROMANA, vedi LITTA MODIGNANI FRANCESCA ROMANA
VENTURA
FRANCESCO MARIA GIUSEPPE
Parma
17 agosto 1699-1770
Figlio di Cesare Ilario Giovanbattista e di Anna Maddalena Tarasconi. Addottoratosi
in legge, assunse ben presto incarichi nella magistratura
dello Stato, prima come componente e poi Caporuota del Consiglio Reale segreto. Fu inoltre avvocato fiscale della Real
Camera Ducale di Parma. Fu insignito nel 1735, dal gran maestro Carlos di Borbone, della
Gran Croce dellOrdine Costantiniano di San giorgio.
Accasatosi con la nobile Maria Antonia Agazzi, il Ventura ne ebbe tre figli e due figlie
ai quali impose rispettivamente i nomi del padre (Cesare, Giovanbattista e Ilario) e
quelli della madre e della sorella (Anna Maddalena e Luigia Felicita).
FONTI
E BIBL.: G. Ventura, Ultimo ministro dei primi Borbone, 1971, 16.
VENTURA
GIOVANNI
Parma
1620/1622
Liutaio attivo a Parma tra il 1620 e il 1622.
FONTI
E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.
VENTURA
GIOVANNI
Parma
21 ottobre 1894-Milano 1976
Risiedette e operò a Milano, dopo aver soggiornato molti anni a Knokke, in Belgio.
Diplomato allAccademia di belle Arti
di Bre-ra, pittore figurativo, di tipica espressione lombarda, predilesse il paesaggio e
la natura morta. Allestì varie mostre personali alla galleria Lux di Milano, lultima delle quali,
antologica, nel 1970. Partecipò a rassegne e mostre collettive regionali e nazionali, tra
le quali il Premio Città di Abbiategrasso (1966, 1967, 1968 e 1969) e il Concorso La rosa
doro di Cormano (premio della Provincia di Milano) del 1971. Vinse anche il trofeo
dellassociazione GABAC di Cormano del
1971.
FONTI
E BIBL.: Catalogo personale Galleria Lux, Milano, 1970; D. Villani, La Libertà 6 gennaio
1971; A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1974, 3406; Pittori italiani
dellOttocento, 1986, 560.
VENTURA GIUSEPPE, vedi MELEGARI VENTURA GIUSEPPE
VENTURA
ILARIO
Tizzano
1521-Parma febbraio 1604
Figlio di Pietro. Fu seguace accreditatissimo degli studi legali (Affò). Ascritto
al Collegio dei giudici di Parma, professò da principio in patria la giurisprudenza
civile nello studio parmense. Il 10 settembre 1564 il Ventura fu nominato Governatore di
Castellamare di stabia. Il 1° gennaio 1565
passò a Castro e ronciglione come Uditore
generale e il 29 gennaio 1566 fu officiato capitano di Altamura. Fu poi in molte rote
italiane e giudice al tribunale criminale a Genova e nel 1574 a Lucca, dove fu eletto
Podestà da quel Senato, carica che mantenne fino al 31 agosto 1575. Sia ad altamura che a Genova fu posto sotto accusa (fu
anche incarcerato) ma riuscì in entrambi i casi scagionato e assolto nei relativi
processi che gli furono intentati. Rientrato in patria nel 1581, ricoprì vari incarichi
comunali: fu consultore nellArte della Lana nel 1583 e nel 1596 e tra gli Anziani di
Parma nel 1590 come deputato dellAnnona. Amante della letteratura, scrisse diversi
sonetti e un Trattato della carcere, e della utilità, che ne risulta, andato perduto.
Morì alletà di 83 anni.
FONTI
E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 253-256; A.
Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 601-602; V.Spreti,
Enciclopedia storico nobiliare, IV, 1932, 857; Aurea Parma 2/3 1957, 107, e 2 1959, 110;
G. Ventura, Ultimo ministro dei primi Borbone, 1971, 14.
VENTURA
ILARIO
Parma-post
1781
Conte, allievo al Collegio dei Nobili di Parma, nel Carnevale del 1781 cantò nel
dramma pastorale La morte di Nice, rappresentato nel Teatro dellIstituto.
FONTI
E BIBL.: Sartori; G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.
VENTURA LINO, vedi BORRINI ANGELO
VENTURA
MARSILIO
Parma
1596/1614
Fu accolto nellArte della Lana di Parma nel 1596 e ne fu Sindaco nel 1597 e
nel 1600. Fu poi Proconsole, Anziano e ancora Proconsole più volte. Nel 1614 fu deputato
ad approvare gli Statuti dellarte dei
Merciai di Parma.
FONTI
E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 167.
VENTURA
MARSILIO MARCO GIUSEPPE
Cerreto
di Tizzano 20 luglio 1694-Parma 2 aprile 1786
Figlio di Troilo e di Lucrezia Ravasini. ottenne
la laurea di filosofia e medicina nelluniversità
di Parma il 18 luglio 1716 e fu ammesso il 22 dello stesso mese nel Collegio dei medici
della città (atti del notaio Pier Maria borchini).
Fu medico di Camera con esercizio del duca Francesco Farnese. Fu nominato professore di
medicina nellUniversità di Parma e dopo qualche tempo, nel 1743, venne nominato
medico di Camera con esercizio di S.M. Cattolica. Il Venturi ottenne licenza di leggere
libri proibiti dallInquisitore generale del Regno di Spagna il 7 dicembre 1743. Il
1° aprile 1749 fu elevato al grado di Professore eminente di medicina
nellUniversità di Parma. Fu ascritto a tre delle principali accademie delle Scienze dEuropa: il 5
settembre 1750 a quella di Madrid, il 5 ottobre 1752 a quella di Berlino e nello stesso
anno a quella di Londra. Fu insignito da Carlo di Borbone del titolo di Regio Consigliere
nel Consiglio dAzienda. Morì a 92 anni e fu sepolto nella chiesa del Carmine di
Parma. Una volta chiusa questultima chiesa, le ceneri del Ventura furono trasportate
nella Cattedrale di Parma, ove furono unite a quelle del figlio Troilo. Il medico Giuseppe
Volpini gli dedicò il suo opuscolo sopra i Vermicelli spermatici. Grande rinomanza
lasciò di sé in Spagna (dove rimase ventiquattro anni), da dove ritornò in patria ricco
di onorificenze e di averi. Morta la regina elisabetta
(1766), chiese e ottenne il suo congedo con pensione di 120 mila reali. Il Ventura curò
per la stampa le opere postume dello zio Tommaso Ravasini (lopera rimase inedita).
FONTI
E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 167-169;
G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 464.
VENTURA
TIZIO
Parma
1690-28 novembre 1775
Zio di Troilo. Fu Teologo collegiale a Pianello in Sannio e Abate privilegiato.
Morì a 85 anni e le sue ceneri furono collocate nella Catedrale di Parma, con epigrafe.
FONTI
E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 134.
VENTURA
TROILO
Parma
27 gennaio 1741-Parma 20 gennaio 1814
Nacque da Marsilio e da Eleonora Galli. Dal 1751 al 1757 fu educato nel Collegio
dei nobili di Modena. Dopo essere ritornato
a Parma, nel 1761 andò a Firenze per completare gli studi. A Firenze ebbe a maestro il
celebre giovanni Lami. Non volle
addottorarsi in giurisprudenza, benché ciò
fosse nei desideri del padre. Il Ventura coltivò con amore lo studio delle lingue latina,
francese, inglese e spagnola, dalle quali fece parecchie traduzioni. Negli ultimi anni di
vita studiò anche la lingua tedesca. Il 1° giugno 1763 acquistò dalla Camera ducale il
feudo di Neviano Arduini col titolo di marchese. Con atto del 7 agosto 1775 prese possesso
del feudo di Tizzano, concesso a lui e ai discendenti maschi dal duca ferdinando di Borbone. Nel 1766 si recò in
Spagna per accompagnare nel viaggio di ritorno il padre settantaduenne. Il duca ferdinando di Borbone lo elesse suo Consigliere
privato e il 17 febbraio 1787 nominò il Ventura primo
Ministro di Stato. Ma le continue intromissioni da parte di Ferdinando di borbone spinsero dopo breve tempo il Ventura a
presentare le dimissioni dallincarico, motivandole con uno stato di salute precario.
Respinte più volte, finalmente le dimissioni furono accettate il 16 agosto 1788. Da quel
momento il Ventura si ritirò nella sua villa di Vigolante e nel suo palazzo di Parma,
dedicandosi agli studi e rifiutando in più occasioni (aprile 1794, luglio 1797) di
accettare di nuovo, seppure temporaneamente, lincombenza di ministro. Essendo amante dello scrivere
epigrafico, ornò la propria casa campestre di molte sue iscrizioni. alcuni anni dopo avere del tutto perduto la
facoltà visiva, il Ventura morì pochi giorni prima del compimento del settantatreesimo
anno detà. Fu sepolto nella cattedrale
di Parma. Il Ventura scrisse, col nome arcadico di Drimonte pirgense, sonetti e odi. Fu iscritto
allAccademia Romana di Santa Lucia e acclamato Accademico dOnore in quella di
Belle Arti (1802). Nel 1767 sposò la nobile Anna Barbieri.
FONTI
E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 406-411;
V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 860; Palazzi e casate di Parma, 1971,
256-257.
VENTURA
BIANCHI GIUSEPPE MARIA
Parma
26 dicembre 1737-Parma 18 ottobre 1826
Frate cappuccino, fu predicatore e guardiano. Compì la vestizione nella provincia
di mantova il 2 ottobre 1759. Fu trasferito
nella provincia parmense nel 1770 e aggregato prima del Natale 1782.
FONTI
E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 594.
VENTURA
TARCHIONI SALVATORE GIUSEPPE MARIA
Parma
1774-Salsomaggiore 1851
Filantropo. Morì nella sua villa di salsomaggiore.
FONTI
E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1123.
VENTURI, vedi POLIZZI REMO
VENTURI
ADA
Parma
1895/1916
Acquafortista, fu autrice di puntesecche, stilizzatrice paziente e giapponesizzante
di fiori (R. Calzini). espose alla Mostra
nazionale dellincisione in Milano
(1915) una serie di puntesecche e prese parte alla Mostra londinese (1916)
dellAssociazione Nazionale acquafortisti
e Incisori italiani.
FONTI
E BIBL.: Emporium 41 1915, 190 e 191, 43 1916, 368; Esposizione dIncisione italiana,
Londra, 1916, XXI; L. Servolini, Dizionario incisori, 1955, 822; Arte incisione a Parma,
1969, 68.
VENTURI ANNA, vedi BARBIERI ANNA
VENTURI ILARIO, vedi VENTURA ILARIO
VENTURI MARCANTONIO, vedi VENTURI MARCO ANTONIO
VENTURI
MARCO ANTONIO
Parma
1510 c.-1576 c.
Fu celebre giureconsulto (ma non volle mai prendere la laurea). Fu inoltre ottimo
oratore ed elegante poeta. Gentiluomo di Camera e intimo Consigliere di Ottavio Farnese,
nel 1551 fu inviato a Cosimo dei Medici, duca di toscana,
per chiedere consiglio de modo tenendo con limperatore Carlo V e coi francesi (enrico
II). Poi fu inviato a papa Giulio III in una missione politica che riuscì molto bene. Pur
tra gli impegni degli affari politici, coltivò la poesia, imitatore non servile del
Petrarca, onde fu aggregato allAccademia degli Innominati, sotto il nome di Vario.
Cantò in rime Isotta Nogarola, moglie di Francesco Terzi, conte di Sissa.
FONTI
E BIBL.: Aurea Parma 2/3 1957, 106-107, e 2 1959, 110.
VENTURI MARSILIO, vedi VENTURA MARSILIO MARCO GIUSEPPE
VENTURI TIZIO, vedi VENTURA TIZIO
VENTURI TROILO, vedi VENTURA TROILO
VENTURINI
ADELCHI
Viazzano
7 novembre 1843-Viazzano 15 maggio 1902
Figlio
di Amadio e Celeste Grossardi. giovanni
Grossardi, il nonno materno, fu in esilio in Francia dopo i fatti del 1831. Un esilio
vissuto con quello spirito alfieriano che lo aveva già animato durante la detenzione a
Parma (dal 1822) e successivamente nel forte di compiano
(dal novembre 1825 al maggio 1828) per la sua partecipazione ai complotti carbonari del
1821. Nel 1833, pochi anni dopo quelle vicende, il futuro genero di Giovanni grossardi, Amadio Venturini, fu podestà di Varano
Melegari per decreto della duchessa Maria luigia
dAustria. Una nomina che premiò anche una fedeltà personale e familiare. Riesce
davvero difficile capire come ununione tra due famiglie così separate dalla
politica fosse possibile, se non si ricorda il clima di tolleranza che un governo
assolutista ma mite alimentava nel Ducato. Il Venturini giunse particolarmente desiderato
dai genitori, provati dalla morte in tenera età di figli nati in precedenza. Lamore
e lansia, soprattutto di Celeste, si riversarono così sul Venturini, generando lo
specialissimo rapporto con la madre, confidente e suggeritrice preziosa nei momenti
difficili delle scelte importanti. La prima di queste avvenne nel 1854, quando il
Venturini entrò nella Reale Accademia di Belle Arti di Parma. Certo non si trattò della
scelta autonoma di un bambino di dieci anni. probabilmente
i genitori assecondarono quella che a loro parve la naturale inclinazione del figlio. Gli
anni dellAccademia permisero, attraverso linsegnamento di maestri come Luigi marchesi e Pier luigi Montecchini,
lacquisizione delle tecniche necessarie, ma propiziarono anche amicizie durature,
come quelle con giorgio Scherer e con
Giuseppe Ferrarini. Dopo linterruzione dovuta alla seconda guerra
dindipendenza, il Venturini cominciò ad avere i primi contatti di artista col mondo
esterno. Furono gli anni della partecipazione al concorso dellAccademia, culminati
con lassegnazione del primo premio nel 1862. Sebbene proprio a proposito del
concorso il Venturini scriva, il 21 giugno del 1862, alla sorella Virginia in termini
ironici (io sarò sempre tenacemente lo stesso seccatore, scrittore, pittore,
macchiettista, smoderato, ed a momenti campagnolo sfegatato! Burasca era a lavorare nel
suo quadro concorsale navigliale e cannalesco), alla prova della realtà esterna la sua
inquietudine aumentò. Nacquero le prime rivalità, come quella con Camillo Scaramuzza, a
proposito del quale scrive alla madre il 3 maggio dello stesso anno: sio potessi mi
anderebbe molto a sangue il poterlo persuadere chegli non è poi mica un gran
pittorone come si crede di essere. Ma, soprattutto, nacquero lansia di fare qualcosa
che restasse e con essa il dubbio angoscioso di non riuscire. diciottenne (20 giugno 1862) scrive alla madre: ma
io non mi illudo, una carriera un poco brillante forse è troppo tardi per poterla
sperare: ma non dispero però di poter un giorno levare il mio nome dalloblio
universale! Dio mio sio dovessi persuadermi che, morto io, discendesse con me nel
sepolcro il mio nome: tassicuro che vorrei innanzi persuadermi di morire domani. La
lettera continua con questo tono e pare sufficiente per credere che il Venturini, forte
della fiducia e della stima del suo maestro Luigi Marchesi, credesse molto nella sua arte.
Seguirono i primi viaggi: a Torino nel 1864 per lEsposizione di Belle Arti e poi nel
1868 attraverso tutta lItalia. Sempre riportò le proprie emozioni e impressioni di
uomo e di artista alla madre. A Viazzano, nella grande casa di solido e tradizionale
impianto, si ricavò il suo piccolo angolo di bohème verso il giardino. In quelle stanze
ricevette le sue prime impressioni del Venturini artista la futura moglie, Albertina
Rossi. Nel suo diario la Rossi descrive (5 ottobre 1872) la sua visita a Viazzano: suonai
un poco e non mi mossi che per vedere la camera e lo studio di Adelchi, senza però che io
avessi osato richiederlo. Da ogni parte si vedevano tracce dellarte in mezzo ad un
disordine che aveva pure dellartistico. Nel 1876 avvenne il matrimonio, seguito
dalla nascita di due figli: Giulio e Margherita. Dopo il matrimonio, la vita del Venturini
sembra scandita più dalle occupazioni della campagna che dalla sua attività di artista.
Anche i viaggi divennero rari e spesso per motivi di salute, a Tabiano o a Recoaro per le
cure termali. Non abbandonò però del tutto gli interessi artistici. Nel 1881 visitò
lesposizione a Milano. La maggior parte della sua attività di artista si rivolse
soprattutto alla vecchia casa di famiglia, cui apportò modifiche sia architettoniche che
pittoriche. Intervenne nella struttura della casa creando un nuovo ingresso e modificando
e restaurando gli altri edifici che compongono il complesso della corte. Allinterno
affrescò il nuovo ingresso e un salottino adiacente con paesaggi lussureggianti ed
esotici, decisamente diversi da quelli che compaiono nei suoi quadri. costruì porte in legno e vetri multicolori che
collocò nella casa di Viazzano e in quella di campagna dei Rossi, a Varano Marchesi. La
sua vita, divisa con tormento tra occupazioni pratiche e interessi artistici, è descritta
implicitamente in una lettera che la madre gli inviò in quegli anni: tu non hai
lanimo tranquillo. Mettiti in pace con tutto e con tutti. Tu . Arrigonipuoi
certamente lavorare, ma molti sono i modi di lavorare, curando le cose tue. Per passatempo
puoi occuparti darte ma la tua intelligenza ti additerà se meglio convenga seguire
le orme tranquille e oneste del padre o la vita incerta dellartista. Lamico
Emilio Casa riuscì tuttavia a risvegliare ancora in lui lartista e il nipote del
carbonaro. Richiesto infatti di eseguire i ritratti dei carbonari parmigiani, il Venturini
si mise allopera recuperando gli originali con laiuto di Casa e, per quello
del nonno, dello zio Cassio che, a memoria, disegnò la figura del padre Giovanni perché
fosse di spunto alla rielaborazione del Venturini. Il 6 maggio 1886 Casa si dichiarò
gratissimo per i ritratti dei carbonari, fatti con disinvoltura e nella maniera che si
conviene per la illustrazione di un libro. Questultimo, però, uscì solo nel 1904:
troppo tardi perché il Venturini potesse vederlo. Il Casa lo coinvolse ancora
nellesecuzione dei ritratti dei Farnese, ma gli anni migliori (inquieti ma non privi
di speranze) erano definitivamente trascorsi. La morte dei genitori (Celeste nel 1879 e
Amadio nel 1881) aumentarono la sua malinconia e lintroversione e la morte della
moglie Albertina per febbre tifoidea a soli 39 anni, nel 1891, le accentuò, nonostante
laffettuosa presenza dei figli e di amici come Giorgio Scherer. Gli ultimi anni
trascorsero così, tra malinconie e ricordi, nel rimpianto di una vita divisa tra
aspirazioni contrastanti. Il primo saggio che rivelò le attitudini artistiche del
Venturini fu Canale naviglio
nellinterno di Parma, che eseguì alletà di circa sedici anni, ottenendo il
primo premio in gara con altri giovani pittori, tra cui francesco Scaramuzza.Mentre nella Visita alla
casa dei contadini linfluenza del Marchesi e dello Scherer si fondono,
nellopera Il giuoco della moscacieca, un simpatico e animato gruppo di famiglia, e
nellaltro Giovanetta che osserva un signore a cavallo, le figure diventano
protagoniste dei dipinti.Ma via via il Venturini acquistò la propria indipendenza e aprì
la serie dei piccoli capolavori in cui le figure da protagoniste assumono
unimportanza complementare rispetto al paesaggio.Così le espressioni migliori
dellattività del Venturini si rivelano nei numerosi paesaggi e in particolare nella
Vallata del Ceno, uno dei capolavori della paesistica parmense della seconda metà
dellottocento, sia per la sostanziosa
struttura plastica, che per la graduale conquista dello spazio e della luminosità.Sono da
ricordare del venturini anche numerosi
ritratti di famiglia, non tutti sullo stesso piano artistico.Qualcuno però, come nel
Ritratto della Madre, denota qualità plastiche determinanti, che trovarono più tardi
sfogo in alcune manifestazioni scultoree.
FONTI
E BIBL.: G. Copertini, Pittura dellOttocento, 1971, 134-136; C. Ricci, La Regia
Galleria di Parma, Parma, 1895; A. Sorrentino, La Regia galleria di Parma, catalogo, Roma, 1931;
G.Copertini, Adelchi Venturini, artista poco noto, in Gazzetta di Parma 23 gennaio 1968,
3; Dizionario Bolaffi pittori, XI, 1976, 288; Aurea Parma 2 1981, 184-188; A.Musiari,
Adelchi Venturini, un pittore patrizio del secondo Ottocento, Parma, 1994; B.M. venturini, in Adelchi Venturini, 1994, 9-14.
VENTURINI
AMADIO
Parma
6 febbraio 1802-1881
Figlio di Paolo Antonio e Rosalinda Riccardi. Sposò la nobile Celeste Grossardi.
Fu podestà di Varano de Melegari (1833).
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 19 maggio 1997, 5.
VENTURINI
ANTONIO
Viazzano
1550-1616
Fu prevosto di Viazzano dal 1577 al 1616.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 19 maggio 1997, 5.
VENTURINI CLARICE, vedi BENI CLARICE
VENTURINI
FERDINANDO
Corniglio
1802-Parma post 1862
Fu prima sostituto alla Cattedra di Materia Medica, Anatomia e Fisiologia e
Medicina Legale, poi professore di Materia Medica e di Terapia Generale (1837)
allUniversità di Parma.Fu priore della Facoltà Medica nel 1856. Il Venturini fu
membro della II, III e IV riunione degli scienziati italiani. Scrisse Tesi conseguenti ai
tre punti di scienza controversa (Parma, 1837) e Lettera al professor L. Caggiati
sullinfiammazione e il salasso (Genova, 1858).
FONTI
E BIBL.: Annuario dellUniversità di Parma 1854-1855 e sgg.; Almanacco di Corte dal
1840 al 1859; I. Cantù, Italia scientifica, 1844, III, 159; F. Rizzi, Professori, 76-77.
VENTURINI
FERDINANDO
Curatico
12 gennaio 1864-28 gennaio 1954
Compiuti gli studi in Seminario, fu ordinato sacerdote il 24 settembre 1887 da
monsignor Andrea Miotti. Celebrò la sua prima messa il 2 ottobre dello stesso anno,
solennità della vergine del Rosario,
nellOratorio di curatico.
Allapertura delle scuole del Seminario, vi ritornò per lultimo anno di
Teologia e nel luglio 1888 il vescovo lo nominò Economo spirituale di Villula, nel Vicariato di corniglio. Al suo arrivo in parrocchia, il 12
agosto 1888, la chiesa, la canonica e la casa mezzadrile offrivano uno spettacolo affatto
consolante e il Venturini dovette dormire per qualche tempo su quattro seggiole in cucina
per difendersi dalle acque piovane. Si trattava di rifare tutto senza mezzi, con poca
speranza di racimolarli e con grandi ostacoli da superare. Nel 1914 rinnovato il coro e
laltare maggiore. Nel 1920 il terremoto che colpì tutta la vallata diede il colpo
di grazia alla canonica, che fu necessario riparare subito. Il 28 ottobre 1926 un vento
impetuoso asportò al completo il tetto della chiesa e sulla fine del 1927 le tre vecchie
campane, non reggendo più perché ormai logore dal tempo, richiesero una sostituzione: un
nuovo concerto di quattro campane, consacrate di 10 giugno da monsignor Conforti, prese il
posto delle prime. Nel 1928 davanti alla chiesa fu costruita una bella canonica e la casa
mezzadrile fu rinnovata. In seguito il Venturini si fece promotore della Cassa Rurale
cattolica (1897) allo scopo del miglioramento religioso, morale ed economico dei
parrocchiani. La Cassa Rurale, di cui fu zelante animatore, fu liquidata nel 1935, dopo
aver reso tanti servigi a quelle popolazioni, provvedendo loro, specialmente durante la
guerra, il grano a prezzo di costo e agevolandole nei loro acquisti. Il Venturini fu
pellegrino per quasi tutte le parrocchie del vicariato: da Miano, che servì per
moltissimi anni, ad Agna (per dieci anni), a Ballone (per un anno e mezzo), a Petrignacola
(per tre mesi) e a Corniglio, in assenza del parroco. Il Venturini ebbe modo di
manifestarsi anche nella poesia: nei suoi versi esterna quello che il suo cuore gli
dettava a contatto con la natura, immagine del suo Creatore.
FONTI
E BIBL.: I.DallOlio, Corniglio e la sua valle, 1960, 235-237.
VENTURINI
GIAN CARLO
Parma
22 settembre 1732-26 agosto 1805
Figlio di Pietro Francesco e di Monica macchiavelli.
Con patente del 26 aprile 1788 fu creato nobile parmense e traslò dalla classe dei
cittadini a quella dei nobili piazzesi e gentiluomini del General Consiglio. Il Venturini
ebbe il grado di capitano nelle milizie ducali di Parma e compare nellalmanacco di Corte del 1791 tra i giudici della congregazione mista de Cavamenti. fu anche archivista coadiutore nellarchivio di Parma (1787). Dalla consorte, la
nobile pontremolese Maria Antonia zucchi,
ebbe numerosa discendenza.
FONTI
E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 866; Gazzetta di Parma 19
maggio 1997, 5.
VENTURINI
GIAN CARLO
Parma
22 gennaio 1911-Parma 21 settembre 1983
Professore ordinario di diritto internazionale dal 1940 presso la facoltà di
Giurisprudenza dellUniversità di Parma, trattò argomenti riguardanti la sua
disciplina in monografie di notevole pregio. La sua naturale propensione privatistica lo
portò alla trattazione di argomenti delicati e complessi riguardanti il diritto
internazionale privato. Affrontò temi relativi alla disciplina dellinfortunistica
sul lavoro, ai diritti reali e alle obbligazioni, che gli consentirono di avere una
visione organica di molti fenomeni e di molti aspetti delle relazioni economico-giuridiche
dei cittadini di differenti nazioni. Allievo di Giorgio Balladore Pallieri, dal maestro
apprese la serietà dellimpegno scientifico, il rigore del metodo e la necessità
del costante aggiornamento non soltanto nel campo strettamente delimitato della disciplina
studiata, ma anche in quelli affini. Avendo seguito questi criteri, poté tenere con onore
anche linsegnamento del diritto ecclesiastico, del diritto costituzionale, della
storia dei trattati e delle relazioni internazionali, appunto perché dispose di adeguate
conoscenze in ognuna di tali materie. Sentì il fascino della ricerca storica e il dovere
di illustrare antiche vicende della vita della città di Parma. naturalmente non dimenticò mai la sua
preparazione specifica, che gli aveva impresso la mentalità del giurista e
dellinternazionalista. Per questi motivi studiò due noti trattati riguardanti il
Ducato parmense. Essi, per quanto fossero già stati oggetto di esame da parte di storici,
anche di alto valore, offrirono materia per ulteriori molteplici osservazioni. Rilevò
come al di là degli eventi storici che avevano portato alla conclusione di quei due atti
internazionali e delle ragioni politiche che ne avevano consigliato la stipulazione e la
redazione cerano altri aspetti di quei documenti che dovevano essere meditati e
illustrati per metterne in evidenza il reale contenuto giuridico e il significato di certe
loro singolarità che non erano semplicemente formali. Essi sono il trattato di Londra del
1718 e quello di Firenze del 1844, che riguardarono, sia pure per differenti ragioni, il
Ducato parmense. Lesame di quei due trattati gli consentì di portare un contributo
alla storia del diritto italiano, anche perché essi, se esaminati dal punto di vista
indicato dal Venturini, servono a provare ancora meglio quanto fosse distorta la visione
dei problemi pubblicistici che nel XVIII secolo e ancora nella prima metà di quello
successivo avevano le cancellerie europee in materia di sovranità, di Stato, di rapporti
tra il principe e i sudditi. Essi concorrono a giustificare e a spiegare il lungo
travaglio intellettuale di filosofi, politici e pensatori e le ragioni per le quali erano
sorti e si erano diffusi ideali di libertà politica e si erano concretati propositi di
generale rinnovamento della società e di unità e di indipendenza nazionale. Il Venturini
si occupò, prima di tutto, del Trattato di Firenze (G.C. Venturini, Note al Trattato di
Firenze del 1844, in Studi Storici. Miscellanea in onore di Manfredo Giuliani, Parma,
1965, 216 sgg.).Esso era, sotto un certo aspetto, il più sconcertante e il più ricco di
problemi, per chi volesse rilevarne le palesi anomalie e spiegarlo al lume della logica
giuridica. Con quel documento, steso con la partecipazione dellimperatore
dAustria, del re di Sardegna, del duca di Lucca Carlo di Borbone, del duca di Parma,
del duca di Modena e del granduca di Toscana, si dispose, tra laltro, la permuta di
Guastalla e degli altri territori parmensi a destra dellEnza con Pontremoli, altre
terre della Lunigiana e quelle estensi poste a sinistra dellEnza. Si era ancora in
pieno regime assolutistico, per cui i principi esercitavano i loro poteri sui propri
domini considerandoli alla stregua di beni patrimoniali, sia pure sotto specie
pubblicistica, con la mentalità, sotto certi aspetti, dei proprietari di immobili, senza
la minima preoccupazione per i sudditi, ai quali a mala pena, e non senza certe
limitazioni potenziali, riconoscevano diritti di natura privatistica, forse più per
calcolo politico che per scrupoli giuridici o morali. Il Venturini si occupò, in
particolare, della posizione che in quel trattato aveva potuto assumere Carlo di Borbone,
allora duca di Lucca ma non ancora di Parma e quindi non abilitato a trattare affari di
quello Stato, di cui non era ancora entrato in possesso. Era necessario chiarire quali
ragioni fossero state accampate per far considerare valido limpegno assunto di
attuare la permuta nel momento in cui si fossero verificate certe circostanze storiche
previste nei trattati internazionali, prima di tutto in quello di Vienna, generato dal
famoso congresso. Il Venturini spiegò che la legittimità della presenza a Firenze nel
1844 di Carlo di Borbone e la validità del trattato da lui sottoscritto relativamente
alla sorte di territori del ducato borbonico
di Parma andavano ricercate nello status personale posseduto da Carlo di borbone, che lo faceva considerare soggetto di
diritto internazionale oltre che futuro sovrano del Ducato di Parma dopo la morte di Maria
Luigia dAustria. Quanto poi allanomalia da alcuni rilevata relativa al
disimpegno dal trattato di Vienna che i contraenti convenuti a firenze avrebbero attuato con quel loro accordo,
il Venturini fece alcune importanti precisazioni. È vero che tra i criteri ispiratori del
trattato viennese ebbe posizione primaria quello di considerare inviolabili e definitivi i
confini dei singoli Stati, per cui la nuova definizione dei confini del Ducato parmense, e
di conseguenza di quello di Modena, avrebbe potuto essere considerata arbitraria in quanto
era ancora vigente e vincolante laccordo del 1815, ma è altresì vero che il
trattato di Firenze era della stessa natura giuridica di quello di Vienna, meno solenne ma
non per questo tale da renderlo meno valido nel campo internazionale. Ma unaltra
fondamentale osservazione fu fatta al riguardo dal Venturini, che cioè laccordo
basilare di Vienna mirò a evitare danni reciproci ai sovrani contraenti. Quello
fiorentino non era certamente il prodotto di violenza e non modificava lassetto
europeo che aveva portato a un equilibrio che nessuno intendeva modificare: dato il suo
carattere regionale, il trattato di Firenze non fece che migliorare le relazioni tra Stati
confinanti. Quindi poteva considerarsi non anomalo nei confronti dei concetti generali
sanciti a Vienna ma anzi un mezzo di attuazione pratica e settoriale degli stessi.
Laltro saggio storico del Venturini, rivolto a studiare i riflessi parmensi del
Trattato di Londra del 1718 (G.C. Venturini, Il Trattato di Londra del 1718 e il Ducato di
Parma, in Saggi e testimonianze in onore di Francesco Borri, Parma, 1982, 245 ss.),
illustra un documento che egli considerò come un corollario ai Trattati di Utrecht e
Rastadt (1713-1714), rivolti alla ricerca dellequilibrio europeo, ma con palese
diminuzione del prestigio politico e della potenza della Spagna. Questa reagì duramente
non soltanto in via diplomatica per opera dellAlberoni, ideatore di piani politici
tanto arditi quanto sfortunati, ma anche militarmente con loccupazione della
Sardegna e uno sbarco in Sicilia. La Triplice Alleanza conclusa allAja il 4 gennaio
1717 tra la Francia, lInghilterra e lOlanda, in funzione antispagnola, si
trasformò in Quadruplice con ladesione dellAustria, che il 2 agosto 1718
partecipò, appunto, al Trattato di Londra. Esso ebbe finalità varie, tra le quali era
quella di evitare eventuali conflitti armati tra le potenze qualora fosse venuta meno la
successione diretta delle case regnanti in Toscana e in Parma. Poiché la natura del tutto
patrimoniale di quegli Stati consentiva ai rispettivi sovrani di considerarli come un bene
personale, alla morte di uno di essi avrebbero potuto farsi avanti parecchi soggetti con
il defunto più o meno strettamente imparentati, per accampare titoli a partecipare alla
successione e disposte a tutto, anche alla guerra, pur di vedere riconosciuti i loro
diritti più o meno validi e fondati. Parve alle parti contraenti che, per evitare
tragiche conclusioni ai possibili contrasti di interessi tra potenze relativamente alla
successione dinastica nei due Stati, si dovesse riconoscere fino da allora al territorio
del Granducato e a quello del Ducato la natura di feudi maschili del Sacro Romano Impero,
volutamente ignorando, tuttavia, che la Chiesa non aveva mai rinunciato allalto
dominio su di essi. Le conseguenze di quel trattato e la natura giuridica di quei due
feudi fu più volte rimessa in discussione dalla diplomazia europea, dato che non parve
sufficiente la dichiarazione unilaterale di quattro sovrani ad attribuire natura di feudo
imperiale a quei due Stati. Quindi, quando si verificò la paventata estinzione dei Medici
e dei Farnese e i conseguenti problemi dinastici si presentarono nella loro realtà
politica, subito se ne avvertì la gravità. Per quanto riguarda Parma e Piacenza, va
ricordato che nel 1731, alla morte del duca Antonio farnese,
il rappresentante dellimperatore in
Italia, conte Borromeo, si affrettò a mandare il conte Stampa nel Ducato per prenderne
possesso in nome di Carlos di Spagna, dato che la fine diplomazia di Filippo V era
riuscita a capovolgere a proprio vantaggio parecchie clausole del trattato londinese. Ma
anche la Santa Sede non rimase inattiva e incaricò lOddi di prendere possesso dei
territori del Ducato in nome del pontefice.
È facile intuire la caotica situazione che ne seguì. Ebbe così inizio uno di più
delicati momenti della storia dinastica del Ducato, che ebbe termine nel 1749, quando si
consolidò la dominazione dei Borbone di Spagna. La pace di Acquisgrana dellanno
precedente, infatti, concluse il lungo travaglio dinastico. La ricerca del Venturini
consistette, soprattutto, nel definire la posizione giuridica assunta lungo il periodo di
ben trentanni dal Ducato e da chi ne reggeva le sorti, essendosi susseguiti eventi
politici internazionali di notevole importanza e trattati e accordi che implicarono il
mutamento di situazioni particolari. Per districarsi nelle vicende giuridiche di un così
lungo lasso di tempo occorse una profonda conoscenza non solo della cronaca, ma
soprattutto della mentalità giuridico-diplomatica e della storia del diritto pubblico e
del nascente diritto internazionale. La sua attività di storico fu completata da saggi
minori ma pur sempre interessanti. Per queste sue doti, il corpo accademico a lungo lo
confermo rettore dellAteneo. Il suo assoluto disinteresse personale e
lindiscussa dedizione alla tutela degli interessi dellUniversità, gli
consentirono di operare in profondità. Al Venturini è dovuta listituzione delle
facoltà di Economia e commercio e di
Magistero e il rinnovo delle attrezzature didattiche e scientifiche di quella di
Veterinaria, oltre che una serie di innovazioni in tutte le altre. Non soltanto nella
veste di rettore dellUniversità, ma anche come presidente dellOrdine
Costantiniano di San giorgio e come
presidente della Deputazione di storia patria (1976) non mancò di mettere in evidenza il
contributo che Parma e i parmigiani
diedero alla storia italiana. Nel 1959 e nel 1961 si prodigò perché fossero degnamente
celebrati, nel compiersi del primo centenario, quei grandi eventi storici che portarono
allunità dItalia e che videro Parma, piacenza
e Pontremoli feconde di eroi e infiammate da nobili ideali. La Deputazione di Storia
Patria si dotò per merito suo di un nuovo statuto.
FONTI
E BIBL.: U. Gualazzini, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1983, 31-37.
VENTURINI GIAN CARLO, vedi anche VENTURINI GIOVANNI CARLO
VENTURINI
GIOVANNI CARLO
Rubbiano
1671-1741
Figlio di Giovanni Pietro e di Margherita Camisani. Sposò Isabella Mandria e, in
seconde nozze, la nobile Fiorita Garbarini. Fu il primo a esercitare la professione
giuridica, che nella famiglia divenne poi abituale: oltre a divenire notaio e a essere
immatricolato nel collegio di Parma nel
1695, fu Iuris Consulto.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 19 maggio 1997, 5.
VENTURINI
GIOVANNI PIETRO
Viazzano
1580-1674
Fu prevosto di Viazzano dal 1616 al 1674 subentrando allo zio Antonio Venturini.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 19 maggio 1997, 5.
VENTURINI
GIUSEPPE
-Parma
13 febbraio 1719
Fu maestro della Compagnia dei violini alla Corte Farnese di Parma: cominciò a
servire il 1° maggio 1686. Licenziato il 15 febbraio 1695, fu però riammesso lo stesso
giorno al servizio del duca. Di nuovo
licenziato il 15 gennaio 1707, fu di nuovo ripreso per la sua longa servitù. Suo ufficio
fu anche quello di dirigere gli spettacoli musicali, i melodrammi e tutte le altre
composizioni musicali rappresentate nei teatri farnesiani. Diresse Teseo in Atene di G.A.
Zanettini (1688), Amor spesso inganna di B. Sabadini e Dionisio Siracusano (Carnevale
1689), Il Massimino di B. Sabadini (1692) e Paride in Ida (1696). Fu pure tra i salariati
del Duomo di Parma dal 25 dicembre 1699 fino al 1705 e della chiesa della Steccata il
Parma dal 6 novembre 1690 fino al 30 aprile 1696. In seguito partecipò soltanto alle
feste più solenni. Sposò la cantante Clarice Beni.
FONTI
E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruoli Farnesiani, 1683-1692, fol. 138, 315,
1693-1701, fol. 156, 475, 1702-1712, fol. 150, 392, 1713-1723, fol. 200; Archivio della
Steccata, Mandati, 1689-1690, 1695-1698, 1700-1702; Archivio del Duomo, Mandati,
1700-1725. P.E. Ferrari, 30, 67 e 68; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 139.
VENTURINI
GIUSEPPE
Parma
1 gennaio 1913-Milano 16 agosto 1979
Figlio di Guglielmo ed Emma Adorni. Di estrazione popolare, non poté svolgere
studi regolari e pur frequentando lIstituto dArte P. Toschi di Parma, fu
soprattutto un abile autodidatta. Tuttavia talento e ispirazione costante lo portarono
presto a lavorare in qualità di disegnatore presso le Industrie Grafiche F.lli Zafferri.
Nel 1934 si sposò, a Vigatto con arturina
Passeri, dalla quale ebbe un figlio, Umberto, dedicatosi poi allarchitettura. In
veste di pittore-decoratore partecipò tra il 1935 e il 1937 alla realizzazione del
complesso industriale Borsari, poi Museo del Profumo. Con elegante piglio grafico e
geometrica stilizzazione, affrescò la palazzina degli uffici e la sala del dopolavoro,
cercando di armonizzare la tavolozza dei colori allimmagine dellazienda e dei
suoi prodotti. Nel 1937 realizzò la serie completa delle illustrazioni per il numero
speciale dellAvvenire Agricolo, periodico del Consorzio Agrario Provinciale,
dedicato allagricoltura parmense. Poi, seguendo lesempio di Erberto Carboni,
si trasferì a Milano, dove aprì il suo studio in via Rugabella, esercitando la libera
professione fino allo scoppio del secondo conflitto mondiale. Nellimmediato
dopoguerra, sempre a Milano, il Venturini intraprese lattività industriale
impiantando una stamperia di dimensioni contenute ma particolarmente attenta alla qualità
delle singole realizzazioni, divenuta ben presto punto di incontro per i Parmigiani attivi
a Milano. E a Milano il Venturini organizzò nel 1958 una mostra antologica delle sculture
dellamico e conterraneo Luigi Froni, che gli dedicò un busto (il cui originale in
gesso è nelle collezioni darte della Fondazione Cassa di Risparmio di Parma).
Lasciata lattività sul finire degli anni Sessanta, il Venturini preferì rimanere
con la famiglia a Milano, dove morì al termine di unintensa attività professionale
durante la quale ebbe lopportunità di stringere amicizia con numerosi artisti,
scrittori, giornalisti e imprenditori: Pietro Barilla, Carlo Mattioli, Renato Vernizzi,
Leonardo Borgese e giovannino Guareschi, con
i quali non di rado collaborò per gli aspetti grafici. Tra i suoi committenti, a Milano,
si possono ricordare maestretti, Valeas,
Franco Tosi, lIstituto Bioterapico Milanese, Richter, Dompè e Thiele. A Parma,
oltre che con Borsari, collaborò per la produzione pubblicitaria della Barilla a partire
dalla seconda metà degli anni Trenta e fino agli anni Cinquanta, come documenta la ricca
corrispondenza intercorsa e conservata presso lArchivio Storico della Società. Al
Venturini Pietro Barilla ricorse per gran parte dei tradizionali oggetti pubblicitari e
gli commissionò bozzetti per vetrofanie, per avvisi stampa su La Panificazione, per le
nuove scatole e inoltre il catalogo di vendita del 1940. Intervenne anche con un leggero
restiling sul marchio aziendale, circondandolo dapprima con lievi fregi e quindi con una
riga più marcata, ponendo i presupposti per il più incisivo intervento firmato da
Carboni nel 1952.
FONTI
E BIBL.: Barilla. Cento anni di pubblicità, 1994, 426; Malacoda 74 1997, 26-29.
VENTURINI
LUIGI
Felino-Cefalonia
22 settembre 1943
Appartenne alla divisione acqui. Dopo
aspri combattimenti contro i Tedeschi che avevano loro intimato la resa (9-22 settembre
1943), le truppe italiane furono costrette a deporre le armi. Il Venturini fu fucilato
assieme alla maggior parte dei compagni.
FONTI
E BIBL.: Ufficio Toponomastica del comune di
Felino.
VENTURINI
MARCANTONIO
Tizzano
1619
Nel 1619 fu podestà di Tizzano.
FONTI
E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 866.
VENTURINI
MARTINO
Tizzano
1607
Nel 1607 fu podestà di Tizzano.
FONTI
E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 866.
VENTURINI
MARZIO
Borgo
San Donnino 1614
Nel 1614 fu podestà di Borgo San Donnino.
FONTI
E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 866.
VENTURINI
MELCHIORRE
Borgo
Taro 8 dicembre 1862-
Studiò oboe alla Regia Scuola di musica di Parma dal 1876 al 1880.Il Dacci scrive
che percorse con successo la carriera orchestrale e fu nominato insegnante di oboe al
Liceo musicale di Ferrara.
FONTI
E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.
VENTURINI NELLO
Felino-Bardi
4 maggio 1944
Fu partigiano col nome di battaglia di Nullo. Morì fucilato dai Tedeschi.
FONTI
E BIBL.: Ufficio Toponomastica del comune di
Felino.
VENTURINI PAOLO
Parma
seconda metà del XVIII secolo
Figlio di Carlo. Come avvocato, fu iscritto al Collegio dei Giudici di Parma.
FONTI
E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 866.
VENTURINI PIER FRANCESCO, vedi VENTURINI PIETRO FRANCESCO
VENTURINI
PIETRO
Parma
ante 1883-post 1939
Fu allievo di Romeo Franzoni al conservatorio
di musica di Parma, dove si diplomò nel 1897 in violino.Concertista di valigia, fu
docente al Liceo musicale di Genova dal 1905 al 1939.Ebbe due figlie, Alma e Ida,
pianiste, con le quali si esibì in concerti.
FONTI
E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.
VENTURINI
PIETRO FRANCESCO
Rubbiano
1698 c.-post 1750
Figlio di Giovanni Carlo. Fu anchegli Juris Consulto e notaio (1728). Fu
amministratore dei conti Ercolani e incrementò notevolmente il patrimonio immobiliare
della famiglia. Alla metà del XVIII secolo, il Venturini risulta risiedere stabilmente in
Parma, in un palazzo di proprietà, situato in borgo delle Grazie. Dalla consorte Monica
Macchiavelli, appartenente a una distinta famiglia di Sarzana, ebbe Gian Carlo.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 19 maggio 1997, 5.
VENTURINI
ROSA
Parma
ante 1710-post 1733
Cantò in molti teatri, con una lunga carriera: Parma (Nuovo Teatro Ducale, 1716:
Il Dafni), Venezia (Teatro Giustiniano di San Moisé, autunno 1717: Tieteberga; Carnevale
1718: Armida al campo, Artabano re dei Parti, La virtù tra nemici), Mantova (Teatro
Arciducale, primavera 1718: Armida al campo dEgitto), Firenze (Teatro degli
Accademici Immobili di via della Pergola, estate 1718: Scanderbeg), Siena (Teatro degli
Accademici Intronati, estate 1718: Scanderbeg), padova
(Teatro obizzi, Carnevale 1719: Il pastor
geloso; Carnevale 1722: Arsace), Este (1722: La violenza damore), Verona (Teatro
della Cademia in via Nova, Carnevale 1724: sostenne la parte buffa in Tolomeo re
dEgitto), Venezia (Teatro giustiniano
a San Moisé, 1727: Il regno galante), Torino (Teatro Regio, 1727: intermezzi in didone abbandonata), Pavia (Teatro Omodeo,
primavera 1728: LAntiope), Alessandria (nuovo
Teatro Gerasco Solerio, autunno 1729: intermezzi in Astianatte), Pesaro (Teatro pubblico del Sole, Carnevale 1730: Delbo mal
maritato; intermezzi in Didone abbandonata), Venezia (Teatro Giustiniano a San Moisé,
Carnevale 1731: Il vecchio pazzo in amore), Padova (Teatro Obizzi, Carnevale 1732: Cola
mal maritato, La fede ne tradimenti, intermedi in Linfedeltà punita;
primavera 1733: intermedi in Gli eccessi della tirannide gelosa).
FONTI
E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.
VENTURINI
SILVIO
-Norimberga
17 settembre 1944
Figlio di una famiglia di agricoltori da decenni insediata a Maiatico, combatté e
fu fatto prigioniero nel corso della seconda guerra mondiale. Prostrato dalla malattia, si
spense in un campo di concentramento.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 22 dicembre 1988, 20.
VENTURINI
VENTURINO
Costa
di Tizzano 1403
Con rogito di Ugolino de Ferrari del 3 aprile 1403, in grazia dei servigi prestati
alla patria, ottenne dal Consiglio del Comune di Parma un privilegio di cittadinanza e di
esenzione dai carichi pubblici, privilegio successivamente confermato dai Signori di Parma
alla famiglia.
FONTI
E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 866.
VENUSTI
LINA
Collecchio
1885 c.-post 1924
Figlia del segretario comunale Quirino. insegnò
a Collecchio per oltre ventanni, iniziando il 14 settembre 1903. Dopo il suo lungo
tirocinio a collecchio, si trasferì a Parma
col padre.
FONTI
E BIBL.: U.Delsante, Dizionario collecchiesi,
in Gazzetta di Parma 4 aprile 1960, 3.
VENUSTI
QUIRINO
Collecchio
1893/1924
Diresse gli uffici comunali di Collecchio dal 1 gennaio 1893 al novembre 1920. Nel
maggio 1913 fu insignito della croce di Cavaliere della Corona dItalia per i suoi
lunghi e lodevoli servizi presso vari Comuni.
FONTI
E BIBL.: U.Delsante, Dizionario collecchiesi,
in Gazzetta di Parma 4 aprile 1960, 3.
VENZO SERGIO
1908-Parma
1978
Scienziato entusiasta e trascinatore, di solida formazione naturalistica, portò la
scuola geologica parmense a un ruolo di primo piano a livello mondiale. Direttore
dellistituto di geologia dellUniversità per molti anni, lasciò innumerevoli
pubblicazioni. Partecipò anche a campagne di esplorazione geologica in Africa.
FONTI
E BIBL.: A. De Marchi, Guida naturalistica, 1980, 171.
VERCELLI
PIETRO PAOLO
-Parma
1593
Sacerdote, fu maestro di cappella e cantore nella chiesa della Steccata in Parma
(25 settembre 1574-26 agosto 1575). Molti anni dopo venne eletto maestro di cappella della
Cattedrale di Parma (1589). Morì prima del 5 novembre 1593: in sua vece in quel giorno fu
nominato Paolo Ferrari.
FONTI
E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 33; Benefit.
necnon benefitiat. Elenchus, fol. 70.
(Archivio di Stato in Parma); N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 20.
VERDELLI CESARE
Zibello
1820-Parma 3 gennaio 1898
Fu medico, volontario nella guerra del 1848 nella 1a Colonna parmense.
Si segnalò poi a Colorno e a Parma nelle epidemie di colera del 1855 e 1867, ricevendo
dal Governo la Croce di Cavaliere e per due volte la medaglia di rame per i benemeriti
della Sanità Pubblica. Fu membro del Consiglio del Protomedicato di Parma.
FONTI
E BIBL.: A.Sanguinetti, in Gazzetta di Parma 6 gennaio 1895, n. 5; C. Beri-Pigorini, in
Gazzetta di Parma 12 gennaio 1898, n. 11; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 59;
U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 12.
VERDELLI ITALO
Zibello
1861-Recco 1928
Sottotenente di artiglieria nel ruolo tecnico nel 1910, divenne Colonnello nel
1915. diresse lo spolettificio di Torre
Annunziata e il polverificio sul Liri. Brigadiere Generale e direttore della fabbrica
darmi di Brescia nel 1918 andò in posizione ausiliaria nel 1920 col grado di
Generale di brigata. Nel 1926 fu promosso Tenente generale in aspettativa riduzione
quadri.
FONTI
E BIBL.: Enciclopedia militare, VI, 1933, 1406.
VERDELLI VITTORIO
Zibello
28 febbraio 1859-Adua 1 marzo 1896
Figlio di Emilio. Tenente dei bersaglieri, salpò nel 1885 per lEritrea con
il primo corpo di spedizione italiano. Rimpatriato e promosso Capitano, ritornò in
Eritrea nellottobre 1888 e a Saati gli venne affidato il comando della 11a
compagnia del 1° battaglione Indigeno, che annoverava numerosi reduci dal vittorioso
combattimento di Saganeiti. Il Verdelli ebbe la croce di Cavaliere della Corona
dItalia per la vittoriosa azione militare spiegata contro la banda ribelle del
Iusbasci Asmac Abarrà (15 aprile 1892). Durante la guerra italo-etiopica prese parte alle
battaglie di Agordat (22 dicembre 1893) e di Coatit (13-15 gennaio 1895), guadagnandosi
sul campo, per le ripetute prove di valore fornite in quelle giornate trionfali per le
armi italiane, due medaglie dargento al valor militare, con le seguenti motivazioni:
Battaglia dAgordat, 21 dicembre 1893: Con rara fermezza ed energia tenne a lungo la
sua compagnia sotto il fuoco del nemico, contribuendo strenuamente a difendere la
batteria. Respinto due volte, riordinò e ricondusse allassalto buona parte della
sua compagnia, prendendo parte principale al ricupero dei pezzi. Inseguì ostinatamente il
nemico fino al cadere del giorno; Battaglia di Coatit, 13-14-15 gennaio 1895: Il giorno 13
condusse energicamente allassalto le due compagnie rimaste ai suoi ordini:
contribuì validamente a respingere il nemico.Il 14, inviato in ricognizione colla propria
compagnia e colle bande del Seraé, le guidò risolutamente allassalto, e, respinto,
seppe in breve riprendere la posizione da cui era partito. Nel novembre 1895 venne
destinato alla III compagnia del III battaglione Indigeni di stanza a Massaua, quindi al
VII battaglione di Valli, definito da Adolfo Rossi, dopo lAmba Alagi, il più forte,
ardito e meglio organizzato battaglione indigeno. Con questo reparto fu sempre agli
avamposti e, avvenuta la defezione di Ras Sebatt e di Agos Tafari, batté senza sosta per
i seguenti dieci giorni i nuclei ribelli allo scopo di disperderli. Mentre si trovava a
Mai Meret, ricevette ordine dal governatore di Eritrea di unirsi con il suo reparto alla colonna Albertone ad Adua, che raggiunse dopo
lunga e faticosa marcia. Nella celebre battaglia che poco dopo si accese tra Italiani e
Ascari da una parte e Abissini dallaltra, agguerriti e numericamente superiori, si
batté con indomito valore ed eroismo. Colpito al fianco destro da una pallottola, ricusò
ogni assistenza per poter rimanere sul campo a incoraggiare i suoi Ascari con incitamenti
e consigli. Raggiunto alla fine durante il ripiegamento delle truppe italiane dagli
Abissini, fu massacrato alle falde del Monte Rajo. Alla memoria del Verdelli venne
concessa una terza medaglia dargento al valor militare (Battaglia di Adua, 1° marzo
1896: Si distinse per intelligenza e valore singolare nella prima fase del combattimento:
ferito mortalmente eccitava i sui ad abbandonarlo per tornare a combattere). Il comune di Zibello, allo scoppio del secondo
conflitto italo-etiopico, volle ricordare il Verdelli con uniscrizione marmorea che
fu scoperta il 4 novembre 1935 sul palazzo municipale. Anche Parma ne onorò la memoria in
una lapide posta nellatrio del palazzo civico.
FONTI
E BIBL.: Ai prodi parmensi, 1903, 14-15. solesina,
Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 480-481; G. Corradi-G. Sitti; Glorie parmensi
nella conquista dellImpero, Parma, Edizioni Fresching, 1937; Decorati al valore,
1964, 132-133.
VERDERI ARTURO
Parma
29 gennaio 1866-Milano 3 gennaio 1959
Studiò allAccademia di Parma, sotto la guida di Cecrope Barilli e di Enzo
Rondani. Dal 1889 si trasferì a Cividale del Friuli. Trattò il ritratto, gli interni e
il paesaggio. Esordì a una mostra organizzata nel 1899 a Cividale, con alcuni ritratti,
poi espose anche a Udine un autoritratto
che, come altre sue opere, andò perduto durante linvasione austriaca (1917). Altri
suoi lavori notevoli sono: Nel Chiostro, Pastorella, Messe doro, Ragazza che torna
dalla fonte, Interno del convento delle Orsoline, Ritratto della madre, Ritratto del
padre, Lezione di piano, Lezione di violoncello, Autoritratto con la nipotina e altri
ritratti, proprietà delle famiglie Molteni di Cantù e Forni di Gallarate. Fu premiato
per la sua attività pittorica a Udine e a Gorizia. Fu insegnante nella Scuola
professionale di Cantù. Dal 1889 al 1917 fu direttore della Scuola dArte di
Cividale del Friuli.
FONTI
E BIBL.: U.Thieme-F.Becker, künstler-Lexicon,
1940, XXXIV; A.M.Comanducci, Dizionario dei pittori, 1974, 3412; Dizionario Bolaffi
pittori, XI, 1976, 296.
VERDI ANGELO
Busseto
28 luglio 1876-post 1910
Dal 1891 al 1896 studiò nel Regio conservatorio
di musica di Parma tromba e canto. Dal 1910 fu insegnante di tromba e congeneri nel
Conservatorio di Odessa.
FONTI
E BIBL.: C.Alcari, Parma nella musica, 1931, 203.
VERDI CORILLA, vedi CASALI CORILLA
VERDI GIUSEPPE
Soragna
18 dicembre 1894-post 1947
Figlio di Ormisda e Maria Musa. Nel 1916 si diplomò in organo e composizione
organistica nel Regio Conservatorio di musica di Parma. Il 23 aprile 1923 fu nominato
maestro della scuola di musica e direttore della banda di Fiorenzuola dArda, dove
rimase fino all11 ottobre 1926, data della sua nomina a insegnante di teoria,
solfeggio, canto e canto corale allIstituto musicale G. Nicolini di Piacenza.Diresse
concerti al Teatro Verdi di Fiorenzuola nel 1936 e 1947 e a Piacenza nel 1946.
FONTI
E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 203; B. Colombi, Soragna. Feudo e comune, 1986, II, 303.
VERDI GIUSEPPE FORTUNINO
FRANCESCO
Roncole di Busseto 10 ottobre 1813-Milano 27 gennaio 1901
La famiglia del Verdi esercitava attività di piccolo commercio: il padre Carlo
gestiva alle Roncole una piccola osteria e rivendita di vini e altri generi, così come,
in un villaggio vicino, la famiglia della madre, Luigia Uttini. Oltre al Verdi la coppia
ebbe una figlia, Giuseppa Francesca, mentalmente ritardata, che morì sedicenne nel 1833.
Le prime notizie sulla vocazione musicale del Verdi riguardano le lezioni impartitegli fin
dal 1816 dal locale organista, don Pietro Baistrocchi, che come duso svolgeva anche
attività di maestro ai bambini. Si conserva la prima spinetta del Verdi riparata
gratuitamente nel 1821 dallartigiano Stefano Cavalletti vedendo la buona
disposizione che ha il giovinetto Giuseppe Verdi dimparare a suonare questo
strumento. Alla morte di Baistrocchi (1822), il Verdi fu in grado di svolgerne le mansioni
di organista nelle funzioni religiose. Nel 1823 il padre acconsentì, forse controvoglia,
a che il Verdi si stabilisse a pensione nella vicina Busseto per proseguire gli studi
musicali con Ferdinando Provesi, organista della locale collegiata e direttore della
scuola di musica municipale. Era probabilmente già entrata nella vita del Verdi la figura
fondamentale di Antonio Barezzi, facoltoso grossista e buon dilettante di vari strumenti,
presidente e mecenate della Società filarmonica di Busseto, che il Verdi considerò
sempre come un secondo padre. Per la Filarmonica, diretta da Provesi, il Verdi fece le sue
prime prove come compositore scrivendo una grande quantità di marce, sinfonie, concerti e
musica vocale sacra e profana. Dal 1823 il Verdi frequentò con profitto anche il locale
ginnasio, tenuto dai Gesuiti, dove ricevette gli elementi basilari di una formazione
umanistica, e continuò a svolgere il servizio domenicale di organista alle Roncole. Nel
1831 Barezzi prese in casa propria il Verdi, che ben presto intrecciò un legame
sentimentale colla maggiore delle sue figlie, Margherita. Barezzi fu determinante anche
per il successivo passo della carriera del Verdi, il trasferimento a Milano onde
completarvi gli studi nel locale Conservatorio: si adoperò per fargli ottenere una borsa
di studio quadriennale del Monte di pietà di Busseto (fu necessario ricorrere alla
duchessa Maria Luigia dAustria), poi, non potendosi ottenere tale borsa prima di un
anno, anticipò di persona la somma necessaria. Nel giugno 1832 il Verdi si recò a Milano
per sostenere lesame di ammissione al conservatorio
come alunno interno, ma fu respinto perché straniero, perché superava di quattro anni il
limite di età e per la difettosa impostazione pianistica: Barezzi si assunse allora
lonere assai gravoso di mantenere il Verdi a Milano perché svolgesse i suoi studi
privatamente. Fu scelto come maestro Vincenzo Lavigna, buon contrappuntista di scuola
napoletana del sostituto al Teatro alla Scala. Questi impose al Verdi, oltre agli usuali
esercizi di contrappunto, lanalisi di partiture anche moderne da prendere a noleggio
e la frequentazione degli spettacoli teatrali. Alla fiducia di Barezzi il Verdi corrispose
accelerando al massimo gli studi: pur non avendoli ancora terminati, tornò già nel 1834
a Busseto per concorrere al posto di maestro di musica comunale restato vacante per la
morte di Provesi. Il posto gli fu però assegnato solo allinizio del 1836, dopo un
lungo conflitto con le autorità ecclesiastiche che vollero assegnare a un altro la
carica, tradizionalmente unita alla prima, di organista della collegiata. Nel frattempo il
Verdi proseguì gli studi con Lavigna, si introdusse nella società aristocratica
milanese, dove aveva esordito casualmente come direttore de La creazione di Haydn, e
rinunciò a concorrere a un favorevole posto di organista nella Cattedrale di Monza. Gli
anni 1836-1839 furono segnati dal ritorno a Busseto, dalla ripresa attività di
compositore per la Filarmonica, dal matrimonio con Margherita Barezzi (4 maggio 1836) e
dalla nascita dei due figli, poi prematuramente scomparsi: Virginia e Icillo. Ma le
ambizioni del Verdi erano evidentemente rivolte a Milano. Durante il periodo bussetano
lavorò alla sua prima opera, variamente designata come Lord Hamilton o Rocester (non è
ancora chiaro se si trattasse della stessa opera), poi divenuta Oberto, conte di San
Bonifacio. Prima ancora che scadesse limpegno triennale col comune di Busseto il Verdi si trasferì a Milano
con la moglie e il figlio superstite e il 17 novembre 1839 lOberto andò in scena
alla Scala con un successo tale da indurre limpresario Bartolomeo Merelli ad
affidargli come seconda opera un libretto buffo di F. Romani risalente al 1818, Il finto
Stanislao, ribattezzato Un giorno di regno. La composizione fu funestata dalla morte di
Margherita Barezzi (18 giugno 1840): sia perché questo motivo influì negativamente sulla
volontà del Verdi, sia per il carattere antiquato del libretto, Un giorno di regno cadde
allunica rappresentazione del 5 settembre 1840. Seguì per il Verdi un periodo di
abbattimento, durante il quale fu tentato di abbandonare la composizione. Solo la fiducia
di Merelli, che si ostinò ad affidargli il libretto del Nabucco, valse a farlo recedere
dal suo proposito. La composizione procedette rapidamente e lopera andò in scena
alla Scala nel marzo 1842 con strepitoso successo. allesecuzione
prese parte Giuseppina Strepponi, brillante soprano dal burrascoso passato sentimentale,
in declino e in procinto di ritirarsi, che aveva già favorito la rappresentazione di
Oberto e che ebbe poi gran parte nella vita del Verdi. Il Nabucco rappresentò per il
Verdi linizio di una carriera trionfale ma anche defatigante. Nel 1818 definì anni
di galera i sedici trascorsi dal Nabucco, espressione riferita solo alla quantità del
lavoro svolto e non, come spesso si è intesa utilizzarla, alla qualità di esso, che va
da opere mediocri a capolavori sommi. Negli anni 1843-1846 il Verdi mirò a conquistarsi
le principali piazze dItalia scrivendo ben sei opere, per Milano (I lombardi alla
prima crociata, 1843; Giovanna dArco, 1845), venezia
(Ernani, 1844; Attila, 1846), Roma (I due Foscari, 1844) e Napoli (Alzira, 1845), senza
contare le riprese curate personalmente. Tale frenesia (daltronde relativa, per le
abitudini dellepoca) era inevitabile per un giovane compositore che volesse
mantenere le posizioni conquistate e grazie a essa il Verdi pose le basi della sua
indipendenza economica passando dal compenso di 2000 lire austriache assegnatogli per
lOberto alle 12000 accordategli per lErnani e alle 18000 per lAttila.
Stabilì, per lo sfruttamento commerciale delle sue opere, il rapporto con leditore
Ricordi che durò fino alla morte e impose un nuovo stile nel rapporto tra compositore,
imprese, cantanti, librettisti e censure, a tutto vantaggio del primo per quanto
concerneva laffermazione della volontà artistica. Il Verdi svolse perciò un ruolo
fondamentale nella storia del compositore italiano, che si può paragonare a quello di
Beethoven in Germania, realizzando il passaggio da una condizione artigianale a una
professionale e affermando collesempio lidea del diritto dautore
nellopera, che venne poi legalmente riconosciuto nella seconda metà del secolo. Il
1847 fu anno decisivo per molti aspetti. In marzo andò in scena a Firenze il macbeth, opera-chiave non solo perché
rappresentò il primo incontro del Verdi con shakespeare,
ma anche per leccezionale impegno profuso nella sua composizione e nella sua
messinscena. Subito dopo il Verdi concretò il disegno, da tempo accarezzato, di affermare
la propria presenza sul piano internazionale. Per Londra (luglio) scrisse I masnadieri,
per Parigi (novembre) Jérusalem, adattamento in forma di grand opéra dei Lombardi (già
per lAttila il Verdi aveva progettato una simile trasformazione). A Parigi il Verdi
risiedette, con alcune interruzioni, fino allagosto 1849, senza dubbio beneficiando
del clima intellettuale della città. Ivi riallacciò la conoscenza con giuseppina Strepponi, nel frattempo ritiratasi
dalle scene, che si tramutò ben presto in uno stabile legame destinato a durare tutta la
vita (il matrimonio fu celebrato nel 1859). La nuova esperienza parigina si avverte già
nel linguaggio delle opere scritte in questo periodo, prima Il corsaro, commissionata
dalleditore Lucca di Milano e rappresentata, senza lintervento del Verdi, a
Trieste nellottobre 1848. Gli avvenimenti italiani del 1848-1849 furono seguiti dal
Verdi con tesa partecipazione. Già nel Nabucco aveva, quasi casualmente, saggiato la
presa del tema patriottico sul pubblico di quegli anni e con piena coscienza laveva
riproposto nei Lombardi, in Ernani e in Attila. Nel frattempo il suo iniziale disinteresse
per la vita politica si tramutò, frequentando i più avanzati circoli milanesi (in
particolare il salotto della contessa Clara Maffei, moglie del poeta andrea) in piena adesione alla causa
risorgimentale, con una netta propensione per le idee mazziniane e repubblicane. Il
contributo del Verdi al clima di quei giorni fu essenzialmente artistico: richiestone da
Mazzini, compose un inno rivoluzionario su parole di G. Mameli, poi vagheggiò di scrivere
unopera tratta da lAssedio di Firenze di Guerrazzi. Il progetto fu però
accantonato in favore de La battaglia di Legnano, che mise in scena personalmente a Roma
nel gennaio 1849, nellatmosfera arroventata della Repubblica retta dal triumvirato.
Un precedente soggiorno italiano compiuto subito dopo le cinque giornate di Milano (aprile
1848) non ebbe invece scopi politici: in maggio il Verdi acquistò la tenuta di
SantAgata, a pochi chilometri da Busseto, chiaro segno della sua volontà di tornare
in Italia. Nellagosto 1849, esauritasi londata rivoluzionaria europea, il
Verdi si stabilì infatti a Busseto, nel palazzo Dordoni da lui acquistato fin dal 1845,
dove poco dopo lo raggiunse la Strepponi. Il soggiorno nella cittadina si rivelò ben
presto difficile: i Bussetani fecero pesare il loro presunto credito nei confronti del
Verdi che avevano fatto musicista (a torto, perché la borsa di studio era dovuta per
legato e inoltre il Verdi poté ben ribattere di aver già pagato il suo debito portando
il nome di Busseto nel mondo) e non nascosero il loro scandalo per ununione non
legalizzata. Il Verdi si sottrasse al clima di pettegolezzo trasferendosi, dopo il 1851, a
SantAgata, dove si era fatto costruire una villa che andò progressivamente
ampliando negli anni successivi. A Busseto il Verdi mantenne rapporti con poche persone,
tra le quali A. Barezzi, lunico con cui si sentisse realmente in debito e che dopo
qualche malinteso accettò come una nuova figlia la Strepponi. Da questo momento il Verdi
fu, oltre che musicista, un proprietario terrierio che seguì con passione la produzione
delle sue tenute, creando così limmagine divulgata dellartista contadino (in
realtà aveva fino ad allora piuttosto dimostrato di voler far dimenticare le sue origini
campagnole divenendo un cittadino a pieno titolo). nonostante
queste difficoltà umane (alle quali si aggiunsero i difficili rapporti col padre e la
morte, nel 1851, della madre) il periodo 1849-1853 fu tra i più felici dal punto di vista
creativo: dopo due opere, Luisa Miller (Napoli, 1849) e Stiffelio (Trieste, 1850),
importanti per la ricerca di nuove ambientazioni e di forme musicali più variate, vennero
alla luce le tre opere destinate a consacrare la fama del Verdi e considerate da molti il
culmine della sua produzione: Rigoletto (Venezia, 1851), Il trovatore (Roma, 1853) e La
traviata (Venezia, 1853). La caduta di questultima, dovuta forse più alla
composizione di canto che allaudacia del soggetto, venne riscattata lanno
successivo nella stessa città. Parallela alla creazione dei tre capolavori scorse la
vicenda di un Re Lear mai realizzato ma oggetto di estenuanti discussioni coi librettisti
Salvatore Cammarano prima e Antonio Somma poi. Il prestigio europeo del Verdi fu
consolidato dalla rappresentazione nel tempio parigino dellOpéra di Les vèpres
siciliennes (giugno 1855). A Parigi il Verdi risiedette quasi ininterrottamente dalla fine
del 1853 allinizio del 1857. Il ritmo creativo si fece più lento e meditato: nel
1857 apparvero a Venezia (marzo) Simon Boccanegra, opera problematica, oggetto di costanti
preoccupazioni, e a Rimini (agosto) Aroldo, rifacimento di Stiffelio, che tentava di
ovviare alle difficoltà di circolazione di questultimo dovute alla censura: né
luna né laltra opera suscitarono entusiasmo. Per lultima volta il Verdi
subì pesantemente le vessazioni delle censure preunitarie nel 1858, cercando di mettere
in scena a Napoli Una vendetta in domino: dopo un lungo braccio di ferro lopera
venne ritirata e andò in scena a Roma, col titolo, restato poi definitivo, di Un ballo in
maschera, nel febbraio 1859. Ancora una volta le vicende politiche distolsero il Verdi dal
teatro: alla seconda guerra dindipendenza contribuì acquistando fucili per i
volontari e organizzando collette per le famiglie dei caduti. Le idee mazziniane avevano
ceduto, come in molti della sua generazione, allaccettazione della monarchia sabauda
e a un avvicinamento alle posizioni della Destra storica, congiunti a una personale
ammirazione per Cavour. Ciò gli permise di accettare lelezione a deputato di Borgo
San Donnino nel primo parlamento italiano, carica che esercitò con scrupolo,
trasferendosi a Torino fino alla morte dello statista. Il decennio 1861-1871 vide un
ulteriore rallentamento del ritmo produttivo. Le nuove opere furono destinate
prevalentemente a grandi teatri stranieri, i soli che potessero far fronte alle richieste
economiche del Verdi e assicurargli realizzazioni soddisfacenti: per Pietroburgo fu
scritta La forza del destino (1862), per Parigi il rifacimento del Macbeth (1865) e il Don
Carlos (1867) e per il Cairo Aida (1871), commissionata dal Khedivè dEgitto come
opera di celebrazione nazionale. Solo alla fine del decennio il Verdi riallacciò rapporti
con la Scala, alla quale destinò la revisione de La forza del destino (1869) e quella che
egli considerò la vera prima dellAida (1862). Sul piano personale furono anche
questi anni difficili: una consolidata amicizia col direttore Angelo Mariani si ruppe per
una serie di malintesi e di gelosie professionali, e il matrimonio con giuseppina Strepponi attraversò un periodo di
crisi in cui ebbe una parte non chiarita lammirazione del Verdi per il soprano
Teresa stolz. Più di tutto amareggiarono il
Verdi le accuse di passatismo rivoltegli dal gruppo di giovani musicisti scapigliati,
culminanti nel ben noto brindisi di Arrigo Boito che nel 1863 lo invitò a uscire dalla
cerchia del vecchio e del cretino. Mentre Boito e i suoi compagni propugnavano la
superiorità della musica strumentale tedesca, cominciò la diffusione in Italia delle
idee e delle opere wagneriane, cui proprio Mariani contribuì dirigendo nel 1870, a
Bologna, la prima italiana del Lohengrin. Il Verdi reagì esaltando in più occasioni la
validità dellantica tradizione vocale italiana (risale appunto a questo periodo la
nota esortazione torniamo allantico e sarà un progresso, spesso citata
indebitamente dato che nel contesto originale si riferisce a problemi didattici). Fu senza
dubbio la situazione creatasi a determinare la più lunga pausa, sedici anni, di tutta la
sua carriera operistica, rotta solo da due lavori di diversa importanza: un Quartetto
(1873), scritto quasi per puntiglio, e la Messa da requiem (1874). Questultima era
stata progettata fin dal 1868 come opera collettiva per celebrare lappena scomparso
Rossini (Verdi ne scrisse il Libera me). Fallito il progetto, il Verdi lo riprese e
completò per onorare la memoria di Manzoni, scrittore che aveva sempre venerato ma che
solo negli ultimi anni aveva personalmente accostato. Con il Requiem il Verdi si impose al
rispetto dellopinione musicale dei paesi tedeschi, anche grazie a una serie di
tournée in cui lo diresse personalmente. Per il resto il Verdi divise i suoi anni tra
SantAgata, dove seguì con crescente passione la produzione agricola e realizzò
opere filantropiche (agli anni Ottanta risale la fondazione dellospedale rurale di Villanova darda), e Genova, dove trascorreva gli inverni. A
partire dal 1878-1879 la situazione, anche familiare, si tranquillizzò. Il non più
giovane Boito, reduce dalla clamorosa caduta e resurrezione di Mefistofele, rese i dovuti
omaggi al Verdi cercando di far dimenticare le intemperanze di un tempo (che il Verdi
aveva per la verità alquanto enfatizzato). Un altro ex scapigliato, Franco Faccio,
divenne il direttore di fiducia del Verdi. Fu però necessaria labilissima
diplomazia di Giulio Ricordi per convincere il Verdi a superare lantica diffidenza e
a prendere in considerazione il progetto, abbozzato da Boito, di un Otello, che veniva
incontro al suo desiderio, mai abbandonato, di cimentarsi col teatro shakespeariano. La
realizzazione del libretto e della partitura procedette con una lentezza e una cura quali
il Verdi non aveva dedicato a nessuna opera precedente e fu interrotta due volte per dar
luogo a due rifacimenti da tempo nel cuore del Verdi: il Simon Boccanegra (1881), cui lo
stesso Boito collaborò, e Don Carlo (1884). Finalmente il 5 febbraio 1887 lOtello
andò in scena alla Scala, suscitando lammirazione dellintera Europa musicale
per il rinnovamento linguistico di cui il Verdi si dimostrò capace e mettendo a tacere
chi lo aveva considerato ormai finito. Ma il Verdi volle ancora vincere la scommessa di
riuscire a scrivere unopera comica, facendo rivivere una tradizione che si voleva
morta con rossini: nel 1893, utilizzando di
nuovo la connessione Shakespeare-Boito, lottantenne Verdi ripeté alla Scala, col
Fastaff, il trionfo di sei anni prima. Gli ultimi anni trascorsero abbastanza sereni,
nonostante la perdita di Giuseppina Strepponi (1897) e di molti vecchi amici, compensata
però dallormai assidua vicinanza di Boito. Pur avendo abbandonato il teatro il
Verdi ebbe ancora modo di comporre un breve balletto e alcune varianti per la prima
parigina di Otello (1894, contemporaneamente al Falstaff) e la serie dei Quattro pezzi
sacri pubblicati nel 1898. Ma si dedicò soprattutto a quella che egli chiamò la sua
opera più bella: ledificazione della Casa di riposo per musicisti di Milano, alla
quale destinò una parte della sua cospicua eredità. La morte sopravvenne, dopo una
settimana di agonia, per ictus cerebrale. La salma fu deposta al Cimitero monumentale di
Milano e dopo una settimana fu trasportata con solenni onoranze, insieme a quella di
Giuseppina strepponi, nella cappella della
Casa di riposo. Più volte nel corso della sua vita il Verdi tentò di accreditare
unimmagine di se stesso come compositore venuto dal nulla, refrattario a ogni
influenza esterna e culturalmente vergine, fino a creare lidea di una sua ignoranza
generale e particolarmente musicale. Tale atteggiamento fu una reazione alle accuse che
gli vennero mosse, non appena ebbe raggiunto fama europea, di essere stato influenzato
dalle esperienze straniere contemporanee e quindi dal desiderio di motivare la propria
originalità. Ma la realtà non coincide collimmagine che egli volle lasciare di
sé. Se è vero che il Verdi non fu un musicista intellettuale (nel senso in cui lo furono
Schumann, Wagner o in Italia, Boito), non fu però mai neppure del tutto schillerianamente
naïf, incurante di una riflessione sulla propria arte. La sua posizione è anche in
questo paragonabile a quella di Beethoven, musicista di formazione tradizionalmente
artigianale ma costantemente aspirante a motivare la propria attività anche attraverso
lacquisizione di strumenti culturali non posseduti in origine (è poi del tutto e
irrilevante che tale riflessione non fosse esposta sistematicamente, dato che di essa e
della sua evoluzione resta abbondante traccia in quanto è disponibile
dellepistolario verdiano). Il terreno sul quale larte verdiana trovò il suo
primo nutrimento è naturalmente quello della tradizione operistica italiana del primo ottocento: Rossini, Donizetti (coi quali il Verdi
intrattenne rapporti personali), Bellini e, in misura ancora difficilmente valutabile, mercadante, Pacini e altri minori (questi però
sentiti dal Verdi come un attardamento classicheggiante che conduceva alla degenerazione
di un Petrella). È importante notare che per il Verdi questi autori erano i
rappresentanti di una tradizione specificamente italiana, fondata sul predominio della
vocalità, che egli contrappose a quella strumentale tedesca. Da tale tradizione il Verdi
poté risalire direttamente alle radici tardo-settecentesche (il suo maestro lavigna era stato intimo di Paisiello e
daltronde opere di quel periodo erano ancora in repertorio quando esordì). In
seguito e stese tale tradizione risalendo al primo Settecento (A. Scarlatti, Lotti,
Pergolesi, soprattutto B. Marcello), al Seicento (Carissimi) e al cinquecento (soprattutto il mitico Palestrina). È
difficile dire quanto di questi autori il Verdi conoscesse direttamente, almeno in
gioventù, e quanto essi facessero parte di una costruzione metastorica.È però certo che
egli seguì con curiosità le scoperte musicologiche del secondo Ottocento e che
limmagine idealizzata della antica musica italiana si avverte in parti del Requiem,
nel Pater noster e nellAve Maria (1880) e nei Quattro pezzi sacri (1898). È
curioso, ma logico, che il Verdi rimuovesse lesistenza di una tradizione strumentale
italiana, benché fin dalla giovinezza gli fossero note direttamente alcune sonate di D.
Scarlatti e tutta lopera di Corelli (che mostrò di apprezzare altamente, ma
evidentemente sotto laspetto della didattica contrappuntistica). Ma una tradizione
puramente musicale non potè dare alimento a un fenomeno complesso e, nella sua unità di
fondo, variegato qual è il teatro verdiano. Tale alimento dovette giungere dal mondo
extra-musicale e in primo luogo dagli ambienti letterari del Romanticismo lombardo. La
venerazione per Manzoni fu solo una manifestazione saliente della sua frequentazione dei
salotti colti milanesi degli anni Quaranta. Qui il Verdi poté risentire gli echi delle
polemiche davanguardia di una ventina di anni prima, quali, in campo teatrale,
quelle suscitate dalle tragedie di Manzoni e dalla sua Lettre a M. Chauvet, poté prendere
coscienza della connessione tra ricerca artistica e impegno civile, poté infine aumentare
la sua conoscenza del patrimonio teatrale e letterario europeo, la familiarità col quale
faceva già parte del suo mestiere di operista alla ricerca di nuovi soggetti. Ad autori
quali Schiller, Byron, Shakespeare (per il quale proclamò sempre la più incondizionata
ammirazione), il Verdi poté accedere grazie alla mediazione di amici traduttori quali
Andrea Maffei e Giulio carcano o ancor più,
come è accertato per shakespeare,
attraverso le traduzioni di Michele Leoni e di Carlo Rusconi, il quale gli fornì a sua
volta le coordinate della migliore critica romantica, A.W. von Schlegel (di cui il Verdi
conobbe le fondamentali lezioni sullarte drammatica apparse in traduzione nel 1817)
e la Staël (dal cui saggio De lAllemagne trasse lidea di Attila, compreso il
suggerimento di ricavare i costumi dagli affreschi vaticani di raffaello). In questi ambienti il Verdi ebbe anche
i primi contatti con la cultura francese, poi approfonditi durante i vari soggiorni
parigini, e per tutta la vita, tra amore e odio, il Verdi guardò a Parigi come al vero
crocevia, quale era, della cultura europea. Nel 1843 non erano ancora spenti i clamori
suscitati dalla prima di Hernani (1830) e lentusiastica scelta del soggetto di Hugo
per la Fenice fu il segno di una cosciente adesione alle idee che esso rappresentava. Da
allora in poi Hugo (e i suoi seguaci spagnoli) e in genere il teatro francese furono
oggetto della costante attenzione del Verdi. Il corrispettivo musicale del teatro
romantico francese fu naturalmente il grand opéra, che la coppia Scribe-Meyerbeer aveva
imposto alla ribalta internazionale coi successi folgoranti di Robert le Diable (1831) e
Les Huguenots (1836). La concezione drammatica della maggior parte delle opere del Verdi
è apparentemente opposta a quella di meyerbeer,
fatta di quadri accostati senza vera organicità. Ciò non gli impedì di subirne
linfluenza, non solo nei due grands opéras (Les vepres siciliennes e Don Carlos) ma
in tutta la sua produzione, sul piano del gusto spettacolare (La forza del destino), dei
gusto per il caratteristico e per il frivolo, della concezione ritmica e armonica, ma
soprattutto nellidea del compositore che sovrintende alla globalità dello
spettacolo operistico. Gli furono poi ben noti autori quali Halévy, Auber (da cui ricavò
il soggetto di Un ballo in maschera) e F. David (del cui Le Désert si ricordò
nellAttila e persino nei tardissimi balletti parigini per Otello). Dopo il tramonto
della fortuna del grand opéra il Verdi seguì con occhio vigile levoluzione
dellopera francese segnata dai lavori di Gounod, Bizet (una citazione della Carmen
appare ancora nei balletti di Otello) e massenet.
Sul versante non teatrale il Verdi mostrò sempre interesse, se non ammirazione, per la
figura di Berlioz, le cui concezioni sonore hanno lasciato tracce evidenti nel Requiem. Su
un altro versante si colloca il rapporto del Verdi con la tradizione dei classici
viennesi, non certo ignota ai musicisti italiani di formazione più europea. Per il Verdi
ci sono precise testimonianze: lo studio accanito fatto con Lavigna del Don Giovanni,
lesordio nel 1834 come concertatore della Creazione, il curriculum di studi imposto
allallievo Emanuele Muzio (certo ricalcato sul proprio) che comprende, oltre a Haydn
e a Mozart, Beethoven e Schubert, e lammirazione più volte ribadita per le sinfonie
di Beethoven. Se negli anni Sessanta il Verdi lasciò circolare dichiarazioni infastidite
sulla Nona, esse nascevano, oltre che dalla consueta polemica sul carattere non vocale
della musica tedesca, dal malumore per la feticizzazione che di quel capolavoro veniva
fatta dai suoi giovani contestatori. Proprio in mezzo a quelle polemiche nacque il
Quartetto per archi, del quale il Verdi asserì non a caso: Sia bello o brutto non so. So
però che è un quartetto! Anche nei riguardi della musica romantica il Verdi fu più
attento di quanto non volessero far credere le sue tirate su Mendelssohn, Schumann e
Chopin.Tutti questi autori furono presenti nella sua biblioteca e di essi il Verdi ebbe
forse più diretta conoscenza grazie allamicizia con Ferdinand Hiller (uneco
di Mendelssohn si avverte daltronde nellultimo quadro del Falstaff). Infine il
Verdi conobbe abbastanza presto i principali lavori teatrali di Weber. Tutto ciò porta a
chiedersi in che misura il tardo Verdi subì linfluenza di wagner. Fin da quando lopera del tedesco
cominciò ad affermarsi sulla scena internazionale il Verdi nei seguì gli sviluppi,
giungendo a leggerne i testi drammatici e le opere teoriche nella traduzione francese: è
nota lattenzione con cui seguì, spartito alla mano, la prima bolognese del
Lohengrin. Il giudizio del Verdi su Wagner fu a lungo diviso tra la differenza a una
cautela superiore a quella dimostrata dai suoi corrispondenti. Solo dopo la morte di
Wagner il Verdi si abbandonò a un aperto riconoscimento della sua grandezza, pur
ribadendo la sua non assimilabilità al gusto italiano (in questo non subì
linfluenza di Boito, il cui wagnerismo non andò mai oltre il lohengrin). Placate le polemiche che agitarono il
mondo culturale fino al 1914, superata la prospettiva limitata di chi vedeva un cedimento
a Wagner in ogni ispessimento dellorchestra (e il Verdi subì questa accusa per il
Don Carlos e per lAida), si può dire che se il Verdi subì linfluenza
wagneriana non fu sul piano della drammaturgia né su quello del linguaggio musicale, ma
nello stimolo allautoriflessione e nella sfida che il sentirsi superato imponeva al
suo orgoglio e che lo spinse a tornare sulle scene dopo sedici anni di silenzio. In questo
particolare senso si può dire di essere debitori a Wagner dellOtello e del
Falstaff. In tarda età il Verdi rifiutò lappellativo di compositore asserendo di
essere piuttosto un uomo di teatro. Questa definizione, purgata dellusuale polemica
nei confronti della musica pura doltralpe, fornisce la chiave per la piena
comprensione dellarte verdiana, stabilendo la corretta gerarchia tra i due mezzi
espressivi che concorrono a dare vita a un melodramma: lazione drammatica e la
struttura musicale. Secondo un luogo comune, però non sufficientemente verificato, nel
melodramma settecentesco (compresavi anche la produzione rossiniana) lintreccio
drammatico era solo un pretesto per uninvenzione musicale.Più vicina alla realtà
è lidea che nellopera settecentesca lideazione del discorso drammatico
fosse di pertinenza del librettista, che lo realizzava prevalentemente nelle zone
recitative lasciando al compositore il compito di fornire risonanza sentimentale alle zone
liriche (arie), poi, verso la fine del Settecento e particolarmente nellopera buffa,
di impostare la dinamica dellazione nei pezzi dassieme. Ma nei compositori che
fiorirono nel ventennio 1820-1840 si manifestò sempre più chiara la tendenza a rendersi
responsabili in prima persona dello spettacolo melodrammatico in tutte le sue componenti,
riducendo progressivamente la figura del librettista a un ruolo subalterno e funzionale.
Il Verdi, favorito dal cambiamento di situazione sociale e culturale avvenuto nel corso di
un arco creativo eccezionalmente lungo, portò a compimento questa tendenza realizzando
compiutamente la figura del compositore-drammaturgo. Ciò si rivela con piena evidenza
nella storia dei rapporti tra il Verdi e suoi librettisti, infiorata di aneddoti più o
meno veritieri tutti intesi a dimostrare la ferrea dittatura esercitata dal Verdi sui suoi
collaboratori. Dopo le primissime opere, il Verdi non accettò più di musicare libretti
già confezionati e pretese, non sempre con eguale successo, che i librettisti si
riducessero a meri facitori di versi per le strutture drammatiche da lui volute. Del
resto, prima ancora che le teorie wagneriane si diffondessero in Italia, Cammarano
espresse al Verdi lauspicio che poeta e compositore giungessero a essere la stessa
persona e occasionalmente, per esempio per il rifacimento parigino di Macbeth, il Verdi si
cimentò personalmente alla stesura dei versi. Ma più rivelatrici sono a questo proposito
le corrispondenze relative alla genesi di opere quali Il trovatore e Aida, dove il Verdi
inviò al librettista abbozzi di scene già quasi verseggiate che si discostano solo in
particolari da quella che fu poi la redazione definitiva. Deriva da ciò il rovesciamento
di giudizio sul più assiduo dei librettisti verdiani, francesco Maria Piave, già vituperato come
pessimo verseggiatore e poi apprezzato per la sua eroica capacità di annullarsi di fronte
alla volontà del Verdi, il quale del Rigoletto asserì trattarsi di uno dei più bei
libretti, salvo i versi, che vi sieno. Il che prova come il Verdi distinguesse chiaramente
tra i meriti drammatici e quelli letterari di un libretto e chiarisce che la maggior parte
dei giudizi negativi deriva da una confusione tra i due piani. Per il Verdi il merito di
un libretto consisteva nella sua funzionalità alla propria opera di compositore. Ciò non
deve però indurre ad abbracciare senza riserve lidea (sostenuta con brillanti
argomenti da G. Baldini e per molti versi utile) secondo la quale la trama dei libretti
verdiani è un puro pretesto, unimpalcatura destinata ad annullarsi nellazione
musicale e a non essere più percepita dallo spettatore. concepita su misura per unopera
programmaticamente astratta come Il trovatore, questa tesi non può giustificare i
complessi sviluppi di valori ideologici trasmessi dalla maggior parte delle opere
verdiane, i quali non potrebbero acquistare la sostanza espressiva che hanno
nellopera finita se non fossero già impostati nelle loro linee fondamentali
nellorganizzazione drammatica del libretto. Prima del Verdi, tra i compositori
italiani dellOttocento, il solo Bellini pose altrettanta attenzione nello scegliere
i soggetti delle proprie opere. Tale scelta costituisce il momento iniziale e fondamentale
del processo creativo verdiano. Naturalmente anche il Verdi, come ogni operista
contemporaneo, fu vincolato nelle sue scelte da una quantità di fattori inerenti alla
vita teatrale: necessità di soddisfare le attese di un determinato pubblico, di aggirare
gli scogli della censura e di utilizzare al meglio la compagnia di canto a disposizione.
Dati per presupposti questi condizionamenti, la lettura dellepistolario documenta
con evidenza come il Verdi perseguisse per anni determinati progetti (caso limite il mai
realizzato Re Lear), si ostinasse a tentare di salvare opere delle quali non era
soddisfatto ma nel cui soggetto credeva (simon
Boccanegra) o al contrario rifiutasse soggetti che gli sembravano poco teatrali. Desidero
sogetti nuovi, grandi, belli, variati e arditi allestremo punto, con forme nuove e
nello stesso tempo musicabili, scrisse nel 1853 recando a esempio La traviata, che stava
scrivendo, e i precedenti Macbeth e Rigoletto. Come il Verdi intendesse questa varietà di
musicabilità si può vedere dalla lettera in cui, dopo aver scartato un libretto già
trascritto da Piave, raccolse con entusiasmo lidea di musicare hernani di Hugo: Oh se si potesse fare
lHernani sarebbe una gran bella cosa! Domani scriverò a lungo al Sig. Piave e
stenderò tutte le scene dellHernani che mi sembrano adattate. Io ho già visto che
tutto latto primo si può stringere in una magnifica introduzione, e finire
latto dove Don Carlos chiede a Silva Hernani. Fare latto secondo
collatto 4 del dramma francese. E finire il terzatto col magnifico terzetto in
cui muore Hernani. Il processo di composizione è a questo punto già avvenuto
collindividuazione dei nuclei drammatici fondamentali (dal Verdi chiamati posizioni
o punti) che divennero poi le scene più memorabili dellopera. È chiaro che il
Verdi, ben prima di accingersi al lavoro, già pensava alla struttura musicale implicita
nella struttura drammatica. Il successivo stadio è la stesura della selva, un dettagliato
programma in prosa preparato di concerto tra compositore, poeta e impresa teatrale, da
sottoporre allapprovazione della censura prima della versificazione definitiva. In
questa fase il Verdi dovette spesso difendere la sua concezione dellopera. quanto
allErnani, non ebbe difficoltà a portare a quattro i tre atti da lui previsti né
ad aggiungere due arie di sortita estranee alloriginale, ma fu irremovibile sulla
necessità di terminare lopera con un terzetto (dove lazione continua fino
alla fine, spiegò molti anni dopo) anziché con un rondò della prima donna come
proponeva Piave. Nel 1859 rinunciò a dare a Napoli Un ballo in maschera perché le
modificazioni pretese dalla censura ne alteravano troppo profondamente il carattere. In un
libretto dopera, essendo necessariamente più breve di un dramma letterario, gran
parte del processo di adattamento consiste nelleliminare, il che si traduce in un
atto creativo in quanto impone di selezionare il materiale e di ricomporlo in un discorso
compiuto e autonomo. Questo processo di riduzione è il più frequentemente usato, ma si
dà anche il caso dellaggiunta di situazioni estranee alloriginale, a esempio
ne La forza del destino, dove il Verdi volle inserire la scena del campo militare tratta
dal Campo di wallenstein di Schiller,
inserzione che si adatta perfettamente allo spirito del dramma di Rivas. Altri esempi di
ampliamento si trovano nel Don Carlos, con laggiunta dellatto di fontainebleau, e nel Fastaff, con
linserimento nella trama delle Allegre comari di Windsor di passi tratti
dallEnrico IV, fondamentali per la delineazione del protagonista. Laccurato
confronto tra le opere verdiane e le loro fonti letterarie (nelle traduzioni usate dal verdi) è perciò un proficuo metodo di
valutazione delle prime in quanto discorsi drammatici organizzati attraverso una serie di
scelte selettive. Appare da ciò anche la futilità di fondare un giudizio di valore su di
esse in base alla loro presunta capacità di adeguarsi al livello artistico
delloriginale. Che Luisa Miller e Othello siano opere più o meno riuscite è
questione affatto indipendente dal valore dei drammi da cui sono tratte, che vanno
considerati come magazzini di situazioni e di personaggi utilizzati per creare un
organismo drammatico nuovo e autonomo (né più nè meno della novella di Giraldi Cinzio
nei confronti dellothello di
Shakespeare). A chi rimprovera al Macbeth di non aver saputo cogliere la dimensione
magico-metafisica delloriginale si può opporre che il Verdi vi ha colto e
privilegiato il tema della coscienza e della responsabilità delle azioni umane, più
consono alla sua visione del mondo e al suo campo di esperienza culturale. Dato il ruolo
determinante sostenuto dal libretto nel dare corpo allopera compiuta, grande
importanza assume limpostazione data dal Verdi al rapporto tra parole e musica. Su
questo punto la critica si è divisa tra lesaltazione della capacità verdiana di
fecondare il potere semantico della parola, abbandonando gradualmente le forme
convenzionali in favore di un plastico declamato, e lopposta esaltazione della
capacità di annullare e bruciare il senso verbale nel fuoco dellinvenzione
musicale, considerando la tendenza al declamato aperto un cedimento allambiguo
intellettualismo del dramma musicale nella direzione Gluck-Wagner. Lo stesso Verdi offrì
il puntello ai critici della prima tendenza magnificando una certa frase del Barbiere di
Siviglia come la parola declamata giusta e vera (ed è musica, aggiunse però, cioè non
recitazione intonata) o esaltando la verità e potenza di declamazione nel duetto tra
Norma e Pollione, che ebbe evidentemente a modello nel duetto tra Amneris e Radames. Non
si può daltra parte negare che il Verdi persegua effetti drammatici anche in scene
fondate sul bel canto (arie di Gilda, Leonora nel Trovatore e violetta), oppure negli ensemble in cui gli
enunciati dei singoli personaggi si annullano nellimpasto musicale. La verità è
che declamazione, bel canto e concertato non vanno considerati come indirizzi stilistici
assoluti ed ecludentisi ma come pezzi che traggono senso drammatico dal loro porsi in
rapporto dialettico, dal loro calcolato succedersi. Si veda a esempio quanta efficacia il
Largo che conclude il II atto de La traviata tragga dal contrapporsi del declamato di
Germont e di Alfredo, della melodia spiegata di Violetta e dellimpasto corale dei
comprimari. Il problema del rapporto tra parola e musica fu razionalizzato dal Verdi nel
concetto chiave di parola scenica, che definì (1870) come la parola che scolpisce e rende
netta ed evidente la situazione. Io, quando lazione lo domanda, abbandonerei subito
ritmo, rima, strofa; farei dei versi sciolti per poter dire chiaro e netto tutto quello
che lazione esige. Purtroppo per il teatro è necessario qualche volta che poeti e
compositori abbiano il talento di non fare né poesia né musica. Le ultime frasi vanno
lette sullo sfondo dello sperimentalismo progressista che preoccupò il Verdi
allepoca di Aida. Se si vuole utilizzare retrospettivamente il concetto di parola
scenica applicandolo allintera produzione verdiana, è necessario coglierne il
presupposto implicito che il senso è prodotto dal discorso drammatico nel suo insieme,
non dalle singole parole (del Faust di Gounod il Verdi disse: ben espressa quasi sempre la
parola. Intendiamoci bene, la parola, non la situazione) e neppure da tutto il testo
poetico del quale la più gran parte non giunge in maniera distinta alla percezione
dellascoltatore. Parola scenica significa dunque condensare il nucleo ideale della
scena, della situazione (un carattere, un sentimento, un oggetto, ma soprattutto la
direzione del movimento drammatico) nel minimo spazio verbale possibile e come tale è
compito prima di tutto del librettista, sia pure su suggerimento del compositore che
dovrà poi evidenziare tale parola scenica nella struttura musicale. È perciò errato
identificare la parola scenica con un determinato stile di canto, cioè il declamato
drammatico contrapposto al canto spiegato e formalizzato: parola scenica è, nel
Rigoletto, altrettanto La donna è mobile che Pari siamo, nellErnani altrettanto
Ernani! Ernani, involami che Ecco il pegno: nel momento In che Ernani vorrai spento. In un
brano eminentemente brillante quale Vivrà! contende il giubilo, nel Trovatore, parola
scenica è Vivrà!, lunica chiaramente percepibile ma sufficiente a indirizzare
lascoltatore sul motivo della gioia affannosa di Leonora, espressa nel seguito del
brano esclusivamente dalla musica. Fondamentale per la comprensione dellarte
verdiana è il concetto di unità drammatica: Se lopera è di getto lidea è
Una, e tutto deve concorre a formare questo Uno. Ogni momento dellopera deve avere
relazione organica con linsieme e tendere inesorabilmente alla conclusione, il che
si ottiene con un accurato calcolo della distribuzione delle situazioni e dei numeri
musicali. Dalla ricerca di unità deriva la preoccupazione del Verdi, a tratti ossessiva,
per la concisione, che non si stancò di raccomandare ai librettisti: preferì rischiare
lincomprensibilità per eccesso di stringatezza piuttosto che la dispersività per
eccesso di lunghezza (anche se a volte affrontò consapevolmente il rischio, a esempio nel
Don Carlos). Il raggiungimento dellunità drammatica implica la soluzione del
problema, che ogni drammaturgia deve affrontare, della dimensione temporale
dellopera teatrale, lesigenza di conciliare la durata reale dello spettacolo
con la durata fittizia in cui simmagina svolgersi la vicenda. Durante la giovinezza
del Verdi il problema fu di grande attualità nella polemica tra classicisti e romantici
sulle unità aristoteliche. Quando il Verdi iniziò a comporre la battaglia romantica era
ormai vinta e le sue scelte letterarie non lasciano dubbi sulladesione alle tendenze
romantiche. Il problema va però oltre la questione di scuole e di normative, dato che il
tipo di organizzazione temporale è in funzione della struttura drammatica e implica
quindi il problema delladeguamento tra forma e contenuto (Manzoni chiarì che
lunità di tempo si riduce allunità dazione). Il Verdi diede al
problema un contributo pratico adottando una molteplicità di soluzioni, che sono
naturalmente implicite nelle fonti letterarie ma che egli esplicitò nella traduzione
librettistica e nella realizzazione musicale (che il problema fosse sentito è dimostrato
dalle numerose indicazioni temporali, ore, giorni, mesi e anni, accuratamente disseminate
nei libretti). Un ballo in maschera si attiene in maniera esemplare allunità di
tempo distribuendo lazione nellarco di due giornate, dal mattino della prima
alla sera della seconda. Vicino a questo è il caso di rigoletto, il cui III atto simmagina a
distanza di un mese dai primi due ma in stretta consequenzialità di azione di quelli. In
ambedue i casi era importante rendere il precipitare inesorabile degli eventi verso la
catastrofe, onde acquista valore emblematico il senso di presagio fornito dalla profezia e
dalla maledizione. La trama di Otello è stata consapevolmente riportata a unità di tempo
e di luogo con leliminazione del I atto di Shakespeare. La vicenda più rilassata
della Traviata, che si svolge nellarco di alcuni mesi, riflette la sua origine più
novellistica che drammatica facendo di ogni atto un quadro a sé stante. La morte di
Violetta rientra nellordine degli eventi naturali più che in quello delle scelte
umane e acquista valore, più che il presagio della catastrofe, il rimpianto del passato e
delle sue illusioni. La dimensione storica che fa da sfondo al Simon Boccanegra è
sottolineata dalla presenza di un prologo che si svolge venticinque anni prima
dellazione principale, di per sè ravvicinata e consequenziale. Caso estremo di
dilatazione temporale è La forza del destino, ognuno dei cui atti si svolge a notevole
distanza, nel tempo e nello spazio, dal precedente, sottolineando il senso di
ineludibilità del fato. La dimensione più romanzesca che drammatica dellopera è
attuata per mezzo di quadri descriventi lo scorrere della vita comune che, in fondo
indifferente alla vicenda privata dei protagonisti, la commenta a volte con ironia.
Musicalmente leffetto è rafforzato da numerosi inserti di musica di scena (canzoni,
danze, cori di pellegrini e di frati, suono dellorgano e fanfare), spezzoni di
durata reale che frammentano la continuità della dimensione musicale fittizia in cui si
svolge la tradizionale trama melodrammatica. Il problema della dimensione temporale si
riproduce al livello delle unità minori dellopera (scene). Il codice melodrammatico
accetta che nei brani lirici (arie e concertati) il tempo dellazione sintenda
sospeso e che lo spettatore divenga cosciente del tempo interiore dei personaggi. muovendosi allinterno di questa convenzione,
il Verdi cercò di conciliarla col senso della continuità drammatica rappresentando la
simultaneità dei due piani temporali. Così i duetti amorosi del I atto della Traviata e
del finale di Un ballo in maschera, durante i quali i personaggi si astraggono dal mondo
circostante, si svolgono sullo sfondo di una danza di società che si snoda con
indifferenza simulando la continuità del tempo reale. Ancora nellOtello (quartetto
del II e finale del III atto) il Verdi impiegò il tradizionale ensemble in cui i vari
personaggi esprimono simultaneamente le loro emozioni, ma lo contrappuntò colla frenetica
attività del motore dellazione, Jago (si noti anche, nel primo caso,
limportanza della struttura poetica, un vero contrappunto metrico tra le parti
lirico-contemplative di desdemona e di
Otello, in settennari, e il dialogo dazione tra Emilia e Jago, in quinari).
Altrettanto importante nella concezione drammaturgica del Verdi è la dimensione visiva e
spaziale dello spettacolo. Lattenzione rivolta agli aspetti scenografici e alla
mise-en-scéne delle sue opere costituisce una delle più rilevanti influenze
dellopera francese e infatti proprio dalla Francia il Verdi portò, a partire da Un
ballo in maschera, luso della disposizione scenica, un opuscolo stampato che
prescrive minuziosamente il modo di realizzare lopera (inclusi suggerimenti di
recitazione per i cantanti). Ma fin dallinizio il Verdi seguì con attenzione la
circolazione delle proprie opere, cercando di impedirne la rappresentazione in teatri che
non gli davano garanzie di efficienza realizzativa (tra i quali per lungo tempo la Scala).
Gli stessi libretti e le partiture sono fitti di indicazioni sceniche. Naturalmente anche
questo aspetto è concepito dal Verdi come strettamente funzionale alla concezione
unitaria dellopera. Esso contribuisce a definirne la tinta, come il prevalere delle
scene notturne ne Il trovatore, o a scandire il ritmo dellazione, come il calcolato
alternarsi di scene luminose e oscure nel Rigoletto, aperte e chiuse ne La forza del
destino. La scenografia può inoltre interpretare i valori sottesi al discorso drammatico:
nellErnani lavello di Carlo Magno simbolizza lidea imperiale che informa
lazione Carlo V, nel Simon Boccanegra le vedute marine visualizzano la segreta
nostalgia del protagonista, nellultima scena di Aida il trionfo del potere
sacerdotale è reso concreto dalla divisione della scena in due piani, luminoso il
superiore e oscuro linferiore (del resto a questa conclusione sepolcrale tende, nel
corso dellopera, la ricorrente allusione a spazi aperti, incontaminati e
irraggiungibili). Il linguaggio sonoro si combina spesso con quello visivo, solitamente
nella forma di musiche sulla scena, per suggerire la presenza di uno spazio ideale al di
là delle quinte, per esempio nei canti fuori scena accompagnati dallarpa de Il
trovatore (nella scena del Miserere il piani sonori e spaziali sono addirittura tre) e nel
Macbeth un complesso di strumenti ad ancia, dal suono dolce e lontano, suggerisce lo
spazio sotterraneo da cui appariranno i fantasmi degli otto re. Quando questi effetti sono
funzionali allazione il Verdi ottiene con mezzi assai semplici risultati
efficacissimi e più convincenti dei tentativi di descrittivismo quali lalba
dellAttila o la burrasca nel IV atto dellAroldo. Questultimo è un
esempio di calcolo errato nellimpiego della scenografia ai fini drammatici, in
quanto introduce unapertura naturalistica affatto estranea alla tinta domestica di
primi tre atti e che a sua volta predomina nello Stiffelio. Al contrario le tempeste di rigoletto e di Otello, così come le feste da
ballo della Traviata e di Un ballo in maschera o la parata militare di Aida trascendono la
tradizionale funzione di arricchimenti spettacolari per divenire parti integranti
dellazione drammatica. Tra i grandi meriti che vengono riconosciuti al Verdi
drammaturgo è la creazione di caratteri di varietà e profondità umana prima sconosciute
allopera seria italiana. Alla programmatica astrazione dei personaggi rossiniani e
alle passioni intense ma unilateralmente amorose dei personaggi donizettiani e belliniani
fa riscontro una molteplicità di figure agitate dai più diversi sentimenti: basterà
ricordare, tra le più memorabili, la coppia Macbeth, consumata dallambizione e dal
rimorso, Rigoletto, diviso tra la complicità col tiranno e la tenerezza paterna,
Violetta, divisa tra passione e sacrificio, Filippo II, roso dal taedium vitae, Falstaff,
pateticamente incapace di accettare il declino della vecchiaia (senza dimenticare figure
minori quali Sparafucile o il paggio Oscar). Questi e altri personaggi concretizzano una
tendenza realistica che il Verdi volle esplicitamente distinguere dal realismo
programmatico e naturalistico della seconda metà dellottocento. Un realismo più profondo, condensato
nella formula inventare il vero, di cui additò a maestro supremo quello shakespeare capace di far apparire reali
personaggi, quali il perfido Jago e langelica Desdemona, introvabili nella vita
reale. Se il merito del Verdi per aver creato tali figure resta incontestabile, occorre
pur riconoscere che tra i capolavori verdiani si devono annoverare opere nelle quali tale
caratterizzazione è solo un aspetto (la grandezza del Trovatore non si riduce
alloriginalità di Azucena) o non è neppure tentata (Un ballo in maschera) e che il
personaggio scolpito non basta a creare il dramma interamente convincente (è il caso di
Simon boccanegra). Occorre perciò ribadire
che il dramma nasce dalla situazione in cui il personaggio è inserito e dal suo evolversi
e particolarmente dal confronto con gli altri personaggi. Per questo esso viene
solitamente caratterizzato con la massima evidenza non nei momenti di autoespressione
(siano essi arie o scene libere) bensì nei duetti, che svolgono il ruolo che in un dramma
letterario ha il dialogo. I duetti tra Foscari e Lucrezia, tra Germont e Violetta, tra
Simone e Fiesco, tra Filippo II e lInquisitore, tra Aida e Amonasro, e molti altri,
sono monumenti dellarte drammatica nei quali lessenza degli agenti è colta
non in astratto, come un ritratto che limmobilizza in un tipo, ma nel suo concreto
divenire e agire che la qualifica moralmente e la rende con ciò il veicolo simbolico di
una dialettica ideologica. Sono dunque questi brani (ma anche quelli in cui i conflitti si
moltiplicano, come il quartetto del Rigoletto, che è una sorta di doppio duetto) a
fornire laccesso privilegiato per lindagine sullaspetto più importante,
e però il meno indagato della drammaturgia verdiana, quello delle tematiche e dei valori
(ogni drammaturgo ne esprime, anche se non li razionalizza in una poetica sistematica).
Occorre evitare, a tale proposito, ogni unilateralità riduttiva quale quella che
considera fondamentale in buona parte della produzione verdiana il tema della libertà
nazionale (il mito del cantore del Risorgimento). Si sono tentate letture globali in
chiave sociologica identificando nel conflitto tra padri e figli la situazione centrale
del teatro verdiano, riflesso delle preoccupazioni per la struttura patriarcale della
famiglia borghese italiana intorno allUnità (Baldacci, 1974). Si può notare che
tale conflitto è assente o irrilevante in opere quali Ernani, Macbeth (dove è forzato
dire che il protagonista agisce contro il rapporto di paternità), Il corsaro, Il
trovatore, Un ballo in maschera (dove è troppo comodo identificare un presunto intervento
celeste con la legge paterna), che in altre opere in cui esso è presente non è né
lunico né il più importante, per esempio nel Don Carlos, e che la presunta
vittoria finale dei padri, figure garanti dellistituzione sociale, è assai relativa
in quanto spesso essi stessi vengono travolti dalla catastrofe dei figli da loro provocata
(vedi Luisa Miller). Si può perciò sospettare che il rapporto padri-figli, indubbiamente
maggioritario, interessò il Verdi proprio in quanto conflitto, accanto ad altri ma fino
ad allora poco o nulla sfruttato nellopera, e perciò utilizzabile come motore
drammatico. Se si vuole trovare una costante tematica nellintero arco
dellopera verdiana, realizzata nelle forme e nelle direzioni più diverse, essa va
forse individuata nellopposizione tra laspirazione alla felicità individuale
e la sua negazione da parte delle istituzioni e delle convenzioni della vita associata. Il
primo termine dellopposizione può essere costituito dalla realizzazione di un
legame amoroso, ma anche di un legame affettivo familiare (Rigoletto e molte altre opere),
di unamicizia (Don Carlos), della libertà di un popolo (Nabucco), dal
raggiungimento di un potere (Macbeth). Il secondo termine dalle contrapposizioni politiche
(Simon Boccanegra), religiose (I lombardi alla prima crociata), razziali (La forza del
destino), di classe (Luisa Miller), dal pregiudizio (La traviata), dallistituzione
matrimoniale (Un ballo in maschera) e dal senso dellonore (Ernani). Inutile
sottolineare che tutte queste componenti possono combinarsi tra di loro nelle maniere più
varie generando conflitti multipli allinterno della stessa opera. Questo intreccio
caotico di rapporti (raffigurato nella metafora ricorrente della vita come guerra) il
Verdi osserva con atteggiamento umanistico, in quanto offre la sua partecipazione
alluomo che lotta e soffre per la sua felicità (persino a Lady Macbeth quando
sconta il fio della propria perversità), ma anche pessimistico in quanto prende atto
dellinevitabilità che lindividuo soccomba allistituzione. Si possono su
questo piano azzardare alcuni paralleli con la drammaturgia wagneriana: per esempio notare
la somiglianza tra la posizione di Filippo II rispetto allinquisitore e quella di
Wotan rispetto a Fricka (nel II atto della Valchiria), entrambi costretti a schiacciare le
persone che amano da quello stesso vincolo su cui si fonda il loro potere, e le
convergenze tra Un ballo in maschera e tristano
sono più profonde di quanto facciano ammettere alcune somiglianze esteriori (si veda il
ruolo del filtro come negazione dellamore e della notte come luogo
dellautentico rapporto amoroso, contrapposta al giorno come luogo della convenzione
sociale). Ma a differenza di Wagner, che prospetta al problema una soluzione
rivoluzionario-palingenetica o nichilista, il Verdi non prospetta alcuna soluzione al di
fuori di una stoica accettazione dellinfelicità umana che la storia (Manzoni
insegna) perpetuamente ricrea, alleviata forse solo dalla solidarietà. È vero che da un
certo momento della produzione verdiana si affacciò la prospettiva di una consolazione
nella morte (si vedano i finali di Simon Boccanegra, La forza del destino versione 1869,
Don Carlos e Aida, e del resto laspirazione di un perduto asilo di pace che si
affaccia già nei finali del Trovatore e della Traviata non è che una variante sul
medesimo tema). Tale motivo ricorrente, forse chiarificato dalla consuetudine con
lopera manzoniana, è pero visto dal Verdi non tanto come certezza e neppure come
possibilità di una beatitudine ultraterrena (nella Forza del destino laccentuazione
più marcatamente religiosa è indotta dalla natura stessa del soggetto) quanto come
possibilità di una cessazione della perpetua guerra delluomo. In questo senso il
Requiem per Manzoni si inserisce a pieno titolo, come dialogo di un laico con un credente,
nella linea maestra della drammaturgia verdiana. Tra i diversi mezzi che concorrono a
determinare la forma dellespressione nellopera verdiana, accanto a quelli
verbali e visivi, quelli musicali hanno senza dubbio la preminenza: il Verdi come tutti i
grandi operisti, è un drammaturgo attraverso la musica. La funzione della musica
nellopera si può riassumere nei seguenti punti: contribuire alla determinazione del
contenuto drammatico già impostato dal linguaggio letterario del libretto,
assecondandolo, completandolo o persino contraddicendolo (La musica, scrisse il Verdi,
può riuscire egregiamente a dire in certo modo, due cose in una volta. È una qualità di
questarte mal considerata dai critici e mal tenuta dai maestri); realizzare la
dimensione temporale dellopera stabilendo i rapporti di durata e di tensione tra le
varie parti che la compongono; realizzare compiutamente lunità drammatica
dellopera attraverso lattuazione della tinta, concetto verdiano difficilmente
definibile ma consistente di una somma di caratteri melodici, armonici, ritmici e timbrici
che caratterizzano latmosfera predominante in ciascuna opera (anche questo punto fu
coscientemente teorizzato dal Verdi: Per scrivere bene occorre scrivere quasi dun
fiato, riservandosi poi di accomodare; senza di che si corre il rischio di produrre opera
a lunghi intervalli, con musica a mosaico, priva di stile e di carattere; per questo, in
un momento imprecisato della sua vita, passò dal tradizionale metodo di comporre uno per
uno i vari pezzi chiusi, in fascicoli anche fisicamente separati, allabitudine di
stendere un abbozzo che contiene tutta lopera nelle sue linee fondamentali).
Carattere costitutivo dellopera verdiana, come in genere dellopera italiana,
è la preminenza accordata allelemento melodico vocale. In esso si catalizza nella
maggior parte dei casi luniverso affettivo del personaggio che, venendo a collisione
con quello degli altri personaggi, determina il procedere del dramma. A questo
contribuisce potentemente anche lidentificazione dei personaggi con determinati
timbri vocali che si distinguono in un sistema di opposizioni significative. A esempio,
secondo lanalisi di G. Baldini, lazione dellErnani si configurerebbe con
lassedio di tre voci virili, in ordine progressivo di profondità, allunico
timbro femminile. Lo stile melodico verdiano è debitore in diversa misura a quello dei
suoi predecessori. Lo accomunano a quello di Rossini e di Donizetti la vigorosa struttura
ritmica, fondata sulla brevità e la fondamentale simmetria degli incisi, pur non
condividendo laerea sprezzatura del primo né la spontaneità del secondo, a quello
di Bellini (e di Mercadante) lattenzione per la scansione verbale, pur non
possedendone, salvo eccezioni quali le due arie di Leonora ne Il trovatore, la tendenza
alle melodie lunghe (definizione verdiana) che si espandono a spirale. Per quanto riguarda
la struttura intervallare della melodia il Verdi è fondamentalmente un seguace della
scuola di canto italiano, naturalmente già arricchita dalle esperienze donizettiane e
belliniane (si attirò le abituali accuse di distruttore delle voci per la tendenza a
spingere verso lalto le tessiture, particolarmente dei baritoni). Ne deriva una
prevalenza del procedere per grado congiunto vivificata dai più espressivi intervalli
disgiunti collocati in posizioni strategiche: per esempio la 6a discendente
allinizio di Parmi veder le lagrime nel Rigoletto o la 6a ascendente con
cui iniziano molte melodie dellErnani. Solo nelle opere della maturità alcune
melodie denunciano una concezione forse più strumentale che vocale, a esempio Deh, non
mabbandonar ne La forza del destino. Occorre poi notare la capacità particolare
della melodia verdiana di determinare, nel suo procedere, il decorso armonico sottostante.
Il bel canto di agilità, rossinianamente e donizettianamente inteso come espressione
dellardore amoroso, è raro e tende progressivamente a scomparire, celebrando il suo
ultimo trionfo, con una venatura di scetticismo, in Sempre libera deggio. Più
tipico del giovane Verdi è luso dellagilità di forza come espressione di
trionfo o di disperazione, esemplificato dalle cabalette di Abigaille, Lady Macbeth e di
Mina nellaroldo. Particolarmente
connesso col timbro tenorile è il canto legato o di mezzo carattere, che assume toni di
tenerezza mozartiana in Ah si, ben mio, collessere nel Trovatore, e si prolunga fino
allAida (Celeste Aida). Il fondamento del melos verdiano è però ritmico nel senso
più ampio della parola. Già nel 1859 A. Basevi ravvisò nello stile del Verdi un sistema
economico-musicale basato sullo sfruttamento di poche cellule ritmico-melodiche ben
delimitate. Un caso estremo di tale tendenza è landante nel finale II de Il corsaro (Audace
cotanto Mostrarti pur sai?), 79 battute fondate quasi esclusivamente su una cellula
ritmica di quattro note. La tendenza alleconomia costruttiva può degenerare a volte
nella piattezza, ma garantisce nella maggior parte dei casi lorganicità della
struttura insieme allimmediata comprensibilità. Il celebre coro Va, pensiero,
sullali dorate è un esempio perfetto di melodia fraseologicamente simmetrica che
dà però limpressione di un unico arco compatto. Risiede qui forse il segreto di
uno stile che riesce come pochissimi a essere nello stesso tempo popolare e
intellettualmente soddisfacente. Strettamente legato a questo carattere popolare è
limpegno di modelli ritmici derivanti dalla musica duso, particolarmente di
danza (mazurka, polka, galop, bolero, walzer) o di marcia (non si parla qui delle vere e
proprie danze e marce inserite nelle opere). Anche tale impiego può degenerare ed è anzi
uno dei più frequenti appigli per laccusa di banalità rivolta al Verdi. Decisiva
è come al solito la funzionalità drammatica: la prevalenza di ritmi di walzer ne La
traviata è essenziale per la caratterizzazione ambientale dellopera, nel 3° atto
di Ernani la tensione drammatica è in gran parte affidata al conflitto tra un ritmo di
marcia, prevalente nella prima parte come simbolo di ostilità, combattuto e poi
sopraffatto da un ritmo di terzine che esplode con carattere di inno nella conciliazione
finale. Altrettanto determinante per la struttura ritmica della melodia verdiana è il suo
legame con la struttura metrica del testo. Da principio il Verdi seguì la tradizione che
collegava determinati modelli ritmici allandamento fortemente cadenzato della
metrica italiana, per esempio, nei cori in decasillabi anapestici, lattacco
anacrusico. In generale il rispetto di tali modelli, non compensato dalla belliniana
tendenza agli ampi archi melodici, comportava il rischio di una certa stereotipia.
Benefica fu in tal senso lesperienza dellopera francese, colla sua prevalenza
di metri lunghi e non fortemente accentati, in favore di una concezione melodica meno
rigida che porta a concepire frasi quali, nellAida, Ma tu, Re, tu signore possente,
svincolata dalla cadenza percussiva del decasillabo eppure perfettamente logica. Di qui
deriva anche labbondanza, nelle opere tarde, di ampie melodie costruite su
endecasillabi, delle quali ancora lAida fornisce un esempio con O terra, addio;
addio, valle di pianti. Si ammira giustamente nel tardo Verdi la capacità di aderire
colla musica allandamento naturale del ritmo poetico ma non bisogna trascurare la
sua capacità di stravolgerlo per mezzo del ritmo musicale conferendogli nuovo
significato. Un verso accentato in maniera sbagliata, quale nel Trovatore Per mé, orà
fatàle, assorbe il senso della singola parola in un unico slancio di possesso. Nel falso
racconto di Jago (Era la nòtté, Cassio dormìa) laccento sbagliato aggiunto a
bella posta accanto a quello giusto introduce unambiguità che esaspera la
curiosità impaziente di Otello. Nel racconto di amonasro
linterpolazione di incisi orchestrali nella linea vocale riformula completamente la
metrica originale trasformando due decasillabi in tre settenari e un senario tronco. Il
discorso diviene improvvisamente affannoso e spezzato, accrescendo lefficacia
retorica della perorazione. Il linguaggio armonico del Verdi, nelle sue componenti
elementari quali la costituzione degli accordi e il collegamento dei gradi fondamentali,
è solidamente ancorato a una concezione diatonica che utilizza il cromatismo solo a fini
espressivi e non strutturali. Oltre agli accordi naturali sui gradi della scala maggiore e
minore, gli accordi alterati più frequenti sono le 7e diminuite (sul cui abuso
il Verdi ironizzò) e quelli che comportano labbassamento del II o del VIgrado
(quasi sempre con significato lugubre, a esempio, in do maggiore, Sol-Si-Reb-Fa). Si
assiste naturalmente, collallargarsi dellesperienza culturale verdiana, a un
progressivo arricchimento del lessico armonico. Certamente debitore al gusto francese è
limpiego di 7e di varia specie e di 9e di dominante (connesso
a situazioni di passione erotica, a esempio nei duetti tra Amelia e Riccardo e tra Eboli e
Don Carlo), che a posteriori suscitano associazioni wagneriane, e la tendenza a
moltiplicare i collegamenti non funzionali (per esempio concatenazioni di 7e di
dominante parallele). caratteristico ma non
esclusivo è anche limpiego di 6/4 irrelate con funzione di esclamazione. Echi di
pratiche musicali semicolte si avvertono nellimpiego di strutture modaleggianti, di
solito associate a situazioni religiose quali i cori di pellegrini e di frati ne La forza
del destino, i cori sacerdotali di Aida e lAgnus Dei del Requiem. Per quanto
riguarda le funzioni armoniche allinterno dei singoli brani, larricchimento
del materiale tonale è fornito dalluso di dominanti secondarie e di gradi alterati.
Già nel Nabucco la cavatina di Zaccaria degitto
là sui lidi amplia larea della tonalità dimpianto (do maggiore) con una
virata alla mediante abbassata (mib maggiore). Parte di qui la strada che conduce al
preludio al III atto del Don Carlo (1884), forse la pagina armonicamente più audace del
Verdi. I principi di organizzazione tonale del Verdi, collegabili a una tradizione
tipicamente italiana, che quelle francesi e tedesche possono avere un seguito arricchito,
si possono così individuare: equivalenza funzionale tra maggiore e minore; predilezione
per i collegamenti di fondamentali per 3a (accanto a quelli per 5a);
a esempio la tonalità di Do è collegabile nella sua forma maggiore a quelle di Mi e di
La, maggiori e minori, nella sua forma minore a quelle di Mib e di Lab, ancora maggiore e
minore. Le tonalità così correlate formano una sorta di reticolo di polarità, nel quale
ognuna di esse può di volta in volta prevalere. Il concetto di polarità può utilmente
sostituire quello di unità tonale, a esempio nelle arie in minore che concludono nel
relativo maggiore come, nel Trovatore, Damor sullali rosee. Se questo
procedimento ebbe precedenti in Rossini, Donizetti e soprattutto Bellini, il Verdi lo
estese nellaria della stessa opera Ah sì, ben mio, collessere, che procede da
fa minore a reb maggiore, o in Tutte le feste al tempio (da mi minore a do maggiore).
Questo uso della tonalità va in direzione opposta a quello classico (più esattamente
mozartiano), fondato sulla centralità della tonica e sulla tensione tra questa e la
dominante, ma occorre ricordare che il Verdi non fu contemporaneo di Mozart, bensì di
Meyerbeer, Berlioz, Chopin, Liszt, Schumann, Wagner e Brahms e che tra gli autori da lui
studiati in gioventù vi fu Schubert (a sua volta influenzato anche da Rossini), per i
quali tutti il modello classico non è più applicabile: in altre parole il linguaggio
tonale verdiano è più vicino di quanto si pensi alle esperienze europee. Diverso è il
discorso per lorchestrazione, uno dei punti più criticati dellopera giovanile
del Verdi. Questi si colloca in una tradizione antitetica a quella della linea
Weber-Berlioz-Wagner-R. Strauss, che fa dellorchestra un elemento strutturale del
discorso musicale. Quella verdiana rimane costantemente un elemento subordinato e non
fanno eccezione a questa regola né gli accompagnamenti di raffinato sapore cameristico
che si trovano in tutte le opere fino alla Traviata, né luso sempre più libero e
sicuro, dai Vespri al Falstaff, dellorchestra, che neppure nellultima opera
raggiunge, né vuole salvo brevi momenti raggiungere, unautonomia sinfonica. La
concezione sonora del Verdi restò costantemente fedele al modello rossiniano,
fondamentalmente analitico, dove ogni strumento tende a mantenere la sua individualità.
Direzione ancora contraria alla linea romantica che agglutina le voci strumentali in
impasti sempre nuovi, facendo dellorchestra una sorta di iper-strumento con timbro
proprio continuamente cangiante. La fedeltà alla concezione analitica dellorchestra
resta invariata anche nelle opere mature, non più condizionate dai limiti delle orchestre
italiane del primo Ottocento e consapevoli di tutte le conquiste dellarte europea.
In queste opere lorchestra verdiana ha un suo suono inconfondibile, totalmente
indipendente dal modello wagneriano (le parentele sono semmai, al solito, francesi, tanto
che a tratti si avverte linfluenza di Berlioz), che da una parte legittima
retrospettivamente le esperienze passate, dallaltra fa intravedere concezioni sonore
postwagneriane, per esempio certi intrecci cameristici di Mahler, il tardo debussy, persino Stravinskij: si pensi solo ai
preludi al III atto di Aida e al IV di Otello o al trillo delle trombe nella frase che
conclude il 1° quadro del Falstaff. La funzionalità drammatica delluso degli
strumenti in Verdi è legata alla tradizione settecentesca che identificava ogni timbro
con un determinato affetto, naturalmente aggiornata: così il clarinetto è per eccellenza
lo strumento legato alla massima espansione sentimentale, il flauto allidea di
innocenza (arie di Abigaille e di Gilda), loboe e il corno inglesi a quella di
mestizia o di angoscia, la tromba alleroismo guerriero e il corno al mistero. Tali
associazioni sono usate a lungo in maniera un po schematica, anche se sempre
appropriata, nel senso che spesso un determinato timbro domina dal principio alla fine un
intero pezzo stabilendone il carattere affettivo, come si vede dallimpiego del corno
inglese nella seconda parte di Cortigiani, vil razza dannata. Ma già il Preludio, scena e
aria che inizia il III atto di Ernani, mostra un efficace uso di zone timbriche
differenziate: legni (clarini bassi, clarinetti e fagotti), ottoni, archi in disposizione
cameristica, tutti. In seguito luso associativo dei timbri divenne sempre più
agile, giungendo a seguire e sottolineare le sfumature del discorso drammatico. Si prenda
il duetto Aida-Amonasro, dal verso Rivedrai le foreste imbalsamate: clarinetti e fagotti
conferiscono alle prime due frasi di Amonasro un carattere insinuante, mentre nelle
risposte di Aida predominano i flauti, in questa opera sempre associati allidea di
spazi aperti e lontani. Quando Amonasro ricorda le distruzioni della guerra (Pur rammenti
che a noi lEgizio immite) i corni aggiungono una nota cupa e minacciosa, mentre
laccorata esclamazione di Aida (Ah! ben rammento quegli infausti giorni!) è resa
più intensa dalloboe. Infine, nellinvocazione ai numi, tutti i legni si
uniscono agli archi in un corale vagamente organistico e quindi di carattere sacrale.
Lorganizzazione formale delle opere verdiane ha come fondamento le forme chiuse
consacrate da Rossini e divenute di uso comune dopo di lui. La struttura esemplare di tali
pezzi è offerta allo stato puro dai duetti, di solito articolati in cinque momenti. Scena
in stile recitativo, che imposta la situazione; Tempo dattacco, dialogo drammatico
in stile parlante su un movimento continuo dellorchestra, che conduce a un culmine
sentimentale; Cantabile in tempo lento, dove tale culmine trova sfogo; Tempo di mezzo, che
porta a un cambiamento della situazione iniziale; Cabaletta, cantabile in tempo mosso, in
cui si sfoga la nuova situazione (ognuno di questi momenti è sottolineato da un
cambiamento di metro poetico, di tempo e di tonalità). Tale schema di massima si trova
semplificato nelle arie solistiche e ampliato nei finali di atto. Nei terzetti e quartetti
la struttura si riduce spesso ai primi tre numeri. A questo schema il Verdi rimase
sostanzialmente fedele almeno fino allAida, dei cui quattro duetti tre rispettano la
forma rossiniana e solo uno abolisce la cabaletta, e ancora nellOtello e nel
Falstaff il Verdi trovò modo di inserire il tradizionale Largo concertato.
Levoluzione della concezione formale verdiana agisce dunque, più che verso il
superamento della tradizione, internamente a essa, mirando a rendere le vecchie forme
funzionali al discorso drammatico. Se ne può vedere un esempio nel Rigoletto, dove il
Verdi, non potendo realizzare per motivi di censura un duetto di seduzione tra il Duca e
Gilda, scrisse al suo posto laria Parmi veder le lagrime: dichiaratamente
convenzionale (di tutta lopera è lunica aria con cabaletta), essa
contribuisce a delineare il ritratto del Duca che proprio attraverso il prevalente impiego
di forme convenzionali (ballata, canzone) esprime il proprio carattere fatuo e dissoluto.
Inoltre il Verdi operò in direzione di un adattamento della forma chiusa alle esigenze
dello sviluppo drammatico. Un esempio mirabile di equilibrio tra larchitettura della
forma rossiniana e la fluidità richiesta dal realismo del dialogo è offerta dal duetto
tra Violetta e Germont nel II atto de La traviata, dove le sezioni sono portate ad almeno
otto onde seguire il continuo mutare della situazione. Va però detto che, accanto ai
deliberati tentativi di rinnovamento della tradizione rappresentati da Macbeth, Rigoletto
e Traviata, si colloca laccoglimento globale di tale tradizione, celebrata per
lultima volta ne Il trovatore. Proprio questa ultima opera, per eccellenza astratta
e non sostenuta da una stringente evoluzione drammatica, pone il problema di come il Verdi
abbia ottenuto quel senso di organicità e di unità intrinseca che considerava
indispensabile per la riuscita di unopera. La soluzione è stata vista, in questo
caso, nellaccurato calcolo della distribuzione e del peso dei numeri nel corso della
partitura: Nel Trovatore, i pieni i men pieni e i vuoti sono distribuiti con un
sorvegliatissimo intento di architettura. Lopera si può dividere in due parti che
man mano montano verso organismi sempre più arditi e complessi (Baldini, 1970). A queste
osservazioni generali se ne sono aggiunte altre sullimpiego di sonorità o altezze
assolute e di ritmi che ricorrono attraverso la partitura (P. Petrobelli, Per
unesegesi della struttura drammatica del Trovatore, in Atti del III congresso
internazionale di studi verdiani, Parma, 1974). Il Verdi adottò dalla tradizione
luso di temi di reminiscenza, che richiamano fatti e sentimenti presentati in scene
precedenti, quali si trovano a esempio in Luisa Miller (III, 1), Forza del destino (III,
1) e Simon Boccanegra (II, 8). Luso di temi di reminiscenza assume il massimo
dellefficacia nel Don Carlos, opera in cui il ricordo del passato ha un ruolo
determinante. Ne I due Foscari il Verdi assegnò a uno dei personaggi principali un tema
caratteristico ma non riprese più il tentativo, come troppo schematico, fino ad Aida,
dove sono identificati con temi propri Aida, Amneris e i sacerdoti (ma, più che come
personaggi a sè, come portatori di sentimenti e di valori). Più interessante è
luso di temi cardine che riassumono in sè il nucleo o i nuclei drammatici
dellopera, quasi un equivalente musicale della parola scenica. Di tale tipo sono i
temi del corno in Ernani, della maledizione in Rigoletto, del bacio in Otello o i temi
dellamore ne La traviata, che nelle rispettive opere compaiono poche volte, in punti
chiave, onde sottolinearne limportanza. Inutile ricordare che tutte queste pratiche
poco hanno in comune con quella wagneriana del leitmotiv, in quanto i temi non sono
oggetto di elaborazione sinfonica, ma sono vicine alluso che dei temi conduttori
Wagner fece fino al Lohengrin, il che non stupisce dato il comune procedere dei due autori
da un filone che comprende Weber e Gluck. A un altro livello, meno direttamente connesso
col senso drammatico del momento scenico ma determinante per quello profondo, è la
connessione del materiale tematico di un atto o dellintera opera. Si svelano qui le
radici del Verdi nel linguaggio del classicismo viennese, che col tempo possono solo
essersi approfondite. Alcuni esempi tra i molti possibili: in Luisa Miller la figura con
cui inizia la Sinfonia circola in diverse forme per tutta lopera, in Macbeth molte
scene sono dominate da figure fondate sullintervallo di seconda minore, ne La
traviata gran parte del materiale melodico è connessa da una cellula ascendente di tre
note; nel Ballo in maschera la maggior parte del II atto è costruita sulla figura
melodica ad arco esposta nellaria di Amelia, il I quadro del Falstaff è in parte
costruito come una forma sonata dominata da due cellule ritmiche e la conclusione è una
serie di variazioni sulla cellula che compare alle parole Può lonore Riempirvi la
pancia? Ma lesempio più straordinario di coerenza tematica è costituito da La
forza del destino, che la dimostra con evidenza palmare nella Sinfonia (1869). Il triplice
Mi dellinizio dà origine al tema dellAllegro agitato e presto (La-Si-Do-Mi x
3) che ne costituisce unarticolazione melodica. A sua volta questo si distende in un
arco formato di due cellule, una di 6a minore ascendente (La-Si-Do-Mi-Fa),
laltra di 2a minore discendente (Fa-Mi), che nelle successive battute
vengono elaborate congiuntamente e separatamente. Sullo stesso arco melodico è fondato il
tema delladantino (Le minacce, i fieri
accenti), mentre il tema dellAndante mosso (Deh, non mabbandonar!) lo allarga
utilizzando 6a e 2a maggiori, nella quale forma la cellula si
ripresenta allinizio dellAllegro brillante (Tua grazia, o Dio). Infine il
corale in sol maggiore degli ottoni (A Te sia gloria) impiega la cellula 2a
maggiore discendente, accuratamente messa in rilievo nelle battute immediatamente
precedenti. Se si considera che questi temi si dispongono tutti nel corso dellopera,
alcuni più volte, e che altri temi che qui non appaiono sono fondati sulle stesse cellule
(a esempio laria di Alvaro nel III atto e il terzetto finale della seconda
versione), si conclude che nella sinfonia,
certamente composta per ultima, il Verdi non fece che esplicitare lunità tematica
latente nella partitura. Anche limpiego della tonalità può essere studiato da due
punti di vista. Il primo ne considera un uso associativo che collega allinterno di
unopera determinate situazione a diverse aree regionali: così si è visto, nella
Traviata, il ricorrere del fa maggiore in riferimento allamore tra Violetta e
Alfredo, o, nel Rigoletto, si è collegata larea di re minore/maggiore allidea
del delitto e quella di reb minore/maggiore allavverarsi della maledizione. Tale
indirizzo di ricerca ha portato risultati interessanti nellanalisi di singole opere
ma difficilmente generalizzabili. Laltra direzione di ricerca concerne luso
strutturale della tonalità al fine dellorganizzazione formale dellopera.
Occorre evitare il confronto con lanalogo uso della musica strumentale classica,
data la diversità storica e ambientale dellopera verdiana. Nella scelta delle
tonalità intervenivano fattori estrinseci quali la necessità di adattamento alle voci e
i vari rifacimenti. Si ricordi inoltre che nella stessa musica strumentale dellottocento il concetto di unità tonale diviene
sempre più esteso, ai limiti della dissoluzione. I concetti proposti per le strutture
armoniche (polarità, equivalenza di maggiore e minore, collegamento per 3e)
possono essere utilmente invocati per spiegare le strutture formali più ampie.
Nellaria del Duca nel II atto del rigoletto
lapparente casualità del rapporto tra cantabile e cabaletta può essere ricondotto
a un progetto coerente, se si osservi la struttura dellintero brano, dove è chiaro
il percorso da tonica a tonica attraverso i gradi che delineano laccordo perfetto
maggiore. Laria di Manrico nel III atto del Trovatore, tonalmente aperta,
sinserisce in un più ampio disegno che abbraccia lintero quadro, mentre
laria di Leonora nel IV atto inserisce la sua traiettoria in un progetto che
comprende addirittura due brani formalmente chiusi. Infine tutto il III atto de La forza
del destino (edizione 1869) si dispone attorno a un asse Do-Lab-Mi-Do. In tutti questi
esempi si realizza lunità tonale dato che iniziano e terminano sulla stessa tonica.
Ma più fecondo di quello di unità è il concetto di polarità secondo cui diverse
toniche, appartenenti a un campo tonale costituito da un circolo di 3e, lottano
per il predominio finché una di esse non prende il sopravvento. Così il III atto di
Ernani si configura come una lotta tra le tonalità di lab maggiore e di fa minore, che
termina con laffermazione della seconda ma in maggiore. Nel Ballo in maschera non si
può negare la progressiva affermazione del Sib come tonica, dato che in questa tonalità
si collocano molti tra i brani più importanti, tra cui i finali del II e del terzo atto.
Si noti che questa concezione polare della tonalità sembra più idonea di quella unitaria
a una forma di arte fondata sul divenire drammatico più che sullarchitettonica
corrispondenza tra le parti (spesso lorganizzazione tonale di un numero dà ragione,
più che della sua coerenza interna, del suo collegarsi al numero successivo): la prima
versione de La forza del destino termina sul mi minore con cui lopera si era aperta,
mentre la nuova versione si chiude in lab maggiore, ancora una volta una 3a
(enarmonica) sopra la tonica dinizio. Ma questo cambiamento è perfettamente
coerente con una conclusione che muta in mistico chiarimento latmosfera di lugubre
falsità che domina tutta lopera e che invece la prima versione ribadiva. Al
clamoroso imporsi del teatro verdiano nel successo popolare non corrispose un
incondizionato riconoscimento critico: contro di esso si levarono i nostalgici del bello
ideale rossiniano e del clima idillico-aristocratico dellopera donizettiana e
belliniana. Essi avvertivano in Verdi, fecondato da esperienze non nazionali,
lavvento di uno stile basso che veniva a sconvolgere lArcadia
letterario-musicale dominante. Pensava certo al Verdi, oltre che a Meyerbeer, un esponente
di quella tendenza come Felice Romani quando deplora il genere di musica introdotto in
Italia, assordante e clamoroso, semi celtica e semi teutonica in cui larte divina
degli italiani concenti si è mutata in un bizzarro accozzamento di note assordanti e
selvagge ed è prevalso il fragore degli strumenti sulle melodie dellumana voce, e
lo strano, il ricercato, il difficile, al semplice, al naturale, allo spontaneo di prima.
Tutta la volgarità che più tardi verrà rinfacciata al Verdi come elemento regressivo fu
insomma avvertita come fattore dirompente la tradizione. Né, man mano che le opere
verdiane conquistavano terreno in Francia, in Germania e in inghilterra, la critica straniera fu generalmente
più benevola, essendo anchessa in parte condizionata dal mito rossiniano, in parte
impegnata nella difesa della tradizione nazionale contro il predominio italiano.
Lirruzione del fenomeno wagneriano indirizzò irrimediabilmente il dibattito in una
direzione opposta e fin dallinizio equivoca. Un critico acuto ma sostanzialmente
conservatore come Abramo Basevi rimprovera già al primo Boccanegra di essere infeudato
alle nuove idee di oltralpe (delle quali il Verdi poco sapeva allora) ma
contemporaneamente Nicola Marselli, senza pensare affatto a Wagner, vede in Meyerbeer e
nel Verdi i due autori che più di ogni altro avevano aperto la strada allauspicato
creatore di una nuova forma di dramma musicale. Furono questi i due poli tra i quali
oscillò fino alla fine del secolo la critica verdiana, divisa tra lattaccamento
nostalgico ai valori melodici, sentiti come puramente italiani, delle opere fino alla
Traviata, e lammirazione per il rinnovamento di cui lultimo Verdi si mostrò
capace. Di questo dibattito fanno parte le accuse di wagnerismo mosse da Bizet al Don
Carlos, le conversioni più o meno clamorose di Boito e di Hans von Bulow, i
riconoscimenti dei wagneriani italiani Filippo Filippi ed Enrico Panzacchi e per converso
le equilibrate valutazioni, da posizioni antiwagneriane, di Eduard Hanslick. Alla morte
del Verdi la situazione era ormai radicalizzata. Mentre sembrava intramontabile
laffetto del pubblico per le opere della trilogia e per poche altre, il più della
produzione giovanile sprofondò nelloblio. Daltra parte fu opinione diffusa
nelle élite culturali che quasi tutta lopera verdiana fosse la testimonianza di
unepoca ormai tramontata e che solo a partire da Aida o meglio dal Requiem essa
fosse da considerarsi parte viva della cultura europea (il Falstaff riscosse
lammirazione di R. Strauss e di G. Mahler), né, in Italia, furono certo volte a
contestare queste convinzioni le posizioni di musicologi quali L. Torchi, G. Gasperini, F.
Torrefranca e G. Bastianelli, né quelle dei giovani compositori (escluso, da una
particolare angolazione, I. Pizzetti), tutti a loro modo tesi al recupero della tradizione
strumentale italiana. Per giungere a una inversione di tendenza occorre attendere gli anni
Venti quando, sullonda della reazione ai miti eroici del wagnerismo, ebbe inizio in
Germania la Verdi-Reinassance, segnata dal romanzo di F. Werfel Verdi. Der Roman der Oper
(1929) e dagli studi di weissman, Gerigk,
Unterholzer, Loschelder, Engler e Holl, che portarono tra laltro a una prima
ricognizione delle opere giovanili. parallelamente,
ma ancora condizionato dalla concezione dellopera imposta dal wagnerismo, si
assistette al risveglio dellinteresse verdiano in inghilterra con gli studi di Bonavia, Toye e
Hussey. In Italia, accanto agli approfondimenti documentari e biografici compiuti da A.
Luzio e C. Gatti, un vero ripensamento critico ebbe inizio col saggio di Massimo Mila del
1933, che partendo da posizioni idealistiche non rigide pose le basi per una più ampia
comprensione dellopera verdiana (mentre assai più legati a visioni tradizionali
furono i lavori di A. Della Corte e di G. Roncaglia). Ma la presenza wagneriana continuò
a farsi sentire, sia pure con segno invertito, nellesaltazione della vitalità
mediterranea e sanguigna del Trovatore, compiuta da Bruno Barilli a detrimento del
presunto intellettualismo del Falstaff: posizione non a caso riecheggiata in alcune
dichiarazioni (in seguito ridimensionate) di Stravinskij, che vide nel Falstaff
lalterazione del genio al quale dobbiamo il Rigoletto. È chiaro quanto queste
valutazioni fossero troppo condizionate dallurgenza di problemi ancora vivi per
servire di fondamento a una comprensione storica serenamente distaccata. Nel secondo
dopoguerra, particolarmente a partire dal cinquantenario della morte, si assistette a una
vera esplosione della fortuna del Verdi, accompagnata da una sovrabbondante ma per lo più
retorica produzione saggistica. Il merito maggiore di questo risveglio di entusiasmo
(capace di contagiare i più raffinati ambienti intellettuali) fu però costituito dalla
periodica riproposizione in teatro di tutta la produzione verdiana, indispensabile mezzo
di valutazione anche delle opere minori, e che in ogni caso riacquisì definitivamente al
repertorio corrente opere quali Ernani, Macbeth, Luisa Miller, Simon Boccanegra e Don
Carlos che ne erano, per vari motivi, uscite. Proprio questo allargamento del repertorio
suscitò la polemica abbastanza futile tra i sostenitori incondizionati della produzione
giovanile e chi di questa negava sostanzialmente il valore, in quanto non depurata dalle
deplorate convenzioni, pur riconoscendo la validità di singole pagine come precorrimento
di futuri sviluppi. Ancora una volta le opposte posizioni furono condizionate da
costruzioni aprioristiche, che applicarono al tuttaltro che lineare itinerario
verdiano uno schema di decadenza da una condizione ideale o viceversa di progresso verso
una superiore forma di dramma musicale. Entrambe tesero poi alla valutazione del momento
isolato piuttosto che alla ricognizione dellopera come struttura drammatica globale
(nella polemica venne assimilato alla prima tendenza lo studio postumo di G. Baldini,
1970, a torto posto sotto letichetta delledonismo e che rappresenta invece uno
dei pochi tentativi di interpretazione unitaria della drammaturgia verdiana e del ruolo in
essa svolto dalla musica). Il superamento di tale sterile contrapposizione venne solo da
un maggiore approfondimento storico della figura e dellopera del Verdi, al di là
delle preoccupazioni di un immediato giudizio critico che poté invece essere solo il
risultato ultimo di tale approfondimento. Le direzioni in cui si mosse tale ricerca,
avviata in modo deciso allincirca dagli anni Settanta, si possono così riassumere:
la ricerca biografica al di fuori di ogni agiografica esaltazione e pienamente inserita
nel contesto, culturale e sociale, della lunga epoca in cui il Verdi visse (dopo gli
assestamenti della precedente biografia compiuti da F. Walker, fu fondamentale a tal fine
la più completa acquisizione dellepistolario e della documentazione secondaria,
alla cui raccolta attese lIstituto di studi verdiani di Parma); laccesso alla
musica verdiana attraverso ledizione critica delle opera avviata nel 1977, cui non
corrispose lindispensabile accesso al ricco materiale di abbozzi e lavori
preliminari; lo studio del contesto operistico in cui il Verdi agì, al di là della
triade Rossini-Donizetti-Bellini, che costituisce il merito indiscutibile della
monumentale monografia di J. Budden (1973-1981); lindagine testuale e stilistica sui
libretti e sui loro rapporti con le rispettive fonti letterarie; le ricerche sulla
scenografia e sulla messinscena come componenti fondamentali del linguaggio drammatico; le
indagini analitiche sul linguaggio musicale; linterpretazione globale della
drammaturgia verdiana e dei valori storici e ideologici da essa espressi, superando una
certa settorialità letteraria degli studi sulla librettistica. Quasi tutte le opere
teatrali del Verdi furono pubblicate da Ricordi (Milano) contemporaneamente alla prima
rappresentazione di ciascuna di esse. Fanno eccezione Un giorno di regno, il cui spartito
fu pubblicato nel 1845, e I vespri siciliani, pubblicata nella traduzione italiana di E.
Caimi nel 1861. Gli spartiti de I Masnadieri e de Il Corsaro furono pubblicati
dalleditore Lucca di Milano (la cui ditta fu poi acquistata da Ricordi), quello di
Jérusalem da Heugel (Parigi, lo spartito nella traduzione italiana, di C. Bassi, da
Ricordi nel 1849). Nella 1983 fu avviata la pubblicazione de Le opere di Giuseppe
Verdi/The Works of Giuseppe Verdi, edizione critica in circa 38 volumi suddivisi in 6
serie, a cura di Ph. Gossett (coordinatore), J. Budden, M. Chusid, Fr. Degrada, U. Gunter
e G. Pestelli, stampata congiuntamente da G. Ricordi & C. e dallUniversity of
Chigaco Press. Questo il piano dellopera (ogni volume consta di due tomi, con
partitura e apparato critico): Serie I (Opere teatrali):1, Oberto; 2, Un giorno di regno;
3, Nabucco; 4, Il Lombardi alla prima crociata; 5 (1985), Ernani (M. Chusid); 6, I due
Foscari; 7, Giovanna dArco; 8, Alzira; 9, Attila; 10, Macbeth (prima versione); 11,
I Masnadieri; 12, Jérusalem; 13, Il Corsaro; 14, La battaglia di Legnano; 15, Luisa
Miller; 16, Stiffelio; 17 (1983), Rigoletto (M. Chusid); 18, Il Trovatore; 19, La
Traviata; 20, Les Vépres siciliennes; 21, Simon Boccanegra (prima versione); 22, Aroldo;
23, Un ballo in maschera; 24, La forza del destino (seconda versione); 25, Macbeth
(seconda versione); 26, Don Carlos (prima versione); 27, Aida; 28, Simon Boccanegra
(seconda versione); 29, Don Carlo (seconda versione); 30, Otello; 31, Falstaff; Serie II
(Musica vocale da camera): un volume; Serie III (Musica sacra): due volumi; Serie IV
(Cantate e inni): un volume; Serie V (Musica da camera): un volume; Serie VI (Opere
giovanili). Tra le altre edizioneidi opere teatrali, si ricorda Don Carlos: edizione
integrale delle varie versioni in cinque e in quattro atti (comprendente gli inediti
verdiani), a cura di U. Gunter in collaborazione con L. Petazzoni e Fr. Degrada, Ricordi,
1980. Unedizione delle Composizioni da camera per canto pianoforte fu pubblicata da
Ricordi nel 1935 (2a ed. 1948).
FONTI
E BIBL.: Nelle 1959 sorse in Parma con la collaborazione degli enti locali e sotto il
patrocinio dellUNESCO e del Ministero della Pubblica Istruzione, lIstituto di
Studi Verdiani. Nel 1963 lIstituto fu riconosciuto dallo Stato e gli fu attribuita
la personalità giuridica di ente di diritto pubblico. Diretto dal 1959 alle 1978 da Mario
Medici, cui succedette nel 1980 Pierluigi petrobelli,
lIstituto fu presieduto prima da Ildebrando Pizzetti (sino al 1967), poi da Giovanni
Gronchi (1967-1971), da Bruno Molajoli (1971-1985) e da Alberto Carrara Verdi (dal 1985).
LIstituto pubblicò, in edizioni trilingue (italiano, inglese e tedesco), vari
numeri del Bollettino Verdi dedicati a uno studio sistematico e collettivo delle opere Un
ballo in maschera (numeri 1-3, 1960), La forza del destino (numeri 4, 1961; 5, 1962; 6,
1963-1966), Rigoletto (numeri 7, 1966-1969; 8, 1970-1973; 9, 1982) ed Ernani (numero 10,
1987). Diede inizio alla rivista Studi Verdiani, dal 1982, avviò una collana di quaderni,
i cui primi quattro riguardano le opere Il corsaro (1963), Gerusalemme (1963), Stiffelio
(1968), Aida (1972) e il quinto la Messa in memoria di Rossini (1988) e pubblicò,
inoltre, quattro volumi contenenti atti di convegni di studio organizzati
dallIstituto stesso: Atti del I Congresso internazionale di studi verdiani. Venezia
Isola di San Giorgio Maggiore, Fondazione Cini, 31 luglio-2 agosto 1966 (edizione 1969);
Atti del II Congresso internazionale di studi verdiani. Verona, Castelvecchio. Parma,
Istituto di Studi Verdiani. Busseto, Villa Pallavicino, 30 luglio-5 agosto 1969 (1971;
dedicato al Don Carlos); Atti del III Congresso internazionale di studi verdiani. Milano,
Piccola Scala, 12-17 giugno 1972 (1974); Nuove prospettive della ricerca verdiana. Atti
del Convegno internazionale in occasione della prima del Rigoletto in edizione critica,
Vienna 12-13 marzo 1983 (1987). LIstituto, infine, iniziò la raccolta in facsimile
di tutte le lettere verdiane (oltre 3000 raccolte). Bibliografie: L. Torri, Saggio di
bibliografia verdiana, in Rvista musicale italiana 1901; C. vanbianchi, Nel I centenario di Giuseppe Verdi,
1813-1913: saggio di bibliografia verdiana, Milano, 1913; H. Kuhn, in MGG, XIII; D.
Kampfer, Das deutsche Verdi Schriften: Hauptlinien der Interpretation, in Analecta
Musicologica 1972; E. Surian, Lo stato attuale degli studi verdiani: appunti e
bibliografia ragionata, in Rivista Italiana della musica
1977; M. Conati, Bibliografia verdiana (1977-1979), in Studi verdiani 1982; M. Conati, Bibliografia verdiana
(1980-1982), in Studi verdiani 1983; M.
Conati, Bibliografia verdiana (1983-1984), in Studi verdia-ni
1985. Cataloghi:
C. Hopkinson, A bibliography of the Works of
Giuseppe Verdi, 1813-1901, 2 volumi, New York, 1973 e 1978; M. Chusid, A Catalog of
Verdis Operas, Hackensack, 1974. Iconografia:
Giuseppe Verdi 1813-1901: Sein Leben in Bildern, lipsia,
1938; C. Gatti, Verdi nelle immagini, milano,
1941; H. Kuener, Giuseppe Verdi in selbstzeugnissen
und Bilddokumenten, Reinbeck bei hamburg,
1961; R. Petzold, Giuseppe Verdi 1813-1901: sein Leben in Bildern, Lipsia, 1961; W.
Weaver, Verdi A Documentary Study, Londra, 1977 (traduzione italiana, Firenze, 1980).
Epistolario: A. Pascolato, Re Lear e Ballo in maschera: lettere di Giuseppe Verdi ad
Antonio Somma, Città di Castello, 1901; G. cesari-A.
Luzio, I copialettere di Giuseppe Verdi, milano,
1913; J.C. Proudhomme, Unpublished letters
from Verdi to Camille du Locle, in MQ 1921 (anche in rivista della Musica 1928-1929); J.C. prodhomme, Verdis Letters to Léon
Escudier, in ML 1923 (anche in rivista della
Musica 1928); A. Luzio, Il carteggio di Giuseppe Verdi con la contessa Maffei, in A.
Luzio, Profili biografici e bozzetti storici, II, Milano, 1927; G. Morazzoni, Verdi:
lettere inedite, Milano, 1929; A. Alberti, Verdi intimo: carteggio di Giuseppe Verdi con
il conte Opprandino Arrivabene (1861-1886), Verona, 1931; R. De Rensis, Franco Faccio e
Verdi: carteggio e documenti inediti, Milano, 1934; A. Luzio, Carteggi verdiani, 4 volumi,
Roma, 1935-1947; A. Di Ascoli, Quartetto milanese ottocentesco, Roma, 1974; U. Gunther-G.
Carrara Verdi, Der Briefwechsel Verdi-Nuittier-Du Locle zur Revision des Don Carlos, in
Analecta Musicologica 1974-1975; M. Medici e M. Conati, Carteggio Verdi-Boito, 2 volumi,
Parma, 1978; A. Porter, Les vépres siciliennes: New Letters from Verdi to Scribe, in 19th
Century Music 1978-1979; F. Cella e P. Petrobelli, Giuseppe Verdi-Giulio Ricordi. corrispondenza e immagini 1881/1890, Milano, 1981;
M. Conati, Verdi allopera. LEpistolario completo con la Fenice, Milano, 1983;
W. Otto, Giuseppe Verdi: Briefe, Kassel-Basilea, 1983; Carteggio Verdi-Ricordi 1882-1885,
Parma, 1994; T.Costantini, Sei lettere di Verdi a G.Bottesini, Trieste, 1908; A. Damerini,
Sei lettere inedite di Giuseppe Verdi a G.C. Ferrarini, in Il pianoforte agosto-settembre 1926; G. bongiovanni, Dal carteggio inedito Verdi-Vigna,
Roma, 1941; F. Walker, 4 Verdis Unpublished Letters, in ML, gennaio 1951. Biografia
e documenti: G. Demaldè, cenni
biografici, manoscritto, Busseto, ca. 1853, edito in Newsletter of the American Institute
for Verdi Studies, 1976 e Verdi Newsletter, 1977; A. ghislanzoni, La casa di Verdi a SantAgata,
in A. ghislanzoni, Libro serio, Milano,
1879; A. Pougin, Giuseppe Verdi: vita aneddotica, con note e aggiunte di folchet-to, Milano, 1881; L.A. Garibaldi, Giuseppe
Verdi nelle lettere di Emanuele Muzio ad Antonio Barezzi, Milano, 1931; C. Gatti, Verdi,
Milano, 1931 (1951; ristampa 1981); C. Graziani, Giuseppe Verdi: autobiografia dalle lettere, Verona, 1941 (sotto
il nome autentico di A. Oberdorfer, 1951; a cura di M. Conati, 1981); F. Abbiati, Giuseppe
Verdi, 4 volumi, Milano, 1959; F. Walker, The Man Verdi, Londra, 1962 (traduzione
italiana, Milano, 1964); G. Marchesi, Verdi, Milano, 1970; M. Conati, Saggio di critiche e
cronache verdiane dalla Allgemeine musikalische
zeitung di Lipsia (1840-1848), in Il
melodramma italiano dellottocento.
Studi e ricerche per M. Mila, Torino, 1977; G. Marchesi, Verdi merli e cucù: cronache
bussetane fra il 1819 e il 1839, busseto,
1979; M. Conati, Interviste e incontri con Verdi, Milano, 1980; U. Dauth, Verdis
Opern im Spiegel der Wiener Presse von 1843 bis 1859. Ein Beitrag zur Rezeptiongeschichte,
Monaco di Baviera-Salisburgo, 1981; M. Conati, La bottega della musica. Verdi e la Fenice,
Milano, 1983; J. Rosselli, Verdi e la storia della retribuzione del compositore italiano,
in Studi verdiani 1983; Cronistoria delle
opere di Verdi alla Scala di Milano, compilata da Ciampelli, Milano, Museo della Scala,
1929. Da citare, tra i libri di scrittori italiani dedicati a Verdi e alla sua opera: A.
Della Corte, Guide musicali allAida, allOtello, al Falstaff, Milano,
1923-1925. E tra le opere storico-critiche di stranieri o pubblicate allestero: F. bonavia, Verdi, Londra, 1930; C. Bellaigue, Verdi,
Parigi, 1922; A. Weissmann, Verdi, Stoccarda, 1922. Cfr. inoltre I. Pizzetti, La musica
italiana dellottocento, in LItalia e gli Italiani del secolo XIX, Firenze,
1930; Enciclopedia italiana, XXXV, 1937, 151-157; R. Bracco, Le ultime glorie di Verdi
sono italiane, in Piccolo Giornale dItalia 7 gennaio 1914; C.B., Due storici
ritratti di Verdi, in Fanfulla 3 novembre 1913; A. Cappelletti, Verdi e il rifugio di
SantAgata in una lettera di Giuseppina Strepponi, in La Tribuna 15 gennaio 1913; E.
Michel, in dizionario del Risorgimento
Nazionale, Milano, 1937; A.Monaldi, Verdi e le sue opere, Firenze, 1877; A. Palisi,
Commemorando Giuseppe Verdi, in Il Progresso Italo-Americano 30 novembre 1913; P.Parisi,
Dopo il centenario verdiano. I dimenticati, in Corriere della Sera 1-2 novembre 1913; A.
Ribera, Giuseppe Verdi, Milanoi, 1913; T. Sarti Il Parlamento subalpino e italiano
1896-1898; Una lettera inedita di Verdi, in Il Secolo 25 novembre 1913; Weingartner per
Giuseppe Verdi, in Caffaro 6 novembre 1913; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 322; C.arrighi, I 450 deputati del presente e deputati
dellavvenire, Milano, 1864-1865; S. Sapuppo Zanghi, La XV legislatura italiana,
Roma, 1884; T. Sarti, Il parlamento
Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; A. malatesta, Ministri, 1941, 227; D. Soresina,
Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 481-511; F. dArcais, giuseppe Verdi e la musica italiana, in Nuova
Antologia 1868, VII; F. dArcais, La prima e lultima opera di Giuseppe Verdi,
in Nuova antologia 1887, I; A.G. Barrili,
Giuseppe Verdi Vita e opere, Genova, 1892; C. Bellaigue, La musique italienne et
lOthello de Verdi, in Revue des deux mondes novembre 1894; C. Bellaigue, Verdi, Parigi,
1912; F.J. Crowest, Giuseppe Verdi Man and Musician, londra, 1897; G. Monaldi, Verdi, Torino, 1899; E.
Checchi, Giuseppe Verdi, Firenze, 1901; A. soffredini,
Le opere di Giuseppe Verdi, Milano, 1901; M. brenet,
Verdi, lhomme et loeuvre, in Le correspondant
10 febbraio 1901; L. Torchi, Lopera di giuseppe
Verdi e i suoi caratteri principali, in Rivista musicale
Italiana 1901, II; F.T. Garibaldi, Giuseppe Verdi nella vita e nellarte, Firenze,
1904; A. Luzio, Il pensiero artistico e politico di Giuseppe Verdi, in La lettura 1904; A. Luzio, Epistolario verdiano, in
La Lettura 1905; A. Luzio, Verdi e Boito, in La Stampa 7 marzo 1923; A. Luzio, Garibaldi,
Cavour, Verdi, Torino, 1924; A. Luzio, Letteratura verdiana, in Corriere della Sera 19
luglio 1931; A. Luzio, Verdi e Mazzini, in Corriere della Sera 24 luglio 1931; A. Luzio,
Il dissidio con Mariani, in Corriere della Sera 28 luglio 1931; A. Luzio, Come fu composta
lAida, in Nuova antologia 16 marzo
1935; A. Luzio, Carteggi verdiani: Verdi e il Consiglio di Milano, in Nuova antologia 1 marzo 1937; A. Luzio, Carteggi
verdiani: La Traviata e il dramma intimo di Verdi, in Nuova antologia 1 aprile 1937; A. Luzio, Giuseppe Verdi
e i suoi editori di Francia e dItalia, in Nuova antologia 16 gennaio e 1 febbraio 1939; A. Luzio,
Verdi e lospedale di Villanova, in Nuova antologia
1 luglio 1939; G. Bragagnolo e E. Bettazzi, La vita di Giuseppe Verdi narrata al popolo,
Milano, 1905; M. Scherillo, Verdi, Shakesperare e Manzoni, in Nuova antologia 1912; G. Roncaglia, Giuseppe Verdi e
lascensione dellarte sua, Napoli, 1914; G. Roncaglia, lascensione creatrice di Giuseppe Verdi,
Firenze, 1940 (2a edizione Firenze, 1951); G. Roncaglia, LOtello di giuseppe Verdi, Firenze, 1946; G. Roncaglia,
Galleria verdiana, Milano, 1959; I. Pizzetti, Musicisti contemporanei, Milano, 1914; I.
Pizzetti, Larte di Verdi: spiriti e forme, in Rassegna Musicale 1937; I. Pizzetti,
La musica italiana dellOttocento, Milano, 1947; F.Botti, Giuseppe Verdi, Alba, 1951;
I. Pizzetti, La sua grandezza, in La Scala 15 marzo 1951; I. Pizzetti, Era dramma, in La
Scala 15 aprile 1951; A. Neisser, Giuseppe Verdi, Lipsia, 1914; G. Bastianelli, musicisti di oggi e di ieri, Milano, 1914; A.
Bonaventura, giuseppe Verdi, Livorno, 1919;
A. Bonaventura, Verdi, Parigi, 1923; A. Weissmann, Verdi, Stoccarda, 1922; G.M. Gatti, Due
Macbeth, in La cultura musicale, 1922; G.M. Gatti, Lettera ad Arturo Toscanini sul miglior
modo di onorare Verdi, in Rassegna musicale
1949; F. Werfel, Verdi Der Roman der Oper, 1923 (traduzione italiana, Milano 1929); A. dangeli,
Verdi, Roma, 1924; E. Mascheroni, Verdi e boito
inediti, in La stampa 4 luglio 1925; A.
Della corte, Verdi e Boito nei ricordi di
Mascheroni, in musica doggi 1925; A. Della Corte, Lettere a margherita Waldmann, in Il Pianoforte febbraio
1926; A. Della Corte, Verdi, Torino, 1939; A. Martinelli, Verdi Raggi e penombre, Genova,
1926; G. ciampelli, Le opere verdiane al
Teatro della Scala, Milano, 1929; A. Maecklenburg, Verdi and Manzoni, in MQ 1931; F. Toye,
Verdi Fifty Years After His Death, in Opera febbraio 1951; C. Gatti, Revisioni e
rivalutazioni verdiane, Torino, 1952; E. Bienenfeld, Verdi and Schiller, in MQ 1931; E.
Blom, Verdi as musician, in ML ottobre 1931;
M. Mila, Lequivoco della rinascita verdiana, in Pegaso febbraio 1932; M. Mila, Verdi
nella musica italiana, in Minerva 31 dicembre 1940; M. Mila, Verdi als Politiker, in Melos
marzo 1952; A. Parente, Il problema della critica verdiana, in Rassegna Musicale 1933; L.
Ronga, Carteggi verdiani, in Rassegna Musicale 1936; L. Ronga, Unità della musica
verdiana, in Le Arti 1941 (poi in Arte e gusto nella musica, Milano e Napoli, 1956); L.
Ronga, Difficoltà della critica verdiana, in Verdi Studi e memorie, Roma, 1941 (poi
ripubblicata, Roma); N. Musini, Il primo sfortunato concorso di Giuseppe Verdi, in Aurea
Parma 1937; H. Schultz, Giuseppe Verdi Sein Leben in Bildern, Lipsia, 1938; A. Baresel,
Giuseppe Verdi, Lipsia, 1938; A. lancellotti,
Giuseppe Verdi, Roma, 1939; E.J. Dent, Translating Il Trovatore, in ML gennaio 1939; E.J.
Dent Verdis Un Ballo in maschera, in ML aprile 1952; A. Capri, Verdi uomo e artista,
Milano, 1939; M.T. Mandalari, Gradi della evoluzione drammatica nel Ballo in maschera di
Verdi, in Rassegna Musicale 1939; H.J. Moser, Giuseppe Verdi, in Rassegna musicale 1939; C. Sartori, Rocester, La prima
opera di Verdi, in Rassegna Musicale 1939; A. Farinelli, Verdi e Shakespeare, in Rivista
Musicale Italiana 1 agosto 1940; A. Farinelli, Giuseppe Verdi e il suo mondo interiore,
Roma, 1941; O. Mancini, Il dramma musicale di Giuseppe Verdi negli aspetti profano e
religioso, in Rivista nazionale di musica febbraio 1941; F. Torrefranca, Laltro
Verdi, in Primato 1 aprile 1941; F. Torrefranca, Strumentalità della commedia musicale:
Buona figliola, Barbiere e Falstaff, in RIT marzo 1942; A. Bonaccorsi, Rileggendo alcune
opere meno note (Macbeth, Luisa Miller, Simon Boccanegra, Don Carlos), in Rassegna
Musicale 1941; M. Bontempelli, Verdi il terrestre, in Nuova Antologia 1 marzo 1941 (poi in
Sette discorsi, Milano, 1942); G. Rossi, avviamento
alla cultura verdiana in Italia, in RID 15 luglio 1941; G. Barblan, Lopera di
Giuseppe Verdi e il dramma romantico, in Rivista Musicale Italiana 1941; G. Barblan, Un
prezioso spartito del Falstaff, Milano, 1957; G. Barblan, Incontentabilità di Verdi, in
La Scala marzo 1957; F. Werfel e P. Stefan, Verdi The Man in His Letters, New York, 1942;
U. Zoppi, Mariani, Verdi e la Stolz, Milano, 1947; F. dAmico, Verdi in salotto, in Rassegna
Musicale 1947; T. reynolds, Verdi and
Manzoni, in ML gennaio 1948; G. Cenzato, Itinerari verdiani, Parma, 1949; A.E.A.
Cherbuliez, Giuseppe Verdi Leben und Werk, Zurigo, 1949; A. Oberdorfer, Giuseppe Verdi,
Milano, 1949; F. Abbiati, Verdi e le Cinque giornate, in La Scala 15 gennaio 1950; F.
Abbiati, Giuseppe Verdi, Milano, 1959, 4 volumi; G. Confalonieri, Verdi e la religiosità
della musica, in XIII Maggio musicale fiorentino, 1950; S. Williams, Verdis Last
Operas, Londra, 1951; F. Walker, Donizetti, Verdi and Giuseppina Appiani, in ML gennaio
1951; F. Walker, mercadante e Verdi, in ML
gennaio 1953; F. Walker, Un problema biografico verdiano, in Rassegna Musicale 1960; H.D.
Rosenthal, Verdi and London, in Opera febbraio 1951; F. Schlitzer, Inediti verdiani nelle
collezioni dellAccademia chigiana, in Bollettino dellaccademia musicale
chigiana marzo 1951; G. Stefani, Verdi e
Trieste, Trieste, 1951; E. Radius, Verdi vivo, Milano, 1951; T. Celli, Va, pensiero. Vita
di giuseppe Verdi, Milano, 1951; C. Gray,
Verdi and shakespeare, in Opera febbraio
1951; A. Damerini, sullarno Macbeth, in La Scala 15 febbraio 1951; M.
Ritsch, Verdi et Puccini, in Revue international
de musique 1952; G.A. Gavazzeni, Di una fase
decadentistica nella coscienza di Verdi: il Don Carlo, in rassegna Musicale 1952 (poi in La musica e il
teatro, Pisa, 1954); J. Klein, Verdis Luisa Miller, in Musical Opinion settembre
1953; M. Moré, La foudre de Dieu. Un épisode de la vie de Verdi, in Dieu vivant, 1954;
R. Leibowitz, Connaissez-vous Verdi?, in Les temps
modernes dicembre 1954 (poi in Historia de
lOpéra, Parigi, 1957); R. Rugani, Perché il verdiano Ballo in maschera non è un
capolavoro, in Belfagor 1955; N. Castiglioni, Amore e raggiro tra Schiller e Verdi, in
Ricordiana maggio 1956; V. Gui, Nabucco o Nabuccodonosor, in Ricordiana maggio 1956; L. guadagnino, Momenti di critica verdiana e avvio
per un esame di Otello, in La Scala gennaio 1958. Cfr. inoltre i seguenti numeri di
riviste interamente un parzialmente dedicati a Verdi: LIllustrazione italiana, 1837, numero dedicato allOtello; lillustrazione italiana, 1893, numero dedicato al Falstaff; Nuova
Antologia 16 ottobre 1913, con scritti di pigorini-beri, Tebaldini e Alaleona; Aurea Parma
gennaio-febbraio 1941, con scritti di Pizzetti, ga-vazzeni
e Tebaldini; La Regione Emilia-Romagna 1950, numeri 9-12, con scritti di Bacchelli,
Pratella, roncaglia, Vigolo, Mondolfi,
Damerini, Valabrega, Pizzetti, De Angelis, Guerrini, Rinaldi, Mila, credali, Tortora, Fermi, Colantuoni, Della Corte,
Musini, Gamberini e Missiroli; Zeitschrift fur Musik gennaio 1951, con scritti di
Tutenberg, Otto, Huschkle e creuzburg; Melos
febbraio 1951, con scritti di baruch,
Einstein, Pringsheim e Reich; Il Diapason febbraio 1951, con scritti di Zanetti, Damerini,
scherchen, Barblan, Mompellio, Frangini e
Ghisi; La fiera letteraria 22 giugno 1951, con scritti di za-netti, Werfel, Pizzetti, Mila, Labroca,
Fleischer, bo-nisconti, Turchi, Rondi,
Costarelli e Marinelli; rassegna Musicale
luglio 1951, con scritti di Pizzetti, bacchelli,
Dent, Mila, Schaeffner, Vlad, Bonaccorsi, graziosi
e Walker; Das Musikleben XII, 1951, con scritti di Reich, Georges, Ruppel, Troebliger e rodemann; Giuseppe Verdi 1951, pubblicazione
dallente Autonomo Teatro alla Scala
sotto gli auspici del Comitato nazionale per le onoranze a giuseppe Verdi nel cinquantenario della morte, a
cura di F. Abbiati (contiene scritti di Capri, Abbiati, roncaglia, Parente, Poggiali, Cenzato, Buzzati,
Tebaldini, Galletti, Barblan, Mompellio, Celli, Pannain, Della Corte, Mila, Gara, Ronga e
Gavazzeni); Verdi e Roma, Roma, 1951, con scritti di De Angelis, jannattoni e Ceccarius; Verdi e Firenze, a cura
della Maggio musicale fiorentino, Firenze, 1951; Verdi e la Fenice, Venezia, 1951 con
scritti di Valeri, nordio, Ronga,
Confalonieri, Pizzetti, Gui, Lualdi e Della Corte; Per il cinquantenario della morte di giuseppe Verdi, a cura del Teatro San Carlo,
Napoli, 1951; Enciclopedia spettacolo, IX, 1962, 1572-1584; Dizionario Ricordi, 1976,
685-687; Numeri unici, pubblicazioni speciali e collettive: Gazzetta Musicale marzo 1901;
Rivista Musicale italiana 1901, numero 2; Die Musik 1913-1914; Verdi: studi e memorie a
cura del Sindacato nazionale fascista musicisti, Roma, 1941; Verdiana: bollettino di
notizie, 1950-1951; Collana di saggi verdiani nel 1° cinquantenario della morte di
Giuseppe Verdi, Bologna, 1951; Opera febbraio 1951; ZfM gennaio 1951; Colloquium
Verdi-Wagner Rom 1969, in Analecta Musicologica 1972; Newsletters of the American
Institute for Verdi Studies (Verdi Newsletters, dal 1977); 41° Maggio musicale
fiorentino, Firenze, 1978; 19th Century Music, 2, 1978-1979; Giuseppe Verdi,
Musik-Konzepte, 10, Monaco di Baviera, 1979; The Verdi Companion, a cura di W. Weaver e M.
Chusid, New York, 1979; Per un progetto Verdi anni 80, Bologna, 1982. Studi critici: N.
Marselli, Saggi critici sulla ragione della musica moderna, Napoli, 1859; A. Basevi,
Studio sulle opere di Giuseppe Verdi, Firenze, 1859; E. hanslick, Die moderne Oper, I, Berlino, 1875; E.
panzacchi, Giuseppe Verdi e La vecchiaia di
Verdi, in Nel mondo della musica, Firenze, 1895; E. Checchi, giuseppe Verdi, Firenze, 1901 (nuova edizione,
1926); A. Soffredini, Le opere di Verdi: studio critico analitico, Milano, 1901; C.
Bellaigue, Verdi, Parigi, 1912; A. Weissmann, Verdi, Stoccarda, 1922; B. Barilli, Il
sorcio nel violino, Milano, 1926; F. Bonavia, Verdi, Londra, 1930; B. Barilli, Il paese
del melodramma, Lanciano, 1931; F. Toye, Giuseppe Verdi: His Life and Works, Londra, 1931
(traduzione italiana, Milano, 1951); H. Gerigk, Giuseppe Verdi, Postdam, 1932; M. Mila, Il
melodramma di Verdi, Bari, 1933 (nuova edizione, Milano, 1960); L. Unterholzer, Giuseppe
Verdis Operntypus, Hannover, 1933; P. Beker, Wandlungen der Oper, Lipsia, 1934; G.
Engler, Verdis Opernschaffen, Stoccarda, 1938; G. Engler, Verdis Anschauung
vom Wesen der Oper, Breslavia, 1938; J. Loschelder, Das Todesproblem im Verdis
Opernschaffen, Colonia-Stoccarda, 1938; K. Holl, Verdi, Berlino, 1939; D. Hussey, Verdi, londra, 1940; G. Roncaglia, Lascensione
creatrice di Giuseppe Verdi, Firenze, 1940; G.Roncaglia, Il tema cardine nellopera
di Giuseppe Verdi, in rivista musicale italiana
1943; A. Della Corte, Le sei più belle opere di Giuseppe Verdi, Milano, 1946; M. Mila,
Giuseppe Verdi, Bari, 1958; L. Dallapiccola, Parole e musica nel melodramma, in Quaderni
della Rassegna Musicale II, 1965; P. Pinagli, Romanticismo di Verdi, Firenze, 1967; L.K.
Gerhartz, Die auseinandersetzungen des
jungen Giuseppe Verdi mit dem literarischen Drama, Berlino, 1968; J. Kermann, Verdis
Use of Recurring Themes, in Studies in Music History: Essay for Oliver Strunk, Princeton,
1968; G. Baldini, Abitare la battaglia: la storia di Giuseppe Verdi, milano, 1970; P. Petrobelli, Osservazioni sul
processo compositivo in Verdi, in AMI 1971; J. Budden, The operas of Verdi, tre volumi, Londra, 1973-1981
(traduzione italiana, Torino, 1985-1988); D. Lawton, Tonality and Drama in Verdis
Early Operas, Diss., university of
California, Berkeley, 1973; L. baldacci,
Libretti dopera e altri saggi, Firenze, 1974; M. Mila, La giovinezza di Verdi,
Torino, 1974; F. Lippmann, Verdi und Donizetti, in Festschrift A.A. Abert, Tutzing, 1975;
V. Cisotti, Schiller e il melodramma di Verdi, Firenze, 1976; V. Godefroy, The Dramatic
Genius of Verdi, 2 volumi, Londra, 1975-1977; F. Noske, The Signifier and the Signified.
Studies in the Operas of Mozart and Verdi, LAia, 1977; M. Jeuland-Meynaud, Le
théàtre romantique espagnol et le mélodrame de Giuseppe Verdi, Lione, 1978; M. Baroni,
Il declino del patriarca. Verdi e le contraddizioni della famiglia borghese, Bologna,
1979; R. Dalmonte, Da Oberto a Rigoletto. precisazioni
di una formula, in Ricerche musicali 1979;
M. Lavagetto, Quei più modesti romanzi. Il libretto nel melodramma di Verdi, Milano,
1979; F. Degrada, Il palazzo incantato. Studi sulla tradizione del melodramma dal Barocco
al Romanticismo, Fiesole, 1979; M. Mila, Larte di Verdi, Torino, 1980; P. Ross, studien zur Verhaltnis von Libretto und
Komposition in der Opern Verdis, Berna, 1980; A. Porter, in Grove (ristampa in
Masters of Italian Opera, Londra, 1983); D. Kimbell, Verdi in the Age of Italian romanticism, Cambridge, 1981; H. Gal, Giuseppe verdi und die Oper, Francoforte s. M., 1982; G. paduano, Noi facemmo ambedue un sogno strano. Il
disagio amoroso sulla scena dellopera europea, palermo, 1982; P. Weiss, Verdi and the Fusion of
Genres, in JAMS 1982; A.J. Verhoeven-Kooi, De gezelschapsdans in de operas van Giuseppe
Verdi, Amsterdam, 1983; R. Parker, Classical Music in Milan During Verdis Formative
Years, in Studi Musicali 1984; D. goldin, La
vera fenice. Libretti e librettisti tra Sette e ottocento,
Torino, 1985; W. Marggraf, Verdi, magonza,
1986; A. Mazzuccato, Luisa Miller, in gazzetta
Musicale 1850; A. Mazzuccato, Un ballo maschera, in Gazzetta Musicale 1859; E. Hanslick,
Verdis Requiem, in E. Hanslick, Die moderne Oper, II, Berlino, 1880; E. Hanslick,
Simon Boccanegra von Verdi, E. Hanslick, Die moderne Oper, II, Berlino, 1884; F. Busoni,
Verdis Otello: eine kritische Studie, in NZfM 1887; E. Hanslick, Verdis
Othello, in E. Hanslick, Die moderne Oper, IV, Berlino, 1888; G.C. Varesi,
Linterpretazione del Macbeth, in Nuova antologia
1932; I. Pizzetti, La religiosità di Verdi: introduzione alla Messa da Requiem, in Nuova antologia, 1941; J. Kerman, Otello: Traditional opera and the Image of Shakespeare, in J. Kerman,
Opera as Drama, New York, 1956; W. Osthoff, Die beiden Boccanegra- Fassungen und der
Beginn von Verdis Spätwerk, in Analecta Musicologica 1963; P. Petrobelli, Nabucco,
in Conferenze 1966-1967, Associazione amici della Scala, Milano, 1967; W. Dean,
Verdis Otello: a Shakespeare Masterpiece, in shakespeare
Survey 1968; C. Gallico, Ricognizione di Rigoletto, in Nuova rivista musicale
italiana 1969; D. Rosen, La Messa a Rossini
e il Requiem per Manzoni, in rivista italiana della
musica 1969-1970; D. Kimbell, Poi diventò
lOberto, in ML 1971; A. Porter, The Making of Don Carlos, in PRMA 1971-1972; J.
Budden, Varianti nei Vespri siciliani, in Nuova rivista
musicale italiana 1972; W. Osthoff, Die beiden Fassungen
von Verdis macbeth, in AfMw 1972; G.
Pestelli, Le riduzioni del tardo stile verdiano. Osservazioni su alcune varianti del Don
Carlos, in Nuova rivista musicale italiana
1972; U. Gunther, Zur Entstehung von Verdis Aida, in Studi musicali 1973; M. Mila, I Vespri siciliani (guida
allopera), Torino, 1973; P. Gossett, Verdi, Ghislanzoni and Aida: the User of
Convention, in Critical Inquiry 1974; U. Gunther, La genése de Don Carlos, in rivista musicale
italiana 1974; J. humbert, A propos de légyptomanie dans
loeuvre de Verdi: attribution a Auguste Mariette dun scenario anonyme de
lopéra Aida, in rivista musicale italiana
1976; M. Noiray e R. Parker, La composition dAttila: étude de quelques variantes,
in rivista musicale italiana
1976; C.Bavagnoli, Verdi e la sua terra, Parma, 1976; L. Alberti, I progressi attuali del
dramma musicale: note sulla Disposizione scenica per lopera Aida, in Il melodramma
italiano dellottocento: studi e ricerche per M. Mila, Torino, 1977; W. Osthoff, Il
sonetto nel Falstaff di Verdi, in Il Melodramma Italiano, Torino, 1977; D. Lawton, On the
bacio Theme in Otello, in 19th Century Music 1977-1978; H. Busch, Verdis
Aida: the History of an Opera in Letters and Documents, Minneapolis, 1978; M. Conati, Le
Ave Maria su scala enigmatica di Verdi dalla prima alla seconda stesura, in rivista italiana
della Musica 1978; S. Levarie, Tonal Relations in Verdis Un ballo in maschera, in 19th
Century Music 1978-1979; M. Lavagetto, Un caso di censura: il rigoletto, Milano, 1979; F. Noske, Melodia e
struttura in Les Vépres siciliennes, in Ricerche musicali
1980; P. Petrobelli, Music in the Theatre (à propos of Aida, Act III), in Themes in Drama
3, Drama, Dance and Music, Cambridge, 1980 (versione italiana, in La drammaturgia
musicale, a cura di L. Bianconi, Bologna, 1986); S. Falcinelli, Etude comparative des
source manuscrites milanaises du Simon Boccanegra, Diss., Parigi, 1980; J.A. Hepokoski,
Verdi, giuseppina Pasqua, and the
Composition of Falstaff, in 19th Century Music 1980; E. Rescigno, La forza del
destino, Milano, 1981; G. Lanza Tomasi, Ernani: guida allopera, Milano, 1982; P.
Petrobelli, W. Drabkin e R. Parker, Verdis Il Trovatore: a Symposium, in Music
Analysis 1982; R. Parker, Level of Motivic Definition in Verdis Ernani, in 19th
Century Music 1982; G.Marchesi, Sono i posti di Verdi, Parma, 1983; M. Conati, Aspetti
della messinscena del Macbeth di Verdi, in Nuova rivista
musicale italiana 1983; M. Conati, Rigoletto di Giuseppe
Verdi, Guida allopera, Milano 1983; R. Parker e M. Brown, Motivic and Tonal
Interaction in Verdis Un ballo in maschera, in JAMS 1983; E. Rescigno, Macbeth,
Milano, 1983; Immagini per Aida, catalogo della mostra, a cura di R. De Sanctis e P.
Petrobelli, Parma, 1983; V. prosperi, Per
uninterpretazione della Messa da Requiem di Verdi, in I Quaderni della Civica Scuola
di Musica, Milano, 1983; D. Rosen-A. Porter (a cura di), verdis Macbeth. A Sourcebook, Cambridge,
1984; J.A. hepokosky, Giuseppe Verdi:
Falstaff, New York, 1984; M. Conati, Il Simon Boccanegra di Verdi a Reggio Emilia (1857).
Storia documentata. Alcune varianti alla prima edizione dellopera, Reggio emilia, 1984; Aida: Texte, Materialen, Kommentare,
Reinbek, 1985; J.A. Hepokosky, Under the Eye of the Verdian Bear: Notes on the Rehearsal
and Premiére of Falstaff, in MQ 1985; Giuseppe Verdi, vicende, problemi e mito, Colorno,
1985; F. Todde, Cenni sul rapporto fra El Trovador di Garcia Gutiérrez ed Il trovatore di Verdi, in Nuova rivista musicale
italiana 1986; W.C. Holmes, Verdis
Changing Attitudes towards Dramatic Situations as Seen in Some of His Revision in La forza
del destino, in La Musique et le rite sacré et profane. Actes du XIIIe
Congrés de la Société Internationale de Musicologie, Strasbourg, 1982, volume II,
Strasburgo, 1986; V. Prosperi, La Messa da Requiem di Giuseppe Verdi: unintroduzione
allanalisi, in Rivista Internazionale di Musica Sacra 1987; G. Morelli (a cura di),
Tornando a Stiffelio. Popolarità, rifacimenti, messinscena, effettismo e altre cure nella
drammaturgia del Verdi romantico, in Atti del Convegno Internazionale di Studi, Venezia
1985, Firenze, 1987; H. Busch, Verdis Otello and Simon Boccanegra in Letters and
Documents, New York, 1988; F. Della Seta, in Dizionario musicisti Utet, VIII, 1988,
194-209; G.Marchesi, Verdi a Parma, Parma, 1997; A.Aimi-A.Leandri, Giuseppe Verdi.Il
nipote delloste, Parma, 1998; C.mingardi,
Verdi e il suo ospedale a Villanova
sullArda nel centenario 1888-1988, Piacenza, 1988; A.Aimi-A.Copelli, Giuseppe Verdi
Deputato di Borgo San Donnino, Parma, 1988; J.Budden, Le opere di Verdi, voll.3, Torino,
1988; A.Pougin, Vita anedottica di Verdi, Milano, 1881, ristampa anastatica 1989;
M.J.Phillips-Matz, Verdi il grande gentleman
del Piacentino, Piacenza, 1993; M.J.Phillips-Matz, Verdi.A biografy, Londra, Oxford-New
York, 1993; G.Marchesi, M.Pasi, Verdi.La vita.I viaggi, Parma, 1993; D.Rizzo, Con eletta
musica del sig. Verdi da Busseto, fu
celebrata la Messa solenne, in Studi Verdiani 9 1993; G.N.Vetro, Lallievo di Verdi,
Emanuele Muzio, Parma, 1993; C.Casini, Verdi, Milano, 1994; F.Cafasi, Giuseppe Verdi
fattore di SantAgata, Parma, 1994; G.Servadio, Traviata, Milano, 1994; A.Duault,
Verdi, la musica e il dramma, Trieste, 1995; G.Verdi, Messa da requiem, riduzione per
canto e pianoforte di Jay Rosenblatt condotta sulledizione critica della partitura
da David Rosen, Milano, 1996; G.Verdi, Nabucodonosor, riduzione per canto e pianoforte
condotta sulledizione critica della partitura edita da The University of Chicago press e Casa Ricordi a cura di Roger Parker,
Milano, 1996; Tutti i libretti di Verdi, Torino, 1996; P.Mioli, Verdi tutti i libretti
dopera, Roma, 1996; P.Petrobelli-F.Della Seta, La realizzazione scenica dello
spettacolo verdiano, Atti del congresso internazionale di studi, Parma, Teatro
Regio-Conservatorio di Musica A.Boito 20 settembre 1994, Parma, 1997; P.Mioli, Il teatro
di Verdi.la vita, le opere, gli interpreti, Milano, 1997; L.Allegri, A.Monici, Luomo
Verdi benefattore del comune di Villanova, Piacenza, 1998.
VERDI MARIA
Busseto
1859-1936
Figlia di un cugino di Giuseppe Verdi (che ella chiamava zio), fu accolta bambina e
allevata dal Maestro che la trattò come una figlia. Sposò Alberto Carrara. Seppe
rimanere nellombra, senza mai entrare da protagonista nella vita dellillustre
congiunto, che, alla sua morte, ripagò tanta umiltà e discrezione nominando la Verdi sua
erede universale.Ella seppe meritarsi tanta fortuna custodendo con religiosa cura la villa
di SantAgata, affidata alle sue cure e poi a quelle di suo figlio Angiolo, che
conservò intatto il prezioso patrimonio ereditato dallillustre parente.
FONTI
E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 44.
VERDOLI ROLANDO, vedi VERZOLI ROLANDO
VERGA ANTONIO
Parma
1690/prima metà del XVIII secolo
Incisore di stampe a bulino attivo nel 1690 e ancora nella prima metà del XVIII
secolo.
FONTI
E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XIX, 1824, 126.
VERGA CARLO
Parma
1863/1873
Fu Prefetto di Parma (1863-1869) e Deputato di Guastalla, poi membro (dal 1873) e segretario del Senato.Fu nominato cittadino
onorario di Parma in seguito a deliberazione del Consiglio Comunale per
lintelligenza somma e lo zelo con cui resse la Prefettura.
FONTI
E BIBL.: Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 17 ottobre 1924, 3.
VERGA ENRICO
Parma
28 settembre 1828-Parma 4 febbraio 1900
Laureatosi in utroque iure il 20 settembre 1850, il Verga entrò nella
magistratura, ove raggiunse il grado di Sostituto Procuratore Generale. Pochi mesi dopo
che le truppe italiane entrarono in Roma, fu inviato dal ministero impiantarvi lufficio della Procura
del Re (1870). Compiuta la sua missione, rimase a reggere lufficio fino
allottobre del 1871, allorché il Ministero trasferì il Verga a frosinone, dove inperversava il brigantaggio. Il
lavoro compiuto dal Tribunale di Frosinone in quegli anni fu enorme: lopera di
recupero alla legalità di quel territorio fu iniziata appunto dal Verga. Dopo essere
rientrato a Parma, il 17 ottobre 1890 G. Zanardelli, ministro di giustizia, lo chiamò a Roma per partecipare
allopera della nuova circoscrizione delle preture.
FONTI
E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 120; B. Molossi, Dizionario biografico,
1957, 153.
VERGA PIETRO
Parma
12 ottobre 1894-Napoli 7 luglio 1973
Laureato alluniversità di
Parma, dopo il servizio militare si specializzò alla scuola del guizzetti, prima di iniziare la carriera
universitaria a Perugia. Da lì si trasferì a Napoli, dove visse dal 1934. Titolare della
cattedra di anatomia e di istologia patologica dellUniversità partenopea, creò una
scuola validissima, dalla quale uscirono allievi di grande prestigio. La stima e la
considerazione che il Verga si guadagnò a Napoli sono dimostrate dal fatto che egli fu,
per cinque volte, preside della facoltà di medicina, per un totale di diciotto anni.
Insignito di medaglia doro per particolari meriti nel campo della pubblica
istruzione, dedicò la sua vita allinsegnamento, divenendo il capostipite di una
scuola famosa. Negli anni della seconda guerra mondiale e del primo dopoguerra il Verga si
assunse la responsabilità di mantenere in funzione con pochissimi collaboratori lateneo napoletano, meritandosi una menzione
speciale del comandante delle truppe alleate, generale Clark. Per oltre ventanni fu
anche direttore generale dellIstituto Pascale per la cura dei tumori, uno dei più
famosi dItalia.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 9 luglio 1973, 4; Aurea Parma 2 1973, 167.
VERGA VINCENZO
Parma
5 aprile 1896-Vallarsa 16 maggio 1916
Figlio di Enrico. Frequentò le scuole classiche e iniziò, nellanno 1915,
gli studi dingegneria a Parma. Allinizio della prima guerra mondiale, dopo
essere stato gravemente ammalato, fu inviato ai monti del Trentino col 3° reggimento dartiglieria da montagna nel
maggio del 1916, proprio quando, sotto la pressione del nemico, lesercito italiano
fu costretto a una breve ritirata. Quando la sua batteria fu stretta dappresso dai nemici,
il Verga profuse il proprio ardore non solo nel combattere ma anche nellanimare i
compagni, finché non fu colpito a morte da una cannonata che gli spezzò le gambe. Fu
sepolto nel villaggio di Pozzacchio. La sua memoria fu onorata colla medaglia
dargento al valore militare, con la seguente motivazione: Puntatore di un pezzo,
mentre la batteria era sottoposta a fuoco violento nemico, incoraggiava i compagni e calmo
e sereno perseverava nella sua funzione. Colpito da una granata che gli asportava entrambe
le gambe, lasciava a malincuore il suo pezzo e moriva esortando i compagni a non curar